Sette sorelle

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La strada era lunga e l’asfalto quasi bianco. Era come se l’automobile scorresse su un’infinita lastra di vetro. Il sole dominava in un cielo lattiginoso e non si vedeva anima viva; solo boschi, a destra e a sinistra, un verde uguale e monotono, che non dava serenità. Sarà stato il cielo così uniformemente nebuloso o il sole che illuminava senza splendere su quel biancore che affaticava gli occhi, ma Pierre si sentiva angosciato. Non risentiva di particolari dispiaceri, né degli effetti di qualche seria patologia, eppure una cupa tristezza si stava impadronendo del suo cervello. Certo, di quella strada non si vedeva la fine. Tutta la sua vita, nei circa vent’anni che aveva trascorso a girare per città e paesi d’Europa, era stata rattristata dalla solitudine e ora quell’interminabile corsia d’asfalto percorsa senza poter parlare con qualcuno e senza vedere né uomini né macchine acuiva la sensazione di vuoto che lo sconfortava.
Fu quasi con sollievo che scorse una figura in lontananza, in una piazzuola, sul margine destro della strada. Quando si avvicinò, vide che si trattava di una donna vestita di nero. Era molto giovane e muoveva le braccia, come per attirare l’attenzione degli automobilisti, o meglio la sua attenzione, dato che era l’unico automobilista su quella striscia d’asfalto dal chiarore abbacinante e intollerabile. Pierre non voleva fermarsi, ma all’ultimo momento frenò, mise la freccia a destra ed entrò in quello che sembrava essere uno slargo creato per accogliere gli automobilisti affaticati o in difficoltà.
La ragazza nel frattempo si era avvicinata: era bruna e portava lunghi capelli sciolti, una veste nera leggera e due vecchi sandali in cuoio, da cui partivano due gambe slanciate. Il viso era di straordinaria bellezza e l’espressione triste lo rendeva ancora più attraente. Pareva addolorata e apostrofò Pierre in un linguaggio di tipo slavo, simile al ceco, ma che pareva essere un qualche antico miscuglio dialettale. Pierre cercò di capire il discorso, ma individuò solo alcuni termini, che parevano legati a una figura materna e a una non specificata malattia. La ragazza si faceva però capire con la mimica e invitò l’uomo a seguirla. Pierre si lasciò convincere a farlo.
Camminò a lungo, su sentieri appena tracciati o inesistenti, accanto a siepi di rovo e a fiori silvestri. Funghi dalle forme plastiche e dai colori violenti crescevano sopra le radici di alberi enormi, di cui non conosceva la specie, e alla fine raggiunse uno stretto viottolo che conduceva a una casa di pietra grigia. Non c’erano fiori accanto alla porta, e le finestre apparivano semplici e nude. La ragazza spalancò il portone, che non era chiuso a chiave, e s’introdusse nel fabbricato, sempre seguita dal giovane.
L’abitazione all’interno era pulita, ma miseramente arredata. I mobili e i pochi oggetti sembravano tutti molto vecchi. Mancava qualsiasi prodotto che potesse far ricordare il mondo contemporaneo. Sembrava che in quella casa nessuno avesse acquistato niente dopo il XIX secolo. Sicuramente mancava l’energia elettrica e infatti l’illuminazione notturna doveva essere assicurata dai lumi a petrolio, come quello che si vedeva appoggiato su un tavolino dell’ingresso. Pierre ebbe una imprevista sensazione di freddo, dovuta più all’aspetto cupo della sala che l’aveva accolto che alla temperatura reale dell’ambiente.
« Posso offrire qualcosa? » disse la ragazza nel suo idioma « fa freddo. » Senza ascoltare la risposta di Pierre, aprì un mobiletto e ne trasse un paio di bicchieri e un’ampollina quasi piena di un liquido ambrato. Versò il liquido nel bicchiere e lo porse all’uomo, che lo assaggiò. Era un liquore forte, dal sapore simile al brandy, ma più aromatico. Anche la ragazza bevve qualcosa, poi rimise tutto al suo posto.
Non si fermò però per troppo tempo al pianterreno. Infatti si diresse subito verso una scala che si trovava sul lato sinistro del locale e che conduceva al piano superiore.
« Seguimi » disse.
Alla fine della scala, una sorta di balconata introduceva alle stanze. C’erano tre porte; la ragazza aprì la porta centrale ed entrò, seguita da Pierre in quella che sembrava essere una stanza da letto. Era scura e piena di drappeggi. La luce proveniva da una finestrella alta ed evidenziava, al centro del locale, un letto a baldacchino, coperto da scuri tendaggi.
La giovane donna per prima si accostò a un lato della struttura e da lì disse poche parole a qualcuno che doveva riposare su quell’alto giaciglio.
Pierre, a sua volta, si avvicinò al letto dal lato dei piedi, scostò le tendine nere e vide un volto. Era il volto di una morta quello che poggiava sul cuscino candido, quasi luminoso. Era pallido e incorniciato da una corona di capelli stopposi che si spandevano quasi sfumando nella luce incerta. Il bianco dell’origliere si incupiva e quasi si smarriva nell’oscura profondità della testata, mentre in basso veniva sottomesso dalla colorazione mutevole e confusa della coperta, dove apparivano grandi segni, che parevano motivi alchemici.
« Vieni » sussurrò la ragazza a Pierre, invitandolo ad avvicinarsi.
« Moje matka je (è mia madre) » fece poi all’uomo.

Pierre si accostò sul lato del giaciglio, si fece più avanti con la testa e in quel mentre la vecchia aprì gli occhi.
Pierre si ritrasse istintivamente. Dunque la vecchia non era morta.
Infatti lei lo vide e si rizzò d’improvviso. Due occhi grandi di un azzurro profondo, gli stessi occhi della ragazza, lo fissavano con intensità e la bocca incominciò a parlare, con una voce profonda e gracchiante. Disse nella sua lingua qualcosa che poteva essere « Datemelo, lo voglio. »
Pierre cercò di allontanarsi, ma sentì che le gambe lo tradivano. Certo il liquore che aveva bevuto doveva essere troppo forte. Mentre si muoveva barcollando verso l’uscita della stanza sentì la ragazza che gridava « Sestry, Sestry! (sorelle, sorelle!)» E vide come uscite da un sogno altre sei creature, che tutte lo fissavano. Erano molto simili alla prima ragazza, anche se alcune sembravano giovanissime, altre più mature. Portavano lunghi capelli neri e vesti scure e le vide avvicinarsi, mentre incapace di reggersi stramazzava al suolo privo di conoscenza.

