Il capolavoro

1

Rémi mi ha chiamato per segnalarmi un sito in cui si prospettava una straordinaria galleria degli orrori. Non anticipava nulla di preciso; ma si capiva dal tono concitato della voce che doveva trattarsi di un luogo eccezionale, di cui la pura malvagità aveva preso possesso. Presi con me il necessario e mi precipitai con la mia auto in quel paesino del Sud che mi era del tutto sconosciuto.
Rémi mi ha accolto col suo più radioso sorriso, lieto di poter coinvolgere qualcun altro in quella scoperta angosciosa di una realtà delirante e funesta.
Avevo parlato con lui qualche tempo prima a Saint-Raphaël, davanti a un piatto di grenouilles vertes, della strana ossessione che mi aveva colto per un mio personaggio, che mi spingeva a seguirne le tracce, quando mi pareva di scorgerne i segni nel mondo reale. Tutte le volte che si verificava un avvenimento di cui l’orrore era una componente fondamentale, la mia mente indovinava il passaggio di Mauvin, di quella malvagità personificata che sembrava vagare in una dimensione alternativa alla nostra, cercando però di emergere anche nella nostra realtà infestandola.
Quell’essere indefinibile e inafferrabile riusciva talvolta a e penetrare nel nostro pensiero per impadronirsene, manovrandoci per realizzare le sue più atroci fantasie.
Ed ecco che le vicende di cui Rémi era venuto a conoscenza parevano veramente sintomo della presenza di Mauvin nell’universo tangibile.

Un terribile segreto era stato scoperto in una costruzione che da lontano pareva un rustico, appollaiato su una collina e seminascosto dalla vegetazione. Il terreno, per molti e molti ettari, apparteneva a un certo de La Hire, uno strano e solitario personaggio, figlio di un possidente locale.
Non posso definirlo casa, quel vecchio edificio, perché non aveva le caratteristiche di un’abitazione tradizionale: sembrava più un atelier o un open space suddiviso in aree ampie e colorate da pannelli dipinti o grandi teli. Da alcune di queste aree, però, improvvise scalinate conducevano a un livello inferiore, in cui si succedevano celle costruite in pietra o mattoni, dalla cui volta pendevano catene o corde che parevano tranciate di netto, da qualcuno che aveva una fretta maledetta di lasciare quei luoghi.
L’illuminazione si riduceva a poche lampadine con virola a vite, che pendevano da portalampade di fortuna, appesi a un semplice filo elettrico, che oscillavano a ogni soffio di vento.
Il locale sembrava abbandonato. Nella stanza che doveva avere funzioni di cucina e sala da pranzo vi erano avanzi di cibo sparsi sopra un tavolo di legno nudo. Foglie appassite di verdura parevano cadute per terra e macchie di una sostanza oleosa imbrattavano il pavimento.
La scientifica aveva già iniziato il suo lavoro, ma i poliziotti amici di Rémi si erano raccomandati che né lui né il suo amico investigatore (così mi aveva presentato) toccassero, né portassero via niente.
Apparentemente però nulla di spaventoso si rivelava ispezionando il piano terra dell’edificio; ma Rémi mi aveva fatto balenare un orrore inusuale, sul quale stavamo forse camminando senza rendercene conto.
Chiesi all’agente che ci accompagnava se ci fossero altri locali.
“Monsieur Lesage”, mi rispose, “certo che ci sono; ma non so se posso autorizzarvi a visitarli”.
Il mio amico lo prese da parte e si mise a confabulare con lui. Alla fine del conciliabolo il poliziotto si era convinto ad accompagnarci negli spazi che finora erano rimasti celati alla nostra vista.
Ho sempre avuto ammirazione per le persone provviste della capacità di cui Rémi dava prova, quella di convincere gli altri di qualsiasi cosa. E’ un’abilità che rientra tra quelle proprie del giornalista, mago della parola e dell’argomentazione, quasi quanto il politico o l’avvocato. Questa capacità consentiva al mio amico di essere sempre presente, in prima linea, sul palcoscenico in cui gli avvenimenti si rappresentavano e di scrivere resoconti di prima mano su molti fatti di cronaca.
Dopo la breve discussione, l’agente ci condusse in uno spazio buio e angusto, in cui si apriva una botola, malamente rivestita da una sorta di vecchio linoleum grigio-verde.
“Sono qui sotto”, disse.
Non era stato facile scoprire i sotterranei di quella stravagante costruzione. La botola era nascosta in origine da mucchi di polvere e detriti; ma erano stati i cani, che venivano utilizzati nella ricerca di persone scomparse, a puntare il terreno, raspando con le zampe e indicando che lì, sotto quella copertura di buio e immondizie, doveva trovarsi qualcosa, e infatti un livello inferiore esisteva, con i suoi orrori. Poi, naturalmente, la botola era stata richiusa e ora noi stavamo per reintrodurci in quel mondo segreto.
Il mio amico aveva portato con sé delle mascherine e mi aveva pregato di usarne una.
Quando la botola si aprì, sembrò spalancarsi l’apertura dell’inferno. Un tanfo insopportabile di sporcizia e putredine ci assalì, diffondendosi nei livelli superiori.
Scendemmo lentamente le scalette scolpite nel tufo e finalmente alla luce delle torce elettriche apparve un corridoio, dalla volta macchiata di nerofumo, sul quale si affacciavano varie inferriate. Doveva trattarsi di una sorta di prigione segreta, costruita forse nell’Ottocento, o ancor prima, per rinchiudere persone condannate da un’autorità occulta e per sempre allontanate dal mondo dei vivi.
Avevo fatto pochi passi, nello stretto corridoio, ed esploravo le celle annerite da un incendio che pareva recente, per il forte odore di bruciato che ne proveniva, quando un’immagine apparve improvvisamente a sconvolgere la mia vista e i miei sentimenti. Qualcosa mi guardava fisso, appoggiandosi alle sbarre, e quel qualcosa aveva il sogghigno satanico dei morti. Lanciai un grido e la torcia mi cadde di mano, rotolando ai miei piedi con un rumore metallico.

