Colline

colline

Colline (frammenti di una storia in costruzione)

Colline

I

Forse non lo saprò mai cosa c’è oltre quelle colline. Da quando mi hanno portato qua non faccio che guardarle. Le guardo dalla finestra di questa casa in pianura, una finestra rivolta a sud, verso un mondo che immagino diverso.
Hanno detto che forse ce l’avrei fatta, che avrei potuto riprendere a camminare, che il mio mondo non sarebbe rimasto confinato entro questa casa, col suo minuscolo giardino dagli alberi stentati, dove il sole brucia d’estate, mentre d’inverno il gelo sembra voler rompere la corteccia dei tronchi, che voglia spezzare i rami col peso delle nuvole di piombo che incombono. Ma troppo tempo è passato e ormai non credo più nei miracoli.
Mi viene il sospetto che a tutti faccia comodo che io rimanga qui, a dipendere dalla loro disponibilità, da quell’affetto superficiale che è finzione e convenienza.

Giovanni farebbe volentieri a meno di me, anche se la mia pensione in questo periodo di crisi gli fa certamente comodo. Non è vero che i figli sono morbosamente attaccati alla madre. Il mio non lo è di certo, o forse è costretto a comportarsi così per dimostrare a quell’arpia di sua moglie che lui è a lei che vuole veramente bene.
Ma perché mai si sarà sposato quella donna perennemente insicura, e così dispotica nella sua insicurezza, o forse proprio per quella.
Quando non devono andare al lavoro, lei lo manda giù a ritirare la posta o a prendere l’acqua o a fare qualche altro servizio
Qualche volta lui se ne approfitta e se la prende comoda, se ne sta in giro un po’ di più, per godere di qualche attimo di libertà
«Ma quanto ci sei stato per prendere l’acqua dalla macchina!»
«Sai, ho incontrato un paio di gnocche e ci sono andato dietro, per vedere cosa facevano».
«Quanto sei scemo!»
Lei rideva, non gli credeva mica. Ma cosa sarebbe successo se lui fosse rimasto sempre più tempo fuori, se avesse veramente incontrato qualcuno, se avesse fatto sesso con qualche conoscenza occasionale?
E’ che Giovanni è sempre stato pigro e ha avuto sempre il maledetto terrore di avere qualche brutta avventura. Uno così timoroso finisce per rinunciare a vivere.
Io li sento, sento tutto quello che fanno.
Fino a qualche tempo fa credo che facessero ancora l’amore. Ma ora lui rimane spesso nel tinello, in basso, a guardare la televisione o a vedere qualche film col videoregistratore, quando lei è già andata a dormire, e l’indomani scende da solo e da solo si prepara il te. Poi scende lei, Alessandra, con la faccia sempre più buia e invecchiata, e mette in funzione la macchinetta del caffè espresso. Adesso quei due manco si parlano, quasi. Non mi è stata mai simpatica, Alessandra, e io certamente non le sono mai piaciuta. Una nuora, si sa, è sempre una nuora. Lei è una donna troppo intenta a pensarsi addosso, a considerare quello che possa o non possa andare a suo vantaggio, a spazzare via tutti gli ostacoli che potrebbero impedire la sua realizzazione. Gli altri hanno un unico compito nella vita: quello di agevolarla e di risolvere i suoi problemi. Nello stesso tempo, ha paura di ogni presenza che lei non riesca a controllare e a dominare. Ne ha una paura folle, e per questo entra spesso in contrasto con chiunque pensa possa costituire un pericolo.

Guardo quel pezzo di mondo che si stende al di là della mia finestra. Certe volte tutto appare indistinto, quasi un affresco a monocromo: nulla che voglia decisamente, caldamente differenziarsi. Penso che sia l’immagine di uno spazio omologato, in cui ogni elemento tende a uniformarsi all’altro, imitandone colore e forma, in cui lentamente il grigio avanza, permeando gli interstizi tra gli oggetti e gli oggetti stessi, in cui tutto diventa insieme nuvola e terra, bosco e nebbia.
Le colline sembrano gobbe di animale, strane gobbe di uno scuro verde; sono ruvide e irregolari, ostentano una dura bellezza, che non dà pace, guardarle stimola sogni angosciosi. La boscaglia che le ricopre fa pensare a boschi di fogliame scuro, a macchie di rovi, a bacche velenose. Spesso la natura ha un volto ostile, complica la vita dell’uomo, la ostacola, quando può, ostenta ingannevole fiori e foglie carichi di succhi tossici. Attrae, ma nello stesso tempo si difende, in un procedere illogico e contraddittorio.

Vivere qua in campagna è faticoso. Giovanni trascorre metà della sua vita in automobile. Ha sempre qualcosa da fare, un posto dove andare. Anche Alessandra è quasi sempre in giro, tra una riunione e una mostra, gli incontri con le amiche, le occasioni culturali cui non intende rinunciare.
Si lamentava tanto della città, ma ci torna sempre, in ogni occasione.
La città è sporca.
Certo, c’è un sacco di gente che ci abita e la sporca, giorno dopo giorno. Qua però si sta meglio. Niente plastica o cartacce per le strade.
È perché ci sono pochi abitanti e quelli che ci sono vanno continuamente in città, a sporcare.
Qui la gente è più ordinata; non ci sono clochard, non ci sono teppisti.
È perché i delinquenti vanno a rubare lontano, in casa d’altri. Qui tornano solo per dormire.
“Comunque Alexandra ha ragione”, pensa Giovanni. “Anche ieri in città ho visto bucce d’arancia per la strada, carte di caramelle lasciate da qualche bambino che luccicavano al sole, stracci e cicche di sigarette. In città si trova veramente di tutto, soprattutto quello di cui si può fare a meno, che non dovrebbe esserci”.
Il mondo continua a girare anche se lo si è infarcito di rifiuti. La galassia nemmeno se ne accorge; nemmeno il piccolo sistema solare ne soffre. Certamente la vitalità delle specie che vagano per il pianeta non ci guadagna. Non sarebbe male perciò che la peggiore di queste specie, quella umana, si decidesse una buona volta a scomparire, prima di fare danni troppo rilevanti e prima di cominciare a imbrattare anche altri territori del creato.

Io non posso essere lasciata da sola, dicono, e per questo hanno trovato una signora dell’Est che mi segue, quando non c’è nessuno in casa, Quindi la casa dev’essere sempre abitata: ci dev’essere sempre qualcuno, qualcuno che possa muoversi, camminare, parlare, mica un rifiuto invalido, quasi morto, come me, che per comunicare ed essere compresa devo scrivere, che vivo con questo mio computer, che con questo parlo, penso, accumulo ricordi.
La donna dell’Est viene dall’Ucraina, ma non è una bellezza. Ha un viso slavato e una faccia da pesce lesso. Credo che l’abbia scelta mia nuora, per togliere al marito ogni tentazione.
Mi porta vicino alla finestra. Io riesco a muovere la mia poltrona, ma faccio fatica, perché le mie braccia sono indebolite. Lei invece sposta il mio mezzo in un attimo. Allora rimango lì per ore a guardare in alto il cammino delle nuvole: uno spettacolo che cambia continuamente, con forme che mutano, si evolvono. Si potrebbe scommettere, fare previsioni sulle forme che assumeranno, sui tempi del loro procedere. Si apprezzano le strane intersezioni che si sviluppano tra le scie di condensa dei velivoli militari che continuano a solcare il nostro cielo e i cirri, i cumuli, le strisce di biacca luminosa che la natura non smette mai d’inventare.
Sul davanzale c’è un vasetto, con tanti steli secchi. Erano piantine di basilico, che una gelata ha annientato. Potrebbero toglierlo, ma spero che non lo facciano. In fondo anche quei gambetti gialli hanno una loro forma, con le piccole foglie bruciate che ancora si ostinano a rimanervi appese. Sembrano forme di vita che non vogliano arrendersi, nemmeno dopo la morte. Si sforzano di far persistere la loro forma, in una sorta di sopravvivenza estetica. So che questo non succederà a me, a mio figlio, a nessuno di noi. Noi verremo nascosti agli sguardi dei curiosi e di chi passa per caso, rinchiusi in quegli strani depositi di corpi usati che sono i cimiteri, dove una lapide ricorderà che siamo esistiti, e che siamo nati e morti da qualche parte, con le date della nascita e della dipartita. La nostra materia rimarrà lì a decomporsi per un tempo lunghissimo, poi forse verrà liberata nella luce e nel vento. Forse un terremoto scuoterà le nostre prigioni e i nostri corpi verranno restituiti alla natura per essere trasformati in qualcos’altro, magari in molecole di terra, utilizzate da altre forme di vita.

Le pareti, la tappezzeria. Non mi piacciono quelle figure, quelle decorazioni che sanno di vecchio, di cenere. Dice Giovanni che la casa era così, che questo è il suo stile. Non c’è bisogno di stravolgere tutto, dato che è in buone condizioni. E poi anche i miei vecchi mobili si adattano bene a quelle volute grigioverdi. I miei mobili, me li ha fatti portare, mobili in noce americano, walnut. In questo modo, aveva detto ad Alessandra, io non mi sarei sentita troppo a disagio. Assieme ai mobili aveva portato anche i libri, nella speranza che ricominciassi, per qualche particolare miracolo, a leggere. Miracolo: ecco cosa ci vorrebbe. Riuscire a tenere dritto un libro, con due mani, e sfogliarlo è una cosa semplice. Eppure anche cose così semplici qualche volta risultano difficili, faticose, quasi impossibili. Meglio leggere su uno schermo, allora, o con l’e-reader.

«Non si chiama più CRO, si chiama bonifico SEPA.»
«Non ci sono più i corvi?»

«Insomma, se mi avessero detto che per sopravvivere nel mondo di oggi bisognava avere una laurea alla Bocconi, mi sarei laureato alla Bocconi.»
«Non ce l’hai ancora il numero?» Lei lo riguardò, ma non era sicura
Richiamò la banca.
«Scusi potrei parlare con la signorina Barbara?»
«Senta: glielo rileggo il numero. Ce l’ha davanti»6
«Sì, rilegga.»
«SDP 83 84 B 732 84 16 00 00 IT»

Lei telefonò.
«Ho un dubbio su questo numero, che non sia uno zero: SDP 83 84 B 732 84 16 00 00 IT»
«No, la lettera è all’inizio e alla fine. Ah è solo sulle due iniziali (ma e sulle due finali»

«Vieni, te lo rileggo: SDP 83 84 B 732 84» «Bingo» disse lui.
«Finiscila di scherzare: 16 00 00 IT … Lo capisci che non la vendo quella maledetta casa.»

Mai la vendita di una casa era stata così tormentata. Pareva un thriller. Fino alla fine non si sapeva se ci sarebbe stato un esito positivo o meno. C’erano continui capovolgimenti di fronte. «Si vende» si diceva un giorno. «Non si vende» si diceva il giorno dopo.
«Pagheranno quei tremila euro?»
«Se hanno allungato i tempi per non pagarli!»

Quella casa sembrava un pozzo senza fondo. Giovanni sosteneva che fosse stata maledetta. Ma ora venderla era indispensabile, per sostenere le spese dell’assistenza alla mia persona, e forse anche le maledizioni hanno una data di scadenza.

Qualcosa sta cambiando, la vita va verso il suo naturale precipizio? Mi sembra di percepire meglio la realtà, la realtà così com’è: la terra che gira, mentre tutti la sentono ferma, ben salda sotto i piedi, le cose che sono una molteplicità di altre cose. Ma forse è illusione questa mia, è semplicemente un capogiro e un progressivo indebolimento della vista, che mi porta a conclusioni inquietanti. Io che non posso muovermi, finalmente cammino con la mente e credo, spero, di uscire dalla caverna. Vedrò qualcosa di più delle solite ombre? O forse verrò solamente annichilita, annientata dalla troppa luce, dall’eccessiva, terrificante consapevolezza?

