Colline

colline

 

Colline (frammenti di una storia in costruzione)

I

I

Forse non lo saprò mai cosa c’è oltre quelle colline. Da quando mi hanno portato qua non faccio che guardarle. Le guardo dalla finestra di questa casa in pianura, una finestra rivolta a sud, verso un mondo che immagino diverso.
Hanno detto che forse ce l’avrei fatta, che avrei potuto riprendere a camminare, che il mio mondo non sarebbe rimasto confinato entro questa casa, col suo minuscolo giardino dagli alberi stentati, dove il sole brucia d’estate, mentre d’inverno il gelo sembra voler rompere la corteccia dei tronchi, che voglia spezzare i rami col peso delle nuvole di piombo che incombono. Ma troppo tempo è passato e ormai non credo più nei miracoli.
Mi viene il sospetto che a tutti faccia comodo che io rimanga qui, a dipendere dalla loro disponibilità, da quell’affetto superficiale che è finzione e convenienza.

Giovanni farebbe volentieri a meno di me, anche se la mia pensione in questo periodo di crisi gli fa certamente comodo. Non è vero che i figli sono morbosamente attaccati alla madre. Il mio non lo è di certo, o forse è costretto a comportarsi così per dimostrare a quell’arpia di sua moglie che lui è a lei che vuole veramente bene.
Ma perché mai si sarà sposato quella donna perennemente insicura, e così dispotica nella sua insicurezza, o forse proprio per quella.
Quando non devono andare al lavoro, lei lo manda giù a ritirare la posta o a prendere l’acqua o a fare qualche altro servizio
Qualche volta lui se ne approfitta e se la prende comoda, se ne sta in giro un po’ di più, per godere di qualche attimo di libertà
« Ma quanto ci sei stato per prendere l’acqua dalla macchina! »
« Sai, ho incontrato un paio di gnocche e ci sono andato dietro, per vedere cosa facevano. »
« Quanto sei scemo! »
Lei rideva, non gli credeva mica. Ma cosa sarebbe successo se lui fosse rimasto sempre più tempo fuori, se avesse veramente incontrato qualcuno, se avesse fatto sesso con qualche conoscenza occasionale?
E’ che Giovanni è sempre stato pigro e ha avuto sempre il maledetto terrore di avere qualche brutta avventura. Uno così timoroso finisce per rinunciare a vivere.
Io li sento, sento tutto quello che fanno.
Fino a qualche tempo fa credo che facessero ancora l’amore. Ma ora lui rimane spesso nel tinello, in basso, a guardare la televisione o a vedere qualche film col videoregistratore, quando lei è già andata a dormire, e l’indomani scende da solo e da solo si prepara il te. Poi scende lei, Alessandra, con la faccia sempre più buia e invecchiata, e mette in funzione la macchinetta del caffè espresso. Adesso quei due manco si parlano, quasi. Non mi è stata mai simpatica, Alessandra, e io certamente non le sono mai piaciuta. Una nuora, si sa, è sempre una nuora. Lei è una donna troppo intenta a pensarsi addosso, a considerare quello che possa o non possa andare a suo vantaggio, a spazzare via tutti gli ostacoli che potrebbero impedire la sua realizzazione. Gli altri hanno un unico compito nella vita: quello di agevolarla e di risolvere i suoi problemi. Nello stesso tempo, ha paura di ogni presenza che lei non riesca a controllare e a dominare. Ne ha una paura folle, e per questo entra spesso in contrasto con chiunque pensa possa costituire un pericolo.

Guardo quel pezzo di mondo che si stende al di là della mia finestra. Certe volte tutto appare indistinto, quasi un affresco a monocromo: nulla che voglia decisamente, caldamente differenziarsi. Penso che sia l’immagine di uno spazio omologato, in cui ogni elemento tende a uniformarsi all’altro, imitandone colore e forma, in cui lentamente il grigio avanza, permeando gli interstizi tra gli oggetti e gli oggetti stessi, in cui tutto diventa insieme nuvola e terra, bosco e nebbia.
Le colline sembrano gobbe di animale, strane gobbe di uno scuro verde; sono ruvide e irregolari, ostentano una dura bellezza, che non dà pace, guardarle stimola sogni angosciosi. La boscaglia che le ricopre fa pensare a boschi di fogliame scuro, a macchie di rovi, a bacche velenose. Spesso la natura ha un volto ostile, complica la vita dell’uomo, la ostacola, quando può.

