Dormiveglia – Parte 2

creature antropomorfe su sfondo viola

Attraversai la soglia di una porta scura e percorsi un lungo corridoio, calpestando una superficie di cemento, umida e scivolosa.

Alla fine mi trovai in una stanza enorme e chiara con pareti formate da tubi metallici che parevano canne d’organo. C’era infatti la tastiera di un organo in quel luogo e improvvisamente se ne avvertì il suono. Come spuntato dal nulla un uomo vestito di bianco maltrattava quella tastiera, ricavandone suoni fumosi o gnaulanti. Mi parve di riconoscere l’uomo che aveva portato via Rossana, il gigante dalla tuta bianca.

«Non puoi fuggire» disse «ti tengo d’occhio». Chissà perché, non gli volevo credere, non potevo credere, non sapevo credere. Il nostro cervello è predisposto per l’immortalità, che prima o poi in chissà quale forma otterremo. Non possiamo pensare, nemmeno ipotizzare, di scomparire per sempre nel nulla: è contrario alla nostra logica, alla nostra cultura. Ci siamo persino immaginati un aldilà, con premi e punizioni, un dopo gara, un dopolavoro.

Lasciai lì l’organista e imboccai un nuovo corridoio. Questo era lastricato con piastrelle nere e bianche, che luccicavano riflettendo lumi che si scorgevano in lontananza.

Sentivo un rumore di fondo, come di un flusso continuo, come se un liquido si muovesse all’interno dei muri, sotto le pietre, sotto i lastroni di calcestruzzo del soffitto.

Tutto, anche ciò che nella nostra comune esistenza pare immobile, è invece la sintesi di movimenti che non hanno tregua.

Il corridoio terminava in uno spazio che pareva non avesse limiti. In quello spazio fluttuavano immagini, cose, esseri, animali, persone. Mi sembrò di riconoscere qualcosa o qualcuno: oggetti che avevo posseduto o percepito, persone con cui avevo parlato o per cui avevo provato sentimenti. Era come se le deboli immagini che il ricordo conservava avessero trovato nuovo splendore e tornassero vivide come erano state una volta. Ecco il mio gatto bianco e nero che si riavvicinava e seguiva tutti i passi del padrone e amico. Era un gatto quello che doveva essere stato un cane in una vita precedente, perché da cane si comportava, affettuoso e fedele, buffo e pasticcione.

Tante persone di cui non ricordavo nemmeno il nome: un compagno di stanza dei tempi dell’università, amici, amiche, gente che giaceva in qualche segreta latebra del mio cervello; ragazze con cui mi accompagnavo talvolta, di cui avevo frequentato occasionalmente la casa, con cui avevo immaginato di poter stabilire una relazione, figure che riapparivano come per miracolo.

Una di quelle immagini brillava, quasi avvolta da un’aura: si chiamava Giorgina, ai tempi del liceo.

Le parlai con semplicità, come se non fossi stupito di rivederla, in quello spazio così particolare, così estraneo alla nostra comune esperienza.

«Quante persone scompaiono dalla tua vita, ci hai mai pensato?»

Lei sorrideva: «Io invece sono sempre qua, ma nella mia vita non ci sei, non ci puoi essere. Non era destino».

«Sono stato sempre ossessionato dalle assenze, da chi scompariva dall’orizzonte, per non tornare più».

Lei continuava a sorridere, lieve come un sogno.

«E ora mi dicono che dovrei essere io a scomparire, a uscire dalla vita degli altri».

«Prima o poi capita a tutti, lo sai. Non è così terribile. Il tempo si dissolve, sciogliendosi come un orologio di Mirò».

Il suo volto era sereno e io mi sentivo sprofondare in un abisso di dolcezza.
Mi succedeva anche con Rossana qualche volta. Avrei voluto dirglielo, ma non sapevo come. Non riuscivo a trovare le parole adatte. Come si fa a descrivere una sensazione, un moto dell’animo che non si comprende nemmeno completamente, in ogni sua sfumatura? Nel parlarne si corre il rischio di ridurre e travisare, di manifestare qualcosa di completamente alieno da quello che si vorrebbe esprimere. Spesso le parole non corrispondono al pensiero reale, per un nostro difetto, per una nostra incapacità o inadeguatezza.

«È vero che sto per morire?» chiesi.