«Io non me la sento di lasciarla lì, su quella poltrona, con lo sguardo fisso su quelle colline cespugliose, su quel cielo triste. Voglio che si svaghi, portarla da qualche parte, farle vedere gente.»
«E se succede qualcosa? Non lo sai che t’incriminano?»
«E per che cosa m’incriminano: per avere cercato di dare a una vecchia una vita più umana?»
«Per omicidio, t’incriminano.»
«Ma allora sparategli in testa ai vecchi: un colpo alla nuca!»
«Purtroppo non si può fare.»
«Volete che stiano a letto, a letto con le sponde, e sperate che muoiano presto. Ma tanto non muoiono lo stesso; non v’illudete.»
«Ma l’ha detto anche il medico, che devono stare a letto… E chi se la piglia la responsabilità?»
«E per paura della responsabilità dobbiamo far passare ai vecchi una vita di merda? E’ mica vita questa.»
Devono stare lì, finché respirano.

E la vita se ne va via, lentamente, troppo lentamente. Loro, i giovani, che poi giovani non sono, ma solo un po’ meno vecchi, hanno un solo compito: fare attenzione che non cadiamo, assicurarsi che non facciamo niente di pericoloso, che non ci salti il ghiribizzo di morire, perché loro devono tenerci in vita, testardamente, stupidamente, evitando ogni rischio, non lasciandoci mai soli. Devono pagare una badante, un’infermiera, se proprio stiamo male, oppure metterci in un istituto, dove si occupano di noi, sollevando loro, i parenti, da ogni responsabilità. Finiscono per odiarci, perché per sostenere i pagamenti devono vendere le proprietà. Solo che spesso nemmeno quei soldi bastano. Se il vecchio vive ancora a lungo, una volta esaurite le risorse, si arriva alla rovina economica. Molti meditano il suicidio. Alla fine desiderano ucciderci, ma non possono farlo. Anzi devono farci sopravvivere, far sopravvivere le nostre cellule, finché continuano a riprodursi, finché il cuore batte e il cervello funziona, anche quando non si è più coscienti di nulla. Siamo condannati a non morire, anche quando vivi non lo siamo più.
Noi vecchi siamo la rovina del mondo.
Se almeno avessimo ancora uno scopo, una funzione, finché il cervello lavora e medita e collega! Se avessimo la possibilità di andare oltre, con la mente, oltre la terrificante opacità delle cose! Allora forse avrebbe un senso anche una vita come la mia, con tutti i suoi limiti nell’agire, perché il pensiero potrebbe investigare, trovare soluzioni, costruire. Il movimento così diverrebbe una proprietà secondaria, ininfluente, di fronte all’enorme potenza del nostro sguardo. L’uomo sarebbe veramente qualcosa di più di un povero animale parlante.

Ma quanto sono cupe quelle colline! Stanno lì, lontane, incombono, inevitabili. Sono dipinte là fuori perché qualcuno le colga con lo sguardo e le percorra. Ciuffi vegetali dall’aspetto compatto e duro come broccoli. Quell’insieme che chiamiamo di solito bosco, una voce collettiva in cui raccogliere un insieme di essere vivi, di individui ramosi e ombriferi che presi uno per uno chiamiamo alberi. Esseri che si muovono, ma troppo lentamente perché possiamo accorgercene. Almeno fin quando una forza esterna non li scuota, non li faccia muggire e non li spezzi o non li faccia crepitare di fiamme rosse.
Qua solamente tende semiaperte, con quei fili e tiranti e pomelli, cose che solo pochi esperti sanno esattamente come funzionino. Cose che solo gli esperti sanno sbrogliare e aggiustare. Al di là della finestra cadono gelide lame di cielo.

Quello che non riesco a sopportare è la coscienza della mia unicità. Pensare che non possa connettermi con qualcos’altro, con altri pensieri, altre coscienze. Sapere di non poter rimanere se non nel ricordo, di poter interagire solo con la parola. Per questo io, che non riesco più ad articolare bene parole comprensibili, forse per gli altri sono già morta.

«Chissà a cosa pensa.
«Ma a cosa vuoi che pensi. Ormai cosa vuoi che le sia rimasto, di cervello?
«Secondo me ne è rimasto molto. Non è ancora così vecchia. Se non avesse avuto quel problema, starebbe ancora a organizzare feste e a concupire ragazzetti.
«Ma che importanza ha se tanto, quando parla, non la capisce nessuno?
«Non è vero, se hai pazienza riesci a capirla.
«Ma sì, solo Olga riesce a capire qualcosa: si vede che la mamma parla in russo
«Forse in ucraino
«Sì, non c’è differenza. Tanto non conosciamo quelle lingue.
«Eppure comunica, con il computer, forse parla con altre persone, che non conoscono i suoi limiti, che credono che parli e cammini, come fanno loro. Forse lei fa finta di essere normale.
«Con noi invece fa finta di essere morta.

II

Una villetta che guarda a Sud, verso le colline. Questo è quello che mi avevano detto e devo dire che mi era piaciuta. Forse inconsciamente desideravo una casa fatta così. O forse desideravo solo il giardino, un giardino che mi ricordasse quelli della mia infanzia, quando ogni cosa era una scoperta. Quando avevo imparato a distinguere i piccoli tumuli di terra dei formicai, con la processione di formiche che andavano in giro alla ricerca di cibo e materiali utili di vario tipo. Avevo appreso la forza oscura della gramigna, indistruttibile signora dei regni sotterranei, da cui continuava a emergere, anche quando la si credeva estirpata. Avevo capito che il cielo, che gli alberi si ostinavano a cercare, doveva essere conquistato, da ogni filo d’erba, da ogni pianticella, in concorrenza con le altre, perché la luce non era per tutti, se i concorrenti erano troppo numerosi.

Poi ho dovuto arredarla, la casa
I quadretti. Sì, qualcosa mi hanno regalato, ma gli altri sono miei. D’accordo, non sono capolavori, ma non me la cavavo male, una volta, col carboncino e la sanguigna, e persino con la tempera. C’era una colla speciale da stendere sulla carta. Non l’ho più trovata. Forse per quello ho smesso di usare colori a tempera. Poi ho usato pastelli a cera, qualche volta, ma non mi davano soddisfazione. Non mi sembrava di fare disegni, ma baffi di colore su uno spazio candido, forme approssimative: più sono indistinte e meglio sono. Ecco, quelle sembrano strani pesci che guizzano fuori dalle onde. In lontananza c’è una roccia, con sopra un faro, una macchia di luce. Forme di vita, mi piace creare nuove forme di vita, come forse qualcun altro ha fatto nella notte dei tempi, fino a che non ha inventato noi, nati da un baffo di colore steso casualmente sulla carta. Allora quel qualcuno ha detto: “Ma guarda cosa ne è venuto fuori!” Poi ha considerato bene il primo uomo, o la prima donna, e ha pensato che era in fondo un buon prodotto e che meritava di essere messo alla prova, su questo pianeta. Non è colpa sua se la prova non è andata bene come doveva. Chissà perché poi, dopo tante sperimentazioni, si è fermato. Avrebbe potuto riprovarci e produrre qualcosa di meglio: esseri perfezionati, meno condizionati dalla loro essenza biologica, più sereni e soddisfatti. Chissà, forse non aveva avuto più tempo oppure aveva fatto altre prove su altri mondi, luoghi in cui noi uomini non potremmo mai arrivare, forse nemmeno immaginare.

Qui dovevamo portare la mamma, ora che non era più in grado di vivere da sola.
Alessandra ha cercato di scoraggiarmi in tutti i modi, ma l’avevo previsto e avevo preso le mie contromisure.
E poi avevo i miei progetti. Speravo che, in qualche modo, con la fisioterapia riuscisse a riprendersi. Aveva solo vent’anni più di me. Perché mai non sarebbe stato possibile restituirle il moto, la parola?
Invece niente. Sono passati di qua diversi fisioterapisti. Sembra che facciano tutti le stesse cose. Muovono le gambe, le braccia, la spostano, cercano di capire quanto sia rimasto dei collegamenti essenziali tra cervello e aree del corpo. Nessuno sa veramente cosa fare. Nessuno ha voglia di realizzare un miracolo, ma è proprio di quello che avrebbe bisogno. Forse dovrei invitare la Madonna, invece di far venire fisioterapisti.
In mancanza di miracoli, anch’io mi sono arreso e ho ricominciato a pensare ai fatti miei, alla mia vita, ai miei desideri: ho fatto male?

III

Era uno strano pomeriggio a Etretat. C’ero andata con una mia amica, insegnante anche lei, e ho scoperto che si trattava di un luogo magico.
Credo che si formino invisibili strade di vento, su cui gli uccelli navigano, in questo luogo proteso verso il Mare del Nord, un po’ più su di Le Havre e del suo porto. Era una volta una località turistica abbastanza famosa, tanto da attrarre scrittori e artisti. Quando la visitai per la prima volta, sembrava piuttosto una cittadina ancora piuttosto vivace, ma un po’ fuori dal tempo. Ora non so se si sia adeguata anch’essa allo standard delle località turistiche, colorate e impersonali. Il mondo è globalizzato, dicono, e questo fa sì che tutte le città, soprattutto quelle turistiche, abbiano lo stesso aspetto, offrano gli stessi servizi. Dappertutto si mangiano le stesse cose, i soliti cibi normalizzati, di un gusto anodino. Dappertutto si vedono le stesse insegne, si ammirano gli stessi fiori.

L’ho visto e l’ho guardato, senza volere; ma lui ha notato il mio sguardo. Forse non era nemmeno bellissimo, ma aveva un viso intelligente. A volte s’incupiva e guardava lontano, a volte si aveva l’impressione che osservasse persone e cose con ironia. Era questa sua duplice natura ad attrarmi, la capacità di soffrire meditando sulle miserie umane e di irridere alle debolezze della nostra specie, usando gli strumenti della descrizione grottesca e del giocoso delirio denotativo. Sapeva usare le parole e ne conosceva ogni segreto potere. In questo eravamo forse destinati a incontrarci. Insegnava filosofia in una delle minori università francesi, ma la sua percezione globale del mondo rendeva poco o scarsamente determinante il luogo in cui esprimeva il suo pensiero. La sua capacità introspettiva si sarebbe manifestata in uguale misura sulle Montagne rocciose come nel deserto del Gobi. Era un uomo per cui la terra era un’unica enorme città.
Si chiamava… si chiama Xavier Destouches.
La mia amica Anna era stata discreta e ci aveva consentito di vederci da soli. Questo rese possibile l’inizio della nostra storia. E’ sempre così che avviene. La cosa più difficile è l’inizio. Quante storie d’amore non sono mai nate perché non si dice una parola necessaria o perché un tram arriva in ritardo. Quante colpe dovremmo addossare al destino!

Erano tempi in cui la vecchiaia sembrava lontana e la morte impossibile. Allora volavamo nell’eternità, ne eravamo imbevuti, nutriti di ottimismo, di aspettative , circonfusi della luce benevola del futuro.
Mi sembra di essere ancora lì, a volte, nel cuore di Etretat, a volteggiare libera insieme agli uccelli, e dimentico, col pensiero, la mia attuale decadenza e la prossimità dell’approdo finale.

Anna rientrò a casa, a Parigi. Io rimasi invece, per qualche altro giorno in Normandia, sola, ma in quella solitudine brillava la presenza di Xavier. Il muretto che fissavo era lo stesso che aveva fissato Xavier, gli uccelli marini erano gli stessi a cui lui aveva tentato di accostarsi senza risultato, i bastimenti che apparivano in lontananza, mentre solcavano come barchette di carta specchi di mare dal colore ruvido, erano gli stessi che lui guardava con attenzione, quasi sorpreso del loro esistere.