Vivere qua in campagna è faticoso. Giovanni trascorre metà della sua vita in automobile. Ha sempre qualcosa da fare, un posto dove andare. Anche Alessandra è quasi sempre in giro, tra una riunione e una mostra, gli incontri con le amiche, le occasioni culturali cui non intende rinunciare

Io non posso essere lasciata da sola, dicono, e per questo hanno trovato una signora dell’Est che mi segue, quando non c’è nessuno in casa, Quindi la casa dev’essere sempre abitata: ci dev’essere sempre qualcuno, qualcuno che possa muoversi, camminare, parlare, mica un rifiuto invalido, quasi morto, come me.
Viene dall’Ucraina, ma non è una bellezza. Ha un viso slavato e una faccia da pesce lesso. Credo che l’abbia scelta mia nuora, per togliere al marito ogni tentazione.
Mi porta vicino alla finestra. Io riesco a muovere la mia poltrona, ma faccio fatica, perché le mie braccia sono indebolite. Lei invece sposta il mio mezzo in un attimo. Allora rimango lì per ore a guardare in alto il cammino delle nuvole: uno spettacolo che cambia continuamente, con forme che mutano, si evolvono. Si potrebbe scommettere, fare previsioni sulle forme che assumeranno, sui tempi del loro procedere. Si apprezzano le strane intersezioni che si sviluppano tra le scie di condensa dei velivoli militari che continuano a solcare il nostro cielo e i cirri, i cumuli, le strisce di biacca luminosa che la natura non smette mai d’inventare.
Sul davanzale c’è un vasetto, con tanti steli secchi. Erano piantine di basilico, che una gelata ha annientato. Potrebbero toglierlo, ma spero che non lo facciano. In fondo anche quei gambetti gialli hanno una loro forma, con le piccole foglie bruciate che ancora si ostinano a rimanervi appese. Sembrano forme di vita che non vogliano arrendersi, nemmeno dopo la morte. Si sforzano di far persistere la loro forma, in una sorta di sopravvivenza estetica. So che questo non succederà a me, a mio figlio, a nessuno di noi. Noi verremo nascosti agli sguardi dei curiosi e di chi passa per caso, rinchiusi in quegli strani depositi di corpi usati che sono i cimiteri, dove una lapide ricorderà che siamo esistiti, e che siamo nati e morti da qualche parte, con le date della nascita e della dipartita. La nostra materia rimarrà lì a decomporsi per un tempo lunghissimo, poi forse verrà liberata nella luce e nel vento. Forse un terremoto scuoterà le nostre prigioni e i nostri corpi verranno restituiti alla natura per essere trasformati in qualcos’altro, magari in molecole di terra, utilizzate da altre forme di vita.

Le pareti, la tappezzeria. Non mi piacciono quelle figure, quelle decorazioni che sanno di vecchio, di cenere. Dice Giovanni che la casa era così, che questo è il suo stile. Non c’è bisogno di stravolgere tutto, dato che è in buone condizioni. E poi anche i miei vecchi mobili si adattano bene a quelle volute grigioverdi. I miei mobili, me li ha fatti portare, mobili in noce americano, walnut. In questo modo, aveva detto ad Alessandra, io non mi sarei sentita troppo a disagio. Assieme ai mobili aveva portato anche i libri, nella speranza che ricominciassi, per qualche particolare miracolo, a leggere.

