Che ne dite di Nina?

cagliari scalette in via san Giorgio

Che ne dite di Nina?

Io:

Era una ragazza incantevole. Il suo sorriso era coinvolgente e lei era allegra come una giornata di primavera. Ricordo che era bruna e aveva i capelli lisci; gli occhi erano nocciola, con ampi sprazzi dorati. Forse non aveva una bellezza da fotoromanzo o un fisico da miss, ma incontrarla e parlarle procurava allegria.
C’era in lei un candore che abbelliva e rendeva limpida ogni forma di vagheggiamento.
E, se ci penso oggi, mi pare di non aver mai desiderato tanto una donna quanto ho desiderato lei.
Ricorderò sempre l’ultima volta che l’ho vista. Lei era già certamente condannata da un nemico impietoso ad una breve e sofferta vita. Qualche segno di stanchezza già appariva nella pelle del viso, che iniziava lentamente a imbrunirsi e ad avvizzire, eppure avevo ancora voglia di toccarla. Ci siamo incontrati in un autobus, quell’ultima volta. Le ho preso la mano e l’ho tenuta fra le mie per tutto il tragitto, lasciandomi accarezzare dalle sue parole.
Sapevo che ora non era più fidanzata e ne conoscevo anche la ragione, e lei mi parlò con fare tranquillo, forse rassegnato, della sua nuova condizione e poi…
“Sai? Sto per partire”, mi disse.

Purtroppo la donna, o meglio la ricerca di una donna, ha sempre avuto un ruolo centrale nella mia vita, Anche adesso, che comincio a ingrigire e dovrei, come si suol dire, darmi una calmata, continuo a considerare ogni donna appetibile che mi capita di conoscere come una possibile fonte di piacere, continuo a desiderare di stabilire con lei un rapporto non fatto solo di parole, ma di effusioni fisiche, contatti, più o meno voluti, complicità, sorrisi, quel provare piacere nello stare insieme che è forse la parte più autentica dell’amore.

Mi rendo conto che dovrei parlare di Nina, Nina di cui nessuno ha saputo più niente, Nina che sembra dissolta nel nulla, come se non fosse mai esistita. Ma mi viene difficile non partire da me, per poterne parlare. In fondo io sono per me la persona più interessante che conosco e so che non potrò dire niente su quello che era Nina in sé, ma potrò raccontare solamente della Nina che conoscevo e per questo fornire qualche informazione sulla mia vita e sul mio modo di pensare può essere utile a far chiarezza. Quella persona, quella giovane donna era l’immagine che ne avevo dipinto dentro di me, con i miei pennelli e con i miei colori, e sicuramente doveva essere diversa, nella sua realtà e nella realtà delle altre persone che avevano avuto occasione di conoscerla.

Nina era una delle ragazze che mi piacevano, negli anni della mia vita universitaria, ma, forse perché non avevo molte occasioni d’incontrarla, era collocata necessariamente su un piano più distante, rispetto a quelle che frequentavo quotidianamente e che consideravo graziosi animaletti della mia riserva di caccia, partner possibili e desiderabili.
Questo non toglie che, quando mi capitava di trovarmi con lei, provavo un forte impulso che mi portava a cercare il contatto fisico. Mi bastava toccarle una mano, accarezzarle un braccio, una gamba, con dolcezza, senza insistere con foga possessiva, per provare un appagamento profondo.
Nina non aveva un fisico da modella: non era alta e le sue gambe, a dire il vero, non erano perfette. Al di sotto del ginocchio, i muscoli apparivano un po’ più robusti del consueto, cosa normale per una ragazza che aveva studiato danza, come lei, per vari anni. Questa particolarità però si fondeva molto bene con l’insieme della persona e non disturbava.
Anzi proprio l’uomo che sarebbe divenuto il suo fidanzato, Giovanni, mi aveva confidato che proprio quel lieve rigonfiamento era una delle cose che la rendevano attraente ai suoi occhi. Era una ragazza dal viso dolce e dal sorriso radioso, con i polpacci un po’ muscolosi, da ballerina, che sono il punto di forza da cui si sprigionano l’eleganza e la grazia delle danzatrici.
Purtroppo, poche volte, troppo poche volte, Nina era apparsa sullo sfondo della mia vita. Altri pensieri, altre persone ne nascondevano la presenza, il silenzioso e discreto passaggio.
Questo, solo questo è il poco che mi rimane di lei: qualche sensazione, un po’ di rimpianto, tanta dolcezza.

Giovanni:

Studiavo medicina a Cagliari, ai tempi in cui ho incontrato Nina per la prima volta. Avevo già completato tre anni di corso e pensavo soprattutto a imparare un enorme cumulo di nozioni e a costruire la mia carriera, in una realtà che stava facendosi più difficile anche per noi. È vero che le ragazze facevano a gara per accalappiare gli studenti in medicina. Significava godere, come moglie di un medico, di uno status sociale elevato, avere una bella casa, figli curati e una colf per i lavori domestici.
Ma non ero interessato alle ragazzotte che si sdilinquivano non appena abbordavano un futuro chirurgo o un probabile stimato specialista. Mi disgustavano con i loro sorrisi esagerati e la sguaiataggine dominante. Carname in vendita nell’enorme e vomitevole macelleria della nostra società perbene e perbenista. Carne con cui produrre altra carne, guance arrossate dal fard e sorrisi accuditi e perfezionati da un dentista alla moda, calcoli e giochi organizzati da madri sollecite del bene delle figlie e dei radiosi destini della famiglia.
Con lei tutto fu normale e spontaneo. Mi fu presentata per caso e non fece assolutamente nulla per attirare la mia attenzione, parlava e sorrideva con me come con tutti gli altri e non faceva assolutamente niente per imporsi, per farsi notare.
Era la persona più immediata e naturale che avessi conosciuto, sincera fino all’indecenza. No, non dovete pensare che parlasse di oscenità o si comportasse in modo scortese e maleducato.
Definisco indecenza l’incapacità di nascondere le cose che pensava, anche se, a volte, sarebbe stato più opportuno velarle con quella sorta d’ipocrisia che è l’uso generale della nostra società di persone educate.
Accettò con semplicità di diventare la mia futura compagna, non appena i miei e i suoi studi fossero terminati, e iniziammo a presentarci agli amici come fidanzati.
Quando lei cominciò ad accusare strani disturbi, le proposi di fare uno screening generale; ma nulla emerse in quell’occasione. Le analisi davano tutte esito negativo e nulla faceva prevedere lo sviluppo drammatico che la sua vicenda umana avrebbe dovuto sostenere. Forse, se non fosse stata la fidanzata di un futuro medico, la sua vita sarebbe trascorsa serena per ancora qualche anno, fin quando sintomi più gravi non si fossero manifestati. Ma la mia presenza fece precipitare gli avvenimenti e condusse a una consapevolezza che forse sarebbe stato meglio rimanesse nascosta per un tempo imprecisato.
Continuammo le indagini, perché i suoi disturbi, soprattutto di natura neurologica, non accennavano a cessare e non pareva che si verificasse quella normalizzazione che spesso risolve in maniera spontanea determinati quadri patologici. Così alla fine si evidenziò la patologia che doveva dare una svolta alla sua e alla mia vita.
Desideravo costruire una famiglia e questo con lei non era più possibile. Lei ormai era passata dal ruolo di compagna a quello di paziente, e, purtroppo, a quello di paziente senza futuro, di quelli per cui la medicina non riserva speranze, per cui ha coniato la formula “prognosi infausta”.
Fui costretto a prendere una decisione dolorosa, per tutti e due, e a dirle sinceramente che non ritenevo utile mantenere il nostro rapporto, nella prospettiva di una vita matrimoniale che il destino presentava come sicuramente improponibile.
La sua faccia si contrasse, evidenziando quella scheletrizzazione progressiva che avrebbe dovuto manifestare, di lì a poco, e che era uno dei sintomi preminenti della sua malattia.
Faceva fatica a dominare il pianto, ma riuscì ancora a pronunciare poche parole chiare e decise, con la voce ancora sufficientemente ferma:
“Sei un porco”, mi disse.
Non potevo tentare di scusarmi, e nemmeno lo desideravo. Avevo dovuto fare la mia scelta, in piena coerenza con quello in cui credevo e nella consapevolezza che non si poteva barare con la malattia: io lo sapevo bene e non credevo nei miracoli.
Poi lei è scomparsa, come se avesse voluto portare lontano, fuori dallo sguardo di tutti quelli che la conoscevano, l’immagine del suo precoce avvizzimento e della sua morte.

