La cattiveria

Ho seguito per molti mesi i personaggi di questo racconto come gente di famiglia e mi dispiace quasi abbandonarli. Ho iniziato a scrivere la storia in un momento in cui non avevo proprio voglia di elaborare preziosismi stilistici, per cui lo stile potrebbe risultare un po’ sciatto, ma proprio per questo intonato alla vicenda, contemporanea e realistica, abbastanza diversa dalla maggior parte delle mie storie.

Milano, via Fornari

La cattiveria

1.

« Che cattiveria! » disse la signora Lidia « Lo sa che non ce la faccio! » « L’aiuto io, fece il Romualdi. » Le buste erano per terra: quattro, due per braccio. L’uomo le sollevò senza apparente fatica e le depositò dentro l’ ascensore.
« Grazie, ma non si doveva disturbare: tanto mio marito rientra subito » disse la signora con il suo più bel sorriso.
Intanto le buste erano già pronte per la salita e non sarebbe stato necessario aspettare Giacomo, che come al solito non era riuscito a parcheggiare l’ automobile.
Qualche minuto prima, Giacomo aveva fermato la macchina in seconda fila e aveva dovuto abbandonare le buste della spesa, per cercare un parcheggio da qualche parte. Sceso dalla macchina, aveva preso le buste, pesantissime, e si era trascinato in qualche modo lungo il viale del giardino interno. Aperto il primo portone, aveva affrontato la prima rampa che portava alla scala sinistra e all’ascensore e aveva appoggiato le buste per terra. Poi, tornato indietro fino al portone, aveva citofonato alla moglie avvertendola che aveva portato le buste, ma che aveva dovuto lasciare la macchina in doppia fila e che stava andando a spostarla e a cercare un parcheggio.
L’automobile per lui era stata una conquista: gli consentiva di non affaticarsi eccessivamente, di non portare pesi, di non prendere freddo; gli aveva dato un paio di decenni di buona salute e di serenità. Poi qualcosa era cambiato nella mentalità della gente. Gli automobilisti, secondo l’ immagine prevalente, erano ormai diventati inquinatori e scansafatiche; erano un’ indegna specie di criminali, che dovevano essere puniti per il loro ostinato utilizzo di uno strumento meccanico che rilasciava dovunque fumi irrespirabili e cancerogeni.
Le mode cambiano e, con loro, la maniera di vivere. Ora tenere una macchina era un incubo: divieti di sosta dappertutto, anche negli spazi che sembravano costruiti proprio per posteggiare le auto. E soprattutto l’incubo settimanale della pulizia della strada. Ogni tanto ci si dimenticava di spostare quel maledetto arnese, che bisognava depositare lontanissimo, oppure nello stradone, dove le macchine si accalcavano negli spazi in grigliato prefabbricato ai lati della carreggiata, accanto ai marciapiedi, malgrado gli assurdi cartelli che sembravano vietare anche lì il parcheggio e minacciavano addirittura la rimozione dalle ore 0 alle 24.
Un altro incubo era rappresentato dalle immondizie. La raccolta differenziata imponeva la separazione di materiali che spesso parevano uniti indissolubilmente, come i contenitori in vetro e plastica degli aromi. Bottiglie e barattoli avrebbero dovuto essere puliti. Si finiva per non adoperare più olio per friggere perché l’olio usato non poteva più essere gettato negli scarichi, ma raccolto e consegnato, come un pericoloso veleno, a un lontano centro di raccolta. Le batterie esaurite stazionavano in casa per anni perché non si sapeva più dove buttarle; infatti i contenitori erano improvvisamente scomparsi dalle vie cittadine e per liberarsi dei pericolosi oggetti bisognava andare in un negozio di apparati elettrici, acquistare qualcosa e chiedere di gettare i maledetti piccoli cilindri.
In questa incredibile confusione qualcosa finiva per avvantaggiarsi e proliferare. Infatti la notte era tutto un brulichio, un guizzare di forme marroncine che correvano disperate per salvare le loro miserabili vite acquattandosi negli spazi più oscuri e negli interstizi, dove speravano che nessuno potesse colpirli. Il movimento era talmente frequente e immaginabile che addirittura fantasmi di forme, idee di insetto apparivano improvvisamente alla mente, inesistenti e solamente pensate, ma credibili e apparentemente reali per un secondo, prima che la mente emettesse il suo giudizio e le catalogasse fra i miraggi. È che quella casa, che era apparsa così moderna quando l’avevano acquistata, ormai era vecchia, con tutti i camminamenti e i percorsi delle tubature ormai irreparabilmente infestati. D’altra parte, né Giacomo, né tanto meno la moglie, che a mala pena si reggeva in piedi, erano in grado di tenerla pulita e in ordine.
