Canary Wharf

Acque a Canary Wharf

 

Frammenti e idee per un romanzo:

Canary Wharf

Devo lasciare il tempo a Miss Burton di raccontare tutta la storia, e di descrivere con il suo punto di vista esterno le vicende di un mondo che gravita attorno al denaro. La trama, a grandi linee, è delineata, ma sinceramente non ho ancora chiara l’azione di tutti i personaggi, che sono un bel po’. Insomma, ne avrò per un pezzo. Poi alla fine rileggerò il tutto e se mi piacerà vorrà dire che in fondo un romanzo sono veramente riuscito a farlo.

Cap. I

Doveva essere una giornata come questa, col cielo grigio in maniera difforme, ma luminoso, che si rifletteva sugli specchi d’acqua freddi e appena increspati che avvolgevano Canary Wharf.

Era probabilmente in una giornata d’estate come questa, instabile e ventosa, che lui vide Maggie per la prima volta.

Maggie aveva vent’anni, un faccino piacevole e regolare e due occhi grandi e chiari, tra l’azzurro e il grigio, gli occhi che tutti hanno, nella nostra famiglia, occhi allegri, perché sorridiamo spesso, ma qualche volta un po’ trasognati, come se volessero andare al di là della banalità quotidiana e approdare nella dimensione del sogno.

Forse sarebbe stato meglio che lui non l’avesse notata, con i suoi capelli biondi, lisci ma dal taglio accurato, e con lo sguardo perso sull’acqua traslucida che continuava, da secoli, a lambire le banchine dei vecchi docks.

Sarebbe stato meglio, per tutto quello che ne sarebbe derivato, ma era proprio inevitabile.

Lei scendeva due volte al giorno, come tanti altri impiegati, per fumare all’aperto e rimaneva per tanto tempo, da sola, a due passi dall’ingresso del grattacielo, che ospitava il suo ufficio, uno dei tanti che avevano trasferito la loro sede nel nuovo centro direzionale di Canary Wharf. Era impossibile per lui non notarla, come per chiunque fosse passato lì davanti.

Lui si chiamava Carlo Baldi e lavorava proprio dall’altro lato della strada, nel ristorante italiano che lì si era stabilito. Non uno dei tanti ristoranti etnici che sorgono come funghi a Londra, uno accanto all’altro, e che emanano spesso un insostenibile olezzo di aglio fritto, che si spande sull’intera strada rendendo l’aria irrespirabile. Questo sembrava un buon ristorante, pulito ed elegante, in tono con le architetture incantevolmente contemporanee della zona.

Carlo non era cameriere di professione: lavorava durante l’estate per mantenersi agli studi e per imparare meglio l’inglese. Sì, perché lui era un ragazzino italiano, dai capelli ricci, piuttosto carino, con due profondi occhi scuri che parevano ricavati da una pittura ellenica o dalle imitazioni romane di età ellenistica. Non era un colosso, ma era proprio bellino. Certo, non era uno per cui perdere la testa, ma proprio per questo poteva rivelarsi un uomo con cui trascorrere del tempo serenamente, con cui chiacchierare, un uomo da sposare, forse.

Io uno così l’ho cercato per tutta la vita, e l’avevo anche trovato, forse.

Avrei fatto l’amore con lui, serenamente, e avrei avuto dei figli, dai capelli bruni e dagli occhi grigio azzurri, gli occhi dei Burton, che avrebbero attraversato le generazioni anche sotto un diverso cognome.

Ma certo, io sono ancora una persona di un’altra epoca, una vecchia signorina che leggeva, da ragazzina, i libri di sua madre, storie delle nostre scrittrici, come Berta Ruck ed Eleonora Glyn, storie per donne scritte da donne, ma che aveva fatto anche migliori letture, da Jane Austin a Emily e Charlotte Bronte, fino a quei divini e sconvolgenti romanzi della nostra più grande scrittrice moderna, Virginia, l’indimenticabile Virginia Woolf.

Poi le cose prendono una piega diversa da quella che speravi o che anche potevi solo immaginare, e la tua vita cambia, per un inezia, un ritardo, un capriccio.

Però penso ancora, qualche volta, quando sono meno vigile e controllata, quando le nuvole attraversano il cielo con le loro forme mutevoli, quando il clima si addolcisce a primavera o cominciano in autunno ad addensarsi le nebbie sui campi, al mio uomo, perso per sempre, a quello che avrebbe potuto essere un grande amore e verso anche qualche lacrima per il mio Roger, che ora vive in un altro spazio, con altre persone, con la famiglia che si è costruito, anche se sono sicura che non mi ha mai completamente dimenticato.

Lui, Carlo, era proprio uno che amava creare. Una volta, diceva, aveva sognato un intero musical, e immaginava di scriverlo davvero, in inglese, e di rappresentarlo proprio a Londra, al Victoria Palace o al Palace Theatre del Cambridge Circus. Aveva in mente diverse musiche e la trama era già delineata, anche se in modo sommario. L’aveva raccontata a Maggie, che poi l’aveva esposta a me; ma purtroppo non la ricordo. Forse era proprio la sua storia, quella di un ragazzo straniero che cercava di affermarsi a Londra, scontrandosi con tradizioni e pregiudizi di ogni genere: era la storia di uno come tanti, disperatamente immersi nei loro sogni, di fronte a un mondo estraneo e ostile.

Così, lavorando vicini, finirono per conoscersi davvero, e per fare amicizia. Maggie decise che quel ragazzino che lavorava nel bar dove spesso lei andava a prendere qualcosa con i colleghi era proprio simpatico e Carlo stabilì che lei era proprio la biondina dei suoi sogni, carina al punto giusto, senza essere troppo perfetta, di quella bellezza madonnesca che spesso hanno le italiane, né troppo esuberante, come le californiane.

Veniva spontaneo guardare fuori, lontano, verso i vecchi moli rinnovati, dove ancora emergevano avanzi di lavori incompiuti, e camminare su quelle piazze perfettamente disegnate, su quel lastricato mirabilmente artificiale, su quelle piante e quei resti di terra dove non sarebbe stata credibile né la rugiada né un grillo, su quel panorama rielaborato al punto da sembrare virtuale, nato per un mondo robotico, per osservatori bionici, dove solo il vento sembrava essere una forza reale, pur essendo invisibile. E questo era il paradosso, che al contrario ogni cosa visibile pareva finta.

Ma a forza di vivere dentro quel paradosso, negli uffici della Orange ltd., solo ciò che era virtuale finiva con l’assumere la parvenza della verità e la ricchezza diventava reale solo se tutti pensavano che esistesse, anche se non faceva riferimento a beni o proprietà, ma a titoli che a loro volta si riferivano ad altri titoli, che forse avevano una lontana e ormai inconoscibile relazione con dei valori riconosciuti e riconoscibili. Numeri e segnali criptati e criptici viaggiavano su reti immateriali, si decifravano e apparivano in chiaro, per essere poi modificati e riprendere a viaggiare, segni di segni che intasavano strade sotterranee in fibra ottica o circolavano nell’etere, per ottenere risposte economiche in ogni parte del mondo.

Non so se Maggie e Carlo vedessero lo spazio di Canary Wharf con gli stessi occhi. Certamente la realtà in cui si trovava immerso il giovane italiano era più densa di riferimenti materiali. Il cibo che proveniva dalle cucine, i liquidi alcolici e analcolici che venivano serviti continuamente ai tavoli erano indubbiamente reali: avrebbero potuto essere analizzati chimicamente, per determinarne la composizione, erano quotidianamente assunti da persone che li utilizzavano per produrre e gestire ricchezza. Maggie invece viveva in una specie di sogno, in cui le parole di Carlo la cullavano piacevolmente, in un leggero e lento dilagare di una strana forma di dolcezza. Trovarono il tempo, per un breve periodo, di frequentarsi.

