Futuria 1

Finalmente un pezzo di genere distopico, per la serie Viaggi impossibili. Avevo immaginato anche un viaggio nel paese degli uomini pesce, ma poi ho pensato che i dialoghi sarebbero stati alquanto poveri, il che per un testo narrativo è un peccato mortale.

Non era proprio certo che fosse così, ma alcuni lo sostenevano e Dario ci credeva. C’è da dire che il posto non era facilmente raggiungibile. D’accordo: c’era l’aereo, fino alla capitale dello stato, quella che tutti conoscevano, ma poi bisognava percorrere quasi duecento chilometri nel deserto, con una jeep o a dorso di cammello, perché da quelle parti si viaggiava ancora in cammello, cammelli con due gobbe beninteso, cammelli asiatici. Poi, alla fine del viaggio si sarebbe visto che la vita ricominciava: erba, prima di tutto, erba giallognola, poi sempre più verde e folta, fino a che in mezzo all’erba sarebbero spuntate le strade, bianchicce, di fibra vetrosa, che conducevano a una città dove un uomo di genio aveva creato un universo tutto suo, molto più avanzato, che rappresentava quello che il resto del mondo sarebbe diventato in un prossimo futuro.

Questo raccontavano i pochi che avevano visto Futuria e che erano per tornati per comunicarlo agli uomini del presente. Ambasciatori di un mondo possibile che parlavano a un’umanità confusa e priva di prospettive e di certezze. Forse per questo decidemmo, io e Dario, di partire per Futuria: per lenire l’angoscia del presente immergendoci nella coscienza di una vita nuova e diversa, sfuggendo ai tanti problemi che parevano di impossibile soluzione.
Il nostro mondo era pervenuto a una svolta, un angolo che s’intuiva affacciarsi sul futuro, ma senza linee d’indirizzo. Tutto quello che avevamo sempre creduto valido era come uno strumento vecchio pieno di crepe. Si scopriva che dietro il bene, le buone azioni, la comprensione, la solidarietà, potevano nascondersi motivazioni oscure e inconfessabili, che dietro l’apparenza e le scelte umane e positive apparivano interessi incontrollabili e conseguenze imprevedibili e disastrose.
L’inferno è lastricato di buone intenzioni, diceva Dario, citando Marx, che a sua volta citava a modo suo Stirner.
Il fatto è che non sempre è chiaro cosa sia il bene e cosa sia il male, gli rispondevo. La storia è una partita a scacchi. Sai che la tua mossa è positiva, ma sei in grado di valutarne le conseguenze?
Ammettiamo per un momento che esista un Dio, il miglior giocatore di scacchi dell’universo. Le sue mosse hanno spesso conseguenze immediate orribili, ma siamo sicuri che non siano studiate per evitare conseguenze ancora peggiori? Le azioni dell’uomo non sono diverse. Possono sembrare cattive o buone, nell’immediato, ma lo saranno davvero in prospettiva?
Allora cosa dobbiamo fare, come dobbiamo comportarci?
Non sapevamo rispondere.

C’erano poi altri aspetti del nostro mondo che Dario trovava sconcertanti.
Hai notato – diceva – come da anni i media occidentali ci propongano un futuro al quale dovremo abituarci, cercando di influenzare e modificare persino le nostre predilezioni estetiche? Hai visto come la moda proponga sempre più ossessivamente modelle di colore, come gli eroi dei telefilm siano sempre più spesso negri, come stia dilagando l’immagine di una bellezza nera, maschile e femminile, tanto che ormai non si ha più quasi il coraggio di far vincere un concorso di bellezza a una miss di aspetto caucasico? Cercano di farci immaginare un mondo fatto di neri o meticci e cercano di condizionarci a tal punto da farcelo piacere.
Non potevo che approvare il suo discorso. Ricordavo l’ammirazione femminile che accompagnava la visione di un corpo nero nudo, gli apprezzamenti per la statura, la muscolatura, le dimensioni di una parte fisica che pareva suscitare notevole interesse. Ricordavo la passione dei ragazzi (e non solo) per alcuni fenomeni del mondo nero, come il rap e, prima, del rythm and blues o addirittura del jazz, l’ammirazione per gli atleti neri, che dominavano in alcune discipline.
Personalmente continuavo a preferire le biondine per cui perdevo la testa da ragazzo o per le brune dagli occhi verdi. Decisamente non ero stato coinvolto dalla passione per la fisicità che emanava dalle bellezze negroidi e avevo qualche riserva persino per le orientali o le sudamericane. Insomma, ero uno dei pochi europei rimasti che ancora apprezzasse la grazia e la delicatezza delle donne delle nostre terre.
Dario riteneva che l’Italia fosse considerata con una certa antipatia dalle classi altoborghesi europee e americane (docenti universitari, giornalisti, artisti, scrittori) perché ancora poco penetrata dall’africanità, rispetto ad altre nazioni europee. La cultura dominante era esplicitamente meticcia ed esprimeva il punto di vista ebraico, di chi cioè si era sentito emarginato e perseguitato da secoli e vedeva solo nel superamento delle identità culturali ed estetiche la garanzia per un non-ritorno a uno stato di segregazione, che vedeva sempre sorgere all’orizzonte. Un’Italia in cui la popolazione fosse in maggioranza mulatta e interetnica era l’unica garanzia per evitare il recupero di leggi razziali o di altre forme discriminatorie. Quando persistono differenze, c’è sempre qualcuno che le osserva e se ne compiace e finisce per trasformarle in barriere. Quindi era un bene che le differenze pian piano scomparissero.