Giacomo si rendeva conto che la sua famiglia era il simbolo della nuova miseria piccolo-borghese, di quella classe che, non avvezza alle fatiche manuali, non era peraltro in grado di sostenere l’aggravio economico di una collaboratrice domestica, ora che i poveri non esistevano più e non si accontentavano di lavorare per sfamarsi. Erano loro, esclusi dalla palingenesi delle classi popolari, i veri nuovi poveri, condannati a una vita di degrado e di abbrutimento. Ormai erano l’energia, la forza fisica, la salute le vere portatrici di benessere. La nuova società imponeva a tutti, tranne che ai più ricchi, di essere giovani, sani e forti, per poter sostenere il peso di un’esistenza in cui la fatica diveniva sempre più diffusa. Bisognava essere capaci di fare lunghe camminate, di sopportare il freddo e il caldo, di andare in giro in bicicletta anche con la pioggia e col gelo invernale, di portare pesi incredibili e di sfacchinare continuamente in casa come le massaie di una volta. Dov’erano finiti l’ illusione della liberazione dalla fatica fisica, il mondo robotizzato, la prevalenza dell’attività ludica su quella produttiva?
Pur non amando una destra buffonesca e affaristica, non riusciva a credere in una sinistra troppo forcaiola, ipocrita e musonesca, amata da chi attribuisce fiducia alle persone serie o che almeno indossano un abito di serietà per rassicurare la gente perbene. L’attività politica sembrava sempre di più una recita infinita, una sorta di reality show condotto da attori che fingevano di essere rappresentanti del popolo, anziché membri di una casta di ricchi dominatori che avevano come scopo principale quello di conservare i privilegi che si erano conquistati grazie alla loro abilità istrionica.
La mattina, le presenze notturne sparivano, per far posto ai raggi del sole che filtravano, come clandestini, attraverso i buchi delle tapparelle, e andavano a ferire le buste del market piene di fotocopie, giornali e documenti, accatastate in ogni angolo, in concorrenza con i vestiti vecchi, le scarpe, le cartelle e le altre innumerevoli scarabattole che il mercato imponeva di acquistare e che poi nessuno aveva più il coraggio di gettare. Ormai Giacomo si era abituato a quel vituperoso disordine, tanto che una casa linda e ordinata sarebbe stata per lui motivo di sgomento, un po’ come se fosse un ospedale o una casa di riposo.
Giacomo da qualche tempo sentiva che la sua vita non aveva più prospettive. Non usciva neanche più per la città e passava il tempo tra lì ufficio, la metro e il pc che teneva in casa, in un angolino del corridoio, perché la sua casa era minuscola. La vita sedentaria l’aveva reso appesantito e stanco.
“Sono stanco di giocare”, pensava, “avrei voglia di dire la verità, anche quella che non conosco” ; ma il coraggio del pensiero poi s’ infrangeva contro le banalità della vita e non si traduceva nel coraggio della parola.
Poi qualcosa aveva cominciato a non funzionare. Sembravano cose da nulla: dolorini agli occhi, sonnolenza, occhiaie, piccoli sintomi che potevano avere mille significati, o nessuno, e che potevano trasformarsi in qualcosa di nefasto, se mancava la voglia di sopravvivere, anche in un mondo che viaggiava nella direzione sbagliata.
Mi hanno preso, pensò. Da tempo percepiva di essere come un fuggiasco, che era finora riuscito a rendersi quasi invisibile, muovendosi senza dare nell’occhio e comportandosi nel modo più banale e prevedibile. Prima o poi però tutti vengono scoperti e per primi i medici partono all’attacco, armati di esami clinici, insinuando nell’animo la sensazione di una fine possibile. Come in un cartone animato, l’uomo cammina nel vuoto finché non se ne rende conto; quando acquista consapevolezza e comincia a credere possibile la caduta, precipita rovinosamente.
L’avevano preso: ormai era prigioniero e consapevole, indirizzato verso un cammino di dolore e di morte. Sperava che qualcuno arrivasse o qualcosa succedesse per cambiare la sua vita. Aveva scoperto navigando sul web l’indirizzo e-mail di suo fratello, che non vedeva da anni, e aveva trovato il coraggio di scrivergli.

