La morte liquida – 3

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3.

Alla fine riuscii a trovare qualcuno che mi raccontasse qualcosa della vicenda. Era un mio vecchio conoscente, si chiamava Franco Turri e scriveva occasionalmente per i giornali. Oltre che essere stato amico di Gino, aveva seguito bene la cronaca di quegli anni e poteva farmi avere le notizie che mi mancavano.
A quanto si riferiva, Gino, dopo la mia partenza, aveva iniziato a frequentare l’università, sostenendo alcuni esami facoltativi, ma lasciando da parte gli esami fondamentali del suo corso di laurea. Gli era accaduto, nel frattempo, di conoscere una donna e di innamorarsene. Non era esattamente una ragazzina e aveva qualche anno più di Gino, che però sembrava molto più maturo della sua età, anche per via della sua corporatura piuttosto tozza.
Franco riteneva che lei fosse la chiave della storia o che fosse quanto meno moralmente responsabile degli avvenimenti sconvolgenti che fecero seguito a quella strana relazione.
La donna si chiamava Marta Chiari e per una che pareva avere interpretato nella vicenda la parte di dark lady il nome era una sorta di beffa del destino. Era sposata, ma viveva sola, per una sorta di separazione di fatto dal marito, un piccolo commerciante perennemente in bolletta, più affezionato al vino rosso e alle discussioni calcistiche con gli amici che alla moglie. A quanto si sapeva, il marito di Marta non era proprio uno stinco di santo: aveva qualche precedente penale per truffa, minacce e falsa testimonianza, ma non sembrava coinvolto in un giro criminale di più alto livello. Era uno capace di spillare soldi a qualche sprovveduto o di fare qualche favore di dubbia legalità agli amici; ma tutto qui. Non era particolarmente violento né sufficientemente intelligente per organizzare un delitto e camuffarlo da suicidio. Almeno questa era l’opinione di Turri; ma si trattava appunto di un’opinione.
Essendo libera, Marta poteva ricevere Giulio di notte, senza farsi notare dal vicinato: La casa in cui viveva era isolata ed era composta solo da due appartamenti: in quello superiore viveva una vecchia sorda, che aveva pochi contatti col mondo esterno e riceveva visite solo di giorno, Era il posto giusto per coltivare un rapporto sentimentale mantenendo l’opportuna riservatezza.
La relazione tra Marta e il suo giovane amico sembrava procedere nella maniera giusta, quando intervenne un fattore nuovo e imprevisto. Questo fattore si chiamava Betty.
Betty era la sorellina di Marta e, quando Giulio la conobbe, non aveva ancora compiuto 15 anni. Era quindi una quattordicenne, svelta e fisicamente ben sviluppata, abituata a frequentare ragazzi e a utilizzarli, senza farsi troppi scrupoli.
Ricordo che quando, con gli amici, si andava in cerca di ragazze, non si chiedeva certo la carta d’identità, per capire se erano o meno maggiorenni. Certo, allora eravamo minorenni anche noi, e non ci saremmo lasciati sfuggire un’occasione solo perché una ragazzina disponibile non aveva ancora raggiunto l’età che consentiva legalmente di fare l’amore. C’era sempre il timore, è vero, di commettere un peccato mortale, ma sapevamo per esperienza che, a parte i severi rimproveri di qualche confessore e qualche penitenza fastidiosa, ma senza conseguenze corporali, anche i piaceri del sesso potevano essere perdonati. A dire il vero, a parte la fornicazione, che nessuno sapeva dire o pensare esattamente cosa fosse, era particolare ossessione dei custodi della nostra moralità quotidiana il divieto di commettere atti impuri (cosa che facevamo spesso), soprattutto però in compagnia. Devo dire che quest’ultima modalità non ci passava proprio per la testa e pensavamo che derivasse da qualche oscuro e proibito rito seminariale; ma il confessore si assicurava che quel rito non avvenisse e solo dopo essersi tranquillizzato si risolveva a impartirci l’assoluzione per i nostri peccati solitari.
