Futuria 3

«Prima di tutto abbiamo eliminato la democrazia. Si era riscontrato che il cosiddetto governo del popolo era un’illusione e, soprattutto, dava vita a fazioni, scontri, incertezze. La gente, ferita dalla propaganda di tante forze opposte e incompatibili, di tanti interessi contrastanti, non sapeva più cosa pensare e aveva smesso di partecipare alle elezioni. Votavano ormai solo gli iscritti ai partiti, cioè coloro che ritenevano di trovare uno sbocco professionale nella politica, dato che gli altri lavori, uno dopo l’altro, stavano scomparendo, per effetto dell’automazione sempre più diffusa.
Con una partecipazione ridotta al massimo al 10% della popolazione, un uomo, il nostro capo, comprese che ormai la forma di governo che aveva dominato l’Occidente negli ultimi cento anni aveva finito il suo ciclo e l’aveva sostituita con il dominio della saggezza. Lui stesso, che aveva preso il nome di Sofos, si era circondato di collaboratori esperti nei vari campi della scienza e, insieme, lui e i suoi collaboratori, assumevano le decisioni che avrebbero rappresentato il bene dell’umanità. Tutto quello che poteva essere calcolato in termini numerici era affidato alle macchine. La religione era quasi scomparsa. Chi sentiva la necessità di meditare sulla vita e sull’oltrevita professava una fede musulmana. Sofos naturalmente aveva assunto anche le funzioni di capo religioso della città. L’islam garantiva una dottrina essenziale e chiarezza nei precetti, ma soprattutto fedeltà e obbedienza alle autorità religioso-politiche. Cosa ci poteva essere di meglio?
Questo naturalmente avveniva in una piccola parte della terra, mentre i maggiori paesi continuavano il loro processo di decadenza inarrestabile.
L’Occidente, invecchiato e incapace di nuove iniziative, era assediato da popoli che premevano alle porte dei paesi come un tempo i barbari premevano alle porte dell’Impero romano.
Le uniche attività che continuavano a essere redditizie erano l’assistenza agli anziani, lo smaltimento dei rifiuti, il lavoro di integrazione e sostegno dei sempre più numerosi migranti e, soprattutto, le attività illegati e deprecate, come il commercio di droga e di armi, la prostituzione, il gioco d’azzardo».
«Come avete fatto a reggervi economicamente?» chiese Dario.
«Eliminando il valore del denaro».
«Il denaro? Può spiegarsi meglio?»
«Ognuno ha diritto a ritirare, nel nostro bazar, tutto quello che gli è necessario per vivere».
«Gli date da mangiare gratis?»
«I nostri abitanti mangiano, si vestono, si divertono; fanno l’amore liberamente o secondo quanto prescritto dalla religione dominante. Le macchine producono tutto quello che è necessario. I tecnici che progettano le macchine e che ne curano la manutenzione lavorano per il piacere di farlo. La soddisfazione di vedere che tutto funziona a meraviglia e il riconoscimento da parte della gente cono una retribuzione efficace e psicologicamente più gratificante di una somma di denaro».
«Il problema è che però tutto rimane chiuso nei confini di questa città, di questo territorio. Se qualcuno volesse spostarsi da Futuria e viaggiare nel resto del mondo, non potrebbe farlo, perché in tutti gli altri paesi esiste una moneta e non si riesce a ottenere nulla senza soldi».
«È un piccolo problema, se ci pensate bene: un problema di facile soluzione. Prima di tutto, pochissimi desiderano qualcosa che non possano ottenere nella nostra città e, se proprio qualcuno volesse viaggiare, la comunità può fornirlo di qualsiasi valuta, da spendere liberamente in altre zone della Terra».
«Posso chiederle da dove proviene tutta questa valuta?»
«Dalla nostra produzione in eccesso, che esportiamo, da quello che le nostre macchine creano. Ormai hanno raggiunto un tale livello di autonomia che riescono non solo a replicare, ma addirittura a inventare prodotti».
«Le vostre macchine pensano, quindi?»
«Non solo, ma elaborano informazioni anche a livello artistico. I loro prodotti in serie risultano più innovativi di qualunque romanzo o sceneggiatura fabbricati con metodi tradizionali».
Ricordavo di aver visto qualche telefilm prodotto da Futuria, ma non sapevo come fosse stato realizzato. Lo dissi a Nahis e lui sembrò compiacersene.
«Facciamo di tutto: romanzi rosa, erotici, storici, polizieschi, horror, poesie; persino serie impegnate e di denuncia sociale. Tutto può essere inventato da un’intelligenza artificiale».
«Di conseguenza, tutto il nostro impegnarci per conoscere, per fare, per produrre, ormai non serve più a niente».
«Certo. Ormai possiamo semplicemente dedicarci a godere di quello che siamo stati capaci di creare. La vita è un’opportunità per essere felici».
«E se qualcuno nonostante tutto non riesce a sentirsi felice?»
«Vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nella sua conformazione fisica, e per fisica intendiamo anche il cervello, che del corpo è parte integrante».
«E se c’è qualcosa di sbagliato, bisogna intervenire per correggerlo. È così che fate?»
Nahis mi lanciò uno sguardo interdetto. Capiva che nel mio discorso era presente una preoccupazione, un’ombra che poteva annebbiare lo splendore dell’immagine che aveva tentato di costruire. La sua risposta mi sembrò preoccupata di trovare una giustificazione, da un’accusa che non era stata presentata.
«Se si trova una persona che reagisce in maniera anomala, dobbiamo intervenire e curarla. Lo si deve fare per il bene di tutti, di tutta la gente di qui, che ha il diritto di vivere serena».
«Insomma, chi non è soddisfatto della vita a Futuria deve essere un po’ matto: è così?»
Nahim stava per rispondere alla mia obiezione. Avevo evitato di ricordare che quell’atteggiamento nei confronti del dissenso mi sembrava molto simile a quello delle autorità dei vecchi regimi comunisti del Novecento e avrei ascoltato con interesse la risposta che il nostro accompagnatore stava sicuramente per fornire. Purtroppo però lo stesso Nahim fu interrotto da una chiamata telefonica. Ce ne accorgemmo dal suono acuto e intermittente che si udì all’improvviso e dalle parole che, inaspettatamente, l’uomo di Futuria proferì a bassa voce nella lingua del paese.
Il suo viso era serio e teso, quando ci comunicò che era costretto ad assentarsi per breve tempo, scusandosi perché avremmo dovuto proseguire la visita della città senza il suo ausilio. Ci raccomandò comunque di non allontanarci troppo dalle strade che stavamo percorrendo e che dovevano costituire il centro dell’abitato. Per la nostra sicurezza, comunque, i nostri movimenti sarebbero stati sempre monitorati. Questo ci disse, prima di fuggire in fretta.

