Il nemico invisibile

cottage con cancello verde

1

La piazza sembrava tranquilla, con le sue aiuole ben curate, il suo spazio al centro lastricato da mattonelle di cemento e arredato da panchine in legno, così pulite da sembrare nuove.
Più in là una vecchia cabina telefonica, residuo di un mondo che non conosceva ancora il telefono cellulare. A destra si stendeva una villetta rossa, preceduta da un giardinetto, la cui entrata era difesa da un cancelletto verde.
Nel cielo biancogrigiastro nubi più scure, di un grigio cupo e metallico, facevano presagire un imminente peggioramento del tempo.
L’aria era comunque calma e fredda; una placida serenità si posava sui colori decisi delle case, sul verde cupo delle foglie, sul grigio luminoso delle mattonelle. Tutto sembrava immerso in un’immobilità senza tempo.
Poi qualcosa iniziò a cambiare. Un uomo, grassoccio e vestito con una pesante camicia a scacchi e un pantalone azzurro, uscì dalla casa e si diresse verso il cancello; lo aprì con qualche fatica, perché era poco scorrevole e cigolava in maniera inusuale.
Nella piazza, quasi in contemporanea, apparve una ragazza, molto giovane, dai capelli di un biondo rossiccio, raccolti all’indietro. Camminava in fretta, portando in avanti il viso roseo e tempestato di efelidi.
Tom Parnell sedeva al Garvey’s pub, in quel tranquillo primo pomeriggio, a sorseggiare la sua Smithwick’s. Amava il rosso colore della birra e le sfumature create nel bicchiere dalla luce nel boccale. Guardava anche fuori, ogni tanto, verso la piazza deserta, e notò la ragazza che veniva in direzione del pub.
L’accompagnò con lo sguardo senza un particolare interesse, finché non vide che succedeva qualcosa di strano. Improvvisamente la svelta figura cominciò ad agitarsi e a correre. Tom la vide barcollare, mettersi le mani al collo, come per staccarne qualcosa, inciampare sul marciapiede e precipitarsi dentro il locale. Qui, tra lo stupore dei pochi avventori, cadde riversa su uno dei tavolini; sempre tenendo le mani al collo, iniziò a muoversi, a fatica, come se una forza invisibile la trattenesse e la inchiodasse al tavolo. Qualcuno, superata la sorpresa per il fatto inatteso, si avvicinò, pur senza avere il coraggio di toccarla, e la vide impallidire in pochi istanti. I movimenti divennero sempre più deboli, trasformandosi in un tremito, sempre meno avvertibile. Il respiro divenne affannoso, fino a divenire un rantolo; poi rimase l’immobilità assoluta del viso con gli occhi sbarrati dal terrore, inclinato su un lato come nel tentativo di allontanarsi da quella posizione per cercare l’aria che sfuggiva.
Anche Tom si avvicinò, cercando di capire cosa fosse avvenuto. La sua razionalità gli imponeva di trovare una spiegazione accettabile di quello strano avvenimento e pensò che la ragazza fosse stata colpita da un malore improvviso, che le aveva sottratto la facoltà di respirare. Lo disse al dottor O’ Neill, che era stato chiamato urgentemente sul posto dal proprietario del locale e che non poté che constatare il decesso della giovane.
« La conoscevo » disse O’ Neill « era sanissima; anzi aveva chiesto meno di un mese fa un certificato d’idoneità all’attività agonistica. Non presentava patologie cardiologiche e i suoi valori erano sempre stati nella norma. »
« Sa se qualcuno la odiasse o avesse qualche motivo per ucciderla? »
« Pensate a un omicidio? »
« Penso solo che ci sono veleni che possono produrre sintomi come quelli che ho avuto purtroppo modo di osservare. »
« Non potrei dire nulla, così, senza un’autopsia. »
Nel frattempo era arrivata la polizia e l’ispettore Gaskell si era unito a Tom e al dottore. Era robusto, quasi grasso, con due guance paffute e colorate di rosso, e la sua immagine stonava un po’, messa a confronto con quella atletica di Parnell e con la figura longilinea e un po’ scheletrica di O’ Neill.
« Avete intenzione di chiedere l’autopsia? » gli domandò Tom.
« Un momento; lasciatemi vedere almeno il cadavere. »
Gaskell era imbarazzato: non erano frequenti i delitti, da quelle parti. L’ultimo fatto di sangue di cui si avesse memoria a Ballydubh era avvenuto venticinque anni prima; ma si trattava di un caso evidente di omicidio per motivi d’interesse e l’omicida aveva confessato quasi subito.
Conosceva tutti i clienti del pub e ne segnò i nomi su un taccuino. Si riservava d’interrogarli più avanti, ma adesso preferiva lasciarli andare, senza tante cerimonie.
Parnell non sapeva neanche lui cosa pensare. Per la prima volta nella sua vita era stato testimone di un delitto, o di qualcosa di simile, e paradossalmente non sapeva come raccontarlo ai lettori del suo giornale. Doveva inventarsi qualcosa, prima del buio, prima che il giornale andasse in stampa. Decise di seguire la sua prima impressione e di suggerire l’ipotesi di una presenza soprannaturale come responsabile di quella strana e improvvisa morte. Se questo avesse poi creato il panico, pazienza! Il pezzo sarebbe venuto su bene e il giornale avrebbe aumentato le vendite, almeno per qualche giorno, finché la questione non si fosse spontaneamente dipanata, banalizzandosi.

Ma il fatto non aveva nessuna intenzione di banalizzarsi.
O’ Neill aveva eseguito l’autopsia, senza riuscire a trarne indicazioni concrete. Si era preso tutto il tempo necessario, aveva studiato il cadavere in tutti i modi possibili. Gaskell avrebbe ricordato a lungo la smilza figura del dottore che esaminava perplesso la ragazza, bianca come il telo del lettino su cui giaceva. Le stava sopra come un ragno proiettando sulla salma l’ombra delle sue lunghe braccia.
Alla fine, il responso fu di decesso per shock emorragico. Infatti il corpo pareva prosciugato. Il sangue sembrava essersi dissolto nel nulla e non vi erano segni di rottura del fegato o della milza, che erano le cause più frequenti di emorragia fatale. Apparivano invece dei fori ingiustificabili in varie parti del corpo, come se delle siringhe invisibili avessero prelevato il sangue direttamente dalle arterie, provocando un’ipovolemia irrecuperabile.
Il giorno dopo Gaskell decise di rivolgersi a un suo caro amico, un giovanotto che aveva conosciuto in Olanda e che era, come lui stesso diceva, appassionato di casi strani e intricati, in cui l’elemento soprannaturale sembrava prevalere sulle comuni spiegazioni offerte dalla criminologia: quel giovanotto si chiamava Jorg van Hujppel.

