Strani fatti


lunedì, 25 ottobre 2010

C’è nuovamente qualcosa di strano nell’aria. Ritornano i piccoli fatti inspiegabili che accompagnano i miei momenti di crisi.
Sto per uscire dalla metropolitana, attraverso il tornello e m’incammino verso lo scalone che conduce in superficie. Ho già indossato il giaccone e mi sono ricoperto con il berretto che ho acquistato quest’estate a Portobello. Ho fatto appena due passi e ho sentito un colpetto sulla testa, come se qualcuno avesse toccato il mio cap o qualcosa vi fosse caduto sopra. Mi guardo attorno, ma l’area è stranamente e insolitamente deserta. Sul pavimento nero di gomma antiscivolo non appare nulla, il berretto non reca segni della caduta di calcinacci e il soffitto, nero come il terriccio di una carbonaia, non sembra che stia disgregandosi.
Di pomeriggio vado al market e posteggio la macchina. Ho trovato un posto auto comodo e chiudo a chiave la mia vecchia Brava, anche se il parcheggio è custodito e l’autoveicolo è ormai al di là di qualunque tentazione. Prendo il mio carrello, faccio il solito giro nei due piani del negozio e alla fine ritorno al parcheggio col mio carrello pieno o quasi; cerco l’automobile e mi sembra di trovarla: ha lo stesso colore e lo stesso aspetto, ma non può essere lei. Non può essere la mia macchina, perché la mia era chiusa a chiave, mentre questa ha la portiera solamente accostata. Controllo la targa: è proprio mia quella vecchia auto aperta, ma da chi? Nel parcheggio non c’è anima viva. E poi chi può avere interesse a frugare in un’auto da poveri, dove manifestamente non c’è niente da rubare, nemmeno un navigatore? Confesso di aver avuto paura: magari qualcuno ha messo dentro una bomba! Raccomando l’anima a Dio e al diavolo (non sapendo bene dove andrò a finire) e giro la chiave. La macchina si accende, parte, si muove. La bomba non c’è, ma potrebbe esserci qualche cimice. Forse sto avvicinandomi troppo a qualche forma segreta di conoscenza e qualcuno ha deciso di tenermi sotto controllo. Già, ma io in auto non parlo mica da solo e non mi risulta che le cimici registrino i pensieri.
E ora, alla fine del mattino, perché sogno di essere in viaggio in Sudamerica e di fare un salto più a Nord, in Giamaica? Così mi sembra di ricordare che in Giamaica ci sono già stato. La mia mente suona Kingston Town e lì ho visto tante armi, che però fanno riferimento a qualche altro luogo. I ricordi di quel viaggio immaginario sfumano, mentre torno alla realtà. Già la luce filtra dalla finestra: è domenica mattina e c’è un gran silenzio.
Purtroppo non sono mai stato in Giamaica, ma forse la mia mente comunica in sogno con altre menti che ci sono state: chi saprà mai dire cosa succede veramente nei minuti prima del risveglio, quando la coscienza individuale è assopita e vaga liberamente, assumendo forse ricordi che non le appartengono?

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