La perfezione

viale san gimignano - Milano

La perfezione

1

« Non è come potresti immaginare » disse Lucio: « è quasi umana. Pensa, decide, si emoziona, proprio come noi, però è anche diversa: più razionale, meno dipendente dai condizionamenti della società, o da obblighi religiosi. »
« Una donna moderna, insomma » dissi io.
« Sì, ma perfetta, troppo perfetta, una che non ha mai conosciuto la povertà e che non ha paura della violenza degli altri, che desidera, ma sa anche tenere a freno i propri istinti, cosa necessaria per realizzare un’esistenza serena e per convivere con il resto della società. Noi sappiamo comunque che lei non può interiorizzare i limiti più assurdi della nostra morale e della nostra religione. Se le va, può infrangere qualsiasi tabù. »
« Tranne uccidere un essere umano » feci.
« Certo: quello è uno dei pochi condizionamenti originari. Ma anche quello può essere disattivato dal nostro , se decidessero di utilizzarla come soldato, ad esempio. »
Sullo schermo apparivano le immagini del progetto. Il testo, redatto in inglese, raccontava tutte le fasi progettuali, in particolare quelle della realizzazione del prototipo.
Pareva che mezzo mondo avesse contribuito a quella iniziativa. Tra gli autori apparivano cognomi asiatici, inglesi, spagnoli, tedeschi, italiani, cognomi assurdi e spesso ridicoli, che sembrano esistere solo nei progetti di sviluppo tecnologico. Tra gli istituti finanziatori c’erano centri di ricerca europea e americana, ma anche altre parti del globo vi avevano partecipato: in primis i giapponesi, che avevano una lunga esperienza nell’elaborazione di organismi robotici.
Preceduta da una lunga presentazione, finalmente apparve la figura del prodotto che tante menti geniali e tanti tecnici infallibili avevano contribuito a generare. La cosa strana era che non era l’immagine tridimensionale elaborata da un software di animazione 3D, ma un’immagine fotografica vera e propria, il ritratto realistico di una donna bellissima, così bellada parere immateriale.
Non mi aspettavo nulla del genere. Malgrado l’accurata descrizione che il mio amico italiano ne aveva fatto, pensavo a una sorta di magnifica bambola, a un’Olimpia moderna. Ma quello che si vedeva dalla foto era una creatura dotata di corpo e di spirito, in cui lo spirito sembrava manifestare la medesima perfezione del corpo.
Rimasi incantato. Il mio stupore e la mia ammirazione erano così evidenti che Lucio pensò di scuotermi subito, mettendomi in guardia dalle mie debolezze, che ben conosceva.
« Non te ne innamorare » disse. « Non farlo pure tu. »

Non mi accadeva spesso di andare in Italia. Questo paese, che era considerato almeno fino all’Ottocento uno dei rifugi esotici preferiti del paranormale, un deposito di misteriose antichità, che stimolavano la fantasia degli scrittori di avventure magiche, era diventato uno dei più refrattari alla contaminazione con il mondo del meraviglioso.
Secoli di tradizioni cattoliche, di opportunismi gesuitici, di finta condiscendenza verso le tradizioni popolari, ma di fondamentale materialismo, lo avevano trasformato in un covo di razionalisti e di accaniti negatori del particolare e del diverso. Anche di fronte all’evidenza dell’evento inspiegabile, gli intellettuali italiani, confortati dalla sostanziale incredulità delle gerarchie cattoliche, solidamente ancorate alle materiali consistenze dell’economia e alla corporeità del potere, trovavano sempre una laica e razionale giustificazione del fatto o subodoravano sistematicamente manipolazioni e inganni.
Gli italiani amavano molto la storia e poco la fantasia, anche se le creazioni fantastiche, una volta fiorenti nelle antiche credenze popolari, avevano prodotto una rinascita delle narrazioni irrazionalistiche e surreali nel Novecento, ad opera di scrittori più vicini al mondo fantastico nordico o extraeuropeo che al realismo nazionale. Il razionalismo era molto forte soprattutto in Lombardia, terra di tradizioni illuministe, in cui la stessa filosofia pareva improntata alle logiche della produzione e del profitto, in contrapposizione con l’area piemontese, orientata a fondare il potere su presupposti esoterici e di strisciante irrazionalismo. Il Mezzogiorno, più vicino alle tradizioni degli antenati greci, aveva più forti radici di cultura popolare, che sembrava più una prosecuzione delle fantasie mitiche del mondo classico o una sovrastruttura legata alla coltivazione di leggende religiose che non un richiamarsi alle fonti irrazionali del romanticismo.
Per questo, avrei immaginato di poter essere chiamato in qualsiasi parte d’Italia, ma non certamente a Milano, per aiutare un amico per giunta, un giovane scienziato che avevo conosciuto ad Amsterdam, in un contesto abbastanza diverso da quelli che abitualmente frequentavo, un convegno sulle intelligenze artificiali.
Solo che in questo caso non di presenze irrazionali o aliene si trattava, come nella maggior parte dei casi che mi venivano presentati, ma di un pressante problema personale, legato a un prodotto tecnologico, la cui esistenza veniva tenuta accuratamente nascosta alla gente comune.