Tra le qualità di Carlo c’era quella di parlare un inglese decente, cosa che per un italiano era rarissima. Sarà per la conformazione della glottide, sarà per un inconsapevole rifiuto degli altri linguaggi, fatto sta che gli italiani riescono con difficoltà a pronunciare frasi non risibili in una qualunque lingua straniera e particolarmente in inglese. Dopo generazioni che studiavano prevalentemente francese, credo che abbiano iniziato a sentire e a pronunciare scimmiescamente qualcosa d’inglese con le canzoni dei Beatles o dei Rolling Stones, dico scimmiescamente perché le cantavano senza capire quasi mai il significato delle parole. Poi si trovarono ad affrontare i testi di autori come David Bowie e rinunciarono definitivamente a capirci qualcosa. Ma c’è qualcuno, anche in Inghilterra, che abbia mai capito qualcosa dei versi di David Bowie? Insomma l’apprendimento attraverso le canzoni era particolarmente scoraggiante. Poi, anche in Italia, le scuole hanno incominciato a insegnare l’inglese, ma servendosi di insegnanti che conoscevano un inglese letterario e annacquato e che lo pronunciavano in maniera standard e scolastica. Il risultato era che nessun ragazzo italiano era in grado di leggere e capire un quotidiano britannico o di scrivere su un forum in lingua inglese. Solo quando i giovani incominciarono a viaggiare per il mondo si videro costretti a usare l’inglese. Ma anche in questo caso si trattava di una lingua da viaggio, e ad aggravare il tutto interveniva l’abitudine di frequentare anche all’estero i connazionali che vivevano nei paesi visitati.

Carlo invece era stato così intelligente da cercare il contatto con la vera Inghilterra e con la sua gente, imparando anche l’idioma della vita quotidiana e quello innovativo degli appassionati di computer. Per questo parlare con lui era cosa squisitamente normale e piacevole. Per questo non gli fu difficile fare amicizia con Maggie, uscirci e ottenere qualcosa da lei, che forse fu qualcosa in più di un semplice bacio.

Così quindi andavano le cose e potevo immaginare che i due fossero destinati a trasformarsi in una coppia stabile, al riparo dalle forze della natura che sta sempre in agguato per cogliere in fallo gli innamorati e mandare a monte i loro progetti.

Poi un giorno Maggie sentì uno sguardo che si fissava su di lei, sul suo corpo, sui suoi vestiti, sul suo viso. Era uno sguardo che la fissava con decisione, con impudenza e che non poteva non ottenere risposta.

Un giorno Tonio si accorse di lei, forse perché aveva notato la sua particolare relazione con Carlo, che nel particolare e ristretto mondo del bar ristorante era un suo dipendente e che quindi lui era tenuto a tenere sotto controllo, per evitare che si distraesse troppo dai suoi doveri. Naturalmente Carlo non poteva evitare di presentare alla sua ragazza il proprietario del locale, ma certo non immaginava che quella presentazione avrebbe rappresentato la fine della sua storia.

Tonio non si drogava: era troppo forte per farlo e voleva vivere la vita lucidamente, con i suoi piaceri e le sue lotte, che anch’esse potevano diventare piaceri, quando si trasformavano in vittorie. Ma perché doveva impedire agli altri di farlo? Se in uno dei suoi locali qualcuno aveva bisogno di qualche sostanza proibita, se la procurava e la usava, come poteva impedirlo? Beppe e gli altri compari non gli chiedevano niente, solo di lasciarli fare, e lui offriva lo spazio necessario; in cambio avrebbe avuto solo dei vantaggi. Il suo locale era quasi sempre pieno e lui non aveva nessun fastidio. Inoltre non capiva l’accanimento della legge contro quei poveretti che cercavano di scordare, tra i fumi dello sballo, di essere condannati a morte. Condannati e coscienti, angosciosamente e disperatamente coscienti di essere destinati a morire. E allora, perché non affumicarsi il cervello e non riempirsi le budella di qualsiasi tipo di merda, pur di perdere per qualche tempo la coscienza ed evitare la lucida angoscia della cella della morte?

Dopo aver conosciuto Tonio, dopo avergli parlato, dopo che tra loro si erano registrati quei pur fuggevoli e casuali contatti che una conoscenza comporta, Maggie mi disse: Lo trovo insieme repellente e intrigante. Capii che aveva perso. Era quel certo che di sporco, di peccaminoso, che non dava scampo, che le donne non sapevano come esorcizzare.

Lei incominciava a parlarne, certo non in modo del tutto positivo, ma comunque si capiva che lui ormai era nella sua testa e ne stava allontanando il suo innamorato, il suo ragazzino carino e sincero.

Cerca di resistere, le dissi. Conosci Carlo: è un ragazzo pulito, con le idee giuste, con la capacità di costruire un futuro, rispettandoti. Che garanzie ti potrebbe dare quest’altro, questo personaggio oscuro e pericoloso, arrivato da chissà dove?

Non lo so, non lo so; ma c’è in lui qualcosa. Non so spiegartelo

E’ solo un capriccio, ora. Non rovinare quella felicità che si avvicinava, quella vita serena che tutti desiderano

Ma sapevo che non era vero. Non tutti desiderano la serenità. C’era una feroce attrazione animale, che stava sviluppando il suo potere, e quello che prometteva non era la serenità, ma la passione, una relazione violenta e irresistibile, in cui l’esaltazione e gli eccessi avrebbero fatto scomparire il ricordo di quell’altra, più gradevole e dolce, così come il profumo violento del glicine o della fresia rende inavvertibile l’essenza morbida delle rose.

Cap. 2

Questa storia che ho intrapreso a narrare scorre facile e leggera, rielaborata dalla mia mente e infiltrata dalle miei personali considerazioni, che aggiungono alle cose sfaccettature sconosciute e forse inconoscibili.

Cercherò di rispettare, nel racconto, la verità dei fatti, almeno di quelli di cui sono stata direttamente a conoscenza, anche se dovrò integrare per necessità qualcosa, incuneando nel vero il verosimile.

Naturalmente, mi rendo conto che la verità è solo un punto di vista e che questa verità sarà il mio punto di vista, quella particolare mescolanza di visioni, giudizi, attenzione e che la mia mente utilizza per ricostruire un fatto, nel ricordarne le componenti e i particolari, per ritrovare le parole dette o ascoltate e cercare di riprodurle. In questo il verosimile s’introdurrà, con l’intento non di mascherare la realtà, ma di imitarla, cercando un accostamento che ne sia come un naturale sviluppo.

Certo, sono quasi stupita che la costruzione di una storia avvenga con questa facilità di esecuzione manuale, semplicemente appoggiando le mie dita su una tastiera morbida

Per chi come me ha iniziato, da ragazzina, a scrivere usando una di quelle vecchie macchine sui cui tasti bisognava picchiettare con energia, per spingere i martelletti, come quelli di un pianoforte, a battere sulla carta, sulla quale magicamente apparivano i segni delle parole, ha quasi del miracoloso usare un personal computer per scrivere parole ed esprimere pensieri senza fare quasi nessuna fatica, a parte il dover spostare velocemente le mie dita dall’uno all’altro tasto.

Eppure un po’ mi manca quel battere rumoroso, la fisicità della spinta meccanica che costruiva lentamente ma inesorabilmente i caratteri e le frasi. Oggi sembra che narrare sia un po’ come parlare in silenzio, il che è una specie di controsenso e che quello che potrebbe apparire come il mio insensato chiacchiericcio sia in realtà un chiacchiericcio silenzioso, il che mi sembra un perfetto esempio di ossimoro.

***

La Orange ltd. si occupava di investimenti, transazioni, affari di ogni genere, e per lo più per un notevole quantitativo di sterline. Se qualcuno voleva scommettere i propri soldi e sostenere un’attività, in qualunque parte del mondo, la Orange ltd. forniva i propri servizi di consulenza. Se l’affare andava a buon fine la società incassava la sua percentuale, per la consulenza e la mediazione. Il lavoro era complesso. Si trattava di gestire affari sotto i più svariati regimi normativi e fiscali, saper trovare le soluzioni migliori per risparmiare il possibile, anche a costo di elargire una parte degli utili a chi aveva il potere di facilitare una pratica.

Jeremy Bloom era il capo, o meglio il padrone indiscusso della società, di cui aveva seguito le fortune, che lui stesso con la sua abilità e la sua spregiudicatezza aveva contribuito a creare. Di corporatura robusta, era facilmente riconoscibile, anche da lontano, quando metteva piede nella City, per il viso sanguigno, incorniciato da un’aureola di capelli ricci e quasi bianchi. Non aveva mai disprezzato, da giovane, le belle donne e, a quanto si raccontava, non aveva certo cambiato gusti invecchiando; semmai aveva orientato le sue scelte verso partner sempre più giovani, spesso di origine esotica, anche a costo di correre qualche rischio.

