La morte liquida – 1

morteliquida

 

E’ una vecchia storia, lasciata in sospeso da molti anni, che ho sentito il bisogno di riprendere e concludere. La propongo, a puntate, in questo autunno tardivo, in cui si avvicina la festività di Halloween, ma soprattutto incombono le nostre tradizioni novembrine, con la commemorazione dei defunti, il pan de’ morti e il nostro desiderio di ripensare a quel mistero che ci sovrasta e che non riusciamo a penetrare.

 

1.

Era strano ritrovarci, dopo tanti anni, non per una simpatica rimpatriata, ma per una visita al cimitero, dove ci attendeva la tomba del nostro migliore amico, che avevamo lasciato vivo e vegeto per seguire le nostre strade, e che ora non poteva più ridere con noi.
Erano già trascorsi dieci anni da quando era giunta la notizia della sua morte. Io l’avevo appresa per caso, molti giorni dopo il fatto, e non avevo nemmeno potuto essere presente al suo funerale. Pazienza! non ho mai creduto in queste forme di pubblica rappresentazione, utili per i vivi, più che per i morti; ma che proprio io, che per anni l’avevo considerato quasi un fratello, non avessi potuto salutarlo per l’ultima volta un po’ mi dispiaceva. Quello che poi mi aveva lasciato veramente incredulo erano le circostanze della sua scomparsa, che mi restituivano l’immagine di un uomo che mi pareva, ora, di non aver mai conosciuto veramente.
Perciò, quando ricevetti un’e-mail con la richiesta di incontrarci tutti per il decimo anniversario della scomparsa di Gino, non riuscii a dire di no, anche se il lavoro m’impegnava abbastanza e facevo fatica a liberarmi anche solo per qualche giorno. In realtà mi pareva anche un’occasione per capire un po’ meglio quello che era successo, dieci anni prima, e che rimaneva come una nuvola scura nella mia mente.
Naturalmente non pensavo proprio che i giorni che avrebbero dovuto rappresentare una pausa per riflettere sul mio passato, in compagnia dei miei amici di una volta, si sarebbero trasformati in un incubo, e che avrei dovuto affrontare avvenimenti che si sarebbero sviluppati al di là di qualunque capacità immaginativa e che solo ora, sprofondato in una sorta di delirio affabulatorio, mi arrischio a raccontare.

Tornare nella città natale dopo anni di assenza è sempre in qualche modo un’esperienza che crea disagio. Si resta spaesati nel vedere che tutto è mutato e quasi irriconoscibile. Perché il ricordo ha fissato particolari che non esistono più, mentre ha schiacciato e dissolto le componenti essenziali dell’ambiente, che quindi a fatica si riesce a far riemergere. Le torri le ricordavamo più grandi, le strade più dissestate, le siepi dei giardini erano più rade, le salite sembravano più ripide. È il grande inganno della memoria, che rielabora e trasforma paesaggi e oggetti, volti e suoni. Persino la parlata della gente la si percepisce come qualcosa di lontano, di straniero, e ci si sorprende persino di riuscire ancora in qualche modo a distinguere e interpretare le parole.
Vedere gli stessi luoghi di cui avevo conservato solo alcune foto, in cui era presente Gino, col suo miglior sorriso, produceva dentro di me emozioni intense. Di quel periodo rammentavo soprattutto le risate, tante risate, ma soprattutto la noia, che lo contrassegnava in maniera indelebile, e interminabili camminate, su e giù, negli spazi abilitati alla passeggiata; percorsi stradali in brevi e tranquilli circuiti, formati da poche e deserte strade, dove si provavano motorini asfittici, poco più veloci di una bicicletta, che avrebbero desiderato andare in pensione e venivano svegliati da qualche colpo abilmente sferrato col piede al meccanismo.

Appena arrivato, andai nella mia vecchia casa, ormai abbandonata da anni. Gli arredi c’erano tutti, ricoperti da enormi lenzuoli per evitare che la polvere li danneggiasse. Pareva che attendessero qualcuno; liberati dalle loro protezioni sembravano riacquistare vita e quell’aspetto familiare e accogliente che era la loro principale caratteristica. Dovevo riattivare la circolazione idrica e persi un bel po’ di tempo per individuare il rubinetto d’arresto che si trovava al piano terra del palazzo. Salito su, aprii il rubinetto della cucina, che dopo aver gorgogliato e sbuffato per un po’ cominciò a riversare nel lavandino fiotti di liquido rossastro. Lasciai scorrere l’acqua per quasi mezz’ora, prima di ottenere un flusso continuo di acqua limpida, che, peraltro, non mi arrischiai ancora a bere. Pensavo che avrei bevuto qualcosa in un bar, per la strada, o insieme agli amici, con i quali mi dovevo incontrare.
Fuori cominciava a tirare un forte vento e faceva fresco. Tirai fuori dalla valigia la giacca più pesante che mi ero portato e la infilai, quando mi accorsi che il bottone centrale penzolava e stava per staccarsi. Era il secondo problema pratico che incontravo, dopo l’acqua rugginosa. La cosa mi seccava, ma bisognava trovare da qualche parte un ago e un filo. Cercai di ricordare dove avrebbero dovuto trovarsi gli strumenti per cucire, ma mi toccò rovistare in numerosi cassetti e cassettini, di mobili e mobiletti, prima di recuperare quegli indispensabili materiali. Alla fine ricucii il bottone e lo rinforzai con numerosi giri di filo.