2

La leggenda delle sette sorelle mi era stata inviata da uno psichiatra praghese, che aveva riscontrato segni di allucinazione in varie persone che si erano avventurate nei boschi che vanno dal confine tedesco alla Vistola e li aveva messi a confronto con le narrazioni della fantasia popolare, che volevano che quelle aree solitarie fossero popolate da strane e immortali creature.
La storia mi era totalmente sconosciuta. Conoscevo il fascino perverso del vodnik e avevo letto la Magia posthuma di Karl Ferdinand de Schertz. Ma mi risultava nuova la presenza di abitatori dall’apparenza umana e dalle strane ed esecrabili usanze nelle boscaglie dei Sudeti.
Il dottor Ferdinand Volnjak mi accolse nella sua casa praghese in Legerova, a Novo Mesto, la città nuova, dalle lunghe strade parallele, che si dirigevano verso la periferia orientale della capitale.
Era preoccupato per le condizioni di salute di alcuni suoi pazienti di entrambi i sessi, che sembrava avessero avuto la percezione di oscure presenze, in un’area in cui da qualche tempo si era registrata la scomparsa misteriosa di varie persone.
Se durante la guerra fredda queste scomparse venivano addebitate a una fuga volontaria verso la Germania Federale o l’Austria, dopo la caduta della cortina di ferro rimanevano un fatto inspiegabile e la polizia ceca non sapeva come giustificarle, anche perché non era stato mai trovato un corpo senza vita, che potesse far presumere una disgrazia o un omicidio.
L’ultima persona scomparsa in ordine di tempo era un francese, Pierre Frontin, che, atteso a Praga per una transazione immobiliare, non era mai pervenuto a destinazione.
Il dottor Volnjak mi fece entrare nello studio in cui riceveva abitualmente amici e clienti. Si scusò per il disordine, ma sinceramente non ebbi l’impressione di essere capitato in casa di una persona trascurata, ma anzi di un individuo molto organizzato e meticoloso, anche se qualche volume e qualche carta apparivano appoggiati a caso sulla scrivania e forse le poltroncine di cuoio scuro non erano posizionate in maniera perfetta nella stanza, in cui probabilmente, di solito, erano collocate secondo criteri di perfetta simmetria.
Si spostò nella stanza vicina per recuperare alcuni appunti che andava stendendo su qualcuno di quei casi misteriosi e rimasi solo ad esplorare il suo studiolo.
Dietro le sue spalle, in una bella scaffalatura di legno antico, campeggiavano i libri della biblioteca di Volnjak. Ai trattati di psichiatria in ceco o in tedesco si aggiungevano però alcuni libri che solleticarono la mia attenzione. Prima di tutto la Clavicula Salomonis, poi il Grimorium Verum, il De Heptarchia Mystica di John Dee e tanti altri che costituivano una biblioteca essenziale, ma provvista dei testi fondamentali di magia e occultismo. Ero lì ad osservare i titoli dei libri quando il dottore rientrò, con un mazzo di fogli tra le mani.
« Quei testi che lei vede e che conoscerà certamente sono importantissimi per la mia professione » disse come se volesse giustificarsi. « Non ha idea di quanti punti di contatto vi siano tra le conoscenze magico-esoteriche e i disturbi mentali. Infatti spesso le personalità disturbate ricorrono ai riti più squinternati, ma ancora più spesso sembra che il loro cervello si danneggi in maniera irreversibile attraverso il contatto con strani e fantasiosi rituali. Il nostro cervello è molto fragile, dottor de Bruyn, e si lascia facilmente condizionare. L’adesione a certe pratiche produce una carica di fiducia tale da spingere molti a realizzare grandi cose, a ottenere grandi risultati nel lavoro o nella vita sociale; ma in alcuni casi può generare un tale terrore, un tale scompenso, da far precipitare i seguaci degli studi tradizionali in varie forme di follia, sempre difficilissime da curare. »
« In che cosa pensa che io possa esserle utile » gli chiesi?
« Lei non è solo un teorico, dottor de Bruyn, anche se sono ben noti i suoi trattati sulla narrazione fantastica e le raccolte di testi di tradizioni popolari, ma anche un uomo d’azione. E io in questo momento mi trovo da solo ad investigare su avvenimenti per i quali non posso rivolgermi alla polizia. Se dessi credito alle testimonianze dei miei pazienti, verrei preso io per pazzo e non avrei il supporto di cui ho bisogno. Da quel che so di lei, penso che possa aiutarmi a risolvere i miei casi clinici meglio di chiunque altro. Quando nel mondo si manifesta la presenza di certe forze, non serve chiamare la polizia, ma qualcuno che quelle forze sappia come maneggiarle. »
« Come intende procedere? » gli chiesi.
« Visiterò assieme a lei qualcuno dei pazienti che affermano di aver visto qualcosa di strano nei boschi di confine. »
Poi volle che esaminassi con lui i suoi appunti.

Il primo paziente dal quale il dottore mi condusse era un uomo di una cinquantina d’anni, piuttosto robusto ed evidentemente sovrappeso per via dei farmaci che la sua patologia lo costringeva ad assumere. Si chiamava Josef Grunca ed era stato trovato qualche mese prima mentre vagava per i boschi in stato confusionale.
Risultava scomparso da un paio di giorni, dopo aver detto ai figli che si sarebbe recato nel bosco vicino alla sua città per fare funghi. Era una bella giornata e pertanto la sua scomparsa non poteva essere addebitata al maltempo, a un fulmine o a un nubifragio che l’avesse spinto a cercare riparo in qualche grotta o in qualche sconosciuto rifugio, da cui non fosse possibile comunicare in alcun modo con il mondo civile. Le ricerche partirono molto presto, anche perché altre persone inspiegabilmente scomparse in quella selva non erano mai tornate per raccontare la loro disavventura e le battute organizzate tardivamente per trovare traccia dei dispersi non avevano avuto esito. Questa volta la spedizione, composta da uomini esperti, conoscitori dei luoghi e delle tecniche di ricerca, ebbe fortuna e trovò infatti il signor Grunca, che però non riusciva quasi a parlare e pareva non ricordare nulla di quanto avvenuto.
Ricoverato a Praga ed esaminato da Volnjak aveva compiuto sostanziali progressi, recuperando la capacità di comunicare e le abilità manuali che gli consentivano di svolgere il suo lavoro di artigiano. Eseguiva infatti bizzarre figurine in legno, che riproducevano immagini del folclore ceco, e le vendeva poi nei mercati e nelle fiere. Il figlio più giovane lo aiutava nel suo lavoro, dopo aver tentato, senza successo, di entrare nell’esercito.
Rifiutava invece di riportare alla memoria quel breve periodo di assenza, in cui pareva essersi perso nel bosco, e se qualcuno, come lo stesso Volnjak, vi accennava, i suoi occhi cerulei acquistavano un’espressione angosciata e il suo cervello iniziava a produrre segnali incoerenti e parole sconclusionate, in cui parlava di una casa scura e di sette sorelle.
Dopo il ricovero, Grunca era tornato nel suo villaggio, ma ora si trovava nuovamente a Praga, per la visita di controllo che lo psichiatra aveva programmato, e Volnjak me lo presentò, perché assistessi a una delle sedute. Sapevo che questo andava contro ogni protocollo, ma al dottore premeva che anch’io esaminassi il paziente, per valutare la relazione tra i suoi frammentati ricordi e i presunti contatti che pareva avesse intrattenuto con il mondo segreto dei tenebrosi boschi di frontiera.
Volnjak lavorava presso la Clinica psichiatrica praghese, in cui aveva effettuato le sue prime ricerche Stanislav Grof, il famoso sperimentatore e teorico dell’inconscio. Seguendo in parte le procedure di Grof, il dottore cercava di indurre nel paziente uno stato non ordinario di coscienza, allo scopo di riattivare quei ricordi che per qualche motivo rimanessero celati e come ricoperti da uno strato di avvenimenti successivi.
Non attuò una vera e propria ipnosi, perché non credeva nell’ipnoterapia e riteneva che i fatti che parevano emergere dal ricordo nel corso delle sedute potessero essere fatti immaginari, ricordi di sogni o incubi, presenti per caso nel cervello del paziente. Si limitava invece a procurare uno stato di assoluta distensione, in cui il cervello fosse incoraggiato a ricostruire fatti e avvenimenti, che però appartenessero alla vita reale, non a quella sognata.
Altro metodo di reintegrare il ricordo era utilizzare quello che Grof aveva definito un sistema COEX, cioè un raggruppamento di esperienze positive o negative che si erano stratificate nell’esperienza personale. Rievocando un’esperienza emotiva simile si poteva riattivare l’esperienza perduta. Con queste metodologie lo psichiatra sperava di riuscire a rimuovere il blocco del cervello di Grunca.
Dopo qualche minuto di respirazione regolata, secondo il metodo messo a punto da Grof, lo psichiatra iniziò a parlare pacatamente all’uomo, conducendo il discorso sulla quotidianità, sulla sua famiglia e sul suo lavoro, per arrivare gradatamente a superare le difese che il trauma certamente subito aveva attivato nella mente ferita.
La rievocazione iniziò e il paziente fu invitato a raccontare quello che avveniva quando si recava nel bosco per raccogliere funghi o bacche o per trovare pezzi di legno da utilizzare nei suoi lavori.
La sua voce era dapprima serena, diceva: « Cammino nel bosco. Il terreno è impervio, ma trovo un sentiero che non conosco. C’è qualcosa al di là degli alberi, una leggera foschia; il sentiero porta a una casa, che non dovrebbe esserci. Non c’è mai stata lì una casa. » Qui una sfumatura di angoscia cominciò a trasparire dalla sua voce. Si fermò. Volnjak lo incoraggiò a proseguire.
« E lei è entrato in quella casa? »
« Sì, sono nella casa; è scuro… è buio… No, basta… basta adesso. »
Di colpo l’uomo lanciò un grido e si mise a guardare nel vuoto. Rimase così per qualche minuto, poi cominciò a canticchiare, con voce sottile, che contrastava in modo grottesco con il suo fisico, quella che sembrava una vecchia nenia.

