L’inizio

Temo che la creazione letteraria sia intuizione di realtà più profonde, che riesca a spalancare gli abissi del male che giacciono dentro di noi. Spesso l’immaginazione del male diviene evocazione e, una volta emerso, il potere diabolico che emana dai personaggi malvagi si insinua nella nostra vita fino a permearla e condizionarla, trasformando in realtà le trame da feuilleton che la mente instancabilmente tesse, proponendo lotte senza fine, tragedie e vendette, lussurie e orrori che sconfinano nella follia e che follia producono, inevitabilmente, nella mente del loro stesso creatore.
Tutto ebbe inizio quando, ancora in giovane età, le mie letture di Ponson du Terrail, di Marcel Allain, di Leblanc e di altri geniali costruttori di storie avventurose e orripilanti mi stimolarono a scrivere, a mia volta, una vicenda dello stesso genere, movimentata e romantica, con quel pizzico di crudeltà e inverosimiglianza che le storie di quel tipo esigevano.

Così ho iniziato una banale storia feuilletonesca, che inizialmente mi ha esaltato e divertito, ma che poi ha finito per influire pesantamente e inspiegabilmente sulla mia vita, trasportandola in una dimensione inattesa e carica di tormento.
Ho ritrovato quella vecchia storia in un quaderno ingiallito conservato nella mia casa di campagna di Kersaint, insieme a vecchi tomi di leggende bretoni e alle edizioni dalle copertine coloratissime in cui apparivano le avventure di Rocambole, di Rouletabille o di Arsène Lupin, e sento che è necessario esporla e continuarne le contorte e romanzesche vicende fino alla conclusione, che forse è già scritta nel libro della vita, perché l’angoscia che mi ha provocato e l’orrore di cui è stata inesorabilmente causa abbia fine, anche se con essa dovesse aver termine questa mia infelice e miserabile vita.
Così incominciava il primo capitolo.

