Vittime

The tube

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Dapprima mi sembrò che si tenesse il braccio con la mano dell’altro braccio, tenuto dietro la schiena, poi vidi quella mano muoversi come in una lenta timida carezza lungo quel braccio magro e roseo. Doveva appartenere a qualcun altro, che stava dietro la ragazza.
Così guardai dietro e vidi un giovane dal viso tondo e dagli occhi tondi, che dall’aspetto e dall’incarnato pareva asiatico o forse sudamericano, insomma non europeo. Lo guardai dritto negli occhi tondi e vi notai una sfumatura d’imbarazzo: la mano si fermò, ma non tanto da staccarsi.

Avevo notato quella ragazzina bionda, di forse nemmeno quindici anni, per qualcosa di anomalo, di stranamente fuori luogo.
Stava sulla piattaforma, in attesa del treno; carina ma non bellissima, senza trucco, con una lunga cartella di plastica, come quelle che usano le studentesse del liceo artistico per portare a scuola disegni e lavori d’arte.
La cartella le creava qualche problema e non sapeva bene dove appoggiarla, poi se la mise di traverso tra i piedi.
Ma non fu la cartella a stupirmi, né l’espressione triste, quasi sofferente, della ragazza: quello che trovai singolare fu il suo abbigliamento. Alla gonna, normale, neanche corta, che lasciava scoperte due gambe magre, da adolescente, si abbinava una camicia (o forse l’insieme era un abito; ora non riesco a ricordarlo bene) con lo scollo largo, da cui la spalla sinistra spesso emergeva. Sulla schiena, una banda di tela orizzontale lasciava spazio a una scollatura larga e profonda, molto più adatta a una donna più adulta e dalle forme meno infantili.
Il suo corpo ancora troppo sottile sembrava inadeguato per quel vestire così decisamente estivo, che sembrava coprirla solo parzialmente, e che non appariva del tutto appropriato all’incipiente stagione autunnale
Mentre il treno si fermava sulla banchina, le vidi bene il volto e mi resi conto che quello che vi si intravedeva non era tristezza, ma aveva un nome più chiaro e definibile: si chiamava disagio, disagio di trascinare una cartella di plastica bianca troppo grande per lei, disagio di portare quella blusa così larga e scoperta, che non pareva sua.
Era come se qualcuno la obbligasse ad aggirarsi così, con quella incoerente nudità, in luoghi pubblici e affollati, in virtù di qualche sadico gioco.

Il treno si fermò e la lasciai salire prima di me, con la sua cartella ingombrante, ma non poté andare molto oltre l’ingresso, perché lo scompartimento era abbastanza pieno. Io stesso riuscii a malapena a entrare, fermandomi appena dopo la porta scorrevole. Da quella posizione privilegiata potei assistere al tentativo di approccio del giovane straniero. Per un attimo pensai che i due si conoscessero e che si incontrassero volutamente sul treno. Il ragazzo avrà avuto tra i venti e i venticinque anni e quindi era abbastanza giovane per interessare una ragazzina, ma non era il classico fusto nero da discoteca. Piuttosto sembrava un orientale un po’ grassoccio e viscido, una specie di giovane Budda, di statura media e dal colorito alquanto livido. L’incontro perciò doveva essere casuale.
Stranamente, la ragazza non reagiva e il suo volto non sembrava manifestare fastidio. Era come se lei non avesse il coraggio d’interloquire e accettasse perciò passivamente di essere toccata, in una maniera che non mostrava di essere casuale, tanto più che l’uomo le stava addosso, aderendo presumibilmente al suo corpo.
Vistosi notato, il giovanotto si staccò di qualche centimetro dall’oggetto del suo desiderio, finché i nuovi viaggiatori che entravano nel treno lo costrinsero ad allontanarsi, ricacciandolo verso il centro del vagone, mentre la ragazza rimase accanto all’uscita con la sua ingombrante cartella.
L’uomo ora appariva veramente inquieto per l’interruzione del suo frottement: cercava di nascondersi tra i passeggeri e, appena gli fu possibile, s’incanalò verso l’uscita e scomparve in una delle stazioni più trafficate.
Ormai non poteva accadere più niente: la ragazzina era sempre indaffarata a proteggere la cartella dai colpi e dalle pedate della gente che entrava e usciva dal treno.
La guardai per un’ultima volta, prima di scendere anch’io alla fermata che mi avrebbe condotto a casa, e notai che conservava sempre il suo viso triste e innocente, sul quale non apparivano le sensazioni provate in quel breve ma sconvolgente viaggio .