Il tempo era strano e instabile, in questa parte d’Italia. A Milano mi accolsero nubi spugnose disegnate in cielo col carboncino. Mi pareva di essere a casa. Il terreno era incredibilmente piatto, mancava solo il mare del Nord. La città era una strana mescolanza di antico e moderno, piena di neogotico e di razionalismo, oltre che di buon liberty. Le chiese erano per lo più banali costruzioni neogotiche di mattoni rossi, ma la principale, il duomo, era una vera struttura gotica ipertrofica, ornata da una selva di guglie bianche. Le strade del centro erano pavimentate con lastroni di granito, come per mettere alla prova le sospensioni delle auto che vi si avventuravano. In varie zone della città scorrevano ancora le acque di alcuni canali, i Navigli, che un tempo dovevano attraversare tutta la
città, ma che erano stati ricoperti per privilegiare gli spostamenti via terra.

Il mio amico era venuto a trovarmi in albergo, poi mi aveva portato a casa sua, per mettermi a conoscenza della strana situazione in cui era coinvolto e per presentarmi, almeno in effigie, la creatura che era all’origine delle sue preoccupazioni.

2.

L’indomani ci vedemmo direttamente nell’appartamento di Lucio. C’erano ancora tanti aspetti da chiarire, tante informazioni da condividere.
Lucio accese il computer. Appena il browser fu disponibile, si posizionò su Google maps. Cercò un punto un po’ fuori Milano e aumentò lo zoom. « Guarda qui » disse. Si vedeva un insieme di fabbricati, su una delle tante anonime strade che collegavano capannoni industriali e depositi. Al centro una vasta area verdeblu segnalava la presenza di uno specchio d’acqua.
« E’ un lago? » chiesi.
« Una specie. Nessuno lo conosce, non è indicato nelle mappe ed è quasi naturale. »
« Come sarebbe a dire? »
Devi sapere che l’acqua nelle nostre pianure a ridosso delle Prealpi scivola sotto terra e ogni tanto riemerge, con quelli che sono chiamati fontanili. Qui è stato sufficiente scavare un po’ perché si rivelasse un fontanile e portasse alla luce uno specchio d’acqua limpida che si è trasformato in un vero laghetto. »
« Si può andare a vederlo? »
« No, perché la zona è protetta. »
« E’ un’area militare? »
« No: è questo il bello. L’area utilizzata per il progetto è inespugnabile, ma non è segnalata dal solito vecchio cartello giallo e arrugginito con la scritta Zona militare, limite invalicabile. Si è scelto di dare un aspetto anonimo a tutto il territorio impegnato. Nessuno va a curiosare in un’area industriale che sembra quasi in disuso, mentre le aree qualificate come militari stimolano la fantasia dei ficcanaso indipendenti e di quelli di professione. Il luogo è troppo lontano dalla città per attrarre rom e barboni, e d’altra parte, nessuno potrebbe superare facilmente i cancelli, e se lo facesse credo che se ne dovrebbe pentire amaramente. »
« Che gli potrebbe succedere? »
« Le difese sono robotizzate. L’intruso verrebbe catturato e reso inoffensivo. »
« Lo ucciderebbero? »
« Non sarebbe necessario. Come sai, i robot non possono uccidere gli esseri umani, ma possono disabilitarne il pensiero. Il poveretto verrebbe scaricato in una zona lontanissima da questa in uno stato confusionale irreversibile. Le tecniche di manipolazione del cervello ormai hanno raggiunto un livello di quasi totale perfezione. »

Lucio mi prospettò di andare a visitare il centro, sotto la sua tutela, ovviamente. In teoria le visite di persone non addette ai lavori non sarebbero state possibili, ma il mio amico sapeva che qualche eccezione veniva fatta, giusto per dimostrare all’esterno che non c’erano segreti in quell’area. Naturalmente le persone dovevano essere selezionate e sicure. Ero curioso soprattutto di vedere quella donna artificiale e bellissima che il mio amico aveva fatto apparire sul suo pc.