Brenda era stesa morbidamente sul sedile del treno, con la mano appoggiata dolcemente sulla parete. Il palmo della mano le allungava artificialmente un occhio, facendo un buffo effetto.

Aveva un viso liscio, sinuoso e soffice, e i suoi lineamenti rasentavano la perfezione. Era così dolce, bella e perfetta che Harvey, seduto di fronte a lei, dall’altra parte del vagone, ebbe istantaneamente visioni di casa soavemente calda e profumata di te alle erbe e di plumcake, morbide coperte di lana e di colazioni al bar con un muffin. Persino la momentanea deformazione della guancia e dell’occhio appariva come un vezzo, una grazia aggiuntiva che in nessun modo poteva mettere in discussione quella serena bellezza.

Non era un buon periodo per Harvey. Lo si poteva valutare dalla sua automobile, così vecchia e scassata che il suo maggior valore consisteva nel carburante caricato nel serbatoio. Ma l’ammirazione della bellezza femminile era una delle sue più elevate occupazioni e quando si trovava a contatto con una donna di suo gradimento i suoi ormoni diventavano grossi come gatti.

Qualcuno dovrebbe dire ai ragazzi (maschi e femmine, s’intende) che l’amore dev’essere gioco, allegria, un insieme di sensazioni piacevoli e di gioiosa sperimentazione; non dev’essere mai preso troppo sul serio, né affrontato in una dimensione morbosa. Certo, bisognerebbe ripensare la nostra cultura, abituarsi a non concepire nessun rapporto sentimentale come esclusivo e nessun contratto matrimoniale come un contratto d’acquisto di una proprietà o di prestazioni in esclusiva. Invece il povero Harvey, dopo aver conosciuto Brenda, pareva sperimentare i tormenti di una passione sfibrante e senza sbocchi.

Forse, se quell’immagine sul treno fosse rimasta solo la visione di un giorno, il suo pensiero avrebbe trovato pace. Pian piano l’immagine sarebbe sfumata e presto dimenticata, nel coacervo di avvenimenti e volti che la realtà fa entrare quotidianamente nelle nostre vite.

 

Cap. 3

Bifidus, perché mi viene in mente questa parola pensando a Tonio? La parola evoca qualcosa di viscido e serpentino, mentre il giovanotto era tutto sommato forte e deciso, non sinuoso e sfuggente. Forse collego il termine a qualcosa di duplice, naturalmente e spontaneamente duplice, come avviene dei microorganismi. Un’ambiguità genetica, che proveniva dal suo essere un miscuglio di razze e culture, come si riscontra facilmente nelle città mediterranee

[A Bifidus Factor (bifidogenic factor) is a compound that specifically enhances the growth of bifidobacteria in either a product or in the intestines of humans and/or animals. Several products have been marketed as bifidogenic factors, such as several prebiotics and methyl-N-acetyl D-glucosamine in human milk. NDA]

“Mi tengono per le palle”, pare che abbia detto il bifidus

Mio Dio, si può fare qualcosa?

Mi hanno fatto una proposta, che però non posso accettare, aggiunse Tonio.

E poi, tra preghiere di Maggie, che voleva conoscere i contenuti della proposta, e sdegnosi rifiuti dell’uomo, alla fine il bifidus, nella sua personale versione di Mr. Hyde, si lasciò trascinare alla confessione di quello che non si sarebbe mai dovuto dire.

Non potevo accettare perché non è a me che chiedono qualcosa.

E a chi lo chiedono? Maggie sgranò i suoi occhioni stupiti.

A te, mio bell’angelo.

Maggie era realmente stupita, anche se la sua mente interiormente sospettava qualcosa che la coscienza si rifiutava di riconoscere.

E che cosa potrebbero volere da me?

Alla fine, in poche parole, venne fuori che un certo Mr Balroom o qualcosa del genere, che era uno dei maggiori creditori di Tonio e faceva parte del gruppo che lo dominava, aveva manifestato comprensione per i problemi del debitore, ma esigeva come garanzia che la sua donna contribuisse ad alleggerire la posizione debitoria con qualche prestazione straordinaria, di quelle con cui spesso le mogli, specie se piacenti, traggono d’impaccio i mariti maldestri negli affari.

Ma era poi vero che Tonio si trovava economicamente in cattive acque? Maggie ne era sicura, io un po’ meno. Probabilmente, Balroom era un uomo a cui non si poteva dire di no e se si era messo in testa di fare sesso con Maggie non c’era verso di toglierglielo dalla testa.

Alla fine Maggie accettò: Non so se nella sua scelta, perché di scelta si trattò, ebbe maggior peso la passione che forse ancora provava per Tonio o se, invece, sia intervenuta una parte sconosciuta di lei, votata a comportamenti avventurosi e trasgressivi o a una vita speciale e a una condizione non tradizionale e garantita. Credo che questa dimensione trasgressiva abbia in definitiva prevalso e che lei abbia voluto sperimentare una realtà che solitamente è nelle aspettative di donne degli strati sociali più infimi o di quelli più elevati, i cui comportamenti spesso coincidono in relazione alla morale.

Purtroppo le cose non si fermarono lì. Le richieste furono sempre più pressanti e le esigenze sempre maggiori. Balroom era stato così favorevolmente colpito dalle qualità di Maggie e dalla sua innocenza e spontaneità che desiderò mettere al servizio dell’umanità quelle sue cosi rare ed encomiabili doti. Dapprima pretese che Maggie partecipasse a riunioni in cui al vecchiotto Balroom o Balrum che fosse si aggiunsero altri suoi amici, a dire il vero molto più prestanti di lui, e spesso anche altre ragazze, discretamente carine.

Maggie inizialmente fu sconvolta dalla piega che prendevano gli avvenimenti, ma poi Tonio le fece intravvedere uno spiraglio. Se alcune di quelle serate fossero state filmate e messe in vendita, col ricavato si sarebbero potuti pagare i creditori e addirittura guadagnarci. I filmini sarebbero stati caricati su un server russo, distante e sicuro e non sarebbero stati disponibili se non per un ristretto di numero di abbonati, che non rientravano certamente tra le conoscenze abituali di Maggie. In fondo che male c’era a fare del sesso con persone gradevoli e pulite, con l’ottica di fornire un piacere segreto a pochi fortunati che pagavano profumatamente per poter scaricare filmini in cui recitavano (si fa per dire) ragazze normali e ben educate, al posto delle solite volgari e sguaiate pornostar.

Quei film d’altra parte erano di qualità notevolmente superiore, rispetto alla comune produzione pornografica. Le scene non erano stereotipi, rappresentazioni standardizzate ripetitive, ma erano espressione di una qualche, sia pure degenerata, creatività. La passione emergeva come una sorta di abissale potere che travolge ogni remora e ogni limitazione imposta dal buon gusto; le donne, in particolare, che apparivano in quelle produzioni parevano spinte dalla follia caratteristica delle menadi al di là delle barriere dell’umano.

Devo confessare che nel vedere quei filmini, oltre il normale senso di subitaneo disgusto che qualsiasi ragazza di buona famiglia proverebbe nel vedere azioni che inizialmente hanno una carica rivoltante, mi pareva che in fondo in fondo, agissero subdolamente anche su di me.

Finivo per chiedermi cosa avrei provato nel trovarmi in una situazione del genere e per provare una sorta di strana e sorda eccitazione. Riconosco che anch’io ho avuto, ma solo qualche rara volta, fantasie erotiche che sembrava venissero esplicitate in quelle rappresentazioni; ma, naturalmente, ritenevo che tali fantasie non si sarebbero mai potute avverare, perché non avevo certo il fisico attraente di Maggie e delle altre interpreti, e devo dire che questo un poco m’infastidiva. Non mi disturbava certamente il non fare certe cose, che probabilmente non sarei mai e poi mai riuscita a fare, tanto erano distanti dalla mia educazione e dalla mia concezione dell’amore e del sesso. Quello che mi risultava insopportabile non era il non fare, ma il non poter scegliere di non fare. L’ho sempre sentito come una limitazione della mia libertà; non solo, ma ritengo anche che non ci sia veramente merito nel condurre una vita morigerata e virtuosa, se quella morigeratezza e quella virtù provengono dall’impossibilità di commettere una qualsiasi azione peccaminosa a causa delle naturali disposizioni o dei condizionamenti di una forte coercizione educativa.