2

Quella vista mi aveva colto di sorpresa; ma non tardai a recuperare il controllo. Quando riesaminai, insieme a Rémi, quella figura, mi resi conto che si trattava di un cadavere, il cui volto, o meglio quello che ne rimaneva, era appoggiato alle sbarre, mentre le braccia erano incatenate, in alto, ai pali di ferro: le mani, come parzialmente il viso, erano scarnificati e mostravano le ossa dello scheletro. Se il corpo si trovava in quelle condizioni era perché gli era stato dato fuoco, probabilmente dopo averlo cosparso di qualche sostanza infiammabile. Alle ossa apparivano ancora attaccati brandelli di carne nerastra, ormai in stato avanzato di putrefazione, che producevano l’odore di morte che si era sprigionato all’apertura della botola.
Immaginai che, per un atto di aberrante perversità, l’uomo fosse stato legato alle sbarre e bruciato mentre era ancora vivo. Sembrava attestarlo la posizione scomposta degli arti, che testimoniava gli estremi contorcimenti di una dolorosa agonia.
Nelle celle che si affacciavano sul corridoio non sembravano esserci altri corpi; ma Rémi mi sussurrò che sapeva che altre due vittime erano state reperite e trasportate presso il Service de médecine légale de Toulouse.
Ma qualcosa era ancora rimasto da rilevare, perché la polizia si era limitata a spostare due cadaveri e a prelevare alcuni campioni, riservandosi di condurre un’indagine scientifica più approfondita sui reperti più problematici, che erano stati lasciati in loco, per non alterare le condizioni di studio. La nostra presenza in quel luogo, in una fase intermedia degli accertamenti, era un piccolo miracolo di Rémi.
Lo stesso corridoio, che avevamo iniziato ad esplorare, terminava in maniera inaspettata con una struttura in ferro e mattoni con una bocca nera spalancata che la faceva assomigliare a un’animale in attesa della sua preda.
“Ecco, questo è il forno”, fece l’agente, come se parlasse di qualcosa di naturale e di risaputo.
Infatti si trattava di un forno crematorio, di costruzione non recente, che s’intuiva dovesse essere stato usato per eliminare i resti dei poveretti che venivano condotti in quel luogo abominevole. Mentre la torcia esplorava l’oscurità della bocca, qualcosa appariva biancheggiare tra il grigio della cenere e fu sufficiente avvicinarsi per scorgere dei resti bianchicci che avevano tutto l’aspetto di ossa umane. Evidentemente nessuno di quei reperti era stato ancora asportato e sottoposto ad analisi e quindi avevamo la possibilità di osservare la scena così come era stata lasciata dall’abitatore di quel lugubre complesso.