Son sette sorelle
stan nel bosco fino a sera
hanno gambe lunghe e snelle
e una morbida criniera
hanno bocche ed hanno zanne
hanno zanne per sbranare
hanno bocche per succhiare
tutto il succo e tutto il latte
per la mamma da salvare

Non sembrava possibile ricavare altre informazioni, perciò lo psichiatra cercò di richiamare il suo paziente a uno stato di vigilanza totale. Ma ci vollero vari minuti e notevole impegno, prima che Grunca tornasse alla normalità.

selva

3

« Che ne dice? » chiese Volnjak.
« Conosco troppo poco i fatti » feci « per trarne conclusioni sicure, però posso almeno formulare un’ipotesi, anche sulla base delle informazioni che lei mi ha trasmesso. »

« Vede, quando ero bambino, i miei mi dicevano: “Non andare da solo nel bosco, perché ti prendono le sette sorelle”. Ci si scherzava sopra, anche quando eravamo più grandi, e si fantasticava su quello che sarebbe successo se veramente avessimo incontrato questi esseri fantastici e pericolosi. Probabilmente ci avrebbero succhiato il sangue o ci avrebbero sbranati, perché avevano bisogno dell’energia degli uomini per mantenersi in vita, secolo dopo secolo.
Erano una rappresentazione metaforica della donna famelica e insaziabile, di un prototipo vampiresco che aveva precedenti notevoli nelle storie reali e in quelle letterarie e cinematografiche.
Il canto del nostro paziente sembra piuttosto l’adesione inconsapevole a una conoscenza psicologica transpersonale, un pensiero condiviso che è come quello di un unico essere, che si trova ad affrontare una realtà ostile ed oscura. »
Avevo letto le testimonianze e i racconti popolari che lo psichiatra mi aveva mandato. Secondo quei testi i boschi boemi ospitavano uno spirito femminile, confinato in uno spazio alternativo insieme alle sue sette figlie, le sette sorelle appunto. In momenti particolari, quando lo spirito aveva bisogno di nutrirsi, lo spazio alternativo diventava visibile anche nella nostra dimensione e le sorelle andavano in cerca di esseri umani da catturare, per soddisfare le necessità della loro antica madre e della sua misteriosa progenie.
« Da quel poco che conosco e dalla canzone che ho sentito posso ipotizzare che in questo momento il passaggio tra i nostri due mondi, quello degli uomini e quello delle sette sorelle, sia aperto e che quindi questi esseri siano in cerca di preda. »
Altra cosa che sottolineai fu che la manifestazione della presenza di quegli strani esseri si era avuta per lo più nei pressi del villaggio di Černyvesnice e quindi bisognava concluderne che in quel territorio si trovasse il punto di accesso al mondo sconosciuto che tanto terrorizzava gli abitanti.

« Lei crede dunque che esistano davvero le sette sorelle? » Disse Volnjak
« Beh, sicuramente qualcuno vede queste creature e ne ha una paura folle. D’altra parte, non ha molta importanza se crediamo o non crediamo a questa storia. L’importante è capire se possiamo aiutare i suoi pazienti e le persone che scompaiono misteriosamente nei boschi. »
Lo psichiatra mi guardò come se volesse mettere bene a fuoco la mia immagine, con gli occhi che gli occhialetti tondi ingrandivano.
« Io però vorrei anche capire che cosa sta succedendo veramente » disse.

La seconda paziente si chiamava Alina Frantisek. Era una donna di poco più di quarant’anni dall’aspetto pallido ed evanescente, così da far presumere che col passar del tempo sarebbe diventata trasparente come un pesce abissale. Gli occhi erano azzurri e cupi e sui capelli sbiaditi portava un fazzoletto secondo l’uso delle donne di paese.
Alina, al contrario di Grunca, ricordava qualcosa; soprattutto non riusciva a liberare la mente dalla paura che aveva provato nell’incontrare le creature dei boschi.
Si trovava all’imbrunire nel mezzo della foresta, quando fu avvolta da una specie di nebbia, che le impediva di ritrovare il sentiero che portava dall’area boschiva al suo villaggio.
Mentre camminava con prudenza, per paura di perdersi e di allontanarsi dallo spazio conosciuto, improvvisamente la nebbia fu spezzata dalla luce di alcune fiaccole. Le persone che rischiaravano così la strada parevano portainsegne di una strana processione. Sette donne dai capelli lunghissimi trascinavano un uomo con le mani legate dietro la schiena, che tentava una debole resistenza.

« Una delle donne si accorse, non so come, della mia presenza » disse Alina « e si voltò verso di me. Era a pochi metri da quello che credevo fosse il mio valido nascondiglio, dietro un arbusto. La vidi bene in volto e mi accorsi che la sua espressione mutò in un baleno. Se prima mi era sembrata piuttosto bella, ora i suoi lineamenti apparivano deformati in una smorfia animale, simile a quella di una belva pronta ad aggredire. Anche il suo portamento, da umano diventò bestiale e le braccia si levarono in un azione istintiva di offesa, mostrando unghie simili ad artigli acuminati.
Nello stesso tempo le altre donne si misero a urlare, facendo un verso simile a quello della lince. »
Io e Volnjak ci guardammo perplessi. Se fossimo stati in Irlanda, avrei pensato alla leggenda della banshee; ma qui dovevamo trovarci di fronte a qualcosa di ben più sinistro.
« La prima donna, o quella specie di belva che mi aveva notata per prima, si mosse e venne velocemente verso di me. Allora anch’io gridai e incominciai a correre con tutte le mie forze, gettandomi nella nebbia, a costo di perdere completamente l’orientamento. Sentivo quella specie di animale correre e saltare dietro di me, ma non mi voltai più a guardarlo. Stranamente, ritrovai il sentiero che portava al villaggio e la nebbia che era scesa pesante, in folti banchi, si dileguò completamente, consentendomi di trovare la mia casa.
Ero sconvolta e mi fecero visitare da un medico. Ma nessuno mi poteva aiutare, perché troppo grande era stata la paura. »
Ora la donna era in grado di ragionare e di raccontare la sua storia, ma per vari giorni le sue condizioni fisiche e psichiche erano state precarie, così da consigliare un ricovero presso la clinica praghese, dove Volnjak cercò di aiutare la nuova vittima delle creature silvestri.
Al momento non era possibile parlare direttamente con le altre persone che avevano sofferto di qualcosa di simile a un’allucinazione, ma la loro storia mi era già stata riassunta dall’eminente clinico nella sua lettera relazione. Stupiva soprattutto la differenza tra le reazioni dei pazienti maschili e di quelli femminili all’esposizione a quella specie di morbo che pareva aver contagiato la gente di paese.
Le donne esprimevano solamente orrore e terrore per quello che avevano visto e provato. Gli uomini mescolavano questi sentimenti con fantasie che parevano tratte da un manuale sul masochismo. Volnjak giustificava queste fantasticherie come intervento di una componente sessuale, che si accompagna spesso ai disturbi nervosi e mentali.
Io, invece, cominciai a capire.