Lucio riuscì a organizzare una visita al Centro, in tempi brevissimi. Sapevo che, per l’occasione, tutto si sarebbe ammantato di normalità: gente serena, impiegati sorridenti, servizio d’ordine inappuntabile e poco invasivo; ma non pensavo di trovare una succursale di Deauville o di Biarritz.
Invece vidi che sulla riva del laghetto si era formata una piccola spiaggia. Era stata portata certamente della sabbia, per ricoprire la terra e i sassi che costituivano in origine quella porzione di pianura.
Mi sembrava di stare al mare, più che sul Garda o sul Maggiore, che sono i massimi laghi italiani. C’erano tante persone distese sopra gli asciugamani da lido. Dovevano essere impiegati del Centro, con quell’aspetto attonito e un po’ fanatico che spesso hanno gli appassionati di informatica. C’erano anche ragazze molto giovani e signore dai venticinque ai trent’anni, forse dipendenti del reparto amministrativo. Ma la cosa che mi fece più impressione furono i bambini, non più di tre, o forse quattro, se ricordo bene. Uno di questi si avventurava nell’acqua, poi tornava a riva, come se non sapesse bene cosa fare. Si accostò a me per caso e potei osservarlo da vicino. Il viso era bello e innocente, i capelli chiari, il fisico armonioso. Ma gli occhi, gli occhi soprattutto, erano di un colore incredibile, chiarissimo, tra il celeste e il grigio, di una consistenza difficilmente ottenibile in natura. Era un corpo artificiale?
« Chi non vorrebbe un bambino come quello? » sussurrò Lucio. « Chissà a quanto si potrebbe vendere? E non sarebbe nemmeno illegale, perché non esiste, non è mai nato, non ha un padre né una madre; non ci sono leggi che proibiscano di vendere persone inesistenti. »
« Sembra perfetto » dissi.
« È la perfezione. Hai visto a che livello sono arrivati? Possono creare un essere assolutamente identico a un qualsiasi animale: hanno iniziato con i mammiferi e sono riusciti a produrre dei cani stupendi, dalle qualità superiori, che poi vendevano a chi ne aveva bisogno. Questi cani artificiali sostituivano gli animali utilizzati da polizia e militari, troppo imprecisi e inaffidabili. Inoltre questi esseri erano già perfettamente addestrati e avevano capacità incredibili, come quelle dei cani dei telefilm.
Solo da pochissimo è giunta l’autorizzazione a produrre anche esseri umani di sintesi, fatti in tutto e per tutto come gli uomini reali, cervello compreso, ma con una serie di opportuni condizionamenti. »
Mi attraversò un brivido. Tante volte avevo immaginato anch’io per un momento di non essere umano. Era come un sogno a occhi aperti. Le mutazioni che subiamo nel corso della nostra vita ci fanno quasi presumere che durante il sonno qualcuno esporti la nostra memoria su un corpo diverso. Non ce ne accorgiamo perché il corpo è identico, ma qualcosa ci fa sospettare che ci possa essere stato uno scambio e questo qualcosa è l’odore. Un corpo artificiale non riuscirà mai a riprodurre l’odore esatto di un vero corpo animale. La fantasticheria si era sviluppata in me dopo aver constatato che l’odore del mio ombelico era scomparso, quell’odore dolciastro che si accumulava in quel punto preciso e che resisteva persino al bagno schiuma e ai saponi liquidi che usavo. Da qualche anno non lo sentivo più. Si era dissolto nel nulla, come se il mio essere corporeo avesse subito una mutazione sostanziale, come se io non fossi più io, o meglio il mio corpo non fosse più lo stesso. Pensavo che la struttura artificiale, apparentemente identica alla mia forma originaria, potesse variare continuamente, che io stesso potevo essere un esperimento, e che forse tutti gli uomini in certo qual modo lo erano.
Mi guardai intorno, cercando con insistenza l’immagine dello strano essere femminile che tanto preoccupava il mio amico, ma di lei non c’era nessuna traccia.
Mentre ammiravo quella piccola spiaggia e le sue presenze, tutte in apparenza umane, due uomini, completamente vestiti, in una sorta di bizzarra divisa non riferibile ad alcun corpo militare conosciuto, si avvicinarono a noi e mi invitarono a seguirli per parlare con il loro comandante. Lanciai uno sguardo interrogativo a Lucio, che si alzò in piedi chiedendo spiegazioni. I due tizi, con volto inespressivo, dissero solo che il colonnello voleva parlare con la persona che Lucio aveva introdotto nel settore riservato al personale. Effettivamente, da qualche parte avevo visto il cartello Staff only, ma non ci avevo dato eccessivo peso, dato che ero accompagnato. Mi sarebbe dispiaciuto certamente se il mio amico avesse avuto dei problemi a causa della mia presenza.
Lucio obiettò che aveva comunicato l’ingresso e che era stato autorizzato, ma i due non fecero che ripetere le poche parole che erano stati incaricati di riferire, e cioè che il colonnello voleva parlare direttamente con me.
« Non ti preoccupare » disse Lucio « posso venire anch’io? » chiese.
« No signor Marrone » disse uno degli uomini « il colonnello non ha bisogno di lei. »

Dopo una serie di corridoi tutti uguali, senza finestre, con pareti che parevano di alluminio e plastica, venni introdotto in uno stanzone in cui, dietro una scrivania dal design minimalista, mi attendeva il colonnello Bolchi. Era un uomo dell’apparente età di quarantacinque anni, o forse qualcuno di più, dai capelli brizzolati tagliati corti, da militare, dal viso ossuto e segnato e dallo sguardo gelido. Non aveva molto dell’italiano tipico, ma sembrava ritagliato piuttosto dalla scena di un telefilm americano