Avremmo dovuto rivederci, di lì a poco, con Xavier, ma fu allora che il destino ci giocò uno dei suoi scherzi più crudeli. Il mio uomo, quello che ormai consideravo quasi un parte di me, della mia vita, ebbe un’opportunità di quelle a cui non si può rinunciare nella vita. Gli fu offerto un posto d’insegnamento a nel Quebec, con un contratto pluriennale e ottima retribuzione. Non era possibile rinunziarvi. Io non volli imporre a Xavier un legame che non esisteva e lo lasciai libero. Lui volle rimanere in contatto. Mi telefonava continuamente e mi scriveva, pure, ampie lettere che ho sempre voluto conservare, finché non avvenne qualcosa d’irreparabile.

L’allieva di Xavier era terribilmente attraente. Ho visto una volta le sue foto, che la ritraevano durante un convegno e devo confessare che raramente ho visto una bellezza femminile più decisa e travolgente. Era bruna e il suo viso morbido e regolare era illuminato da due occhi di un verde profondo e indagatore. Quando Xavier mi parlò di lei per la prima volta e io incominciai a cercare informazioni su questo imprevisto ostacolo ai miei progetti sentimentali, capii che lui non aveva scampo, che noi non avremmo potuto superare quel nuovo trabocchetto del destino.
Non passò molto tempo, quando Xavier, mi telefonò con una voce che non pareva neanche la sua. Si capiva che era imbarazzatissimo, ma che quel passo non lo poteva proprio evitare. Lui non capiva come, ma purtroppo quel che si poteva immaginare era capitato. La passione improvvisa che la giovane Danielle aveva scatenato in lui e che Xavier pensava di superare, non appena si fosse conclusa la sua esperienza di lavoro in Canada, aveva dato i suoi frutti. Danielle era incinta e lui non se la sentiva di abbandonarla.
«Ho già fatto soffrire una donna una volta, disse Xavier; «non posso farlo ancora.
Così avvenne che fece soffrire me, in una maniera atroce e irreversibile. La mia vita da quel momento non è più stata la stessa. Ho cercato di ricostruire la mia vita, di realizzarmi nel lavoro, in un sereno matrimonio. Ma certamente quel periodo ha rappresentato un momento traumatico, che non sono mai riuscita a superare in maniera definitiva.
Nemmeno mio figlio, generato forse troppo in fretta, come per cancellare quel periodo bello e doloroso della mia vita, è riuscito veramente a riempirla.
Mio marito, quasi una nuvola di passaggio, perso tra le sue segretarie e le sue bariste: un’esperienza squallida, fatta come per fare un dispetto. E alla fine il dispetto l’avevo fatto a me stessa. Mio figlio, cresciuto con l’esempio di quel padre, che non riusciva però a imitare nelle sue imprese erotiche, è diventato un uomo imperfetto e debole. Non sono mai riuscita a capire se abbia dei veri principi. Mi sembra che abbia preso in prestito l’aridità e l’opportunismo dal mondo in cui si è voluto intrufolare. In quel mondo il denaro è l’unico metro di giudizio, l’unica fonte di rispetto. È un mondo chiuso, indifferente a tutta quella fetta di universo che non condivide i suoi interessi, un mondo che non sono mai riuscita a comprendere.

Guardo le nuvole, qui, nella distesa padana. Vedo come nascono, si trasformano, si dissolvono, come ogni cosa. Guardo le nuvole e gli uccelli. Quanti uccelli neri! Il bianco e il grigio erano i colori dominanti, nel piumaggio degli uccelli di Etretat. Avevano i colori del cielo e del vento. Qui si sono affermate le tinte fosche. In questo modo gli animali si mimetizzano nel paesaggio. Bisogna individuarli, e seguirli. Quando volteggiano incuranti delle tempeste o quando saltellano sul terreno, superando arbusti e ciuffi d’erba. Ho sempre confuso le specie. Ci ho messo un tempo indefinibile per imparare a distinguere i merli dai corvi, dalle gazze, dai gracchi: non ho mai avuto una gran propensione per la zoologia, né per la botanica. Mi è stato sempre sufficiente ammirare la natura, il suo miracoloso sostenersi, senza volerne penetrare le leggi e conoscerne la spaventosa saggezza.

IV

La verde uniformità del prato primaverile era tempestata da bianche gemme floreali: milioni di margherite che illeggiadrivano quella verde coperta, che si ripeteva, con colori più decisi, sui tetti dell’austero caseggiato che parevano coperti di foglie.
Era lì che Xavier Destouches si era trovato a soggiornare, per una porzione fondamentale della sua vita. Uno spazio ampio e affascinante, quella verde distesa in cui si stendevano, a gruppi, studenti e studentesse, come leoni marini a cogliere il sole dei mesi caldi. Quella stessa distesa che durante l’inverno risplendeva dell’abbagliante biancore della neve.

Non è facile fornire a giovani studenti di un continente più giovane di quello europeo spiegazioni esaustive dei fenomeni e dello spirito della letteratura francese ed europea di tanti anni fa. Per fortuna nel Quebec si respira ancora il soffio della cultura francese. Sarebbe impensabile tradurre lo spirito, il gusto, lo stile degli scrittori francesi in termini comprensibili per un giovanotto o una ragazza di un campus statunitense. Nel Québec ancora si può provare a farlo. Le maggiori difficoltà provengono dal tempo trascorso, dai cambiamenti sostanziali della società, dalle diverse e tragiche esperienze vissute dalle nostre realtà di vita.

Eppure, qualche punto di contatto lo si trova. Qualche volta è proprio il trascorrere chiarificatore del tempo a consentire la comprensione di fenomeni che potevano parere bizzarri ai nostri predecessori. Quanto sia rimasto dello spirito di Lafcadio e quanto si sia evoluta la società che aveva dato vita ai personaggi malsani e grotteschi di Les caves du Vatican può forse essere compreso meglio ai giorni nostri. L’esperienza di un vuoto ideologico e morale come quello che stanno vivendo le giovani generazioni occidentali è ancora peggiore delle filosofie vitalistiche e volontaristiche, dell’individualismo o dell’anarchismo. Oggi si può scegliere di compiere una cattiva azione non per affermare la propria potenza o l’irrilevanza di ogni costrizione di natura etica. Oggi lo si può fare per noia o per disperazione. Lo si fa senza alcuna possibile giustificazione sociologica o psicologica. Lafcadio poteva avere alle spalle una storia di decomposizione familiare e di assenza formativa, il giovane che compia ai giorni nostri un’azione criminale immotivata non può godere di alcuna attenuante.

Xavier Destouches si era completamente immedesimato nella realtà del continente americano, spaventosamente grande, se il pensiero si soffermava a valutare gli spazi e i cieli infiniti che li sovrastavano, un’esempio della terrificante grandezza dell’universo.
«C’è qualcosa che ti fa sentire a disagio, Xavier?
«Nulla
«Eppure ogni tanto guardi le cose come se volessi attraversarle e vedere qualcos’altro.
«È una sensazione che ho sempre provato, ma che qui, in America, si fa forse più frequente. Sei mai stata in Europa, Danielle?
«Sì, ci sono stata, lo sai.
«Per stare intendo abitare, non scorrere con gli occhi un po’ di vecchi palazzi e qualche tetto, voglio dire assorbire l’anima delle cose, quella che è sempre diversa, in ogni luogo.
«No, se devo essere sincera, non è così che conosco l’Europa. Ho visto case e prati e campagne, uccelli e mucche, cavalli e cimiteri, ma non ho respirato la vita europea.
«È proprio quello che mi manca. La storia, i venti, le cianfrusaglie sparse nelle vecchie case, diverse in ogni paese.
«Vuoi che andiamo a vivere in Europa? Ci sono università che forse ci accoglierebbero.
«No, non posso tornare laggiù. Ci sono troppe cose lasciate dormire sotto la cenere, troppe bizzarrie, qualche peccato, se ancora si può usare questa antica parola.

In quel felice luogo di conoscenza il destino aveva teso a Xavier una delle sue trappole più insidiose, modificando per sempre il corso della sua vita, coinvolgendo il suo pensiero ben al di là della sua volontà e della sua coscienza. Ritrovava nelle sue azioni qualcosa dei personaggi tragici o grotteschi di Flaubert o di Maupassant, soprattutto di quest’ultimo. La sua arguzia e la sua sapienza si erano eclissate davanti alla spaventosa meschinità di un’attrazione in cui lui stesso percepiva qualcosa di oscuro.
Danielle era una forza alla quale lui avrebbe dovuto resistere, trovare nel potere della ragione i motivi, tutti validi e robusti, per opporsi alla tentazione, ma si sa che quando si è trascinati dal desiderio la ragione perde ogni suo potere. Le azioni avvengono come quelle di una macchina programmata e non c’è nessun programma alternativo in grado di interrompere una tempesta in atto.
Ogni parola, ogni gesto di Danielle apparivano a Xavier come promesse di una relazione più forte, ogni contatto occasionale pareva il primo passo verso un contatto più intimo.
Poi avviene qualcosa che consente a quella relazione di nascere e svilupparsi, di trasformarla in un’ossessione, in una forza che da sempre costringe il caos a organizzarsi, a diventare materia, oggetto, vita.

V

Finalmente il destino ha deciso. Ho riconquistato il mio tempo, la mia voglia di vivere. Posso uscire tranquillamente con gli amici senza dover essere sottoposto al vaglio di sguardi inquisitori. Sto per liberarmi anche di quella specie di triglia che mia moglie mi ha messo in casa. La sostituirò con Yula. Viene anche lei dall’est, ma è una donna di ben altro tipo. Pallida anche lei, ma con uno sguardo vivo e sognante. L’ho conosciuta attraverso il web, perché proviene da quel mondo di persone sradicate che cercano amicizie e fortune in un altro paese. Voleva qualcuno con cui fare conversazione e nello stesso tempo un’occupazione stabile, che le garantisse di sopravvivere in Italia e di apprendere bene la nostra lingua. Se la cavava abbastanza bene, ma certamente la sua conoscenza dell’italiano era ancora imperfetta e limitata. Mi offersi di seguirla nel suo percorso di apprendimento. In maniera disinteressata, si capisce. Ma poi, si sa, da cosa nasce cosa. La vidi e pensai che poteva essere la persona giusta. Aveva aiutato i suoi vecchi prima della morte e sapeva come affrontare le ubbie degli anziani, i loro capricci e le loro insensate paure.
Conosco le donne e so che la carne di Yula è debole. Ci sono troppe donne per cui il sesso non è un richiamo impellente e fondamentale, che lo ritengono in qualche modo un’utile scocciatura, necessaria per fare figli e per legare a sé gli uomini della cui presenza e assistenza hanno bisogno. Yula appartiene a un gruppo diverso, a quello delle femmine per cui la sensualità è travolgente e il sesso necessario.
Yula sarà il caldo umido giaciglio in cui spegnere i miei forsennati ardori. Le sue lunghe e forti gambe sapranno aprirsi e accogliermi, trattenendomi incapsulato nel suo profondo e mobile incavo, là dove esploderà il mio desiderio.
Non è sola al mondo Yula. Ha una figlia di dodici anni, che si chiama Katya. È una ragazza dal carattere riservato, forse poco allegra, ma questo potrebbe essere un vantaggio. Non darà fastidio, né s’inframmetterà tra me e la madre. Yula mi ha rassicurato su questo punto. Tutto andrà come deve andare. Il destino trasmette segnali. I fatti poi evolvono secondo modalità perfette. Ogni cosa si colloca al posto giusto, dopo che l’avvenimento iniziale ha messo in moto il meccanismo. Non ci sono ruote dentate nel destino, né cinghie di trasmissione, ma tutto avviene come se ci fossero.
Il fatto iniziale, il motore principale che non poteva essere previsto: la scomparsa di Alessandra.
Tutto continua a spostarsi, a navigare, a veleggiare su di un mare caliginoso, tutto va verso la sua fine. Anche per mia madre il tempo si concluderà, prima o poi.
So che accade così. Per tutti, almeno per le persone fisicamente sane, malgrado l’impedimento motorio. Queste ultime non devono sostenere i tormenti di un’agonia lunga e intrisa di dolore. A un certo punto la forza vitale si esaurirà e io assisterò a quel lento spegnimento. La voce diverrà sempre più rauca o metallica, finché non uscirà più dalle sue labbra un suono intelligibile, come la luce non fuoriesce da un buco nero. Il suo braccio, diventato artiglio scheletrico, cercherà di muoversi, ma lo farà a scatti, senza che l’ordine del cervello sia eseguito compiutamente.