2

(Dal diario di Jorg van Hujppel)

Non era la prima volta che mi recavo in Irlanda, ma certo non mi era mai accaduto di doverci andare in risposta a una richiesta d’aiuto. Fu il mio amico William Gaskell a telefonarmi e a farmi promettere di tornare nel suo paese, non come turista, ma come consulente della polizia, cioè in realtà come suo consulente personale.
Venne a prendermi all’aeroporto, con la sua auto privata, non con quella della polizia, e mi condusse a casa sua, una costruzione recente e un po’ anonima, quasi fuori dell’abitato, che guadagnava in comodità quello che perdeva in senso del tipico.
Durante il tragitto mi raccontò in poche stringate frasi di una ragazza, di nome Eibhlin Conroy, e della sua strana morte, poi mi portò nello stesso pub in cui il fatto era avvenuto, per farmi conoscere Parnell, il giornalista che era stato testimone dell’avvenimento. Giunto nel pub, mentre Gaskell s’intratteneva con il più anziano dei baristi, diedi un’occhiata al quotidiano locale, dove appariva l’ultimo articolo di Parnell. Non era un gran giornalista, ma aveva delle qualità: sapeva stimolare la fantasia del lettore senza fornirgli certezze, ma possibilità, raccontava tutto quello che si poteva raccontare di quella strana storia che gli era caduta su un piatto d’argento e probabilmente aveva una gran voglia d’incontrarmi
Quando il mio amico me lo presentò, mantenne un contegno encomiabilmente distaccato e lievemente ironico, come se non volesse mostrare troppo di se stesso.

« Dunque è lei l’esorcista » mi chiese.
« Non proprio » risposi « più che l’esorcista faccio lo scrittore. Ma spesso basta mettere il male in chiaro per esorcizzarlo. »
Qualche ora dopo, con l’aiuto di un certo numero di birre, ci chiamavamo per nome, come vecchi amici.
Gaskell ci aveva lasciato nel pub: era un pubblico funzionario lui e non doveva occuparsi solo di quell’omicidio, se di omicidio si trattava, ma anche di tante meno interessanti e più quotidiane incombenze.
Con la logica stringente del filosofo alticcio, che poi è la condizione più caratteristica dell’essere filosofi e quasi conditio sine qua non per indagare i misteri della condizione umana e dell’universo, esposi a Parnell criteri, ipotesi e conoscenze che possedevo, oltre a tutta una serie di cognizioni di cui non ero ancora giunto in possesso, ma che provenivano indubitabilmente dai poteri esoterici che vengono dispensati alla mente umana da una generosa quantità di alcol.
« Vede, Tom » gli dissi « Noi spesso riceviamo segni dell’esistenza di una realtà diversa, che non è percepibile e che non risponde alla nostra logica. Sappiamo che questo disallineamento tra eventi e logica già avviene nel mondo delle particelle, ma non sappiamo se vi siano veramente universi paralleli dalle dimensioni simili alle nostre in cui le leggi della logica umana non siano operative.
Tutte le volte che si verifica un evento irrazionale, o per lo meno non spiegabile razionalmente, tendiamo a sottovalutarlo oppure a minimizzarlo. Per evitare l’angoscia che proveremmo se dovessimo ritenere reale l’impossibile, ci sforziamo di metterlo in un angolo e cerchiamo di cancellarlo dalla memoria.
Capisce! Se già non ci sentiamo garantiti nella nostra realtà, dove il caso potrebbe irrompere in ogni momento, annichilendo la nostra stessa esistenza, come ci sentiremmo in una realtà che dovesse tener conto di infinite possibilità? La nostra angoscia sarebbe incontrollabile.
Per vivere serenamente abbiamo bisogno di riconoscere il volto della realtà; di fronte ad una realtà senza volto subentra il panico.
Qualunque cosa provoca come reazione il terrore: una malattia nuova, un modello economico imprevisto, un animale sconosciuto o una forma di vita invisibile. »
« La mia impressione è che lei, Jorg, creda che in questo caso vi sia stato un intervento soprannaturale. »
« Credo che vi sia un intervento di un’entità sconosciuta. Non penso però che possa definirsi soprannaturale; penso piuttosto che il nostro concetto di natura sia ancora piuttosto limitato. »
« Lei parla di una natura invisibile, Jorg. Ma se non si vede, come possiamo asserirne l’esistenza? »
« Dagli effetti, Tom, soltanto dagli effetti, così come, molto più banalmente, se guardiamo un giardino da una finestra e vediamo una foglia morta che si muove sul terreno, immaginiamo che fuori soffi il vento. »
Dopo questa appassionata disquisizione, lasciai Parnell in preda a dubbi ancora più forti di quelli che lo tormentavano da quando quella strana questione si era proiettata sulla sua strada; ma devo confessare che anch’io vagavo nel buio più nero, anche se naturalmente nutrivo il sospetto che qualcosa d’irrazionale e sconosciuto fosse entrato per qualche motivo nel nostro mondo e temevo che la sua presenza si sarebbe ancora manifestata con qualche evento drammatico.

