Le Grand-Guignol

Le Grand-Guignol

Le Grand-Guignol

Per seguire le tracce di Mauvin mi resi conto che la lettura dei giornali, soprattutto di quelli di cronaca nera, era un aiuto indispensabile.
Dovunque vi fosse un crimine orrendo, dovunque si verificassero indicibili orrori e spaventose e inspiegabili sciagure era molto probabile trovare l’impronta di quell’essere crudele e abominevole.
Cominciai quindi a leggere con più attenzione i giornali, soprattutto quelli di provincia, più disposti a enfatizzare fatti di cronaca locale che difficilmente trovavano credito nelle redazioni parigine.
Vi era a Parigi, nel 9e arrondissement, il teatro del Grand-Guignol, che seguiva ancora la tradizione iniziata nel 1897 con Oscar Métenier, rappresentando storie orripilanti di cronaca, con scenografie e trucchi scenici che cercavano di esplicitare visivamente l’orrore e la barbarie delle uccisioni e delle esecuzioni. La messa in scena di delitti efferati e sanguinolenti aveva spesso esiti da boucherie, in quanto gli attori si aggiravano sul palco o più spesso cadevano coperti di sangue come macellai, solo che erano, nella finzione, macellai di carne umana.
Questo tipo di spettacoli, che aveva goduto di una notevole fortuna nei primi decenni del Novecento    soprattutto da parte del popolaccio, aveva però ancora i suoi estimatori che erano ora intellettuali raffinati, che amavano vedere rappresentati sulle scene l’estrema depravazione e gli eccessi di bestialità che da sempre covavano nel genere umano.
La visione dell’orrore esplicitava in maniera brutalmente ostensiva le pulsioni violente dell’animo umano, ottenendo quell’effetto catartico che già la tragedia aveva cercato di ottenere in modo più raffinato ed elegante e che si manifestava persino nelle storie sacre, dai Vangeli all’agiografia. In particolare, le vite dei martiri potrebbero essere spunto per i peggiori racconti inventati per la gioia di sadici e amanti delle forme estreme della pornografia.
Fu attraverso un giornale di provincia che venni a conoscenza dello strano e orribile episodio verificatosi n occasione di una rappresentazione che si ispirava ai testi del Grand-Guignol.
Oggi trovereste difficile recuperare la notizia e anche individuare la località esatta in cui i fatti avvennero, perché di fatti si tratta, e non, come si disse, di un’allucinazione collettiva, indotta da un prestigiatore di fama, quel Monsieur Legrand che prese parte all’imprevedibile spettacolo e che altri non poteva essere se non l’esecrabile Mauvin.
Ebbi la fortuna di trovare uno degli spettatori di quello spaventoso spettacolo e di segnare sul mio taccuino la sua testimonianza.
Lo trovai in un caffè dove servivano un ottimo sidro brut, che è la cosa migliore che si possa bere da quelle parti, nelle giornate divorate dal sole. Cercavo di intavolare conversazione e mi trovai a citare quella strana storia, mostrando una comprensibile curiosità. Dissi che ero uno scrittore, in cerca di notizie su fatti strani e drammatici e che avevo trovato informazioni sulla vicenda nel quotidiano della città. Nessuno raccolse l’invito a ricordare qualcosa che la memoria collettiva si rifiutava di riconoscere come reale, tranne quell’uomo dell’apparente età di cinquant’anni, che il biancore dei suoi capelli però invecchiava più di quanto dichiarasse l’aspetto del suo volto.
Mi accolse poi nella sua casa, quel brav’uomo, per mostrarmi le prove di quegli avvenimenti spaventosi, che avevano segnato la sua vita per sempre.
Abitava in una stradina del centro storico, in un’abitazione ancora non completamente riadattata, ma che manteneva le modeste strutture originarie, indicative di una lontana subalternità degli abitanti all’opulenza delle case nobiliari che sorgevano lì attorno. Le scale dai gradini alti rendevano faticosa la salita, ma il semplice e comodo arredo garantiva un piacevole riposo a chi aveva sostenuto le fatiche della scalata.
