Odore

immagine rielaborata

Il testo completo è stato pubblicato in: Scrivendo racconto, di Autori Vari, [Cesena], Historica, 2013, p. 85-90.
ISBN 978-8-896-65684-6

Essendo il volume esaurito ed essendo trascorsi i tre anni di cessione dei diritti all’editore, ho facoltà di riproporlo integralmente sul mio blog.

Odore

La prima volta che sentì quell’odore si trovava in cucina. La prima volta che sentì quell’odore si trovava in cucina. Pensò che provenisse dalla superficie smaltata del piano cottura, per effetto del calore che aveva fatto evaporare un qualche liquido che vi si era depositato. Immaginò che una particolare e inusuale reazione chimica avesse creato quel composto, dal quale si liberavano le minute particelle che andavano a colpire il suo olfatto. Era un odore dolciastro e intenso, sgradevole nel complesso, ma non era possibile individuarne con esattezza le componenti. Cercò di enumerare gli odori ai quali poteva far pensare quel miscuglio: gli vennero in mente il tanfo dei sacchi di plastica dell’immondizia, l’effluvio malato dei fiori di glicine appassiti, il fetore delle chiazze di gelato andato a male e seccato al sole, l’aroma intenso di biscotto chimico del furfurolo. Tutto questo e altro ancora sembrava stazionare nel piccolo ambiente in cui da tanti anni lui, Gaetano, cucinava. Ogni tanto passava una spugnetta con un po’ di detersivo sul lavandino e sulle piastre della cucina, ma sembrava addizionare un nuovo più acre odore agli altri, persistenti. Ormai solo uno dei quattro fuochi funzionava; gli altri si erano spenti, uno dopo l’altro, e sulle pareti smaltate della cucina, come sulle vecchie mattonelle bianche che la rivestivano fino a una certa altezza, stazionavano gocce di grasso giallognolo. Di notte, blattelle e supelle passeggiavano su quelle superfici, incuranti della gravità e delle disinfestazioni periodiche che il condominio faceva eseguire frettolosamente quanto inutilmente.

Aprì lo sportello del mobile che fungeva da credenza, una sorta di piccolo deposito alimentare, in cui erano ammassati il pane, la pasta, i biscotti e le scatolette di pesce conservato. Lì gli odori erano tanti, ma riconoscibili e gradevoli, profumi di cibo, aromi naturali, come raccontano le etichette, forse ingannevoli, degli alimentari di produzione industriale. Prese una scatola di te aromatizzato e subito ogni odore fu sopraffatto da quelli di arancia e cannella che immediatamente si diffusero nella saletta. Mise due bustine nella sua tazza e si mise a scaldare l’acqua nel solito pentolino.
Quando cominciarono a formarsi le prime bollicine, spense il fuoco e versò il liquido nella tazza, che poi tenne coperta per un paio di minuti con un foglio di carta assorbente, strappata dal rotolone che teneva dritto sul tavolo. Alla fine tolse la carta, rimescolò la scodella con un cucchiaino e ne estrasse il te, gettandolo nel sacco nero.
Le bustine di te avevano sgocciolato un po’ e le sue mani si erano bagnate. Staccò un altro foglio dal rotolo di carta, si asciugò, poi gettò nel sacco della spazzatura il foglio semiaccartocciato, che discese planando, bianco verso il nero, e pareva l’ala di un angelo.
Chissà perché così spesso le cose assomigliano ad altre cose, reali o immaginarie? E quante volte bastano un’ombra o un riflesso a farci sospettare presenze inesistenti e a procurare terrori ingiustificati? Quante sensazioni nel suo vivere quotidiano avevano fatto presagire realtà oscure e, in fondo, desiderate, per venir fuori dall’oppressiva prevedibilità di una vita banale e priva di stimoli?