Livio:

Quando ho conosciuto Nina, forse lei era già in uno stadio avanzato della sua malattia e doveva esserne consapevole. Però nulla nel suo comportamento faceva presumere che non si trattasse di una giovane donna sana e piena di vita. Certamente non sono riuscito a capire il suo problema, ma lei non me ne ha lasciato il tempo.
Avevo un amico fraterno, Pietro, uno di quegli strani legami che il destino si ostina a imporre alle nostre vite.
Nina si rifiutò di uscire con uno solo dei due. Diceva che voleva un gran bene a entrambi, una formula che in genere nelle donne significa “provo solo amicizia”. Ma un giorno capii che qualcosa in lei era cambiato, nella sua struttura emotiva, che si manifestava con piccoli gesti delle mani o con movimenti scomposti della testa, e del viso, dallo strano luccichio che si accendeva a sprazzi nel suo sguardo: sembrava impazienza, forse ansia, forse desiderio di qualcosa di nuovo, immediato, di riempire un vuoto. Sapevo che nella sua vita recente c’era un fidanzamento andato in fumo, per ragioni che nessuno di noi conosceva, e questo giustificava qualche nervosismo e qualche stranezza; ma nulla faceva prevedere l’esito di queste sue minute e improvvise stravaganze.
Cominciò a riceverci in casa, anche quando i suoi non c’erano. L’appartamento era a nostra disposizione e lei era così allegra e cortese!
Si leggeva e si ascoltava musica. Poi lei preparava qualcosa da mangiare, piatti semplici, oppure ci offriva qualche specialità del suo paese. Parlavamo, parlavamo, finché i discorsi non divennero più profondi e intimi. Scoprimmo di essere d’accordo in tante cose, ma soprattutto ci trovammo in sintonia su una concezione aperta e non esclusiva dell’amore.
“L’amore non è possesso.”
“Certo, è disponibilità e dolcezza e desiderio di far provare piacere a un’altra persona.”
“Non c’è nulla di maligno nel fare l’amore.”

Così, incoraggiati dalle parole, da quello che dicevamo noi stessi e da quello che lei aggiungeva, con sincerità, senza voler essere provocante né maliziosa, iniziammo a mettere in pratica quelle dolci teorie e a scoprire la bellezza della relazione erotica, se libera da idee di peccato e di lussuria, di violenza e dominio. Le carezze divennero sempre più frequenti ed estese e lentamente il desiderio di conoscere e sentire prevalse sul naturale pudore.
Ricordo che, la prima sera in cui realizzammo un rapporto assoluto, lei si abbandonò totalmente alla sua istintuale sensualità. La sua bocca si apriva come un fiore di carne e le sue mani erano febbrili, e veloci, come se non volesse rischiare che qualcosa, un intervento esterno, un campanello, un gracchiare di citofono, potesse interrompere quell’azione che doveva essere perfetta ed esemplare, qualcosa che nessuno di noi avrebbe più potuto dimenticare.
Lei si muoveva tra di noi e, in quel momento, in quei gesti, era stupendamente bella. È come se, nel ricordo, vedessi tutto da fuori, da uno spazio diverso e alternativo. Ecco, sono io, proprio io quello che rimane disteso, come stupito di essere parte di quello che capisco essere un rito, uno straordinario rito pagano, un rito di passaggio, propiziatorio e insieme disperato, dove il corpo è strumento di forze antiche e misteriose, esente da peccati perché il peccato non è stato ancora scoperto e l’uomo vive gli ultimi istanti di una condizione edenica.
E perché questo meraviglioso ricordo si vena di lucida angoscia, insiste sui particolari, forse per non rivelare il quadro, l’insieme di orrore e di morte che nasconde / e le luci LE LUCI CHE FORSE NON C’ERANO MA CHE ORA VEDO . IL TURBINE INFINITO DEL PIACERE CHE SALIVA . SALIVA . SENZA UNA FINE APPARENTE . UN PIACERE CHE DOVEVA DURARE . INFINITO . IN UN GIOCO A SPIRALE . COME LA VITA . COME IL TEMPO –

La signora Anedda:

Sì lo so, sono curiosa e mi piace guardare dalle finestre quello che succede intorno a me. Anzi tengo chiuse le persiane e sbircio tra le fessure. Così vedo tante cose che sinceramente vorrei non vedere.

Quella Nina, dicono che sia malata, ma allora perché non se ne va a stare in una clinica, invece di rimanersene qui e dare scandalo?
Mi spiace che certi comportamenti creino una cattiva fama al palazzo.
Quando ero giovane io, i genitori mi tenevano sotto controllo; mica mi permettevano di ricevere ragazzi in camera. Poi due alla volta, persino, e quando escono sono tutti arrossati, come se avessero fatto le corse. Chissà cosa succede lassù al terzo piano. Già: i genitori se ne vanno in paese e lasciano la figlia sola. E lei esce per la strada, con le gonne corte corte e le gambe nude, che non è neanche finito l’inverno.
A volte esce con i due ragazzi. Stanno abbracciati, in tre. Lei ha gli occhi lucidi e la solita aria da madonnina, le guance dai pomelli rossi. Chissà cos’ hanno fatto prima, da soli, lassù.
Queste ragazze – queste ragazze – non hanno vergogna, non sanno cos’è il pudore.
Io mi ricordo di mia nonna Adele, che diceva che il marito non l’aveva mai vista nuda, e sinceramente credo che non abbia perso molto. Ma erano altri tempi. Lui certamente non era stato attratto dal suo seno da mucca, né dai suoi baffetti, caratteristici una volta delle donne di paese, soprattutto del nord dell’isola. Sono certo che quando la guardava in faccia lui vedesse gli olivi degli oliveti che gli aveva portato in dote e che il suo colorito verdastro gliene ricordasse il frutto, quello che aveva consentito alla famiglia di vivere nell’agiatezza e di far studiare i figli. Ma anch’io, che appartengo a un’altra generazione, non andavo in giro a farmi vedere. Non mi dispiaceva però che mio marito mi guardasse, anche perché non ero proprio brutta, da giovane. E comunque non stavo con lui più del necessario, lui che ogni tanto… Insomma… Era un uomo e doveva pure farmi fare dei bambini. Però faceva tutto in fretta e io non vedevo l’ora che finisse. Non mi sarei mai messa a fare certe cose con un uomo per divertimento, figuriamoci con due uomini insieme: che schifo! Non siamo mica animali, che hanno certi istinti. Qualcuno dice che è molto bello, ma non so… Non si parla di quelle cose, nemmeno nei libri che ho letto. Si parla di affetto, per il marito, per i figli. Quelli sì, che me li mangerei di baci, soprattutto quando sono tanto piccoli, con quel faccino ridente, con quel culetto tenero. Non c’è nulla di male in questo.
Ma così, come fanno queste ragazze, di farsi toccare dagli uomini, no! Sono donnacce ed è per questo che Dio le punisce, per questo che manda le malattie.