« Ho l’impressione che i suoi pazienti siano dei sopravvissuti » dissi, e pensai che probabilmente c’era qualcosa nel loro corpo che non aveva soddisfatto le esigenze di quelle funeste abitatrici della selva: forse una malattia o qualche particolarità del sangue, per cui si erano limitate per così dire ad assaggiare le loro vittime, restituendole subito dopo al nostro mondo, come noi potremmo buttare un frutto troppo aspro.
Ma d’improvviso mi venne anche un dubbio che mi spinse all’azione, a un’azione immediata. Pensai all’uomo in ceppi che era stato visto da Alina Frantisek e mi venne in mente che forse in quel bosco qualcuno poteva essere ancora vivo e che quelle specie di predatrici potevano aver interesse non a ucciderlo subito, ma a tenerlo prigioniero, sfruttandolo fino alla fine.
« Pensa di potersi liberare per una giornata? » chiesi a Volnjak. « Ho paura che possa esserci qualcuno ancora in vita, in quel bosco. »
« Ma come; se tutte le ricerche non sono servite a niente? »
« Forse nessuno ha cercato nello spazio giusto. »
« Ma lei ha un piano? »
« Sì, ma ho bisogno delle sue conoscenze. »
« Quali? »
« Il suo metodo per potenziare la coscienza, per passare al di là della ragione. »
« Ma è pericoloso e non è garantito » fece lo psichiatra « e poi c’è un impedimento ancora più forte: dobbiamo attraversare insieme la barriera. Non potremo riuscirci solamente mettendo insieme i nostri pensieri, rievocando avvenimenti e disponendoli secondo costellazioni d’immagini, per similarità, perché le nostre esperienze di vita, i nostri ricordi, non sono necessariamente simili. Forse avremo bisogno di un aiuto dalla chimica. »
« L’idea non mi piace molto. »
« Ma ho paura che solo con delle semplici tecniche di elaborazione del pensiero e di respirazione falliremo o che solo uno di noi riesca a vedere quello che normalmente non appare e che l’altro rimanga tagliato fuori.
Sa che ho pensato molto a Grof in questa storia e alla sua sperimentazione sulla Lysergesäurediethylamid o LSD?
Per un po’ ho immaginato che, nel cercare funghi, i paesani di Černyvesnice, avessero trovato qualche sostanza che producesse effetti allucinogeni, un veleno simile a quello della Claviceps Purpurea, il fungo della segale cornuta, o che facessero uso per qualche strano caso di droghe psichedeliche. Ora comincio a credere, come lei, che qualcosa di inspiegabile si nasconda in quel luogo e che dovremo accettare la sfida che ci ha lanciato. »
« Quindi andremo in quel bosco? »
« Certamente, anche se sarà rischioso. Dovremo andare armati ed essere preparati a combattere. »
Capivo che quella era forse l’unica possibilità. I testi più antichi e affidabili sostenevano che il potere delle sette sorelle fosse incentrato sulla madre, che poteva vivere per un periodo illimitato, se nutrita nel modo giusto. Raccontavano però che sarebbe stato possibile ucciderla, ma solo tagliandole la testa. Bisognava portare perciò con noi armi, non solo da fuoco, ma da taglio, e disporci a qualunque tipo di azione.
Il dottore capì anche lui che non c’era tempo da perdere e spostò tutti i suoi impegni per ottenere una giornata libera per l’indomani. Černyvesnice non era troppo distante da Praga e contavamo di raggiungerlo in mattinata, per poter avere tutto il pomeriggio disponibile per la nostra perlustrazione della foresta.
Ci mettemmo in viaggio con la vecchia Skoda del dottore, partendo dalla sua abitazione.
Ero in ansia, ma nello stesso tempo eccitato, al pensiero di quell’ignoto che avremmo dovuto affrontare. Sapevo che il primo passo per creare la realtà è pensarla. Pensare il possibile consente di strappare gli avvenimenti al regno dell’indistinto e collocarli nella realtà trasformandoli in parole: questo era ciò che stavamo per fare. Entrare in un universo che da altri, e poi da noi stessi, era stato immaginato, per sottrarlo alla sua fumosa indeterminazione e per agire al suo interno con il cervello ed il corpo, spezzando quel pericoloso legame che univa l’incubo alla nostra realtà tangibile.