Comunque, Tonio, grazie a quell’attività secondaria, pagò tutti i debiti e finì anche per guadagnarci. Non fu nemmeno più necessario che Maggie continuasse i suoi impegni artistici e sembrava che la cosa si fosse in qualche modo conclusa, almeno nei suoi aspetti materiali. Nella realtà nulla poté mai più essere come prima. Maggie aveva perso per sempre la sua freschezza, quell’insieme di spontaneità e di allegria che caratterizzava i suoi rapporti col mondo e costituiva forse la sua maggiore attrattiva. La sua vita era stata profondamente segnata da quell’esperienza e sarebbe stata necessaria una smisurata quantità di tenerezza per far riemergere all’interno di quella donna improvvisamente cresciuta e completamente disincantata la Maggie di una volta.

Tonio percepiva una distanza che si stava creando tra lui e la moglie e non faceva nulla per riavvicinare le due coscienze. Probabilmente lui stesso vedeva ora Maggie come uno strumento, se mai l’aveva considerata diversamente. Era capace di grandi prestazioni erotiche, ma non di manifestazioni di tenerezza, che forse rappresentavano per lui un’altra faccia della debolezza, disprezzabili da chi aveva improntato la sua vita all’esaltazione di uno spirito di maschia risolutezza e, dopo la sua dimostrazione di un’insospettabile debolezza di fronte ai suoi potenti creditori, la caduta di quell’immagine mitica sia di fronte alla moglie che dinanzi a se stesso lo spingevano ad accentuare la sua durezza e la sua virilità in ogni espressione possibile.

Finché non si determinarono le circostanze che generarono il punto di rottura.

Fu una stupidaggine a creare il fatto

Lo schiaffo fu un come una saracinesca chiusa tra lei e il mondo straniero e selvaggio che dapprima l’aveva attratta cercando poi di imporre le sue leggi e la sua residuale e gratuita violenza.

Nessuno aveva mai alzato le mani su di lei, né familiari né educatori, e quell’atto di violenza fisica produsse prima stupore, poi rifiuto, un rifiuto totale e incondizionato.

La distanza divenne incolmabile e la separazione fu un’inevitabile conseguenza.

 

Cap. 4

 

L’acqua tremolava appena, con quel colore ferrigno che manteneva, indipendentemente dal colore del cielo che in essa doveva pure specchiarsi. Un colore che pareva essere in rapporto con binari e traversine ferroviarie, piuttosto che coi grattacieli bianco-grigiastri e translucidi che ora vi si riflettevano.

Ma forse quel colore era proprio dell’anima di quella porzione di spazio e rifletteva il marrone dei legni di antiche golette e di carghi ottocenteschi, dall’aspetto scuro e fuligginoso, i visi abbronzati dei marinai e degli operai che si muovevano tra le baracche dei vecchi docks, le ciurme di colore che dilagavano abbagliando l’aria col biancore degli occhi e delle risate.

Possibile che in una mattina così gelida e ferma qualcuno potesse pensare di annegare la propria disperazione proprio lì, in quell’acqua, sotto gli occhi di vetro dei grattacieli e dei loro distratti abitanti?

Eppure bastò un momento e il povero Norman fu solo un oggetto piombato in quell’acqua poco invitante e immediatamente trascinato sul fondo dai pesi che si era portato con sé.

Ai pochi presenti che si precipitarono a guardare dalle ringhiere di colore grigio, dalla sagoma arrotondata, non rimase altro che chiamare i soccorsi col cellulare, ma nessuno ebbe voglia di fare l’eroe. Non c’erano eroi quel giorno a Canary Wharf, né supereroi né banali eroi umani; l’aria era troppo fredda e poi, al di là delle onde concentriche prodotte dalla caduta di Norman, sullo specchio d’acqua sembrava aleggiare un silenzio di morte.

Norman Hailey era un uomo comune, direi normale, se la comunanza della radice della parola con il nome non suonasse in qualche modo grottesca e studiata: The normal Norman ha qualcosa di casualmente ironico che non si addice al personaggio, che nulla aveva, ma proprio nulla, mio Dio, di buffonesco.

Era un uomo molto serio, invece, con una preparazione solida, che lavorava con determinata convinzione e sperava, poveretto, di far carriera per il suo impegno e per le proprie capacità.

Ho sempre ritenuto un po’ limitate le persone che dedicano la loro vita al lavoro e soltanto a quello. Tutti i loro pensieri sono orientati alla loro attività principale, così da dimenticare amore e arte, viaggi e spettacoli.

Il lavoro, questo dominatore, riesce ad asservire le menti, ottenebrando la coscienza e impedendo a ogni altra sensazione di penetrarvi. Non esistono più i fiori con il loro profumo, né le donne con la loro venustà, il sole non filtra più gioiosamente tra le nubi e l’acqua non ne riflette l’immagine dorata, i bambini più non corrono sui prati con le loro grida gioiose e gli artisti non rallegrano più la vista. Ogni cosa piacevole diviene sfocata e ogni colore sfuma come in un giorno di nebbia. Il lavoro pervade le giornate e infesta il riposo notturno.

A far precipitare il nostro impiegato modello nella più cupa delle disperazioni possibili era stata la notizia, da tempo paventata, ma finalmente divenuta reale e comunicata ufficialmente, della nomina a dirigente di miss Hamilton, una giovane collega, entrata in azienda solo un paio d’anni prima. La Hamilton era piuttosto carina e aveva un sorriso disarmante; inoltre aveva fatto incetta di titoli, compreso un master in tecnica di ammortamento di nonsochecosa, preso ovviamente a New York.

Non era un segreto per nessuno che Norman aveva programmato tutta la sua attività lavorativa con l’obiettivo di superare il livello di quadro ed era certo di aver acquisito meriti che nessun altro impiegato poteva oggettivamente vantare. Non poteva assolutamente credere che una ragazzina avrebbe potuto vanificare tutti i suoi sforzi e presentarsi come concorrente credibile di fronte ai capi

In quella gelida mattina Norman si era precipitato dal capo supremo per chiedere le motivazioni del suo incredibile scavalcamento e della nomina di una saccente ragazzina alla carica che lui riteneva di sua pertinenza per il lavoro svolto, per le sue idee originali, per la dedizione incondizionata all’azienda.

Il capo non si stupì dell’ardire del suo migliore impiegato e lo accolse con argomentazioni che non ammettevano replica (e che non lasciavano speranze).

« Lei tra qualche anno andrà in pensione, Mr Hailey; dovrebbe saperlo che nessuna azienda può permettersi di investire sul personale anziano. Ha studiato management anche lei e sa che i giovani devono essere preferiti nella scelta delle figure superiori. Noi siamo consapevoli dei servizi da lei svolti alla nostra società e la ringraziamo per questo, ma per il bene di tutti bisogna assumere decisioni anche dolorose… e lei dovrebbe essere il primo a fare un passo indietro, a non contestare quello che sa essere la scelta migliore per la nostra azienda. »

Una volta, pensava Norman, l’esperienza e i trascorsi di un impiegato venivano privilegiati; così era ai tempi di suo padre e di suo nonno. Lui stesso, quand’era giovane, non avrebbe mai pensato di poter insidiare il posto di un impiegato anziano ed esperto; ma ora il mondo si era rovesciato, a suo danno naturalmente. La rabbia che gli aveva arrossato il volto durante il suo colloquio col dirigente lasciava il passo al terreo pallore della depressione.

Alle fiamme era subentrato il freddo, a questo il vuoto. L’assoluta mancanza di prospettive aveva sostituito l’attesa di un futuro ancora vivo e vibrante. Un vuoto levigato e impermeabile si era fatto strada dentro di lui. Non c’erano affetti, non c’erano piaceri sulla sua strada. Le dimissioni gli parevano la soluzione più dignitosa; ma a che sarebbero servite? Il sistema in cui aveva creduto, di cui era stato un fedele sostenitore, ora lo aveva abbandonato. Cercò di immaginare le sue giornate, impietosamente libere, prive di avvenimenti e di punti fermi: una libertà inutile e indesiderata, senza obblighi né riferimenti. Avrebbe avuto la possibilità di spostarsi, di andare in qualunque zona della città, oppure di partire, in treno o in aereo, ma per dove? Ogni parte del mondo, e la stessa città in cui era vissuto da sempre, gli erano estranei. E poi gli veniva da meditare sull’inutilità di qualsiasi spostamento, di qualsiasi azione. Quella vita che lo attendeva era assurda, inutile, impossibile: doveva liberarsene.