Carlo Andretti, o meglio Carlino, fratello minore di Giacomo, aveva intrapreso un percorso di vita totalmente diverso da quello del suo più razionale e composto congiunto. Se Giacomo era stato regolare e rassicurante per i familiari nel comportamento e negli studi, Carlino aveva fatto capire presto che con lui le aspettative familiari sarebbero state sicuramente disattese. Geniale e irregolare, incapace di adeguarsi a uno stile di vita piccolo borghese e di seguire un percorso tradizionale, aveva presto abbandonato gli studi tradizionali per dedicarsi completamente alla musica. Non era un semplice esecutore, ma un creatore e uno sperimentatore di nuove forme musicali. Le note giungevano alla sua coscienza da chissà dove, in un flusso incontrollato e incontrollabile. I suoni immaginari arrivavano in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo; attraversavano le barriere della coscienza, superavano qualsiasi ostacolo, sovrapponendosi alle altre sensazioni, lottavano contro gli altri suoni dell’ambiente e chiedevano di essere fissati, di assumere una consistenza reale, trasformandosi in segni che li rappresentassero. Doveva fare una fatica immensa per registrarli in qualche modo, su un taccuino o sui tovaglioli di carta di una birreria, oppure semplicemente con la voce, con un piccolo registratore tascabile, che teneva spesso con sé.