Dopo aver visitato i sotterranei, tornammo a esaminare l’area che si trovava in superficie e trovammo una scala a chiocciola che conduceva all’interno di una torretta. Lì si trovava la sola stanza della casa che apparisse in ordine, e si trattava di un ordine perfetto, meticoloso. I mobili in legno di mogano apparivano puliti e lucidi, il letto rifatto con le lenzuola immacolate e la sovraccoperta di broccato; il tappetino ai piedi del letto, ricamato molti decenni, o forse un secolo, prima da qualche operosa lavoratrice del villaggio con l’immagine di un cane accucciato. Alle pareti, piccoli arazzi in velluto, ricamati con la medesima tecnica, rappresentavano scene di caccia.
Doveva essere la stanza in cui il proprietario di quella strana casa e dei terreni che la circondavano si ritirava, dopo aver compiuto i suoi crimini. Quello spazio lindo e idilliaco sembrava essere stato abbandonato da pochi giorni. C’era una stilografica sul comodino, messa lì come un indizio; lì accanto una bottiglietta per fare l’atsukan col sake: che anche questo potesse rappresentare un segnale?
Anche se non appariva nessun materiale scrittorio, la presenza della stilografica era un segno certo che qualcosa dovesse esserci, anche se non immediatamente visibile. Provai a pensare a un nascondiglio, non così banale da essere ritrovato da qualsiasi agente della Gendarmerie, ma sicuramente a portata di mano. Decisi che poteva trovarsi solo nei pressi della penna, lasciata in evidenza, poi notai che la punta della penna era indirizzata verso il letto.
Sollevammo il materasso ed esaminammo le doghe, che sembravano lisce e senza misteri, almeno nella facciata superiore; ma nessuno poteva assicurare che non ci fosse un nascondiglio sotto le regolari strisce di legno. Rémi e l’agente mi aiutarono a rovesciare la struttura del letto e finalmente, attaccato a uno degli elementi lignei del telaio, apparve un contenitore, una semplice scatola di cartone, e da questo saltò fuori un quaderno.

Si trattava di un comune quaderno, dalla copertina scura, priva di segni.
Nella prima pagina si leggeva, in grandi e regolari caratteri, la scritta: Quaderno d’arte di Jean de La Hire, poi iniziava una specie di agenda, che si trasformava gradatamente in diario,
Leggemmo in fretta le prime pagine, in cui erano segnalate idee, incontri, persino qualche verso, di gusto surrealista e dall’incerto significato. Vi erano anche notizie e citazioni di documenti sulla casata de La Hire, stemmi e croci occitane. Poi, a un certo punto, dopo qualche frase sconnessa, in cui si accennava all’impossibilità di dormire o forse alla volontà di evitare il sonno, appariva improvvisamente il nome di Mauvin.
All’inizio era ricordato come un incubo, una presenza che si manifestava in sogno ed esprimeva deliranti fantasie di potenza: de La Hire ne aveva un terrore folle e cercava di non dormire, consumando enormi quantità di caffè e di altri eccitanti, che non facevano altro che acuire la sua sensibilità e a peggiorare quello che pareva manifestarsi come uno stato di allucinazione.
La lotta era durata per vari mesi; ma alla fine la volontà del signor de La Hire ebbe un crollo, segnalato da poche frasi brevi e disperate.
Dopo una lunga pausa, il diario riprendeva, in forma più lucida e apparentemente composta, ma assolutamente esaltata nei contenuti. Mauvin era citato come Maestro e il povero de La Hire sembrava essere in suo completo potere.
Mi venne spontaneo leggere a voce alta alcune di quelle frasi, mentre Rémi mi guardava stupito e il poliziotto s’interrogava sulle mie condizioni di salute mentale, forse messe a dura prova da quello che avevamo avuto occasione di esaminare pochi minuti prima.
Così si esprimeva de La Hire:

“… Finalmente avrò occasione di realizzare il mio capolavoro. L’ispirazione me l’ha data lui, Mauvin, la mia guida, che mi aiuta a superare la condizione umana. Forse io sarò un giorno come lui, non sarò più umano, non dovrò sottostare alle infauste leggi dello spazio e del tempo, ma per questo il percorso è lungo e difficile… bisogna spegnere ogni condizionamento, ogni debolezza, vincere i sentimenti di orrore o di pietà, considerare la razza umana come una stirpe inferiore e degenere, da utilizzare solo per raggiungere il potere, il supremo potere attraverso la perfezione”.