3

A casa di Gaskell, che cortesemente mi ospitava, cercai di analizzare la situazione e per fare questo non c’è di meglio che mettersi al riparo dalla luce e dai suoni del mondo, stendersi su un divano o addirittura sul letto e passare in esame fatti e possibilità. Avevo già una mia ipotesi e ne avevo in parte già discusso con Parnell, ma tutto veniva a infrangersi sull’impossibilità di provare la presenza tra di noi di un essere ostile, sempre se qualche nuovo fatto non fosse intervenuto a rendere più manifesta e credibile quella presenza. Sapevo che, in qualche modo, il nostro mondo naturale poteva eccezionalmente entrare in contatto con altre realtà. Gli strani fatti di cui raccoglievo testimonianze da tutto il mondo non potevano essere giustificati da nessun’altra spiegazione. Rimaneva però da capire quale fosse stato l’agente capace di collegare il nostro universo con quello da cui era venuta quella cosa che si era comportata come un predatore, se questo era veramente quello che era accaduto. Questo era il nostro problema, come raccontai a Gaskell, quando terminò il suo turno di servizio.
« Dunque sarebbe arrivato da noi un mostro » fece l’ispettore, cercando di fare il punto della situazione, « e questo mostro avrebbe ucciso Miss Conroy dopo averla attaccata in Connolly Square.»
« Beh, forse non è un mostro, anzi potrebbe essere bellissimo; peccato che non possiamo vederlo » precisai.
« Ma, sempre ammesso che questo essere esista, come mai è invisibile?»
« Non tutto quello che agisce in natura è visibile, Willy: pensa alle radiazioni o, semplicemente, al vento; eppure le radiazioni uccidono, il vento uccide, quando è troppo forte.»
Comunque confessai la mia ignoranza sulle cause della morte della ragazza: potevo solo fare delle supposizioni.
La ragione, e così l’immaginazione, non potevano risolvere il mistero, per cui decisi di rilassarmi con un bagno caldo, così da affrontare successivamente con la necessaria serenità e sicurezza i pericoli che sicuramente stavano ancora in agguato a Ballydubh.
Come aprii l’acqua per riempire la vasca, accadde però qualcosa che in quel momento non mi attendevo e forse per questo, solo per questo, quel qualcosa, di per sé non eccezionale, mi parve acquistare un alone di assurdità.
Il rubinetto, o meglio l’acqua che ne sprizzava fuori, faceva uno strano suono che pareva una musica. All’inizio pensai alla bizzarria di quel canto tecnologico e tubestre, così allegro e guizzante, in una situazione da incubo come quella che quell’oscura cittadina stava vivendo. Ma poi una stravagante intuizione mi fece soffermare su quel suono, decisamente inusuale per un flusso d’acqua, e mi spinse a proseguire la mia indagine sul campo.
Mi rivestii e mi precipitai verso il luogo in cui si era verificato l’attacco mortale alla giovane Eibhlin. Era mia intenzione scoprire se vi fosse in quell’area una fonte sonora che avesse potuto facilitare l’arrivo di un visitatore indesiderato e pericoloso.
Mi guardai attorno. La piazza era vuota e l’aria frizzante non invitava gli abitanti a passeggiare o a soffermarsi in quello spazio apparentemente asettico, che non sapeva né di centro né di periferia.
Avevo portato il mio minuscolo registratore ad alta fedeltà, che già mi era stato di aiuto in molte circostanze, ed ero pronto a registrare ogni suono che provenisse da persone o cose, dal mondo della natura o dai manufatti creati dall’attività umana. Mi sedetti su una delle panchine e mi guardai intorno. Il silenzio era rotto solo dal sibilare del vento e dallo strido rauco degli uccelli, ma nessuno di quei suoni pareva essere in grado di provocare alterazioni tali da favorire l’intersecarsi di piani differenti della realtà. Doveva esistere qualcosa di anomalo nell’ambiente umanizzato, qualcosa che producesse un suono specifico e innaturale.
Mentre passavo in rassegna le costruzioni e le strutture presenti in quella piazza, mi raggiunse Gaskell, che non trovandomi in casa era però riuscito a localizzarmi.
« Devo trovare un suono » gli dissi.
Provai con la porta della cabina, che però scorreva regolarmente e silenziosamente sui suoi cardini. Rimanevano da controllare le abitazioni, ma soprattutto il cancello verde che si affacciava sul lato est di Connolly Square.
« È la casa di Joe Carrey » fece l’ispettore.
« Chiamalo, dobbiamo sentire se il suo cancello cigola » gli dissi.
Gaskell suonò imperiosamente, fino a che il padrone sbloccò la chiusura del cancello. Ci parlò da una finestra, seminascosto dai fiori che abbellivano il davanzale.
« Potete entrare, se volete. »
« No, vieni fuori tu Joe, dobbiamo parlarti.»
Dopo un paio di minuti Joe aprì la porta e arrivò fino al cancello. Era vestito da casa e aveva la barba lunga.
Aprì il cancello tenendolo e accompagnandolo con attenzione. Il cigolio in questo modo era presente, sì, ma attutito e nient’affatto naturale.
« Devo fare così perché da qualche giorno sfrigola in un modo maledetto. »
« Ma è proprio quel rumore che vogliamo sentire! »
Joe ci guardò come se vedesse due evasi da un manicomio.
Gli chiesi se qualcun altro aveva aperto il cancello, ma senza accompagnarne il movimento, il giorno della morte di Eibhlin.
« Mio cugino Finney: è uscito proprio quel pomeriggio e non penso che abbia avuto la pazienza di tenere il cancello col braccio per non farlo stridere. Però lui non ha fatto niente » aggiunse, pensando forse che Gaskell, se pure era un suo buon amico, era pur sempre un poliziotto ed era alla ricerca di indizi. Ma poi che c’entrava il cancello? Mica aveva ammazzato la ragazza con quello!
« Mr Carrey » gli dissi « ci faccia sentire il suono del cancello. Provi, provi a riaprirlo e a chiuderlo, ma senza tenerlo fermo. »
L’uomo guardò Gaskell, come per chiedere conferma, l’ispettore annuì.
Eravamo proprio due matti.
Il padrone di casa si predispose a eseguire il suo concerto per cancello solista e io feci partire la registrazione. Questa volta il cardine si mise a sferragliare in maniera straziante e i suoni vennero registrati contestualmente sul dispositivo. Avevo pensato al rischio che potevamo correre se le mie supposizioni non si fossero dimostrate delle mere fantasticherie e mi ero armato con quello che Gaskell mi aveva consentito di portare con me, un pugnale e un dissuasore a scariche elettriche; ma non ero in grado di stabilire se quelle armi potessero avere efficacia nei confronti di esseri dal corpo invisibile, che forse era costituito semplicemente da fasci d’energia. In teoria altri esseri potevano penetrare nel nostro mondo, se si fossero trovati nel raggio d’azione della porta che veniva attivata per via sonora. Fortunatamente non si verificò nulla di anormale e potei portar via con me una traccia di quel suono che immaginavo potesse essere stato causa della manifestazione indesiderata di quello che ormai avevamo battezzato il nemico invisibile.
Nel riascoltare con Gaskell lo stridore registrato, ho avvertito una ricorsività, qualcosa che mi ricordava un modello conosciuto e ho provato a decifrare le curve sonore, analizzandole al computer. Così ho avuto la conferma di quello che sospettavo: si trattava di un suono frattale.
L’ipotesi aveva un primo riscontro e la responsabilità dell’emissione sonora nel verificarsi del fenomeno diveniva sempre più probabile, sebbene difficilmente credibile, sul piano razionale.
In realtà, la presenza di suoni frattali era stata avvertita in molti casi in cui presenze indesiderate si erano manifestate sulla terra o in cui erano accaduti fatti non spiegabili con gli strumenti della ragione. Il suono probabilmente agiva come una chiave, uno strumento che apriva un passaggio. Gli scienziati ogni volta avevano manifestato il più totale scetticismo riguardo a queste spiegazioni, anche se qualcuno aveva candidamente ammesso di non aver potuto trovare una giustificazione razionale che fosse compatibile con le teorie scientifiche fino a quel momento elaborate.
D’altronde avviene sempre così nella sperimentazione di frontiera. I fenomeni si presentano in modo del tutto casuale. Si può dire che c’è una probabilità molto bassa, quasi trascurabile, che si verifichino; ma ciò nonostante il fenomeno appare e, non essendo riproducibile e misurabile a comando, gli scienziati non possono che abbassare le armi e difendere la teoria scientifica che verrebbe inficiata da quell’evento solamente dichiarando che l’evento non esiste, non si è mai presentato e non c’è alcuna possibilità che si ripresenti in futuro.
Gaskell guardava con curiosità il grafico delle frequenze, che il mio programma calcolava in maniera estremamente precisa.
« Sai qualcosa sui frattali, Willy? » gli chiesi
Gaskell ci pensò un po’ su.
« Qualcosa, solo qualcosa. So che sono forme geometriche che si ripetono all’infinito e non mutano cambiando scala. »
« Sono molto di più. Sono la rappresentazione di elementi costitutivi della realtà, nelle sue diverse scale di grandezza. Secondo la concezione di Ermete Trismegisto… »
« Ermete che? » Fece Gaskell con aria stupita.
Lo guardai: i suoi occhi erano diventati grandi e tondi; aspettava un chiarimento, ma gli dissi solo il minimo indispensabile.
« Ermete Trismegisto è una figura mitica; non si sa nemmeno se sia mai esistito. Il motto che sintetizzava il suo insegnamento era “Come in alto così in basso” ed esprimeva la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo. Che la struttura fondamentale delle cose non mutasse quando si cambiava scala era un assunto di tutta la conoscenza alternativa che si esprimeva nei culti misterici e che attraverso il pensiero umanistico-rinascimentale è giunta fino a noi. Oggi, dopo averla tanto contrastata, la scienza è giunta a produrre con metodo distinto idee che non sono poi tanto distanti da quelle, ritenute fantastiche e inattendibili, dei sapienti dell’antichità o dell’esoterismo dell’età moderna. Alcune teorie fisiche risultano oggi, per un cervello non iniziato, ancora più folli e inconcepibili dei miti di lontana provenienza egizia o delle bizzarrie di Madame Blavatski.
A dimostrare che non tutto è fantasia nelle antichissime credenze sono le strutture geometriche basate sui frattali, che troviamo in tanti aspetti della natura: nella forma degli alberi e delle singole foglie, nella forma delle galassie come nei profili delle coste terrestri o delle montagne.
Con la matematica dei frattali possiamo descrivere oggetti reali esistenti in natura e comprenderne la logica, ma anche creare oggetti, disegni, suoni, che abbiano le stesse proprietà dei frattali.»
« Ma cosa c’entra col nostro cancello?»
« Perché il cigolio di quel cancello è una composizione sonora basata sui frattali.»
« E un suono frattale può generare mostri?»
« Certamente no, ma forse può mettere in comunicazione il nostro spazio con un altro in cui il mostro esiste. Se qualcuno conoscesse le parole sempre cercate dagli occultisti per dare ordini alla natura o per infondere vita agli oggetti e resuscitare i morti, quelle cosiddette parole avrebbero probabilmente un suono frattale. Niente di strano che anche la comunicazione tra dimensioni distinte e parallele possa essere stabilita attraverso suoni frattali.»
Gaskell mi guardava perplesso. Non sapeva se disperarsi per l’assurdità delle mie ipotesi o se mettersi a ridere. Si sentiva avvolgere dall’alone di quella follia, che pareva essere calata, come una nebbia, sulla sua tranquilla cittadina.