Hai visto, mamma. Ho trovato un’altra persona che si occuperà di te.
Lei mi ascolta, ma sembra che lo sguardo disapprovi. Lei si trovava bene, con la triglia. Non le importava che non fosse troppo attraente. Si capisce. Gli uomini hanno altre motivazioni.

Un mondo lontano sta tornando, un mondo fatto di vampate e deliri, un mondo che credevo di aver lasciato dietro di me da un pezzo. Mi sembra quasi di tornare all’incubo di una vita lontana, che pure era stata la mia. Erano cose che erano avvenute, malattie, febbri che creavano strani esseri nel mio cervello, cose che volavano nella stanza.
Erano scure, forse marrone scuro e striate in maniera mutevole. Si muovevano a onde, come aerei in formazione d’attacco. Mandale via, manadale via, mamma, diceva la mia voce.
Non ricordo quanti anni avessi, so semplicemente che ero molto piccolo e che una forma insidiosa di morbillo si era impadronita della mia mente, producendo quelle orribili farfalle, quegli esseri immaginari che avrei sempre chiamato dopo col nome di farfalle nere.
Quelle creature fiabesche erano diventate padrone della mia vista e del mio pensiero. Onde nere, gialle e di un marrone violaceo, scorrevano verso di me come fantasmi in volo. Sembravano provenire da finestre color tamarindo, da un mondo che non conosceva luci, da un cielo buio.

VI

La nascita di André non era nelle previsioni di Xavier. Quando Danielle gli comunicò che qualcosa nella loro vita stava per cambiare, il giovane professore provò per la prima volta una sensazione di lacerazione. Non aveva pensato alle conseguenze di una relazione che aveva sottovalutato, ritenendola quasi come un’infatuazione priva di profondità. Capiva che quella nuova situazione l’avrebbe costretto a spezzare un legame che nell’affascinante oscurità del ricordo era ancora ben vivo. Nell’altalena di pensieri e di soluzioni con cui si trovò a convivere, cercava quasi di giustificarsi con la sua coscienza, raccontando a se stesso che in fondo non era lui il vero arbitro degli avvenimenti, ma il destino. Le occasioni si erano presentate e lui non aveva avuto il coraggio, la forza di rinunciare. Il suo affetto per Gemma era sincero, ma non era riuscito a tenere sotto controllo le sue passioni: l’ambizione, prima di tutto, e poi il desiderio, per quella figura nuova ed eccitante che gli si era offerta come un frutto vellutato e carico di aromi sconosciuti.
Rimase per vari giorni nell’incertezza, poi decise di raccontare alla sua amica italiana quello che il caso gli aveva presentato, quell’annuncio di vita che sarebbe stato per lei quasi un presagio di morte.
La strada da percorrere da quel momento in poi sembrava chiara e senza curve pericolose o svincoli ambigui. Xavier e Danielle decisero di vivere insieme e attendere la nascita di quel nuovo essere che li aveva uniti definitivamente.
Tutto andava secondo le previsioni. La gravidanza procedeva nella più assoluta normalità e Danielle iniziò il suo periodo di assenza dal lavoro. Continuava a lavorare al computer, preparando i testi da presentare per l’anno successivo. Xavier ogni tanto seguiva anche lui la ricerca, correggendo le affermazioni troppo eccessive, le informazioni prive di fonte, tutto quello che poteva essere percepito come impreciso o immaturo. Lui era come sempre preciso e controllato e amava una ricerca ben documentata e uno stile di presentazione non troppo esuberante. Gli autori devono essere interpretati, diceva, non sostituiti. Non era giusto sovrapporre a un’opera d’arte letteraria un’altra opera d’arte, di contenuto critico, talvolta esteticamente più rilevante dell’originale studiato.
Il lavoro, la frequentazione dei pochi amici che si sentivano vicini alla coppia, le piccole faccende domestiche, i rapporti con la signora che ogni tanto veniva a pulire la casa, riempivano le giornate. Danielle entrò in clinica e ne fu dimessa con una piccola appendice a cui aveva imposto il nome di Julien. La vita in casa fu per qualche mese l’inferno comune a tante giovani coppie: strilli, ruttini, evacuazioni indesiderate, mancanza di sonno. Poi le cose parvero assestarsi e la vita sembrò diventare più tranquilla.
Invece proprio allora la natura rivelò la sua essenza malvagia.
Non ci volle molto per capire che qualcosa non funzionava a dovere nello sviluppo di Julien. La creaturina cominciò ad essere catatonica e a limitare la crescita. Xavier arrivò a rimpiangere il periodo di maggior impegno, quando il bambino non dormiva e urlava in continuazione. Ora era anche troppo tranquillo. Inoltre spesso era trattenuto in ospedale per i controlli richiesti dai diversi clinici da cui fu portato. Alla fine arrivò il responso, che fu il peggiore che ci si potesse attendere.

All’inizio non volevo crederci, disse il professor Leczinski, che dirigeva la clinica neurologica di B…. e ho rifatto più volte le analisi. È una malattia che non si vedeva in Occidente dal 1920, se non in rarissimi casi. Dovrò sottoporre a controlli anche voi, a proposito: non possiamo rischiare una nuova pandemia.
È una malattia epidemica, quindi? chiese Xavier.
Probabilmente, ma non ne sappiamo molto.
Danielle non riusciva quasi a parlare, sperimentava una sensazione di freddo, anzi un gelo spaventoso, di fronte al quale l’inverno canadese risultava un momento accettabile e benevolo della sua esperienza di vita.
Di che cosa si tratta? domandò alla fine, con una voce incerta e appena udibile.
Encephalitis lethargica, pronunciò il medico e fece una pausa. Gli era capitato altre volte di dover pronunciare una condanna, ma in quel caso si sentiva incredibilmente imbarazzato; gli pareva quasi di essere in colpa. La scienza aveva i suoi limiti, tutti lo sapevano, ma quella patologia inspiegabile rappresentava una macchia nella storia della medicina, l’arrendersi della clinica e della stessa teoria. La prognosi era infausta, nella maggior parte dei casi, oppure si sarebbe verificata una remissione spontanea degli effetti più gravi, che però sarebbe stata accompagnata da fenomeni secondari rilevanti, anche nel behaviour, nel comportamento. Qualunque fosse stato l’esito finale, non si poteva negare che quella che pareva una giovane e bella famigia era stata colpita da una disgrazia improvvisa e immeritata.
Xavier sentì invece che qualcosa dentro di lui si era come dissolto e un vuoto improvviso era subentrato al caldo suono delle sue speranze.
Si sottopose, come Danielle, agli esami richiesti, ma il risultato fu negativo. Nessuno dei due presentava sintomi di una qualunque infezione, di natura nota o sconosciuta.
Il bambino rimase per qualche tempo in clinica, dove le sue condizioni non migliorarono, né peggiorarono. Alla fine si decise di riportarlo a casa. Era seguito a turno dai genitori o da infermieri. Non era possibile lasciarlo solo, senza controllo.
Il padre e la madre si buttarono a capofitto in un tipo di ricerca molto diverso da quelle che costituivano l’oggetto abituale della loro vita lavorativa, ma non ottennero risultati. L’eziologia della malattia rimaneva sconosciuta: I legami con la febbre spagnola, che imperversò negli anni successivi alla Prima guerra mondiale non erano mai stati provati. La compresenza di due patologie di origine sconosciuta in uno stesso periodo temporale sembrava essere casuale e dovuta probabilmente all’indebolimento delle difese immunitarie delle popolazioni a seguito delle sofferenze belliche.
Xavier non era di questo parere, ma si sa che i pareri di un inesperto non hanno alcun valore in campo scientifico. Sarebbe stato come se chimici o astronomi avessero voluto trinciar giudizi sulle caratteristiche dei romanzi di Flaubert o di Victor Hugo. Non si riusciva comunque a capire perché la prima manifestazione di carattere epidemico di questa affezione si fosse verificata tra il 1890 e il 1891 e perché si fosse ripresentata in concomitanza con l’epidemia di spagnola intorno al 1920.
L’attività d’insegnamento universitario doveva però proseguire e i due tormentati genitori ricominciarono a raccontare l’esito dei loro studi ai loro numerosi allievi, che a loro volta speravano di trovare la strada giusta per una luminosa carriera accademica, anche se quel sogno si sarebbe avverato solo per pochissimi.

La telefonata arrivò dopo la lezione del mattino. Fu Danielle a comunicare l’accaduto.
Non respira più.
Come non respira più, hai chiamato l’ospedale?
Sono arrivati, ma non respira.
Così all’improvviso?
Sì.
Hanno provato a rianimarlo?
Sì: mi hanno chiesto il permesso, perché è molto piccolo e avevano paura di rompere qualche osso.
Non sono riusciti?
No.
Vengo subito.
Xavier cercò di comportarsi nella maniera migliore. Voleva dimostrarsi all’altezza della situazione, impegnarsi in tutto quell’inutile muoversi, come se volesse farsi perdonare il sentimento di sollievo, l’inconfessabile sensazione di alleggerimento che provava. Gli pareva però che questo suo atteggiamento efficiente e positivo fosse avvertito dalla sua compagna per quello che era, la fine di un gravame e la soddisfazione per quella fine, e che lei questo finisse per rimproverarglielo.

Capita di fermarsi a osservare un cielo pieno di stelle, succede di stupirsi come bambini nel vedere gli astri tremolare, come se volessero parlare con la loro luce. Gli stessi corpi celesti che lanciavano segnali a Xavier quando guardava il cielo dalle campagne francesi continuavano a farlo ora che si trovava ad ammirare quelle incomprensibili presenze dal Quebec. Aveva un senso tutto questo? Tutto avveniva per caso oppure ogni granello di materia, ogni presenza, ogni vita avevano un fine, una logica definibile?
Ha un significato la malattia di eziologia ignota che stronca un essere umano quando inizia il suo percorso di vita? Mille pensieri si scatenano e, al di sopra di tutto, più angoscioso di ogni considerazione possibile, un sotterraneo senso di colpa, che difficilmente la ragione riesce a sconfiggere.
Il dubbio rimane annidato in una segreta caverna del nostro essere. Ogni disgrazia, ogni morte hanno cause scatenanti che forse sono collegate al nostro agire, al nostro cedere irrazionale alle passioni o magari solamente alla mancata osservanza di un procedimento rituale, a una scelta di trascurabile entità, come muovere prima l’uno o l’altro piede o infilare prima il braccio destro o quello sinistro nelle maniche di una giacca.
Xavier guarda il cielo, così scuro ma così pieno di vita, e ormai dubita di tutto: dell’esistenza di ciò che vede, del suo dolore così assurdo per la sua minimalità in un universo follemente grande, delle vere motivazioni degli avvenimenti che lo sovrastano, della sua colpa, soprattutto, della sua colpa infinita.
Eppure bisogna continuare a vivere, proseguendo per inerzia nella spirale della propria corsa. È così che si procede nel tempo, mentre passano i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni.

