Milva

A noi ragazzi non piaceva Milva. Il suo stile non era legato alla moda del momento e soprattutto la sua immagine era molto diversa dalle figure femminili che ci facevano palpitare. Abituati a sognare le Sylvie Vartan e le Birkin, le Spaak e le Romine, così eteree e raffinate, eravamo disturbati da una figura dal viso sensuale e un po’ proletario, che pareva incarnare l’idea di una bellezza contadina e provinciale, l’erotismo campestre del tempo che fu.
Dal punto di vista musicale, la sua proposta pop,che era l’unica che conoscevamo, sembrava guardare alla tradizione italiana. Il suo canto appariva teatrale e melodrammatico,carico di toni gravi, che contrastavano con i cinguettii delle cantanti che adoravamo.
La sua parlata aveva toni enfatici e avvolgenti, che parevano artefatti e un po’ troppo sopra le righe.
Certamente sembrava più vicina a noi Mina, così carina e cittadina, dalla voce alta e squillante, legata a immagini di modernità e di padanità industriale.
Quando vedemmo che Milva si stava trasformando in un animale teatrale, dedicandosi a un repertorio colto e divenendo musa del mondo della sinistra intellettuale, ci parve come una creazione artificiosa e un po’ pretenziosa, uno strumento di carne, dirozzato da pigmalioni che amavano mostrare il loro potere di rieducazione del popolo.
Non avevamo capito niente.
Solo dopo molti anni, quando ormai la parabola di questa grande artista stava calando, abbiamo cominciato a comprendere il valore di una delle nostre maggiori stelle. Abbiamo capito che la dimensione di Milva non erano le canzonette del pop sanremese, ma il palcoscenico del teatro, che le sue migliori interpretazioni erano legate alle stupende musiche di Kurt Weill, alla rivisitazione del tango di Piazzolla, al teatro musicale di Berio, al mondo della canzone tedesca o francese. Poche realizzazioni di qualità della Milva matura sono filtrate attraverso le maglie della censura livellante della scena pop: La rossa di Jannacci e Alexanderplatz di Battiato-Cohen-Giusto Pio. E’ stata soprattutto quest’ultima interpretazione, di una musica perfetta per le qualità canore e sceniche della cantante, a rappacificare la nostra generazione con l’idea banale e stereotipata che avevamo di Milva. Il brano era infatti modernissimo e ricco di un pathos minimalista, così diverso da quello a cui ci avevano abituati i brani sanremesi, così fuori moda: gelido e vibrante, inatteso, bellissimo. Insomma, forse questa era la vera Milva, quella che aveva infiammato i palcoscenici internazionali, quella che noi, i soliti italiani, non eravamo riusciti a comprendere.

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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