Flavia:

Nina non era una di quelle ragazze che privilegiano nella vita sociale i rapporti con altre donne. Spesso capita che le ragazze si riuniscano fra di loro in una specie di consorteria, stabiliscano stretti rapporti di amicizia, escano spesso insieme, si raccontino vita, morte e miracoli dei rispettivi amici o ragazzi, passino ore al telefono dedicate alla cronaca dei loro principali interessi, parlando magari di stupidaggini, divertendosi con le maldicenze.
Lei era diversa: non concepiva l’idea di parlar male di qualcuno, di individuare un nemico e di colpirlo, come in ogni guerra di questo mondo. Il suo mondo non concepiva guerre.
Io forse ero l’unica vera amica che aveva. Tra noi si parlava di quello che le interessava di più, il ballo, l’università, il cinema, gli amici; certo anche un po’ di gossip: non era mica un’anormale o un’intellettualoide. Non parlava di politica, di borghesia o di classe operaia, quella che allora esisteva davvero e alla quale tutti volevamo appartenere, per essere sicuri di essere dalla parte giusta, dalla parte che sarebbe andata al potere, necessariamente, tra qualche anno.
Amava la danza e vi dedicava molto tempo, con passione, anche se sapeva benissimo che non c’erano nella nostra città scuole di danza tali da formare una ballerina professionista. Ballava discretamente, quindi, ma senza pretendere di aspirare alla Scala o al Bol’šoj . L’esercizio coreutico le aveva ingrossati i polpacci, ma solo lievemente, e dalle posizioni del balletto derivava un atteggiamento, un modo di porgersi agli altri che arricchivano di grazia le sue già particolari disposizioni.
Sperava di fare qualcosa d’interessante nella vita; voleva studiare. Aveva votazioni discrete in tutte le materie, ma non c’era un campo dello scibile in cui ottenesse risultati eccellenti; perciò rimase a lungo indecisa sulla facoltà da scegliere e infine scelse biologia. Pensava di dedicarsi alla ricerca, se le votazioni fossero state buone, altrimenti si sarebbe accontentata anche dell’insegnamento.
Quando si fidanzò con quel tipo, Giovanni, ci perdemmo un po’ di vista, anche se continuavamo a telefonarci, per parlare delle nostre semplici vite. Mi chiesi come avesse potuto mettersi con uno così, un tipo grosso, fisicamente dico, ma anche dal viso grossolano, un po’ da pastore o meglio da contadino, un villico di quelli che studiano, testardamente, sostenuti da una famiglia di paesani benestanti, che è in grado di affrontare le spese dell’università. Giovanni non mi piaceva nemmeno un po’. Mi sembrava egoista e calcolatore, proprio un grosso astuto bifolco, che avrebbe sempre messo in primo piano se stesso e la sua famiglia, lasciando lei, la povera Nina, ai margini della sua vita, in una posizione subalterna, come un satellite intorno al pianeta-marito, a cui procurare piacere e figli. Non era questo che desideravo per me, ma neanche per lei, e la sua scelta mi provocò dolore e stizza, come se il danno che immaginavo pendere sulla sua vita futura si riverberasse in qualche misura anche sulla mia esistenza.

Livio:

Certamente la mia vita non è stata più la stessa, dopo averla conosciuta. Se veramente si è quello che si dà agli altri, Nina era uno degli esseri più ricchi in assoluto, ricchi di dolcezza, sincerità, bellezza. La sua assenza improvvisa fu quanto di più ingiustificato e penoso la mia vita mi potesse riservare: una mancanza imprevista e inspiegabile. Era un po’ come se l’aria fosse divenuta più densa e faticosa da respirare, come se il cielo avesse incupito il suo blu e i fiori avessero perso la loro levità per trasformarsi in bucce carnose e maleodoranti. Poiché non avevo più sue notizie da giorni e nessuno dei miei conoscenti aveva informazioni (Pietro ne sapeva quanto me), pensai di andare nel suo palazzo, per cercare di conoscere, di capire. Ma purtroppo la maestosa e robusta dimora dalle scale di marmo e dalle decorazioni novecentesche, pesanti e magniloquenti, non disponeva di una portineria funzionante. Il gabbiotto della portinaia era sprangato e angosciosamente vuoto. Dalla sua porta di casa e dal campanello erano stati tolti i nomi. Quindi, certamente, c’era stato un trasferimento improvviso. Qualcosa di cui nessuno era stato informato.
Al ritorno attraversai il vecchio giardino, vicino al parco delle rimembranze, quello che adesso hanno risistemato. Le piante erano sempre forti, nodose e rigogliose, ma una strana immagine di invecchiamento e decomposizione si sovrapponeva a quella, ufficiale, della natura in piena salute. I petali erano caduti in quantità impressionante e lì, per terra, appassivano e si disfacevano, abbandonati e calpestati dai bambini e dai cani. Ecco quella, pensavo, è la nostra vita: ogni petalo porta via una piccola parte del nostro essere. Cadono gli amori, le amicizie, i pensieri. Tutto si logora e si decompone, si allontana nel ricordo, finché anche il ricordo si dissolve e si corrompe, si contamina, si arricchisce di elementi immaginari, diviene invenzione e mito. Anche Nina si sarebbe trasformata in un’immagine sempre più imprecisa ed evanescente, sarebbe stata contaminata da altre immagini e da altri ricordi.
Così, quando sono tornato a casa, ho iniziato a convivere con quel sentimento di vuoto che ora sta dilagando e che ognuno percepisce a suo modo, per una sorta di tracimazione che dal privato si riversa nel sociale, nel politico, nella filosofia e nell’arte.

Io:

Un giorno ho ricevuto una lettera; sì, proprio una lettera fatta di carta, con tanto di francobollo. Non ero più abituato ad aprire buste senza danneggiarne il contenuto. In fondo l’ottanta per cento delle missive che vengono infilate nella nostra casella della posta sono costituite da ciarpame pubblicitario, comunicazioni della banca presso cui depositiamo lo stipendio o richieste di denaro da parte di enti sedicenti benefici; di conseguenza, spesso non vengono neanche aperte o nemmeno ritirate e finiscono direttamente nel cestino che benevolmente il condominio mette a disposizione, proprio sotto le caselle della posta. Nelle vicinanze delle elezioni arrivano valanghe di fogli da parte di candidati che ancora non hanno compreso l’assoluta inutilità di questa modalità di trasmissione dell’informazione e continuano a tormentare i cittadini con tonnellate di carta pagata in larga misura dagli stessi inconsapevoli destinatari.
Quella lettera era invece una vera lettera, che Nina mi aveva spedito da Londra.
La aprii con un coltello: ormai i vecchi tagliacarte sono strumenti quasi scomparsi dall’uso comune; se ne trova solo qualcuno in qualche biblioteca, per aprire il taglio dei libri intonsi.
Lo scritto non raccontava molto su di lei, né delle sue condizioni di salute; riferiva soltanto che era andata in Inghilterra con la famiglia per trovare una cura e insieme un rifugio. Mi comunicava il suo indirizzo, qualora fossi passato dalle sue parti.
“Se vuoi, puoi andare a trovare i miei,” scriveva, “sono rimasti in Inghilterra per starmi vicini. Mi farebbe piacere che tu andassi a trovarli.” Continuava assicurandomi che la sua famiglia mi avrebbe ospitato con piacere per qualche giorno e che quindi non avrei dovuto preoccuparmi nemmeno di prenotare un albergo.
Non avevo problemi di tempo e godevo di qualche disponibilità economica. Presi l’aereo per Londra e da lì raggiunsi H., che non era proprio a Londra, ma abbastanza vicino. Dopo le consuete maledizioni per il costo dei treni in Inghilterra, riuscii ad apprezzare il panorama, quello urbanizzato e quello della campagna alberata. Alla fine scesi in questo caratteristico paese, dove girai un po’ prima di trovare l’abitazione di Nina, o meglio quella dei suoi. Effettivamente non era molto facile orientarsi perché le case sembravano tutte uguali, costruzioni scure, che sembravano fatte di mattoni nerastri, e facevano pensare a una serie di alveari sorti lì per gli operai di fabbriche ottocentesche, piene di fumi e circondate da nebbia e fuliggine, quello smog che adesso, con l’allontanamento delle aziende manifatturiere dal paese sembrava essersi dileguato, per lasciare il posto ad una nebbiolina incolore.
Di quei giorni mi è rimasto un ricordo strano, di un’Inghilterra che non conoscevo, già quasi invernale, con tanti rami spogli inutilmente aggrappati al cielo mutevole.