Naturalmente, non l’ho più rivista e non so se abbia più incontrato il suo corteggiatore improvvisato.
Avevo quasi dimenticato questa storia, ma diversi fatti di cronaca nera me l’hanno ricondotto alla mente.
In tutti questi tragici e spaventosi avvenimenti sono coinvolte ragazze molto giovani, dall’aspetto pulito e innocente, ma che esprimono un erotismo inconsapevole e perciò straordinariamente torbido per chi abbia con l’eros un rapporto sbagliato.
Uno sguardo triste e rassegnato come quello della ragazzina dalla cartella bianca viene riconosciuto immediatamente dai cacciatori che si aggirano in questo mondo tormentato e violento: è lo sguardo della vittima. È lo sguardo che accende la passione dei violentatori, dei torturatori, degli assassini, è lo sguardo di una persona innocente e indifesa, che però emana suo malgrado una sorta di fascino. Nessuno tra i frotteurs, gli stupratori, i sadici, gli assassini può sfuggire; vittima e carnefice sono accomunati da un destino tragico, in cui ciascuno svolge il suo ruolo, ineluttabilmente. E l’orrore di tutto questo sta proprio nell’inevitabilità della tragedia, che si svolge spesso in mezzo alla generale disattenzione di un’umanità rassegnata da sempre alla presenza della violenza e dell’atrocità.
Eppure, qualcosa sarebbe possibile fare per variare il percorso della storia: insegnare alle vittime a cambiare ruolo.

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3 risposte a Vittime

  1. poetella ha detto:

    beh, il caso della fanciullina di cui parlo io è piuttosto diverso.
    Innanzi tutto lei era ben coperta. Nel ’67 non si andava un giro scollati, neanche in estate. Ammeno che non si fosse…e lei non lo era.
    Secondariamente la cartellina, che aveva anche lei, essenso appunto diretta al Liceo Artistico, anche se era rossa. 50 x 70. e molto ingombrante, lei la usava come arma. altro che! E t’assicuro che dei colpi ben assestati in parti sensibili avranno sicuramente lasciato il segno…per un po’…

    Non sempre le vittime lasciano che la situazione le voglia vittime.
    A volte riescono, grazie ad una volontà che sa emergere anche a quattordici anni, a trasformarsi in carnefici. O, per lo meno, in giustizieri.
    A volte, per lo meno. E se muniti di carattere e volontà.
    Dico io….
    Ciao, Guido.
    A presto leggerti e buon proseguimento di festa…

  2. deorgreine ha detto:

    Quello che racconti Guido, avviene esattamente così. Esistono le vittime, esistono i carnefici. E’ ingiusto e non sono certo queste caratteristiche così comuni che fanno dell’essere umano un qualcosa di evoluto. E’ una forma di involuzione a stadi bestiali anche questa, una specie di gioco animale dove i ruoli sono definiti da pulsioni e reazioni che con la razionale percezione non hanno nulla a che vedere. E infastidisce pensarci, parlarne, prenderne atto, proprio perchè rendono evidente la parte meno gestibile dell’animo umano. Le sofferenze silenziose, subite dagli invisibili in maniera invisibile, spesso sono le più atroci. Come dice Poetella ci sarà fra le vittime chi sa reagire, ma spesso non è così, non lo è. Subire in silenzio è una condizione non evidente proprio perchè avviene in silenzio. Sembra banale dirlo, ma l’effetto che può avere l’incapacità di una reazione forte ad un atteggiamento come quello che tu hai osservato, può essere devastante e segnare un’esistenza. E come dici bene è probabile che nella sua esistenza tali situazioni fossero diventate esperienze ordinarie, violenze che si ripetono. Ciò che racconti, in apparenza può sembrare poca cosa, visto che non si è andati “oltre”, ma nella mente di quella ragazzina quegli approcci possono essere stato di una violenza inaudita. Le sensibilità sono diverse, il modo di percepire il contesto in cui si vive sono diversi e le reazioni sono le più disparate. Eppure sono situazioni che si ripetono, che si possono osservare ovunque e solo chi ha occhi e una sensibilità profonda sa cogliere, sa vedere. Spesso, se di vittime si tratta, la reazione è l’indifferenza, l’apatia, la chiusura, la rassegnazione a quel ruolo di cui tu parli. Perchè se non gli si dà importanza è un po’ come se non fosse accaduto. Ma non è esattamente così. La serenità apparente, l’atteggiamento passivo e indifferente possono camuffare la rassegnazione al fatto di non essere visti, ascoltati, sentiti, mentre magari si urla in silenzio. Il capovolgimento dei ruoli di cui tu parli sa molto di riscatto, di rivincita, di riprendere ciò che è stato ingiustamente tolto, ma perchè questo avvenga ci vuole una forza immane, una presa di coscienza e una lotta che presuppone energie che speso mancano proprio perchè risucchiate dai carnefici che si sono incontrati per strada. Il riscatto può venire solo da un presa di coscienza che richiede l’appoggio del gruppo oltre che dal coraggio di guardare in faccia le cose per quelle che sono e agire di conseguenza. Perchè se una vittima in quanto tale non è in grado di difendersi da sola, allora dovrebbe essere il gruppo a difenderla dai carnefici e ad aiutarla a imparare a farlo. L’isolamento ed il silenzio, l’indifferenza all’altro tipica delle nostre società non fanno altro che proteggere i carnefici. E’ molto difficile farsi sentire quando si chiede aiuto in un modo di sordi. Molto.

  3. Pingback: Violenze | Guido Mura

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