Una vita senza rimorsi

lago

Una vita senza rimorsi
di Guido Mura

Se penso alla mia lunga e, tutto sommato, felice esistenza, mi sembra di aver seguito un percorso che io stessa ho contribuito a tracciare.
Lo dico perché non ci siano travisamenti e incomprensioni, perché nessuno possa credere che questo mio resoconto, che nasce solamente da un desiderio di verità, di quella verità che ho dovuto soffocare per tanti anni, provenga invece da chissà quale immaginaria sofferenza interiore.
Quello che ancora oggi mi sembra strano, addirittura assurdo, è che un’azione, una sola azione possa segnare e trasformare una vita, modificarne il destino, indirizzarla in un modo, anziché in un altro.
La mia vita trascorse tranquilla per più di un decennio. I miei non desideravano altri figli e mia madre, soprattutto, si era legata fortemente a me, che a mia volta mi identificavo quasi con lei. Mi accadeva di sognare e mi sembrava di essere lei, di agire con il suo corpo, di portare in giro il suo viso, come se non ci fosse alcuna differenza tra me, la figlia, e lei, la madre.
Poi, improvvisamente, il mondo cambiò. I miei genitori divennero di colpo inquieti ed evasivi. Si capiva che qualcosa doveva preoccuparli; ma non ne parlavano mai, almeno davanti a me.
Molto presto però quel qualcosa divenne evidente e i miei genitori cominciarono a parlare apertamente di un bambino e di una prossima, inattesa nascita.
La mamma era una donna robusta, ma le sue dimensioni parevano adesso smisurate. Era diventata pesante e invadente. Ma quello che più mi infastidiva era la sensazione di lontananza che, per la prima volta, provavo nel guardarla, nel parlarle. Ora lei stava diventando molto diversa da me e sempre più distante. Quell’amore, profondo e irrazionale, che le avevo riservato avvizziva, il calore che ci univa svigoriva e l’estraneo che era dentro di lei già incominciava a risucchiare interesse e attenzioni.
Ricorderò sempre il giorno della nascita, l’agitazione, l’andirivieni, le facce prima indaffarate, poi allegre e infine l’annuncio del lieto evento, la parola “nato”, con quella o finale in cui tutti in fondo speravano, ma che nessuno osava apertamente prima pronunciare. Ricorderò sempre il viso di mio padre, rosso d’allegria e rigonfio d’orgoglio, perché dopo tanti anni finalmente era nato nella sua famiglia un maschio.
È un maschio, questo gridava gioioso al parentado, al telefono, questo ribadiva a tutti quelli che venivano a trovarci, per godere dal vero della vista di quel miracolo.
Il bambino era sano e robusto, con dei grandi occhi a palla; quando cominciò a camminare e a crescere si vide subito che era venuto al mondo per dominare e per possedere: prima di tutto l’affetto, poi gli oggetti, poi ancora i sogni e le preoccupazioni.
Mi accorsi subito di essere passata in secondo piano. Io studiavo, ero disciplinata e obbediente, non creavo problemi. Il piccolo Giacomo al contrario era un problema vivente. Desiderava sempre qualcosa, era prepotente e veniva subito accontentato, perché tutti pensavano a lui, tutti si preoccupavano soltanto di lui.
Anche io, come gli altri, ero per lui una parte di quel mondo esterno che era stato creato per onorarlo e servirlo; e questo, appunto doveva essere il mio compito, tanto più che ero femmina e di tanti anni più grande di lui: ero la sorella maggiore, e si sa che le sorelle maggiori, in famiglia, si occupano dei figli più piccoli.
Non potevo nemmeno lamentarmi di quel piccolo despota perché, poverino, era piccolo e non capiva. Così, ogni giorno aumentava la sua prepotenza e il mio rancore cresceva.
A peggiorare la situazione intervenne la malattia di mia madre.
Improvvisamente incominciò a cadere, senza una ragione. Diceva di sentire una gamba cedere e si trovava di colpo per terra. All’inizio ci scherzava sopra: diceva che era una sbadata e che forse non si accorgeva delle imperfezioni del terreno; ma poi le cadute divennero troppo frequenti per essere casuali. Nessuno si era accorto di un mutamento nelle sue condizioni di salute, che parevano ottime.
A dire il vero, c’era stato qualche piccolo segnale: le sue mani apparivano come scavate, gli occhi tondi sembravano come affossati e irrigiditi, ma solo un eminente specialista avrebbe potuto riconoscere da quella facies i sintomi di una malattia.
Naturalmente, si cercò di capire la causa del fenomeno, ma non era facile. Gli esami, uno dopo l’altro, davano esito negativo: la paziente risultava sana o quanto meno priva di malattie riconoscibili con i consueti mezzi d’indagine. Ma l’illusione era destinata a durare per un tempo molto breve.
Qualcuno alla fine ipotizzò un problema neurologico e propose un’ulteriore indagine, l’elettromiografia, da effettuare presso un centro ospedaliero attrezzato. Si trattava di un’analisi invasiva e dolorosa, che consentiva di valutare se il muscolo della gamba ricevesse correttamente un impulso da parte del sistema nervoso.
Così la verità venne alla luce, finalmente, con una sigla: SLA, cioè sclerosi laterale amiotrofica. La malattia era considerata rara, la prognosi infausta. Strano questo termine di origine latina che si usa in medicina per segnalare una patologia incurabile, anche se in fondo la vita stessa è incurabile e ci condanna a morire, in maniera più o meno lunga e dolorosa! Ebbene, la SLA si comporta proprio come la vita: una parte di te, le cellule nervose (i motoneuroni) della corteccia cerebrale, del tronco encefalico e del midollo spinale, avvizzisce e il corpo inizia inesorabilmente a paralizzarsi, a cominciare dalle braccia o, più raramente, dalle gambe. Alla fine di questa lunga tortura, neanche i muscoli che consentono la respirazione sono più in grado di funzionare e il paziente muore lentamente per asfissia.
Oggi si ricorre alla ventilazione assistita, per contrastare l’insufficienza respiratoria, prolungando artificialmente la vita del malato. Quando mia madre fu colpita, le tecniche di sostegno si limitavano alla fisioterapia e all’utilizzo di vitamine e di enzimi, con cui si tentava di rallentare, in qualche modo, l’avanzare della malattia. Le furono perciò risparmiati il lungo periodo di degenza in centri per malati terminali e la necessaria intubazione. Fui io a curarla e ad accompagnare il suo declino, il suo percorso verso la morte, cercando d’interpretare il muto linguaggio degli occhi, che è l’unica forma di comunicazione che rimane a disposizione di questi pazienti, nella fase conclusiva della loro patologia.