La famiglia di Nina ormai si era trasferita in quella piccola città; ma aveva trovato casa in periferia, dove le costruzioni alte e scure lasciavano spazio a villette unifamiliari più civettuole, con cespugli sempreverdi e prati e vasi di fiori appesi ai lati delle porte.
I genitori di Nina mi accolsero sorridendo, come se fossi stato un vecchio amico. Sembravano sereni e mi fecero visitare la casa, con un orgoglio tutto italiano, come se volessero mostrare a me, che dall’Italia venivo, come si fossero sistemati così bene a Londra, anche se quella in realtà non era la vera Londra, ma una sua appendice, o meglio cittadina, dell’hinterland londinese.
Di Nina nessuna traccia: c’era beninteso la sua camera, arredata come quella di una ragazzina, con mobili chiari e poster e tante, ma tante fotografie, come se la mia amica avesse voluto conservare davanti agli occhi l’immagine di tutte le persone che aveva conosciuto, per cui aveva provato sentimenti di amicizia, forse di amore. Mentre le guardavo, mi stupii di trovare anche una mia foto, che non ricordavo nemmeno di aver fatto. Risaliva al primo anno di università, a quando avevo ancora un bel ciuffo di capelli, dove poi si sarebbe formata una fronte alta, da intellettuale (almeno così mi piace definirla, anche se in realtà è soltanto una fronte ampliata da un’incipiente calvizie). Lei quindi mi aveva impresso nella memoria com’ero qualche anno prima, non bello, ma con un mio broncio da ribelle, che forse poteva piacere a qualche ragazza, anche se io non me ne rendevo conto e, di conseguenza, non ne approfittavo.

Flavia:

Nemmeno a me disse nulla, o quasi. La scoperta di avere nel corpo i principi della propria morte non è una sorpresa. Tutti gli uomini sanno che la loro struttura fisica è mortale, ma nessuno glielo comunica mai ufficialmente. La consapevolezza di avere una malattia che ti condurrà inesorabilmente alla morte, distruggendo le tue cellule, che inizieranno a perdere vitalità in un periodo inferiore rispetto a quelle di una persona sana, trasforma la cognizione della mortalità in ossessione della morte. Ogni sintomo diventa angoscia, ogni segno del tempo subisce una sopravvalutazione nella coscienza.
Nina continuò a comportarsi come se nulla di nuovo si fosse accanito sulla sua persona, come se i suoi sogni, i suoi desideri fossero ancora intatti, la sua strada percorribile. Sapevo di accertamenti che doveva fare, ma non pareva che comportassero nulla di drammatico. La sua e la nostra vita continuavano a scorrere senza interruzioni né scosse, come spesso avviene nelle città dal clima caldo, semitropicale, dove talvolta l’aria sembra fermarsi, e il tempo con lei.
Quando il vento veniva dal sud, un pulviscolo rosso si muoveva nel cielo e lasciava uno strato di sabbia bruciata sulle pietre bianche, sui marciapiedi, sull’asfalto. Fu in una di quelle giornate che mi resi conto che qualcosa non andava.
Componevo il suo numero di telefono, ma lei non rispondeva. Aveva avuto sicuramente i referti, in quelle bustone gialle che allora si usavano, ma non voleva darne notizia nemmeno alle persone che le volevano bene. La cosa durò qualche giorno; poi fu lei a chiamarmi.
“Non devi dirlo a nessuno, però!”
Io non andai certo a raccontarlo in giro, ma non ci volle molto perché lo sapessero tutti. La colpa fu probabilmente di Giovanni, che aveva bisogno di giustificare le sue scelte, che chiedeva alla società di essere assolto per il suo delitto, l’abbandono di una povera fidanzata infelice.
La povera abbandonata continuò a frequentare i suoi pochi amici vecchi e nuovi, come Livio e Pietro, e anche se qualcuno cominciò a malignare su quello che si poteva indovinare della sua particolare intimità con quei due ragazzi, così giovani e così educati, anche se qualcosa di morboso incominciava a trapelare, io mi resi conto che ormai nessun giudizio poteva più essere espresso, che ogni comportamento avrebbe dovuto ottenere la sua giustificazione, per Nina, perché ormai la sua malattia l’aveva collocata al di là del bene e del male.
Chissà perché la società chiede ai malati di arrendersi al volere superiore, di preoccuparsi di pregare divinità invisibili, per ottenere un futuro migliore in un altro mondo, la cui esistenza è indimostrabile. Se il malato non accetta il suo destino, la sua condizione di escluso, se non comincia a sua volta ad autoescludersi dal mondo dei sentimenti delle persone vive e cariche ancora di speranza e di progetti, il suo comportamento è ritenuto vituperabile, non consono alla circostanza. Se devi crepare devi farlo in silenzio e senza dare scandalo.

Camden Lock Canal

Camden Lock Canal

Susan:

Quando Nina venne ad abitare qui a H. non fu difficile fare amicizia; dopo nemmeno una settimana mi pareva di averla conosciuta da sempre. Era sempre gentile e sorridente: ricordava un po’ quegli indigeni dei Mari del Sud che si vedono nei vecchi film. Il volto zigomato e la pelle ambrata la rendevano terribilmente esotica qui a H., dove peraltro vivevano già tanti immigrati, ma ben definiti nelle loro caratteristiche etniche, mentre lei pareva piuttosto una continentale anomala, con forme quasi orientali, come se ne trovano nell’Europa del Sud, mescolate alle più classiche bellezze mediterranee.
Ci volle un po’ di tempo perché iniziasse a parlarmi di quella sua strana e rara malattia, che l’avrebbe condotta alla morte in pochi anni, se non adeguatamente curata. Il suo sistema endocrino non funzionava a dovere e generava, all’inizio in maniera lenta e subdola, poi sempre più veloce e galoppante, sostanze che avrebbero prodotto in pochi anni un precoce invecchiamento e una rapida distruzione delle funzioni vitali.
Cominciai a chiedere in giro ai miei amici, a fare ricerche su internet e finalmente trovai un indirizzo che consentiva di aprire un varco alla speranza. Il Centro di ricerca biotica del dottor Jameson si occupava di malattie rare e prometteva di risolvere numerosi casi in cui la medicina ufficiale e la farmacopea regolare si dichiaravano impotenti. Questo avveniva in quanto i mezzi di cui disponeva il Centro, legato a una fondazione per gli studi olistici di derivazione parasteineriana, erano differenti rispetto a quelli di una casa farmaceutica o di una regolare fondazione scientifica. La vita di una ditta o di un centro di studi scientifici aveva bisogno di una realizzazione economica e mirava alla sperimentazione di farmaci che potessero avere una certa diffusione sul mercato. La fondazione del dottor Jameson poteva dirsi esentata da questi vincoli e aveva la possibilità di dedicarsi liberamente allo studio di quei casi e alla sperimentazione di farmaci e altre modalità curative che riguardassero anche solamente un numero ridottissimo di pazienti. Questi però provenivano da tutto il mondo e costituivano la principale fonte di guadagno di Kenneth H. Jameson e dei suoi ricercatori e impiegati.
Ci accorgemmo solo dopo vari mesi che l’organizzazione funzionava un po’ come una setta, utilizzando i proventi che i pazienti e le loro famiglie versavano sistematicamente, in cambio della speranza, che come si sa non ha prezzo. Ma ormai Nina era entrata ufficialmente nel gruppo di sperimentazione e ne era stata per così dire assorbita, tanto che la si vedeva sempre meno spesso, impegnata com’era a sviluppare la propaganda per i suoi maestri e nuovi amici e a viaggiare, come ci diceva, verso destinazioni impreviste sulle quali doveva mantenere il più stretto riserbo, anche con i familiari.
A un certo punto Nina divenne per così dire invisibile. La segretaria di Jameson sosteneva che si trovasse lontano, prima a Edimburgo, poi in altre località sempre più lontane e difficilmente raggiungibili. Dopo solo qualche settimana aveva cominciato a non rispondere più alle mie domande, quando riuscivo a contattarla per telefono. Non era più autorizzata a divulgare notizie. Se proprio volevo sapere qualcosa mi sarei potuta rivolgere ai suoi parenti, che continuavano a risiedere qui da noi, in Inghilterra. Quando Nina scomparve definitivamente, quando cioè fui sicura della sua irreperibilità, cercai di avere notizie prima di tutto dai suoi e tornai quindi più volte a visitarli. Furono gentilissimi, ma alla mia richiesta di sapere dove fosse Nina rispondevano con larghi sorrisi. Dicevano cose del tipo: È dove deve essere, dove è giusto che sia. In pratica, forse neppure loro sapevano dove si trovasse la figlia, ma la setta di Jameson riusciva comunque a tranquillizzarli. Tutto quello che succedeva avveniva per il bene della loro creatura.