3

Più avanti, si poteva leggere il resoconto dei crimini compiuti da quel pazzo dietro superiore ispirazione. Bastava entrare in contatto, o peggio in contrasto, con lui per rischiare di essere sottoposti alle sue letali attenzioni. Probabilmente, come tanti, aveva occultato i suoi istinti violenti sotto una vernice di cortesia e rispettabilità; erano rimasti sommersi, inavvertibili all’io dominante, fino a quando qualcosa nella sua testa era esploso, con una violenza inimmaginabile, motivata da un cumulo di insoddisfazioni e recriminazioni malamente represse.
Discendente da una nobile progenie, de La Hire mal sopportava di vedersi schiacciato da una società egualitaria, in cui i requisiti per raggiungere il successo e godere della considerazione sociale erano molto diversi da quelli propri di un aristocratico ricco di spiritualità e cultura, che aveva però poca familiarità con gli affari o con i compromessi della vita comune. Le piccole ingiustizie quotidiane, i piccoli fastidi di un’esistenza borghese, gli obblighi e le incombenze minute degli abitanti delle città avevano scavato in lui un letto scosceso in cui era naturale che prima o poi un torrente si scatenasse, precipitando a valle spumeggiante e furioso.
Dal diario appariva che il suo autore cercava di giustificare, tramite la presenza interiore di Mauvin, la soddisfazione di un suo segreto istinto di vendetta. Era una sorta di affrancamento dai condizionamenti della civiltà e della legge, una liberazione della carica di violenza che rimane compressa e controllata nel nostro cervello; solo che, nel caso di questo seguace di Mauvin, la violenza conduceva ad atti da compiere secondo modalità rituali, come se venisse incanalata entro processi sacrificali, ispirati dal desiderio di raggiungere la perfezione liturgica, allo scopo di compiacere una divinità infinitamente malvagia.
Il signor de La Hire insisteva particolarmente sugli aspetti cerimoniali del suo operare, certo di compiere in questo modo la volontà del suo maestro interiore, che riponeva nella sofferenza da far subire alle vittime l’elemento che caratterizzava un assassinio di superiore livello, fino a raggiungere l’opera perfetta, adatta ad accrescere il potere dello spirito sulle cose. Naturalmente occorreva anche reperire un soggetto idoneo, da sacrificare al piacere e alla potenza di Mauvin, un personaggio che meritasse il suo intervento.
La scelta della vittima era così annotata nel diario:

“Per fortuna, dopo alcuni tentativi non perfettamente riusciti, credo di aver trovato il soggetto adatto per costruire il mio capolavoro. Non conosco il suo nome, ma ho ben chiaro il suo ruolo di mentore intransigente, di fustigatore delle umane debolezze, di garante della coscienza civica. Personaggi di tal fatta te li trovi sempre tra i piedi, a controllare tutto quello che avviene; incredibilmente, sono sempre presenti quando ti dimentichi di raccogliere gli escrementi del tuo cane o quando fumi dove c’è il divieto di fumo, quando butti per sbaglio un pezzetto di carta per terra e non vorresti chinarti a raccoglierlo perché hai mal di schiena, se hai bevuto qualcosa di alcolico e devi guidare solo per duecento metri… Così quest’uomo che ama le regole in modo così disumano, questo guardiano eccelso delle virtù civiche è senza dubbio la vittima ideale da offrire in sacrificio…”

“Sembra veramente che il mio cittadino perfetto mi segua e mi controlli. Ad esempio, oggi ho avuto un piccolo inconveniente con l’auto. Non sono mai stato un guidatore perfetto e mi capita qualche volta di lasciare un ricordo della mia presenza sulle altre auto posteggiate. Questa volta avevo strisciato appena una Renault parcheggiata dietro la mia automobile: era solo un piccolo segnetto, quasi impercettibile. Pensavo di andar via evitando problemi e denunce all’assicurazione, considerando che il danno era minimo, praticamente irrilevante; ma naturalmente il mio custode arrivò, come se fosse spuntato dal nulla, e mi ricordò con fermezza che avrei dovuto lasciare il mio numero di telefono al proprietario del veicolo danneggiato. Sono stato costretto a obbedire, ma reprimendo il forte desiderio di strangolare sul posto il serio e imperturbabile giustiziere. Insomma, uno così le disgrazie se le va a cercare!”