All’inizio la vita non era stata facile. Carlino suonava, in ogni tipo di locale, per turisti e viaggiatori. Ogni tanto cantava, anche se non aveva una gran voce. Doveva utilizzare un repertorio di brani noti, che richiamassero sensazioni familiari e gradevoli, ma talvolta non resisteva alla tentazione di proporre la sua musica e le sue improvvisazioni.
Mentre improvvisava, usando modalità facili e accessibili, che non urtassero la percezione di chi desiderava soltanto mangiare un buon piatto, gli accadeva di pensare alla triste condizione della sua terra.
L’Italia è un paese negato agli italiani di genio: l’invidia, l’amore per tutto ciò che è vecchio, sicuro e consolidato, l’odio per la sperimentazione e l’abitudine ad accettare solo quello che dà garanzie di autorità e regolarità creano una barriera impenetrabile per chiunque proponga nuove soluzioni creative o procedurali. Una sorta di muro di gomma respinge i giovani scienziati, artisti e letterati. Progetti, creazioni, teorie o invenzioni che non provengano da centri di potere riconosciuti o da aziende, preferibilmente straniere, rimangono invisibili. Tutto deve essere controllato da padroni occulti, riuniti in strutture e consorterie più o meno segrete, che a loro volta impartiscono ordini ai politici, che recitano a beneficio del popolo, collocandosi a destra o a sinistra, abili come i guitti, inossidabili e irrazionali come i sofisti. Per questa marmaglia di prezzolati professionisti dell’inganno la verità è quella che viene imposta dal più abile nell’usare le arti della parola: si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.
Cosa ci faceva lui in un paese del genere? in un paese arido di sentimenti, incapace di pensare e progettare un futuro, intorpidito dalla muffa delle vecchie ideologie ottocentesche e novecentesche, pieno di intellettuali che si accontentano di assicurarsi il successo e il benessere immediati, ai quali basta essere come sono, come Peer Gynt, che scoprì troppo tardi che accontentarsi della propria condizione non è vivere da uomo ma da troll.
Lui, Carlo, non si accontentava, voleva creare qualcosa che non fosse solo produzione commerciale vendibile, voleva inventare qualcosa d’immateriale, che stimolasse emozioni e scatenasse passioni, che non fosse percepibile ed elaborabile con gli strumenti della ragione. Cominciò a spostarsi all’estero, dapprima per brevi periodi, poi per intervalli temporali sempre più consistenti, finché il pubblico tedesco, francese, austriaco si abituò a quel geniale produttore di musica e iniziò ad apprezzarne le composizioni. In Europa c’era un pubblico competente e amante del nuovo, che frequentava le sale da concerto per il piacere di ascoltare della buona musica e non solo per dovere sociale. Per i suoi viaggi Carlo utilizzava più spesso il treno o l’aereo, ma, quando il tragitto era più breve, amava anche percorrere le autostrade europee con la sua automobile, una vecchia Lancia, che gli ricordava quanto c’era ancora di bello e di buono nel suo Paese.

Gli capitò una volta di andare in auto da Salisburgo a Vienna: era solo e la sera già avanzava. La strada era comoda, con qualche larga curva e radi alberi ad alto fusto che abbellivano la campagna. La luna si era già levata e contrastava l’oscurità della notte imminente. Tra i tronchi che si succedevano sulla destra, s’intravedeva lo specchio di un lago, nel quale la luna si specchiava Cercò di leggere qualche indicazione sui cartelli stradali, alla fine trovò un nome, Mondsee.
La musica iniziava a salire nella sua testa. Doveva fermarsi, per non perdere contatto con i segni della sua creazione. Finalmente trovò uno spiazzo e si mise a frugare nello sportello del cruscotto, per trovare i fogli che ormai portava sempre con sé e una penna. Il brano ormai era quasi completo: si mise a stenderlo sulla carta per fissarlo, ma nello scrivere alcune cose variavano e acquistavano nuova forma. Pian piano nacquero nuovi spunti e presero forma variazioni impreviste, fino a quando non fu troppo stanco per continuare a comporre. Si rimise in moto e andò verso il lago, in cerca di un hotel. Ne trovò uno, neanche troppo caro, con una bella vista sullo specchio d’acqua, che pareva uscito dal pennello di un pittore del pieno romanticismo. Tentò di rivedere i suoi appunti musicali, ma il sonno cominciò a esporre le sue esigenze e lui pensò giustamente di dargli retta, non senza aver conservato i preziosi appunti nella sua valigetta.
Nel sonno gli apparve tutta la sua famiglia, suo padre, con i suoi capelli ricci, in ostinato contrasto con la sua aria severa, sua madre, con la sua bellezza un po’ fanée e il suo sguardo perennemente trasognato, e insieme a loro suo fratello, che lo guardava con un’aria triste e cupa, senza parlare.
Più tardi, nel dormiveglia che precede talvolta il risveglio vero e proprio, ebbe coscienza del fatto che i suoi genitori erano entrambi morti e che quindi averli visti nell’atto di parlare e camminare era una finzione onirica; ma ebbe un sussulto, quando capì di aver accomunato ad essi nel sogno suo fratello, Giacomo, che invece era sicuramente vivo, anche se praticamente scomparso, anche lui, dalla sua vita.

2.