Per non obbligare la mamma a restare chiusa in casa, senza nemmeno la possibilità di prendere un po’ d’aria, mio padre decise di trasferire la famiglia nella casa di campagna, che dava sul lago.
Naturalmente, nessuno si preoccupò dei miei studi, del fatto che fossi obbligata a prendere un pullman alle sei e mezza del mattino per andare a scuola in città.
Giacomo invece non aveva problemi, non aveva ancora iniziato la scuola elementare e pertanto poteva anche vivere sul lago, nella beata incoscienza in cui giacciono i bambini.
Lasciato in campagna libero di scorrazzare e con sempre meno regole da osservare, il bambino cresceva irriverente ed egoista, conscio della sua importanza, in quanto figlio maschio. Sapeva istintivamente che ogni motivo di preoccupazione fornito ai suoi genitori era per lui un punto di forza, faceva sì che il pensiero dei genitori fosse rivolto a lui, che ogni loro emozione fosse requisita da lui, a scapito della sorella, appartenente a un genere che riteneva inferiore, quello delle femmine.
Aveva assimilato molto bene la cultura maschilista del mondo in cui cresceva e la esprimeva in modo beffardo, con quell’istinto di superiorità che in lui sembrava innato, degno discendente di una razza di padroni, sciupafemmine e violentatori. Rideva e m’insultava; si divertiva a mettere le cose in disordine e a sporcare per terra. – Pulisci, sguattera – diceva, con un ghigno insopportabile in un bambino che non aveva ancora superato i cinque anni.