Il nostro amico sperimentò quindi con la piccola Betty una sensazione già provata da poco tempo, essendo ancora molto giovane, provata più come desiderio che come realizzazione, e quindi tanto più violenta e irresistibile.
Betty era andata a trovarlo, nel monolocale che la sua famiglia aveva acquistato in città per consentirgli di seguire gli studi universitari e poi l’aveva circuito al punto di convincerlo a incontrarla quella sera stessa in casa di Marta, dove la sorella maggiore era assente.
Lì, con un braccio aggrappato al suo collo, con l’altro braccio avvolto come un serpente tra la sua schiena e le sue natiche, appoggiato in modo indolente e apparentemente casuale, c’era una delle ragazzine che noi seguivamo a distanza per le stradine tortuose e acciottolate della città vecchia, dove all’imbrunire gli oscuri antri di accesso alle abitazioni, da cui si dipartivano lunghe e ripide scale di ardesia, sapevano di peccato e depravazione. Lì dentro, nelle buie cantine, nelle misere stanze che odoravano di varecchina, immaginavamo fornicazioni e atti impuri. Le ragazze dalla pelle bionda e dalle gambe tornite, abbronzate come sanno esserlo le donne di una città di mare, le ragazze dalla bocca morbida come un frutto e dalle mani lascive, che abilmente estraevano il piacere dai corpi degli uomini. Ah, le mani, le mani di Betty, che scivolavano sotto la maglietta di Giulio e ne esploravano la pelle bronzea! Le mani che si inoltravano su quella pelle, scura e tesa, e che iniziavano la loro ritmica carezza, mentre l’altra mano scendeva dal collo ad ascoltare il battito del cuore, quasi impazzito! Giulio, sudato e accaldato, si era tolto la maglietta e aveva aiutato la ragazza a spogliarsi, a sua volta, per cui ora erano nudi e indifesi davanti alla macchina che registrava impietosamente le immagini di quell’incontro. Erano immagini sconvolgenti e disgustose, disse il Turri, che le aveva viste tutte; anche troppo eloquenti, di una minorenne dalle forme eccitanti che, inginocchiata davanti a un grasso universitario, con le braccia saldamente aggrappate alle natiche del giovanotto, ne accarezzava con la bocca e la lingua il principale strumento di piacere, ottenendo gemiti e fremiti che preannunciavano un’imminente esplosione. Questo testimoniavano le immagini: lo svolgimento di un’azione banale e frequente, naturale ma estremamente eccitante e coinvolgente, un’azione che spesso le mogli rifiutano, ritenendola una pratica sporca, da amanti o da ragazzine in calore, con frasi del tipo: “Che schifo, sei bagnato”. Una pratica di cui nemmeno i confessori si preoccupavano troppo, a meno che non fosse effettuata in gruppo e da persone dello stesso sesso. Si trattava di peccati minori, comunque, dovuti alla debolezza della natura umana, non coinvolgevano dogmi teologici, non bestemmiavano Dio e i santi, non mettevano in dubbio la natura divina del Cristo. Insomma, non sconvolgevano più di tanto il sistema religioso.
Però erano inaccettabili dalla società ed erano perseguibili per legge, se praticati con minorenni. Non tener conto delle raccomandazioni di una sostanziale prudenza costituiva spesso un errore fatale, che tanti maschi compivano per non essere in grado di controllare i propri istinti profondi. Insomma, quando la legge si oppone all’istinto, è sempre lei a prevalere.