Dario era ancor più di me pieno di rammarico per la perdita d’identità dei nostri popoli. La tipica londinese era una ragazza dall’aspetto pakistano, il tipico impiegato locale accoglieva i turisti che si recavano nella capitale britannica con il turbante da sikh; le tedesche avevano un aspetto turcheggiante e le svedesi avevano spesso la pelle scura, i capelli ricci e il naso schiacciato. “Dove sono le donne di Bergmann?”, si lagnava sconsolato.
È un mondo che sta finendo quello in cui siamo cresciuti, gli dicevo. Noi bianchi l’abbiamo dominato, con le armi e con i capitali, ma adesso stiamo scomparendo. Persino i modelli di riferimento dei nostri giovani stanno cambiando. Noi volevamo assomigliare a Cary Grant, Alain Delon o James Dean. Adesso i più guardano con invidia o apprezzamento Vin Diesel o Barack Obama, immagini di meticci di successo, o addirittura Will Smith o Eddie Murphy, esempi ancora più netti della negritudine americana da esportazione. La stessa cultura nera penetra sempre più in profondità e propone contaminazioni sempre più diffuse. La musica, che ai nostri tempi era anglosassone o celtica, ora scimmiotta in maniera ridicola il rap intraducibile dei neri. I giovani musicisti del nostro sud non ricordano quasi più nulla della loro tradizione e scelgono ideologicamente di appartenere al popolo del Bronx. D’altra parte non era stato un bianco, Al Jolson, a tingersi la faccia di nero per imitare il canto di gente tanto diversa da lui? Ogni tanto succede di odiare tanto se stessi da volersi trasformare in qualcos’altro. Ogni tanto appare qualcuno che vorrebbe la pelle nera: Michael Jackson al contrario, insomma.