« Non si chiama più CRO, si chiama bonifico SEPA. »
Non ci sono più i corvi? »

« Insomma, se mi avessero detto che per sopravvivere nel mondo di oggi bisognava avere una laurea alla Bocconi, mi sarei laureato alla Bocconi. »
« Non ce l’hai ancora il numero? » Lei lo riguardò, ma non era sicura
Richiamò la banca.
« Scusi potrei parlare con la signorina Barbara »
« Senta: glielo rileggo il numero. Ce l’ha davanti »
« Sì, rilegga »
« SDP 83 84 B 732 84 16 00 00 IT »

Lei telefonò
« Ho un dubbio su questo numero, che non sia uno zero SDP 83 84 B 732 84 16 00 00 IT »
« No, la lettera è all’inizio e alla fine Ah è solo sulle due iniziali (ma e sulle due finali »

« Vieni, te lo rileggo: SDP 83 84 B 732 84 » « Bingo » disse lui.
« Finiscila di scherzare: 16 00 00 IT … Lo capisci che non la vendo quella maledetta casa. »

Mai la vendita di una casa era stata così tormentata. Pareva un thriller. Fino alla fine non si sapeva se ci sarebbe stato un esito positivo o meno. C’erano continui capovolgimenti di fronte. « Si vende » si diceva un giorno. « Non si vende » si diceva il giorno dopo.
« Pagheranno quei tremila euro? »
« Se hanno allungato i tempi per non pagarli! »

Quella casa sembrava un pozzo senza fondo. Giovanni sosteneva che fosse stata maledetta. Ma ora venderla era indispensabile, per sostenere le spese dell’assistenza alla mia persona, e forse anche le maledizioni hanno una data di scadenza.

Qualcosa sta cambiando, la vita va verso il suo naturale precipizio? Mi sembra di percepire meglio la realtà, la realtà così com’è: la terra che gira, mentre tutti la sentono ferma, ben salda sotto i piedi, le cose che sono una molteplicità di altre cose. Ma forse è illusione questa mia, è semplicemente un capogiro e un progressivo indebolimento della vista, che mi porta a conclusioni inquietanti. Io che non posso muovermi, finalmente cammino con la mente e credo, spero, di uscire dalla caverna. Vedrò qualcosa di più delle solite ombre? O forse verrò solamente annichilita, annientata dalla troppa luce, dall’eccessiva, terrificante consapevolezza?

« Io non me la sento di lasciarla lì, su quella poltrona, con lo sguardo fisso su quelle colline cespugliose, su quel cielo triste. Voglio che si svaghi, portarla da qualche parte, farle vedere gente. »
« E se succede qualcosa? Non lo sai che t’incriminano? »
« E per che cosa m’incriminano: per avere cercato di dare a una vecchia una vita più umana? »
« Per omicidio, t’incriminano. »
« Ma allora sparategli in testa ai vecchi: un colpo alla nuca! »
« Purtroppo non si può fare. »
« Volete che stiano a letto, a letto con le sponde, e sperate che muoiano presto. Ma tanto non muoiono lo stesso; non v’illudete. »
« Ma l’ha detto anche il medico, che devono stare a letto… E chi se la piglia la responsabilità? »
« E per paura della responsabilità dobbiamo far passare ai vecchi una vita di merda? E’ mica vita questa. »
Devono stare lì, finché respirano.

E la vita se ne va via, lentamente, troppo lentamente. Loro, i giovani, che poi giovani non sono, ma solo un po’ meno vecchi, hanno un solo compito: fare attenzione che non cadiamo, assicurarsi che non facciamo niente di pericoloso, che non ci salti il ghiribizzo di morire, perché loro devono tenerci in vita, testardamente, stupidamente, evitando ogni rischio, non lasciandoci mai soli. Devono pagare una badante, un’infermiera, se proprio stiamo male, oppure metterci in un istituto, dove si occupano di noi, sollevando loro, i parenti, da ogni responsabilità. Finiscono per odiarci, perché per sostenere i pagamenti devono vendere le proprietà. Solo che spesso nemmeno quei soldi bastano. Se il vecchio vive ancora a lungo, una volta esaurite le risorse, si arriva alla rovina economica. Molti meditano il suicidio. Alla fine desiderano ucciderci, ma non possono farlo. Anzi devono farci sopravvivere, far sopravvivere le nostre cellule, finché continuano a riprodursi, finché il cuore batte e il cervello funziona, anche quando non si è più coscienti di nulla. Siamo condannati a non morire, anche quando vivi non lo siamo più.
Noi vecchi siamo la rovina del mondo.
Se almeno avessimo ancora uno scopo, una funzione, finché il cervello lavora e medita e collega! Se avessimo la possibilità di andare oltre, con la mente, oltre la terrificante opacità delle cose! Allora forse avrebbe un senso anche una vita come la mia, con tutti i suoi limiti nell’agire, perché il pensiero potrebbe investigare, trovare soluzioni, costruire. Il movimento così diverrebbe una proprietà secondaria, ininfluente, di fronte all’enorme potenza del nostro sguardo. L’uomo sarebbe veramente qualcosa di più di un povero animale parlante.