VII

Ho visto la macchina di Giovanni, verde bosco sull’asfalto grigio, arrampicarsi veloce sulla strada che va verso le colline. Non l’avevo mai vista correre così verso lo scosceso verdeggiare che sembra inghiottire a un certo punto il nastro livido della strada. Il sole era già tramontato, ma la luce era ancora limpida, un freddo e limpido chiarore invernale.
Non si sente più Alessandra parlare. Ho chiesto, ma mi dicono che non c’è.
E’ in viaggio, dove? All’est, forse in Oriente, o in Australia, chissà dove, e fino a quando. Comunque non l’ho più vista. E’ scomparsa da un giorno all’altro e nessuno me ne parla più. E’ come se tutti avessero deciso di non dire niente, per una sorta di patto.
Alessandra non mi era simpatica, è vero, ma era comunque una presenza. Non ne so più niente.
Forse vanno così tutte le storie del mondo. Crediamo di essere importanti, fondamentali, che addirittura le cose siano create dalla nostra percezione. Invece siamo noi a essere di troppo, qualche volta; abbiamo la sensazione di rimanere attaccati alla scorza dell’universo per inerzia, perché nulla interviene per annullarci. Ci siamo, assurdi, inutili, fastidiosi come un foruncolo, inopportuni come la forfora sul cappotto nero. Gli altri ci osservano e pensano che forse, tra un po’, non ci saremo più, che lasceremo il mondo libero dalla nostra sgradevole e molesta presenza. Penseranno al momento in cui saranno liberi e potranno eliminare le nostre tracce con un colpo di spazzola.

La macchina corre, s’inerpica. Non posso evitare di vederla, ma vederla mi dà angoscia, un’angoscia di cui non conosco il motivo. La mia vista si è fatta persino più acuta: vedo molto bene le cose distanti. Così la seguo, quella macchina, mentre sale sulla strada grigia.

E’ venuto un uomo, un poliziotto, pare, e ha cercato di pormi delle domande. Mi capisce signora? Annuii.
Mi guardava come se volesse entrare nel mio cervello. Sguardo vivace, da meridionale, bruno e tarchiato.
«Ha visto qualcosa, qualcosa che ci possa far capire dove sia sua nuora?»
Accennai di no. Era la prima volta che qualcuno, parlando di Alessandra, la definisse “nuora”, anche se questo è il termine esatto che indica il rapporto di parentela esistente tra me e lei. No, non sapevo niente di Alessandra e, anche se l’avessi saputo e se avessi parlato, sarei forse riuscita a farmi capire da quel poliziotto, ispettore o cosa fosse? Sapevo che non c’era più, che nessuno l’aveva più vista e nient’altro. Era quello che sapevano tutti.

La preoccupazione per questa improvvisa deformazione del piano abituale della vita provoca in me strane sensazioni. Non si tratta di paura, perché, nelle mie condizioni, non ho paura di nulla. Si tratta piuttosto di sovraeccitazione, tanto che mi pare quasi di ritrovare un po’ di sensibilità nel corpo, nelle parti che mi hanno abbandonato, decidendo di morire prima di me. È che sta tornando in me il desiderio di vivere, di muovermi, di cercare la verità. Di fronte a certe disgrazie, a certi impedimenti, si finisce per rinunciare, ci si abbandona a quello che è il sentimento comune. Lo spirito accetta l’imposizione del corpo, muore anche lui assieme alla materia, forse anche prima di essa. Quando tutti sanno che riemergere è impossibile, anche tu ti convinci di quella che è ritenuta la verità. La morte è prima di tutto consapevolezza della finitudine. Sappiamo di essere finiti, imperfetti, di vivere nella città della carne, la città terrena, dove si nasce e si muore.
Non esiste una luce che guarisce, non esiste un suono che restituisce la vita. Sono tutte immense, spaventose illusioni.

Olga non c’è più. Ora c’è una nuova donna che viene dagli stessi posti. Si chiama Yula.

Un giorno ha visto che la mia guancia era bagnata. Era sceso del liquido dagli occhi. Forse pensavo a Olga, forse ad Alessandra. Chissà. Ero preoccupata, anche se ormai non dovrei più preoccuparmi per nulla. Non devo preoccuparmi per un futuro che non ci sarà più. Però continuo a soffrire per gli orrori del mondo, per l’infelicità delle persone che conosco e persino per il dolore di quelle che non conosco.
«Lei ha pianto, signora Gemma, ha detto, ma non c’era empatia nel suo sguardo, non c’era umanità nell’azzurro dei suoi occhi.
Yula ha una figlia, che si chiama Katya. Ha solo sedici anni, ma ha la serietà di una trentenne. La depositano davanti alla tv e lei ci rimane, guardando lo schermo con lo sguardo fisso, senza parlare. In questo ci assomigliamo. Anch’io ormai passo tanto tempo davanti alla tv, ascolto il venditore che irrompe con un evviva nella tranquillità della sera e continua a straparlare con la sua faccia da cartone animato. Come farà a convincere qualcuno con quella faccia e con quella voce, mi chiedo. Invece funziona, forse risulta simpatico proprio per la sua bruttezza, indissolubilmente legata alla sua allegria. Così brutto eppure così allegro, pensa la gente, e questo appare consolatorio. Se può essere allegro e felice lui, perché non potremmo esserlo anche noi?

VIII

Sospettano, sospettano, ma non sanno cosa fare.
Io non sono un criminale, uno nato da una famiglia di malavitosi, con precedenti per rissa, spaccio, estorsione. Loro sono abituati a trattare solo con quella gente. Con quelli di buona famiglia non sanno come comportarsi. Hanno un occhio di riguardo. Se io sostengo che Alessandra voleva viaggiare, che voleva allontanarsi da me per qualche tempo e che probabilmente è questo che ha fatto, perché dovrebbero non credermi? E poi non potrebbe essere accaduto veramente questo? Chi poteva avere interesse a far scomparire mia moglie? C’era qualche segreto nella sua vita? Quando qualcuno scompare sono sempre le stesse le domande che tutti si pongono. Perché è scomparsa? Qualcuno l’ha uccisa? Chi aveva interesse? Nessuno. Certo, nessuno tranne me.
Sua moglie aveva espresso la volontà di lasciarla?
Non proprio. Diceva che desiderava viaggiare.
Questo però tanta gente lo dice.
Solo che lei diceva che avrebbe voluto viaggiare da sola. E poi, chi progetta un viaggio ritira dei soldi, mentre Alessandra aveva ritirato un cifra irrisoria, quella che serviva per fare la spesa un paio di volte. Questo era quello che diceva la polizia, che raccontavano i giornali.

È notte. Guardo la profonda oscurità del cielo e mi sembra che una luce si apra a ventaglio. Tante piccole luci disposte a semicerchio. Dev’essere un effetto ottico. In realtà quella strana immagine è una singola stella, o un pianeta, ma la mia vista non è più quella di una volta. E se invece fosse una stazione spaziale? Ecco i bracci, il corpo centrale, luminoso ma concreto, materiale: una struttura creata da una qualche intelligenza, per qualche suo scopo indecrittabile, un’enorme nave stellare, che trasporta esseri e pensieri, volontà e vanità. Eppure la ragione suggerisce che così non possa essere, che ogni nostra costruzione immaginaria è un sintomo della nostra attitudine all’errore, all’invenzione di realtà inesistenti. Così doveva avvenire quando i nostri antichi scrutavano il cielo e vi scoprivano immagini terrestri, figure umane, animali, oggetti, immagini mitiche.
Di fronte a queste inafferrabili presenze, che senso può avere rimanere ancorati ai nostri limitati desideri, alle nostre minuscole utopie? Eppure sono queste meschinità a dirigere i nostri pensieri e le nostre azioni, a spingerci verso il bene o il male.
Questa è la mia realtà: una madre che improvvisamente ha smesso di essere autonoma, una donna che mi attrae e che desidero toccare e penetrare, una madre a cui dovrei dedicare più tempo, per cercare di migliorare il suo stato, ammesso che qualcosa possa essere fatto, e una donna a cui penso anche troppo, cercando di soddisfare i suioi desideri, che sono quasi speculari rispetto ai miei. L’altra poi, Alessandra, si è dissolta nel nulla. Uccisa, dicono, ma il corpo dov’é? Sono stato io, dicono, ma io rispondo di no. Certo potrei mentire, anche a me stesso. Un personaggio, quando racconta, quando si rivela in un diario o quando risponde a un poliziotto, non è tenuto a dire la verità. Sarei dunque un assassino?

Quell’ispettore, troppo bruno per essere un italiano, o forse quelli sono i veri italiani, quelli che quando andavano in America erano considerati uomini di colore e ora, chissà perché, sono definiti uomini bianchi. Quell’ispettore, dico, dall’aspetto saraceno continua a fare domande, sperando che qualcuno racconti qualcosa, proponga una soluzione. La verità può nascere da ogni piccola cosa, da un particolare, da qualcosa a cui non si era pensato. Non ha senso formulare ipotesi se non si ha nessun elemento certo. Manca un corpo, non c’è un’arma probabile, non c’è un motivo sicuro, quello che si chiama movente. Il fatto potrebbe non sussistere. Assoluzione, quindi, nulla da eccepire: tutto torna come prima. Alexandra torna ad apparire, si presenta in una centrale di polizia, o in una caserma dei carabinieri, accompagnata da un bravo avvocato, che fa le mosse opportune per evitarle possibili conseguenze spiacevoli della sua assenza. Non è successo nulla, non c’è nemmeno simulazione di reato, nulla di nulla.
Mi guardano storto i poliziotti. Devo sapere qualcosa, devo aver fatto qualcosa. È loro compito sospettare e questo lo sanno fare benissimo. Sospettare sempre tutti e sospettarli di tutto: imbrogli, falsità, furti, violenze, omicidi. Tutti hanno qualcosa da nascondere, anche quelli che sembrano candidi come un giglio dei campi, candidi e innocui. Tutti brave persone, onesti cittadini, finché non si scoprono i loro desideri più segreti, le loro convinzioni più profonde. Fortuna che il nostro cervello non emana immagini che corrispondano ai nostri pensieri. Se così avvenisse, ci sarebbe da divertirsi.

IX

L’oscurità. Il fascino dell’oscurità. Qualcosa ci spinge verso il pericolo, la trasgressione, il piacere eccessivo e nascosto.
Nulla di quello che amiamo coscientemente ha il potere di trascinarci e sconvolgerci come quello che temiamo e ci fa orrore. Per questo abbandoniamo un’alba ridente o un sereno tramonto per addentrarci nel grigio piombo di un incipente uragano, per questo ci immergiamo in un vento di tempesta, sfidiamo un nemico a mani nude, corriamo verso il precipizio, ci lanciamo tra le rapide con una minuscola canoa.
Nulla faceva presagire all’inizio che la relazione con Danielle potesse significare per Xavier qualcosa di più di un’avventura. Il passaggio da una naturale tenerezza a una conoscenza più intima era stato spontaneo e quasi dovuto. La nascita di una famiglia, con l’avvento di quel figlio imprevisto, sarebbe stata il coronamento di una storia che pareva avviarsi verso una navigazione serena, facilitata dal piacere di lavorare nello stesso settore.