Il signore dai capelli bianchi, che si presentò col nome di Philippe Boissy, mi fece accomodare nel suo salottino e mi offrì il suo sidro, anche questo di buona qualità, disquisendo sulle caratteristiche e sui pregi della bevanda. Quando si stabilì quell’atmosfera di sana cordialità, che è preliminare alla fiducia e alle confidenze, lo pregai di raccontarmi, dal suo punto di vista, quello che sembrava essere avvenuto durante la recita e che era stato riportato dal quotidiano locale con toni da favola.
M. Boissy si fece pallido in volto e iniziò il suo racconto, che riporto in prima persona, basandomi sugli appunti che ne trassi, rimaneggiandoli appena per assicurare la correttezza grammaticale e la necessaria coerenza narrativa.

“Avevo sempre sentito parlare del Grand-Guignol e devo dire che mi incuriosiva assistere ad uno spettacolo di quel genere, che garantiva forti e immediate emozioni attraverso la rappresentazione di orrendi delitti e spaventose punizioni.
Pensavo però di dovervi assistere da spettatore e non da protagonista.
Presi un biglietto la settimana precedente lo spettacolo e mi trovai puntuale all’ingresso del teatro il giorno della recita. Il palcoscenico era addobbato piuttosto rozzamente, con semplici oggetti d’uso, che venivano portati via al termine delle scene.
I personaggi sembravano tagliati con l’accetta e apparivano privi di sfumature. Orribili e perfidi mostri ingannavano, violentavano, tormentavano, strangolavano e squartavano le loro vittime, tanto deboli e delicate quanto gli assassini erano robusti e invincibili. Certamente la rappresentazione delle nefande imprese descritte dalla cronaca nera non lasciava nulla all’immaginazione. Violenza, ferite e sangue erano gli ingredienti efficaci e immancabili di quel tipo di rappresentazione e la regia usava a piene mani gli effetti più spaventosi che uno scenografo folle potesse inventare. Comunque tutto si svolse in maniera prevedibile, finché non intervenne, in qualità di personaggio, M. Legrand.
Il prestigiatore si presentò vestito da mago, con un largo mantello rosso e nero e un alto cilindro sul capo. Il viso rimaneva invisibile, perché l’uomo portava una maschera scura sul volto e i suoi sentimenti, se ne aveva, dovevano rimanere accuratamente nascosti.
L’uomo mascherato si rivolse al pubblico e così lo apostrofò.

Spettatori dell’inferno, miei cari fratelli nel demonio.
Avete assistito a diversi delitti e tutti attendete che la giustizia faccia il suo corso, punendo i malfattori. Ebbene, ora sarò io a punire gli assassini come meritano, perché io sarò il loro boia e voi assisterete alla loro morte. Ma se in voi c’è del male, se in voi si nasconde la perversità, il godimento che deriva dalla visione del male, la vostra malvagità vi terrà inchiodati sulla vostra poltrona, finché la morte non avrà steso il suo velo nero sulle vostre menti.

– Non è Legrand, – fece un uomo del pubblico, – io l’ho visto a Lione, e non è così alto.
Fu zittito, perché la rappresentazione stava entrando nella sua fase finale e più interessante.
Il mago fece entrare i condannati a morte, che portavano le braccia legate dietro la schiena, e le sue assistenti li infilarono, uno dopo l’altro, dentro quelle particolari casse che i prestigiatori usano per il gioco della persona tagliata a metà. Sembrava di assistere a un normale spettacolo di magia. Le casse, di legno lucido, avevano una sorta di intelaiatura  metallica; ma le strisce di metallo presentavano delle lunghe fessure, in cui il mago inseriva con decisione lastre d’acciaio, taglienti come lame, che avrebbero dovuto, per finta, affettare le persone nascoste all’interno del contenitore.