4

Volnjak accese la radio. Ascoltò prima una stazione ceca, che trasmetteva canzoni che riprendevano motivi popolari; poi trovò un canale che proponeva folk e folk-rock americano
Per una qualche strana coincidenza trasmettevano un brano che mi aveva sempre affascinato e per vario tempo tormentato. Non ero mai riuscito a sapere chi lo eseguisse, né a procurarmi il video, che si era impresso nella mia memoria come un elemento struggente e disturbante.
Raccontava la storia di una ragazza tenuta prigioniera in una foresta e poi uccisa da un poliziotto malvagio.
La foresta del video ricordava molto quella verso cui ci stavamo dirigendo, che avevo attraversato anch’io, una volta, in autostrada, e accostai i due momenti del mio immaginario, accomunati dall’alone di violenza gratuita che aleggiava in entrambe le vicende. Solo che la storia della canzone era realistica, una delle tante tristi vicende di gusto noir che si raccontano e si visualizzano nei film americani, mentre quella che stavamo vivendo aveva i contorni dell’impossibile.
Il dottor Volnjak guidava la sua auto con attenzione. Appariva più un guidatore diligente che un fanatico del volante e la sua vista non doveva essere eccezionale. Io dovevo apparire, credo, sconvolto e in disordine. Non avevo quasi dormito e mi ero fatto la barba di notte, dopo cena. Avevo impiegato le prime ore del mattino a pensare al mio equipaggiamento, per evitare di scordare qualcosa d’importante, e a riempire uno zaino con le apparecchiature necessarie. Quindi arrivai nel villaggio con la faccia ispida e lo sguardo stralunato, ma con l’entusiasmo di un ragazzo alla sua prima avventura significativa.
Volnjak insistette per fare una visita nell’unica locanda decente del luogo, una di quelle in cui ardivano fermarsi anche i cechi e non solo gli sprovveduti turisti. Lì era possibile trovare pietanze cucinate alla maniera tradizionale e non finte trattorie italiane o francesi o i soliti rivenditori di würstel o di hamburger.
Si capiva che lo psichiatra intendeva distrarsi e respingere l’angoscia dell’ignoto che stava per dominarci; si mise a discutere sulle abitudini culinarie del paese e mi consigliò di assaggiare l’anatra, cucinata secondo le tradizioni contadine. Lo accontentai, anche perché era probabilmente l’unico piatto che non fosse irreparabilmente pervaso dall’aglio onnipresente.
Volnjak invece si concesse di mandar giù una zuppa, che pareva ricca e sostanziosa e terminò con un pasticcio, in cui l’aglio doveva farla da padrone.
« L’alito sarà un’arma in più contro i nostri mostri del bosco, se è vero che sono una specie di vampiri » disse.
Si sforzava di scherzare, ma la preoccupazione traspariva dal suo sguardo.
Non avevamo molto tempo e al termine del pasto ci dirigemmo subito verso gli alberi. Lasciammo la macchina in uno spiazzo, là dove finivano le case del villaggio, e ci inoltrammo nel folto della vegetazione, seguendo un sentiero appena tracciato e costituito più da terra battuta che da ghiaia.
« Fermiamoci qua » feci. Avevo trovato una radura, simile a quelle che le streghe utilizzavano per riunirsi e cercare di entrare in relazione con gli spiriti maligni. Ci sedemmo per terra e iniziammo il percorso mentale che avrebbe dovuto consentirci di entrare nel mondo delle sette sorelle. Ma prima Volnjak estrasse dalla tasca un astuccio: conteneva delle minuscole pillole brune.
« Ne prenda una, de Bruyn, non sono pericolose. Le ho sintetizzate io stesso e le ho sperimentate: sono un prodotto nuovo, che potenzia la nostra visione, senza farci perdere la capacità di agire. »
« Non sono troppo forti? »
« E’ la dose minima. »
Mi lasciai convincere e ingoiai la pillola quasi senza accorgermene.
Subito Volnjak incominciò a parlare di quand’era piccolo e degli alberi che aveva imparato ad amare e a distinguere. Ogni albero era una vita e quella vita aveva movimenti e sensazioni. I suoi alberi erano gli stessi tipi di albero che vedevamo in quel momento, antichi e maestosi, che parevano guardarci con una sorta di sufficienza e forse di compassione, per la nostra fuggevole esistenza.
Gli alberi della mia infanzia erano quelli di Hoge Veluwe, dove ancora mi capita di fare ogni tanto un giro in bicicletta, avvolti da vaste distese di erica. I miei ricordi si proposero con evidenza e si unirono a quelli di Volnjak, costituendo una sorta di forza invisibile.
Cominciai ad avvertire la sensazione che non fossimo soli.
« Respiri col mio ritmo » fece lo psichiatra.
Cercai di armonizzare il mio respiro col suo, fino ad ottenere una perfetta regolarità.
Nel frattempo le immagini diventavano più dense e tangibili, per iniziare poi, gradatamente, a sgranare, così che di esse si notavano, più che l’insieme, i singoli punti che le componevano.
Ed ecco apparire nell’aria quella che la signorina Frantisek aveva definito nebbia. In realtà non di vera nebbia si trattava, ma di una sorta di obnubilamento della percezione, per cui la visualizzazione del nostro mondo veniva come a dissolversi, per giungere ad un’altra visione alternativa. E infatti, lentamente, da quella nebulosità emergeva qualcosa di nuovo, una foresta più cupa e spettrale, in cui gli alberi, gli arbusti, avevano foglie più lucide e scure; ma avvolte da una specie di luminosità che da esse s’irraggiava, come un’aura vitale. Il terreno su cui poggiavamo i piedi, l’erba, la ghiaia del sentiero, sembravano più evidenti di come apparivano solitamente
Ma, soprattutto, guardando più lontano, riuscimmo a vedere, sempre più distintamente, una robusta costruzione in pietra, dall’aspetto tetro e squallido. La prima impressione che mi fece fu quella di una casa abbandonata, non più ingentilita dalla presenza umana.
« Eccola finalmente » sussurrò Volnjak « la casa che non appare in nessuna mappa, la casa delle sette sorelle. »
Stavo pensando a come fare per entrare in quella costruzione, dato che il portone pareva robusto e decisamente chiuso, quando improvvisamente un battente si aprì e una ragazza, probabilmente una delle sorelle, uscì e si mise a guardare il bosco, come se cercasse qualcuno.
Non potevamo perdere quell’occasione. La giovane donna era piuttosto esile e non appariva un pericolo. Dovevamo catturarla o comunque evitare che rientrasse e si chiudesse in casa a doppia mandata. Decidemmo perciò di far avanzare Volnjak frontalmente, mentre io mi sarei spostato su un lato e avrei attaccato il nostro obiettivo inserendomi nello spazio tra la donna e la porta.
Nel frattempo la ragazza si era portata avanti di qualche metro, ma aveva tentato di arretrare non appena aveva scorto il mio compagno, che si era manifestato apertamente, uscendo dalla boscaglia.
Secondo il mio piano, avevo raggiunto quasi la porta e stavo per gettarmi sulla giovane, quando questa, contro ogni previsione, ci rivolse la parola in tono supplichevole. « Non entrate, per carità, non potete entrare! » disse nel suo dialetto ceco; poi si rivolse verso la foresta e con dei veloci balzi scomparve tra gli alberi.
Naturalmente non prestammo ascolto all’implorazione ed entrammo immediatamente nella casa, dove ci accolse un freddo umidore e un tanfo che faceva pensare al disfacimento, al lento marcire della materia organica. Pesanti cortine coprivano le finestre, lasciando filtrare poca luce, e celavano l’interno dell’abitazione allo sguardo di chi per caso si fosse trovato a passare da quelle parti.
Ci guardammo intorno, per studiare l’ambiente, ma avevamo l’impressione che qualcuno ci spiasse.
Infatti, da un’alcova o da uno stanzino buio emerse la figura di una ragazza magra e giovanissima.
Cercammo di parlarle, per rassicurarla e per entrare in contatto con lei; non capivamo se fosse una delle sette sorelle o un’altra abitatrice del luogo: volevamo sapere dove fosse la madre delle sette sorelle e se ci fosse qualche altra persona nella casa. Ma la ragazzina sembrava non capire; si atteggiava come un animale selvatico, ponendosi in posizione difensiva. Ad un certo punto s’infilò in una specie di corridoio e la vedemmo bene. Assomigliava molto alla donna che era fuggita verso il bosco, portava un vestito corto e colorato e camminava scalza. La capigliatura era scura, lunga e incolta e la pelle abbronzata, come quella di chi trascorre molto tempo all’aria aperta.
Cercammo di accostarci a lei, ma quella si nascose in fondo, al buio e, quando Volnjak accennò ad avanzare, si mise a soffiare come un gatto. « Mi sa che avremmo dovuto portare un cane » fece Volnjak. « Io direi un lupo mannaro, piuttosto » risposi, mentre cercavo di avvicinarmi alla creatura. Ma la ragazza, vistasi in pericolo, spiccò un salto incredibile e raggiunse un abbaino, vicino alla volta, aprì uno sportello, facendo precipitare nella stanza una luce improvvisa, e s’infilò nel pertugio che si era rivelato, scomparendo dall’altra parte.
Rimanemmo quindi liberi, a quanto pareva, di esplorare il resto della casa e stavamo per salire al piano superiore, quando sentimmo dei flebili lamenti. Cercammo di individuare l’origine del suono e ci accorgemmo che proveniva dal pavimento. Accendemmo una torcia e alla debole luce di quello strumento scoprimmo alla fine una botola, collocata in fondo allo stanzone principale e nascosta da quello che doveva essere stato, una volta, un tappeto e che ora era poco più di uno straccio.
Non ci volle molta fatica per aprirla. Più arduo fu scendere le scale che conducevano a un ipogeo piuttosto ampio, da cui partivano altri percorsi. L’aria era quasi irrespirabile e un forte odore di morte aleggiava in tutta quell’area ctonia. Rimanemmo sbalorditi nel vedere come il sotterraneo si sviluppava, con ripidi camminamenti che conducevano molto più in basso, come se fossero diretti verso il centro della terra
« Siamo alle porte dell’inferno » bisbigliò il mio compagno d’avventura.