4

L’agente arrivò di corsa e Gaskell se lo trovò davanti all’improvviso. Era rosso e accaldato e aveva gli occhi tondi e lucidi.
« La ragazza » disse, parlando a fatica.
« Quale ragazza? »
« Miss Conroy. »
Che poteva essere successo alla giovane Eibhlin? Ormai era sepolta in terreno consacrato e non avrebbe dovuto più creare nessun problema, e non si sarebbe più mossa di lì, a meno che il giudice non avesse richiesto ulteriori analisi del cadavere.
« È scappata! »
« Ma se l’abbiamo seppellita da un pezzo! »
« Eppure è così: la fossa era aperta e la bara vuota. »
Quindi Eibhlin, o qualsiasi cosa fosse diventata, ora vagava liberamente per il paese.
Pensavo che se la ragazza (o quel che era rimasto di lei) era emersa dalla tomba, doveva essere animata dal suo assassino invisibile, che però a questo punto nell’utilizzare il corpo in cui si era incarnato, per motivi che nessuno di noi poteva conoscere, non poteva più passare inosservato nei suoi spostamenti, e questo era per noi un vantaggio sostanziale. Di conseguenza, quell’essere doveva nascondersi da qualche parte e, a quanto mi pareva di aver visto del territorio, l’unica zona in cui potesse dissimularsi era l’area a oriente della cittadina. Qui si trovava un boschetto, che confinava con la brughiera di Calhoun, costituita da vegetazione arbustiva, prato e rocce che spuntavano dal verde. Bisognava pertanto rivolgere le ricerche a est, nello spazio disabitato in cui un corpo poteva facilmente occultarsi, restando acquattato al riparo delle rocce e della vegetazione.
Ormai era necessario ricostruire i fatti, anche alla luce delle novità, che facevano presumere un ulteriore sviluppo del caso. Perciò incominciai a esporre a Gaskell la mia ricostruzione.
« In un pomeriggio tranquillo, il cugino di Joe, Finney, apre il cancello cigolante della casa del suo parente e si infila nella piazza che si trova ai margini della parte nuova di Ballydubh. Nello stesso momento una ragazza, Eibhlin, si trova a passare, per sua sventura, in quella stessa piazza. Il cigolio attrae un essere invisibile che si ritrova anche lui sulla piazza e individua una preda, Eibhlin. »
« Ma perché mai il predatore non ha attaccato Finney, al posto della ragazza. »
« E chi lo sa, forse la ragazza era più di suo gusto o forse se l’è trovata davanti o forse, come sembra, la ragazza andava di fretta e si sa che una preda che corre attira l’attenzione di un predatore. »
« Continui. »
« Poi l’essere sconosciuto cerca il suo nutrimento, e lo individua nel sangue della ragazza. La aggredisce e lei, terrorizzata perché sente addosso quella presenza, ma non riesce a vederla, fugge, senza riuscire a liberarsene. L’essere deve avere una serie di tentacoli, con i quali punge il corpo di Eibhlin e le succhia il sangue, tutto il sangue, fino a procurarle la morte.
Tutti pensano che l’aggressore abbia abbandonato il cadavere. L’autopsia non può che confermare la morte, ma il medico non si accorge che qualcosa di vivo è rimasto nel cadavere.
Dopo alcuni giorni, il possessore invisibile si risveglia dopo aver utilizzato il sangue della vittima e si serve del nuovo corpo, che è adatto a muoversi nel nostro spazio. »
Nemmeno io ero sicuro che quelli fossero i fatti realmente accaduti; ma non avevo una spiegazione a misura di poliziotto.
« Cosa ne pensa, Gaskell: è un’ipotesi credibile? »
« Che se racconto in un verbale che un vampiro alieno provvisto di tentacoli terrorizza la tranquilla città di Ballydubh rimedio sicuramente una visita psichiatrica. »
« Però adesso noi abbiamo qualche possibilità in più di sconfiggerlo: possiamo vederlo. »
Non avevamo ancora stabilito un piano d’azione, quando una telefonata arrivò al posto di polizia. La signora che seguiva l’anziana Lottie Downey chiedeva aiuto, raccontando in maniera confusa di un’aggressione in corso.
« Mio Dio, zia Lottie! » esclamò Gaskell « sta proprio a est, verso Calhoun. »
Prendemmo la macchina di servizio, per fare più in fretta, seguiti da un paio di poliziotti in moto, anche se la zona non era in realtà molto distante, e giungemmo alla villetta in cui abitava la zia di Willy. Era una casa a due piani, con qualche pretesa, e un giardino ben curato, ricco di arbusti e di fiori. Vasi fioriti pendevano ai lati della porta, che era spalancata.
Nel soggiorno si vedevano dei mobili rovesciati, ma non c’era nessuno, per cui esaminammo le stanze del livello inferiore ad una ad una e finalmente uno dei poliziotti gridò: « È qui. » La voce dell’agente proveniva da un locale che era una specie di stireria, una stanzetta in cui venivano depositati i vestiti che non trovavano posto negli armadi delle camere superiori. Sul pavimento stava distesa in maniera scomposta una vecchia con gli occhi sbarrati e le mani irrigidite poste all’altezza degli occhi, come per un’estrema difesa. Ma non c’era stato niente da fare: era morta. Il viso pallidissimo faceva presumere che anche quel povero corpo, come quello di Eibhlin, fosse stato privato del suo sangue. Nel frattempo si udirono rumori e grida provenienti dal piano superiore. Quando Gaskell giunse sopra, trovò una donna, che finalmente, accortasi della presenza dei poliziotti, si era decisa ad aprire la porta della sua stanza. Vi si era chiusa, sembra, in preda al terrore, e aveva assistito all’arrivo in casa dell’assassino. « C’era la ragazza » disse « quella morta, ma aveva una forza incredibile, spostava i mobili con un braccio. » Lei era salita al piano superiore e si era chiusa nella stanza. Da lì aveva chiamato la polizia col cellulare. Poi aveva sentito miss Lottie urlare in un modo, in un modo… urlava come un maiale portato allo scannatoio. Lei che badava a Miss Lottie, che si occupava dell’anziana signorina e del suo benessere, non era stata in grado di proteggerla. Cessati i rumori, la donna era rimasta nascosta in camera e aveva deciso di uscire solo quando i poliziotti erano entrati in casa.
Mentre Gaskell interrogava la badante della zia Lottie, fu chiamato il dottor O’ Neill, che arrivò dopo qualche minuto ma non poté che constatare un altro decesso.
Eravamo seriamente preoccupati. Il mostro sembrava disporre di una forza straordinaria e non sapevamo se fosse sensibile o meno all’azione delle nostre armi. Tutto poi faceva prevedere che, terminata l’assimilazione del sangue della nuova vittima, sarebbe tornato in città per procurarsi ancora un nuovo quantitativo del prezioso nutrimento. L’unico aspetto positivo della faccenda era che probabilmente quell’essere non avrebbe attaccato di nuovo immediatamente e quindi rimaneva del tempo per elaborare una strategia difensiva.
Il mio compito di consulente, inoltre, non sembrava affatto concluso. Io stesso non ero convinto di aver sciolto tutti i nodi della matassa. Continuavo a chiedermi se ci fosse un altro elemento che, in aggiunta al cigolare del cancello, avesse agito nell’apertura di quella strana porta verso l’ignoto che sembrava essersi formata in Connolly Square.
Quando tornammo al posto di polizia, trovammo una sorpresa. Anzi, la sorpresa era per l’ispettore Gaskell.
Appena entrò in ufficio, l’agente di servizio gli disse: « Ci sono due persone che chiedono di lei » e gli riferì qualcosa all’orecchio.
« Ah sì? bofonchiò Gaskell. »
Effettivamente s’intravedevano due grigie figure, vestite in giacca e cravatta.: uno più alto e grosso, l’altro più sottile e con la faccia volpina. Quello dall’aspetto volpino teneva una sigaretta accesa in bocca, in barba a tutti i divieti.
« Non si può fumare in ufficio » disse Gaskell seccamente.
« Certo » fece il tizio in grigio, ma non spense la sigaretta.
« Voi non avete giurisdizione qui » continuò Gaskell.
Allora il più alto dei due tirò fuori un altro pezzo di carta. Questo dovette essere più convincente della semplice esibizione dei distintivi e dei documenti, perché Gaskell cambiò atteggiamento.
« Va bene » disse « cosa devo fare? »
« Fornirci il supporto » fece il più piccolo, « e seguire la nostra azione. Voi, nel frattempo, non dovete fare nessun’altra azione: dovete soltanto lasciarci lavorare. »
« Questo è il mio territorio » protestò Gaskell « e io ho comunque il dovere di procedere per garantire la sicurezza dei miei concittadini. »
I due si consultarono e il più piccolo disse: « Fate pure come vi pare; ma mi sembra che finora non abbiate assicurato la sicurezza molto bene. » Quello grosso rise.
« E soprattutto » fece il volpino, guardando verso di me, « vi raccomando di tenere lontani i civili dalle nostre operazioni. »
Gaskell era furioso e la sua faccia era diventata più rossa del solito, ma capì che doveva frenare la propria irritazione. Era troppo abile e intelligente per opporsi a un potere superiore al suo. Poteva obbedire alle ingiunzioni superiori, ma nello stesso tempo non voleva rinunciare a muoversi in modo indipendente.
« Abbiamo bisogno dei vostri uomini » disse il magro, che pareva anche il più loquace dei due.
« Faremo una battuta nel bosco e nella brughiera, pensiamo che il vostro assassino si sia rifugiato
lì. »
« Go n’éirí leat » fece Gaskell e pensò: “Non hanno avuto bisogno di farmi domande: sanno già tutto”.