Arrivata l’ora della pausa, mentre il personale dell’ufficio iniziava a preoccuparsi di trovare qualcosa di commestibile per il lunch, Norman raccattò senza farsi notare due pesanti fermacarte, che infilò nelle tasche del cappotto, poi disse che usciva per prendere una boccata d’aria e s’intrufolò nell’ascensore, scendendo al piano terreno. Si sentiva stranamente calmo mentre lasciava il portone di uscita e percorreva la strada fino alla ringhiera scura, metallo scuro davanti allo scorrere metallico dell’acqua. Passo dopo passo, regolare e preciso, giunse alla barriera e senza esitare la scavalcò e scomparve.

 

Cap. 5

« In fondo » disse Geoffrey « ho avuto la possibilità di diventare ricco: potevo sposare Marguerite.» Suo padre era un grosso allevatore, grosso per quantitativo di capi di sua proprietà, ma anche per aspetto fisico. Possedeva una quantità notevole di mucche, tanto che anche il suo DNA doveva aver subito l’influsso di questi placidi animali e la sua unica figlia aveva anche lei, nel fisico e nel volto, qualcosa che faceva pensare, sia pur vagamente, a una femmina di razza bovina. I suoi occhi, infatti, erano grandi e globosi, il viso era massiccio e quadrato e, come quello del padre, aveva le guance leggermente cascanti. Il peggio è che, se parlava molto, le si formava, a un angolo della bocca, un velo di schiuma bianchiccia.

« Eppure ti sono sempre piaciute le ragazze un po’ in carne » fece Kelly Stone, una ragazza dal faccino allegro, per via del taglio della bocca, ampio e con gli angoli rivolti in su.

Lei era invece magra magra, anche se mangiava come una bestiolina, ma forse consumava tanto, perché aveva dei buoni muscoli e faceva sempre sport, tutto quello sport che io non avevo mai avuto voglia né occasione di fare

« Un po’ in carne d’accordo » replicò lui « ma la schiuma proprio non mi andava. La schiuma mi piace solo nella birra. »

Tutti risero e nessuna delle donne presenti pensò che in qualche altro consesso, in qualche altra festa, qualcuno, in quello stesso momento poteva descrivere le loro caratteristiche fisiche suscitando identica ilarità. Chissà perché tutti sono sempre pronti ad accanirsi sui difetti degli altri dimenticando i propri e devo confessare che non tutte le donne e ragazze presenti, come non tutti i maschi potevano esattamente definirsi belli o affascinanti.

« Non hai sposato neanche Margareth, disse Lornie.

« È vero, ma questo per un motivo serio. Sapete che spesso un bruco può diventare una farfalla, però capita che le farfalle diventino bruchi.

« Povera Margie, sei proprio feroce!

« Sono realista. Sarebbe stato molto peggio se l’avessi sposata e dopo fossi andato di nuovo in caccia di farfalle.

Anche questo è vero. Se una non ti piace proprio, o ti è piaciuta un tempo e poi non ti piace più, è meglio non essere ipocrita e far mostra del contrario, per amore del quieto vivere.

« Mi pare che tu sia un po’ difficile, fece Kelly

« Beh, mi piacciono le belle ragazze e se perdono la loro bellezza non riesco a far finta di essere ancora attratto da loro. Sarò superficiale, ma non ci posso far niente

« Geoffrey non cambierà mai, intervenni io. E lo pensavo realmente. Quel ragazzo era un misto di cinismo e insolita sincerità

Quella volta Geoffrey aveva portato un amico tedesco, che appariva però piuttosto scocciato per l’andamento della finanza internazionale

Parlava con quell’accento saldo e fermo che i tedeschi mantenevano quando si mettevano a parlare in inglese

Noi, in realtà pronunciamo le parole secondo il nostro umore o secondo il tempo, che si sa che è mutevole. I tedeschi invece tendono ad avere una pronuncia piuttosto esatta e a scandire bene le singole lettere.

Gli italiani, come il Baldi, dicevano che questo era il loro problema nel comprendere l’inglese, specie se parlato in Inghilterra. Le lettere non avevano mai lo stesso suono e le parole dovevano essere indovinate dal contesto, anziché comprese per le loro proprietà fonetiche.

A volte riesco a comprendere più facilmente il tedesco che l’inglese, diceva Carlo, ma non era vero, perché lui l’inglese lo parlava benissimo e addirittura sapeva storpiarlo a piacere, per scimmiottarne le diverse parlate locali. Lo diceva apposta, per stigmatizzare questo che definiva un nostro difetto e che costituiva il maggior ostacolo per un corretto uso dell’inglese all’estero. Tanto che ogni popolo lo parlava a modo suo.

L’amico tedesco, che si chiamava Gerhard Berger, si mise a discutere animatamente e finì per accusare di ogni possibile nefandezza gli operatori della City lì presenti. Diceva che quella era una vecchia storia. Dietro l’attacco all’euro c’era la voglia di attaccare la Germania, era una vera e propria guerra commerciale che gli anglosassoni, USA e UK, con l’appoggio del capitalismo internazionale, della massoneria anglofona e degli Israeliani, stavano conducendo contro l’euro, per conservare al dollaro e alla sterlina una posizione di privilegio. L’Euro si sarebbe sfasciato

Degli italiani non c’era da fidarsi; come sempre, in caso di guerra, si erano trovati alleati della Germania, ma poi erano passati dall’altra parte. Ma allora perché, anziché fondare l’Unione europea non avevano chiesto di entrare negli Stati Uniti d’America? Erano americani in tutto. Quella specie di tronfio piccione, quel Berlusconi che andava per il mondo con il suo sorriso a 32 carati a raccontare barzellette, era un americano perfetto, così volgare e privo di scrupoli.

Alla festa si rivide anche Maggie, che sembrava sparita da qualche tempo e che avevo sentito raramente in quel periodo per telefono. Si presentò in compagnia di Arthur Redcamble, noto per condurre una vita abbastanza ritirata, impegnato com’era nelle sue attività finanziarie.

Tra Maggie e Arthur si era creata una strana amicizia

Lui era diventato in realtà il mecenate di quella donna tanto più giovane di lui. E non credo che Arthur fosse mosso da secondi fini, per quanto Maggie potesse risultare attraente

Se è vero che buoni uomini fanno buone leggi è anche vero che le buone leggi fanno buoni uomini e Arthur era il naturale prodotto delle buone leggi.

Si trattava di elaborare una strategia e Arthur si mostrò all’altezza …

Bisognava trovare punti oscuri, elementi compromettenti negli affari di Tonio

Maggie e Arthur esaminarono valanghe di carte. Maggie sperimentò i pericoli della vita dell’archivista, che non si limitavano alla caduta accidentale di cartelle sui piedi, ma che si manifestavano anche con i dolorosi tagliuzzamenti dovuti a un impatto non programmato con i bordi della carta e con la fatica fisica che derivava dal sollevare chili e chili di cartelle e documenti

Ora puoi fare quello che vuoi, puoi fare la tua vendetta. Ma sei sicura che ne valga la pena? Tutto questo ti renderà più felice?

  • Non lo so; so solo che voglio farlo.
  • Allora vuol dire che hai bisogno di trovare soddisfazione, perché la tua vita ha subito un danno. Hai fatto, ti hanno fatto fare un’esperienza che non avresti mai fatto, di tua spontanea volontà. Ti hanno fatto sviluppare una parte di te che sarebbe rimasta a dormire per sempre e questo non puoi sopportarlo. Devi rifarti, devi avere soddisfazione in qualche modo, costringendo gli altri a fare cose che non avrebbero mai fatto

Porterò i documenti a Verranno accettati come prove perché la società è ancora in parte di tua proprietà e quindi anche l’archivio c’è materiale a sufficienza per rovinarlo.

Ti ripeto: hai ancora voglia di farlo?