Giulio capì troppo tardi di essere stato raggirato. Se ne accorse solo quando qualcuno gli fece sapere che il convegno amoroso era stato accuratamente registrato e gli fece recapitare, in busta chiusa, nella cassetta delle lettere, delle immagini piuttosto esplicite. Le telefonate che dovette ascoltare e subire erano quelle di una persona che parlava con voce contraffatta. Non sembrava proprio quella di Marta, né si rilevava il timbro maschile della voce di suo marito; ma sicuramente qualcuno aveva predisposto quell’imboscata, qualcuno che poteva introdursi liberamente nella casa della donna, qualcuno che ne conosceva la conformazione, che sapeva dove collocare un’attrezzatura per riprendere un convegno amoroso e che aveva la possibilità di portarla via subito dopo. Riflettendoci, la persona che aveva sicuramente le chiavi dell’appartamento e che lo conosceva nei minimi particolari, oltre alla piccola Betty s’intende, era proprio Marta; ma come era possibile che la donna che aveva con lui un rapporto così stretto e particolare fosse stata capace di imbastire un inganno così ripugnante, utilizzando per giunta la sorellina in una parte decisamente audace, quanto riprovevole. Giulio affrontò l’argomento con la sua amante e cercò di metterla alle strette; ma la donna negò tutto. Secondo lei era stato il marito, o meglio l’ex marito, a procurarsi una copia della chiave e a coinvolgere la giovanissima cognata nell’intraffuglio, come lo chiamava, inventandosi forse la parola o usando un termine che qualcuno dei suoi aveva creato arricchendo un codice familiare espressivo e buffonesco. Era concitata e drammatica, credibile nella sua recita, e Giulio per qualche giorno le credette. Purtroppo, però, una sua mancata partecipazione al complotto non risolveva nessun problema. I ricattatori chiedevano cinque milioni di lire, che per quei tempi erano una bella cifra, per non divulgare le immagini e le registrazioni dell’avventura illecita del giovane, e lui, il ricattato, non sapeva assolutamente dove andarli a prendere.
Furono giorni di assoluta disperazione, con Marta che suggeriva a Giulio di raccontare alla famiglia il guaio in cui si era cacciato e Giulio, che piuttosto che confessare qualcosa del genere a sua madre si sarebbe sottoposto alle peggiori torture. Figuriamoci: che vergogna per la famiglia, quale danno per tutti, ma per la sorellina, in particolare! Quale sarebbe stata la sua vita con un fratello in galera?
Quello che probabilmente fece maggiormente soffrire il mio amico fu però il sospetto che continuava a nutrire nei confronti di Marta e che a un certo punto si trasformò in certezza.
Giulio aveva continuato a vedere la sua compagna e una sera, mentre si recava da lei, vide uscire dal suo portone un uomo, che pareva proprio l’ex marito, il vecchio truffatore col quale la donna asseriva di non avere più alcuna relazione.
Secondo il Turri, quella sera Giulio aveva avuto uno scontro con Marta e probabilmente la verità era esplosa, nella drammaticità del diverbio. Ormai appariva chiaro che il giovane non disponeva di danaro sufficiente per pagare un riscatto, né era disposto a chiedere quei soldi ai suoi familiari; ma anzi, colto dalla disperazione, era disposto a denunciare i ricattatori. A Marta non rimaneva a quel punto, per evitare il carcere e la rovina, che metterlo a tacere per sempre.
Tutte queste notizie Turri le aveva avute in parte dallo stesso Giulio, che sulle prime aveva fatto trapelare qualcosa, sia pure con mezze frasi, dicendo e non dicendo, per poi confessare tutto all’amico, a cui aveva mostrato le foto del fattaccio; in parte erano frutto di una sua credibile ricostruzione dei fatti.
A questo punto non restava che affidarsi alle ipotesi. Quella ufficiale (e accettata) faceva perno sulla depressione che aveva colpito il giovane, che per colpa del momento burrascoso aveva interrotto il suo corso di studi e non aveva più superato nemmeno un esame. Il suicidio sarebbe stato la naturale evoluzione di una crisi postadolescenziale e la conseguenza di una mancata realizzazione nello studio e nella vita.
L’ipotesi per cui propendeva il giornalista era invece che fosse stata proprio Marta Chiari a organizzare l’uccisione di Gino e che avesse provveduto, con l’aiuto del marito, a realizzare la finta impiccagione. Naturalmente non erano state trovate prove del delitto e le foto che avrebbero attestato il ricatto sembravano scomparse nel nulla. Il Turri ne aveva parlato, certamente, ma di fronte all’irreperibilità del materiale non aveva voluto né potuto insistere.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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2 risposte a La morte liquida – 3

  1. wolfghost ha detto:

    Coinvolgente! Considerando il (presunto) desiderio del fantasma di ottenere giustizia, propenderei per la seconda opzione, ovvero per la… Marta assassina 😉 Pero’ la trama dei tuoi racconti è sempre di difficile prevedibilità 🙂

  2. guido mura ha detto:

    Beh, io in fondo ricamo su storie che potrebbero anche essere vere. La verità ce la potrebbero raccontare solo i protagonisti, che però di solito o sono morti o si proclamano innocenti, anche quando gli hanno affibbiato 30 anni di carcere.

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