Ma quanto sono cupe quelle colline! Stanno lì, lontane, incombono, inevitabili. Sono dipinte là fuori perché qualcuno le colga con lo sguardo e le percorra. Ciuffi vegetali dall’aspetto compatto e duro come broccoli. Quell’insieme che chiamiamo di solito bosco, una voce collettiva in cui raccogliere un insieme di essere vivi, di individui ramosi e ombriferi che presi uno per uno chiamiamo alberi. Esseri che si muovono, ma troppo lentamente perché possiamo accorgercene. Almeno fin quando una forza esterna non li scuota, non li faccia muggire e non li spezzi o non li faccia crepitare di fiamme rosse.
Qua solamente tende semiaperte, con quei fili e tiranti e pomelli, cose che solo pochi esperti sanno esattamente come funzionino. Cose che solo gli esperti sanno sbrogliare e aggiustare.

Quello che non riesco a sopportare è la coscienza della mia unicità. Pensare che non possa connettermi con qualcos’altro, con altri pensieri, altre coscienze. Sapere di non poter rimanere se non nel ricordo, di poter interagire solo con la parola. Per questo io, che non riesco più ad articolare parole comprensibili, forse per gli altri sono già morta.

« Chissà a cosa pensa.
« Ma a cosa vuoi che pensi. Ormai cosa vuoi che le sia rimasto, di cervello?
« Secondo me ne è rimasto molto. Non è ancora così vecchia.
« Ma che importanza ha se tanto, quando parla, non la capisce nessuno?
« Non è vero, se hai pazienza riesci a capirla.
« Ma sì, solo Olga riesce a capire qualcosa: si vede che la mamma parla in russo
« Forse in ucraino
« Sì, non c’è differenza. Tanto non conosciamo quelle lingue.

II

Una villetta che guarda a Sud, verso le colline. Questo è quello che mi avevano detto e devo dire che mi era piaciuta. Forse inconsciamente desideravo una casa fatta così. O forse desideravo solo il giardino, un giardino che mi ricordasse quelli della mia infanzia, quando ogni cosa era una scoperta. Quando avevo imparato a distinguere i piccoli tumuli di terra dei formicai, con la processione di formiche che andavano in giro alla ricerca di cibo e materiali utili di vario tipo. Avevo appreso la forza oscura della gramigna, indistruttibile signora dei regni sotterranei, da cui continuava a emergere, anche quando la si credeva estirpata. Avevo capito che il cielo, che gli alberi si ostinavano a cercare, doveva essere conquistato, da ogni filo d’erba, da ogni pianticella, in concorrenza con le altre, perché la luce non era per tutti, se i concorrenti erano troppo numerosi.

Poi ho dovuto arredarla, la casa
I quadretti. Sì, qualcosa mi hanno regalato, ma gli altri sono miei. D’accordo, non sono capolavori, ma non me la cavavo male, una volta, col carboncino e la sanguigna e persino con la tempera. C’era una colla speciale da stendere sulla carta. Non l’ho più trovata. Forse per quello ho smesso di usare colori a tempera. Poi ho usato pastelli a cera, qualche volta, ma non mi davano soddisfazione. Non mi sembrava di fare disegni, ma baffi di colore su uno spazio candido, forme approssimative: più sono indistinte e meglio sono. Ecco, quelle sembrano strani pesci che guizzano fuori dalle onde. In lontananza c’è una roccia, con sopra un faro, una macchia di luce. Forme di vita, mi piace creare nuove forme di vita, come forse qualcun altro ha fatto nella notte dei tempi, fino a che non ha inventato noi, nati da un baffo di colore steso casualmente sulla carta. Allora quel qualcuno ha detto. Ma guarda cosa ne è venuto fuori! Poi ha considerato bene il primo uomo, o la prima donna, e ha pensato che era in fondo un buon prodotto e che meritava di essere messo alla prova, su questo pianeta.