***

Il lago pareva quasi immobile, al mattino. Ogni tanto un brivido lo scuoteva e si formavano piccole onde concentriche, là dove si era buttato a capofitto un uccello o dove un ranocchio inseguiva una piccola preda alata. Non dappertutto era consigliabile fare il bagno: non dove i fusti di tifa colonizzavano la riva o dove si sviluppavano canneti e una fitta comunità di piante palustri emergeva dalla superficie liquida; ma dove le spiaggette sassose si aprivano su distese di acqua trasparente e serena invitando anche i più timorosi a provare il refrigerio di un’immersione.
Era arrivata l’estate e il caldo rendeva angosciose le notti, tormentate dallo stridio degli animali notturni e dal fastidioso ronzio delle zanzare.
Quando tutti ancora dormivano, approfittando delle ore fresche del mattino, lasciavo la casa e il suo cupo torpore per avvicinarmi al lago, percorrevo il breve pontile che conduceva all’interno di quello specchio limpido che rifletteva il cielo ed entravo in acqua, lentamente.
Appena mi abituavo alla temperatura del liquido, molto più fresca di quella della casa e dell’ambiente circostante, mi sembrava di essere perfettamente adeguata a quel mondo e alla sua pacatezza; mi sentivo parte della vita, come i fiori bianchi degli arbusti spinosi e gli uccelli che volteggiavano nel cielo pallido. Ero un animale che dalla terra guardava il cielo, estraneo e distante; ero un essere consapevole della sua dimensione terrestre, condannato a sopportare i condizionamenti della vita sulla terra, senza avvocati né intermediari.
Nessuno mi vedeva. Nessuno poteva sapere quanto la natura mi rendesse forte, quando il dolore fisico che i ciottoli mi provocavano mentre li calpestavo mi aiutava a combattere il dolore interiore, quello della mia personalità cancellata, quello del convivere quotidiano con l’orrore della malattia. Nessuno poteva capire quale e quanto profonda fosse la mia interazione con l’acqua, quell’acqua di lago che pareva aver dato consistenza e colore ai miei occhi, che erano e sono liquidi e mutevoli, di un colore chiaro che s’incupisce, a volte, in un grigio torbido e nebbioso.

Un giorno, forse perché si era alzato il vento e si dormiva meglio di notte, le abitudini della casa subirono un improvviso mutamento e il destino ne approfittò per presentare la sua offerta, o la sua trappola.
Mio fratello si svegliò più presto del solito, quella mattina, e si mise subito a correre nel giardino, fino a raggiungere il lago.
Io ero uscita presto dall’acqua, che era più fredda del solito, e mi ero stesa sopra un asciugamano, riscaldandomi al primo sole.
Giacomo era particolarmente vivace e irritante e cominciò a strillare la sua sequela di stupidaggini. Scherzava, a suo modo, e rideva.
– Sai che la mamma ha la bocca di rana – diceva – e tu sei una puttana. Tutte le donne sono
puttane…
Non gli risposi: ormai ero abituata a queste intemperanze e sapevo che la cosa migliore da fare era ignorarle. E poi chissà dove aveva sentito quella parola, di cui certamente non conosceva il significato; probabilmente era la reminiscenza di qualche film, una delle tante perle dello stupidario maschile, di quella sottocultura che si alimenta di luoghi comuni e di frasi fatte e che riemerge continuamente nel parlare quotidiano, nei film, in televisione.

Mio fratello si era avvicinato all’acqua, salendo su una sporgenza rocciosa che amava molto, perché da lì poteva vedere la sua immagine riflessa sullo specchio cupo del lago. Ma ora l’acqua era mossa e il fenomeno non si presentava. – Non vedo niente – disse.
Mi alzai e mi avvicinai, senza un motivo, forse per constatare che veramente non fosse possibile specchiarsi o forse per portarlo via dalla roccia. Poi vidi che si sporgeva pericolosamente, per scrutare la superficie grigia.
Fu un attimo: qualcosa scattò dentro di me; forse l’astio accumulato, forse la disperazione per quella realtà feroce che mi stava portando via l’unica persona che amavo per privilegiare quell’essere che era cresciuto dentro di lei, sottraendole la vita.
Ricordavo quello che avevo letto, in uno dei tanti manuali di medicina che avevo tentato di consultare, anche se, allora, non ci capivo molto. Una delle cause a cui si attribuiva l’insorgere della fase conclamata di SLA era la gravidanza. Quella particolare, delicata, condizione femminile pareva favorisse lo sviluppo della malattia, che altrimenti poteva rimanere latente fino alla vecchiaia e al naturale declino dell’energia vitale.
Come se il mio cervello avesse dato un ordine, spinsi quel piccolo imprudente, mentre stava in bilico sulla parte più alta della roccia, e lo vidi cadere nel lago.
Lo guardai annaspare, tra le piccole onde minacciose. Non aveva ancora imparato a nuotare e agitandosi incominciò subito a bere acqua, mentre la corrente lo spingeva lontano dalla riva.
Entrai in acqua e mi accorsi che in quel punto ancora si toccava. La forza del dovere, dell’obbedienza alla morale comune, la forza dell’ovvietà mi spingevano ad avvicinarmi, con lunghe e veloci bracciate, ad afferrarlo e trarlo in salvo; ma qualcos’altro mi tratteneva: era forse il mio amore per la passività, il mio desiderio di osservare, semplicemente osservare, di lasciare che le cose avvenissero, senza intervenire, senza sforzarmi.
Così è stata, anche dopo, la mia vita: agire e poi aspettare gli sviluppi dell’azione, parlare e attendere gli effetti della parola, con una sorta di curiosità per quello che sarebbe accaduto dopo.
Raccontai che avevo tentato di raggiungerlo, senza riuscirci, perché non ero così abile nel nuoto da salvare un’altra persona, ma solo da evitare io stessa di annegare.
Non c’era nessun motivo per dubitare della mia sincerità. Nessuno mi aveva visto esercitarmi per ore sulla superficie liquida e nessuno si era reso conto della simbiosi che ormai esisteva tra me e il lago.
Dopo la morte di Giacomo, il silenzio e la disperazione dilagarono per la casa, cosi che pareva che anche i muri ne fossero intrisi. Il viso di mio padre perse il suo aspetto sano e rubicondo e divenne sempre più terreo. Più che sconvolto o addolorato pareva stupito di quella serie di ingiustificabili disgrazie che si stava abbattendo sulla nostra famiglia. Mia madre, che fino alla morte del figlio aveva conservato un po’ del suo spirito, iniziò a precipitare velocemente verso la fine inevitabile. Un ultimo tentativo di cura peggiorò le sue condizioni, così da obbligarla a non muoversi più dalla sua poltrona. La fine arrivò nei tempi previsti; la sua fiamma si spense in silenzio, di notte, quasi per non disturbarci.

