Futuria 4

Non ci volle molto perché Nahim, liberatosi dai suoi urgenti impegni, ci raggiungesse: il suo viso era cupo.
«È stato un suicidio» disse: «una donna».
«Umana?»
«Sì, certo; i cyborg non si uccidono, non uccidono nessuno, neanche se stessi».
Si vedeva che qualcosa, nei perfetti ingranaggi di quel mondo, non aveva funzionato. Nahim dovette scusarsi per l’inconveniente. Secondo lui si trattava comunque di casi rarissimi.
«Mi dispiace che abbiate dovuto assistere a un evento spiacevole e violento come questo» fece. «Come vi ho già detto, può accadere che persone mentalmente disturbate non apprezzino la meravigliosa organizzazione di questa nostra città. Non tutti sono preparati alla felicità derivante dall’otium».
Mi colpì l’uso di di un termine latino e di un concetto caratteristico di un’antica visione della vita, un modo di pensare che in quella nuova civiltà era tornato in auge e si era affermato.
«È difficile per gli uomini del nostro tempo pensare di poter vivere senza lavorare o di lavorare per puro piacere, senza guadagnare denaro».
Non sapevamo cosa rispondere. Non avevamo esperienza di una totale rivoluzione delle prospettive umane come quella che ci era presentata. Forse sarebbe stato piacevole, per un po’, ma poi chi ci garantiva che la noia e la demotivazione non sarebbero divenute dominanti e non ci avrebbero trascinato in un’oscura palude di follia e crudeltà?
«Spero che questo deplorabile incidente non vi abbia tolto l’appetito» disse la nostra guida «perché vorrei invitarvi nel nostro ristorante più moderno, dove potrete assaggiare le specialità di questo nuovo mondo».
Lo seguimmo con un certo entusiasmo, perché le nostre recenti esperienze di natura culinaria non erano state esaltanti.
«La nostra cucina è costituita in larga misura da prodotti di sintesi, ma utilizza anche prodotti naturali, meno convenzionali e certamente poco usati in Occidente, come le proteine animali derivate degli insetti o gli estratti di vegetali ritenuti non commestibili. La nostra idea è servirci, a scopo nutritivo, di tutto quello che è possibile, pensando a un’umanità sempre più ampia e con sempre minori risorse».
«E’ un po’ quello che abbiamo fatto noi nel deserto, quando le nostre scorte stavano per terminare».
«Esatto. Solo che forse non avete pensato a tutto quello che era possibile consumare. Vi siete rivolti solo ai vegetali, ma non avete preso in considerazione il mondo animale».
«Forse non lo conosciamo abbastanza» intervenne Dario. Non voleva raccontare che anche noi avevamo fatto ricorso, per necessità, a quel regno della natura, ma che non ne eravamo entusiasti per niente.
«Non sembra, ma c’è tanto da mangiare, anche nel deserto».