Quell’ultima domenica Giacomo aveva riportato l’automobile nella sua strada, ma per tentare di sciogliere quella specie di grumo che gli pareva di conservare da giorni dentro lo stomaco si era deciso a fare quattro passi. Il cielo era sereno e l’aria fredda ma piacevole; pensò di fare il giro dell’isolato e di vedere com’era stato risistemato lo spazio, un tempo a prato verde, sopra il nuovo parcheggio.
Il lavoro era terminato per metà: la zona più prossima alla fermata della metro era già arredata. Erano stati predisposti dei viali, con alberelli appena trapiantati, e strane strisce scure che sembravano anch’esse vialetti, ma erano in realtà griglie di metallo, sulle quali si poteva però camminare come se fossero strade. Nel centro della struttura era stata collocata persino una fontana piuttosto ampia, di forma circolare; una fontana in realtà molto banale, ma in qualche misura pretenziosa per un’area che era stata non molto tempo prima periferica. Il terreno era stato completamente risanato e vi apparivano numerosi arbusti dall’aspetto simile a piccoli rosai.
Dopo aver percorso il lato sinistro del nuovo giardino, volle esplorare anche il lato destro. Qui era stato ricavato un piccolo spazio per i giochi infantili, che era però completamente deserto. Più avanti c’erano delle panchine e sopra una di queste si stendeva una forma indistinta, che man mano che si avvicinava si rivelò per una forma umana, avvolta in una sorta di straccio e apparentemente addormentata. Giacomo si fermò di colpo: aveva paura di entrare in qualche modo in contatto con la creatura dormiente e pensò di tornare indietro. Non che percepisse alcun segno di pericolo, ma era tale la sua paura fisica per tutto quello che non poteva essere inquadrato in uno schema di rassicurante normalità che si sentiva tranquillo solo a debita distanza dalle forme meno preordinate del reale, di tutto quello che esprimesse in potenza anomalia e forse aggressività, in forma non controllata e imprevedibile.
Tornò indietro e camminò fino alle strisce pedonali; quindi attraversò la strada per raggiungere il marciapiede di fronte. Vide una ragazza che camminava a piccoli passi e parlava al telefonino in una lingua straniera: non c’era nessun altro in giro. Andò ancora avanti e girò a sinistra per la strada di casa. Un sudamericano di circa quarant’anni, basso e olivastro, apparve velocemente, poi sparì nelle strade deserte. Ebbe quasi paura. Il mondo stava cambiando ed era tutto un rimescolio di razze, lingue e costumi, ma lui non se n’era accorto. Immerso nel sogno della sua attività, aveva finito col respingere ai margini della coscienza tutto quello che accadeva nella realtà e si era limitato ad aggirarsi entro il surrogato di vita che si era inavvertitamente costruito.
Si avviò verso casa e raggiunse il palazzo quasi senza accorgersene.
Entrò nel portone e notò che qualcuno aveva già appiccicato alle pareti e ai vetri gli addobbi natalizi: macchie scure rosse e verdi che avevano un che di funereo. Gli sembrarono simili alle strette fioriere che si appendono nei colombari dei cimiteri. Sulle porte c’erano altri addobbi di forma circolare, simili in fondo a coroncine mortuarie.
Entrò nell’ascensore e salì fino al suo pianerottolo. Sulla porta blindata i nomi: il suo e quello di sua moglie, in una targhetta già più volte caduta, recuperata e riappiccicata in qualche modo. Dentro il caos, l’assommarsi di libri, cartelle, cose di ogni genere conservate da due intellettuali totalmente incapaci di gestire praticamente una casa. Lo spazio bastava solamente per passare da una camera all’altra e da queste al bagno, con la vasca, anche quella, piena di panni da lavare, di oggetti da toeletta, di tantissime cose depositate lì perché non si sapeva dove metterle, altre ormai in disuso, che sarebbe stato meglio buttare, se solo qualcuno avesse trovato il coraggio di farlo.
Passò davanti allo specchio. Il suo viso era pallido e livido, con occhiaie pronunciate, che sembravano denunciare un precario stato di salute; la sua stessa forma, una volta armoniosamente ovale, era mutata, trasformandosi in una sorta di parallelepipedo, perché le guance erano precipitate fin quasi all’altezza del mento.
In realtà sentiva che qualcosa era entrato dentro di lui e non voleva più andarsene: era come una specie di energia negativa; non era forse nemmeno una malattia, ma un’assenza di vita, che lentamente avanzava e sembrava consumare la sua parte sana. La sua visione da tempo era meno nitida, il controllo dei suoi movimenti, del respiro, delle funzioni fondamentali e automatiche stava diventando imperfetto e faticoso.
Desiderò fortemente la presenza di Carlino, il fratello fuggiasco e giramondo che lui non avrebbe mai avuto il coraggio di imitare. Ma ora sentiva che doveva agire, scuotersi, cambiare qualcosa, magari andar via per qualche tempo, accompagnando Carlino nei suoi concerti. Doveva essere bello sperimentare un ambiente sconosciuto, ma senza la paura della solitudine. La presenza del fratello, anche soltanto immaginata, gli dava una sicurezza inusuale e il suo pensiero creava situazioni avventurose e improbabili, che davano un nuovo sapore alle sue ore solitamente squallide e tediose.

3.