“Ho notato che il mio moralista rientra sempre dalla stessa strada, che verso le ventuno della sera è sempre deserta: credo che domani darò una svolta al suo destino”.
“Orsù, il dado è tratto: l’opera è iniziata. Ho catturato il perfetto cittadino e l’ho infilato in auto, addormentato come un bambino; poi l’ho condotto al castello…”
“La mia macchina… la macchina è perfetta… è come l’ha ideata Mauvin. Un meccanismo perfetto garantisce la progressione inarrestabile delle punte, che penetrano la pelle e successivamente la carne, con estrema lentezza. L’involucro trasparente lascia vedere le smorfie del muto dolore che cagiona quella lenta agonia. Il sangue inizia a scendere a rivoli sottili, arrossando l’interno di quella forma cava che è costruita a immagine di una vergine di Norimberga…”

Il resoconto presentava qui una breve interruzione, uno spazio segnato da qualche macchia rugginosa, che pensai potesse essere sangue rappreso, poi riprendeva con una scrittura che evidenziava una sorta di asprezza, un disagio, una disarmonia che dipendeva certamente da un profondo disappunto.

“Stavo lì a godere di quell’uccisione che doveva essere il mio capolavoro. La perfezione di una morte lentissima che provocava una smisurata sofferenza, spesso imitata dalla natura, nelle sue innumerevoli e atroci malattie, quando la pietà dei medici non ha luogo e il paziente viene abbandonato al suo destino.
Ma ecco che quel maledetto essere ha una reazione improvvisa. Il terrore gli cagiona un tremito che diventa sempre più incontrollabile e improvvisamente quel tremito scuote a tal punto il corpo che le punte penetrano in profondità prima del previsto, perforando organi vitali e accelerando a dismisura il flusso del sangue. Ormai sarebbe inutile liberarlo dal suo involucro di plastica, dall’abbraccio mortale della vergine. Ormai la vittima ha perso conoscenza e cavalca a grandi balzi verso una morte inutile.
In pochi minuti, anzi secondi, quell’omuncolo si sottrae al suo lento supplizio e ottiene una morte relativamente veloce. Infatti il suo tremito cessa e dapprima il sangue sgorga a fiotti, inarrestabile, poi si blocca, perché il cuore, ripetutamente trafitto, ha interrotto il suo battito.
Così l’opera è banalizzata, il sacrificio incompleto. Quale sarà la delusione di Mauvin?”

“Ho sognato un cervo questa notte: l’ho catturato, ma si dibatteva. Allora l’ho legato strettamente e colpito nelle zone vitali del corpo e ho visto con stupore che dalle ferite non è sgorgato sangue, ma fiotti di luce.
Allora ho capito che il luogo in cui mi trovavo non era propizio all’azione che intendevo compiere e che dovevo partire, andare lontano, presso altre genti, di un’altra cultura, per tentare di rifare il mio capolavoro in un altro continente, nel luogo che Mauvin ha scelto per me, il purificatore, il predestinato”.

Qui lo scritto s’interrompeva, senza fornire altre informazioni e senza proporre altri indizi.
Cercai velocemente di ripensare alle parole del diario e di collegarle al segnale lasciato da de La Hire: il contenitore di sake depositato sul comodino.
Non riuscivo a trovare un nesso, ma poi ricordai di aver letto di una città che aveva come simbolo un cervo. Quella città era Nara e proprio Nara era stata il principale centro giapponese di produzione del sake.
Era certamente lì che de La Hire si era diretto ed era lì che voleva guidare i suoi possibili inseguitori, per una sorta di sfida o per un inconscio desiderio di essere bloccato nella sua azione delittuosa.
“Presto… dobbiamo fare presto”, dissi al mio amico, “forse so dov’è andato”.
Due giorni dopo, io e Rémi partivamo per il Giappone.