Io:

Dio, quanti aerei solcano i cieli di Londra! Basta aspettare qualche minuto ed ecco che qualcosa appare nel cielo. Sembra veramente che questo sia l’umbilicus mundi e che tutti debbano venire qui per qualche motivo. Ed ecco che anche Nina, e i suoi genitori e anch’io alla fine siamo stati spinti dal destino verso questo approdo imprevisto. In fondo il posto è piacevole e ci si abitua presto ai suoi ritmi. Poi ci si trova di tutto, soprattutto tanti italiani. Si può fare una colazione ibrida con cappuccino o espresso italiano e muffin, per poi cenare a fish & chips in un pub, o quando se ne ha voglia mangiare etnico o quel finto indiano che è il tikka masala, fare il lunch con un burrito messicano e di sera ascoltare buona musica in uno dei tanti locali dove suonano gruppi jazz o alternativi.
Ho conosciuto Susan Crawford per caso. È stata l’unica vera amica di Nina in questa sua esperienza di vita britannica. L’ha seguita e aiutata nella ricerca di una soluzione e nelle sue esperienze londinesi, non tutte piacevoli. L’ho incontrata per la prima volta dai genitori di Nina, che andava a trovare spesso, per cercare di conservare un legame che sembrava improvvisamente essersi spezzato. Appariva sinceramente più preoccupata di loro per la sua amica. I suoi vecchi erano entrati ormai nella convinzione che la figlia avesse trovato una nuova dimensione e che le fosse stata offerta un’occasione, se non per guarire, per sperimentare nuove forme di realizzazione spirituale, una sostituzione liberatoria delle difficoltà e limitazioni fisiche con un vitalismo assordante, galoppante e luminoso, spaziale e rivolto all’intero universo.
Certo, se lo spirito è malato, poi l’essenza morbosa si comunica alla materia e si manifesta attraverso le patologie più svariate che affliggono il corpo. Banalità, è vero, che predicate con calore e convinzione, divengono verità indiscusse e indiscutibili, cui l’umanità, povera e spaurita, si aggrappa per risolvere ciò che risolvere non si può, in una scalata irrazionale verso il benessere e l’immortalità, irraggiungibile.
Mi pareva che Susan fosse rimasta anche lei affascinata da queste prospettive, dalle promesse di una nuova speranza, di una riacquistata freschezza, di quello che pareva emergere dall’ottimismo evenemenziale che permeava il pensiero di Jameson, quel bozzolo che racchiudeva un nucleo di antiche e perenni illusioni, sapientemente calate in una realtà permeata di timori e sofferenze, nel tentativo di soffocarle o quanto meno di nasconderle, fino a quando era possibile.

Susan:

Sono qui nella natura del North Yorkshire, sempre sulle tracce di Nina. Superati gli agglomerati agricoli, separati da palizzate decorate dalle scritte di bombolette spray, oltre i giardinetti e le piccole ville di campagna, si stendono le terre apparentemente incolte e selvagge, quelle che vengono definite brughiera e descritte in tanti bei romanzi dell’Ottocento. Sono le distese in cui si può cavalcare senza meta, sperando d’incontrare i fantasmi di Heathcliff e di Catherine.
Qui mi ha colto una sensazione di paura, mai provata prima, un orrido orrendo orrore, una consapevolezza, un vedere la realtà senza maschera. Quello che si cela dietro i colori, le forme artatamente gradevoli, le ingannevoli dolcezze. Il viso terrificante del dio, il male che non può più celarsi e improvvisamente salta fuori, l’urlo degli esseri pronti a sbranare per cibarsi. La natura in cui ogni vita sfrutta la morte di altri esseri, si ciba del dolore, del terrore, del tormento, ne gioisce e se ne adorna. Al di là delle dolci immagini, dei fiori, delle farfalle, degli uccellini, delle brezze e dei pollini, al di là delle greggi placidamente brucanti e dell’erba mossa dal vento, il dio-vampiro si leva e reclama il suo sangue.
E mentre osservo, ferita da sensazioni nuove, il mondo che mi circonda, inumidito da una pioggia improvvisa mentre la sera sta per sopraggiungere, mi pare che una voce mi chiami. Non proviene dal cespuglio che mi sta davanti, come mi viene da pensare immediatamente, ma da una costruzione ruvida e greve, apparentemente disabitata e seminascosta, in quell’avvicendarsi ondulato di alture rocciose e avvallamenti verdeggianti che è caratteristico di questa parte dell’Inghilterra.
Mi avvicino e noto un’ombra che da una finestra aperta e fiocamente illuminata mi fa cenno di entrare.
La porta è aperta e mi addentro in una sala dai poveri arredi, che sembrano ancora quelli di un altro secolo.
Improvvisamente, dall’oscurità, una figura che mi sembra femminile si manifesta e mi parla, con un’intonazione dolente che non le è abituale.
“Perché mi cerchi? Non mi devi cercare. Nessuno mi deve cercare.”
“Sei proprio tu, Nina? Perché sei scomparsa?”
“Non sono scomparsa, sto facendo quello che devo fare: seguo il mio cammino.”

La voce è la sua, solo appena più cupa, ma lei mi sembra più bassa, o forse dipende dal fatto che è a piedi nudi. Il suo viso è coperto da un fitto velo nero, che non lascia nemmeno indovinare l’aspetto che nasconde.