Qui dovevamo portare la mamma, ora che non era più in grado di vivere da sola.
Alessandra ha cercato di scoraggiarmi in tutti i modi, ma l’avevo previsto e avevo preso le mie contromisure.
E poi avevo i miei progetti. Speravo che in qualche modo, con la fisioterapia riuscisse a riprendersi. Aveva solo ventisette anni più di me. Perché mai non sarebbe stato possibile restituirle il moto, la parola?

III

Era uno strano pomeriggio a Etretat. C’ero andata con una mia amica, insegnante anche lei, e ho scoperto che si trattava di un luogo magico.
Credo che si formino invisibili strade di vento, su cui gli uccelli navigano, in questo luogo proteso verso il Mare del Nord, un po’ più su di Le Havre e del suo porto. Era una volta una località turistica abbastanza famosa, tanto da attrarre scrittori e artisti. Quando la visitai per la prima volta, sembrava piuttosto una cittadina ancora piuttosto vivace, ma un po’ fuori dal tempo. Ora non so se si sia adeguata anch’essa allo standard delle località turistiche, colorate e impersonali.

L’ho visto e l’ho guardato, senza volere; ma lui ha notato il mio sguardo. Forse non era nemmeno bellissimo, ma aveva un viso intelligente. A volte s’incupiva e guardava lontano, a volte si aveva l’impressione che osservasse persone e cose con ironia. Era questa sua duplice natura ad attrarmi, la capacità di soffrire meditando sulle miserie umane e di irridere alle debolezze della nostra specie, usando gli strumenti della descrizione grottesca e del giocoso delirio denotativo. Sapeva usare le parole e ne conosceva ogni segreto potere. In questo eravamo forse destinati a incontrarci. Insegnava filosofia in una delle minori università francesi, ma la sua percezione globale del mondo rendeva inessenziale il luogo in cui esprimeva il suo pensiero. La sua capacità introspettiva si sarebbe manifestata in uguale misura sulle Montagne rocciose come nel deserto del Gobi. Era un uomo per cui la terra era un’unica enorme città.
Il suo nome era Xavier Destouches.
La mia amica Anna era stata discreta e ci aveva consentito di vederci da soli. Questo rese possibile l’inizio della nostra storia. E’ sempre così che avviene. La cosa più difficile è l’inizio. Quante storie d’amore non sono mai nate perché non si dice una parola necessaria o perché un tram arriva in ritardo. Quante colpe dovremmo addossare al destino!

Erano tempi in cui la vecchiaia sembrava lontana e la morte impossibile. Allora volavamo nell’eternità, ne eravamo imbevuti, nutriti di ottimismo, di aspettative , circonfusi della luce benevola del futuro.
Mi sembra di essere ancora lì, a volte, nel cuore di Etretat, a volteggiare libera insieme agli uccelli, e dimentico, col pensiero, la mia attuale decadenza e la prossimità dell’approdo finale.

Anna rientrò a casa, a Parigi. Io rimasi invece, per qualche altro giorno

Avremmo dovuto rivederci, di lì a poco, con Xavier, ma fu allora che il destino ci giocò uno dei suoi scherzi più crudeli. Il mio uomo, quello che ormai consideravo quasi un parte di me, della mia vita, ebbe un’opportunità di quelle a cui non si può rinunciare nella vita. Gli fu offerto un posto d’insegnamento a nel Quebec, cin un contratto pluriennale e ottima retribuzione. Non era possibile rinunziarvi. Io non volli imporre a Xavier un legame che non esisteva e lo lasciai libero. Lui volle rimanere in contatto. Mi telefonava continuamente e mi scriveva, pure, ampie lettere che ho sempre voluto conservare, finché non avvenne qualcosa d’irreparabile.