Trovandomi, a diciott’anni, erede della metà delle proprietà immobiliari di mia madre, cominciai a sentirmi più sicura anche nelle relazioni sociali. Non ero bella, ma vedevo che i maschi mi osservavano con sufficiente interesse. Prima di tutto però dovevo pensare ai miei studi e assicurarmi uno status sociale e un’autonomia economica che non derivasse solo dalle proprietà e dagli investimenti mobiliari.

Stranamente, anche i miei rapporti con mio padre cambiarono, in positivo, anche perché, senza pensarci, cominciai a comportarmi sempre più come un maschio. Davo sempre meno importanza al trucco e all’esteriorità, interessandomi di fatti e progetti concreti. Puntai alla razionalità e al denaro e mi appassionai persino a sport tipicamente maschili, come il calcio e il pugilato, arrivando a seguire gl’incontri in televisione. Mio padre pertanto cominciò a trovare con me straordinari momenti di contatto, come se io in fondo, avessi sostituito quel figlio maschio che aveva sempre desiderato.

Avendo deciso di proseguire negli studi, mi orientai verso quelli che assicuravano un maggiore prestigio sociale e garantivano maggiori possibilità di arricchimento. All’epoca, chi manifestava più ambizioni si iscriveva a medicina, facoltà che obbligava a studi lunghi e gravosi, a cui anche le donne ormai si indirizzavano, essendo capaci di più elevato impegno e trovandosi ad essere meno distratte degli uomini dalla ricerca di un partner. Solo che per lo più sceglievano specializzazioni orientate al mondo femminile, come pediatria o neonatologia. Io scelsi invece una branca del sapere medico che solitamente era riservata ai maschi e mi specializzai in neurologia. Naturalmente, in questa scelta fui condizionata in parte dalle letture di testi e articoli relativi alla patologia che aveva colpito mia madre. Desideravo conoscere tutto quello che era possibile sulle malattie del sistema nervoso, formulare ipotesi sull’eziologia di tanti mali che ancora parevano immotivati e sperimentare terapie innovative. Ero attratta cioè dalla ricerca, anche se poi, come avviene per tanti medici, la clinica finì per prendere il posto della scienza.
Mentre cercavo di farmi strada nella vita, conobbi l’uomo che sarebbe diventato mio marito.
Si chiamava Bruno Scotti e faceva il filosofo. Certamente quella non era una professione: infatti il poveretto non si limitava a pubblicare qualche articolo, mal pagato, in qualche rivista scientifica, ma si era ridotto a insegnare, a tenere a bada orde di ragazzetti prepotenti e spavaldamente ignoranti, che capivano però il senso della vita più di tanti spocchiosissimi docenti universitari.
Lo conobbi negli anni in cui frequentavo il corso di specializzazione in neurologia e imparavo a distinguere gli ammalati veri da quelli immaginari. Bruno apparteneva a quest’ultima categoria. Nervoso e sensibile, soffriva periodicamente di attacchi di panico e cercò di risolvere il suo problema chiedendo un appuntamento al docente della clinica universitaria che frequentavo.
Il professor Scarabuzzi mi chiamò, un pomeriggio, quando il consueto andirivieni si placava e i corridoi diventavano silenziosi.
– Ho un esemplare che desidererei venisse seguito da lei, dottoressa Bonelli: è un caso clinico caratteristico, ma è anche una persona decisamente gradevole, in mezzo ai tanti squinternati che frequentano il nostro istituto.
Ero felice per quell’incarico e non mancai di esternarlo. Scarabuzzi sorrise: era un uomo robusto, di colorito scuro, dallo sguardo acuto, in cui s’inseriva, a volte, una punta d’ironia.
– Dottoressa Nadia, – mi chiamava per nome, quando asseriva di considerare, di me, la parte femminile, al punto di intenerirsi, contrariamente al solito – non è un piacere che le faccio, se lei diventerà una eccellente professionista sarà sicuramente un vantaggio per la società.
Naturalmente non era proprio così, ma non voleva assolutamente mostrare la propria debolezza, quella che lo spingeva, inconsciamente, a preferire come assistenti delle giovani donne, anziché dei giovanotti di buone capacità intellettuali. Non aveva l’abitudine di fare delle avances, ma si sapeva che qualche volta l’iniziativa era stata presa dalle ragazze, con qualche successo.