Mi chiese, con fare professionale e asettico, che cosa mi avesse portato al Centro.
Gli dissi che ero stato chiamato a Milano dal mio amico Lucio per aiutarlo a risolvere un problema con suo figlio.
« Lo so » rispose Bolchi. « Lei lo aiuti pure, ma si ricordi che non potrà parlare con nessuno di quello che vedrà qui dentro. La nostra tecnologia è segreta e tale deve restare. Noi lavoriamo qui a un progetto comunitario e le faccio presente che anche il suo paese è coinvolto. » Accennai un sì con la testa. Era vero, anche l’Olanda partecipava a quella sperimentazione e sicuramente il nostro governo non avrebbe gradito che troppe notizie venissero diffuse attraverso la stampa o la televisione. Qualche trafiletto era uscito tempo addietro sui principali giornali europei, per rendere noto che in Italia si stava lavorando a un progetto di robotica avanzata, ma la notizia era una delle tante che circolavano sulle attività di progettazione tecnologica, e che solitamente passavano inosservate, senza allarmare eccessivamente la popolazione.
« Non c’è niente di preoccupante nel nostro progetto » aggiunse Bolchi « e tutto si svolge nel massimo rispetto delle norme di sicurezza. Come avrà visto, il luogo è tranquillo. Gli impiegati si rilassano in piscina durante le pause, e si abituano a convivere con una realtà che sarà sempre più presente nel nostro futuro. Anche questo fa parte dell’esperimento. »
« Voi costruite una coscienza per i vostri robot » obiettai, « ma siete proprio sicuri che questo non sia pericoloso? »
« Pericoli per l’uomo non ce ne sono. Però ci sono altri rischi che dobbiamo correre. Il volto dell’uomo s’incupì. »
« Il rischio dei sentimenti? » domandai, ma la mia più che una domanda pareva una constatazione.
Il colonnello mi guardò e i suoi occhi divennero per un istante meno freddi. Poi riprese il controllo.
« Stupidaggini » fece. Sembrava stizzito, ma più verso la sua avvertibile debolezza che nei miei confronti.
« Tutti gli esseri che abbiano un cervello e una coscienza pensano, decidono » dissi.
« Noi inventiamo una vita, ma come tutte le vite non possiamo determinarne tutto lo svolgimento. Il progetto è come la partitura di un’opera aperta. Ci sono tanti fogli, tanti richiami, tanti segnali. Ma poi l’interprete avrà sempre la possibilità di combinare gli elementi come crede, reagendo agli stimoli delle altre partiture.
Io sono uno scienziato, oltre che un militare, prima che un militare » corresse, con una sfumatura di passione nella voce. « Il mio compito è quello di delimitare il campo, di organizzare la realtà, senza rischi per nessuno. »

« Ma lei come pensa di controllare questa realtà, quella che contribuisce a creare? Non ha paura che le sfugga di mano? »
Mi guardò interdetto, poi si voltò, forse per nascondere il viso. « La nostra conversazione è finita » disse brusco.

cielo sul Primaticcio

3

Sembra quasi impossibile che uno strato scuro, plumbeo, steso sul marciapiede di una strada qualunque, possa diventare così abbagliante. Eppure il sole vi si specchia, prima di nascondersi dietro i palazzi. E l’uomo che cammina, con gli occhi semichiusi, rischia di rimanere abbacinato. La luce del cielo è insostenibile, ma il terreno, sotto le scarpe, è come uno specchio d’acqua, pieno di pagliuzze brillanti come strass, che ridiventa cupo non appena l’ombra se ne impossessa.
Poi, basta spostarsi per qualche minuto e, quando si torna, lo scenario è cambiato. La piastra d’asfalto è diventata nera e opaca; i palazzi, prima luminosi, si mostrano freddi come cadaveri. Il palazzo più alto, in fondo alla via, sembra un angelo circonfuso da un’aureola sfolgorante. La veduta ha qualcosa d’irreale, qualcosa di assurdamente bello e spaventoso; ci ricorda che siamo parte di un sistema terribilmente grande, che noi abbiamo modificato in funzione delle nostre esigenze, ma che potrebbe in qualunque momento rivelarsi ingestibile, in un universo che ci sovrasta e che impone le sue leggi, al di sopra e al di là di qualunque nostra azione.
Il sentimento di oppressione che provavo in quel pomeriggio, mentre cercavo il bar di periferia in cui mi sarei dovuto incontrare con Lucio e con il suo collega Spinetti, si mescolava all’angoscia per la mia inadeguatezza. La fiducia che nutrivo per le capacità della mia mente si scontrava con la constatazione di una sostanziale impotenza. Era come se, come poche altre volte nella mia vita, percepissi che la mia azione sarebbe stata inutile.
Ricordo ancora l’atmosfera sonnolenta di quel bar, praticamente deserto. Se ne trovano tanti, a Milano, nelle zone un po’ fuori dal centro, che paiono frequentati solo dal proprietario, dai familiari o dai loro amici. Ci si può sedere all’ombra, fuori dal locale, per prendere aria senza essere tormentati dal caldo. Si può chiacchierare o discutere in tutta tranquillità, senza paura di essere ascoltati.
Quel pomeriggio eravamo in tre, intenti a sorseggiare una birra, seduti attorno a un tavolino verde.
Davanti a me c’era Spinetti, col viso magro e ossuto e gli occhi nocciola che sembravano perlustrare la strada, come se temessero l’arrivo di un pericolo.