5

Gli agenti speciali del G2 o Defence Forces Directorate of Intelligence, che si chiamavano Kennedy, quello più magro, e McCarthy, quello grosso, avevano preso, a quanto sembrava, il comando delle operazioni; ma devo confessare che non avevo alcuna fiducia nel loro intervento. In tutti i casi di cui mi ero occupato, le cosiddette forze speciali o servizi, o come diavolo erano definite nelle varie parti del mondo, non avevano mai avuto un ruolo determinante e anzi avevano spesso intralciato il mio lavoro. Dovevamo proseguire la nostra guerra senza preoccuparci troppo di loro, anche se temevo che, fidandosi solo dell’opzione militare, i servizi avrebbero potuto combinare qualche disastro.
Più tardi trascinai il mio amico al Garvey’s pub, dove speravamo di trovare qualche altra informazione su quanto era avvenuto in Connolly Square in quel primo disgraziato pomeriggio.
Al pub trovammo Tom Parnell, in mezzo a un gruppo di avventori con la faccia scura.
« Ho una notizia per voi » ci disse.
« E certo » scherzò Gaskell « altrimenti che razza di giornalista sareste? »
« Non c’era solo Eibhlin… »
« Certo, c’era anche Finney, il cugino di Joe Carrey! »
« Ma a quanto sembra c’era anche Sculley, nella piazza. »
Si girarono tutti verso un vecchio che, sentendosi osservato, lanciò in giro un’occhiata con l’unico occhio buono, anche quello coperto da una sorta di velo translucido. Era brillo, ma ancora non abbastanza sbronzo da addormentarsi.
« Cosa stavi facendo, Sculley » chiese Gaskell.
Sculley ridacchiava, ma non rispondeva.
« Perché eri lì, Sculley? »
« Ero nella cabina » confessò alla fine Sculley.
« Sculley è quasi sempre sbronzo » raccontò Parnell « ma prima di sbronzarsi sta spesso al telefono, a fare scherzi. »
« E cos’hai visto, Sculley? »
« Ho visto un vento, nero, orribile, e la ragazza che correva, ma c’era qualcosa… qualcosa; non era sola.» Ora la voce di Sculley tremava e anche l’occhio sembrava scuotersi e rivedere quel momento di angoscia.