Comunque, il paziente mi fu affidato e mi resi conto immediatamente che aveva una notevole carenza di autostima, che si trasformava in una profonda sottovalutazione delle sue condizioni fisiche. Nei momenti di maggiore ansia il giovane avvertiva una serie di sintomi che andavano dalla sudorazione al tremore, alla sincope vera e propria. Fisicamente era piuttosto carino e dall’aspetto dolce, ma si capiva che non sapeva instaurare un rapporto con una partner per una patologica mancanza di sicurezza. La causa primaria degli scompensi sembrava essere, come in molti di questi casi, una famiglia oppressiva, che aveva riversato sul figlio troppi desideri e aspettative. Lui era come ossessionato da quel rapporto familiare, che si conservava in un ambiente chiuso all’esterno, verso una società di persone che la famiglia percepiva come estranei, come esseri sostanzialmente malevoli e potenzialmente pericolosi. Bruno non era riuscito a superare la visione asociale di quella famiglia monolitica e dei suoi anomali insegnamenti ed era mio compito liberarlo da quel guscio e accrescere la sua autostima.
Iniziammo a parlare, di cose banali, ma poi via via più considerevoli e intime. Lo spinsi a uscire il più spesso possibile con amici o conoscenti, per brevi percorsi, e qualche volta lo accompagnai io stessa a casa, andando oltre le procedure consentite.
La terapia sembrava avere effetti positivi. Il mio paziente riprese a muoversi in assoluta autonomia
Era in grado di raggiungere la scuola e di far lezione senza dover ricorrere a psicofarmaci e ben presto tornò a una vita almeno apparentemente normale.

Bruno si attaccò a me morbosamente, a mano a mano che si staccava dalla famiglia e che la sua vita iniziava a percorrere binari di rasserenante normalità.
Il giovanotto non si muoveva in un ambiente vuoto, asettico e separato dal resto del mondo, ma nel mondo, riservato e particolare ma ricco di presenze umane, dell’insegnamento. Le uniche persone che frequentava appartenevano a quel mondo e fu appunto in quell’ambito che qualcuno si accorse di lui. Non fu una delle solite colleghe, spocchiose e politicanti, con cui aveva spesso rapporti di incontro-scontro, ma la sorella minore di una delle sue colleghe-amiche.
La ragazza che tentava di accalappiarlo non era una gran bellezza e non potevo biasimarlo se lui tendeva a snobbarla con eleganza. Pur non essendo brutta nella fisionomia, aveva un corpo piuttosto informe. Da dietro pareva un ammasso di culame quasi privo di curve; anche le gambe erano dritte ma cilindriche e un po’ tozze. Sapevo che un eccesso di regolarità può essere valutato come sgradevole nel complesso e spesso erano proprio gli scarti rispetto a una geometria essenziale e tradizionale ad attrarre gli esseri umani; ma un minimo di eleganza e di forma era pure necessario. Non era per questo che forma in latino era sinonimo di bellezza e che il termine formosus aveva il significato di bello (cioè ben formato, ben fatto), attribuito a persona, rispetto al più generico e astratto pulcher? Quasi senza accorgermi, cominciai a sentirmi in competizione con la fresca pretendente, passai più tempo davanti allo specchio di quanto non facessi solitamente. Mi trovavo attraente in fondo, soprattutto nel corpo, che era decisamente ben fatto, e decisamente superiore alla ragazzotta che aveva l’ambizione di conquistare il giovane professore.