“Sai, ho fatto conoscenza con gli spiriti.”
“Gli spiriti? Non esistono gli spiriti, Nina.”
“Esistono invece, e sono qui, tutt’attorno a noi. Io sto cominciando ad abituarmi a loro, perché presto andrò a raggiungerli.”
“Ma , Nina, stai facendo qualcosa? Ti stai curando?”
“Non esiste cura per la vita, lo sai anche tu, tutti lo sappiamo. La morte è già dentro di noi, si può solo rallentare.”
“Ma stai facendo una cura, Quel Jameson ti ha dato qualcosa?”
“Mi ha insegnato tante cose e mi consente ancora di vivere, almeno in questa forma. Ma noi siamo un’aggregazione temporanea di un’energia che non ci appartiene.”
“Vivere, ma è così che vivi, nascosta agli occhi del mondo?”
Lei non rispose, ma io avevo un dubbio: dovevo sapere.
Le strappai il velo e la vidi, o meglio vidi quello che era rimasto della dolcezza del suo viso. In un attimo ho compreso il significato più profondo delle parole invecchiare, decadimento, decrepito, incartapecorito, il tutto ancora racchiuso da un ovale di tenerezza infantile, una contraddizione innaturale per cui una giovane partecipava anzi tempo all’esperienza della vecchiaia.

“Non dovevi farlo, no non dovevi!”, gridò, ricomponendo quel velo intorno alla devastazione del suo volto, in cui ancora splendevano due occhi giovani e dolci.

“E ora va via”, disse. “No, rimani, per questa notte. Non puoi restare da sola nel buio della brughiera.”
“Posso rientrare in paese”, dico. “Posso tornare, so guidare al buio.”
“No, stai qui. Domani andremo via. Tu non mi cercherai più. Io, io, devo scomparire. La mia forma – la mia forma!”
Rimango lì, per tutta la notte, in una specie di stanza degli ospiti, semplice ma calda e confortevole. Quando mi risveglio, lei non è più là. La casa è vuota, non è rimasta nemmeno l’eco della sua voce, né si nota il segno del suo corpo sul letto della stanza in cui si è ritirata per la sua ultima notte. Dalla finestra semiaperta entra il gelo del primo mattino insieme all’odore di terra umida della campagna.
Lascio la casa aperta e vado via. Sento che non vedrò più quella strana amica, giovane e vecchia, misteriosa e indocile, che non sono riuscita a sottrarre al suo singolare destino. Forse Jameson la porterà in un luogo nascosto, in qualche lontana parte del mondo, forse le consentirà di entrare in un’altra dimensione, in cui il suo corpo malato non le sarà più d’intralcio e dove potrà trascorrere in serenità il tempo che le resterà da vivere oppure, forse, realizzare il miracolo di vivere un’altra vita.

Io

“Non possiamo fare più niente per lei.” Questo mi disse Susan a Londra. “Puoi tornare in Italia”, aggiunse.
Rimasi ancora qualche giorno; ma non potevo trattenermi troppo. La vita a Londra è cara e non è possibile fare il turista per troppo tempo. Avrei dovuto cercare qualcosa da fare: lavorare in un bar, in un ristorante, suonare in qualche gruppo musicale. Ma perché rinunciare a concludere i miei studi, rallentando ancora quel percorso conoscitivo del quale pareva non avessi il coraggio di affrontare la fase finale? Perché lasciarmi attrarre da una stupida avventura, perché correre dietro a un fantasma?
Non avevo la speranza di capire quello che stava veramente succedendo. So che avrei potuto cercare Jameson e farmi spiegare quale fosse il futuro di Nina, ammesso che ne avesse uno. Ma lo stesso Jameson era ormai introvabile. Sembrava che quest’uomo dal grande carisma, capace di convincere e condizionare centinaia di povere e deboli creature, avesse scelto di scomparire, forse per rinascere o meglio riapparire sotto altre vesti. Ero personalmente convinto che fosse un imbroglione, però, nel mio cervello, coltivavo il dubbio che potesse credere alle assurdità che predicava, che fosse magari un pazzo fanatico, ma interiormente dedito all’adorazione dell’onestà, cioè uno dei più pericolosi e irrecuperabili pazzi che ci fossero in circolazione?
Era mai possibile che un uomo del genere non avesse mai compiuto un errore per cui potesse essere condannato, che non avesse mai compiuto qualcosa di abominevole, che non avesse sedotto una minorenne, che non si fosse inchiappettato una ballerina di fila, o meglio una fila di ballerine? Che non avesse corrotto funzionari, sodomizzato eminenti membri delle gerarchie ecclesiastiche, che non si fosse, nemmeno, paragonato a Dio o al suo Figliolo, incorrendo nelle ire e nelle scomuniche di qualche chiesa esistente?
Ed ecco che lui scompare e con lui le sue seguaci, compartecipi di quella sua esperienza spirituale, di quella convinzione in un’altra realtà in cui il corpo fisico diventa un mero accidente, un fastidioso limite da superare.
Susan mi ha mandato per e-mail le poche cose che Jameson aveva comunicato al mondo attraverso un testo scritto. Non ne ho ricavato una grande impressione. La mia formazione razionalista mi portava a giudicarle ciarpame ricavato da una confusa lettura di opere di spiritualisti e mistici, occultisti e pseudoscienziati alternativi. Il suo insegnamento (o dovrei dire predicazione?) tendeva ad avvalorare l’ipotesi della vita come rito di passaggio tra diverse dimensioni, ognuna delle quali obbedisce a principi quali l’analogia, che unifica l’apparente infinita diversità di soluzioni, o l’apparentamento archetipico-simbolico, che attribuiva identico valore a principi universali, in grado di fornire un supporto logico all’infinita varietà di soluzioni prospettate dal procedere del caso. Insomma, in qualche modo si riscopriva una religione, si reinventava Dio.
Ho letto le scarne notizie che la stampa inglese più rispettabile e tradizionale aveva dedicato alla setta di Jameson. Qualcuno parlava di un’italiana, di cui nessuno aveva mai visto il volto, tanto da far nascere fantasticherie e leggende. Si favoleggiava infatti di un essere mostruoso, dalle fattezze diaboliche, che poteva essere guardato impunemente solo dal capo indiscusso del gruppo. Immaginai che si trattasse di Nina e che portasse un velo o una maschera solo per non far trapelare all’esterno la corruzione, la sgradevole deformazione subita dalla sua immagine.
I giornali scandalistici ricamarono invece ampiamente sugli aspetti più sconcertanti e più solleticanti della vicenda, insistendo sulle pratiche orgiastiche che sarebbero state attivate dalla comunità, ma mi resi subito conto che nessuno sapeva molto in realtà e tutti i racconti erano stati copiati di sana pianta da un altro tempo e da un’altra storia, quella di Aleister Crowley, tanto da trasformare (come mi accadde di leggere) la nostra Nina da sarda in siciliana, in omaggio alla discussa presenza dell’inglese Crowley in Sicilia, nei pressi di Cefalù.

Quanto a me, sono tornato qui, in Sardegna, a guardare il mio mare, quella distesa aspra e luminosa che circonda la mia terra.
Vedo le onde che si rifrangono sulla spiaggia bianca, che arrivano cariche di una strana forza. Nessuna è identica a un’altra, così come nessun essere è mai identico a un altro e come nessun fatto ripete mai perfettamente un altro fatto.
Mi chiedo se prima o poi non possa arrivare un’onda incomparabilmente più potente delle altre e se quest’onda non abbia il potere di spazzare via tutto, ricostruendo un’altra realtà, un mondo in cui gli animali non abbiano mai abbandonato l’acqua per respirare l’atmosfera terrestre, in cui esistano solo creature a sangue freddo, atte a ricavare l’ossigeno filtrando l’acqua con le branchie, per cui gli unici prati siano quelli delle alghe smosse dal vento delle onde, le uniche case le tane nella roccia.