4

Ero riuscito a entrare nella mente di de La Hire proprio perché il suo giudizio era dominato da un essere che io stesso avevo creato.
Capivo che Mauvin aveva ritenuto il Giappone come il luogo più indicato per portare a compimento il suo piano, perché riteneva che in quel paese fosse ancora vitale la cultura della ritualità. Era attratto dalla tecnica cerimoniale del bondage, che era utilizzata per rendere la vittima totalmente impotente e a completa disposizione del carnefice, dal suicidio rituale del Harakiri e del Seppuku, dalla persistenza di liturgie antichissime nello Shinto e dai nuovi riti del Soka Gakkaj, dalla sessualità ricondotta a manifestazione rituale, sin dal momento dell’iniziazione, dalla rivendicazione delle stesse perversioni all’area religiosa dell’azione umana.
Speravo che l’invasato de La Hire avesse bisogno di un certo tempo per realizzare i suoi delitti, soprattutto perché non si trattava di comuni uccisioni, ma per l’appunto di realizzazioni che dovevano conservare le forme di un’antica ritualità. In quanto rappresentazione, l’uccisione o sacrificio andava provata più volte, per eliminare ogni impurità dall’azione, ogni incertezza nell’elaborazione. D’altra parte, se pure ispirato da una mente superiore, il nostro uomo doveva risolvere una serie di problemi pratici per poter disporre in tempi brevissimi di uno spazio che gli consentisse di esercitare le sue attività delittuose. Lo spazio era per lui fondamentale e questo significava che gli era necessario contattare un intermediario per prendere in locazione, se non acquistare, un immobile, certamente non a buon prezzo, conoscendo il mercato immobiliare giapponese.
Arrivati a Kyoto in aereo, prendemmo subito il treno per Nara, dove avevamo fissato l’albergo.

A Nara ci accolsero le manifestazioni di un Giappone da cartolina, con i prati perfettamente curati, gli arboscelli dalle foglie di un verde così intenso da parere finto, le pietre posizionate nel luogo giusto. Nulla pareva casuale; i colori erano vivaci e insieme morbidi, sempre appropriatamente intonati e senza nessuna volgarità. Contrastavano stranamente con queste forme tradizionali e ben conservate gli elementi moderni e a volte squallidi del paesaggio; una banalità e un’assenza di armonia che esprimevano il compromesso tra quel mondo una volta orientato al passato e le forze che imponevano a tutte le civiltà umane uguali e impersonali modelli estetici e costruttivi. Comunque quello che si era conservato con le caratteristiche originali, soprattutto i templi grandiosi immersi nel verde, era in grado di affascinare anche il turista più esigente e meno sensibile alle sollecitazioni dello spirito. Visitammo subito il parco, che cervi e daini percorrevano liberamente. Erano la presenza più gradevole in quel luogo magico e ambiguo, si avventuravano fino alle porte dei templi e si lasciavano avvicinare e fotografare dai turisti.
Sapevamo di non avere molto tempo a disposizione. Dovevamo impadronirci della conoscenza del territorio, per trovare e contrastare de La Hire. Inoltre ci era indispensabile un’arma per difenderci da un soggetto che era da ritenersi estremamente pericoloso. Fu per questo che Rémi insistette perché andassimo a trovare un suo conoscente, che avrebbe potuto aiutarci nella nostra avventura.

Il contatto di Rémi era giapponese e si chiamava Hoshiro Tsuaki. Era un tranquillo pensionato, che si dedicava al giardinaggio e agli studi filosofici; ma fino a pochi anni prima aveva rivestito importanti cariche pubbliche e soprattutto era stato a capo della polizia di Nara. Naturalmente non si interessava più direttamente di casi criminali, ma conservava una specie di controllo occulto delle mosse dell’apparato poliziesco e teneva sotto osservazione le attività delle sette, verso le quali aveva sempre assunto un atteggiamento di profondo rispetto, ricevendone in cambio appoggio e collaborazione.
Pensai che conoscere un membro della polizia era una fortuna insperata. Sapevo che gli stranieri in Giappone erano considerati con sospetto e controllati in ogni loro mossa dalla polizia, per cui non mi pareva vero potermi muovere con l’approvazione di qualcuno che aveva ancora peso nell’amministrazione del potere.