Quando il prestigiatore iniziò la  sua operazione si udì qualche gemito soffocato provenire dai parallelepipedi lignei, poi il silenzio prevalse e, nel silenzio, gli spettatori videro un fenomeno che dapprima non li spaventò, essendo prevedibile in una rappresentazione del Grand-Guignol. Lentamente, un piccolo zampillo rosso cominciò a venir fuori dalle casse, presto seguito da altri, e il liquido, che aveva tutto l’aspetto del sangue umano, si mise a formare un rivolo, che percorse il palcoscenico e iniziò a scendere, con una sorta di cascatella, giù in platea.
La quantità di liquido tendeva ad aumentare, man mano che l’uomo dalla maschera scura inseriva lame e spade nelle fessure di quelle specie di sarcofaghi in cui aveva fatto chiudere i condannati, fino a diventare una sorta di fiume rosso, che iniziò a invadere la sala, arrivando fino ai piedi degli spettatori. A questo punto, alcuni, presi dal panico, iniziarono a urlare e cercarono di alzarsi dalle poltrone; ma una forza invisibile li trattenne. Il sangue continuava a venir fuori a fiotti dalle casse e a colare giù dal palco. Gli spettatori terrorizzati vedevano e sentivano il liquido rosso e caldo che saliva lentamente, dai piedi alle gambe, dalle gambe al tronco e sembravano completamente paralizzati. Il mago, altissimo e possente, aveva allargato le braccia, che tenevano il mantello, e guardava il pubblico. Aveva smesso di intervenire sulle scatole e si era messo a recitare versi oscuri in una lingua sconosciuta. Le sue parole tuonavano nella sala in cui il pubblico, come in un incubo, tentava di urlare, ma non riusciva a emettere alcun suono. L’unico rumore era quello delle orribili giaculatorie dell’uomo in maschera e, quando quelle s’interrompevano, si udiva lo sciabordio del liquido che fluiva nella sala.
Anch’io mi sentivo impotente, in quella situazione orrenda e inconcepibile. Le mie braccia aderivano ai braccioli della poltrona come se fossero state incollate, la mia schiena non poteva spostarsi dallo schienale, le mie gambe, ormai inzuppate del caldo liquido il cui livello continuava a salire, erano incapaci di sollevarsi per cercare di raggiungere l’uscita. Allora mi venne in aiuto una tecnica di meditazione che avevo talvolta utilizzato, quando mi coglieva l’angoscia motivata o immotivata per qualche avvenimento. Chiusi gli occhi e cercai di cancellare ogni pensiero dalla mia mente e, forse, in questo modo, riuscii a sottrarmi al diabolico potere di quell’essere che dominava dal palco la nostra vita. D’improvviso compresi che il mio corpo era libero e che poteva muoversi. Il liquido era arrivato quasi alla mia bocca e sentivo, violento e invadente, lo sgradevole odore del sangue fresco. Mi sollevai con cautela e muovendomi, prima di lato, per raggiungere l’inizio della fila di poltrone, poi all’indietro nel corridoio d’uscita, mi ritrovai a contatto di una delle porte d’ingresso, ma constatai che era chiusa e che non c’era modo di aprirla. Il terrore mi riprese. Mi appoggiai al legno, in attesa che qualcosa accadesse e che magari qualcuno intervenisse dall’esterno. Non avevo nemmeno il coraggio di far rumore, dando colpi alla porta per farmi notare dalla cassiera. Ormai, il sangue aveva raggiunto il volto degli spettatori  e probabilmente qualcuno già stava annegando in quel mare di porpora, reso più tenebroso dalla penombra dominante in platea.
Ma fortunatamente qualcosa avvenne.