Melvin Westwood:

Le strane voci che correvano su Jameson e sui suoi seguaci, mi hanno portato in Scozia, nei dintorni di Edimburgo, in un paesino chiamato Stewengrange.
Le accuse piovute su di lui avevano convinto Jameson a ritirarsi in un luogo isolato, nella speranza di scoraggiare i suoi avversari e di fruire della minore visibilità che la campagna, spesso, garantisce. Invece le ipotesi di reato erano divenute via via più concrete e nei suoi confronti era stato spiccato un mandato di cattura. Sembra che Jameson si sia arricchito in maniera notevole, attraverso i beni incamerati dal suo Centro di ricerca a seguito di donazioni o atti testamentari. Un ingente patrimonio in titoli e immobili si era costituito in pochi anni e le somme disponibili, provenienti da interessi, dividendi, locazioni, erano capitalizzate o impiegate per ammortizzare i costi delle ricerche. Jameson sosteneva la regolarità di tutte le operazioni della struttura, ma una serie di denunce per truffa si era abbattuta su di lui, da parte di tanti che, pur avendo speso somme considerevoli, non avevano ottenuto i risultati sperati.

Quando la polizia si mise alla ricerca del ricercatore-santone e del suo gruppo di fanatici, da giorni nessuno l’aveva più visto in paese. Anch’io ero partito per la Scozia, nella speranza di seguire da vicino la storia, che mostrava di avere un’evoluzione interessante. Ero in contatto costante col mio giornale, che da sempre raccoglie fatti di cronaca più o meno bizzarri e racconta i più truculenti fattacci per il pubblico londinese meno raffinato, sempre desideroso di storie a effetto e di nuovi Jack the Ripper.
Temevo che la fuga di Jameson si trasformasse in un suicidio collettivo, come quello tristemente noto della Guyana, e volevo arrivare prima che la storia in un modo o nell’altro precipitasse verso una tragica conclusione.
Sapevo che Jameson si era rifugiato in una vecchia palestra, un po’ distante dal paese, e riuscii ad arrivare sul luogo prima che la polizia mandasse i suoi uomini. Li precedetti di almeno sei ore. Io ero lì di buon mattino, mentre i tutori della legge arrivarono davanti all’impianto sportivo nel primo pomeriggio.

La costruzione era una sorta di ala ristrutturata di un complesso una volta più ampio, che sembrava imitare le forme architettoniche rococò. Una strana facciata terminava con un frontone ricurvo, sulla cui cima appariva quella che sembrava essere una tromba, forse residuo della statua di un angelo.
Il cielo stava schiarendo a est e tra le nuvole a fiocchi filtravano macchie di un celeste luminoso, che preannunciavano una giornata piacevole.
Mi avviai sulla salita che portava alla palestra con una certa apprensione. Non immaginavo che i compagni di Jameson mi avrebbero accolto con entusiasmo o almeno con cortesia. Speravo però di assicurarmi qualche testimonianza, che aiutasse il mio pubblico a comprendere gli avvenimenti e a conoscere le ragioni degli altri, prima che le versioni dei media si amalgamassero e perdessero originalità e schiettezza.

Suonai il vecchio campanello di ottone, ma nessuno venne ad aprire. Suonai nuovamente, senza risultati; poi mi feci coraggio e provai a girare la maniglia. La porta era aperta.
Entrai e mi trovai immerso in un ambiente ampio e completamente vuoto, illuminato da finestroni alti suddivisi a scomparti da piccole assi di color verde marcio.
Il pavimento chiaro, color crema con venature scure, era contornato ai lati, a circa 50 cm dalle pareti, da strisce rosso mattone, che si armonizzavano con i lunghi termosifoni dipinti dello stesso colore, che non erano comunque sufficienti per riscaldare compiutamente quel vasto spazio.
Sulla sala principale incombeva un pallido silenzio che il rumore dei miei passi spezzava, ripetuto dal rimbombo delle risonanze. Esaminai anche le altre stanzette, le docce e gli spogliatoi, senza trovare segni di vita. Una delle stanze, piena di scaffali ingombri di cartelle, sembrava l’archivio della società che gestiva la struttura. Vi erano cartelle relative ai bilanci e, in un mobiletto metallico, uno schedario che pareva una sorta di anagrafica degli iscritti. Gli diedi un’occhiata, ma mi resi conto che era fermo al 1995. Dopo quella data probabilmente la gestione dell’attività era stata totalmente informatizzata. Infatti, in un lato del locale, vicino alla finestra, si notava lo schermo di un pc.
Mi accorsi, dalla lucetta che appariva sotto lo schermo nero, che la macchina era accesa. Mi avvicinai e diedi un colpo sul mouse. Dopo qualche secondo apparve una pagina web piena di caratteri sconosciuti. Una sola frase in lingua inglese campeggiava come titolo sulla pagina successiva: Il richiamo del vento abissale. Il rimanente della pagina era invece desolatamente vuoto, o piuttosto la pagina era composta da una serie di box o riquadri in cui era rimasto solo il colore di fondo, ma non apparivano né parole né immagini. In basso era segnato però il nome del webmaster, che era lo stesso Jameson. Controllai le informazioni sulla pagina e scoprii che era stata aggiornata quello stesso giorno. Pareva che il suo compilatore avesse voluto cancellare tutte le informazioni, per non lasciare notizie ai successivi visualizzatori del suo sito.
Uscendo dalla stanza, un lungo corridoio conduceva a una porta che si apriva verso l’esterno. Al di là di un cortile delimitato da muri diroccati si ergeva una costruzione in mattoni scuri, certamente più antica della palestra, che a giudicare dall’aspetto sembrava una chiesa di campagna o la cappella di un edificio signorile.
Non occorreva essere un cacciatore di piste per rendersi conto del passaggio di numerose persone che avevano lasciato tracce fresche sul terreno fangoso. Esaminandole, conclusi che verosimilmente Jameson e i suoi seguaci avevano attraversato quello spazio per recarsi nell’edificio religioso, dove forse ancora si trovavano.
Invece, superato il pesante portone d’ingresso, si manifestò ai miei occhi un’altra aula nuda. Il pavimento scuro rifletteva la pallida luce che penetrava dalle finestre laterali. Se la costruzione era stata una chiesa, sicuramente quella funzione doveva essere stata abbandonata da un pezzo e qualche modifica sostanziale doveva essere stata apportata.
Quando i miei occhi si abituarono alla penombra, mi accorsi di un mucchio di oggetti che era stato depositato al centro dello spazio.
Accesi la torcia elettrica che mi ero portato dietro e compresi che si trattava di una serie di vestiti e di scarpe accatastati. Quando mi avvicinai, vidi che sul pavimento era stato tracciato un cerchio rosso piuttosto ampio e che il vestiario era stato ammonticchiato al centro del cerchio.
Nel frattempo, la luce era divenuta più chiara e il locale più luminoso, così da consentire di individuare i segni fangosi lasciati da un gruppo di persone che, come me, erano entrate nel cerchio. Sul terriccio ancora umido si notava persino l’impronta di persone che camminavano senza scarpe. Prestai grande attenzione a non sovrapporre le mie impronte a quelle dei seguaci di Jameson, che sembravano entrati da un solo lato, ma non parevano essere mai usciti dal cerchio. Esaminai bene tutto lo spazio all’interno e immediatamente all’esterno dell’area circolare, ma la conclusione fu sconcertante. Il gruppo degli adepti era entrato in quello spazio, ma non ne era mai uscito. Era come se tutte quelle persone si fossero dissolte nel nulla.