Spinetti si era convinto a parlare. Ossia Lucio lo aveva convinto a raccontare quanto avveniva o era avvenuto presso il centro di ricerca. Non tutto si era svolto secondo le indicazioni del protocollo e lui aveva bisogno di liberarsi la coscienza. Certo, non era stata violata nessuna legge, anche perché una legge non esisteva, non poteva esistere, una legge che prevedesse l’impossibile, che stabilisse un comportamento, che imponesse un rigore etico là dove nessuno si era mai addentrato.
Si trattava di un campo inesplorato, in cui ci si sarebbe potuti regolare solo seguendo le indicazioni dell’analogia. Ma nulla, assolutamente nulla avrebbe potuto porre delle barriere prima che qualcosa di imprevedibile si manifestasse. Sarebbe stato necessario stabilire uno status per una tipologia sconosciuta di esseri, determinare nuove regole, definire nuove fattispecie di reato.
Invece, nell’assoluta libertà, gli uomini avevano sperimentato sensazioni mai provate e fascinazioni inconsuete, scrivendo una pagina nuova e inquietante nella storia del loro comportamento sessuale.
Era stata la straordinaria bellezza del nuovo essere a ottenebrare la mente degli uomini che l’avevano creato. Già le prime prove, con i prototipi ancora privi di coscienza, avevano creato strane consuetudini tra gli esseri di carne di generazione animale e quelli di generazione meccanica. L’attribuzione a questi ultimi di organi sessuali e della capacità di servirsene aveva stimolato una morbosa curiosità negli stessi studiosi, che avevano voluto provare a stimolarli, ottenendo risposte e reazioni che superavano per intensità quelle degli uomini e donne veri.
Giustamente, oltre agli organi, fu necessario sviluppare sistemi d’inibizione, per evitare che un eccesso di comportamenti erotizzati trasformasse quei robot in soggetti e oggetti di una vitalità orgiastica che si sarebbe diffusa pericolosamente nella vita quotidiana, coinvolgendo persone ignare dei rischi di quella sperimentazione. Alla fine si trovò il necessario equilibrio tra eros e ragione, ma ormai il seme dell’irrazionalità, la componente dionisiaca del nostro agire, l’attrazione selvaggia di una sensualità nascente e sfrenata avevano contaminato la mente degli scienziati e dei militari coinvolti nel progetto. Non tutti riuscirono a tornare indietro, dopo aver sperimentato il piacere di un delirio erotico senza confini.

I freni inibitori funzionarono bene negli esseri artificiali, ma non si poté evitare che gli uomini continuassero ad essere fatalmente e irresistibilmente attratti dalla prima creazione, che fu chiamata Aurora, essendo stata completata giusto nell’ora in cui il cielo comincia appena a schiarire, e il primo accenno di un color rosa scuro inizia a delinearsi all’orizzonte.
In particolare, Bolchi pareva aver perso il controllo della situazione, così da mettere in pericolo lo stesso esperimento. Era diventato possessivo e considerava con sospetto tutti gli uomini che avevano rapporti con Aurora, che finì per tenere segregata tutte le notti nell’area del laboratorio, anche se il protocollo prevedeva che potesse circolare liberamente, come qualsiasi essere umano. Di giorno invece, la creatura doveva interagire con il personale del centro e con gli eventuali visitatori, per abituarla a un suo futuro ingresso nella quotidianità.
La troppa bellezza, il desiderio di ottenere la perfezione, erano stati dei gravi errori, sosteneva Spinetti. Quella donna, che pareva progettata da un artista, più che da un’equipe di scienziati, poteva creare problemi anche al di fuori di quel centro che avrebbe dovuto essere un ambiente protetto.
Anche Spinetti aveva subito il fascino di Aurora, ne era stato attratto e aveva sperimentato la sua conturbante sensualità, ma qualcosa nella sua mente lo costringeva a darsi un limite, a considerare il sesso con un essere cibernetico come un diversivo inconsueto, ma privo di coinvolgimenti sentimentali. In lui prevaleva sempre la curiosità dello scienziato sulla semplice libido e persino l’atto sessuale si trasformava in qualche misura in un esperimento. Non così il colonnello, in cui una sessualità anomala e repressa aveva trovato sfogo in quel rapporto innaturale e perverso che aveva instaurato con la propria partner e vittima. La sua formazione militare esasperava il suo istinto di predare e di possedere, accentuava la sua naturale propensione alla violenza.
Spinetti riferì delle nottate in cui Bolchi aveva preteso che Aurora fosse a sua totale disposizione.
Anche ora che la creatura era perfezionata e cosciente, il responsabile militare approfittava del suo potere per proseguire il suo rapporto morboso con quella cosa. La tentazione di avere un essere dotato di pensiero da ridurre in schiavitù era per lui irresistibile.
E’ sicuro di quello che dice? Domandai.
Certo, e le voci che circolavano erano estremamente precise. I suoni che si sentivano provenire durante la notte dall’appartamento del colonnello erano inequivocabili. Il rapporto tra l’uomo e la sua donna artificiale sembravano ripetere gli schemi ben noti della dominazione. Bolchi si esaltava nell’educare la sua schiava, senza riflettere sui danni che avrebbe potuto produrre in un essere così acerbo, sulle sue funzioni cerebrali e sul suo comportamento sociale.
« La torturava? »
« Questo è quello che si raccontava. Ma tutto doveva rimanere nell’ambito di una relazione di BDSM. »
« Sadomasochismo, dissi, forme di sesso estremo? »
« Sì: qualcosa del genere. »