Si preparò per uscire. I peli dei sopraccigli avevano la cattiva abitudine di incurvarsi, disallineandosi. Si arricciavano e si arrampicavano verso la fronte oppure calavano come cortine sugli occhi. Li rimise a posto col pettine. Voleva essere, sentirsi in ordine, perché non si sa mai nella vita. Si guardò allo specchio e capì, improvvisamente, di non riconoscere quasi quell’immagine, perché di un’immagine appunto si trattava, un volto piccolo e invecchiato, in cui i muscoli avevano incominciato a perdere tono e a scendere verso la gola, mentre la pelle iniziava a rinsecchire, stranamente in maniera asimmetrica, più sul lato sinistro, che sulla parte destra, ancora provvista di una normale elasticità e compattezza. Gli occhi avevano perso il loro naturale brillio e parevano più piccoli di com’erano una volta, o piuttosto di come se li ricordava; occhi vivaci e ardenti, che ora si erano come appannati, lontani com’erano, ormai da tempo, da ogni immagine di bellezza e gioventù.
Lentamente, la sua testa si svuotava.
Stava perdendo i ricordi, anche i ricordi.
Il suo corpo si era appesantito e spento; ma ormai neanche il cervello sembrava ancora in grado di resistere al tempo.

Cercò qualcosa da mettersi addosso, limitandosi al poco vestiario che era depositato nella sua stanza, sopra le scatole contenenti stivali, piccoli elettrodomestici quasi mai usati o attrezzature elettroniche di vario genere. Lo spazio insufficiente rendeva inutili gli armadi, ai quali doveva ricorrere per disperazione, spostando infiniti oggetti per consentire l’apertura delle ante inferiori. Ai reparti superiori ricorreva sempre più raramente, anche perché contenevano di tutto, dai vestiti vecchi ma non bucati, ancora buoni per coprirsi in casa d’inverno, alle coperte, agli asciugamani, alle mille e mille cose che si stratificano in una casa, senza essere quasi mai usate, e che non si trovano quando ce ne sarebbe bisogno.

Appena dopo il portone di casa, l’odore tornò con insistenza. Era piovuto da poco e le lastre della pavimentazione del cortile cominciavano ad asciugare al sole. Gli sembrò che il tanfo provenisse da lì, da quell’enorme cucina in pietra e malta levigata che si stendeva davanti a lui.

Doveva cercare la macchina, il mezzo che gli serviva per andare al market. La pulizia della strada era il suo incubo ricorrente. All’inizio la effettuavano ogni quindici giorni, ma ormai la cosiddetta pulizia era settimanale e bisognava spostare l’auto per evitare le multe che erano sempre impreviste, impietose e salate. Sempre più dispendiose, soprattutto per chi doveva sostenersi con un piccolo reddito, poco efficaci in termini di reale pulizia, ma sicuramente vantaggiose per le casse comunali.
Andò su e giù per cercare lo spazio in cui aveva parcheggiato e alla fine lo trovò.
Anche in auto lo strano odore continuava, mescolato alla puzza del condizionatore dai filtri probabilmente sporchi, dopo tanti anni di utilizzo, senza la necessaria manutenzione.

Guardava i prati, le aiuole, l’erba di un verde chiaro e luminoso. La sua mente collegò quel verde a un colore ancor più chiaro e delicato, freddo ma arioso e poco saturo, e al gusto appena salato dei ceci freschi. Li aveva assaggiati da ragazzo in campagna, appena staccati dalla pianta. Aveva scoperto così che i ceci crescono da pianticelle basse, dal fusto peloso, con tante foglioline dentellate disposte ordinatamente a formare rametti di un verde grigiastro. Ecco che almeno in parte i ricordi riapparivano, ma isolati e distinti, non organizzati in flussi coerenti.
La sua realtà ormai era circoscritta, limitata al ristretto orizzonte della sua esperienza quotidiana, e quasi gli pareva che non esistesse nulla al di fuori di quella realtà, nulla di fresco e arioso, nulla che valesse la pena di vedere, sentire o gustare, nulla che stimolasse un suo desiderio di esplorare il nuovo, il diverso.
Ma nel trascinare l’auto sino al market il suo orizzonte si ampliava un poco; case e palazzi s’inseguivano, e marciapiedi e cespugli, e il nastro grigio lava della strada, con il traffico che si ostinava a scorrere, nervoso e veloce, fino alle barriere dei semafori. Bisognava uscire, con decisione, dal canale di macchine, per entrare nel grande parcheggio del supermercato; poi trovare uno spazio in cui collocare l’automobile, chiuderla, salire una scala mobile, inserire una moneta nella fessura del carrello, tirarlo fuori dalla catena di carrelli ansata come un serpente, portarselo dietro nel labirinto affollato di gente di ogni tipo e di ogni colore.