5

Quando il lamento che ci aveva richiamato in quel sotterraneo riprese, più vicino e sostenuto, cercammo di individuare la zona da cui proveniva, ma nel raggiungere quell’area la torcia di Volnjak segnalò un oggetto che biancheggiava, ai piedi di quello che pareva essere un muro. Ci avvicinammo: era un teschio, di fattezze normali, ma non era solo. Infatti la luce, nel sollevarsi, rivelò che il muro era costituito totalmente di ossa, che parevano umane. Era un ossario in piena regola, sul tipo di quelli che avevo avuto occasione di vedere in Italia, a Roma e a Palermo, solo che qui la disposizione dei resti non aveva subito alcuna elaborazione di natura estetica o funzionale. Se ne arguiva la scarsa considerazione attribuita a quelle ossa da parte dei costruttori di quella strana necropoli.
Di fronte alla muraglia di ossa, in una stanza buia piuttosto vasta, un uomo apparve, legato al muro da ceppi di ferro. Era magro e sofferente. Il suo corpo era quasi completamente nudo e sembrava leso, in più punti, da minuscole ferite che andavano cicatrizzandosi. Il tronco era rivestito dai resti insanguinati di una maglia intima, mentre le gambe e i genitali rimanevano scoperti e indifesi.
Mormorava qualcosa che mi parve un “aidez-moi” e, certo, noi eravamo lì proprio con l’intenzione di aiutarlo, ma io disperavo di riuscirci. Per fortuna, Volnjak aveva portato con sé alcuni strumenti di metallo, con i quali riuscimmo con fatica ad avere ragione delle catene che trattenevano il prigioniero. Lo stendemmo al suolo. Lo psichiatra gli provò il polso e il battito cardiaco, aprì una bottiglietta e gli fece ingoiare dell’acqua, con un paio di compresse. Ammirai in quel momento le capacità organizzative di quell’uomo, che nell’affrontare l’ignoto non aveva perso la sua razionalità e si era rifornito di una serie di strumenti e medicinali indispensabili per la sopravvivenza, come se avesse dovuto compiere un viaggio nel deserto.
L’uomo, che blaterava qualcosa in francese, ringraziandoci, era però in condizioni precarie e appariva necessario portarlo velocemente fuori da quel mondo che manifestamente non era il suo.
Me lo caricai sulle spalle e risalii i ripidi scalini che ci avevano condotti al sotterraneo, Volnjak mi veniva dietro ed era appena ritornato al livello dell’ingresso quando un’immagine inattesa apparve sulla scala che portava al piano superiore. Era una donna, avvolta in una sorta di mantello multicolore, che scendeva con decisione la scalinata, venendoci incontro.
Avevo immaginato di incontrare la madre delle sette sorelle, l’essere funesto e pressoché immortale di cui parlava la leggenda, ma quell’incontro fu stupefacente, perché l’aspetto di quell’essere era totalmente difforme da quello che mi attendevo di vedere, trattandosi di una donna che vantava un considerevole numero di secoli. Infatti non fu una rugosa vecchia strega quella che vedemmo in quegli attimi.
I capelli, è vero, erano quasi bianchi, ma il viso era giovane e bellissimo, il corpo florido e desiderabile, il biancore della pelle non era quello malato di un vampiro o di un fantasma, ma di una persona in piena salute che per qualche motivo non amasse esporsi ai raggi solari. Anzi la luminosità di quel viso era tale da rischiarare quasi l’atmosfera cupa della stanza, in cui la luce della torcia del mio compagno e quella che proveniva dalle scarse aperture erano del tutto insufficienti.
Quando fu a pochi passi da noi, quel viso ammirevole assunse un’espressione di dominio e parlò:
« Lasciatelo » intimò « mi appartiene. »
« No, appartiene a noi, al genere umano! » gridò Volnjak, mentre lei avanzava lentamente verso di noi.
Mi fu di fronte e allungò un braccio, come se volesse toccarmi. Io rimasi immobile, come affascinato dalla luce del suo sguardo, ma Volnjak mi si accostò. « Per l’amor di Dio » gridò « resista; resista, de Bruyn. » Il suo grido mi scosse e indietreggiai di un passo. In quel mentre lo psichiatra mi pose in mano una spada. Allora ricordai il nostro piano e compresi che non avevo altra scelta. Se avessi esitato, la madre si sarebbe impadronita prima delle nostre anime e poi dei nostri corpi: saremmo diventati il suo cibo, fino a che le saremmo stati utili, poi saremmo andati ad accrescere il numero dei morti dell’ossario, in quel maleodorante e infernale labirinto.
Allora, con disgusto, ma con decisione, levai la spada e colpii quell’essere, con la forza necessaria per staccarle la testa dal busto.
Il capo rotolò a pochi metri dal corpo, ma sentii con orrore che ancora parlava, mentre i lineamenti improvvisamente mutavano e le rughe si formavano istantaneamente sulla pelle diventata grigia come la cenere.
La sua voce era ora gracchiante e gridava in slavo: « figlie, figlie mie, aiutatemi. » Gli occhi poi, gli occhi, divennero due luci offuscate che roteavano nel grigio plumbeo delle occhiaie spaventosamente grandi.
Ma un’altra trasmutazione avveniva nel frattempo nel corpo che si rattrappì, mentre la carne rapidamente si decomponeva e si scioglieva in un liquido melmoso, che si diffuse come un olio sul pavimento.
Ebbi timore che qualcosa di terribile sarebbe accaduto se quel liquido ci avesse raggiunto e urlai:
« Volnjak, stia attento, non lo tocchi, venga via da lì. » Lo psichiatra seguì il mio consiglio e si mosse, spostando anche il corpo dell’ultima vittima della madre. In gran fretta raggiungemmo il portone e uscimmo da quella casa, tornando a calpestare la terra del bosco.
Allora, improvvisamente tutto cominciò a girare e le cose che si vedevano alla luce incerta della sera incipiente si appannarono e la stessa casa iniziò a dissolversi alla nostra vista. Un suono lontano, che richiamò alla mia mente i lamenti funebri delle donne dei popoli mediterranei, si trasmetteva nell’aria, trasformandosi in un lungo dolente ululato.
« Che cos’è? » domandai, tanto per dire qualcosa e spezzare l’angoscia che quel rumore fosco e lugubre produceva nel mio animo.
« Non è nulla: è il vento » disse Volnjak, pallidissimo « è solo il vento. »
Tornava la nostra normale e rassicurante realtà, l’effetto della droga sintetica si era già attenuato e solo il corpo del francese, accanto a noi, ci impediva di pensare che tutto quello che avevamo vissuto fosse stato solo un sogno.
Ritrovammo lo spiazzo in cui avevamo lasciato la macchina e portammo l’uomo che avevamo salvato da una sicura morte nell’ambulatorio del paese, che non aveva un proprio ospedale. L’infermo, che era il Pierre Frontin dato per disperso da vari giorni, aveva urgenza di una trasfusione e di alimentazione via flebo e fortunatamente l’ambulatorio disponeva della strumentazione medica necessaria per le emergenze.
Giaceva privo di forze e ogni tanto ripeteva: « Devo andare a Praga. » Al che lo psichiatra rispondeva: « La porteremo noi a Praga, ora cerchi di riposare. »
Lo vegliammo per tutta la notte e fummo sollevati nel vedere che si riprendeva velocemente, almeno nel fisico, così da renderne possibile il trasporto alla clinica di Volnjak per l’indomani mattina.

6

Ci vollero vari giorni perché il signor Frontin si riprendesse, così da poter sostenere una conversazione. Naturalmente io decisi di prolungare la mia permanenza a Praga, aiutato da Volnjak, che mi ospitò a casa sua per non farmi spendere troppo, anche se l’albergo era abbastanza a buon mercato. Eravamo entrambi molto curiosi di avere notizie dirette dal prigioniero delle sette sorelle, pur se le circostanze della sua liberazione avevano confermato le mie intuizioni.
Frontin era un uomo ancora abbastanza giovane e in piena salute, prima della sua disavventura; ma ora stava tornando con difficoltà a una vita normale, nel nostro mondo, così che a volte pezzi della sua esperienza in un’altra realtà prendevano il sopravvento. Soffriva di allucinazioni e si rivolgeva a persone invisibili, apostrofandole in francese. Malgrado la sua profonda debolezza, dopo i primi giorni, si voleva evitare che rimanesse confinato in un letto e lo psichiatra dette disposizioni perché iniziasse un percorso riabilitativo assistito. Il paziente si era preoccupato anche per i suoi affari e aveva ottenuto di spostare ogni impegno a giorni migliori. Quando lo vedemmo, sembrava molto rasserenato perché le sue disavventure non avevano mandato a monte le sue transazioni in Boemia. Malgrado tutto, continuava ad essere irrazionalmente affascinato da Praga e non voleva tornare nel suo Paese a mani vuote.
Gli dicemmo che con ogni probabilità la morte della vecchia madre aveva spezzato quel filo che consentiva alle sette sorelle di entrare nel nostro mondo per trovare altre vittime e che, d’altra parte, ora forse non ne avevano più bisogno. Ci guardò lanciandoci una strana occhiata, che avrebbe dovuto essere di sollievo, ma che invece esprimeva una sorta di imprevedibile nostalgia.
Compresi che qualcosa di particolare era avvenuto durante il periodo della sua segregazione, qualcosa che ora condizionava il suo spirito e rendeva difficile un suo pieno inserimento nella vita di tutti i giorni.
Era necessario ascoltare dalla sua bocca gli avvenimenti successivi alla sua cattura e lui stesso pareva aver desiderio di raccontare i fatti intercorsi tra la sua scomparsa e la liberazione, di cui io e lo psichiatra eravamo stati protagonisti.
Infatti, appena gli domandammo di raccontare la sua strana esperienza, gli avvenimenti incominciarono a dipanarsi come una rocca di filo in una macchina tessile e la narrazione si sciolse in un flusso liberatorio.