Non ero un patito di quel tipo di spettacoli, ma avevo visto un sufficiente numero di scene porno di bondage e domination per sapere di cosa Spinetti stava parlando.
« Tutto questo è riprovevole » disse Lucio, « ma quello che mi preoccupa adesso è lo stato di mio figlio. »

Il figlio di Lucio, Milo, che come tanti familiari degli operatori frequentava il centro, aveva conosciuto Aurora e come tutti era rimasto incantato da lei. Sapeva che si trattava di un essere artificiale, di una strana creatura che non aveva confronti con qualunque altra donna reale, ma proprio questa sua diversità eunicità furono motivo di particolare attrazione. Si aggiunga che, come disse il mio amico, Milo era un accanito lettore di fantascienza e che si era appassionato, come tanti ragazzi della sua generazione, alle saghe giapponesi, in cui robot e umani convivevano in una dimensione reale alterata, che la frequentazione di quel mondo virtuale rendeva credibile. Sovrapponendo realtà e fantasia, il giovane si era immaginato protagonista di una di quelle storie fantastiche, in cui l’amore tra umani e robot poteva sbocciare e lottare contro gli stereotipi della vita comune.
« Ma la ragazza, Aurora » chiesi a Lucio, « si è resa conto di questo incapricciamento del ragazzo?
« Sì, perché lui è riuscito a vederla da sola e a parlarle. »
« E lei come ha reagito? »
« Milo mi ha detto che lei l’aveva incoraggiato, che gli aveva detto che si sentiva prigioniera e che attendeva che qualcuno la liberasse. »
« A questo punto, Milo si sarà sentito come il cavaliere che salva la principessa e fugge con lei sul suo cavallo bianco. »
« Non lo so, ma certamente Aurora era consenziente e ha fatto di tutto per stringere un rapporto profondo con mio figlio. »
« E’ probabile che sia stata attratta dal desiderio di sperimentare un rapporto normale, dopo aver provato la depravazione di Bolchi e, mi scusi Spinetti, il sesso un po’ anonimo che lei o altri dello staff potevate offrirle. Credo che lei desiderasse provare l’amore, quello di cui aveva sentito parlare nei libri che aveva letto e nei film holliwoodiani e francesi che il suo percorso di educazione le aveva fatto conoscere.
« Ma se l’amore è qualcosa che nemmeno noi riusciamo a capire, come avrebbe potuto capirlo lei? »
« Forse è stato proprio questo a coinvolgerla: la sfida di entrare in un percorso cerebrale umano, tipicamente umano. »
« Ma non possiamo fare niente per scoraggiare Milo e questa specie di donna? »
« Non lo so » risposi « se è vero che si sono innamorati. »
« Ma lei è… E’ una macchina! »
« Mah » dissi « forse non lo è più. »
« E’ vero » riconobbe Lucio « il suo cervello è in grado di apprendere e svilupparsi, forse anche diventare qualcos’altro. »
Rimaneva perplesso. Mi guardò, guardò Spinetti, come per cercare una risposta, un’ispirazione che non arrivava.Fuori l’asfalto era diventato un manto grigio uniforme. Poche auto passavano, macchie di colore in movimento, con i fari accesi. Le piante di un vecchio giardino incombevano in lontananza con il loro verde nerastro e i rami angosciosamente rivolti al cielo. Più in là, ancora più in là, s’indovinavano gli spazi incolti di una campagna malata, di un mondo che gli uomini avevano voluto conquistare, riuscendo solo a rovinarlo, inesorabilmente.
Dovevo dire qualcosa. Ero stato chiamato per aiutare Lucio a risolvere un problema, come ormai accadeva da tanto tempo nella mia vita. Dovevo risolvere i problemi degli altri, io che non ero mai riuscito a risolvere il mio problema, quello fondamentale, da cui derivavano tutti gli altri, il problema della mia inquietudine.
Tra le mie mani, nel bicchiere, la birra stava diventando calda. Non riuscii a finirla.
« Hanno un cervello, tutt’è due » dissi.
« Chi? » Fece Spinetti
« Aurora e Milo… Proviamo a parlarci. »
Intravidi sul volto di Lucio un guizzo di speranza
« Proviamo a parlarci, domani » conclusi.
Ma le cose si complicarono, l’indomani, per un fatto imprevedibile, che non ci consentì di procedere con le modalità che avevamo stabilito.