Il ristorante era un grande cubo pallido, cui si accedeva attraverso un’apertura Una voce salutava e recitava Buon appetito in una decina di lingue diverse
Le specialità della casa erano preparate ovviamente da un cuoco robotico e arrivavano direttamente sul tavolo dei clienti. Il nostro piatto, scelto da Nahim, era costituito da una sorta di vassoio a scomparti. Nulla aveva l’aspetto di una pietanza tradizionale, europea o asiatica che fosse. Negli scomparti apparvero invece diversi parallelepipedi che parevano tavolette e alcuni mazzetti di fili vegetali, I colori erano vari, dal giallo senape al verde pisello, ma le forme erano quelle di un tofu o di un ciuffetto di fili d’erba. C’erano anche dei bastoncini che parevano bretzel, ma che sicuramente non erano fatti di pane. L’odore forte e dolciastro che si inalzava dal contenitore di delizie era quello del cibo orientale, ma con un sentore di artificiale che lo rendeva decisamente meno attraente.
Mangiammo alcune tavolette e masticammo un po’ di fili verdi o biancastri, senza comprendere l’aria di beatitudine che pareva emanare dal viso del nostro cicerone. Sicuramente le pietanze erano commestibili e riempivano lo stomaco, ma purtroppo le nostre esperienze gastronomiche ci ricordavano che esistevano ristoranti migliori, in varie parti del globo.
Le nostre espressioni non dovevano comunicare un eccessivo entusiasmo, perché Nahim osservò, poco prima della fine del pasto: «Certamente avrete fatto una migliore colazione in un ristorante consigliato da un manuale, quelli che attribuiscono punteggi a forma di stella, ma bisogna ammettere che questo cibo non è male, se si considera che utilizza scarti alimentari animali e vegetali e che gran parte delle farine utilizzate proviene da bachi, coleotteri e altri tipi d’insetti».
«Ah sì?» fece Dario «non me lo sarei mai immaginato. A volte si mangia peggio in trattoria».
Mentiva spudoratamente, ma non voleva apparire scortese nei confronti della nostra guida.
Quanto a me, avevo l’impressione che migliaia di zampette entomiche si muovessero nel mio stomaco e ne ricavavo una sensazione di profondo disgusto.
Dopo la sperimentazione delle novità culinarie del luogo, Nahim ci offrì un digestivo che (ci assicurò) non era stasto ricavato da bave di bruco o di lumaca, ma da semplici piante commestibili. Aveva un gusto dolcetto e una consistenza leggermente viscida, ma non aveva un cattivo sapore. Anzi dovetti confessare a me stesso che quell’elisir riusciva addirittura a placare l’agitarsi scomposto delle immaginarie zampette che tormentavano il mio apparato digestivo.
Terminato il pranzo, la nostra guida ci accompagnò in una sorta di albergo, dove ci erano state riservate due stanze, molto sobrie, ma provviste di numerosi aggeggi e minuscole consolle, che probabilmente consentivano di entrare in un mondo di avanzatissima tecnologia. C’erano foglietti d’istruzioni in tutti i cassetti, compilate in svariate lingue, e schermi e lastre dovunque. In un altro momento mi sarei lasciato affascinare da quei fantastici device e avrei sperimentato con piacere l’innovazione che pervadeva quel mondo, ma dopo la caduta della donna-angelo e soprattutto dopo l’inquietante esperienza del cibo di nuova generazione, cominciavo ad aver paura della realtà di Futuria e mi sorpresi a pensare con tenerezza e con una sorta di rimpianto alla nostra vecchia imperfetta realtà, ai nostri sogni e alle nostre contraddizioni.
Poi cominciai a sentirmi a disagio. Era come se qualcosa pulsasse, nel mobilio e nelle pareti, in quel lucido e perfetto dosaggio di colori e di forme armoniche. Non ero solo nella stanza.
Chiamai Dario e lo pregai di non parlare. Avevo un taccuino e una matita e gli feci leggere quello che scrivevo.
La stanza ci osservava.
Dario sorrise, come se avessi scherzato. Poi rispose con lo stesso sistema, utilizzando un linguaggio cifrato che avevamo inventato per gioco, tanti anni prima.
“Ho avuto anch’io quest’impressione”, raccontavano i suoi segni. “Partiamo stanotte, alle due”.
Speravo ardentemente che la nostra macchina si trovasse ancora parcheggiata là dove l’avevamo lasciata. Era chiusa a chiave e pensavamo che nessuno l’avesse spostata. Il governo di Futuria non aveva necessità di compiere qualcosa che potessimo interpretare come un atto ostile.
Se ci avessero bloccati prima di raggiungere l’auto, potevamo sempre sostenere che avevamo bisogno di prendere oggetti lasciati nel veicolo. Avremmo trovato poi un altro sistema per fuggire dalla città.
Scrissi al mio amico di bruciare il foglio, per maggior sicurezza, e così ci lasciammo, fingendo di andare a dormire.
Poco prima delle due del mattino, Dario entrò nella mia stanza.
«Non ho sonno» disse.
«Perché non usciamo a fare una passeggiata?»
«Va bene: ne approfitto per andare in macchina a prendere il pc».
«È vero, ce ne siamo dimenticati. Ho tutti gli appunti là dentro».
Ogni parola era calibrata, studiata per rassicurare cimici e fotocamere. Infatti ripercorremmo la strada che ci aveva portato nel centro di Futuria. Attraversammo la grande piazza, ritrovammo l’auto nel parcheggio in cui l’avevamo lasciata e la mettemmo in moto. C’era ancora carburante e avevamo anche una riserva di combustibile nel bagagliaio. Si poteva partire.
Stranamente, nessuno ci corse dietro, nessun veicolo c’inseguì. Forse avevano ordine di non intervenire, con quelli che non facevano ancora parte della loro realtà.

(La fine nella prossima puntata)

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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4 risposte a Futuria 4

  1. Beh, è un sollievo! MI piace sempre meno Futuria, forse perché a me piacciono le lasagne, anche troppo! MI stupisce il fatto che sia contemplata la possibilità di parlare più lingue! Sapevo che l’angelo non poteva essere morto per un buon motivo; ma per un’essere umano è diverso… a Futuria, beh… c’era da aspettarselo, la città stessa è un buon motivo, forse.

    • guido mura ha detto:

      Tante lingue perché si vuole coinvolgere gente di tutto il mondo. D’altra parte in futuro lo sviluppo dei traduttori simultanei forse non renderà più necessaria l’unificazione dei linguaggi.

      • …ma è più probabile che si utilizzerà un’unica lingua per fare tutto ciò che implica un’interazione sociale a distanza e che quindi tutti impareranno a parlare quella… e fine di tutte le altre lingue 😦

  2. guido mura ha detto:

    Non lo so. Certo che quando si è cercato di creare una lingua universale i risultati sono stati deludenti. Si sono sottovalutati gli aspetti estetici del linguaggio. L’esperanto era razionale, ma decisamente brutto come linguaggio. I linguaggi naturali rispettano le aspettative estetiche del parlante, ma spesso hanno caratteristiche che ne rendono complicato l’uso. L’inglese, che si è affermato come lingua internazionale, presenta alcune forme poco intuitive e una pronuncia oscillante in maniera eccessiva. Italiano e spagnolo sono chiari nella pronuncia, ma complicati nella grammatica, troppo carichi di regole ed eccezioni. Tedesco e russo continuano addirittura l’uso indoeuropeo dei casi. Arabo e lingue orientali sono improponibili, a partire dagli alfabeti.

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