  • Sì; non so perché, ma devo, devo fare qualcosa
  • Allora non se ne può proprio fare a meno, Maggie. Sei entrata nel gioco. Sai che tutto ormai è un grande gioco. Lo vedi anche tu che l’Occidente sembra un grande parco dei divertimenti. Londra lo sembra proprio, con i suoi palazzi a forma di uovo, i suoi finti tornei alla torre, la sua ruota, i musical che impazzano, le priscille e i cats, travestimenti e sghignazzate, concerti e bevute, musica live e tattoo, canne e messe nere. Tutto è gioco. Qualche volta il gioco si fa duro e qualcuno muore, qualcuno impazzisce e sgozza qualcun altro per le strade. Lo vedi anche tu. Vedi questo giornale, il giornaletto gratuito di cronaca. C’è un articolo a caratteri cubitali su uno dei soliti ammazzamenti. Il killer è sempre uno dei personaggi favoriti; anche questo fa spettacolo. Tutti leggono e inorridiscono e dimenticano le loro vite insignificanti

E non pensare che fuori di qui sia meglio. Negli USA non si vedono altro che feste, parades, maratone, gare di miss, le loro orribili miss, dai sorrisi e dai faccioni spropositati, una parata di ragazze campagnole, sgraziate e gigantesche. Poi ancora rappresentazioni storiche di battaglie, car show, riunioni di veterani, festival etnici e dappertutto famiglie che seguono, seduti sotto il loro sole cocente, con i bambini scalzi, per quella sorta d’imitazione del mondo selvaggio che tanto attrae i nostri troppo civilizzati cittadini, le ragazzine in flip-flops, i ragazzi dall’aria nerd o debosciata, e le ragazze e le ragazze invecchiate di una grassezza debordante, che paiono enormi hamburger rigonfi di ketchup o grossi panini imbottiti di burro di arachide.

Il gioco però aveva anche i suoi lati oscuri e i suoi rischi e il successo non era ancora assicurato; anche perché, oltre il potere di Tonio, vi era quello dei suoi veri burattinai, che erano poi gli stessi che muovevano le fila della società in cui aveva lavorato Margie, a Canary Wharf. Lottare contro Tonio Castellacci poteva significare, in ultima analisi, infastidire un grosso calibro della finanza come Jeremy Bloom.

La festa alla fine languiva.

Si gioca a carte, propose Lornie. Sapeva che molti del gruppo erano accaniti giocatori. Le signore non più giovani, soprattutto e gli uomini di mezza età. Il mondo non era cambiato poi tanto dai tempi di Jane Austen.

«Giocate pure, ma non pensate a me » disse Arthur. « Il mio pensiero si rifiuta di dar retta alle carte. »

Era proprio così. Non riusciva a formulare i calcoli necessari per giocare passabilmente a qualunque gioco. Riservava le fatiche della mente alle operazioni di borsa, alla soluzione di problemi teorici di qualunque genere, alle mosse, ma rifiutava il gioco d’azzardo, in tutte le sue forme.

Un suo antenato, nel lontano Ottocento, era stato quasi rovinato dal gioco, e il rifiuto per certe forme di attività ludica, anche nelle forme ridotte che erano praticate nella comune vita di relazione, era una componente fondamentale del suo spirito.

 

Cap. VI

Gordon aveva un carattere morbido e condiscendente, ma si rendeva conto di questa sua imperdonabile debolezza e per questo cercava di mostrarsi a tutti i costi solido e roccioso. Essendo la sua una durezza imposta, finiva con l’essere molto più efficace di qualunque ispidità spontanea

Sarò duro e inflessibile, devo farlo per il tuo bene, diceva con ostentata fermezza alla sua cara Debbie, amica d’infanzia e collega di lavoro.

Debbie in realtà ne aveva un gran bisogno. Era la persona più indecisa che avesse mai conosciuto. S’innamorava dei personaggi più squallidi che una giovane donna potesse incontrare: bugiardi patologici, pervertiti irrecuperabili, maniaci inguaribili, e poi pretendeva di cambiarli, di modificarne gusti e abitudini, di accoglierli in un mondo pervaso di normalità e banalità, per cui non erano nati.

Gordon si sforzava di costringerla a vivere, perché vivere significava scegliere, decidere, agire. Lei invece cercava, disperatamente, di rimandare qualsiasi impegno, per cui non si sentiva mai completamente all’altezza.

Quando un giorno, il più lontano possibile, verrà la morte a cercarti, tu dirai: “adesso no, non me la sento ancora, magari la prossima settimana. “

C’era sempre una prossima settimana nella vita di Debbie, solo che quelle settimane diventavano mesi, poi anni, e così i suoi problemi non trovavano mai una soluzione.

Gordon, quando non si dedicava al salvataggio di amiche e sconosciute donzelle, era tutto sommato un uomo interessante, più per le sue caratteristiche intellettuali che per quelle fisiche. Aveva un aspetto drammaticamente normale, ma il suo cervello a volte emergeva da quella banalità ed esprimeva originalità e acume, quasi sempre fuori luogo in una società che adorava nutrirsi di aria fritta.

Criticava l’uso e abuso di aforismi e massime prodotti da intellettuali e scrittori di chiara fama.

Chi non ha cervello spesso lo prende in prestito da chi ce l’ha » sosteneva.

Un uomo così tragicamente privo di appeal erotico non poteva che trovare alla fine per accompagnarsi nella vita qualcuno molto simile a lui e il suo destino si incontrò con quello di Maddie Perkins.

La vide per la prima volta in una sala d’attesa, seduta davanti a lui. Era estate e lei portava una camicetta incolore. I capelli biondi e corti stavano attorno a un viso tondo e appesantito, dalle guance già un po’ cascanti e dagli occhi celeste smorto, aggravati da occhiaie evidenti. Una gonna grigia nascondeva le gambe troppo chiare. Più in basso i sandali rivelavano due piedi pallidi, informi e inespressivi come due pesci morti. Cominciarono a scambiare qualche parola e Gordon si accorse che quel suo stile discreto e ovattato, così privo di ostentazione, nascondeva una notevole capacità di osservazione e una cultura nascosta e imprevedibile. Il suo sguardo opaco si vivacizzava nel discutere di arte e di cultura e il suo stesso viso acquistava una qualche parvenza di bellezza.

Debbie non poteva essere per Gordon altro che un’amica e la sua evanescenza decisionale non era fatta per stabilire con lei un valido rapporto sentimentale. Per cui il giovanotto, saggiamente, decise di lasciarsi attrarre da Maddie, passando sopra anche a quello che universalmente era considerato il suo peggior difetto: suo padre.

Il generale Montague Perkins riusciva a mettere in difficoltà ogni possibile aspirante al patrimonio di sua figlia. Esigeva l’esternazione di sane e patriottiche idee e l’accettazione integrale del suo punto di vista. In caso contrario era capace di sostenere le proprie concezioni per ore, fino a che l’avversario non alzava bandiera bianca, per stanchezza.

Non approvava la fissazione di Maggie per gli italiani. Sosteneva che la mia cuginetta aveva una visione romantica di quello strano paese del sud che era l’Italia, con i suoi maffiosi incappucciati, i suoi tenori e i suoi banditti. Sì diceva proprio banditti, con la doppia t, come comunemente venivano definiti da noi inglesi quei selvaggi col moschetto a trombone e il cappello a pan di zucchero che nelle campagne aggredivano i poveri viaggiatori, li derubavano, violentavano sistematicamente le signore e, quando non avevano altro da mettere sotto i denti, si cibavano di quei poveretti.

Strano popolo, gli italiani: allegri ed esuberanti quanto crudeli e spietati! La loro maniera di vincere una guerra coloniale era la sterilizzazione. Infatti i fascisti avevano vinto in quel modo la loro guerra in Africa orientale, sterilizzando con i gas l’altopiano etiopico, di quella che loro chiamavano Abissinia.

Come in tutte le società abbrutite dalla dittatura e da ideologie totalitarie, ben poco valore veniva attribuito al singolo essere umano, meno che mai agli indigeni africani, in singolare contrasto con l’adesione di questa dittatura al cattolicesimo. Va bene che l’attuale fanatica difesa della vita umana, in tutte le sue forme, non era ancora evidente nella Chiesa cattolica di allora. La Santa Romana Chiesa era piuttosto ancora quella dei martiri e delle crociate, dell’inquisizione e degli autodafè. La vita del singolo contava assai poco, e come nelle società primitive si esaltava e si esigeva il sacrificio del singolo per il bene della comunità.