L’allieva di Xavier era terribilmente attraente. Ho visto una volta le sue foto, che la ritraevano durante un convegno e devo confessare che raramente ho visto una bellezza femminile più decisa e travolgente. Era bruna e il suo viso morbido e regolare era illuminato da due occhi di un verde profondo e indagatore. Quando Xavier mi parlò di lei per la prima volta e io incominciai a cercare informazioni su questo imprevisto ostacolo ai miei progetti sentimentali, capii che lui non aveva scampo, che noi non avremmo potuto superare quel nuovo trabocchetto del destino.
Non passò molto tempo, quando Xavier, mi telefonò con una voce che non pareva neanche la sua. Si capiva che era imbarazzatissimo, ma che quel passo non lo poteva proprio evitare. Lui non capiva come, ma purtroppo quel che si poteva immaginare era capitato. La passione improvvisa che la giovane Danielle aveva scatenato in lui e che Xavier pensava di superare, non appena si fosse conclusa la sua esperienza di lavoro in Canada, aveva dato i suoi frutti. Danielle era incinta e lui non se la sentiva di abbandonarla.
Ho già fatto soffrire una donna una volta, disse Xavier; non posso farlo ancora.
Così avvenne che fece soffrire me, in una maniera atroce e irreversibile. La mia vita da quel momento non è più stata la stessa. Ho cercato di ricostruire la mia vita, di realizzarmi nel lavoro, in un sereno matrimonio. Ma certamente quel periodo ha rappresentato un momento traumatico, che non sono mai riuscita a superare in maniera definitiva.
Nemmeno mio figlio, generato forse troppo in fretta, come per cancellare quel periodo bello e doloroso della mia vita, è riuscito veramente a riempirla.
Mio marito, quasi una nuvola di passaggio, perso tra le sue segretarie e le sue bariste, un’esperienza squallida, fatta come per fare un dispetto. E alla fine il dispetto l’avevo fatto a me stessa. Mio figlio, cresciuto con l’esempio di quel padre, che non riusciva però a imitare nelle sue imprese erotiche.

Guardo le nuvole, qui, nella distesa padana. Vedo come nascono, si trasformano, si dissolvono, come ogni cosa. Guardo le nuvole e gli uccelli. Quanti uccelli neri! Il bianco e il grigio erano i colori dominanti, nel piumaggio degli uccelli di Etretat. Avevano i colori del cielo e del vento. Qui si sono affermate le tinte fosche. In questo modo gli animali si mimetizzano nel paesaggio. Bisogna individuarli, e seguirli. Quando volteggiano incuranti delle tempeste o quando saltellano sul terreno, superando arbusti e ciuffi d’erba

IV

Finalmente ho risolto. Ho riconquistato il mio tempo, la mia voglia di vivere. Posso uscire tranquillamente con gli amici senza dover essere sottoposto al vaglio di sguardi inquisitori. Sto per liberarmi anche di quella specie di triglia che mia moglie mi ha messo in casa. La sostituirò con Yula. Viene anche lei dall’est, ma è una donna di ben altro tipo. Pallida anche lei, ma con uno sguardo vivo e sognante. L’ho conosciuta attraverso il web, perché proviene da quel mondo di persone sradicate che cercano amicizie e fortune in un altro paese. Voleva qualcuno con cui fare conversazione e nello stesso tempo un’occupazione stabile, che le garantisse di sopravvivere in Italia e di apprendere bene la nostra lingua. Se la cavava abbastanza bene, ma certamente la sua conoscenza dell’italiano era ancora imperfetta e limitata. Mi offersi di seguirla nel suo percorso di apprendimento. In maniera disinteressata, si capisce. Ma poi, si sa, da cosa nasce cosa. La vidi e pensai che poteva essere la persona giusta. Aveva aiutato i suoi vecchi prima della morte e sapeva come affrontare le ubbie degli anziani, i loro capricci e le loro insensate paure.
Conosco le donne e so che la carne di Yula è debole. Ci sono troppe donne per cui il sesso non è un richiamo impellente e fondamentale, che lo ritengono in qualche modo un’utile scocciatura, necessaria per fare figli e per legare a sé gli uomini della cui presenza e assistenza hanno bisogno. Yula appartiene a un gruppo diverso, a quello delle femmine per cui la sensualità è sconvolgente e il sesso necessario.
Yula sarà il caldo umido giaciglio in cui spegnere i miei forsennati ardori. Le sue lunghe e forti gambe sapranno aprirsi e accogliermi, trattenendomi incapsulato nel suo profondo e mobile incavo, là dove esploderà il mio desiderio.