Tsuaki ci accolse in una casa che esprimeva in modo abbastanza evidente le sue convinzioni e i suoi ideali. Contrariamente a tanti suoi compatrioti, usava con moderazione l’inglese e, appena gli era possibile, tentava di comunicare in tedesco o in francese.
Osteggiava l’occidentalizzazione e in particolare l’americanizzazione della vita giapponese. Inoltre lamentava il progressivo impoverimento della cultura autoctona e la perdita di abitudini e tradizioni. “Continuando in questa direzione tutte le nostre arti finiranno”, ci disse. Lui amava in particolare l’arte della scrittura, di cui conservava antichi e pregevoli testimonianze e le pareti della sua elegante ma sobria dimora erano arricchiti da stampe e fogli scritti col pennello.

L’amico di Rémi ascoltò con attenzione, con apparente impassibilità, la narrazione dei misfatti di de La Hire e le stravaganti ipotesi da me formulate sull’origine della sua ossessione e sulla sfuggente figura di Mauvin. “Sarebbe una specie di Shinigami”, osservò, nel tentativo di tradurre nella sua dimensione culturale un’entità che in occidente poteva essere riferita solo a un’entità satanica.
Parlava spesso in modo allusivo, ma riusciva a farsi intendere molto bene. Ci fece capire che non amava occuparsi di problemi creati dagli occidentali e che, poiché anche de La Hire era francese come noi, avremmo avuto mano libera nel dargli la caccia.
Stavamo per congedarci ed ero sul punto di chiedere se fosse possibile procurarci un’arma, quando il padrone di casa ci lasciò per qualche minuto.
Ritornò con una piccola scatola scura che aprì sotto i nostri occhi e che conteneva una pistola. “Potreste averne bisogno”, disse. Presi la scatola e lo ringraziai.

Ci ritirammo in albergo e iniziammo a fare piani per l’indomani; ma non avemmo l’opportunità di metterli in pratica.
Un biglietto portato da una delle dipendenti dell’hotel e scritto in un francese imperfetto ci informava che l’uomo che cercavamo si trovava effettivamente a Nara, dove aveva affittato una casa isolata. L’indirizzo era indicato in maniera chiara, con le indicazioni necessarie per raggiungerlo. Il testo terminava con un’incitazione a far presto.
“Hoshiro non si fida del telefono”, fece Rémi.
Ora sapevamo che de La Hire era pronto all’azione e forse già sul punto di commettere un nuovo delitto. Non potevamo lasciar trascorrere la notte, perché forse una nuova vittima non avrebbe più visto la luce del sole.
Eravamo stanchi, ma non avevamo il tempo per riposarci. Ci mettemmo subito in cammino, lungo le strade del parco. Eravamo agli inizi di febbraio e proprio quella sera era festa ed erano state accese le lanterne di pietra che sono disposte a centinaia ai margini dei viali.
Lo spettacolo era straordinario ed esaltante, mentre avanzavamo verso un’avventura che poteva rivelarsi estremamente pericolosa. Certamente il nostro connazionale ci attendeva per affrontarci, dopo aver lasciato dietro di sé indizi sufficienti per essere trovato.

La casa che de La Hire si era scelto per realizzare i suoi deliranti propositi si trovava in posizione isolata ed era circondata da una ricca vegetazione, come la costruzione che avevamo potuto esaminare in patria. Questa volta non si trattava però di una specie di rudere, ma di un’abitazione giapponese molto ben tenuta.
Non avemmo difficoltà e entrare e ci trovammo all’inizio in un ampio salone, poi in un lungo corridoio dove cominciammo a vedere un’area illuminata; si trattava di una superficie trasparente, sulla quale potevamo scorgere delle ombre. Ci avvicinammo e notammo che attraverso quella parete di carta apparivano due immagini scure: una maschile, in piedi, mentre l’altra pareva, più che una persona, una sagoma simile a un sacco, che oscillava lentamente, appesa a una sottile linea d’ombra.