Improvvisamente anch’io rividi la scena con la mente. Sculley che entrava nella cabina, alzava il telefono, chiamava qualcuno, ma quale numero? Aveva importanza il numero? Il cancello verde da cui usciva tranquillo Finney, la ragazza che improvvisamente veniva aggredita da qualcosa che non poteva vedere ma di cui sentiva addosso il contatto, la sua corsa disperata, il suo precipitarsi tra la gente, forse in cerca d’aiuto. Ed ecco che improvvisamente mi apparve l’elemento mancante, quello che aveva costituito l’innesco, in correlazione con il suono del cancello. In assenza di quel qualcosa il semplice stridore dei cardini non poteva trasformarsi in una chiave per modificare la realtà.
Il telefono, ecco qual era l’elemento indispensabile: la chiusura di un circuito, il passaggio di corrente nell’apparecchio, l’apertura di una comunicazione con la centrale, la formazione di un campo elettromagnetico di frequenza definita ma comunque di tipo ELF, radiazioni non ionizzanti, capaci di superare ostacoli e di essere percepite anche al di là di un corpo solido. Il rumore elettromagnetico era fondamentale nell’interagire con la materia vivente.
Per qualche motivo l’azione contemporanea della sequenza sonora e del piccolo campo elettromagnetico avevano attratto una presenza da un’altra dimensione e le avevano consentito di accedere alla nostra. Che si trattasse di uno sconosciuto effetto non termico dell’azione dei campi magnetici o di qualche altro strano fenomeno non ero in grado di stabilirlo, ma certamente il fatto, per quanto incredibile, era avvenuto.
Mi venne allora un’idea, che poteva risolvere la lotta, la nostra lotta per la sopravvivenza. Si potevano svuotare le poche case che si trovavano al confine orientale della cittadina, invitando gli abitanti a trovare riparo per due o tre giorni in un’altra zona o addirittura nei dintorni, cercare di richiamare l’essere, dovunque si trovasse, in piazza Connolly, dove avremmo potuto creare un assembramento di persone armate, che il predatore avrebbe considerato una mandria di potenziali vittime. Una volta che fosse giunto, avremmo potuto tentare di ristabilire la comunicazione con la sua dimensione riaprendo quel canale che si era dimostrato così efficace. Su come rendere inoffensivo il mostro non avevo nessuna certezza, ma dovevo avere il coraggio di correre qualche rischio, sperimentando una procedura che in teoria poteva avere una sua validità, ma non si sapeva se avrebbe dato risultati anche nell’applicazione pratica; anche se esempi dello stesso tipo a volte erano stati risolutivi, almeno a quanto si riusciva ad apprendere da casi di magia cerimoniale e di esorcismo.

6

(Dal verbale dell’agente speciale John McCarthy)

Questa mattina abbiamo svolto l’operazione coperta “Freeland”, allo scopo di liberare il territorio di Ballydubh e Calhoun da una presenza non ancora definibile, ma estremamente pericolosa. Avevamo l’incarico di catturare la forma di vita segnalata nella regione e di portarla alla base. Se l’essere non fosse risultato catturabile, per la sua struttura fisica, o se la sua permanenza in vita avesse costituito un eccessivo pericolo per gli esseri umani, eravamo autorizzati ad abbatterlo. Alle ore 8.00 abbiamo iniziato a perlustrare il bosco attiguo alla casa di Miss Lottie Downey. Si tratta di un terreno di non più di quindici acri e l’abbiamo controllato in tutta la sua superficie, senza trovare traccia di esseri viventi di specie sconosciuta.
All’inizio la giornata era brumosa, ma con una visibilità sufficiente per esaminare l’area del sottobosco in maniera apprezzabile. Poi, appena uscimmo dal bosco, un vento a raffiche incominciò a spazzare la brughiera, creando sull’erba onde che si succedevano l’una all’altra, come se si trattasse del mare o di un lago. Procedendo in quel terreno impervio, incontrammo presto un’area brulla, dominata da rocce che si ergevano tra cespugli spinosi. Sapevamo che il nostro obiettivo doveva essere nascosto da qualche parte, ma il mio collega Kennedy sosteneva che poteva celarsi anche nell’acqua delle torbiere e non essere quindi visto. Non eravamo certi infatti che respirasse come gli uomini o gli animali terrestri. In questo caso avremmo corso il rischio di esaminare tutta la brughiera senza incontrarlo. Verso la metà della giornata, dopo aver controllato già i tre quarti del territorio, ci fermammo su uno spiazzo diserbato, per un breve lunch. Eravamo sicuri di non correre troppi rischi, essendo armati in maniera adeguata, anche se l’avversario non era il nemico tradizionale che ci si attende di incontrare in un’azione di guerra. Il rilevatore biometrico, che segnalava la presenza di corpi umani o animali attraverso la registrazione di particolari ritmi biologici o di aumenti termici specifici, non aveva evidenziato nulla di sospetto, tranne qualche animale immediatamente individuato. Sembrava che una grande pace si stendesse sulla brughiera e persino il vento si era quasi spento. Disponevamo di tutto l’occorrente per catturare il nostro obiettivo e avevamo ben chiare le procedure per la cattura o l’eliminazione di quello che appariva, in fondo, come una sorta di animale di una specie sconosciuta.
Riprendemmo le ricerche nel pomeriggio, aggirando le torbiere e smuovendo nelle zone umide più estese le acque stagnanti, per disturbare un eventuale ospite indesiderato che vi si fosse insediato, costringendolo a manifestarsi; ma tutto fu inutile. Quella creatura, se pure esisteva davvero, sembrava essersi dissolta nel nulla. La strana calma, quasi innaturale per un clima instabile quale quello della nostra isola, unita all’inutilità apparente di quella specie di battuta di caccia, era senza dubbio opprimente e finiva per affievolire il senso di vigilanza della squadra, che procedeva in maniera meccanica. Abbiamo camminato per diverse ore, incontrando soprattutto volatili e piccoli animali. Uno dei corpi segnalati dal sensore biometrico si è rivelato essere un’innocua civetta, che si nascondeva dalla luce del giorno all’interno di un tronco cavo.
Kennedy sembrava ancora attento. Il suo fisico asciutto e muscoloso era particolarmente resistente alla fatica, ma soprattutto il suo sistema nervoso reggeva molto bene lo stress psichico. Io, invece mi sentivo affaticato, forse più mentalmente che fisicamente, e vedevo che anche i poliziotti di Ballydubh cominciavano a risentire di quella giornata di ricerca infruttuosa. Non erano allenati per un’attività faticosa e snervante come quella che avevamo imposto e non potevamo pretendere che si sentissero in piena forma.
Quando il sole stava per calare, qualcosa avvenne all’improvviso. Capitò così in fretta che non ci fu nemmeno il tempo per reagire in maniera efficace.
Feci appena in tempo a vedere che qualcosa di oscuro si era materializzato dietro il mio collega. Ebbi la visione fuggevole di un’immagine femminile, ma dal viso completamente stravolto. Fu come un lampo, un gesto, e prima che chiunque potesse intervenire la testa di Kennedy cadde per terra e si mise a rotolare sul terreno. Appena mi resi conto dell’accaduto iniziai a sparare verso quella forma disumana che guardava senza espressione. Subito dopo, anche gli altri poliziotti che si trovarono l’essere sulla traiettoria, iniziarono a sparare, seguendo il mio esempio.
Sono sicuro di averlo colpito, di aver colpito quel corpo femminile che era rimasto per un attimo in posizione, ma sembrò che i miei colpi, i nostri colpi, non avessero avuto alcun effetto. Gli corsi incontro, per cercare di colpirlo da una distanza ravvicinata, ma un pugno di una violenza incredibile, che sembrava assestato da quel corpo di ragazza, mi mandò a sbattere contro una roccia distante vari metri. Dovetti perdere i sensi per un attimo. Quando mi svegliai, l’essere non c’era più e sembrava che nulla fosse avvenuto, se non fosse per il cadavere di Kennedy, che giaceva per terra, privo della testa.
Recuperai in fretta il controllo della mia mente e compresi che dovevo soprattutto sapere se l’obiettivo era stato ferito.
« Controllate se ci sono tracce organiche! » gridai.
Alla mia richiesta i poliziotti si misero a esaminare il luogo in cui l’obiettivo era apparso, ma dichiararono di non aver trovato macchie di sangue, né di altri liquidi organici, oltre a quelle che provenivano dal corpo di Kennedy. Pareva che l’essere fosse stato attraversato dai proiettili senza subire danni e che si fosse messo in salvo, senza attendere l’arrivo degli altri agenti della squadra e scomparendo nella brughiera, in cui con il crepuscolo cominciavano a calare le prime nebbie.
Avevo forti dolori alla schiena e probabilmente qualche osso rotto. I poliziotti dovettero predisporre una sorta di barella per trasportarmi fino al centro di polizia. Portarono via anche i resti del mio collega, per non lasciarli in balia del suo uccisore e degli animali selvatici. Poiché le mie fratture sembravano cosa seria e non era possibile tenermi in infermeria, fui trasferito in ambulanza fino all’ospedale di Cork, dove venni ricoverato d’urgenza nel reparto di ortopedia, e qui mi trovo tuttora, in attesa di essere traslocato all’ospedale militare di Dublino.
Da quanto avvenuto durante l’operazione, sono certo che quella cosa che sembra aver assunto l’aspetto della sua prima vittima non solo non possa essere catturata, ma che non possa nemmeno essere eliminata con le nostre armi di ordinanza.
Ritengo sia necessario coinvolgere i servizi di altri paesi NATO, se la minaccia dovesse persistere.
L’ispettore Gaskell, che comanda le forze di polizia di Ballydubh, dispone di un consulente civile, che non è però uno scienziato, ma una specie di giornalista di nazionalità olandese. Sembra che abbia contribuito alla soluzione di casi di attività paranormale, forse anche di origine aliena, in vari paesi del mondo. In attesa di ulteriori ordini, ridotto come sono, non potrò oppormi alle iniziative che l’olandese vorrà mettere in atto, in accordo con la polizia locale.