Mauvin

L’odore della putrefazione… è qualcosa che ti si deposita nelle ossa, ti entra nella pelle, ti accompagna dovunque. Continui a sentirlo anche se fai cento docce, che fuoriesce dai tuoi vestiti, che pervade il tuo letto e non ti lascia dormire, la notte.
È qui insieme a me, perso nel più orrendo dei supplizi, abbandonato e senza speranza, in attesa della più spaventosa delle morti.
Avevo visto rappresentato questo supplizio in un’enciclopedia e non capivo quanto fosse spaventoso nella realtà. In un disegno approssimativo si vedevano due sagome legate insieme, viso contro viso, appese a un palo che doveva sostenerne il peso fino alla morte. Quello che la descrizione non spiegava era che una delle varianti di quella tortura estrema consisteva nel legare il condannato non a un’essere vivente, ma ad un cadavere, obbligandolo ad abbracciare quella carne in disfacimento, così che la putredine iniziava a penetrare nel corpo vivo, che finiva anch’esso per marcire lentamente, provando le sofferenze più atroci.
Risvegliatomi da un sonno innaturale, ho subito pensato a un incubo, ma l’insopportabile tanfo della morte mi ha fatto comprendere che quello che vedevo era reale, seppure incredibile.
Valja, il mio più grande amore, era strettamente legata a me, che ne potevo scorgere i lineamenti una volta sublimi ma ormai deformati dalla spettrale rigidità dei cadaveri. Era lei, ormai in stato di decomposizione, che mi teneva abbracciato come un’amante e che il gioco grottesco del mio nemico aveva stabilito che mi facesse morire in modo orrendo e crudele, trasmettendomi le tossine cadaveriche direttamente nel sangue, attraverso abrasioni prodotte ad arte sulla pelle, nei punti di più stretto contatto tra i corpi.
Eravamo legati a un palo che pareva infitto nel terreno, attorno a noi solo terra e roccia, una tomba preparata con zelo e con cura, dove nessuno ci avrebbe mai cercato. Dall’alto un tubo forniva aria e una scarsa luminosità, per impedirmi di morire troppo presto, prima che l’orrore e la contaminazione mi spingessero al di là della vita. Un jawbreaker inserito in bocca m’impediva di urlare tutto il mio odio e la mia rabbia. E nell’abisso di atroce disperazione il tormento più feroce era il ritrovare lei, Valja, già da troppo tempo misteriosamente assente ed ora trasformata in un orribile strumento di morte.
Chi poteva essere l’inventore di quell’infame beffa, chi, se non il mio rivale, l’uomo più malvagio e diabolico che la Terra avesse mai generato, l’uomo che non conosceva limiti nella crudeltà come nei piaceri, l’uomo senza pietà o timore, il depravato Mauvin.
In quello stato, la disperazione segue il desiderio di vendetta e la mente inizia a vacillare, perdendo ogni punto di riferimento spaziale e temporale. Passano ore e forse giorni nell’atrocità più assoluta.
In questo infernale squilibrarsi della mente, dove il terrore è più forte di ogni volontà di conservazione delle facoltà razionali, appaiono lampi di vita impossibile immagini d’altri spazi uno straniamento provvidenziale che procede verso la follia a mano a mano che il fisico inizia a decadere e così cominciano a sentirsi suoni voci interne e irreali il campanello di una bicicletta un richiamo un continuo raspare… ma poi questo suono diviene più insistente e si accompagna a una sorta di uggiolio ben presto supera gli altri suoni i sordi rimbombi del terreno le voci immaginate e li sovrasta come se fosse esso solo plausibile e reale in un infernale caleidoscopio di sensazioni e illusioni grottescamente deformate e orrendamente presenti… così la mente man mano si risveglia dall’incubo e recupera un barlume di razionalità cerca di capire cosa possa essere quel rumore che non cessa e poi finalmente lentissimamente arriva la comprensione che inizia a produrre ansia e speranza mentre la coscienza riemerge insperata da un fioco ondeggiare nel mare di un’orribile indeterminatezza ed ecco la voce la voce di un amico del mio più caro amico del mio fedele incredibile Thor al cui angoscioso guaito cerco di rispondere perché solo in quello posso ancora riporre una speranza anche se il tempo sembra infinito e la mia mente continua ad oscillare tra veglia e incoscienza e ancora un altro rumore si unisce al raspare inquieto e un’altra voce umana chiama per cercare risposte dalla terra qualcuno scava sopra la mia testa e scava e scava finché finalmente un fiotto di luce esplode costringendomi a chiudere gli occhi: è il mondo che torna a riprendermi dopo la mia morte provvisoria e mi urla con il suo fiammante chiarore che la mia storia deve continuare.

Terminato il primo episodio, cominciai a pensare a come iniziare l’azione vera e propria, dopo il salvataggio del mio eroe, al quale, peraltro non avevo ancora dato un nome, e mi proposi di farlo nel secondo episodio. Il nome di Mauvin, invece, mi era venuto subito in mente, con un significato che probabilmente gli era estraneo. Mauwin o Mauvin era infatti un nome di origine gaelica, d’incerto significato.
La mia etimologia era invece puramente latina, da malum vinum, da cui, per le note trasformazioni linguistiche, in francese si era originato un mal vin, e poi mauvin, cioè vino cattivo, succo malvagio, degno nome per la quintessenza della perversità, che il personaggio doveva rappresentare.
L’eroe positivo, invece doveva avere un nome più sereno, come Dubois o Delors oppure Delahaye. Dubois mi pareva però troppo comune, Delahaye troppo complicato da ricordare. Scelsi perciò Delors, come nome, che mi pareva insieme elegante e romantico.
Ripresi quindi ad articolare la vicenda, ma mi resi conto di uno strano fenomeno.
Pensarla e scriverla mi dava una sorta di esaltazione, le scene più emozionanti e raccapriccianti mi eccitavano come se le vedessi in un film o, peggio, come se le vivessi di persona. Dapprima il fenomeno risultò persino piacevole, ma col tempo l’eccitazione iniziò a trasformarsi in qualcosa d’indefinibile e di più complesso.
Mi pareva che Mauvin esistesse veramente e che le sue orme si potessero individuare anche nella vita reale, negli avvenimenti strani e inspiegabili, nelle storie più truci e immotivate, come se una sola presenza diabolica si aggirasse per il mondo al solo scopo di terrorizzare e uccidere.

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