Corremmo al passaggio che conduceva alla stanza illuminata e qui le ombre si trasformarono in un’immagine chiara, investita da una forte luce rossastra che sembrava creare un quadro di un allucinato ed esasperato realismo. Un uomo, completamente nudo, teneva in una mano un coltello e nell’altra un frustino. Lo si vedeva di schiena, rivolto verso un corpo strettamente legato e appeso a una trave di legno. Il corpo era quello di una ragazza dall’aspetto orientale, anche lei priva di abiti e immobilizzata da un reticolo di corde, nel più perfetto stile del bondage giapponese. Un gag-ball, legato dietro la testa da una cinghia, le impediva di gridare
Strinsi la pistola, che tenevo in tasca e che temevo di essere obbligato a usare.
Stavo per precipitarmi sull’uomo, che intuivo essere de La Hire, ma inspiegabilmente una forza segreta mi fermò. Qualcosa di oscuramente dolce mi penetrava la carne, come una lava inarrestabile che lasciava nella saliva il gusto venefico del piombo, un desiderio e un incubo che m’imponevano di osservare, e gustare, quella scena terribile, i cui colori e le cui luci emanavano un fascino sinuoso e insidioso al quale era impossibile sottrarsi. Qualcosa in me fremeva e mi ordinava di attendere, desiderando ammirare il procedere dell’azione e la perturbante bellezza del corpo femminile che, pur costretto dalle corde, si torceva, sottoposto a un inarrestabile lento supplizio, sferzato ritmicamente dai colpi del frustino e tormentato dalla punta del pugnale, che si limitava a pungere la superficie, ottenendo sottilissimi rivoli di sangue.
La mia ragione si era offuscata e la mia capacità di agire aveva subito una pausa che rischiava di agevolare l’orrore che avevamo di fronte a noi.
In quel momento Rémi mi scosse, mi guardava con un viso pallido e sudato e con uno sguardo di angosciato rimprovero.
Fu allora che l’uomo percepì la nostra presenza e si voltò di scatto.

“Spara, spara, per Dio!”, gridò Rémi. Quel grido mi scosse, mentre il carnefice con una sorta di strano sorriso si gettava contro di me, tenendo innanzi il suo coltello, e come obbedendo a un ordine, seguendo l’incitazione del mio amico sparai, due colpi, su quell’orribile essere, prima che mi squartasse. Il secondo colpo lo prese in piena fronte e solo allora l’uomo cadde, mentre io facevo un balzo indietro, d’istinto, perché era ormai vicinissimo e stava per ferire il mio corpo col pugnale.
La ragazza era terrorizzata, cercava di parlare, ma non si capiva una parola di quello che diceva perché si esprimeva, istintivamente, in giapponese. Io invece ero felice: era come se l’avessi salvata da Me stesso. Una turbinosa allegria mi prese, anche se una vita umana si era spenta poco prima. Non pensavo nemmeno alle conseguenze legali della mia azione e mi tranquillizzava la consapevolezza che avrei potuto invocare la legittima difesa, sostenuto dalle dichiarazioni di due testimoni. Nulla avrebbe potuto cancellare la mia euforia in quel momento, perché per la prima volta avevo fermato Mauvin.
Poi accadde qualcosa che non avevo previsto. Come se provenissero dal nulla, si materializzarono nella stanza due uomini e una giovane donna, piuttosto carina.
Temevamo il peggio, ma per nostra fortuna non si trattava di poliziotti giapponesi in regolare servizio.
Lasciate fare a noi, disse la donna in inglese. Hoshiro Tsuaki vi manda i suoi saluti e vi prega di rientrare in albergo e di godervi la festa.
Naturalmente seguimmo il consiglio e ci affrettammo a tornare in città.
Era già abbastanza tardi, ma in albergo c’era ancora animazione.
Un signore giapponese di mezza età ci chiese premurosamente notizie sulla nostra provenienza, sui programmi che avevamo per l’indomani e sulle nostre preferenze alimentari. Parlava un discreto inglese e ne approfittammo per apparire quello che non eravamo, o meglio quello che non eravamo stati fino a quel momento, cioè dei comuni turisti, appassionati di cultura nipponica. Quando riuscimmo a liberarci e a raggiungere la nostra camera, trovammo ad attenderci una sorpresa: sul letto ancora intatto qualcuno aveva steso un grande foglio di carta gialliccia, di grammatura piuttosto elevata. Lo sollevammo e potemmo leggere quello che vi era scritto, non con una penna o un pennello, ma probabilmente servendosi di un acido che aveva danneggiato e forato la carta. L’insieme dei fori costituiva un messaggio molto chiaro, almeno per noi che ne indovinavamo l’autore. Il testo era in francese ed era molto breve: “à la prochaine”.
Sì, questa è una lunga partita; alla prossima volta, Mauvin!

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