Fatto tutto questo, cominciò a prendere le confezioni di prodotti che poi gettava nel carrello, un contenitore di metallo, enorme per le piccole quantità che a lui erano sufficienti. Basta poco per far sopravvivere una sola persona. I servizi contano più degli alimenti – pensava – la maggior parte delle sue spese era destinata alle bollette, ai biglietti dei mezzi pubblici, alla gestione dell’automobile.
Molti prodotti erano disposti nell’ultimo scaffale in alto e un commesso particolarmente intelligente li collocava spesso in fondo, così che per prenderli bisognava allungare il braccio al massimo oppure appendersi in qualche modo alla scaffalatura o cercare da qualche parte un’introvabile scaletta.
Mentre si allungava per raggiungere un pacco di pasta, sentì un dolore improvviso tra la spalla destra e il torace. Da tempo le sue ossa avevano incominciato a indolenzirsi, ma non pareva che il fatto in sé fosse preoccupante: non si muore per un dolorino.
Decadimento: ecco una delle parole che gli venivano in mente, se cercava di descrivere la propria condizione, la seconda parola era inutilità; la terza, se proprio doveva pensarne una terza, era insoddisfazione. A cosa gli erano serviti gli studi, l’impegno nel lavoro, i libri che una volta raccoglieva con passione e che ora non aveva nemmeno voglia di sfogliare?
Tutto si era dissolto, sfumato in un diffuso grigiore.
Pian piano la televisione era subentrata ai libri, internet alla televisione. Sempre qualcosa si sostituiva a qualcos’altro; la sterilità di un mezzo di svago si sostituiva a un’altra sterilità. In fondo, tutto assolveva a un’unica funzione: passare il tempo, aiutare a trascorrere più o meno piacevolmente il lungo periodo che s’interpone tra il nostro ritrovarsi a vivere sulla terra e la morte inevitabile.
Così aveva tenuto a bada il peggior nemico di chi cammina sulla terra: la noia.
Era stata la noia ad accompagnarlo, fin da quand’era bambino, da quando giocava con i ciclisti-mollette sul velodromo che aveva disegnato sul grande tavolo della cucina oppure guardava gli altri giocare nel piazzale sotto casa, lui, che, per divieto dei genitori, non poteva scendere e unirsi a loro per non essere travolto dalle lusinghe e dai pericoli di quella loro realtà dialettale e violenta.
E anche adesso era solo, a vagare senza entusiasmo tra gli scaffali ordinati, in cui periodicamente i prodotti cambiavano posto, come se la direzione del market avesse l’ambizione di trovare la collocazione perfetta, la più stimolante per il cliente, la più gradevole ed efficace in assoluto.

Spingeva avanti il carrello e ogni tanto sbirciava le casse, per capire dove indirizzarsi, una volta che avesse concluso il prelievo di oggetti e confezioni. Non c’era molta gente, le file erano ragionevoli. Stava per avviarsi a pagare, quando si accorse di un anomalo trambusto e di un vociare improvviso e inatteso.