Non so perché finii con l’affezionarmi anch’io a quello strano soggetto. Me lo sono chiesto mille volte. Forse avevo il desiderio di occuparmi di qualcuno che non fosse solamente un paziente e che mi facesse sentire, in qualche misura, superiore: una dispensatrice di gioia e benessere. Forse avrei fatto meglio ad accontentarmi di un cane, o di un gatto, comunque di un piccolo essere da accudire; forse si stava risvegliando in me quel senso materno che era stato schiacciato dall’esperienza distruttiva fatta con mio fratello. Era come se provassi il bisogno di riparare e di ristabilire con un’altra persona quel rapporto fallito e concluso in maniera così irreparabilmente tragica.
Però fu certamente la situazione competitiva che produsse in me il desiderio di prendere possesso del corpo di quell’uomo, così come, in parte, ero riuscita a entrare nella sua anima. Divenne una specie di gioco, in cui la posta era, più che la conquista di un amore, arrivare per primi a impadronirsi di un giocattolo, per affermare la propria forza e dimostrare le proprie capacità.
La mia vittoria si profilò durante una festa, non ricordo bene che cosa si celebrasse, ma probabilmente era una delle tante feste di laurea che fiorivano in quel periodo, in cui una laurea poteva ancora significare un sicuro accesso al mondo del lavoro in una posizione privilegiata, rispetto a chi era riuscito ad assicurarsi solamente un livello d’istruzione da scuola media, primaria o secondaria. Partecipavano amici e parenti, di varie generazioni, e tutti portavano un regalo, dal servizio per scrittoio alla cornice, dall’agenda all’orologio, dai biglietti da visita all’immancabile stilografica.
Mi sembra di ricordare che il festeggiato fosse il fratello della mia amica Laura e che quindi fosse stato lui, o meglio la sorella, a organizzare quell’occasione mondana, che non aveva nulla di eccezionale, ma era sicuramente meno squallida di tante altre alle quali si era obbligati a partecipare.
Alla festa era presente Bruno, tampinato dalla sua ragazzetta, che lo guardava dal basso verso l’alto lanciandogli occhiate di adorazione. Cercava di coinvolgerlo in un discorso che sfociasse come conseguenza obbligata in una specie di corteggiamento, ma lui non sembrava collaborare molto, anzi pareva francamente annoiato e incapace di qualunque azione, quindi anche di qualsiasi mossa che in qualche modo potesse comprometterlo.
Approfittando di un momento di allontanamento del suo angelo custode, lo bloccai, offrendogli una scialuppa di salvataggio.
– Vieni, ti porto a fare un giro, così almeno potrai respirare.
– Un giro ma dove?
– Qui intorno, io la conosco bene questa casa.
Era vero, avevo passato intere serate in quella villetta, ricca di anfratti e zone misteriose, introdotta alla conoscenza dei segreti del luogo dalla sua padrona. E sapevo muovermi molto bene anche nel grande giardino, di cui distinguevo le essenze, che erano state raccolte non senza raffinatezza tra tutte quelle che crescevano nelle zone temperate della terra.
Il cielo si era ormai imbrunito e gli alberi, che poco prima si stagliavano nitidi sul chiarore gelido del cielo, perdevano la loro forma naturale per apparire come immagini indistinte di esseri immaginari. Mentre andavamo quasi di corsa verso la fontana, sul vialetto ghiaioso che dava sull’ingresso posteriore, io davanti e lui che mi seguiva, mi voltai all’improvviso e me lo trovai di fronte. Lui si fermò di colpo, per non venirmi addosso, ma il suo viso era a pochi centimetri dal mio e fu allora che lo baciai, d’impeto, senza pensarci sopra.
Pochi giorni dopo, rendemmo noto alla società il nostro fidanzamento.
La giovane amica di Bruno credo che per un po’ abbia desiderato fortemente d’incenerirmi con il suo odio bruciante. Non si rendeva conto di aver ricevuto un impensato favore, di essersi sgravata di un peso che non sarebbe stata in grado di sostenere.

I primi anni di matrimonio furono relativamente sereni, con i consueti alti e bassi che ogni coppia regolarmente sposata sperimenta nel procedere dell’unione.
Lui era gentile e delicato, ma continuava ad essere straordinariamente egocentrico e continuamente preoccupato per la sua salute, che percepiva come qualcosa di fragile e insicuro; anche se, in realtà, non venne mai colpito da patologie severe e conclamate, ma da disturbi minori, che parevano collegati a un incerto controllo del sistema neurovegetativo.
Strane malattie cutanee lo colpivano per qualche periodo; poi i sintomi scomparivano come per miracolo.
Lui soffriva moltissimo per queste anomalie, che lo rendevano meno gradevole esteticamente: era come se inconsciamente desiderasse non piacere, rendersi meno attraente, per essere costretto alla solitudine e, di conseguenza, soffrirne. Per alcuni anni fu episodicamente afflitto dall’alopecia areata, un’affezione del derma che impedisce la crescita della barba in alcune zone del viso. Di conseguenza, gli avevano prescritto delle applicazioni di un liquido che avrebbe dovuto riattivare il bulbo pilifero, ma che dava scarsi risultati. Faceva un po’ ridere e stimolava anche la mia tenerezza quando si affliggeva per quelle chiazze di pelle un po’ più chiara che si manifestavano nella parte inferiore del viso.