«Morire? Che parola forte, definitiva, spaventosa! C’è un momento in cui la materia si deve dissolvere. Le cellule invecchiano e devono essere sostituite, solo che a poco a poco la capacità di ricostituire nuove cellule viene meno. Le informazioni cominciano a uscire dal corpo, scivolano fuori dai limiti della struttura che le ospita e che le aiuta a svilupparsi. Quando il corpo non è più in grado di sostenerle, si riassemblano nello spazio con gli altri arcimilioni di miliardi di particelle che veicolano informazione e ricostituiscono l’unità da cui hanno tratto origine. Si crea una coscienza unica, che si autocontempla nella sua consapevolezza. Cessa l’agitazione delle particelle, cessa l’insoddisfazione, la ricerca affannosa di una realizzazione: si è raggiunto finalmente l’equilibrio. Comunque, per adesso, non ti preoccupare. Ti hanno concesso ancora del tempo. Puoi tornare nel tuo mondo».

Poi un periodo di vuoto, anzi di assenza di luce.
Immagini scorrono, si ripetono, con poche variazioni. Foto caricate sul web. Uomini e donne che vanno nudi in bicicletta. Corpi dipinti che paiono ricoperti di stoffe inesistenti. Ragazzine che fanno smorfie davanti alla macchina digitale o che simulano rapporti lesbici. Ragazze scalze che camminano sui binari del treno. Donne che mostrano l’indice disteso: fuck you. Segni con le dita di ragazzi e ragazze, bambini o giovani adulti, simboli che non tutti conoscono, che forse fanno riferimento a significati segreti coltivati in ambienti chiusi. Modelle con la bocca ricoperta da una farfalla. Gruppi di giovani immortalati nel salto, immersi nell’aria, liberi nello spazio. Cani, cani in tutte le pose, gatti, animali assonnati che brucano.

«Oh, finalmente ti sei svegliato» dice una donna, mia moglie. La intravedo a malapena, in controluce, ma è proprio lei ed è viva.
Sono a letto, in un letto candido, in un ospedale silente, collegato da sonde e tubi a macchine elettroniche che non posso vedere, collocate in alto, dietro di me.
Un uomo con un camice bianco, un medico gigantesco lancia un mezzo sorriso e dice: «Per questa volta ce l’abbiamo fatta».
Tante altre persone arrivano, alla spicciolata, si congratulano per la buona riuscita del mio viaggio.
«Come si sta dall’altra parte?» chiede uno, forse un conoscente, che nemmeno ricordo chi sia.

E così, dopo qualche giorno, torno a casa, dove tutto sembra essere come prima, ma non proprio tutto.
Il gigante vestito di bianco lo ritrovo alla visita di controllo, in ospedale.

«La trovo bene» fa lui «le è piaciuto il suo viaggio?»
«È stato interessante» rispondo.
«E tutto è tornato come prima?»< mi chiede.
«Quasi tutto. Non capisco però perché i fiori, che prima si aprivano solamente in pieno sole, per accartocciarsi al tramonto, ora li trovo già spalancati all’alba, quando mi sveglio, e talvolta rimangono aperti anche quando il sole è tramontato da un pezzo. È come se le regole non valessero per sempre».

«Non si preoccupi» dice lui succede sempre così, e avviene in maniera sempre diversa per ciascuno. La vita è piena di mutamenti, discrepanze, qualche volta inavvertibili. Non tutti se ne rendono conto. Lei invece è sulla buona strada. Comincia a capire che la realtà è solo rappresentazione».

(Fine)

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
Questa voce è stata pubblicata in racconti e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Dormiveglia – Parte 2

  1. Pietro ha detto:

    Non male davvero. Il finale però non mi è parso all’altezza di tutto il resto. Qua e là toglierei alcune parti inutili per rendere la lettura più fluida ma nel complesso è un bel racconto. Bravo.

    • guido mura ha detto:

      Considera che questo, come tanti altri miei racconti, è stato riversato sul web così come è venuto, con tanta spontaneità. Tutto quello che appare sul mio blog è una prima stesura e non so se ci sarà mai una seconda stesura, elaborata con un editor di una buona casa editrice. Il mio incontro scontro con una editor mi ha convinto a rivedere e a rielaborare (e rovesciare) il mio unico vero romanzo (o non-romanzo), La casa dove gli angeli cantano, che poi non è stato nemmeno pubblicato e che ho temporaneamente depositato presso Ilmiolibro, che come sappiamo è una piattaforma di selfpublishing e a vendere un libro non ci prova nemmeno. Di narrativa pubblicata, non considerando il rifacimento dei testi per un vecchio libro-strenna di SugarCo, ci sono solo i due libri di argomento fantastico per la Collana Nuove Luci di Amande e la piccola sperimentazione natalizia con Streetlib, non so però con quali esiti, dato che nessuno ne parla. Il resto è ancora in ebook, per cui non conta molto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...