Carlo sedeva davanti al suo pc in una casa del centro di Stüttgart. Stava cercando di definire un’armonia innovativa per una composizione. Alle prese con i più strani campionamenti sonori, cercava di realizzare la parte in chiave di basso. La composizione doveva apparire cupa, con acuti ripetuti ritmicamente, accompagnati da bassi da incubo, pesanti come il piombo. Con gli occhi chiusi, Carlo riascolta il brano e nella sua mente si formano immagini di metallo scuro: vede i battenti di una porta bronzea, sente qualcuno camminare nel corridoio e gli sembra di vedere scarpe che si muovono, color canna di fucile. Come i suoni del pc s’interrompono, riapre gli occhi. Sul desktop lampeggia un avviso, che segnala un’e-mail in arrivo.
Aveva sempre considerato la posta elettronica con sospetto o piuttosto con preoccupazione: l’e-mail era un po’ come un telegramma, spesso innocuo, ma a volte terribile, messaggero di seccature o disgrazie. L’e-mail era forse ancor peggio: danni e imbrogli in agguato, nascosti dietro un innocente messaggio, una specie di busta esplosiva, che non doveva nemmeno essere aperta. Questa volta, con una strana sensazione simile a un oscuro disagio, apre il programma e legge il messaggio, che sembra provenire da un altro mondo.
Il messaggio inizia con un Caro Carlino e finisce con Tuo fratello Giacomo; le parole esprimono malessere e sfiducia, desiderio di fuga, di un’altra fuga, e di affetti perduti. Tristezza, solitudine e disincanto, bisogno di altre prospettive, prima che sia troppo tardi. Il sapore è quello di una richiesta di aiuto, di una mano che si agita da uno scoglio isolato per richiamare l’attenzione di un elicottero. Anche i reprobi che fuggono dalla loro banale realtà per vivere i propri sogni a un certo momento sperimentano la nostalgia, una sensazione dolciastra che avvolge i ricordi rimuovendone alcuni e stemperandone altri, ammorbidendo i contorni delle persone e delle cose. Carlino non può evitare di esserne colpito; decide di partire per Milano. “Verrò presto” è il suo messaggio, ma la sua partenza non può essere immediata. Bisogna trovare un’agenzia o telefonare e poi lui deve incontrare Alena e cenare con lei: insomma, troppe sono le cose da fare e da gestire insieme, ognuna coi suoi tempi e le sue priorità. Alena viene per la prima volta a Stüttgart e non si può negare a nessuno un’incantevole cena a base di specialità sveve, neanche a una persona meno deliziosa di Alena.

Il tempo, si sa, fugge: è la sua principale caratteristica, quella di trascorrere velocemente quando siamo impegnati in un’occupazione piacevole e di allungarsi incredibilmente, come un elastico, quando siamo in attesa di qualcosa, o meglio della fine di qualcosa. Alena era una brillante conversatrice e il suo sorriso pieno di promesse era di quelli che fanno dimenticare ogni altro impegno o desiderio. Carlino l’aveva conosciuta a Vancouver e ne era rimasto incantato. Lei recitava in teatro e non le sarebbe spiaciuto recitare un testo che si accompagnasse alle musiche dell’ormai noto compositore italiano. Amava la sua musica, priva di banalità, ma anche di quelle asperità sonore che rendevano di ardua fruizione gran parte della musica contemporanea, L’arrivo dell’artista a Stüttgart, dove aveva in programma di recitare con la sua piccola compagnia in un dramma di uno sconosciuto ma promettente autore canadese, che iniziava ad essere apprezzato anche nella pretenziosa e imprevedibile Europa.
Alena era entusiasta, perché erano riusciti ad accordarsi con lo Staatstheater, culla del classico, mica con il Theater Rampe, dove si rappresentavano meno prestigiose pièces d’avanguardia. I suoi occhi luccicavano e davano al suo aspetto già sinceramente incantevole una forza d’attrazione ancora maggiore. La luminosità della sua anima e la capacità di provare e di esprimere sentimenti sinceri, di gioia, piacere, affetto, erano il suo più grande potere e Carlino si lasciò coinvolgere in un gioco in cui il piacere della consonanza delle parole e delle idee si univa al desiderio del contatto fisico. Fu cosa naturale non separarsi quella notte e trascorrerla insieme. Alena era esattamente ciò che sembrava essere, una ragazza sana e attraente, che profumava di pulito e di serenità. Baciava con dolcezza e con trasporto e amava in modo naturale, senza torbide simulazioni, né esaltazioni sovrumane. Carlino ne fu talmente coinvolto che dimenticò quel pizzico di sadismo che ogni rapporto fisico comporta, così come scomparve, per la prima volta nella sua esperienza, la componente teatrale che fa di ogni atto sessuale almeno in parte una rappresentazione. Il suo insistere nell’azione fu per la prima volta totalmente spontaneo e non condizionato dal desiderio di fornire un’immagine elevata della sua abilità amatoria.
Il mondo è fermo, per una sola sera, per una sola notte. Il cellulare è staccato: nulla deve disturbare quest’incanto, che sa di futuro, di un futuro per la prima volta sereno. Il riposo è dolce, dolce, dolce; ogni altra preoccupazione so far, tanto lontana, lontanissima. Il suo sonno è dolce, abbandonata lei, che vuole il tuo braccio sotto la sua adorabile testa, il suo profumo è dolce, il suo respiro è calmo e dolce le luci entrano sottili dalla serranda abbassata evidenziano il pulviscolo una realtà altrimenti invisibile come tante cose i sentimenti il dolore la speranza il piacere dentro un universo senza tempo vivo e dolce dove nulla può avvenire e nulla avviene per attimi spaventosamente lunghi poi qualcuno bussa alla porta. Il tempo si riappropria del suo dominio. Ciò che è previsto e preordinato avviene – la pulizia della stanza col cambio lenzuola sempre alla stessa ora. Bisogna svegliarsi del tutto, alzarsi, separarsi, promettere di rivedersi ma non si sa quando, cercare un mezzo per raggiungere Milano, trovarlo, superare quei pochi ma difficili chilometri che comprendono la Svizzera e le Alpi e quel primo pezzo di pianura dopo la quale Milano ti accoglie, brillante di sole, ma fredda, per un fastidioso vento di nord-est che sa di Carnia, di Adriatico, di altre più lontane pianure slave. Milano che ti accoglie, mentre percorri a piedi la strada che dovrebbe portarti a casa, se nulla è cambiato, con uno spettacolo imprevisto: il tram grigioverde che odora di passato e trascina una sorta di chiatta ricolma di ferraglia, di vecchie cose da trasportare in un lontano deposito dell’ATM; immagini di un film in technicolor visto in un cinema all’aperto, che arrivano dall’infanzia, immagini di treni merci che trasportavano tronchi d’albero nel lontano West.
Dall’infanzia, tanto lontane, arrivavano anche le immagini di famiglia, i ricordi di giochi e giardini e di quel fratello così giudizioso che veniva presentato come un modello da seguire, non solo per lui, ma addirittura per amici e parenti. Chissà come sarebbe stato rivederlo, cambiato, forse ingrassato, ma sempre con quell’aria timida da bravo ragazzo, quella che era piaciuta alla sua Lidia. Aveva pensato di telefonare, prima dell’arrivo; ma non aveva più neanche il numero di telefono e non aveva nemmeno tentato di procurarselo. Ormai stava per arrivare e la sorpresa avrebbe aggiunto un gusto particolare al piacere dell’incontro.
Poi, finalmente, dopo tanta città, gli apparve la strada di tanti anni prima, il palazzo grigio e rosso, per i mattoni a vista, il portone stranamente aperto, con una coccarda grigia appesa, come per un triste uovo di Pasqua, resti di una tradizione spagnola antica ma ancora radicata a Milano.
In fondo niente di strano: si sa che la gente muore; ma perché nessuno rispondeva al citofono? Lui non aveva avvisato e forse non c’era nessuno in casa. Provò a chiedere a un condomino, che si era avvicinato
– Sono Carlo Andretti
– Piacere, Gino Romualdi; Ah lei è il fratello? –
– Di Giacomo Andretti? Sì.
– Mi dispiace; condoglianze.