7
(Dal diario di Jorg van Hujppel)

Quando i poliziotti che avevano partecipato alla spedizione guidata dai due agenti del G2 riferirono l’esito disastroso della battuta, Gaskell ed io avevamo iniziato a preparare l’accoglienza a quella specie di demone incarnato che era arrivato nel nostro mondo per succhiare il sangue agli umani, cosa che altri del nostro stesso genere già facevano molto bene, ma solo per via metaforica.
Connolly Square si era trasformata in una specie di accampamento, che doveva presentarsi come un grande deposito di cibo per il nostro predatore.
Non ritenevo che Kennedy e il suo socio sarebbero stati in grado di catturare, ma nemmeno di impensierire, un essere tanto più forte e abile di qualunque combattente umano, e purtroppo la tragica morte dell’agente speciale lo dimostrava ampiamente.
La prima notte trascorse tranquilla. Evidentemente il predatore aveva ancora energia a sufficienza e non sentiva il bisogno di attaccare per nutrirsi: lo dimostrava il fatto che gli agenti erano stati attaccati fisicamente, ma il loro sangue non era stato risucchiato. Immaginavo però che prima o poi la cosa sarebbe uscita dalla brughiera in cerca di nutrimento e, non trovando esseri umani nelle abitazioni vicine, avrebbe necessariamente percorso la strada che conduceva verso piazza Connolly e da lì si diramava in varie direzioni.
Era una strana sensazione quella di fare da esca e devo dire non troppo piacevole. Sia io che Gaskell avevamo deciso di rimanere stabilmente nella piazza, dormendo nelle camionette della polizia, mentre gli altri poliziotti e i volontari si davano il cambio. Si era aggregato anche Tom Parnell, che intendeva stendere un accurato resoconto dell’operazione. Tra i volontari, che avevano accettato di correre il rischio di un incontro ravvicinato con quello che immaginavano come una sorta di pericoloso animale selvatico, c’erano pompieri e impiegati comunali, ma anche sportivi, pugili e cultori di arti marziali: in genere però persone allenate, che ritenevano di essere in grado di fronteggiare adeguatamente un pericolo. Poiché sia io che l’ispettore eravamo ben consapevoli dell’inferiorità di qualunque combattente nei confronti dell’essere che avrebbe potuto incontrare, avevamo raccomandato a tutti i partecipanti a quella strana caccia di rimanere a grande distanza dal predatore, nel caso in cui avesse tentato di avvicinarsi.
Anche la mattina successiva trascorse senza avvenimenti di rilievo. I volontari cercavano di passare il tempo: scherzavano e ridevano, come se quella fosse un’attività ricreativa comunitaria, una specie di festa cittadina. Non so se si rendessero veramente conto della gravità della situazione e della necessità di trovare una soluzione al problema di quella presenza impossibile insinuatasi nel nostro mondo, che metteva in discussione la nostra stessa concezione di realtà e le garanzie che ci separavano dai mondi dell’incubo. In quelle ore di attesa e di inevitabile tensione solo una forse immotivata fiducia nelle nostre capacità razionali e l’ottimismo dell’esperienza umana, che produceva una sorta di fede incrollabile nel destino glorioso della nostra specie, facevano presumere che quella nuova guerra si sarebbe conclusa, per qualche straordinario miracolo, con un nostro successo.
Quello era, doveva essere, un semplice scarto dal reale, una difficoltà momentanea che avremmo superato, come tutte le altre, come i diluvi e le pestilenze, le eruzioni e i terremoti.

Si era messo a piovere, col vento che spazzava rabbiosamente la piazza, arrivando a raffiche e disperdendosi tra gli alberi e le case; poi nel pomeriggio il sole era riapparso e la natura sembrava nuovamente sorridere. Ma io temevo l’imbrunire, che pareva sollecitare il predatore e spingerlo a tornare verso le abitazioni, in cerca di quello che appariva essere il suo cibo preferito.
Ed ecco che, non appena il sole iniziò a scendere verso il rosso dei tetti e il verde scuro della vegetazione, qualcosa cominciò ad apparire sulla strada che da Nord conduceva alla nostra piazza.
Ben presto ci accorgemmo tutti che una forma apparentemente umana avanzava inesorabile verso di noi. Quando raggiunse la piazza, si vide che era una figura femminile, simile a quella che doveva essere stata la povera Eibhlin, una donna dal viso una volta giovanile e roseo, ora cadaverico. Non era però solamente umana, ma doveva aver conservato alcuni aspetti dell’essere originario, perché al livello del tronco apparivano estremità simili a tentacoli, due delle quali si concludevano con una specie di becco. Doveva essere con quegli strumenti che il predatore aveva staccato con un solo colpo la testa del povero Kennedy, mentre gli altri tentacoli dovevano servire per sottrarre il sangue alle vittime.
La cosa si muoveva lentamente, come se veleggiasse sul terreno pietroso, guardava in avanti, con gli occhi sbarrati, ma senza dar segno di vedere e riconoscere nessuno. La lentezza con cui avanzava, se messa a confronto con la velocità dimostrata durante l’attacco nella brughiera, mi fece supporre che la sua energia fosse ridotta, in quanto aveva già utilizzato tutta la scorta di sangue di cui disponeva, e che ora avesse urgente bisogno di rifornirsi di nuovo fluido vitale.