Invece, lentamente, dopo il tragico vanificarsi di una speranza di limpida normalità, quella che era stata una condivisione di carezze ed emozioni si trasformò in un desiderio di superare limiti e barriere, in un percorso che lasciava intravedere, nel fondo di un burrone, lo scorrere fangoso e travolgente di un torrente di oscene oscurità.
Dopo qualche tempo, Xavier incominciò a scorgere, nel verde dello sguardo di Danielle, un sentimento di assenza. L’insufficienza dell’atto sessuale a creare vera partecipazione, unità di sentimenti, spinse la sua amante (e lui stesso) a cercare altrove, nel mondo, un terreno che emergesse dalla coltre di noia che stava lentamente soffocando una relazione che pareva all’inizio fonte di un esplosivo coinvolgimento.

Quando li vide insieme, quando vide insieme Danielle e James,
Xavier si accorse immediatamente di una evidente similarità tra le due presenze, più nell’atteggiamento che nella forma del volto, o nel colore degli occhi. Azzurri e torbidi erano quelli di James Carver, che Danielle presentò come un nuovo allievo, ma il verde degli occhi della donna aveva raccolto come uno specchio lo sguardo di lui e pareva imitarne l’espressione inquieta e distante.

James invitò Xavier e Danielle a uno dei tanti party che la buona società del Quebec organizzava, in cui intellettuali e imprenditori s’incontravano, per conoscersi e riconoscersi, in cui era possibile trovare persone che finanziassero qualcuno o qalcuno da finanziare

James era un buon bevitore e Xavier si sforzò di rimanere nella scia degli altri convitati

La funzione facilitatrice dell’alcol favorì lo sviluppo di conversazioni che nessuno dei presenti avrebbe mai osato affrontare da sobrio.
James e Xavier si ritrovarono a discorrere amabilmente in un canto, lontano dagli sguardi sensibili delle donne e poterono avventurarsi in territori proibiti e sconosciuti, almeno per il professore francese

Il rapporto tradizionale tra uomini, tra uomini e donne o tra persone dello stesso sesso, disse James, è fatto di limitazioni e proibizioni che impediscono a tutti di raggiungere la piena soddisfazione dei sensi.
Sono quelle imposte dalla natura, osservò Xavier
Non c’è nulla di naturale nelle nostre relazioni, proseguì James, siamo noi che c’illudiamo che porre un freno ai desideri sia la cosa migliore per condurre una vita sana e positiva. In realtà forse è la soluzione economicamente più valida per la vita sociale. Si formano coppie stabili, che fanno nascere e allevano figli propri, senza creare inutili complicazioni. Si tratta sempre di limitazioni stupide e per niente naturali

Ci sono luoghi e incontri, però, affermò James, in cui queste limitazioni vengono messe in discussione, anzi sono radicalmente superate.

E vi partecipano tutti gli esponenti di questa bella e luminosa società?
Certamente no. Possono partecipare solo quelli che sono consapevoli della stupidità di quelle barriere che schiavizzano la brava gente e non consentono di andare oltre l’insoddifazione cronica che li attanaglia..

E c’è qualcuno qua dentro che fa parte di questa società di esseri superiori?
Beh quella è uno splendido esemplare.
James si avvicinò a una delle signore e la salutò. Lei rispose con gli occhi ridenti
Si chiamava Betty Snowdon, rossa dalle spalle forti e dalle gambe robuste: occhi celesti e viso coperto di efelidi.

Non dimenticarti di giovedì, le disse James.
Non me lo dimentico di sicuro, rispose lei, con un sorriso che mise in mostra la sua perfetta dentatura.

Certo: giovedì. Danielle convinse Xavier a partecipare in quel giorno prestabilito a un party di altro genere. Lì erano nel territorio di James, dove si esploravano nuovi mondi, dove l’inibizione era messa da parte, dimenticato il peso del pudore, dove ci si muoveva senza guinzagli e senza museruole.
Xavier vide James consegnare qualcosa a Danielle. Immaginava che la sua compagna
Da quando in qua prendi pasticche?
Xavier le parlava all’orecchio, per farsi sentire.
Da quando ne ho bisogno. Puoi prendere qualcosa anche tu, se vuoi. Qui c’è di tutto.
Nella stanza che attraversarono qualcuno si chinava sulla superficie brillante di un tavolino e aspirava strisce di polvere bianca.
Grazie, ma non mi serve, disse l’uomo.
Era sincero. Capiva che molti di quei convitati non erano per niente persone disinibite, ma volevano recitare la parte degli angeli neri e per farsi coraggio avevano bisogno di bere o di riempirsi di droga. Lui non era come loro. Non si vergognava dei propri istinti e sapeva che non gli sarebbe mancata la forza di agire contro la morale, se fosse stato necessario e se ne avesse avuto un cocente desiderio. Lui non era un ipocrita e si sentiva un uomo libero.

Era un momento di pausa, in cui ci si ferma un attimo prima di procedere. Tutti immaginavano che qualcosa di nuovo e appagante sarebbe intervenuto e che presto, molto presto, il desiderio, il solo desiderio avrebbe dominato

Gradatamente le luci si abbassarono e, senza fretta, i corpi iniziarono a liberarsi dell’impaccio dei vestiti. Le donne, le poche donne che facevano parte di quel consesso di spiriti liberi, eliminarono i loro impedimenti in parte, denudando ora una parte ora l’altra del corpo. Per ultime tolsero le scarpe, a significare l’abbandono definitivo della civiltà e delle buone maniere per un ritorno a mondi selvaggi ed eccitanti.

Gli uomini avevano meno ritegno e, ben presto, il vasto ambiente fu invaso da zaffate di bagni schiuma e profumi di marca. Odori violenti e segni di appartenenza a un potere economico e sociale che poteva farsi beffe di ogni convenzione.
Quello che disgustò Xavier fu l’odore di covile, che pian piano cominciò ad emanare dalle membra nude, quell’odore che inutilmente gli uomini si sforzano di ricoprire con essenze e allontanare con detergenti sempre più efficaci e raffinati.

Danielle fu presa per mano da James, che si staccò da Xavier e portò l’amica verso un gruppo di giovani di belle fattezze. Lei aveva levato la gomma e le sue natiche mostravano tutta la loro elastica robustezza alla luce dei faretti che ormai soli illuminavano porzioni della scena.
Subito dopo lei scomparve, avvolta da quei corpi, che la nascosero agli sguardi. Xavier, che osservava con eccitata trepidazione quell’improvviso nuovo spettacolo, rimase solo con Betty, che si accovacciò dinanzi a lui e lo accolse nella sua bocca.
Iniziò così la lenta ascesa verso il climax. Altri uomini e donne si avvicinarono, altre carezze si unirono, altri contatti di pelle. Corpi sconosciuti che apprendevano i segreti di altri corpi.

Questa logica spaventosa, per cui si deve tendere un desiderio fino quasi a spezzarlo, lo si deve coltivare, accompagnare, fino all’insostenibile estrema crudeltà!
Espansione esplosione fine dissoluzione fuga della materia vita che fugge dalla vita.

Questo è tutto? Questo abbandono di una struttura mortale per creare altre strutture mortali o come adesso solo per ottenere la violenta sensazione che chiamiamo piacere senza logica senza motivazione senza senza senza

Xavier guarda ancora davanti a sé, ma tutto è ormai buio o quasi, forme confuse si agitano, ognuno in cerca della sua morte, ognuno nell’illusione di trasformare l’attimo in un piacere eterno, corpi che penetrano lottano accolgono tutto qui tutto possibile se si abbandonano le barriere della morale o semplicemente del disgusto per la nostra essenza biologica. Respingiamo e nello stesso tempo siamo attratti: non è una contraddizione? Il viscidume ci fa orrore, ma stranamente ci stimola, ci eccita. Qualcosa di fluido, che scorre, scivola, s’insinua. Il pensiero, un pensiero irrazionale, primitivo, che genera lubrificazione, liquido imporsi di essenze corporali.
Tutto qui: ma a cosa serve?

L’indomani Xavier decise di abbandonare quella vita e la piega delirante che stava imboccando. La sua strada era diventata sdrucciolevole e mostrava come vie alternative sentieri oscuri: la depravazione, la droga, la violenza, la morte. Obiettivo del procedere la rinuncia della ragione, il rifiuto della coscienza per ottenere una sospensione del reale, del tempo e dello spazio, un salto nell’infinito, nell’assenza di limiti. Un istante e si diventa immortali, sì, ma solo per un attimo.

Ne parlò con Danielle, che invece aderiva con entusiasmo a quello che le pareva un percorso di liberazione definitiva, che assecondava il suo desiderio di andare oltre.

Non è questa la via giusta, quella naturale, lo scopo per cui siamo stati messi al mondo.

Stai diventando religioso, Xavier?
No, sto diventando razionale. Non ne faccio una questione di peccato, né originale, né derivato; ne faccio una questione di logica. Ci dev’essere una logica nelle nostre pulsioni e nel nostro agire. Non possono esserci spinte casuali e immotivate.

L’orgasmo è la nostra natura: tutto nell’universo tende all’orgasmo, perché dovremmo opporci, trovare una giustificazione per porci dei limiti?

Forse questa considerazione è naturale per una donna. Il principio femminile può sentirsi attratto da questo, la donna può sentirlo come naturale perché è predisposta per una serie di orgasmi infiniti; ma il principio maschile, creatore, generatore sa che la tensione orgasmica deve avere uno scopo e la natura ha predisposto alla forza maschile una pausa. L’uomo deve rigenerarsi, la vita ha bisogno di energia per procedere.
Lo so: s’interrompe, ma poi riprende, ricomincia…
Ma lo fa per uno scopo,
E tu lo sai qual è lo scopo?
Nessuno di noi può saperlo, ma siamo immersi in questa corsa verso qualcosa che non siamo in grado di raggiungere, come unità. Lo siamo come specie, però, e di questo siamo coscienti, ce lo dice la ragione.
Non so. Io preferisco non domandarmi niente, vivere nella tempesta, nella passione, in una passione continua, inesauribile, e sono felice di saperla suscitare anche negli altri.
Io no, non posso farlo!
E quindi?
Lo sai; lo capisci benissimo.
Vuoi fuggire?
Devo ritrovare la mia strada.
Mi dispiace.

Xavier sapeva che lei non l’avrebbe seguito: sarebbe rimasta a fare da crogiolo per l’energia del principio maschile, predisposta e succube di quelle forze che avrebbero dovuto compiere l’opera, la trasformazione, la misteriosa, miracolosa trasformazione dell’energia in vita, quel gioco di contrazioni che chiamavano piacere e che imitava l’infinito pulsare dell’universo.
Lui invece doveva sperimentare il pacato adeguarsi a linee di prospettiva più serene…

X

«Che bello!
«Cosa dici?
«Che è bello, semplicemente bello.
«Ma è solo un palloncino!
«Sì, ma è bello vedere come riesca a salire, cercando la libertà, volando verso qualcosa di nuovo.
«Ho capito, ma forse è quello che anche noi cerchiamo di fare, ogni tanto.
«Non ci riusciamo mai, però.
«Beh, qualcuno ci riesce, qualche volta.

Non potevo immaginare che Xavier sarebbe volato via anche lui, come quel palloncino, in fuga verso una libertà che era una nuova condanna.
Pomeriggi a Parigi, lunghi percorsi in metrò. Ricordo qualcosa di vecchio e giallo, camminamenti e scale, spazi chiusi carichi di odor di pipì. Non mi sono mai persa, però, là dentro. Sapevo sempre dove dirigermi, come se Parigi fosse sempre stata la mia città. Forse ero stata parigina, in un’altra vita. Chissà cosa si cela alla nostra razionale conoscenza dentro il nostro cervello, nelle cellule segrete, di cui non conosciamo nemmeno la funzione. Chissà quali informazioni conservano, notizie di vite precedenti, esperienze di antenati, antiche abitudini, antiche conoscenze.