4.

Giacomo si era svegliato con una musica in testa: era una banale musichetta pop, ma si era insediata nel suo cervello e non lo abbandonava, come una presenza immateriale che non si potesse esorcizzare. Da un po’ di tempo gli succedeva questo strano fenomeno. Continuava a domandarsi chi fosse il cantante, senza riuscire a ricordarlo. Le cellette dove i ricordi erano immagazzinati dovevano essersi ossidate e i collegamenti erano sicuramente danneggiati, per cui ogni tanto la comunicazione tra i settori s’indeboliva e alcune informazioni rimanevano irreperibili per lungo tempo, per schizzar fuori magari, quando non erano più necessarie.
Attraversò il bagno, stretto come un corridoio, e si mise a guardare dal vetro, dietro la serranda semichiusa, che non si poteva mai sollevare per non fare entrare il caldo e i piccioni. Infatti quello che Giacomo vide, serenamente appoggiato sulla ringhiera del balcone era proprio un piccione, anzi un magnifico piccione, che non si spaventava affatto per la presenza dell’uomo che vedeva o intuiva.
Giacomo lo guardò per la prima volta nella sua vita con un’attenzione del tutto nuova e ammirò le sue zampe rosse, sicure e robuste, il bel collo variopinto, dove il violetto sfumava nel verde, il becco forte e regolare; ma quello che lo colpì veramente fu il suo sguardo, il modo incredibilmente dolce con cui l’occhio si chiudeva, periodicamente, come a scandire il tempo. Di fronte all’uomo, nevrotico e insoddisfatto, incapace di realizzare i suoi disegni e di godere la propria vita, desideroso di affermarsi e di raggiungere un obiettivo, quell’animale tranquillo e mansueto sembrava invece raccontare la serenità di chi ha capito che il suo compito è semplicemente quello di vivere, solamente vivere, evitando i pericoli e allontanandosi, quando necessario, ma senza angoscia e senza esaltazione.
Dopo quelle riflessioni, Giacomo rivolse lo sguardo verso l’interno della sua casa e si rese conto dello squallore della sua abitazione, che era come lo specchio della sua vita. Tutti gli oggetti, i mobili, i libri, le mille cianfrusaglie che due adulti raccolgono durante tutta una vita erano depositati, in parte accatastati e sistemati in modo sommario, in uno spazio che era la metà di quello necessario per contenerli. Tutto stava andando in rovina. Invisibili ragni tessevano le loro tele indisturbati e lanciavano filamenti che si riempivano di polvere. I vestiti che non trovavano posto al coperto giacevano ammucchiati vicino al letto o al divano del soggiorno. Giacche e gonne di uso frequente erano appesi alle ante dell’armadio, da dove era più facile prenderli al mattino per andare al lavoro. In qualche modo però tutto funzionava, anche se alla base della sua esistenza vi era una totale rinuncia a qualsiasi cosa non rientrasse in un’ottica di mera sopravvivenza.
Al di là della barriera impenetrabile costituita dallo stereo e da un ammasso di stoffa e cartelle c’era una porta finestra che dava sul terrazzino. Da quella si godeva un panorama di Milano irto di tetti, macchie d’alberi e antenne. All’orizzonte, nei pochi giorni chiari, si scorgevano le Alpi innevate, quasi al centro s’indovinava la guglia più alta del duomo, con la Madonnina che riluceva dorata nelle serate di festa.
Quella mattina il cielo era abbastanza nuvoloso; tra striature di nuvole s’intravedeva un inusitato enorme sole rosso, che poteva essere guardato senza pericolo di danni alla vista, come se fosse un lampione.
Giacomo uscì per svolgere uno dei suoi principali compiti, quello di svuotare il secchio nel quale si raccoglieva l’acqua di condensa del condizionatore e innaffiare con quella le piante. Sua moglie sentiva caldo anche nella stagione fredda e, poiché le pareva a volte di respirare a fatica, accendeva il condizionatore, che le dava una sensazione di freschezza e di benessere. Per questo motivo era necessario, ogni tanto, svuotare l’acqua anche in pieno inverno, anche se, a dire il vero, spesso ce n’era pochissima nel secchio. Sul terrazzino i vasi di plastica mezzo sbocconcellati ospitavano erbe innominate e campestri, amabilmente spontanee. Tra queste, incredibilmente, la natura aveva prodotto diverse piantine, dai piccoli fiori gialli, che parevano fragole selvatiche e che fruttificavano, regalando i loro bottoni rossi. In realtà aveva scoperto che si trattava di Duchesnea indica o finta fragola e che i suoi bottoncini rossi piacevano molto agli uccelli, anche se erano privi di qualsiasi interesse alimentare per gli esseri umani. Tornato dentro, accese il computer, che ci mise un bel po’ di tempo ad avviarsi. Non era vecchio, ma non aveva abbastanza RAM perché si pretendessero da lui prestazioni eccellenti.
Perse un po’ di tempo nella lettura dei forum, delle infinite discussioni di attualità e politica che proliferavano sul web e non riusciva a capire perché tante persone, uomini e donne, di media o discreta cultura, sembravano provare piacere a insolentirsi a vicenda, scambiandosi messaggi obbrobriosi. Perché quell’astio profondo, quell’odio e quel disprezzo nei confronti di non la pensa come te, come te che hai capito troppo tardi che il mondo non gira come vorresti e non lo sopporti e te la prendi con tutti quelli che sono così idioti da non avere le tue stesse idee, che sono le uniche giuste, perché tu possiedi l’unica sacrosanta verità?
Decisamente quell’universo virtuale non era molto migliore di quello reale, in cui la gente non faceva che sparlare degli altri, cercando complicità e connivenze in quelli che giudicavano amici e solidali, in cui ogni problema veniva sistematicamente ingigantito, al di là della sua effimera e relativa importanza, per trarne spunto di lotta, contro tutti gli avversari o presunti tali.