So che accade così. Per tutti, almeno per le persone fisicamente sane, che non devono sostenere i tormenti di un’agonia lunga e intrisa di dolore. A un certo punto la forza vitale si esaurirà e io assisterò a quel lento spegnimento. La voce diverrà sempre più rauca o metallica, finché non uscirà più dalle sue labbra un suono intelligibile, come la luce non fuoriesce da un buco nero. Il suo braccio, diventato artiglio scheletrico, cercherà di muoversi, ma lo farà a scatti, senza che l’ordine del cervello sia eseguito compiutamente.

Erano scure, forse marrone scuro e striate in maniera mutevole. Si muovevano a onde, come aerei in formazione d’attacco. Mandale via, diceva la mia voce
Non ricordo quanti anni avessi, so semplicemente che ero molto piccolo e che una forma insidiosa di morbillo si era impadronota della mia mente, producendo quelle orribili farfalle, quegli esseri immaginari che avrei sempre chiamato dopo col nome di farfalle nere.

V

Ho visto la macchina di Giovanni, verde bosco sull’asfalto grigio, arrampicarsi veloce sulla strada che va verso le colline. Non l’avevo mai vista correre così verso lo scosceso verdeggiare che sembra inghiottire a un certo punto il nastro livido della strada. Il sole era già tramontato, ma la luce era ancora limpida, un freddo e limpido chiarore invernale.
Non si sente più Alessandra parlare. Ho chiesto, ma mi dicono che non c’è.
E’ in viaggio, dove? All’est, forse in Oriente, o in Australia, chissà dove, e fino a quando. Comunque non l’ho più vista. E’ scomparsa da un giorno all’altro e nessuno me ne parla più. E’ come se tutti avessero deciso di non dire niente, per una sorta di patto.
Alessandra non mi era simpatica, è vero, ma era comunque una presenza. Non ne so più niente.
Forse vanno così tutte le storie del mondo. Crediamo di essere importanti, fondamentali, che addirittura le cose siano create dalla nostra percezione. Invece siamo noi a essere di troppo, qualche volta; abbiamo la sensazione di rimanere attaccati alla scorza dell’universo per inerzia, perché nulla interviene per annullarci. Ci siamo, assurdi, inutili, fastidiosi come un foruncolo, inopportuni come la forfora sul cappotto nero. Gli altri ci osservano e pensano che forse, tra un po’, non ci saremo più, che lasceremo il mondo libero dalla nostra sgradevole e molesta presenza. Penseranno al momento in cui saranno liberi e potranno eliminare le nostre tracce con un colpo di spazzola.

La macchina corre, s’inerpica. Non potevo evitare di vederla, ma vederla mi dà angoscia, un’angoscia di cui non conosco il motivo.

E’ venuto un uomo, un poliziotto, pare, e ha cercato di pormi delle domande. Mi capisce signora? Annuii.
Mi guardava come se volesse entrare nel mio cervello. Sguardo vivace, da meridionale, bruno e tarchiato.
Ha visto qualcosa, qualcosa che ci possa far capire dove sia sua nuora?
Accennai di no. Era la prima volta che qualcuno, parlando di Alessandra, la definisse “nuora”, anche se questo è il termine esatto che indica il rapporto di parentela esistente tra me e lei. No, non sapevo niente di Alessandra e, anche se l’avessi saputo e se avessi parlato, sarei forse riuscita a farmi capire da quel poliziotto, ispettore o cosa fosse? Sapevo che non c’era più, che nessuno l’aveva più vista e nient’altro. Era quello che sapevano tutti.