Trovandoci soli, stranamente liberi di avventurarci nel mondo sconosciuto, cominciammo a camminare, andando oltre quel viale che sembrava finto, con la segreta speranza di trovare qualcosa di meno contemporaneo, un manufatto storico che presentasse un qualche segno di autenticità, un qualche legame con la vita e la cultura originaria di quella terra. Nulla però appariva che non riflettesse la cultura nuova che ormai dominava il paese.

Vedemmo una piazza in cui sorgevano palazzi perlacei, quasi grattacieli, che nascondevano pezzi di cielo. Andammo sempre dritti, per non perderci, verso l’oriente. In quella parte della città circolavano poche persone, dall’aspetto svagato, che pareva non notessero niente e nessuno. Avevamo percorso circa un chilometro quando l’angelo cadde.
Era una figura bianca, che apparve all’improvviso, mentre guardavo in alto. Anche Dario la vide precipitare e rimase stupito nel capire che quell’immagine eterea non era un gioco, un aquilone, ma un corpo che precipitava e che crollò, spezzandosi, sul marciapiede levigato di quel luogo razionalmente perfetto.
Non rimase a lungo scoperto, quel corpo, perché subito dopo un gruppo di persone in divisa accorse e lo ricoprì con un telone che lo nascondeva completamente agli sguardi.
Ricordo ancora, quando mi accade di trascorrere una notte in dormiveglia, quel volo, quell’ampio calare di teli bianchi, lungo le muraglie lisce del palazzo, troppo veloce per essere la discesa di un ammasso di stoffe agitate dal vento.
Avrei voluto avvicinarmi, scoprire cosa era effettivamente precipitato, sulla dura superficie di quella strada, vedere se quel qualcosa era un essere di carne e sangue oppure qualcos’altro, una di quelle creazioni ibride che ormai parevano identiche agli esseri umani generati con metodi naturali.
Gli uomini in divisa avevano creato una barriera, mettendo insieme i veicoli che velocemente erano sopraggiunti, dopo la segnalazione di quello strano volo. Nulla pertanto si poteva capire dell’accaduto.
Guardai in alto e vidi un cielo di sabbia e calcina. Pareva che anche l’azzurro naturale fosse stato sostituito da una volta sintetica, e forse era proprio così. Nulla in quella città artificiale sembrava essere lasciata al caso, ai capricci della natura.

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Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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5 risposte a Futuria 3

  1. wolfghost ha detto:

    E infatti sembra uno scenario da incubo piuttosto che da sogno 🙂
    Conosco persone che credono ancora che lo sviluppo dell’informatica e di tutto ciò che gli ruota attorno libererà l’uomo dalla ripetitività lasciandogli spazio per la creatività, cosa che, si credeva, fosse preclusa ai computer (termine desueto, ma in questo momento non mi viene in mente termine più appropriato… “programmi”, forse? 🙂 ). L’avvento dell’intelligenza artificiale e dei processi di machine learning sta togliendo anche questa barriera che, se da un lato accelera il progresso, dall’altro toglie una delle poche illusorie certezze che erano rimaste 🙂
    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      Chissà cosa comporterà lo sviluppo dei computer quantistici, con il loro modo non sequenziale di affrontare i problemi. Si affermerà un modello di pensiero diverso, non più umano, ma ancora differente da quello delle macchine tradizionali?. Vorrei proprio vedere come va a finire, solo che il mio corpo (e con lui la mia coscienza) tra breve si dissolverà. Nel frattempo vedo gli uomini, sul web, in tv, sui giornali e nella vita che si accapigliano, sempre alla ricerca di un nemico da odiare e sempre più incapaci di risolvere problemi che probabilmente l’uomo non è in grado di risolvere. Una volta li risolveva qualcun altro per noi, magari con qualche diluvio universale o con qualche asteroide impazzito.

  2. E’ alienante e mi spiace per quell’angelo che, sicuramente è caduto per un motivo ingiusto… un angelo non può morire per un buon motivo, perlomeno non per un motivo sufficientemente valido, ecco. I luoghi che non danno possibilità di scelta mi stanno stretti… questo posto comincia ad assumere un aspetto claustrofobico… comodo, ma claustrofobico.

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