parco

L’elaborazione dei pensieri di Bruno a volte rimaneva un mistero, in quanto qualcosa ogni tanto mi diceva, ma qualcosa lo teneva per sé. Mi rendevo conto che mi parlava quando mi considerava la sua psicologa, taceva quando mi vedeva come moglie, come essere altro da lui, con una propria personalità e desideri e non come strumento atto e predisposto a risolvere i suoi problemi.
Mi disse un giorno di aver fatto una strana associazione. Aveva visto per la strada un uomo dal volto color ebano, uno di quelli che una volta noi europei innocentemente chiamavamo negri, oggi neri, perché essendo il termine nigger ritenuto dispregiativo in inglese gli scuri di pelle preferivano essere definiti blacks o afro. Lo vide, dunque e immediatamente gli venne da pensare al bruciato e poi tutte le volte che sentiva odore di bruciato gli si presentava alla mente l’immagine di un africano, dalla pelle color carbone.
Non trovavo niente di chiaramente morboso in tutto questo, ma semmai di semplicemente bizzarro, almeno fino a quando non vidi sul suo computer una serie d’immagini di uomini bruciati, di incendi e roghi di ogni genere e croci di fuoco, il tutto accompagnato da testi inneggianti alla purificazione e all’incendio globale che avrebbe finalmente ripulito il mondo.
Probabilmente si stava costituendo un quadro patologico di natura ossessiva, per cui tutto ciò che era nero era accostabile al bruciato e il bruciato richiamava inscindibilmente il fuoco. Insomma, decisamente la situazione stava diventando più preoccupante del previsto e io non ero in grado di intervenire direttamente, né tanto meno di provare a somministrare farmaci, se non qualche blanda tisana, che poteva risolvere momentaneamente l’agitazione interiore che Bruno asseriva di provare.
La cosa peggiore era il suo progressivo allontanamento dagli standard della vita di coppia. Sembrava ormai navigare per suo conto, come se il matrimonio fosse improvvisamente diventato per lui un obbligo e come se il suo vivere si fosse incanalato su un binario distinto, per un percorso senza ritorno.
Mi rendevo conto che i nostri rapporti sessuali non erano più in grado di soddisfare mio marito, che anziché concludere l’atto con un’eiaculazione liberatoria preferiva lasciare il rapporto incompleto e accomodarsi in bagno o in un’altra stanza, davanti al suo computer, dove presumibilmente riattivava la sua eccitazione con qualche gradevole immagine femminile, davanti alla quale, finalmente, riusciva ad estinguere la tensione con un atto di autoerotismo. Naturalmente mi guardavo bene dall’intervenire e disturbare quel suo agire solitario; ma il fatto in sé, oltre che essere per me poco lusinghiero e anzi decisamente mortificante, evidenziava l’insufficienza della mia presenza nell’immaginario di Bruno, per cui non rappresentavo ormai (ma forse non avevo mai rappresentato) l’unico o il prevalente stimolo erotico.
Non potevo fare niente per modificare quel comportamento e quello stile di vita, perché sapevo che solo pochi uomini erano realmente appagati dalle loro mogli; soltanto, sapevano fingere meglio, evitando di mettere in imbarazzo la loro sfortunata partner. Al massimo avrei potuto cercare di dedicare più spazio all’uomo che avevo sposato; ma proprio in quel periodo i miei pazienti e le mie consulenze occupavano la quasi totalità del mio tempo e dei miei pensieri e, d’altra parte, si sanno affrontare i problemi lontani meglio di quelli presenti nella tua famiglia e che ti coinvolgono. Nessuno sa meglio di me che la famiglia è, a volte, una vera e propria camicia di forza, qualcosa che ti avviluppa e ti stringe, almeno fino a che tu non abbia il coraggio di tagliare, tagliare un rapporto, una realtà, una presenza.