La cassiera, una donnina permanentata che, a spettacolo iniziato, di solito non aveva altro da fare che leggere i suoi settimanali preferiti di gossip, era persa nella sua lettura e si trovava in sacrale ammirazione delle ultime immagini di Johnny Halliday, per cui non dava molta importanza al ristretto mondo che la circondava. Aveva però un’altra abitudiine, diventata quasi un rito: divorare mentine e zuccherini colorati aromatizzati, di cui portava quantità industriali nella sua capace borsetta. Fu così che, sollevando lo sguardo dal giornaletto per frugare nella borsa le accadde di notare degli strani rivoli rossi che provenivano dall’interno del teatro. Si alzò stupita dalla sua sedia e si diresse verso la porta d’ingresso principale, che tentò di aprire. Trovandola inspiegabilmente chiusa, provò con le porte di sicurezza, che erano ugualmente e rigorosamente bloccate. Poiché non ricordava che fosse mai avvenuto un fatto del genere, si era spaventata e aveva chiamato i sapeurs pompiers, che per fortuna si trovavano a pochi isolati dal pubblico locale.
Quando i vigili arrivarono, trovarono la donna in preda a una comprensibile agitazione, che cercava di spiegare, senza riuscirci, quello che stava succedendo. Era così sconvolta da perdere interesse sia per Johnny Halliday che per le mentine.
Verificato che le porte sembravano tutte chiuse dall’interno, ai pompieri non rimase altro da fare che provare ad abbattere la porta principale con le loro accette. Ma, appena il primo colpo di scure fece breccia nel legno, avvenne un fatto singolare e inspiegabile. Tutte le porte infatti si spalancarono improvvisamente e una fiumana rossa si abbatté su tutto quello che stava nella hall del teatro, imboccò l’uscita e dilagò all’esterno.
Io stesso fui travolto dalla violenza del flusso ed essendosi aperta la porta alla quale ero fino a quel momento rimasto aggrappato, mi trovai trascinato fuori della sala, sbatacchiato sui muri e abbandonato infine nel piazzale antistante il teatro, dove le macchine sembravano girare impazzite, pattinando sul liquido scivoloso, che si stava ormai trasformando in una poltiglia maleodorante.
Mentre stavo lì sul selciato e cercavo di riprendermi, vidi un’automobile grigia che si fermava a pochi metri dall’ingresso del teatro. Ne uscirono quattro uomini vestiti di scuro che con fare deciso si affrettarono ad entrare nel locale. Una volta dentro, dovevano essersi resi conto della drammaticità della situazione e dovevano aver chiamato qualcuno in aiuto. Pochi istanti dopo, infatti una camionetta simile in tutto a quelle usate dai militari, ma priva di targa e di insegne, arrivò sul posto. Gli uomini vestiti di grigio portarono fuori dal teatro alcuni fardelli che mi parvero corpi ricoperti da teli di stoffa e li caricarono sulla camionetta, che partì a tutta velocità. Più tardi arrivarono le ambulanze, dove furono caricati gli spettatori, sia quelli che erano in grado di camminare, sia quelli che era necessario portare in braccio o in barella. Tutti vennero condotti all’ospedale per i necessari controlli.
Ai curiosi che avevano iniziato ad assembrarsi di fronte al teatro non fu offerta nessuna spiegazione, e dopo pochi minuti arrivarono le autopompe per ripulire la strada dal liquido rossastro che vi stazionava.
Stranamente, nessuno si occupò di me, sebbene avessi gli abiti imbrattati di sangue e mota, e così potei raggiungere faticosamente la mia abitazione, dove, prima di ogni altra cosa, mi immersi nella vasca da bagno per ripulirmi.
Nei giorni successivi, a parte un articolo in cronaca locale sul giornale cittadino, e una breve notizia alla radio, non vi furono altri resoconti di quella strana storia, come se qualcuno avesse ordinato di censurarla per motivi di sicurezza nazionale”.

