La morte liquida – 5

ectoplasma

 

5.

Bisognava trovare un punto debole nel sistema, prima che l’irrazionale prendesse il sopravvento. Il Turri cercava risposte concrete e credette di capire cosa stava succedendo. Noi, gli amici del gruppo, avevamo un forte complesso di colpa nei confronti di Giulio. Troppe volte l’avevamo snobbato, tradito, abbandonato a se stesso e alla sua consapevolezza di essere fisicamente sgradevole. Però non tutti ci collocavamo allo stesso livello di responsabilità. Gli amici più prossimi nei suoi ultimi anni, come Walter, dovevano avere colpe ben più consistenti. Turri ne era convinto. Lo faceva sospettare la fuga del nostro compagno, quel suo rinchiudersi in casa, cercando di trovare rifugio da un vendicatore che forse era la sua stessa coscienza.
La madre di Walter asseriva che il figlio stava male, si era messo in malattia e non sembrava in grado di uscire; ma sapevamo che qualcosa stava maturando nella sua testa.

La situazione di Tonino si era stabilizzata in qualche modo. Non migliorava, ma nemmeno peggiorava. Era come se si trovasse in ostaggio di un potere oscuro, che usava quel corpo come forma di pressione, un messaggio indiretto inviato a chi poteva modificare i fatti e riscrivere una storia, quella di Giulio.
Stavamo pensando a come fare per far riapparire Walter e per chiedergli se sapeva qualcosa di più.

Quella storia ci aveva contaminati, era penetrata dentro di noi come l’ago di una siringa e minacciava di infettarci in maniera sempre più profonda. Tonino sembrava quello più duramente colpito, fisicamente, oltre che spiritualmente. Walter però era affetto da una sorta di contaminazione intellettiva, una specie di ossessione, che incominciava a manifestarsi in tutta la sua gravità.
Capivo che era necessario intervenire in qualche modo, modificare il corso degli eventi.
Confidavo nella mia azione. Non ero più un ragazzino: non ero più quell’esserino magro e poco appariscente che era partito un giorno per il mondo. Ora godevo della naturale autorità di chi viene da fuori, da una grande città, da un’esperienza che, a torto o a ragione, è percepita come superiore.

Andai a trovare la madre di Walter e la convinsi ad accordarmi il suo benestare per parlare col mio vecchio compagno.
Come speravo, Walter sentiva un gran bisogno di parlare e confessò tutto quello che poteva, tra lamenti e singhiozzi.
Conoscere Marta era stata la più avvilente esperienza della sua vita. Entrare in contatto con un mondo di ricatti, estorsioni e violenza ne era stato il corollario. Non c’è nulla che un uomo possa fare per liberarsi dall’ombra che la malavita proietta su una persona normale e onesta. Se si accetta una prima volta il compromesso, l’untume appiccicoso della colpa resta aderente all’anima e al corpo, contamina la persona nel suo insieme, si comporta come una malattia incurabile.
Il sesso e il denaro sono i vettori utilizzati dal male per diffondersi e conquistare spazio. Nel caso di Walter, erano stati utilizzati entrambi.
Marta era molto abile nel coinvolgere gli uomini con cui entrava in confidenza in una relazione che mescolava favori sessuali a lusinghe di guadagno facile e consistente. Sapeva scegliere molto bene le sue vittime, individuando le personalità deboli, disposte a lasciarsi guidare in un mondo che non conoscevano e non comprendevano e a esaltarsi per quella sensazione di onnipotenza indotta che prova chi apprende a sfidare la legge e a inoltrarsi nei vicoli esaltanti del pericolo.

Il male sa bene come usare il suo potere contaminante. È come se una goccia di un liquido infetto venisse a contatto con la pelle, la penetrasse e diffondesse le sue tossine in tutto l’organismo, danneggiandolo progressivamente, fino a ucciderlo. Il male è la morte liquida della materia, cioè di quella realtà visibile che chiamiamo materia e che forse è soltanto pensiero evoluto in forme percepibili, che il pensiero stesso è in grado di corrompere e disaggregare.
Walter era stato contagiato dal potere corruttivo del male e ora erano lo stesso pensiero, la paura, il rimorso a perseguitarlo.
La sua azione nell’oscura faccenda di Giulio era stata determinante.
Aveva fornito lui l’attrezzatura per riprendere il suo amico e si era accordato con Marta per avere una parte della somma che lei e il marito avevano intenzione di spillare al ragazzo. Nulla era stato lasciato al caso; tutto era stato programmato. Purtroppo però la reazione della vittima non fu quella prevista.
Walter non sapeva nulla di quello che era successo a Giulio, ma era convinto che fosse stato ucciso. L’amico era un giovane amante della vita e dell’allegria, nato in una famiglia facoltosa, che avrebbe potuto offrirgli una vita ricca di soddisfazioni, indipendentemente da una sua realizzazione professionale. Nemmeno un processo per un reato che era stato indotto a compiere poteva distruggere le sue speranze in un futuro che avrebbe potuto essere ancora molto piacevole. Perché avrebbe dovuto uccidersi?

“Questa situazione la puoi risolvere solo tu”, dissi a Walter.
“E come?”
“Scrivi; racconta quello che è successo. Fai una relazione sul ricatto, denuncia i colpevoli. Tu al massimo puoi essere accusato di complicità, ma solo nell’imbroglio, non nell’omicidio. Giulio ha bisogno di te: aiutalo; non lasciare impuniti gli assassini”.
“E se non mi credessero?”
“Non è possibile, perché la tua è anche una confessione. Avresti tutto l’interesse a non far riaprire il caso. Se lo fai è solamente perché qualche volta il sentimento di giustizia prevale anche sul nostro tornaconto. Ti crederanno e saranno costretti a riprendere in mano il fascicolo”.