« Procedevo sull’autostrada che porta da Regensburg a Praga e avevo attraversato da poco il confine, dopo aver acquistato il bollino che mi consentiva di evitare le attenzioni della polizia, quando scorsi una ragazza dai lunghi capelli bruni che mi faceva cenni da un luogo di sosta alla mia destra.
Non so per quale motivo mi fermai e seguii la ragazza nel bosco. Forse perché mi sentivo solo su quella strada deserta e la ragazza era molto bella. Poi lei parlava confusamente di sua madre e capii che aveva bisogno di aiuto: per questo la seguii.
Dopo una lunga camminata vedemmo una casa grigia e cupa, dove la giovane mi fece entrare.
Era una casa fredda e male illuminata e non seppi rifiutare quando la ragazza mi offrì qualcosa da bere. Poi mi fece salire, dopo di lei, in una stanza al primo piano, in cui giaceva una vecchia, su un enorme letto a baldacchino.
La vecchia sembrava un cadavere. Quando aprì gli occhi e si mosse, compresi che era ancora viva. Allora mi spaventai e cercai di allontanarmi dalle sue braccia scheletriche che cercavano di toccarmi.
Cercai di uscire dalla stanza, ma mi sentii mancare e credo di essere caduto per terra. Ma prima di perdere i sensi vidi la ragazza che mi aveva portato in quella casa e altre sei donne, molto simili a lei, che si avvicinavano lentamente. »

« Al mio risveglio mi trovai incatenato in una prigione che pareva scavata nella roccia. La luce era assicurata da due lumini accesi, come quelli che si portano nelle tombe o nelle cappelle delle chiese. La mia testa girava e strani suoni e sospiri vagavano nell’aria. Quando cominciai a percepire meglio i contorni delle cose, notai una specie di volto bianco che mi fissava. Mettendo meglio a fuoco l’immagine, capii che non si trattava di un volto, ma di un teschio, e che quelli che mi erano sembrati occhi erano in realtà occhiaie vuote. Cominciai a sudar freddo. Era quello dunque il mio destino?
Poi iniziarono ad apparire e a sfilare come in processione sette giovani donne, molto simili tra loro, ma di età diverse, che mi si avvicinarono come se volessero prendere confidenza col mio corpo. Qualcuna si mise a fiutarmi, come fanno gli animali, e a sussurrare alle compagne qualche frase che non riuscii a comprendere.
Cercai di ragionare, con quel barlume di lucidità che mi restava, dopo essere stato chiaramente drogato dalla bella ingannatrice che mi aveva fermato sulla strada. Ero stato catturato con l’inganno e ora dovevo trasformarmi in cibo per quegli esseri che parevano umani, ma forse umani totalmente non erano.
Cercai di entrare in contatto con loro:
“Liberatemi”, dissi. “Perché mi avete portato qui?”
Una delle donne, che pareva la più grande, alla fine rispose:
“Non possiamo: la mamma ha bisogno di te.”
Non capivo in che modo potessi essere utile alla madre, che doveva essere la vecchia che avevo visto distesa sul letto, ma lo compresi ben presto.
Infatti due ragazze si accostarono a me con dei piccoli aghi e cominciarono a pungere le mie vene, facendo scorrere il sangue, che raccoglievano in un contenitore che sembrava di metallo. Andarono via e mi lasciarono lì, dopo avere tamponato le ferite per evitare di perdere il liquido che sembrava prezioso, a giudicare dalla cura con cui lo estraevano dal mio corpo e dalla religiosa cautela con cui lo conservavano e lo trasportavano.
Mi portarono anche da mangiare, carne e funghi, pareva, e birra scura da bere.
La ragazza che avevo incontrato sulla strada rimase più tempo con me e iniziò ad accarezzarmi dovunque le sue mani riuscivano ad arrivare. Mi sembrava che i suoi occhi mi guardassero con un’espressione preoccupata e addolorata e che lei provasse per me una qualche attrazione. Dovevo cercare di stabilire un rapporto con quella giovane donna, per capire quale sarebbe stato il mio destino. Così cominciai a parlarle.
“Come ti chiami?”
“Mi chiamo Dana.”
“Perché sono qui?” le chiesi. “Mi ucciderete?”
Lei non volle rispondermi, all’inizio. Poi improvvisamente disse in un soffio:
“No, io non voglio farti morire” e scappò via. »

« Ma non era solo il mio sangue, quello di cui le sorelle avevano bisogno. Me ne resi conto ben presto, quando, una alla volta, le donne vennero a trovarmi per effettuare una ben più strana raccolta. Insomma, ero in catene e non potevo oppormi e in fondo non volevo nemmeno oppormi, perché quella raccolta poteva essere scambiata per un atto d’amore. Le prime volte mi produsse un piacere intenso e soprattutto, quando la prima ragazza mi si accostò con un atteggiamento che avrei detto di partecipazione emotiva, vidi che la violenza alla quale mi sottoponevano assomigliava a una manifestazione di acceso erotismo. Il volto di Dana si arrossava e il suo respiro diveniva affannoso, mentre lei non cessava di estendere la sua carezza sulle parti nude del mio corpo, come se volesse comunicarmi il segnale di una passione che non tentava nemmeno di celarsi e che esplodeva senza vergogna. Dalle altre ragazze l’operazione veniva condotta con efficienza unita a un’assoluta freddezza, come se fosse un compito da svolgere, ma l’effetto sul mio corpo era mio malgrado di profonda eccitazione.
Ricordai con terrore che quelle pratiche, se effettuate senza consentire al fisico di riprendersi, erano considerate un supplizio e potevano condurre alla morte. Mi ricordai di un libro orribile che avevo letto, di uno scrittore del mio paese, in cui si raccontava appunto di una tortura di questo genere.
Ma capii che Dana avrebbe fatto di tutto per tenermi in vita, anche perché pensava, allontanando la mia morte, di aiutare nello stesso tempo la madre, senza dover procedere alla ricerca di nuove vittime.
C’era in lei qualcosa che potrei definire dolcezza; sì, c’era della dolcezza in lei, forse amore. »