C’era qualcuno al di là delle casse, ma non riusciva a vederlo. Capì che avveniva qualcosa di strano perché i clienti abbandonavano il loro turno alle casse, confusamente, precipitosamente, correndo verso l’interno del locale.
« Fermi! » Gridava una voce. Era un uomo dalla figura lunga e snella; pareva molto giovane e aveva in mano una pistola.
« I soldi, dammeli! » gridava alla cassiera.
« Anche tu, presto! » disse all’altra.
Gaetano cercava di arretrare, col carrello. Ma all’improvviso apparve un uomo della vigilanza con la sua divisa grigia.
Il giovane lo vide e istintivamente sparò, ma l’uomo si abbassò velocissimo ed evitò il proiettile.
Gaetano sentì un sibilo e immediatamente qualcosa entrò nella sua testa. Lui non fece in tempo a capire che cosa gli stava succedendo e cadde rovinosamente, trascinando con se una quantità di barattoli di pelati.
La cassiera più vicina lo vide e urlò: « C’è un ferito: è là! » Mentre il rapinatore approfittava della confusione per fuggire, con i pochi biglietti di banca che aveva già infilato in tasca.
Il vigilante corse verso il ferito e vide che non dava segni di vita, poi pensò di chiamare la polizia; ma il direttore del market aveva già provveduto.

« È la terza volta quest’anno » brontolò il funzionario del Centro Operativo Telecomunicazioni « e sempre lì. » Insomma: un’altra rapina di routine, sempre nello stesso market. Ma il rapinatore era già fuggito: non c’era fretta.
Quando la volante arrivò, invece, scoprì che questa volta non era come le altre. Questa volta c’era scappato il morto: uno sfigato, vestito male, con una giacca usata da più di dieci anni, con la fodera consunta e bucata.
Visto che c’era il morto, chiamarono la scientifica per i rilievi, mentre uno degli agenti prendeva il nome dei testimoni.
Finalmente anche i pochi clienti che non si erano dileguati subito dopo il fattaccio poterono andare a casa. Rimanevano due cassiere, ancora incredule e spaventate, e l’uomo della sorveglianza.
I poliziotti potevano occuparsi finalmente di Gaetano, o di quello che ne rimaneva.
« L’ha già visto il dottore? »
« Sì: è proprio morto. »
Gaetano aveva inesorabilmente cessato di vivere; ora era disteso, tranquillo, libero dalla noia, dalle malattie e dalla paura della morte.
Il suo carrello stava poco lontano, messo un po’ di traverso, con le sue strisce di metallo che rilucevano. Prima o poi qualcuno lo avrebbe svuotato dalle poche derrate che conteneva.
Ora gli uomini stavano proprio intorno a lui, involontario protagonista.
« Che odore! » disse l’agente scelto della volante e aggiunse, scherzosamente: « Neanche un’ora che è morto e già puzza come un cadavere di tre giorni. »
L’agente della scientifica si avvicinò e sentì anche lui un tanfo dolciastro, che sembrava provenire dal corpo inanimato. « Questo non è odore di cadavere » disse.
Gli girò attorno, ma l’afrore molle e disgustoso non si attenuava e contrastava incredibilmente con il sentore di pulito degli scaffali e del pavimento, costantemente disinfettati.
« Certo che uno così, se scompare, i cani lo trovano subito » disse.

Milano - 2011

Milano - via Fornari - 9 dicembre 2011

Milano - via Fornari - © Guido Mura 2011

Foglie d'autunno

Foglie d'autunno - © Guido Mura 2011

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2 risposte a Odore

  1. Lillopercaso ha detto:

    L’avevo letto, sì; Ma quando uno pubblica qualcosa lo costringono a levare di mezzo la fruizione gratuita ?!?

  2. guido mura ha detto:

    Bisogna cedere i diritti all’editore (in questo caso solo per un anno, di solito per tre). Quando pubblicavo per l’Università, i diritti erano loro per sempre. Di conseguenza è opportuno non pubblicare autonomamente il testo completo, per evitare problemi legali, e io non amo il rischio.

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