Guardo il cielo e vedo con sempre nuovo stupore la polvere di luce in cui l’azzurro svanisce.
Cerco di parlare, dico: polvere di luce, cerco di articolare. Qualche suono esce, ma non è ancora perfettamente intelligibile. Anche i movimenti del braccio sono appena accennati e i muscoli non obbediscono, ma forse qualcosa di più si potrebbe fare, qualcosa che quel quel… Lasciamo stare: non si può parlare male di un figlio.

XI

Una notte come tante, in una terra percorsa da ondate di guerra.
La città è poco distante, ma le campagne, abbandonate dalle famiglie dei coltivatori, sono diventate rifugio per tante persone fuggite dalla città, all’ingresso delle truppe, che non si capisce più se regolari o irregolari. Non c’è nulla di regolare in questa guerra. L’unica cosa che i soldati sanno è che la forza delle armi concede il diritto di saccheggiare tutto quello che trovano: cose e persone. Sanno che possono torturare, violentare, uccidere.
Bande di mercenari si uniscono ai militari. Hanno il compito di seminare il terrore, senza dover obbedire a nessuna legge o convenzione. Finalmente, in una zona della terra, tutto è possibile. Tutto avviene come avveniva tanto tempo prima, quando non esistevano leggi che proteggessero i popoli inermi. La liberazione di Gerusalemme, il sacco di Roma, l’invasione del Belgio. La storia è la narrazione delle atrocità commesse dall’uomo per stabilire il potere su un territorio o su di un popolo.
Le città sono attaccate e conquistate, ma le campagne non sono risparmiate.
Di notte le milizie setacciano le case, irrompono nei fienili. Trovano anziani da uccidere, donne, bambine nascoste e tremanti di paura. Ecco il miglior bottino di guerra. Le donne da violentare e inseminare, costrette a portare dentro di sé il germe del nemico.
C’è una luna impietosa questa notte; c’è un gran caldo. Nella casa seminascosta da macchie di alberi, oscura e tetra, riposa una donna, Jula, in un severo letto contadino, ha sul corpo solo una lunga camicia bianca e il sonno l’ha colpita, prima che giungano silenziosamente i soldati, che la vedono e si rallegrano della loro scoperta. Perché la donna è bella, ancora giovane, non come le vecchiacce che trovano così spesso e di cui devono accontentarsi. C’è un altro letto, più piccolo, ma è vuoto. Uno degli uomini tasta il materasso: è caldo. Escono dalla casa e corrono al fienile, dove di solito si fanno piacevoli scoperte. Infatti, in un angolo buio, nascosta tra i fasci d’erba secca, c’è una ragazzina. Il soldato che l’ha scoperta la illumina con una torcia. È giovanissima, una giovane donna, livida di paura. Sa già cosa le accadrà tra breve. Sa che non potrà ribellarsi. Fuggita dal letto in cui dormiva vicino a quello in cui si era distesa sua madre, con una camicia da notte grigia e a piedi nudi. Aveva cercato scampo in un posto in cui sperava di potersi nascondere, di rendersi invisibile.
Ridono gli scopritori. Uomini in tuta mimetica, robusti, dalle barbe non rasate. La visione si fa confusa, anche se c’è la luna. L’afferrano, la portano fuori. Gli occhi celesti ottenebrati dal pianto non vedono più niente. Le graccia non possono più muoversi: non può difendersi. Chi grida, poco più in là, nella casa? Il cervello perde quasi coscienza. Lampi di luce che oscilla, risate, un ritmo ossessivo, che muta; si fa più lento, o più veloce, fino al parossismo. Più volte, tante volte. Ancora, ancora, prima che sorga il sole.
Ed ecco che arriva, il sole e trova Jula legata al letto. La camiciona a brandelli non riesce a ricoprirla. Le corde sono allentate, lei riesce a liberarsi. Il suo primo pensiero è per la figlia. Dov’è Katya?
Cammina a fatica, Jula, e prova un dolore sordo. Ricorda appena la sua lunga tortura, pensa solo a uscire dalla stanza, a vedere se sua figlia è lì, se è ancora viva.
Le basta affacciarsi sull’uscio della casupola per vedere una scena che non avrebbe mai voluto vedere nella sua vita.
No, Katya no! Urla, mentre si avvicina al corpo della ragazzina.
Jula vede le braccia delicate legate ai pali di una palizzata, il piccolo corpo denudato. Katya respira, è vero, il petto appena sviluppato si muove, ma i suoi occhi sembrano guardare il vuoto.
Lei la scioglie, pietosamente, l’accarezza. Lei sembra non vedere, non capire. Eppure si deve muovere: non è più possibile rimanere ad attendere altre bande, altri predatori. Bisogna muoversi in direzione della costa, trovare un modo per allontanarsi dalla guerra, raggiungere un paese che non sia coinvolto nel conflitto: l’Austria, l’Italia. Trovano altri profughi per la strada. Molti sono tsiganin, appartengono a un popolo che non ha niente da spartire con i contendenti di questa miserevole guerra. Non hanno interessi, non possiedono terre. Perché dovrebbero rimanere e farsi scannare per appoggiare gli interessi della Germania, dell’America o della Russia, dei serbi o dei croati? Peché dovrebbero parteggiare per i cristiani o per i musulmani? Si può vivere anche da qualche altra parte. Chiedere l’elemosina ai cittadini di un altro popolo. Ci sono vecchie carrette e veicoli a tre ruote, camioncini e auto rugginose di campagna che ancora camminano. Qualcuno carica quelle due donne sole, sorride. Qualcuno porta con sé le galline. C’è poco da mangiare, ma un uovo fresco si può succhiare anche crudo. Ci sarà tempo per preparare una zuppa, quando ci si fermerà in un luogo più sicuro.
Le due donne sono ora su una camionetta, che va in direzione del confine italiano.
Qui si è compiuto ancora una volta il destino delle donne, pensa Jula. Dov’è finito il diritto, la libertà di scelta, tutto quello che s’insegna a scuola? Rimangono gli istinti.

Si va verso l’Italia, il paese dove il sole tramonta. Basta andare sempre in direzione del sole, di sera, mentre scompare dietro gli alberi. Il confine lo si attraversa senza problemi e finalmente l’Italia, l’Italia che non ti accoglie né ti respinge, lItalia che fa finta di non vederti. Qui si riesce a sopravvivere. Persone caritatevoli, persone motivate, persone che fanno l’elemosina o che ti trovano qualcosa da fare. Altrimenti c’è sempre la possibilità di offrire il proprio corpo, che se è piaciuto ai soldati, ai mercenari bastardi, può piacere anche a qualche tranquillo signore disposto a pagare, per avere quello che altri hanno ottenuto gratis. Così la vita va avanti, e ci si sposta sempre verso occidente, si arriva a Milano, si trova qualcuno che ti fa entrare in una cooperativa. Certo il lavoro non sempre è piacevole, ma in questo modo ci si sente utili e si ha la sensazione di guadagnare, finalmente, oltre ai soldi, il rispetto, soprattutto il rispetto verso se stessi.

XII

Qualcosa si sta muovendo dentro di me: forse la coscienza di una vita che non ha ancora concluso il suo percorso. Mi sono sempre chiesta se lo spirito abbia o meno un potere sul corpo , se possa non solamente influire (cosa ben nota ed evidente), alterando alcune attività, ma addirittura producendo mutamenti più ampi e complessi. Ora mi pare di aver capito che la mia malattia è stata prodotta in primo luogo da una mia generale rinuncia, dal desiderio inconscio di abbandonare una realtà che non presentava più attrattive. So che è trascorso del tempo, forse troppo, per consentire un mio progressivo ritorno; ma credo finalmente, dopo l’assopimento della mia vitalità, di desiderare una reazione, un recupero. Voglio uscire dall’incertezza: voglio conoscere, inebriarmi di verità, riprendere i miei contatti col mondo, e per far questo far rinascere il mio corpo, riprendere il dono della parola, del movimento.
Piccoli segnali mostrano a me stessa che qualcosa ancora serpeggia nelle mie cellule, si manifesta come una strana agitazione, con improvvise piccole esplosioni di euforia. Imparo, riapprendo a dominare piccole porzioni del mio corpo, a riappropriarmi della sensibilità. Nessuno ancora se ne è reso conto. Nemmeno il giovanotto che viene ogni tanto a muovere le mie braccia e le mie gambe: inerti appendici, che un tempo sapevo usare nel modo più consono, pretendendo da loro prestazioni comuni e più ardite, ai limiti della fatica agonistica.
Com’è stato possibile che, una volta, quegli strumenti di vita fossero anche per qualcuno motivo di attrazione? Una gamba accavallata nel momento giusto, l’esibizione della forma, dell’armonia del corpo, potevano scatenare desideri e tormenti, angosce e gelosie.
Si può immaginare di rinascere, di ricominciare a vivere?

XIII

L’ispettore si muove spesso, è agitato per quella storia che non si risolve, per quella donna che sembra svanita nel nulla, rapita dagli alieni. E’ infastidito dai peli superflui che si ostinano a crescere dentro le sue narici o che si affermano come cespugli di macchia mediterranea nelle orecchie. Ha portato un paio di forbicine, che tiene in un cassetto. Quando deve incontrare una persona di rilievo, soprattutto se è una bella donna, prende le sue forbicine e s’infila nel bagno, che è certamente qualcosa di squallido, ma che è provvisto di specchio, un vecchio specchio dalla cornice bianca, cioè bianca in origine, ma ora quasi gialliccia. Lui si avvicina allo specchio, alla parte centrale, che è ancora limpida e priva di quelle macchioline che segnalano la dissoluzione progressiva dello strato metallico che garantisce la riflettenza

Ispettore Di Munno, gracchia il questore. Qui c’è una persona morta, anche se non c’è il cadavere; c’è un sospettato, un probabile assassino. La gente preme, vuole sapere. Lei deve spremere, spremere.
Io spremo spremo ma non viene fuori nulla dice il Di Munno.
Lo sa benissimo che il marito è il principale sospetto, che aveva tutto l’interesse a liberarsi della moglie per rifarsi una vita più eccitante, per tornare a vivere veramente. Solo che quel Giovanni, quell’essere senza qualità, sebra più un coglioncello qualsiasi che un assassino. No, proprio non ce lo vede l’ispettore a covare odio, a programmare un delitto, a nascondere un cadavere.

XIV

Antonio ha occhi grandi e scuri, o forse sembrano più grandi perché il viso è magro e spaurito, pieno d’ombre.
Dal suo giardino ha visto la ragazza nuova
Cammina scalza sull’erba, le sue gambe si scoprono mentre si allunga per stendere. Una mattina lei l’ha guardato, da lontano, forse ha sorriso. Antonio crede di averla vista sorridere. Lui si emoziona solo al pensiero che lei possa averlo notato, immagina, sogna.

È lei a parlargli per prima. Mi chiamo Katya, gli dice. Sono venuta qui, fuggita dalla guerra
Parla con una voce cantilenante, ma con suoni chiari; non pronuncia quasi mai gli articoli
Perchè non parli come noi, con gli articoli?
Non servono, risponde, da noi non ci sono.
Da loro parlano una strana lingua, che si scrive con tante lettere che sembrano quelle che Antonio è abituato a vedere, ma hanno in più altri segnetti, per indicare suoni particolari. Poi ci sono quelli che scrivono come i russi, con un alfabeto diverso, che sembra un misto del nostro e di quello greco, ma che invece rappresenta un mondo distinto, vissuto per tanto tempo accanto al nostro. Ci sono tabelle di corrispondenze, che servono a trascrivere una lettera in un’altra. Antonio ne ha vista qualcuna, ma non ricorda bene le forme. Bisogna essere abituati a vivere in un altro mondo.
Se ne sente parlare, alla televisione. Massacri, combattimenti, carri armati che percorrono le strade, che rovinano l’asfalto. Nemici invisibili che sparano appostati in angoli nascosti, auto prese di mira, pallottole vaganti, feriti, morti per caso, gente che uccide, che spara, che bombarda. Diffondono il terrore, devono spingere gli altri, i popoli avversari, a fuggire. I croati vogliono cacciare i serbi, i serbi vogliono eliminare croati e musulmani, i musulmani vogliono riconquistare le terre che una volta erano ottomane. Tutti vogliono ripulire il territorio da quelli che sono diversi da loro. Tutti hanno perso la volontà di convivere, di condividere lo stesso spazio. Tutti hanno una furioso desiderio di vendetta. Tutti uccidono. Branchi che segnano il territorio, che distruggono gli altri branchi. Chi ha stimolato la violenza? Chi ha manovrato le leve della storia perché tutto questo avvenisse?

