Dormiveglia – Parte 1

Da Viaggi impossibili

Ho paura del dormiveglia, delle strane cose che possono succedere in quello spazio inquieto che si stende tra il reale e l’immaginario. Il tempo sembra interrompersi, la logica cambia: tutto si spezza e si ricompone in modo imprevedibile. In quello spazio mi pare di aver viaggiato, più volte, e forse continuo a viaggiare, tra la speranza e la paura, mentre tutto si forma e si fonde, o improvvisamente svapora.
Mi capita quindi di svegliarmi con un timore, sempre diverso, ma molto reale. Una volta, non molto tempo fa, temevo di non aver chiuso la porta, la notte prima, e per questo mi sono alzato alle prime luci dell’alba e sono andato a controllare.
Controllai dunque la chiusura dell’ingresso, scoprendo con grande preoccupazione che la porta era rimasta aperta; ma la richiusi immediatamente, terrorizzato. Nel pianerottolo c’era un uomo con una tuta bianca, alto più di due metri. Non stava vicino alla porta, ma si capiva che cercava qualcosa. Visto che il mio portone si era aperto, sia pure per un attimo, il gigante si attaccò al campanello.

All’inizio attese un po’, poi divenne insistente, alla fine fastidioso. Non ottenendo la riapertura dell’uscio, incominciò a parlare.
«Siamo venuti per portar via il corpo» tuonava l’uomo in bianco con voce stentorea, dal timbro perfetto, quasi innaturale.
«Quale corpo? Qui non abbiamo corpi da trasportare».
«Quello di sua moglie» spiegò il tizio da dietro la porta.
«Ma se sta dormendo!»
«Non sta dormendo, vada a controllare».

Tornai in camera e chiamai Rossana, ma lei non rispose. Mi avvicinai e la trovai abbandonata sul letto, troppo abbandonata per essere semplicemente addormentata. Un filo di saliva le scendeva dall’angolo della bocca. Il petto era immobile. Non c’era alcun dubbio: non respirava. Cercai di scuoterla, ma non reagì. Sembrava veramente che la vita l’avesse abbandonata, lasciando un’effigie ancora morbida e dolce, morbida e dolce come lei sapeva essere talvolta, come lei era stata. Non potevo più opporre argomentazioni o tergiversare. L’uomo in bianco aveva ragione e non avevo nessun motivo per non fargli svolgere il suo lavoro, per cui alla fine aprii la porta. Entrò, accompagnato da un altro tizio che non avevo visto prima. Anche lui indossava una tuta candida.

«Non si rallegri troppo, perché domani torniamo a prendere lei» disse il secondo uomo.
«Non è possibile: io sto benissimo».
«Anche sua moglie stava benissimo, ma noi sappiamo sempre tutto. Sappiamo quando il tempo è finito».

Sollevarono Rossana come fosse un fuscello e la misero in una specie di barella.

«Ora la portiamo giù» fece il primo uomo.

Il materasso rimase vuoto, immenso e spoglio, infinitamente spoglio.
Avevo comprato quel materasso unico a due piazze perché pensavo che i miei rapporti con Rossana potessero tornare a essere quelli di una volta. Invece, quando l’amore è finito, anche il semplice immaginare un rapporto diviene impensabile. No, per carità: il coito, la penetrazione sono azioni che senza desiderio risultano improponibili. Perché entrare con una tua appendice in un altro corpo, se il piacere derivante dallo sfregamento può essere generato anche manualmente, senza coinvolgere un’altra persona, che forse prova disgusto nel sentirsi umida, sulla pelle e dentro la pelle, perché obbligarla a vivere momenti sgradevoli e perché obbligare te stesso a utilizzare quel corpo come oggetto di piacere, perché insudiciarlo, deturparlo, contaminarlo con le tue viscide emissioni?
Ora anche le ipotesi di ripresa di un’azione interrotta da tempo erano state spazzate via dal destino. Tutto si era concluso.
Era quella la realtà? Dovevo cercare una via di fuga. Mi ero vestito, sostituendo il pigiama con un pantalone e una camicia. Non usavo quasi mai le t-shirt: mi facevano sudare. Ora ero pronto a scendere, con la mia solita maschera, quella che gli altri erano abituati a vedere.

Presi l’ascensore e arrivai al giardino condominiale. Guardai fuori. Era la realtà quella che vedevo? Mi sembrava piuttosto un’immagine osservata in uno specchio, troppo vivida e luminosa per essere vera: una rappresentazione, uno spettacolo che qualcuno aveva costruito per me, per farmi credere che tutto quello che appariva fosse vero. Le cose avevano una perfetta coerenza, obbedivano a una logica, non potevano mutare a piacimento. Tutto sembrava credibile: le nuvole, il cielo, i palazzi, gli alberi, l’erba, le zanzare che attaccavano come pattuglie di aerei da caccia, che atterravano affamate sulla pelle del viso, in pieno giorno. Cercai di muovermi, di allontanarle dal mio corpo, ma qualcuna pareva essersi affezionata e non voleva staccarsi. Fui costretto a schiacciarle: con certi esseri non ci sono soluzioni alternative a quelle più semplici e definitive.

Stavo lì a combattere quando arrivò la custode, che era una donna dal colore olivastro, con due enormi borse sotto gli occhi. Aveva un nome straniero complicato e impronunciabile, per cui si faceva chiamare Francesca.

«Devo scendere nei sotterranei» le dissi.>
Non so se posso farla andare» obiettò imbarazzata, mentre io mi ero già spostato avanti, in cerca del passaggio.

Si aggiustò la veste incolore, poi mi seguì. Vide che non intendevo rinunciare al mio viaggio e mi avvisò:
«Stia attento: è pericoloso. Lì sotto succede di tutto».
Non le risposi. Sapevo che era più pericoloso per me restare immobile in casa, in attesa.

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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3 risposte a Dormiveglia – Parte 1

  1. Anch’io in attesa del seguito 🙂

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