Nel pomeriggio ci rivedemmo, finalmente. Ci eravamo dati appuntamento al bar dei giardini pubblici, in cui ci si fermava per interminabili partite di calciobalilla, snervanti per me, che non amavo perdere, ma a loro modo appassionanti. Partite in cui ognuno faceva mostra di uno stile, di qualità insospettabili in persone che spesso qualità non sembravano proprio averne, di nessun tipo, di raffinatezze comportamentali e verbali che sembravano fuori luogo in un bar di paese.
Il bar si era un po’ rinnovato, col passare degli anni. Non c’era più il juke-box; al suo posto un paio di giochini elettronici, luminosi e coloratissimi, quelli che sembrano indispensabili in qualunque bar e ai quali non si vede quasi mai giocare qualcuno. Rimaneva però quell’indefinibile tanfo di chiuso, che lo contraddistingueva da sempre, come se l’aria, per qualche motivo, lì dentro si rifiutasse di circolare.
Anche le facce che mi apparvero erano un po’ diverse da quelle che conoscevo, meno morbide e giovani, facce di persone che sono entrate ormai nella vita e che della vita hanno fatto esperienza, nel bene e nel male.

C’eravamo tutti: Bruno, Tonino, Walter, Matteo, Floriana, Giuseppe; tutti col desiderio di ritrovarci con Gino, almeno in spirito. Tutti, o quasi: mancavano tante altre figure, quelle che erano apparse nella nostra vita in maniera episodica, che non avevano lasciato un segno di presenza e di continuità nella nostra memoria, oppure avevano abbandonato per sempre quei luoghi e quelle vicende, per immergersi nel fumo di un’altra vita, se pure vivevano ancora, da qualche parte.

“Li riconosci? Sono sempre rimasti qui”.
“Ah i ritratti!”
C’erano sempre state le foto alle pareti. erano foto in bianco e nero di pugili, di ciclisti, di eroi locali che si erano distinti nello sport. Poi c’erano le foto dei forestieri, delle celebrità che avevano visitato quel locale.
“Sono un po’ invecchiate”, dissi.
“Certo, anche le foto invecchiano”.
“Sì, ma sono soprattutto le facce a impressionarmi: sembra che vengano da un altro mondo”.
“Beh, se le guardi bene capisci subito che erano come tutti gli italiani nel dopoguerra: contadini e muratori, che avevano fatto la fame e la guerra, e avevano trovato fortuna nello sport, perché erano bravi nel fare a pugni. Anziché farlo gratis, come abbiamo fatto anche noi, qualche volta, lo hanno fatto a pagamento”.
“Io non ho mai fatto a pugni.
Certo, tu eri uno di quelli che studiavano”.
Non gli dissi che forse sarebbe piaciuto anche a me scazzottarmi, ma che non lo facevo perché ero sicuro di prenderle.
“Quello me lo ricordo”.
“È rimasto sempre lo stesso”.
Non sembrava possibile. Il calciobalilla più vecchio del mondo resisteva ancora, in un angolo della sala. Impugnai le stecche e tentai un paio di tiri, ma non riuscii a superare la barriera avversaria, nemmeno giocando da solo. Ero proprio una schiappa.

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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2 risposte a La morte liquida – 1

  1. wolfghost ha detto:

    Molto bello, molto ben scritto! 😉 Tra l’altro, come spesso ricordo capitare nei tuoi racconti, offre già diversi punti di riflessione che ho apprezzato: le cerimonie funebri, che servono ai vivi e non ai morti (almeno a quanto ci è dato da sapere), la fallacità della memoria, anche a me è successo di tornare nel luogo dove vissi i miei primi vent’anni (quindi non solo da bimbetto) e trovarlo molto diverso da come lo ricordavo, non è solo faccenda che ovviamente tutto cambia ma anche la nostra memoria ci mette del suo con immagini che non corrispondono alla realtà. In particolare mi ricordavo l’androne del palazzo con delle mega scale di marmo… che in realtà erano, e sono ancora, un androne e scale di grandezza normalissima 🙂 La nostra mente non fa “foto”, ricostruisce, come la mappa di un territorio, ciò che ha visto e lo fa ogni volta che le chiediamo di ricordare. Peccato che più andiamo avanti e più tali immagini ricostruite sono inevitabilmente distanti dalla realtà.
    Tornerò a leggere i nuovi capitoli 🙂
    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Certo, sono esperienze che capita di fare, wolf, e sono sempre occasioni di riflessione. La realtà è complessa e noi ne percepiamo solo alcuni aspetti. Ricordiamo quello che ci ha colpito emotivamente, per qualche motivo, operiamo una selezione. Quando rivediamo qualcosa o ci si ripropone un’esperienza, il nostro spirito è mutato e la nostra reazione è differente: è sempre così!

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