Quando l’essere giunse nei pressi della casa di Joe Carrey, compresi che bisognava porre in atto immediatamente il nostro tentativo.
« Adesso! » dissi, più con i gesti che con le parole, a Gaskell, che teneva le mani sul cancello, ma il poliziotto appariva istupidito. Da parte mia, mi ero precipitato nella cabina telefonica e avevo staccato il ricevitore, lasciando aperta la comunicazione con la centrale. Vidi da lontano che la strana presenza aveva reso il mio amico incapace di decidere e agire. Sapevo che non era un inetto e che non aveva problemi ad affrontare avversari terreni; ma ora quel cadavere ambulante, che sembrava guardare con gli occhi sbarrati proprio verso di lui, lo teneva in scacco; mi sbracciai ancora, poi corsi verso l’ispettore, che finalmente si decise a intervenire, prima che la cosa fosse ormai troppo vicina. Mosse il cancello, come gli avevo insegnato, e i cardini incominciarono a cigolare, producendo un suono stridulo e solo apparentemente irregolare. Il predatore, che pareva camminare su un invisibile tapis-roulant, si fermò come per incanto, nell’ascoltarlo.
Il suo movimento si disarticolò, come se le parti del corpo volessero andare ognuna per suo conto, e diede chiari segni di un improvviso e inatteso disagio. Qualcosa agiva come un richiamo e forniva un input contraddittorio rispetto alle motivazioni precedenti, che probabilmente ora non avevano più significato, in quanto l’azione intrapresa non risultava più richiesta dalla necessità di sopravvivere in un mondo da usare e soggiogare.
La crisi aperta dal rumore però doveva trovare una conclusione logica e pensavo che la risposta potesse derivare dall’inversione del sintagma sonoro, quella che si poteva ottenere con molta semplicità ed efficacia richiudendo il cancello, dopo averlo aperto, sempre sperando che il cigolio si ripetesse esattamente con una sequenza di suoni invertiti. Per questo motivo avevo registrato, di seguito, due sequenze, la prima diretta, la seconda inversa, dell’insieme dei suoni prodotti dal cigolare dei cardini.
Il cancello era stato aperto al massimo, mantenendo alla creatura una situazione di stasi, alla quale sembrava essersi almeno temporaneamente abbandonata; ma occorreva agire al più presto, per impedire che Lui si liberasse e tornasse all’attacco del nostro sistema biologico. Non c’era tempo da perdere e per questo feci cenno a Gaskell di richiudere il cancello, con regolarità e attenzione, ma senza sostenerlo troppo.
Gaskell fu pronto, questa volta, e il cigolio riprese, col suono invertito, ma qualcosa non mi sembrò che funzionasse a dovere. Il suono, in particolare, sembrò interrompersi, senza svilupparsi con la regolarità necessaria. Il risultato fu che il cadavere, che già sembrava veramente inanimato, si scosse e recuperò la capacità di muoversi e agitarsi minacciosamente, come se fosse stato fortemente irritato per il nostro maldestro tentativo di controllarlo.
« Gaskell, la registrazione » gridai « faccia partire la seconda sequenza! »
Gaskell ubbidì, senza esitazioni, e immediatamente si udì il suono prodotto dall’apertura, ma espresso in modo speculare, all’indietro, ripetendo esattamente, ma al contrario, ogni nota, se note potevano definirsi quegli sgradevoli stridori.
Il mostro apparve subito impedito nell’azione; i suoi movimenti si ridussero e infine si esaurirono, come se il corpo fosse stato colpito da una radiazione raggelante. Ma qualcosa d’inatteso avvenne: a mano a mano che il suono del processo di chiusura proseguiva, fu come se la stessa massa corporea diventasse qualcosa di opaco e sfocato, che sembrava perdere progressivamente consistenza. Lo vidi distintamente, e come me lo videro tutti gli agenti e i volontari che partecipavano alla caccia; mentre la luce tentava di illuminare quella massa che perdeva improvvisamente e velocemente il suo aspetto umano. La visione fu inconcepibile e sconvolgente, ma ormai era evidente che quel qualcosa non aveva più un corpo visibile, se non come impronta, nel nostro universo, perché non era più in grado di generare un’ombra, e la forma stessa non era più quella di una giovane donna, ma quella di una sorta di parallelepipedo, o meglio di un poliedro, a causa della lieve irregolarità delle sue facce. Questa forma rimase percepibile per qualche secondo, poi di colpo si dissolse, mentre il cigolio si concludeva. La sua impronta era uscita dalla nostra realtà, portando via con sé quei resti di materia organica che un tempo erano stati quelli di una sana e fiorente ragazza.

Mi avvicinai a Gaskell, che sembrava tornato finalmente sulla terra.
« È finita » fece.
« Non ancora » dissi.
« Come; cosa può succedere ancora? » incalzò Parnell.
« Questo non lo so; volevo dire che c’è ancora un’ultima cosa da fare. »
Presi da parte Gaskell e gli feci un’ultima raccomandazione.
« Sicuro » approvò Gaskell.
« Beh, credo che ci siamo meritati una birra » interloquì Parnell.
La vita poteva ricominciare e il Garvey’s pub cessava di essere il teatro di un delitto per tornare al suo ruolo di spazio di vita, di bevute e di chiacchiere. La piccola città poteva riprendere le sue abitudini e risvegliarsi ogni mattina libera da incubi.
Due ore dopo qualcuno sostituì il cancello.
L’indomani partii da Ballydubh per Dublino e la sera mi trovavo già ad Amsterdam, a cenare nel mio ristorante indonesiano preferito.
Come speravo, non ho più avuto segnalazioni di strane presenze, né di morti incomprensibili, da quella cittadina che prosperava sotto il mutevole cielo d’Irlanda.
Ho saputo invece dal mio amico Gaskell che qualche tempo dopo, a ricordo dello strano avvenimento, fu eretta in Connolly Square una statua. Poiché non era possibile definirne i lineamenti, e non si voleva utilizzare l’immagine della povera Eibhlin, si scelse una forma simile a quella di un grosso animale alato, senza volto ma con un’apertura che fungeva da bocca, da cui sporgevano zanne simili a quelle dei leggendari vampiri. Non mancavano neppure i tentacoli, che venivano tenuti avvolti nella parte bassa del corpo, creando un effetto simile a quello delle spire dei serpenti marini del gruppo del Laocoonte. Pareva che lo scultore, lavorando di fantasia, avesse voluto mescolare più tradizioni, cercando di rappresentare qualcosa che era così assurdo da risultare in realtà irrappresentabile.
Nei pressi della casa di Joe Carrey, secondo quel che raccontava l’ispettore, si verificavano ancora strani fenomeni. In un’area di alcuni metri quadrati, che comprendevano il luogo in cui si trovava il cancello, poi spostato per maggior sicurezza nella strada laterale, la realtà del nostro universo non sembrava ancora ristabilita nella sua assoluta razionalità. Le bussole, se introdotte in quel virtuale recinto, segnalavano poli magnetici immaginari e mutevoli. Gli animali domestici si rifiutavano di passare su quel pezzo di terra e, se al guinzaglio, cercavano di allontanarsi tirando la corda disperatamente.
Ora anche la cabina telefonica è stata smantellata e un cartello avvisa i passanti di spegnere il cellulare, a causa di strane interferenze che si potrebbero verificare in quel luogo.

brughiera

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