Io ero invece sempre più convinto che la carta perdente della politica progressista e globalizzante fosse la sottovalutazione della criminalità. Gran parte della magistratura inoltre tendeva a valutare i criminali secondo criteri desueti: il criminale è un poveretto condizionato nel suo sviluppo dalla mancanza di garanzie di sopravvivenza economica e di strutture culturali di riferimento, un disgraziato che può e deve essere recuperato e reintegrato, dopo un percorso di rieducazione e di inserimento sociale. Addirittura, nel giudizio, il magistrato doveva parteggiare per il ladro, anziché per il derubato, in quanto quest’ultimo era avvantaggiato dalle sue condizioni borghesi, mentre l’altro era già stato vittima di forme di esclusione che ne avevano alterato la personalità.
Per questi magistrati il delinquente non è un natural born killer, criminale per natura e per scelta, ma un poveretto cui non era stata data la possibilità di svilupparsi come un cittadino modello, per colpa di una società chiusa e sorda alle esigenze delle persone meno fortunate.
Purtroppo però la vita anche da noi era cambiata.
L’europeizzazione e poi l’esaltazione della promiscuità etnica aveva posto la popolazione, abituata a una vita fatta di serena convivenza, di fronte a forme di violenza una volta inimmaginabili. La penetrazione di gruppi di delinquenti provenienti dall’est, non più trattenuti dalle barriere nazionali, aveva posto davanti agli occhi degli italiani terrorizzati forme di intrusione nella loro tranquilla realtà, pestaggi ingiustificati, stupri, umiliazioni, che non appartenevano al repertorio dei nostri pacifici topi d’appartamento. I furti e gli scippi erano diventati talmente frequenti e attesi che non erano più nemmeno denunciati, facendo scendere le statistiche e creando l’illusione negli intellettuali illuminati e progressisti di una diminuzione dei reati. Inoltre era indubbio che tv e giornali costituissero una cassa di risonanza sempre più efficace, che comunicava alla popolazione i fatti più efferati, contribuendo a creare un’atmosfera di terrore, acuito da una sensazione d’impotenza. I cittadini pagavano le conseguenze di una legislazione nata non per contrastare il crimine, ma per addomesticarlo, nata in un momento storico in cui i cattivi non erano poi così cattivi (“che poi così cattivi non sono mai”, diceva una canzone di un famoso autore progressista) e in cui i buoni cercavano di lenire il senso di colpa, connaturato alla consapevolezza borghese di vivere in una sorta di mondo privilegiato, costruito sullo sfruttamento delle classi più disagiate. Ora questo mondo si era ribaltato. Una parte del mondo dei poveri aveva scelto la violenza, per conquistare quello che non riusciva a ottenere con mezzi legali, ed esercitava il suo diritto alla vendetta, nei confronti dei più deboli, seguendo il comportamento animale proprio dei predatori.
Stiamo tornando alla natura, dissi a Dario, alla nostra essenza animale. Sopravviverà chi è più robusto, più abile, con minori scrupoli.
È quello che abbiamo sempre fatto, rispose Dario. Non è in questo modo che gli anglosassoni hanno dominato il mondo? Robusti, spregiudicati, pirateschi, realistici, con un linguaggio essenziale e un periodare scarno e agile: nessuna complicazione, nessuna concessione all’indeterminato, alle complesse sovrastrutture ideologiche. Prendere la vita così come appariva e conquistarla, anche con una certa dose di umorismo.
Avevo qualche dubbio sulla totale pragmaticità del pensiero inglese e americano e lo dissi:
Non è che stai dimenticando Shakespeare, e Byron, Melville, Henry James?
Sono eccezioni, mio caro, e non è detto poi che fossero del tutto anglosassoni: Cosa si dice di Shakespeare, per esempio?
Certo, conoscevo le teorie sull’origine italiana o ebraico-italiana del massimo scrittore inglese.

Cosa stava diventando il nostro mondo?
Biscotti senza zucchero, latte senza lattosio, pasta senza glutine, caffé senza caffeina, sesso senza contatto, gnocche senza peli, fiori senza profumo, vita senza vita.
Inoltre la gente era infelice: non si amava, spendeva un sacco di soldi per cambiare il proprio aspetto, con i tatuaggi o magari con interventi di chirurgia estetica. Nessuno si accettava più com’era, sentiva il bisogno di trasformarsi, in un’opera d’arte o in un mostro, magari per entrare nel Guinness dei primati.
Mi chiedevo come sarebbe stato il nuovo mondo, immaginato e costruito in provetta, in una parte isolata del globo: sarebbe stato migliore o peggiore? Era naturale che avessi una gran voglia di conoscerlo.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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6 risposte a Futuria 1

  1. Beh… la descrizione di una realtà come questa è quantomeno sconcertante… esattamente come lo è la realtà in cui viviamo… anche se non ho ben capito se si tratta di una descrizione in cui ti riconosci o meno… ma in fin dei conti non ha importanza; questo è un racconto, giusto?

  2. guido mura ha detto:

    E’ un racconto, in cui i personaggi esprimono punti di vista ampiamente diffusi nell’Eurolandia di oggi. Sono spaventati da un futuro a cui non sono preparati e… non sono ancora andati a visitare Futuria. Per quel che mi riguarda, essendo per origine e formazione incapace di provare sentimenti identitari e nazionalistici, cerco però di capire e di non demonizzare chi, al contrario di me, sente fortemente la sua identità, cerco di analizzarne le paure e le istanze. Credo che sia l’unico modo corretto di capire la storia e la politica, senza provare stupore per le scelte e i comportamenti di alcuni popoli o gruppi sociali. L’analisi superficiale, il superiore paternalismo, l’incomprensione dei moti istintuali possono produrre disastri. Purtroppo le classi dominanti, nei vari momenti storici, si sono sempre dimostrate o egoiste o inadeguate: ne sono derivate rivoluzioni e guerre, dall’antichità ai giorni nostri.