M. Boissy aveva raccontato quello che sapeva, e che concordava con le notizie fornite dalla Gazette, prima che iniziasse la congiura del silenzio. Il giornale riferiva qualcos’altro, e cioè che i pompieri, entrati nella sala, in cui si erano spente tutte le luci, avevano trovato solamente gli spettatori in preda al terrore e che manifestavano profonde crisi respiratorie; mentre di M. Legrand e dello staff  che aveva gestito lo spettacolo non c’era traccia, salvo che per i corpi straziati trovati nelle casse. Poveri resti, di uomini e donne legati strettamente e imbavagliati, tagliati e infilzati in ogni parte del corpo dalle lame e dalle spade che erano state trovate sul palco, abbandonate proprio nei pressi dei macabri contenitori di legno che erano diventati la loro bara.
Avevo ottenuto le informazioni che desideravo e non mi restava che congedarmi da Boissy. Lo ringraziai per la sua cortese collaborazione e lo pregai di non far più cenno della storia, perché avevo motivo di ritenere che fosse pericoloso per lui.
–    Ma allora voi sapete qualcosa – fece, guardandomi fisso.
–    Non ne sono sicuro, ma credo che un’entità malvagia si aggiri qui, nel nostro mondo, commettendo delitti e impadronendosi delle nostre coscienze. Pensavo di aver inventato io questa mostruosa creatura e invece mi sembra di capire che è stata lei a rivelarsi, in tutta la sua cosmica malvagità, alla mia mente. A questo essere ho dato anche un nome, Mauvin, così come ho chiamato Delors, Martin Delors, il personaggio che gli dà la caccia e che cerca di proteggere il mondo dai crimini del mostro. Ora però sono io, Martin Lesage, lo scrittore, a inseguire questa creatura, che forse è veramente nata dal mio cervello, dalla sua parte più oscura e segreta, e a  cercare i mezzi per annullarne gli spaventosi poteri. 
L’uomo dai capelli bianchi mi guardava con una strana espressione: certamente pensava che vaneggiassi.
–    Non mi guardi così, M. Boissy, non sono pazzo. L’esperienza che sto vivendo, dopo aver concepito la figura di Mauvin, credo che metterebbe a dura prova qualunque mente, anche la più robusta. Non so veramente a cosa credere. Il fatto è che, da qualunque parte mi giri, vedo le impronte del male e la contemplazione del male nell’uomo può a sua volta generare altro male. Ho paura che, in questa o in un’altra dimensione, il potere dell’immaginazione umana crei forze e oggetti, fantasmi e persone, e che siamo proprio noi a materializzare le forze che dormono negli abissi.
Boissy continuava a guardarmi perplesso, poi mi fece cenno di aspettare. Si appartò per un paio di minuti e tornò con un piccolo oggetto in mano. La cosa sembrava una via di mezzo fra un sacchetto e un medaglione e lui me la offrì con un sorriso.
–    Se non avessi avuto anch’io l’esperienza del male, penserei certamente che lei si trovi a un passo dalla follia – mi disse – Non credo che sia lei a immaginare e produrre gli orrori del mondo, ma temo che invece stia rischiando la sua vita e la sua ragione nella lotta contro le potenze delle tenebre. Le voglio dare per questo un talismano che mi ha consegnato un mio parente, che esercita ancora l’antica arte dei sacerdoti celti.  Ci sono dentro tutto il sapere e tutta la  virtù dei druidi, la forza che gli antichi sapevano ricavare dal loro rapporto con la natura e con le creature dei boschi. Non m’intendo molto di magia e cerco di non abbandonare la strada della ragione nella vita di tutti i giorni; ma se quello che si dice di questi amuleti è vero, lei sarà protetto nella sua lotta contro i poteri malvagi, che io spero di non incontrare più.
Presi l’amuleto e l’appesi al collo, dopo aver ringraziato il cortese donatore; poi mi accomiatai da lui e  mi diressi verso la stazione ferroviaria. Volevo tornare a casa al più presto per riordinare i miei appunti e ricostruire la storia, di cui avevo conosciuto un nuovo episodio, quella storia che si stava impadronendo della mia vita e della mia volontà, senza lasciare spazio alla quotidianità e ai sentimenti, a quella sana noia che mi aveva tanto tormentato nei miei anni adolescenziali e che ora, incredibilmente, rimpiangevo.

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