Baia di Dio – 2

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A dire il vero, io stesso vivevo da qualche tempo una sensazione di attesa, la percezione e insieme il desiderio autodistruttivo di un’apocalisse inevitabile, che avrebbe ripulito il mondo dalle scorie con cui, per la nostra impurità e malvagità, avevamo deturpato la natura.
La riunione si aprì con una conferenza del professor K, famoso kabbalista dalla bianca barba, che cercò di convincere l’uditorio della necessità di mettersi in viaggio verso una località protetta. Qualcosa di spaventoso stava per rovesciarsi sul mondo. Già se ne potevano scorgere le avvisaglie nella rivolta del nostro pianeta contro il cieco egoismo degli uomini. Bisognava allontanarsi dalla collettività violenta e individualista per creare una nuova e più coesa unità, che si sarebbe sviluppata in una dimensione diversa, in uno spazio alternativo riscoperto, dopo millenni di percezione assente o limitata. Non capivo bene a quale dimensione o realtà K facesse riferimento. Molto chiaro era invece il pericolo legato alla permanenza nella nostra misera e disprezzabile realtà. Migliaia di antichi organismi si erano risvegliati a causa dello scioglimento dei ghiacci e alcuni, viaggiando nell’atmosfera, avevano già raggiunto le terre abitate. Una misteriosa malattia stava per diffondersi, un morbo contagioso che avrebbe utilizzato le particelle di pulviscolo denso e inquinato dalla combustione di idrocarburi per raggiungere gli esseri umani, che si sarebbe moltiplicato all’interno dei loro organi e che poi, col respiro, avrebbe attaccato un numero sempre crescente di uomini, ai quali avrebbe sottratto l’aria: un specie di attacco alieno, insomma, degno di una storia di fantascienza, ma proveniente dagli stessi abissi della Terra.
Bisognava trovare uno spazio nuovo e sicuro, dove l’infezione non potesse arrivare. Per raggiungerlo era necessario partire immediatamente, prima che il nemico ci raggiungesse. K indicò uno spazio, prima celato da una parete fittizia, in cui si raccoglievano gli strumenti della salvezza.
C’erano grandi barche, simili a canoe, ma di enormi dimensioni. Ci accomodammo in una di quelle. Dopo una decina di minuti i natanti partirono, scivolando in un canale che ben presto si aprì alla vista del cielo. Era un vero e proprio fiume, di cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Il corso d’acqua serpeggiava tra rive dipinte di verde. Imboccammo un’ansa, dirigendoci verso un cielo violento, osservati da sciami di nuvole tortili e inquiete. Campagne mai viste si palesavano, costellate di case ingiallite, con le appendici che proteggevano i cas di fieno, utilizzati ogni anno per le necessità dei bovini.
Il viaggio fu lungo e il percorso tortuoso. Il fiume, più che fluire in un lungo rettilineo, serpeggiava, dividendosi in ramificazioni intricate e selvose, per poi ritrovare specchi più ampi e sereni. Si fece notte e decidemmo di fermarci su una riva, per attendere il chiarore di un nuovo giorno. Si accesero fuochi e molti, dopo una cena frugale, danzarono cantando antiche musiche popolari.
Dopo un breve sonno e molti strani sogni, si riprese a viaggiare alle prime luci dell’alba.
Il fiume rallentava la pendenza e finalmente in pieno sole apparve un panorama che non avrei mai immaginato di vedere fuori da una visione onirica.
Da lontano il posto pareva ameno e incantevole. Era una baia con varie alture tappezzate di costruzioni chiare e grandi, con ampie scalinate. Qua e là, tra le costruzioni si ergevano strutture che sembravano chiese o sinagoghe, in pietre più scure dal colore caldo. Quando fummo più vicini però i palazzi luminosi si rivelarono casermoni in stile moderno, in cui l’intonaco chiaro era in gran parte scrostato.
La nostra guida, un altro barbuto kabbalista, fece dirigere le barche verso un piccolo molo. Là si poteva accostare e ormeggiare senza pericolo alle bitte rugginose.
Scendemmo e camminando sui lastroni di granito chiaro raggiungemmo una banchina allagata di luce. Da questa sobria e limpida base procedeva una sorta di lungolago terroso, sul quale si affacciavano le abitazioni, di sapore novecentesco, con grandi finestre rettangolari dalle cornici in cemento, ma prive di balconi.
La cosa più sconvolgente era che non si vedeva nessuno, né per le strade, né alle finestre delle case. Nemmeno le chiese (se di chiese si trattava) parevano frequentate da esseri umani. Anzi, dappertutto, apparivano animali selvatici o uccelli, che zampettavano o svolazzavano senza timore, come se il territorio fosse stato lasciato libero dalla presenza degli uomini.
«Sono già andati via» disse la guida.
«Dove?»
«Verso l’unificazione. La terra non è più abitabile. Bisogna andare oltre, in uno spazio alternativo, dove il pensiero potrà creare un’altra realtà, libera e pulita. Qui non c’è più posto per gli esseri umani».
Inutile chiedere di più. I nostri barbuti filosofi parlavano sempre della necessità di liberarsi dalla stretta mortale dell’individualismo per raggiungere un’unità di genere, in cui le singole coscienze avrebbero formato una coscienza unica e immortale. Non pensavo però che questo si potesse realizzare fisicamente nella nostra realtà terrena. Confesso che la cosa un po’ mi terrorizzava. I visi dei nostri compagni di viaggio sembravano coinvolti invece da un’esaltazione estatica, da una fissità nello sguardo trasognato che faceva presumere che qualcosa sarebbe potuto accadere, che quell’esortazione, che pareva limitata all’ambito filosofico, potesse preludere a una vera trasformazione.

«Chissà cosa c’è oltre la baia?»
Guardai avanti a me. Il fiume sembrava scomparire in un cupo grigiore immerlettato di brume biancastre.
«Forse non c’è che il nulla».
Con uno sforzo d’immaginazione potevano indovinarsi al di là dell’acqua sagome imprecise, archi di tensioni irrisolte. Forse era lì che il nostro destino si sarebbe compiuto. Bisognava liberarsi dai timori, privilegiare il desiderio di conoscenza e la fame d’avventura.
«Proviamo. Andiamo a vedere».
Risalimmo sulla canoa, io e Rebecca, da soli, e ci muovemmo lentamente, verso l’ignoto.

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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4 risposte a Baia di Dio – 2

  1. wolfghost ha detto:

    Bè, dovendo e potendo scegliere sarei ancora più estremo: io, Lady Wolf, i miei animalotti… e un bel posto in mezzo al verde… con intorno il nulla 😛 Le comunità mi hanno sempre allontanato più della folla… 😐
    Come sempre, sei bravissimo a “disegnare” le scene con le parole: sembra davvero di esserci…
    http://www.wolfghost.com

    • guido mura ha detto:

      In quella baia, caro wolf, ci sono stato davvero, anche se solo in sogno, e ti assicuro che era proprio come l’ho descritta. Peccato che durante il sonno non si possano registrare le immagini, non ancora perlomeno. Magari si ricorderebbero altri particolari. L’importante è però scrivere il pezzo subito dopo essersi svegliati, altrimenti poi si perdono troppi elementi.
      Confesso che anch’io adesso andrei a cercarmi un bel posto in mezzo al verde, lontano da questa umanità infetta e confusa.

      • wolfghost ha detto:

        Vero, in effetti segnarsi i sogni appena ci si risveglia è anche un modo di “istruire” la mente a non dimenticarlo. E funziona, un tempo lo facevo…

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