  3. Io dal basso della mia ignoranza ho sempre pensato che le guerre, tutte le guerre, potrebbero essere evitate, e se è così mi chiedo perché si continui a farle… e mi vine da pensare anche che forse si fanno le guerre perché sono un affare colossale e a qualcuno piace guadagnarci una montagna di soldi. Quindi le classi dominanti sono volutamente inadeguate, così chi controlla i mercati e di conseguenza anche la politica, si fa tutte le guerre che gli fan comodo… a discapito degli ultimi e dei poveri cristi che ci rimettono le penne. E il resoconto che fai nel tuo racconto è un po’ lo specchio dei luoghi comuni fomentati a dovere dalla paura atavica del diverso. C’è chi su queste cose ci gioca e lo sa fare ad arte, manipolando menti e coscienze fino al punto che nessuno riconosce più nessuno; il dividi et impera ha gioco facile quando si parla di etnie e culture diverse. Ci vuole niente a fomentare diffidenza e paura… è uno dei tasti più sensibili ed efficaci e chi manovra i fili lo sa premere nel modo giusto e al momento giusto, mettendo in campo gli strumenti più appropriati. Qualcosa ne ho scritto anch’io nel mio ultimo post. Il risultato è un’ansia e un’incertezza che pervade gli animi e chiude i cuori… un po’ quello che in modo limpido traspare dal tuo racconto.

  4. wolfghost ha detto:

    Bé, questo è un “falso racconto”: usi personaggi inventati per indagare temi sociologici e filosofici, dal “bene e male” alla globalizzazione, e lo fai con un punto di vista – che chiaramente non è tuo – ma ha il vantaggio di far pensare ancora di più.
    L’uomo e l’umanità sono… concetti, astrazioni con cui ci identifichiamo e, come tali, semplicemente non esistono, sono figure idealizzate 🙂 Esistono innumerevoli esseri, simili ma tutti diversi (ciò che è “simile” è per definizione “diverso”), che a loro volta è illusorio separare dal “contesto”: nessuno, nemmeno il più “potente”, potrebbe vivere né esistere senza ciò che ha attorno. Il nostro errore è credere che l’uomo e l’umanità idealizzate esistano veramente e identificandoci con essi creiamo un sacco di problemi 🙂
    Se capissimo questo, non solo concettualmente ma sentendolo come vero e vivendo di conseguenza, non esisterebbero guerre, né confini, né “diversi” o immigrati, né distruzione dell’ambiente.
    Ovviamente cio’ non avviene: condizionati come siamo da millenni di cultura fuorviante, è al di fuori della nostra portata. Almeno per quasi tutti.
    Il risultato è che la vera Futuria probabilmente sarà una sfera carbonizzata che un tempo qualcuno chiamava “Terra” 😛

    P.S.: … ma magari gli uomini pesce comunicano telepaticamente, no? 😉

  5. guido mura ha detto:

    Falso racconto come lo sono quasi tutte le utopie e le distopie. Anche il Mondo nuovo di Huxley lo era. Invece la contestazione delle astrazioni, come l’uomo o l’umanità, è stirneriana, se ricordo bene. Il problema però, secondo me, è che gli uomini provano spesso l’istinto del branco, un po’ come i cani, e di questo non si può non tenere conto. Di conseguenza, le aggregazioni, anche le più artificiali, hanno una qualche base nella natura. La razionalità, che non è di tutti, dovrebbe ridurre le spinte istintuali, ma in un modo o nell’altro, queste riappaiono. Si creano così popoli e nazioni, razze e comunità religiose. Ogni gruppo crea un capobranco e ne ricerca la protezione. Costituisce una società distinta, con proprie caratteristiche estetiche e culturali e percepisce chi proviene da un altro branco come un possibile pericolo. Da qui credo sia necessario partire.

    • wolfghost ha detto:

      Esatto, il contesto è anche la comunità nella quale ci si trova. Anzi credo che ci sia poco che ci influenzi più della “comunità” 🙂 Infatti anche animali appartenenti a gruppi diversi si scannano facilmente. Ma se noi vogliamo davvero credere di essere i più evoluti tra gli animali, almeno sulla terra, dovremmo usare un tipo di percezione e discernimento che vada un passo oltre. Invece non ci distinguamo affatto e avendo affinato la tecnologia il risultato è che invece di tirarci cazzotti e sassi.., ci tiriamo fucilate e bombe. E lo stesso facciamo con l’ambiente.
      Ho visto i due nuovi capitoli, passerò domani a leggerli con calma 😉
      http://www.wolfghost.com

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