Devi farmi un favore, dice la ragazza, tu sai guidare
Sì, ma la macchina non me la fanno portare.
Non serve. Dovresti portare quella del principale della mia mamma. Solo per una strada, fino al bosco.
Quando?
Anche questa sera.
E’ una cosa semplice, in fondo. Si tratta semplicemente di portare un’automobile su per una strada, fino alle colline. Poi lui potrà tornare indietro, senza porsi domande, senza sapere il perché di quel favore richiesto. Forse la ragazza lo ricompenserà. Lui sogna che lei lo faccia, in gran segreto, in uno spazio buio, ancora più scuro di quegli alberi lontani, dove qualcosa deve essere avvenuto, dopo che lui è tornato a piedi, da solo. Erano pochi chilometri

XV

Poi un giorno l’oceano celeste ha riversato le sue acque sulla nostra terra. È piovuto tanto: sulle colline e si vedevano fiumi di fanghiglia che scorrevano verso la pianura. Rivoli scuri che trascinavano rami secchi e oggetti abbandonati nei boschi. Plastica e metallo, piccoli animali morti, fusti sotterrati con chissà quali sostenze pericolose. Pareva che la natura si vendicasse, riportando alle città, ai villaggi, alle fattorie, quello che gli uomini avevano nascosto, sperando di aver sepolto il male per sempre.

Quando le acque si sono ritirate, qualcosa di più complesso e inquietante è apparso agli occhi atterriti dei passanti.
Un urlo. La corsa disperata di una persona in fuga dall’orrore. Una donna, quasi una ragazza, giovanissima. A chi la incontra grida di guardare, di capire cosa possa essere quella cosa, che l’acqua ha lasciato proprio davanti al fienile, quell’ammasso scuro che pare uscito da un film di zombie, quasi diritto, appoggiato sul muretto di pietre squadrate. Là, là: guardate!
Quell’ammasso scuro potrebbe essere una donna: lo rivelano i resti degli abiti. Quella donna potrebbe essere Alessandra. L’autopsia conferma: il cadavere è di sesso femminile. Il pessimo stato di conservazione non consente un’identificazione certa. Il volto ormai non esiste più, la corporatura però è la stessa. Si fanno altre analisi. È sicuramente lei, Alessandra: il suo viaggio è finito.

La morte è stata causata da vari colpi al torace e all’addome, inferti con un’arma da taglio, e pare risalire all’epoca della scomparsa della moglie di Giovanni.

Sono stata io. Sguardi di stupore. Lo sta dicendo per difendere qualcun altro: non può essere vero. Eppure forse… L’altezza delle due donne era quasi simile e la traiettoria del coltello è compatibile. Questo dice il medico legale. La scena può essere ricostruita, ottenendo un quadro credibile.
La donna più grande si volta, vede davanti a sé una ragazza che si avvicina, il viso livido, tirato, gelido. Si pone domande, ma non fa a tempo né a darsi risposte, né a chiedere alla ragazza perché sia là, perché si avvicini sempre più, e capisce solo quando il coltello la colpisce allo stomaco, una due tre volte, quando risale per raggiungere il cuore, per spegnere una vita che era d’impaccio, che avrebbe reso impossibile il sogno di sua madre.
È stata veramente lei? I giornali propongono varie tesi, la televisione ne parla. Ormai non si parla d’altro che di delitti. L’opinione pubblica si spacca: è colpevole, è innocente.
Certo la ragazza ha le sue attenuanti nel passato che l’ha spezzata, che l’ha sconvolta, ma questo può giustificare un omicidio? Qualcuno pensa piuttosto che lei si accusi per proteggere sua madre e l’uomo con cui lei ha scelto di vivere. Che cosa preferite: una piccola pazza assassina o due lucidi criminali, coinvolti da una passione torbida? Difficile decidere, spaventosamente difficile per la polizia, per gli esperti, per i giudici. Si profilano anni di incerte attribuzioni, perizie e controperizie, di CTU contro i periti di parte. Alla fine prevarrà la tesi della piccola assassina: tutto coincide, tutto concorda. Naturalmente Katya non raggiunge il suo obiettivo. La tragica morte di Alexandra allontana Giovanni da Jula. Nulla può essere come prima. Ormai il povero vedovo deve recitare la sua parte, così bene che finisce col crederci anche lui. Incomincia a rifugiarsi nei sogni e immagina una nuova vita, lontana da quella realtà che si è trasformata in un pesante percepito squallore. Fantastica di entusiasmanti avventure

XVI

Quanto cielo, poi, quanto cielo!
Ci si sveglia e si riacquista coscienza. Anche Xavier riprende il filo dei suoi pensieri. Che cosa orribile tornare nel mondo reale, dopo una nottata di evasione nel sogno. Ritrovarsi a fare i conti con gli errori, con le illusioni ormai precipitate in una cloaca che pare una punizione divina. Dover fare i conti con la disgrazie, con il tradimento, con quello che si è stati costretti a vedere con i propri occhi. Quel mondo che James e Danielle percepivano come liberazione era invece un nuovo tipo di schiavitù. Si entrava in una spirale infinita di cui si conosceva l’ingresso, ma non il segmento finale, in cui la soddisfazione totale rischiava di trasformarsi nell’assuefazione al piacere. Xavier immaginava che dopo quelle forme di trasgressione si sarebbe sentita la necessità di sperimentarne altre sempre più profonde, e assurde, precipitando in una depravazione senza fine.

Si alza, Xavier, ed è nudo. Vede avvicinandosi alla finestra, al di là delle tapparelle abbassate solo fino a un certo punto, una sagoma umana. Mi vedranno da lì, pensa. La sagoma è lontana, ma sembra proprio rivolta verso di lui: una sagoma di genere maschile, di cui si vedono soltanto un paio di jeans. Cerca di coprirsi, mentre guarda il mondo dalla sua stanza. Il cielo è riapparso, troppo luminoso, ma la sagoma si è rivelata per quello che era: un paio di jeans stesi ad asciugare.
Ora Xavier si rende conto di essere in Italia, in quel vecchio panorama europeo che aveva abbandonato. Tornato alla ricerca di un passato impossibile da recuperare, comincia a fare i suoi primi passi nel mondo che ha continuato a spostarsi senza di lui, a crescere e invecchiare.

Strana città, Milano: città di ferro e di acque nascoste, di giardini segreti, di superfici di un grigio levigato, incastonata come una pietra in una pianura troppo ampia, con le sue gru che svettano ovunque, guastando ogni possibile panorama, spalmando una vernice futurista e metallica sulla natura rassegnata a recitare una funzione subordinata. Città, incredibilmente città, tentacolare come poche altre anche se piccola, quasi trascurabile come metropoli, di fronte a immense realtà come Berlino, Londra o Parigi, tanto per limitarsi all’Europa.
Xavier decise di andare in giro senza meta. Salì sulla linea più vecchia del metrò lasciandosi distrarre dall’osservazione della gente, dai suoni, dalle luci fredde. Aveva quasi perso la nozione del tempo e dello spazio. Si accorse troppo tardi di aver lasciato la città e di aver raggiunto l’hinterland.
Scese a Sesto San Giovanni,
Un calmo autunno calava sulle case, rosseggiava sui muri dei giardini, sui marciapiedi tempestati di foglie cadute.
Il cielo è grigio, ma luminoso. Poche persone per le strade. Una giovane donna parcheggia un’utilitaria, in uno spazio stretto, sotto una muraglia dall’intonaco invecchiato, su cui si inerpicano i tralci di una pianta rampicante.
Xavier avanza fin dove la strada si restringe, poi torna indietro: ha paura di perdersi. La donna estrae un passeggino dalla macchina, chiude il veicolo, si allontana.

In una città che non è la tua devi orientarti, tra cose e persone. Trovare riferimenti non è facile, se si cerca qualcuno. Il telefono non serve, se all’altro capo nessuno risponde. Non esiste più una persona di nome Gemma legata a quel numero e lui non ne ha altri, altri che facciano riferimento a lei. Però qualcosa si può fare: cercare un altra persona, Anna, di cui però Xavier ha solo il numero di Parigi, o meglio dovrebbe averlo. Bisogna cercarlo in rubrica. Per fortuna il nuovo cellulare ha importato i dati di quelli precedenti. Eccolo!

XVII

A un certo punto arriva l’incubo del limite. Il presente che sembrava eterno, con tutte le sue strade da scegliere e da percorrere, comincia a distinguersi in passato e futuro, con un passato sempre più ampio e un futuro sempre più corto. Lo sconforto è acuito dalla solitudine, reale o esistenziale. Io lo sento e lo soffro in me stesso e nei miei personaggi: nei miei vecchi, abbandonati dalla speranza in un diverso e migliore futuro e dall’illusione di un Dio che li faccia sentire meno soli, lo vedo nei miei amici, che tutti tragicamente invecchiano. E come non pensare che, forse, la storia è già definita e conclusa e che solo la misericordia dei pochi che sanno evita ai popoli la coscienza di una vicina e inevitabile distruzione. Una catastrofe inaudita sta forse per abbattersi su di noi, e mi sembra addirittura una cosa auspicabile, se penso alla qualità della mia vita, di tante vite. Non sarà possibile evacuare la Terra e solo alcuni vengono prelevati e portati altrove. Lo fanno, Loro, per conservare la biodiversità dell’universo, di tutti gli animali dotati di pensiero complesso sparsi per le galassie.
In realtà non so se questo avvenga. Certamente immagino che qualcuno, quelli che ci osservano dall’esterno, lo faccia, sempre ammesso che questo qualcuno esista.
Continuo a deprimermi, se penso alla nostra condizione di uomini. Condannati a morte, come tutti gli animali, ma con la consapevolezza di esserlo. Si potrebbe inventare un supplizio più crudele?
Inoltre siamo costretti a sopportare un corpo che troppo spesso si guasta, genera dolore, produce odori che nemmeno noi troviamo gradevoli. L’odore degli escrementi, per esempio, oltre che insopportabile pare ineliminabile. Passa addirittura attraverso i sacchetti di plastica e dilaga all’esterno, ammorbando un intero appartamento. Unico rimedio è liberarsi al più presto di questi prodotti indesiderati, ma ineludibili.

A volte invece mi piace pensare alla possibilità di un futuro diverso e migliore, il miracolo della scienza, quello che sta sempre dietro l’angolo e mai si rivela compiutamente. Magari invece qualcuno, tormentato dalla nostalgia dell’Eden, troverà il modo di tornare indietro, a uno stato di progressiva incoscienza. Così, liberati dall’ossessione della conoscenza e dall’incubo della morte, in quanto inconsapevoli del nostro destino finale, potremo godere dei piaceri semplici della vita, come mangiare, bere, accoppiarci

Vieni, ritorna, anche se non esisti! Non possiamo resistere da soli.

Cosa possiamo fare insieme? Scrisse lei.
Possiamo fare ancora qualcosa: guardare questo splendido tramonto.