Il senso del sacrificio patriottico era ben vivo anche tra noi inglesi; ma si trattava di una libera scelta individuale, di puro eroismo, che non contrastava con il sacrosanto rispetto dei diritti del singolo.

La brutalità usata in più occasioni dai fascisti e dai nazisti venne spacciata per decisione e talvolta ammirata anche qui da noi.

E’ vero che anche noi inglesi siamo stati spesso molto decisi in guerra e abbiamo usato pochi convenevoli per piegare gli avversari. L’uso dei campi di concentramento in Sudafrica nella guerra contro i Boeri è stato un esempio. I bombardamenti a tappeto di obiettivi militari, dai quali non si potevano distinguere gli spazi abitati da civili sulle città italiane e tedesche nella seconda guerra mondiale hanno costituito un ulteriore esempio di strategie attuate con estrema decisione; ma ogni strategia non ha mai superato determinati limiti e non ha mai comportato la sistematica eradicazione della vita umana con strumenti bellici non consentiti dal diritto internazionale.

Benché presentasse una visione personalmente rielaborata della storia, il generale non amava troppo essere contraddetto, è vero, ma non amava nemmeno gli storici incompetenti, che magari approvavano ogni sua idiozia tanto per farlo contento. Quel nuovo innamorato di Maddalena era assolutamente diverso.

Gordon non contestava i principi, ma discuteva i particolari, dimostrando una conoscenza dei fatti e una competenza fuori del comune, che alla lunga gli valsero la stima del generale. In fondo era l’unico essere in grado di tenergli testa, in quanto la struttura evenemenziale si ergeva con la consistenza di una corona dentaria nella morbidezza della bocca e poteva essere contestata solo con estrema difficoltà. I fatti dominavano anche nei suoi articoli e dai fatti derivava di conseguenza la complessità e articolazione delle sue ricostruzioni, in cui non esistevano buoni né cattivi, come mancavano gli stupidi e gli intelligenti. La maggiore o minore fortuna era in definitiva il motore primario della storia. Un agglomerarsi di fatti per lo più casuali produceva lo sviluppo di regni e imperi, di fortune e disgrazie politiche.

Poltroncine rosse, larghe e basse, in serie. Forse non avrebbero nemmeno essere definite poltroncine perché non avevano braccioli. Una volta eleganti, ora già abbastanza sformate. Espositori in vetro di prodotti per capelli

Naturalmente, il luogo più propizio per gli incontri femminili

Venne ad accogliere le signore un tizio tutto azzimato, con una camicia a righine blu verticali e un pantalone grigio. L’aspetto poteva dirsi effeminato, ma con qualcosa di artificiale, che faceva pensare piuttosto a un androide. I capelli erano castani, ma il taglio e il colore erano talmente perfetti da sembrare finti. La parrucchiera invece aveva un viso roseo e tondo e una corporatura robusta. Si sarebbe trasformata con gli anni in uno di quei gradevoli porcellini che abbondano nelle case della nostra Inghilterra: animaletti dall’aspetto pacioso, ma dallo spirito tendenzialmente ipercritico, che se il mondo fosse affidato a loro, risolverebbero tutti i problemi elaborando qualche soave pasticcio e degli apprezzabili cakes.

Le signore, in quell’ampio salotto, riuscivano a chiacchierare malgrado il rumore debordante dei phon.

 

Cap. VII

Arthur Redcamble si divertì molto a pianificare il suo intervento in favore di Maggie. Aveva saputo, anche perché non era poi un gran segreto, che la maggior parte dei debiti di Tonio era in potere del grande Bloom o di personaggi da lui controllati. Bisognava perciò

Arthur andò a trovare il suo amico Brett Culley, a New Scotland Yard. Il vecchio Brett gli doveva numerosi favori e in particolare doveva a lui (e ai suoi appoggi politici) se, malgrado le sue molte gaffes, si trovava ancora saldamente al suo posto

Brett sapeva tutto sul grande Bloom, su chi gli procurava i migliori affari e le migliori e più giovani ragazze. Era quindi in grado di

(Brett fa registrare gli incontri di Bloom con minorenni)

Tentano di ricattare Bloom , convincendolo a cedere a poco prezzo i titoli di credito nei confronti di Tonio e soci)

Cap. VIII

Ho rivisto Archie, Archie Monroe, questa settimana. Non ha più la faccia da bambolotto che gli conoscevo. Sembra molto maturato da quei giorni in cui il padre di Phoebe li aveva trovati a letto, lui e Phoebe.

Qualcuno ha spifferato qualcosa di quella fazenda in Brasile che ha acquistato, e di quello che vi succede, di tutte le donne e le ragazzine che ci portano per fare la bella vita. Tanto si sa che lì è facile trovare ragazzine di quindici anni o anche meno e portarsele in qualche luogo sperduto dell’interno. Lì col caldo che c’è si buttano tutti in piscina e poi succede quello che succede. Non giocano mica a cricket!

Quella volta lui si era rivestito e poi era andato con tutta la sua faccia tosta, e con molto sussiego, a fare i convenevoli al signor Peters. Il padre di Phoebe lo aveva squadrato per bene e aveva accettato la formale presentazione, che deponeva positivamente sulla sua educazione e sul suo stato sociale, ma lo aveva avvisato sulle inevitabili e dolorose conseguenze di…

Non deve preoccuparsi: non sono mica un ragazzino, aveva detto Archibald, detto Archie. E infatti non era affatto un ragazzino: sapeva fare molto bene i suoi calcoli. Il signor Peters e i suoi soldi gli erano indispensabili per realizzare il suo progetto di vita. Non che fosse un progetto di straordinaria originalità

Ognuno di noi è una specie di piccolo universo. È bello pensare a come tutti questi minuscoli universi s’incontrino, interagiscano, talvolta in parte si sovrappongano, provino piacere nel parlare, nel frequentarsi, nel fare l’amore. Nessuno è completamente autarchico, nemmeno gli stiliti o i contemplativi orientali. Questi entrano in contatto con altre componenti del mondo, con gli universi della terra, del cielo, delle piante, degli animali, quegli universi che i nuovi schiavi delle realtà urbanizzate misconoscono o sottovalutano, persi come sono dietro gli ossessionanti imperativi del posto di lavoro da conservare, delle progressioni economiche da ottenere, degli obiettivi aziendali e individuali da realizzare, tutte cose che spengono il sole e placano il vento, inaridiscono i giardini e i sentimenti

Fu il professor Monroe, sì, proprio Jeremy Monroe, docente di economia a *** , a far incontrare Archie e Antonio Castellacci, detto Tonio

Archie e Tonio erano fatti apposta per fare affari insieme. Tonio era la mente positiva del team, Archie quella intuitiva e avventurosa. Alle loro spalle gravava comunque il peso di Bloom, che era accomunato a Monroe dalla passione per i giovani fiori appena sbocciati. Bloom e Archie prediligeva no le femmine, ma bisogna confessare che non disprezzavano nemmeno i maschi, purché apparissero sufficientemente innocenti e implumi come cuccioli. Naturalmente le proprietà brasiliane di Archie erano il luogo ideale per trascorrervi ogni tanto qualche giorno di meritata vacanza

 

[Appunti]

Jeremy Bloom aveva finto di concordare la cessione dei titoli a Maggie, ma Brett Culley, che conservava i titoli a Scotland Yard, viene a sua volta ricattato

Bradley, mercenario al servizio di Bloom, sequestra la donna di Brett. Brett che conosce le qualità di Bradley, cede e consegna i filmati all’emissario di Bloom.

Maggie a questo punto decide di incontrare Jeremy

Incontro tra Jeremy e Maggie]

La segretaria di Bloom comunica la richiesta di incontro a Jeremy

Jeremy accettò: era incuriosito di conoscere la donna che aveva tentato di metterlo nei guai.

Si incontrarono in un ufficio periferico, a Southampton

Jeremy non dimenticava mai un viso, specie quelli femminili.

«Ma lei non lavorava per la Orange una volta?

