Biglietto – parte 2

La mia compagna non poteva trattenersi ad ammirare la piazza. «Devo comprare un biglietto».«Ma qua non trova un’edicola di certo. Mi dispiace. Prenderò il mezzo da sola».

Sorrideva, con la bocca di un rosso squillante, quasi da donna vampiro, sul viso che appariva pallido, nell’aria frizzante del meriggio ventoso. «Non ne ho un altro, altrimenti glielo offrirei».Sembrava sincera, nel dispiacersi per l’interruzione di quella conoscenza imprevista.

«Ora devo proprio andare».

Restò un attimo a guardarmi, poi si voltò e si mosse: ancheggiava in modo divino: gonna stretta e gambe perfette. Peccato! Un’altra delle tante donne che non avrei mai avuto, per le bizzarrie del destino.

Così, senza biglietto, rimasi nella piazza. Le macchine passavano, lente e circospette, nel tentativo di evitare i numerosi passanti che attraversavano sulle strisce pedonali. Una vasta area, nella parte superiore, era destinata ai pedoni. Vi avevano collocato sedie e tavolini diversi bar, che si affacciavano sui giardinetti pubblici, in realtà poco più che aiuole. I bambini vi giocavano, mentre alcuni grassi piccioni caracollavano tutti tronfi e variopinti, pizzicando col becco i resti dei coni gelato. Pensai, dato che mi trovavo lì, di pranzare con un gelato, senza perdere tempo a cercare un’edicola per comprare un biglietto e rientrare a casa, tardissimo.

Controllai se il denaro che avevo in tasca fosse sufficiente e mi sedetti a un tavolino, quando una ragazza si avvicinò e mi fissò senza vergogna.

«Mi sa dire dov’è andata mia sorella?» Assomigliava un poco alla donna che mi aveva lasciato lì sulla piazza, ma il viso era più fresco e il naso meno pronunciato.

«Non lo so. Ho visto che prendeva un filobus». «Non capisco dove sia andata. Abitiamo proprio qui vicino».Il tono era perplesso e preoccupato. Si sedette senza che la invitassi.

«Non le do fastidio, vero?»
Sorrise.«Quanti anni mi da?»

Ricordavo che in tempi lontani le ragazze amavano dimostrare più anni di quelli che avevano in realtà. Avevo risposto con sincerità a una ragazzina, che tra l’altro mi piaceva molto, e lei si era abbuiata.

«Venti».

«Ne ho quindici», sorrise.

«Davvero?»

Un cameriere si avvicinò.

«Un affogato al caffè. Lo prendi un gelato?»

«Sì, un affogato al whisky».

Il cameriere scrisse le ordinazioni e tornò nella scura apertura del locale.

«Non dovresti bere whisky».

«Sì, ma lo reggo benissimo».

«Non ti ho chiesto come ti chiami.
«Alina.

Il suo sguardo era di sfida. Guardò verso la strada che scendeva verso il mare e il suo sguardo era molto più verde di quello dello specchio d’acqua, lontano e dal colore tenue, quasi velato da una brumosità diffusa e sottile.

«Lavori su al Castello?»

«Sì in biblioteca».

«Sembra un mondo così lontano, quasi un altro universo».

«Invece tanti salgono da noi, vanno e vengono, ogni giorno».

«Ho dei vecchi libri a casa, posso farteli vedere. Vorrei sapere quanto valgono».

«Certo, quando hai tempo».

«Se vuoi, anche adesso».Nel frattempo erano arrivati gli affogati. Alina si buttò avida sul suo. Le creme si liquefacevano in fretta e lei usava ampiamente la cannuccia. Io gustavo il mio con maggior calma e lo terminai senza concitazione.

Il sole ci sfiorava e accarezzava le gambe di Alina: miracoli indorati da una vita all’aperto, forse dovuti alla bici o al campo da tennis. Ammiravo quella bellezza serena, quella pelle adolescenziale appena adornata da una lieve e dorata lanugine.

«Andiamo, allora?

Si era alzata. L’espressione era quella che avevo spesso ritrovato nelle donne della buona borghesia: un sorriso appena accennato, gli occhi che paiono guardare qualcosa di più elevato e distante; una sorta di generosità con cui concedono la loro amicizia agli adoratori. Avevo già deciso di non ostacolare i piani di quella giovane divinità e di accompagnarla in qualunque avventura o in qualunque azione le fosse utile per trascorrere il suo tempo. Così entrai in quel palazzo e salii a piedi le scale, perché lei aveva stabilito di evitare l’ascensore. Le scale erano comode, ma i gradini consunti e bisognava prestare attenzione, per evitare scivolate e cadute rovinose.

All’altezza del terzo piano, la ragazza imboccò un corridoio che conduceva evidentemente al suo appartamento.

Informazioni su guido mura

Ho svolto varie attività: insegnante precario di lingua e letteratura italiana all'Università, bibliotecario, insegnante d'informatica, fotografo digitale. Ho pubblicato brevi saggi di letteratura e di varia cultura, in vari libri e riviste. Mi diverto a scrivere e pubblicare testi narrativi e poetici; talvolta compongo musica. Attualmente vivo a Milano. Gestisco il blog guidomura.wordpress.com - Ora mi trovate anche su Facebook, LinkedIn, Instagram, Google+, Pinterest e sul mio canale youtube.
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