Mediateca – 1

forme di vita

 
(Da: Viaggi impossibili)

C’è un momento, all’inizio del giorno, in cui ancora la luce non ha preso il sopravvento sulla notte.
Il sonno è stato tormentato, intermittente, e pare quasi che sia giunto il momento del risveglio. Invece ancora l’alba è lontana e il nostro pensiero inizia a viaggiare, in un mondo che conosciamo molto bene, di cui ricordiamo molte occorrenze e circostanze, ma che poi, durante la veglia si cancella, come se non esistesse, sostituito da un altro sogno che chiamiamo realtà.
Quel mondo che svapora al sole è fantasia, miracolo, non ha limiti nemmeno nella logica, obbedisce a leggi sconosciute e forse mutevoli.

Non si è mai soli in quel mondo.
Anche ora ci sono con me altre persone, tre o quattro. C’è anche il mio cane: è proprio un viaggio straordinario, in una realtà meravigliosa. La conosco bene per averci lavorato per anni: è un luogo a cui qualcuno ha dato il nome di mediateca.

Arrivarci è facile; meno facile capirne la struttura, coglierne l’essenza. Non basta conoscere la funzione delle macchine, studiarne le proprietà, per avere nozione del loro reale potere. Anzi solo uno sguardo distante, incurante dei limiti e delle regole che un operatore deve obbligatoriamente osservare, può forse avere accesso al nucleo fiammeggiante del sapere.

Per questo ora io m’impongo di pensare da esterno, da visitatore, e di lasciarmi coinvolgere dall’anima delle cose. Questa è una visita, ma non come le altre. Io guido un gruppo, ma nello stesso tempo ne faccio parte: la mia funzione è nuova, mai sperimentata. Provo una straordinaria sensazione di potenza. Qualcosa sta cambiando in me.
Tutti si registrano all’ingresso. Il luogo non ammette estranei.
Decidiamo di non entrare nel salone circolare che domina il piano terreno. Ne abbiamo una visione fugace dall’esterno. L’impressione è quella di una parete bianco-azzurrognola. Penso a quanto siano in contrasto quei toni freddi con le superfici gialle e salmone che tappezzano la mia vita, da quando mi alzo a quando il buio inghiotte le cose. Vedo il giallo caldo dei muri assolati delle case, il panorama costante che appare di fronte alle mie finestre. Vedo ancora nel ricordo il giallume sporco di un cortile, quello di una casa che avevo visitato quando ero in cerca di un appartamento. Visto e bocciato, senza scusanti. Non si può abitare in uno spazio che uccide l’anima.

Pensiamo di salire al livello superiore. Il cane sarà lasciato giù. Lo ritroveremo dall’altro lato, al ritorno. Si sale passando per un numero impressionante di scale, corridoi, salette, per raggiungere un’area in cui la luce è artificiale e fredda. Abbiamo lasciato lo spazio comune, in cui ci si può sedere davanti a un monitor per vedere spettacoli o ascoltare suoni, e ci dirigiamo verso un territorio che pare vuoto. Si tratta di una sala enorme, lunghissima: il suo pavimento è lucido, levigato. I muri sembrano di vetro, di una tonalità chiara che contiene una sfumatura di turchese. Siamo quasi alla fine. Al di là appaiono già le scale che conducono al livello inferiore, scale che si possono scendere a piedi, in una discesa facile, quasi piacevole.

Qualcuno mi chiama. Dice che ci sono persone che vorrebbero visitare i locali. Rispondo che possono entrare. Scenderò io al piano in cui le macchine dominano gli spazi, dove si espongono i miracoli della tecnologia. Là sotto dovrei anche ritrovare il mio cane.
Improvvisamente un minuscola macchia scura si muove da sinistra a destra, sul pavimento.
Bisogna ucciderlo, dico. L’animaletto sembra proprio uno scarafaggio, ma forse è un insetto meccanico, che corre velocissimo e scompare.
Non ho nemmeno iniziato a dare la caccia allo scarafaggio, quando a sinistra appare di corsa un cavaliere col suo cavallo. Sono entrambi neri, piccoli come i pezzi del gioco degli scacchi. Un cavallo in miniatura, nero e lucido, col suo cavaliere in groppa. Vanno al galoppo, attraversando l’enorme sala vuota.

Guarda, guarda, dico. Tutti si meravigliano. Nessuno poteva immaginare che in quel luogo albergassero così straordinari misteri. E non avete visto i pesci! aggiungo. Ed ecco che appare sul muro cinereo, quasi rilucente, un essere che ha la forma di un pesce, ma una consistenza minima. Sembra un pesce fatto di ostia, trasparente, e la cosa più strana è che porta con sé la sua acqua, il suo ambiente. Striscia sul muro verticale trascinando attorno al suo corpo quasi privo di spessore una certa quantità di liquido, quella che gli permette di sopravvivere. Come il pesce anche l’acqua sembra arrampicarsi, muoversi con minutissime onde. Noto che le mie amiche, perché le mie compagne sono tutte donne, lo osservano con stupore, esprimono meraviglia. Non avrebbero mai pensato che in quel luogo, che ritenevano un semplice spazio dedicato alla tecnologia, potessero svilupparsi i germi dell’immaginario, dell’impossibile. Invece era proprio così. Lì il pensiero si esprimeva liberamente, creava immagini, corpi, azioni.

 

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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