«Sì, ma ora lavoro per me stessa

Maggie si era seduta sulla scrivania e lo spacco della sua gonna era diventato favoloso e divinamente invitante

«Sa che se qualcuno, uomo o donna, mi desse dei problemi, io sarei in grado di spazzarlo via solo con uno sguardo »

«Lo immagino »

«Perché non dovrei fare lo stesso con lei? »

«Perché ho ancora le prove dei suoi incontri »

Lo sguardo da rapace di Bloom ebbe un momento di incertezza.

Forse la ragazza bleffava

Maggie sorrise.

«Dico sempre la verità » annunciò

«Ho un piccolo esempio »

Estrasse un cd dalla borsetta

«Naturalmente è solo una copia »

la rappresentazione non era eccezionale, ma il contenuto inequivocabile e soprattutto faceva riferimento a un episodio lontano, che non immaginava potesse nascondere un agguato

Il volto di Jeremy nascondeva a fatica il disappunto.

«Non mi è stato facile ottenerlo, ma la sua proprietaria mi consente di usarlo. Era la sua assicurazione sulla vita»

Jeremy pensava che se lui ne fosse stato al corrente prima dell’intervento di Maggie, la vita di quella ragazzina non avrebbe poi avuto tanto valore.

Il caso era tanto più grave perché quella volta non si trattava di una prostituta, ma di una ragazzetta, giovanissima, che gli era stata messa a disposizione tanti anni prima, quando usava per i suoi incontri di varia natura un alberghetto fuori mano

Lui aveva pensato allora che la presenza della bambina fosse casuale: era la nipote della proprietaria dell’albergo e dava una mano alla zia.

Invece anche quella volta qualcuno aveva tentato di…

«Quanto vale per voi quel filmato? »

«I vostri titoli nei confronti del signor Antonio Castellacci, che io comunque le pagherò a un prezzo ragionevole. »

«Sa che potrei distruggerla, signora Castellacci »

«Non sono più la signora Castellacci, non lo sono più da un pezzo. »

«Potrei farla sequestrare e sparire »

«E in questo caso il suo prezioso filmato verrebbe distribuito a tutti i giornali del Regno Unito e del Commonwealth. »

Lo spacco di Maggie aveva raggiunto i limiti della decenza.

Jeremy si accorse che il suo sguardo non poteva evitare di insinuarsi dentro quello spacco, di tentare di scrutare al di là dei resti di stoffa che impedivano la libera visione delle nascoste bellezze di quella donna. Era indubbiamente affascinante e il suo gioco lo intrigava. Beh, in fondo raggiungere un accordo poteva avere i suoi vantaggi e poi l’offerta di Maggie non era nemmeno un ricatto, semmai un’alleanza che avrebbe potuto essere sancita da incontri decisamente più piacevoli.

Maggie aveva dichiarato di essere disposta a pagare, ma quanto?

«Si avvicini » fece Maggie

L’uomo si accostò alla scrivania. La giovane si sporse in avanti e sussurrò una cifra

«Troppo poco » rispose Jeremy, e si allontanò.

Ma da quella distanza l’immagine di Maggie era incredibilmente provocante.

Aveva accavallato le gambe e il suo piede destro iniziò a muoversi, simulando nervosismo. La scarpa alla fine si sfilò e cadde sul pavimento.

Jeremy, come colto da un raptus si precipitò a raccoglierla con una mano, mentre con l’altra afferrò il piede nudo di lei e lo appoggiò con decisione su una parte precisa dei pantaloni.

Lei lo lasciò lì per qualche secondo poi scese dalla scrivania e recuperò la scarpa dalle mani dell’uomo.

Ora era davanti a Jeremy e gli soffiò in faccia un’altra cifra, solo leggermente superiore: «E l’ultima offerta » disse. Poi si rimise la scarpa.

«Il resto alla prossima volta » disse

Che puttana, pensò Bloom, ma annuì.

«Chiamerò il mio notaio » fece, con aria sicura. Maggie mostrava di essere una donna di carattere, decisamente alla sua altezza o quasi

Maggie sorrise. L’accordo era stato stipulato. Si sarebbero visti di lì a due giorni e avrebbero effettuato lo scambio.

Dopo l’acquisto dei titoli si prospettava una serata impegnativa, ma in fondo non del tutto sgradevole. Jeremy era un uomo interessante, molto più di quelli che aveva dovuto incontrare per aiutare Tonio, e quel rapporto prometteva di durare ben al di là di una singola sera.

Sembrava quasi impossibile

Una delle cose più gradevoli di Londra è stata sempre la grande libertà di comportamento per chi ci vive o la attraversa per breve tempo. Ti puoi vestire da sikh o da cinese dell’ottocento, da indiano o da nativo americano senza che nessuno si giri a guardarti con aria di disapprovazione. Così mi accadeva di uscire con amiche di ogni parte del mondo, abbigliate secondo la moda del loro paese

«Il desdtino, il destino, diceva Fatma. «Tutto è scritto, è segnato. Sembrava una banalità, ma lei ci credeva veramente.

«Certo ho saputo di tanti fatti per così dire strani, le dissi

«Le codiddette coincidenze?

Sì, a volte, ma me ne hanno raccontato una che lascia perplessi, se è vera

«Racconta, racconta!

Lui si chiamava Winston

Come Churchill?

«Sì, solo che era magro e non fumava il sigaro

«Era uno di qui

«No, veniva dallo Sh . Una volta, quando si riunivano in casa di amici e c’era un esperto di tarocchi, gli avevano predetto che sarebbe morto in un incidente aereo. Da allora il poveretto aveva rinunciato ai viaggi. Non era mai andato in America, né in Australia, né in Cina. Si spostava solo in nave o in treno. Faceva lunmghi percorsi in auto e aveva ormai raggiunto la soglia dei sessant’anni, quando alla fine morì.

«E com’è morto?

«Mentre viaggiava sull’autostrada per Cardiff, un aereo da turismo in difficoltà, nel tentare un atterraggio d’emergenza sulla lista stradale, gli andò sopra e travolse la sua Bentley

«Quindi morì per un incidente aereo

«In realtà sì. Quindi le previsioni si sono avverate

«Vedi che al destino non si sfugge?

Abbozzai un sorriso, ma una punta di tristezza doveva trapelare dal mio volto, perché Fatma mi chiese: Sei triste, a cosa pensi?

«Non so, a tante cose, a tante persone.

«Non a una persona in particolare?

Pensavo in realtà a Roger, al mio Roger, e a Maggie, con la segreta speranza che la sua vita trovasse una strada migliore della mia, che non dovesse rimpiangere per sempre una scelta sbagliata, che il destino, se c’era, le consentisse di rimediare agli errori e riprendere il cammino interrotto. C’erano in me tristezza e speranza, in egual misura

Invece Harvey, dopo la fine del suo incapricciamento per Brenda, ebbe finalmente la sua occasione. Fu veramente un caso del tutto eccezionale e imprevedibile.

Si trovava in un centro…

…L’insoddisfazione aveva assunto caratteri dominanti nella mente di Carlo. Eppure era riuscito alla fine a realizzare una parte dei suoi progetti; ma la sua realizzazione era comunque limitata a un settore, alla sua produzione di manufatti architettonici, e non esauriva le sue capacità creative. Ebbene, questa limitazione era diventata sempre più insostenibile…

 

…Sono tornata di recente in Italia. Mi ha sorpreso soprattutto la scarsità di bambini, la mancanza di quelle famiglie numerose, con tantissimi figli, povere ma allegre, per cui era famosa un tempo. Gli unici bambini che si vedevano avevano tratti orientali o il colore caratteristico dei maghrebini. Gli immigrati sono gli unici in Italia a credere nel futuro. Gli italiani invece… Il desiderio di non perdere quel po’ di benessere conquistato dalla generazione del dopoguerra aveva scoraggiato i più giovani (o meno anziani), che avevano scelto di non avere figli, o di averne al massimo uno. Sentivano, d’altra parte, di non avere più certezze né valori da comunicare e questo era il motivo segreto e dominante della loro decadenza: la loro cultura non esisteva più. si sono autoesclusi, lasciando il campo agli altri: slavi, cinesi, africani o europei ibridi come…

 

[Adesso, a poco a poco, bisognerà riempire almeno cento pagine di buchi. Il finale invece, che è già quasi pronto, evito di anticiparlo. NDA]

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