Frontin s’interruppe, come se riflettesse, e ci guardò con un’espressione trasognata.
« Che strano tipo di amore! » osservai, mentre pensavo alle parole della cantilena intonata da Josef Grunca.
« Sì, forse mi amava » disse il francese « Mi ama » continuò.
Forse pensava che in quell’altro mondo Dana esisteva ancora e che probabilmente lo aspettava, ora che la mamma non aveva più bisogno dei suoi fluidi per sopravvivere.
« Avete più visto la vecchia? » Chiese Volnjak.
« Certo, veniva a trovarmi, ogni giorno, ma tutte le volte il suo aspetto mutava. La pelle che era incartapecorita si era spianata e il suo corpo diventava sempre più giovane e armonioso.
Pensai che forse ero io l’artefice di quel miracolo, che veramente i succhi vitali dell’uomo avevano avuto un effetto incredibilmente positivo su quel fisico decrepito.
“Hai visto? E’ di nuovo bella”, mi aveva detto Dana. Non sempre il sangue e lo sperma delle altre prede avevano avuto effetto, mi raccontò. Un uomo che avevano catturato prima di me era troppo vecchio e avevano dovuto cacciarlo via, perché il suo succo non era più buono. »

Volnjak non nascose a Frontin le sue preoccupazioni per quell’ambiguo sentimento che era sbocciato tra il prigioniero e la sua bella carceriera-torturatrice.
« L’amore ha spesso momenti che lo fanno assomigliare alla morte, signor Frontin. Cerchi di non pensare ai giorni passati, al mondo segreto che ha visitato. E poi rifletta sulla natura di quell’essere che forse ha provato attrazione per lei. Pensi che probabilmente quella creatura non è neanche umana. »
« Eppure sembrava proprio una donna. »
« Sì, ma sappiamo che con ogni probabilità non lo è. »
« Il popolo dei boschi è più antico del genere umano » intervenni « e i suoi rapporti con noi sono sempre stati a dir poco ambigui, se dobbiamo credere alle tante leggende che ancora vengono raccontate. L’attrazione che proviamo qualche volta per gli abitatori delle selve è l’attrazione dell’ignoto, del pericolo, e spesso una relazione tra uomini e femmine del bosco si risolve tragicamente per noi. Lo tenga presente. »
« Lo terrò presente » disse Frontin.

7

L’indomani, alle otto e un quarto, Volnjak si precipitò nella mia stanza e mi svegliò: era agitato a tal punto da far concorrenza ai suoi ricoverati.
« E’ fuggito » mi comunicò.
« Chi, Frontin? » Cominciai a realizzare cosa poteva essere successo.
« Sì, lui. Ha preso una delle auto che sostavano nel cortile della clinica ed è scomparso. »
« Pensa anche lei quello che penso io? » feci.
« Sì, certo, è andato a cercare la sua Dana, e si è persino dimenticato dei suoi affari. »
« Cosa facciamo? » domandai.
« Corriamo, tentiamo di raggiungerlo, prima che sia troppo tardi! »
Il cielo era diventato chiaro e le luci notturne si erano spente da poco, quando scendemmo nel cortile; faceva fresco e i giubbotti da cacciatore che indossavamo sembravano opportuni per quella battuta imprevista.
Volnjak spronò la sua Skoda, la fece andare al galoppo, ma il francese aveva troppo vantaggio nei nostri confronti.
Arrivammo a Černyvesnice in non più di due ore, ma lì nessuno aveva visto arrivare il francese. Ci avvicinammo al bosco e trovammo la macchina rubata, o meglio presa in prestito, da Frontin. Era aperta e abbandonata; le chiavi stavano appese al cruscotto, ma del guidatore nessuna traccia.
Decidemmo di avviarci verso il bosco, mentre il cielo era solcato da grandi uccelli neri che sfrecciavano stridendo.
Seguivamo un sentiero appena tracciato, che pensavamo fosse stato appena percorso dal fuggiasco, accolti dagli alberi che lasciavano filtrare sobriamente la luce, quando in lontananza, su un’area silvestre in cui le piante erano più rade, ci apparve una figura seduta su una pietra, che sembrava proprio la sagoma scura del paziente francese.
Ci dirigemmo lentamente e con prudenza verso di lui, ma mentre ci avvicinavamo all’uomo la sua immagine cominciò a oscillare, o meglio le sue parti si misero a tremolare e a sfaldarsi, così da scomparire alla nostra vista quando finalmente raggiungemmo la pietra su cui l’avevamo visto appollaiato. Nel frattempo una nebulosità diffusa si era sviluppata in quella parte del bosco e le sagome delle piante apparivano incerte e sfumate.
Volnjak non riuscì a reprimere un gesto di palese disappunto.
« Troppo tardi » disse: « è già dall’altra parte. »
Insomma, Frontin non aveva avuto bisogno di farmaci per attraversare la barriera, a meno che non avesse acido o altri allucinogeni a disposizione e non mi pareva proprio il tipo.
« Non capisco come abbia fatto » borbottò il medico.
« Magari aveva un po’ di vino di lillà » dissi.
« Vino di che? » Lo psichiatra pensò per un attimo che anch’io potessi aver bisogno di una sua prestazione professionale e mi lanciò uno sguardo allibito.
« E’ una specie di leggenda » specificai, ma non aggiunsi altro, perché sicuramente il dottore non aveva mai avuto notizia di una strana canzone, che raccontava di uno strano e disperato amore, e forse non aveva mai sentito parlare di Jeff Buckley e di quella sua incredibile cover. Mi ero perso nelle fantasticherie e cercai di recuperare un po’ di razionalità.
« Potremmo seguirlo, con le sue pastiglie » dissi.
Volnjak sembrò pensare per un attimo a quell’eventualità, ma poi la scartò.
« No » fece. « Una volta ci è andata bene, ma ora tornare non avrebbe più senso. In fondo lui ha fatto quello che voleva. »
Dovetti dargli ragione. Cosa saremmo andati a fare noi due nel mondo delle sette sorelle, ora che non dovevamo più uccidere un essere pericoloso, né strappare una vittima alla morte? Potevamo forse affrontare un nuovo e rischioso viaggio per dividere due strani amanti, che forse non chiedevano che di essere lasciati in pace, per sempre?
Dissi allo psichiatra che probabilmente Frontin era stato aiutato dalla sua Dana a superare la soglia del suo mondo invisibile e che pertanto lo spostamento nella realtà alternativa era avvenuto senza particolari ausili chimici o sforzi mentali. C’era solo da augurargli una felice permanenza nella sua nuova vita, anche perché difficilmente Dana e le sorelle gli avrebbero più consentito di evadere.
Non ci rimaneva che tornare indietro, prima che calasse il buio.
Riprendemmo la strada per la capitale, Volnjak con la sua macchina, io con quella usata da Frontin.
Cenammo insieme a Praga, nella città vecchia, poi tornammo a casa di Volnjak, da cui mi accomiatai l’indomani, sul presto. La luce era ancora scarsa, sulla strada, e tutto sembrava così irreale che non sapevo se quello che stavo facendo avvenisse nella mia solita comune realtà o se fosse la prosecuzione inavvertibile di un sogno. L’aria solamente era viva, e pungente: quella che ben conosce chi si mette in viaggio di primo mattino, trascinando le sue valigie, per raggiungere una stazione ferroviaria o un aeroporto.
Così me ne tornai ad Amsterdam, con una strana sensazione di groppo alla gola e col dubbio di non aver fatto tutto il possibile per far trionfare le ragioni dell’uomo su quelle degli altri esseri che ne dividono le sorti in quello spazio che chiamiamo terra.
Tornai ad Amsterdam perché era da troppo tempo che viaggiavo, a cavallo tra il nostro spazio e quelli alternativi, tra il nostro regno della banalità e i regni dell’ignoto. Ma c’era un altro motivo che mi spingeva a tornare. A differenza di Frontin, di come doveva essere lui, nella sua vita, lui che aveva preferito il sogno a una realtà forse squallida, io ora non ero solo. C’era una persona che mi aspettava nella mia città: una che non apprezzava troppo le fantasie, perché era abituata a interpretare il mondo attraverso numeri e simboli; una che non capiva quello che facevo, il mio girovagare, i miei tentativi di afferrare l’evanescenza, ma che forse a suo modo mi amava; una che sapeva sorridere, ma che, soprattutto, era veramente una donna.

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