Mi ero svegliato alle sette e mi stavo preparando per uscire e incontrare Lucio, quando lui mi telefonò
« Sei già in piedi? »
« Sì, mi stavo vestendo. Tra un attimo sono da te. »
« Ascolta… » La sua voce era incerta, rauca, come di uno che non avesse dormito bene e che avesse preso freddo. « E’ successo qualcosa. »
« Dove, al centro? »
« Esattamente. »
« Bene: ne parliamo tra un po’. »
Avevo deciso di fare una colazione italiana in un bar che prometteva di servire il miglior cappuccino di Milano e non intendevo rinunciarvi. Sapevo che Lucio mi attendeva con ansia, ma il mio egoismo prevalse. In fondo perderò solo qualche minuto, pensai. Invece ci misi un po’ di più del previsto. Non mi dispiaceva assistere alla colazione dei milanesi: caffè per i più frettolosi, caffè o cappuccino e brioche per chi aveva qualche minuto in più da perdere. Abilissimi e veloci gli abitanti del posto nel consumare al bancone, più disorientati quelli che venivano da altre città o da altre parti del mondo. Caratteristiche le ragazze che servivano al bancone, magrissime, per far concorrenza alle loro clienti in tailleur, elegantissime e un po’ innaturali, col viso spesso riveduto e corretto dai migliori chirurghi estetici, donne senza età, che poi si sarebbero potute ammirare in boutique o in redazione o negli uffici delle tante società di servizi del centro storico.
Non ci misi molto tempo ad arrivare a casa di Lucio. Il trasporto pubblico funziona abbastanza bene a Milano, quasi un’eccezione in Italia, anche se le linee underground sono ancora poco estese. Ma la città non ha una dimensione enorme e persino i suoi strani tram dall’aspetto rétro la percorrono in lungo e in largo, insieme a bus e filobus, piuttosto lenti, ma regolari.
Lucio stava in una casa di un’area ancora centrale, come si capiva dall’aspetto vecchiotto delle case, rese cupe dal tempo e dallo smog. Per arrivarci bisognava attraversare una piazza, in cui, in un terreno calpestato e gialliccio si ergevano alberi scheletrici, dall’aspetto logoro come le facciate dei palazzi. Stranamente, attorno a qualcuno di quegli alberi erano stati piantati ciuffi di piante da fiore, che parevano cespi d’insalatina fresca, con un terriccio marrone che da lontano pareva un condimento all’aceto rosso, o meglio a quell’aceto balsamico che in Val Padana usavano spesso sulle verdure e persino sulle fragole.
La casa aveva un portone dall’aspetto ruvido e scostante, ma l’interno della costruzione mostrava di essere stato ristrutturato con gusto. Quasi tutti i palazzi di Milano che avevo visto e che ebbi occasione di visitare in altre occasioni mostravano un interno molto più curato dell’esterno. Quelli più antichi nascondevano spesso veri e propri giardini, cui si perveniva attraverso portali ampi e passaggi, difesi a metà del percorso da una cancellata in ferro battuto, adorna di volute, la cosiddetta pusterla.
L’abitazione di Lucio si trovava al quarto piano della scala sinistra. Quando arrivai, la porta era già aperta e il mio amico stava lì, forse da tempo, con la faccia di uno che ha dormito poco e male. Si era sbarbato, con un rasoio usa e getta (almeno così mi disse), ma era riuscito a tagliarsi anche con quello.
« Sono scappati » mi informò subito.
« E’ un bel guaio » dissi.
Non si poteva denunciare alle autorità la scomparsa di Milo, perché assieme a lui c’era un prototipo semiumano, di cui polizia e giornalisti non avrebbero dovuto nemmeno sospettare l’esistenza.
« Si sa dove sono andati, chiesi?
« Hanno lasciato un biglietto. Diceva: “Andiamo via per vivere insieme. Non cercateci.” »
Corremmo in auto fino alla nuova vigevanese, poi c’inoltrammo nelle strade interne, fino ad arrivare al centro di ricerca.
Qui ci accolsero Spinetti e un militare anziano, Prescott, che per quel che riuscivo a capire dalla sua divisa doveva avere il grado di colonnello. Prescott parlava inglese e la sua cadenza rivelava una provenienza britannica. Sembrava una persona pacata e razionale e ci informò subito di aver rilevato il comando del centro. Bolchi era stato quindi esautorato, dopo le sue prove di scarso autocontrollo, e sostituito immediatamente da un capo più affidabile.
« Ho dato ordine di iniziare le ricerche » disse Prescott « ma con discrezione. Non voglio che i ragazzi si sentano braccati e commettano qualche stupidaggine. Lei, signor Marrone, se dovesse trovare modo di contattare suo figlio, gli faccia sapere che la situazione al centro è cambiata e che non ci saranno conseguenze né per lui né per Aurora, se decidessero di tornare. »
La fuga era un problema serio, secondo Prescott, ma non irrimediabile. Aurora poteva essere sostituita: era solo un problema di costi. Ma lui era ottimista. Prima o poi Milo avrebbe avuto nostalgia di casa e la stessa Aurora, una volta rassicurata sulle conseguenze della fuga e messa al corrente dell’allontanamento di Bolchi dal comando, avrebbe valutato la possibilità di tornare là dove era nata.