Susan:

Ho sognato Nina, che non vedevo da anni. La sua immagine raggrinzita e stravolta si era manifestata, ma io la rifiutavo, non potevo accettare che quello fosse il reale aspetto della mia giovane amica.
Era notte e ricordavo di aver camminato per tanto tempo all’aperto, calpestando l’erba umida dei prati, che mi bagnava le gambe.
Una luna, una luna dalla luce violenta, quasi mediterranea, incombeva alta nel cielo e investiva la bianca figura che, nell’illusione del sogno, sapevo essere Nina.
Si ergeva candida, sullo scuro sfondo della boscaglia. Poi lei, lei stessa, sollevava la mano all’altezza del volto e con un gesto levava il velo che lo copriva. Con mio stupore, il viso appariva giovane e bellissimo, come doveva essere una volta, prima ancora che io la conoscessi.
“Vedi? Io sono questa”, diceva, mentre la luce bagnava la sua pelle, rendendola più chiara, quasi perlacea. “Io sono sempre rimasta così, ma nessuno poteva vedermi quale sono. Chissà perché gli uomini non vedono l’essenza delle cose, ma l’aspetto esteriore che discende dal deteriorarsi della materia, dalle stratificazioni e dalle alterazioni prodotte dal tempo.”
“Allora era vero quello che dicevi, che lo studio delle cellule danneggiate dalla malattia, di quelle piccole forme di vita sofferente, avrebbe potuto dare risultati incredibili. Allora Jameson aveva ragione!”
“La scienza ha ragione. Ogni patologia può essere affrontata, con fiducia e con una qualche dose di creatività. Quello che per una cultura è miracolo, per una società più avanzata nelle vie della conoscienza può essere l’effetto di una cura regolarmente prevista e di un farmaco debitamente registrato. Ma se gli stessi medici, gli stessi ricercatori, non hanno fiducia, se credono nell’ineluttabilità dei processi morbosi, non si potrà mai realizzare nessun progresso, non si potrà mai sviluppare una nuova cura. Prima di tutto bisogna credere nella possibilità di qualcosa: è il primo passo verso la sua realizzazione. Poi occorre l’intuito, occorre l’immaginazione. A volte bastano un sogno, un’intuizione o il semplice caso, per risolvere problemi ritenuti insolubili per secoli.”

Questo affermava Nina, nell’illusione del sogno; ma probabilmente erano mie antiche convinzioni, quelle che ponevo nella sua bocca, convinzioni purtroppo mai suffragate da prove reali, da esperienze della nostra vita cosciente.
Valutando la realtà, le esperienze registrate dalla nostra mente, non rimane che angosciarsi per la miseria e la fragilità dell’uomo e per la sostanziale inutilità dei suoi sforzi per scongiurare le malattie e allontanare la morte.
La stessa scomparsa di Jameson, e con lui di Nina, le interpreto ora come un conclusivo desiderio di voler celare al mondo, al suo teatro, e all’uomo che ne è l’inconsapevole spettatore, il totale, angoscioso orrore della verità. Eppure da qualche parte, nella mia mente, si annida la speranza. Mi viene da pensare che Nina e i suoi compagni si nascondano un qualche zona remota dell’universo a pensare, a sperimentare, a immaginare cure per le più angosciose e inconcepibili patologie,

Melvin Westwood

La cronaca che scrissi sulla scomparsa di Jameson dalla palestra di Stewengrange aveva la non troppo nascosta intenzione di far colpo sui lettori del nostro giornale.
Devo confessare però che una spiegazione razionale degli avvenimenti è possibile, anzi quasi necessaria.

La mia prima impressione, la mia impressione più vera, è che si sia trattato di una rappresentazione. Che la fuga sia stata organizzata perfettamente, e realizzata con un vero e proprio coup de théatre.
Avevo notato, durante la mia visita, che la grande palestra in cui Jameson si era rifugiato aveva una copertura in vetro, che si concludeva con una grande botola. Sembrava perfettamente chiusa, è vero, ma non mi sembra impossibile che qualcuno abbia potuto serrarla dall’esterno, dopo una fuga rocambolesca, magari in elicottero.
A dire il vero, nessuno ricordava di aver notato velivoli lì vicino, quel giorno; ma bisogna considerare che la palestra si trova in una zona isolata e che difficilmente gli abitanti della zona avrebbero potuto notare il volo di uno o più elicotteri a bassa quota, specie se la destinazione fosse stata qualche area sperduta delle vicine alture selvagge. E poi, chi si mette a guardare il cielo quando si è appena svegliato e pensa ancora assonnato a pulire il suo corpo e a predisporre la sua immagine per il mondo che dovrà vederla e giudicarla, tra poco?
Ho provato a immaginare la scena: Jameson che entra nel cerchio rosso con i suoi discepoli e con la misteriosa dama velata che lo segue da tempo. Su, nella copertura della palestra, una botola si apre e ne scende una scaletta, su cui salgono, uno dopo l’altro, i compagni del professore. Lo stesso Jameson, per ultimo, supera con la scala di corda la botola e, con un colpo deciso, la richiude, prima di risalire sul velivolo che attende immobile nell’aria.
Successivamente, le macchine volanti si muovono nel cielo ancora pallido del mattino e si dirigono velocemente verso le montagne, dove un pulmino o un gruppo di auto attendono, per trasferire i fuggiaschi in un posto sicuro.
Dove possano essere andati, poi, può solo essere oggetto di congetture. Forse in qualche isola semideserta del Nord. Oppure, se quella potrebbe essere stata una probabile meta immediata, in qualche paese lontano, raggiunto con mezzi privati, magari spostandosi per piccoli gruppi, tanto per non dare nell’occhio.
Qui Jameson avrebbe potuto proseguire le proprie ricerche in tutta tranquillità, raggiungendo livelli conoscitivi superiori e impensabili e conseguendo un potere spaventosamente grande.
Certo quelle conoscenze sarebbero rimaste segrete, raggiungibili solo dagli uomini più ricchi e potenti, che avrebbero continuato ad arricchire lo scienziato e i suoi più stretti seguaci., pur di assicurarsi una salute perfetta, fino al naturale esaurirsi della propria forza vitale.
Insomma, se si lascia correre l’immaginazione, anche le storie che si pretende di ricondurre a una sana razionalità finiscono per sfuggirci, per rifugiarsi nei regni della fantascienza.

Giovanni:

Ho già due figli: un maschio e una femmina, ma se ne dovessero arrivare altri ben vengano. Posso permettermi di mantenerli.
Mia moglie è una ragazza del mio paese, dagli occhi scuri e vivaci. E’ una donna attiva e intelligente. Segue bene i miei figli e gli dedica tutto il tempo che io non riesco a trascorrere con loro per colpa dei miei pesanti impegni lavorativi.

Dovrei sentirmi sereno e realizzato. Ma ogni tanto un ricordo s’insinua e si fa spazio nel mio cervello, e mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se Nina fosse stata con me, se il destino non le avesse precluso il cammino che aveva scelto.

Non ho più avuto sue notizie. Secondo i miei calcoli dovrebbe essere già morta, a meno di un miracolo; ma io non credo ai miracoli. So che ogni patologia ha tempi medi di sopravvivenza e che un procedimento degenerativo non ha alcuna possibilità di interrompersi, a meno che non si trovi una cura innovativa adeguata. Purtroppo la sperimentazione nel caso della patologia che ha colpito Nina non è che agli inizi e pertanto non ci sono tuttora possibilità reali di intervenire in maniera efficace.

Ho costruito una villetta sul litorale, sopra un terreno che ha termine solo dove si frangono le onde.
Qui, in questo piccolo paese, sono una persona importante, e rispettata. Chi potrebbe protestare perché ho occupato una piccola porzione di spiaggia? D’altra parte, quando l’ho fatto, questa zona era un deserto. Non ci arrivavano neanche i pastori, perché cosa se ne sarebbero fatti di un po’ d’acqua salata e di un po’ di piante spinose, o delle alghe che il mare riversava sulla sabbia ad ogni mareggiata?

Così mi siedo sulla mia veranda, in alto, al riparo dai flutti e dalle tempeste invernali, e qualche volta mi sembra di vedere Nina, là, accovacciata sulla sabbia, con gli occhi rivolti al mare, a un orizzonte infinito, che sembra contrastare con la finitezza della nostra vita. Capisco però che è solo un’illusione, che cerco di scacciare dalla mente.

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