L’acqua – gridò la signora Lidia da sotto le cuffie, che usava per non irritare la vicina e poter ascoltare ad ogni ora la tv – l’acqua!
– Sì, adesso vado –
C’era da andare al market con l’auto per comprare l’acqua minerale e tutto quello che serviva per la settimana successiva. Si sentiva più affaticato del solito, ma la sua vita era quella e la visita al market era uno dei suoi doveri fondamentali di marito, anzi probabilmente l’unico dovere rimasto.
Nell’uscire di casa si sentiva profondamente affaticato: era una sensazione che provava talvolta, ma che poi solitamente si esauriva dopo qualche minuto, con il movimento, non appena il corpo avesse iniziato a camminare e respirare con regolarità. Una serie di estrasistole sembrò cessare all’improvviso e il respiro parve recuperare una fisiologica normalità. In macchina si sentì più tranquillo e raggiunse il market, dove prese il tagliando dal buffo ometto che controllava i clienti del parcheggio e lo depositò sul cruscotto, con un gesto che era sempre lo stesso da tanti anni.
Prese la moneta che conservava in macchina, in una delle tasche portacarte della porta anteriore. Era sempre la stessa moneta, da tanto tempo, un euro coniato in Germania, che avrebbe utilizzato per liberare il carrello della spesa.
I carrelli erano in varie file, che terminavano però con un carrello di fine gruppo. Solo l’ultima fila era composta da carrelli normali e pertanto liberò l’ultimo di quelli con il suo euro tedesco.
Con il suo carrello vuoto prese l’ascensore, per scendere al piano del market.
Dimenticava sempre qualcosa, anche se visitava accuratamente tutti i reparti, e il ricercare nella mente i diversi prodotti di cui era necessario rifornirsi, gli causava una sorta di stress. La sua memoria vacillava spesso e gli oggetti della vita quotidiana non erano in grado di stimolare a sufficienza la sua attenzione. Non doveva dimenticarsi soprattutto delle poche cose di cui sua moglie richiedeva a gran voce l’acquisto, come l’acqua, la carta igienica o i rotoli di carta assorbente, ma nemmeno delle poche cose che lei era disposta a mangiare o che poteva ancora mangiare, come i tramezzini, la bresaola o i biscotti, le fragole o le ciliegie, quando c’erano, purché fossero belle dure, o i fichi, quasi acerbi, quando era la stagione. Poi doveva comprare anche i prodotti per sé, compresi quelli, come le cipolle, di cui lei non sopportava nemmeno l’odore. Sapeva già che, qualunque cosa avesse comprato, la moglie gli avrebbe detto un’altra delle sue celebri frasi: “tu a me non ci pensi: compri solo le cose per te”. Certo, lui comprava il pane, la pasta, l’olio, i pelati, il formaggio, la carne, le verdure, tutte le cibarie che lei non faceva rientrare nella categoria dei materiali commestibili, perché non le piacevano o facevano ingrassare oppure semplicemente non le poteva mangiare per via della sua vecchia ulcera, che ogni tanto, anche dopo l’operazione, continuava a darle dei problemi.
Infilò i guanti e si mise a scegliere la frutta; trovò anche le fragole dure, quasi acerbe, per sua moglie. Più avanti scelse i formaggi e la carne; poi scese al piano inferiore, col carrello che non voleva fermarsi sulla scala mobile e continuava a scivolare in avanti. Prese il pane, più avanti il cioccolato e i biscotti: dimenticò lo zucchero, che stava finendo, e si precipitò al reparto delle acque minerali, sollevando la confezione d’acqua da sei bottiglie, che sentì pesantissima. Tra gli scaffali, c’erano ragazze che parlavano slavo, i soliti orientali, un ragazzo disorientato, la vecchina che studiava i prodotti, cercando di leggere istruzioni e scadenze quasi invisibili. Riuscì a risalire e a mettersi in fila presso una cassa. Sentiva la testa stranamente incapace di mantenere il controllo del corpo e iniziò a sudare. La fila procedeva lentamente, perché una signora voleva usare il bancomat e continuava a inserire il codice senza successo, finché alla fine dovette pagare in contanti.
Giacomo si sentiva agitato e a disagio: faticava anche a mettere le provviste sul banco mobile e a infilarle nelle buste. Non era finita: c’era ancora da estrarre la tessera dal portafogli, pagare, rimettere le buste nel carrello, trascinarlo fino all’ascensore, arrivare alla macchina, aprire il portellone posteriore, depositare le buste, riportare il carrello, riprendere l’euro tedesco, ritornare in auto, farla uscire dal parcheggio senza urtare da nessuna parte, trovare lo scontrino di spesa, presentarlo all’omino che controllava l’ora di arrivo e il giorno segnalato sullo scontrino. Fece tutte queste operazioni, salutò l’omino e si reinserì nel traffico.
Quando arrivò nella sua strada, non trovò parcheggio: fece per due volte il giro dell’isolato e, vista l’inutilità della ricerca, si decise a lasciare la macchina in seconda fila e a depositare le buste nel suo palazzo, dopo aver avvisato col citofono la moglie.
Rimise in moto la macchina e la condusse nella stradina laterale, dove di solito per merito dei giardini non c’era una fila ininterrotta di automobili, ma si trovava ancora qualche spazio libero per lasciare la macchina. Qui un posto riuscì a trovarlo, ma si rese conto che i suoi problemi non erano finiti con quel fortunato reperimento.
Cominciò a provare un dolore diffuso, che non sembrava avere un origine chiara, e poi qualcosa si offuscò nella sua testa. Volle muoversi e fuggire. Uscì dall’automobile appena parcheggiata e si diresse verso il prato, camminando a stento. Il respiro era difficile e presto anche il pensiero divenne faticoso. Sentì la necessità di liberarsi di tutto quello che non fosse naturale e gli parve insopportabile tenere in bocca il ponte che vent’anni prima aveva dovuto inserire, ma che non aveva mai accettato come qualcosa di proprio; se lo strappò di bocca e lo teneva ancora tra le dita quando si accasciò sull’erba, vicino a quella natura che in fondo amava, ma dalla quale si era allontanato per una vita di autoinganni e di ricorrenti delusioni.
Disteso e incapace di muoversi pensò che forse stava morendo e che avrebbe dovuto vedere la luce o comunque qualcosa di simile alla luce, come raccontavano i pochi reduci dal grande viaggio; invece non vide che il buio e capì che lì dove stava andando non c’era bisogno di luce, perché non ci sarebbero stati più occhi per vederla.
Era come entrare in un’assenza liberatoria, dove tutte le fantasticherie si disgregavano e svaporavano in un grande vuoto di significati. Presto ogni collegamento tra suoni, parole, concetti s’interruppe. Tutti i punti dello spazio iniziarono a collassare ripiegando su se stessi, fino a precipitare entro un unico punto finale; insieme allo spazio il tempo, i suoni, la luce s’inabissarono, cessando di esistere. Così arrivò finalmente la fine del mondo; perché ognuno ha il proprio universo, creato da lui e solo per lui e che con lui finisce, almeno in attesa di un altro inizio.

Iniziato sabato 14 gennaio 2006, 16.39.00

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