Probabilmente non ci sarebbero stati sviluppi immediati della situazione e io avrei avuto tutto il tempo necessario per affrontare il problema che si stava evidenziando nelle sue giuste proporzioni, se il caso non fosse intervenuto in maniera pesante e imprevedibile, come soltanto lui sa fare.
Una mattina – doveva essere un giorno festivo, perché non ero andata come al solito al lavoro – sentimmo da casa le sirene di ambulanze e altri mezzi di pronto intervento che sfrecciavano proprio nella nostra via. Fortunatamente poi si allontanavano e il suono assordante si perdeva in chissà quale sfortunato luogo. Apprendemmo più tardi dalla televisione che era scoppiato un furioso incendio in un capannone di periferia e che vi erano morte alcune persone di colore. Si trattava sicuramente di un incendio doloso, motivato da odio razziale o da controversie tra malavitosi, ma questa lontana notizia rese mio marito nervosissimo, come se si sentisse personalmente coinvolto in quella sporca faccenda. Bruno andava avanti e indietro nella stanza, in preda a un’agitazione ingiustificabile e immotivata: – Mi incolperanno – diceva – … la sirena, la senti la sirena? Arrivano, stanno arrivando. Non sono stato io, glielo dirai che non sono stato io.
Lo rassicurai; lui era rimasto con me tutta la notte, non poteva essere andato in giro ad appiccare incendi. E poi nessuno poteva sospettare di lui: che motivi poteva avere per bruciare un palazzo? Sembrò calmarsi, ma poi l’agitazione riprese e appariva sempre meno controllabile.
Ormai il cielo stava facendosi cupo e con l’arrivo della sera temevo che la fase depressiva, come sempre all’appressarsi dell’ombra, si acuisse.
La mia sola colpa, se di colpa si può trattare, è di non aver compreso la gravità delle sue condizioni e di averlo lasciato solo, anche se per poco. Dovevo preparare qualcosa per cena e credevo che mantenere un atteggiamento normale e coinvolgerlo in una serie di atti quotidiani, abituali, potesse introdurre anche nella mente di Bruno immagini di serenità e contribuire a smontare le sue pulsioni ossessive. Invece, in quel momento, fu il mio errore più grave.
Quando mi affacciai nuovamente sulla porta della stanza in cui eravamo soliti consumare i nostri pasti, il mio piccolo uomo era ancora in piedi, con lo sguardo insicuro, e pronunciava parole come “nero”, “bruciato”, poi si girava e diceva “arrivano”, con un tono angosciato, che dimostrava un forte sentimento di paura. Stavo per imporre alle mie labbra la fatica di un sorriso, per mimare una tranquillità che io stessa non avevo, quando Bruno si rivolse alla finestra, aperta perché era estate e il caldo imponeva di arieggiare la stanza. Diceva qualcosa come “asfalto… nero, nero è l’asfalto”.
Troppo tardi immaginai cosa stava per succedere, troppo tardi mi lanciai per trattenerlo, riuscendo soltanto a sfiorare il lembo inferiore dei suoi pantaloni. Senza esitazione Bruno si era lanciato nel vuoto. Quasi con stupore mi affacciai e vidi il suo corpo fracassato sull’asfalto nero.
Per la seconda volta avevo avuto la vita di un ragazzo a poca distanza dalle mie mani e nemmeno questa volta ero riuscita ad afferrarla. Poco importa che la seconda volta desiderassi con tutta la mia forza cosciente evitare quella tragedia, mentre la prima volta era stato il mio astio a scatenarla. I fatti accadono per una loro logica intrinseca e in fondo la nostra volontà, e l’azione che ne consegue, sono tutto sommato distinte da noi. E poi, chi mi dice che, nel mio momentaneo abbandono di Bruno, nella mia sottovalutazione del suo tormento, dei suoi sintomi, peraltro così evidenti, non ci fosse, in fondo, un desiderio di liberazione, la voglia di liberarmi di quello strano personaggio che avevo inserito nella mia vita e che ora era diventato indubbiamente un peso, la fonte inesauribile di una preoccupazione costante, un impedimento al sereno svolgimento della mia attività?
Stranamente anche stavolta, di fronte a una mia insufficiente cura, a un mio intervento tardivo, non riuscivo a provare rimorso, ma al contrario un senso di sollievo, come per il cessare di una situazione penosa e sgradevole.
Non so chi abbia inventato il concetto di rimorso, quel sentimento che non ti consente di conseguire la serenità, quando sei consapevole di aver compiuto un’azione considerata malvagia, o proibita. Se devo essere totalmente sincera, e a questo punto voglio esserlo, io non provo rimorso: non ne sono capace. Probabilmente il mio egoismo ha una forza tale da proteggermi da queste debolezze, che risparmiano solo pochissimi uomini. Ma allora, perché vi racconto tutto questo? Forse perché, ora che la mia vita sta finendo, si è fatto spazio nella mia mente un inarrestabile desiderio di raccontare, di far sapere, quello che all’inizio della mia confessione (perché in definitiva di una confessione si tratta) ho definito amore per la verità, sentimento che ora non ho paura di professare, anche se pericoloso quasi quanto rimorsi e rimpianti.

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