Olga non c’è più. Ora c’è una nuova donna che viene dagli stessi posti. Si chiama Yula.

Un giorno ha visto che la mia guancia era bagnata. Era sceso del liquido dagli occhi. Forse pensavo a Olga, forse ad Alessandra. Chissà. Ero preoccupata e
Lei ha pianto, signora Adele, ha detto, ma non c’era empatia nel suo sguardo, non c’era umanità nell’azzurro dei suoi occhi.

VI

Sospettano, sospettano, ma non sanno cosa fare.
Io non sono un criminale. Uno nato da una famiglia di malavitosi, con precedenti per rissa, spaccio, estorsione. Loro sono abituati a trattare solo con quella gente. Con quelli di buona famiglia non sanno come comportarsi. Hanno un occhio di riguardo. Se io sostengo che Alessandra voleva viaggiare, che voleva allontanarsi da me per qualche tempo e che probabilmente è questo che ha fatto, perché dovrebbero non credermi?

VII

Che bello!
Cosa dici?
Che è bello, semplicemente bello.
Ma è solo un palloncino!
Sì, ma è bello vedere come riesca a salire, cercando la libertà, volando verso qualcosa di nuovo.
Ho capito, ma forse è quello che anche noi cerchiamo di fare, ogni tanto.
Non ci riusciamo mai, però.
Beh, qualcuno ci riesce, qualche volta.

Non potevo immaginare che Xavier sarebbe volato via anche lui, come quel palloncino, in fuga verso una libertà che era una nuova condanna.

A un certo punto arriva l’incubo del limite. Il presente che sembrava eterno, con tutte le sue strade da scegliere e da percorrere, comincia a distinguersi in passato e futuro, con un passato sempre più ampio e un futuro sempre più corto. Lo sconforto è acuito dalla solitudine, reale o esistenziale. Io lo sento e lo soffro in me stesso e nei miei personaggi: nei miei vecchi, abbandonati dalla speranza in un diverso e migliore futuro e dall’illusione di un Dio che li faccia sentire meno soli, lo vedo nei miei amici, che tutti tragicamente invecchiano. E come non pensare che, forse, la storia è già definita e conclusa e che solo la misericordia dei pochi che sanno evita ai popoli la coscienza di una vicina e inevitabile distruzione. Una catastrofe inaudita sta forse per abbattersi su di noi, e mi sembra addirittura una cosa auspicabile, se penso alla qualità della mia vita, di tante vite. Non sarà possibile evacuare la Terra e solo alcuni vengono prelevati e portati altrove. Lo fanno, Loro, per conservare la biodiversità dell’universo, di tutti gli animali dotati di pensiero complesso sparsi per le galassie.
In realtà non so se questo avvenga. Certamente immagino che qualcuno, quelli che ci osservano dall’esterno, lo faccia, sempre ammesso che questo qualcuno esista.
Continuo a deprimermi, se penso alla nostra condizione di uomini. Condannati a morte, come tutti gli animali, ma con la consapevolezza di esserlo. Si potrebbe inventare un supplizio più crudele?
Inoltre siamo costretti a sopportare un corpo che troppo spesso si guasta, genera dolore, produce odori che nemmeno noi troviamo gradevoli. L’odore degli escrementi, per esempio, oltre che insopportabile pare ineliminabile. Passa addirittura attraverso i sacchetti di plastica e dilaga all’esterno, ammorbando un intero appartamento. Unico rimedio è liberarsi al più presto di questi prodotti indesiderati, ma ineludibili.

A volte invece mi piace pensare alla possibilità di un futuro diverso e migliore, il miracolo della scienza, quello che sta sempre dietro l’angolo e mai si rivela compiutamente. Magari invece qualcuno, tormentato dalla nostalgia dell’Eden, troverà il modo di tornare indietro, a uno stato di progressiva incoscienza. Così, liberati dall’ossessione della conoscenza e dall’incubo della morte, in quanto inconsapevoli del nostro destino finale, potremo godere dei piaceri semplici della vita, come mangiare, bere, accoppiarci

Vieni, ritorna, anche se non esisti! Non possiamo resistere da soli.