Spinetti ci raccontò poi quello che era riuscito a sapere degli avvenimenti della nottata e come aveva ricostruito gli avvenimenti.
Quella notte Milo era rimasto nascosto al centro, rinchiuso in una delle stanze usate dal personale dell’impresa di pulizie. Poi aveva cercato di trovare Aurora, scoprendo che era stata ancora segregata da Bolchi nel suo appartamento. Conosceva la combinazione che apriva le porte dei locali riservati: Aurora gli aveva comunicato tutti i dati.
Raggiunta la camera da letto di Bolchi, si era trovato di fronte l’ufficiale, che nel tentativo di eccitarsi, percuoteva il bel corpo di Aurora con un frustino. Senza pensarci due volte, si era scagliato contro il militare, molto più esperto di lui nel combattimento, ed era stato subito ridotto a mal partito. Nonostante ciò, continuava a voler lottare, andando incontro presumibilmente a una più dura punizione.
Bolchi sembrava non limitarsi a controllare la situazione e i suoi colpi calavano inesorabili sul petto e sul viso del ragazzo, che tuttavia non voleva arrendersi.
Aurora aveva dovuto decidere in fretta e aveva deciso di proteggere il suo giovane amico.
Non le era mai accaduto, se non durante le esercitazioni, di dover attaccare un uomo per proteggerne un altro. Ora doveva agire senza indugi e con efficacia. Usò lo strumento di cui era stata dotata: un modello avanzato di taser, generatore di una scarica elettrica paralizzante, che avrebbe messo fuori uso l’avversario per il tempo sufficiente a portare Milo fuori dal Centro e metterlo in salvo.
Bolchi si piegò su sé stesso e cadde in ginocchio, con tutti i muscoli bloccati e inutilizzabili, con la bocca che schiumava di rabbia. Non poteva muoversi, né parlare. Non poteva dare disposizioni ai suoi sottoposti perché catturassero l’intruso e mettessero Aurora in condizione di non nuocere, ammesso che fossero in grado di farlo.
Così era iniziata la fuga di Milo e della sua amica artificiale.
Le tappe successive del percorso dei fuggiaschi vennero ricostruite dall’intelligence nei giorni successivi. Aurora escogitò i trucchi più sottili per creare false piste e impegnare i segugi che credevano di braccarla in un’inutile inseguimento dall’uno all’altro paese. Lei e il suo giovane amico, trasformati nell’aspetto fisico e dotati di documenti incredibilmente simili a passaporti autentici, si sbizzarrirono in finte e diversioni, lasciando di stucco gli inseguitori. La donna, o quel che era, riusciva sempre a procurarsi i soldi necessari per viaggiare e mantenersi. Era in grado di clonare qualunque tessera e di effettuare prelievi dovunque ci fosse una banca. La vita così era veramente facile.
Passammo quei giorni al Centro, io e Lucio, a seguire in differita le peripezie di quella strana coppia.
Alla fine sul cellulare di Lucio arrivò una telefonata, che spezzò il silenzio che tanto angosciava il mio amico.
« Sto bene, papà, non cercarmi. »
« Ma dimmi almeno dove sei. »
« No, no, non dovete saperlo! »

Poi la telefonata s’interruppe e non fu possibile localizzarla con precisione. Il sistema segnalava trattarsi di una parte del Canada, forse l’Ontario, o il Quebec.
Neanche cinque minuti dopo il telefono squillò di nuovo, ma questa volta era l’apparecchio del Centro. Rispose Prescott, che premette il pulsante che ci consentiva di seguire la conversazione.
Dall’altra parte una voce femminile, perfetta, pulita, senza inflessioni dialettali, né coloriture metalliche.
« Lasciateci vivere » disse. « Mi lasci vivere, colonnello Bolchi. Voi mi avete dato la vita, lo so, ma ho già pagato per questo. Ora ci lasci in pace: non ci troverete mai, se non vorremo essere trovati. Quando voi arriverete dove noi siamo ora, noi ci saremo già mossi. Saremo da qualche altra parte del mondo. »
Nuovamente la comunicazione fu tagliata all’improvviso. Non ci fu il tempo di riferire ad Aurora che Bolchi non era più il responsabile del centro. Ma certamente la bella macchina pensante non avrebbe cambiato, per un semplice avvicendamento nelle cariche militari, la sua decisione di vivere lontano dal controllo e dal potere degli uomini.
Sapevo che aveva ragione. Bisognava lasciare alla nostra creazione, alla nostra perfetta creatura, la sua libertà. Non pensavo, al contrario di Prescott, che sarebbe tornata. Forse provava qualche sentimento simile a quelli umani per il suo giovane partner? In tal caso non l’avrebbe lasciato tornare a casa. Cosa avrebbe fatto, libera dai condizionamenti della nostra irrazionalità? Avrebbe dato vita a una nuova specie, lei che poteva farlo, che aveva la capacità e i mezzi per farlo? E questa specie sarebbe stata più razionale della nostra?

tramonto