Walter mi lanciò un’occhiata azzurrognola e spaurita. Non capivo se stesse ancora lottando contro la decisione che sapeva di dover prendere o se fosse tormentato dal pensiero delle conseguenze. Quali e quante azioni vergognose aveva compiuto, sotto la guida della donna che l’aveva attratto e dominato? Quali altri reati avrebbe finito per confessare?

“Lo farai?” Gli chiesi prima di lasciare la sua casa.
“Cosa?”
“Racconterai tutto quello che è successo?”
“Sì, lo farò”.

Avevo fatto tutto quello che mi era possibile per rasserenare il piccolo mondo in cui ero tornato. A mio modo ero diventato attore del dramma e non mi ero limitato a osservarlo da un palco, sia pure da una posizione di privilegio. Non restava da fare altro che attendere.
Andai a fare un giro per la città, arrivai fino al mare.
Il tempo era sereno, ma soffiava il maestrale e le onde erano sormontate da un ciuffo di spuma. Al di là dell’acqua, verso nord, si indovinavano le alture rocciose del golfo. Più a sinistra l’orizzonte libero, quasi immagine dell’infinito.
Rimasi ad accarezzare con gli occhi quella visione incantevole, chiedendomi perché noi uomini fossimo dotati di quella stranissima facoltà che chiamiamo valutazione estetica. Mi domandavo anche se fossimo le sole entità viventi a possederla. Un cane, un gatto, un delfino, un pettirosso erano in grado di apprezzare la bellezza?
Avevo avuto la fortuna di essere uomo e sapevo godere di quella fortuna, ma comprendevo anche che quella non era la mia vita. Dovevo tornare alla mia realtà, riprendere il mio posto.
Entrai in un’agenzia di viaggi e acquistai un biglietto per Milano.

Ed eccomi finalmente sul bus che mi porta in centro, da Linate: è bello tornare a casa.
Sono seduto e quasi mi piace sentire gli scossoni che il mezzo non riesce ad ammortizzare, guardo con ammirazione le donne che attendono alle fermate, donne che arrivano da tutto il mondo, ognuna col suo fascino, col suo stile. E gli uomini? Anziani signori dall’aspetto distinto che camminano a fatica, ma si reggono benissimo in quel veicolo che sembra ballonzolare incerto, uomini più giovani, scuri e robusti, che si spostano per lavoro, ragazzi pallidi che paiono cresciuti troppo in fretta. Anche questa è la mia gente.

Riprendo il lavoro e mi sforzo di tenere a distanza dalla mia mente quel pezzo di storia che ho lasciato alle spalle, ma compro tutti i giorni il giornale della mia terra, ed è proprio il giornale che mi racconta la conclusione di quella storia bizzarra, una delle tante in cui la ragione rinuncia a far valere la propria superiorità per arrendersi al potere dell’inspiegabile.
La tragica vicenda di Giulio è tornata in prima pagina: il caso è stato riaperto e finalmente la verità comincia ad affiorare. La testimonianza di Walter ha consentito di incriminare i colpevoli. Persino le foto sono riapparse, ritrovate in una tetra casupola di campagna, in cui nessuno era mai andato a curiosare.
Walter però non è riuscito a liberarsi dalla morsa del male. Un giorno è scomparso, lasciando la madre nella più cupa disperazione. Hanno trovato il corpo in mare, molto tempo dopo. Forse si è trattato di un suicidio, forse di un altro delitto, per vendetta questa volta.
Quanto a Tonino, ho saputo che era stato dimesso dall’ospedale e che pareva guarito, ma credo che si trattasse di un benessere passeggero e illusorio. Dopo qualche tempo fu colpito da una strana forma di tumore, incurabile e galoppante. Ora è sepolto nello stesso cimitero in cui spero riposi Giulio, finalmente placato, e dal quale mi terrò decisamente lontano, almeno finché avrò ancora un corpo materiale. Poi, se il mio fantasma avrà il desidero di tornare in quei luoghi, lo faccia pure, visto che per lui tempo e spazio non avranno più senso.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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2 risposte a La morte liquida – 5

  1. wolfghost ha detto:

    Tutto è male quel che finisce male, insomma! 😀 Speravo che almeno Tonino si sarebbe ripreso e che Walter in qualche modo sarebbe stato premiato per l’atto di coraggio di essere venuto finalmente allo scoperto. Ma… forse avevano accumulato troppo karma negativo ormai 😉
    Bello, Guido, mi è piaciuto 🙂

  2. guido mura ha detto:

    Caro wolf, a dire il vero l’ happy end non si addice a una buona storia noir o horror. Ellroy o Eraldo Baldini inorridirebbero, se leggessero una storia di questo tipo in cui alla fine tutti vivono felici e contenti. Inoltre le vicende con happy end non sarebbero proprio credibili (perché anche il fantastico deve avere una sua logica e una sua credibilità). Consideriamo infine che gli autori di nero e simili scrivono sotto l’influenza di una visione fondamentalmente pessimistica, che deriva da un’osservazione attenta della realtà, di una realtà in cui (ad esempio) le ragazze vengono uccise e fatte a pezzi, che non si ricompongono miracolosamente in un finale da fiaba.

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