Daniele

Mamma, guarda, una frata, disse la bambina

No, è un frate, fece la mamma

Ma è vestito da donna! Non riusciva a capire perché l’uomo portasse una veste marrone che pareva finire con una lunga gonna.

In fondo Daniele non conosceva molto di Alghero e dei suoi dintorni. Sua nonna si muoveva solo in carrozza. Il solo odore della benzina le provocava il mal di stomaco, diceva.

Quando si andava in campagna, all’inizio dell’estate, si noleggiava un calesse, e il cavallo faceva tutto il percorso: le salite e le discese polverose, le strade sterrate e i viottoli, dove il fango delle piogge primaverili si era completamente seccato e le siepi erano diventate color creta, per la mancanza d’acqua. L’occhio glauco della nonna, solitamente freddo, si ravvivava appena sentiva che il veicolo abbandonava le ultime case della città, raggiungeva il crocicchio di Maria Pia e scendeva a destra, in quella discesa ripida che conduceva all’ettaro di terra che la famiglia aveva acquistato, quasi come risarcimento delle terre e degli oliveti perduti dagli uomini della famiglia, con i loro affari sconsiderati.

In campagna poi si rimaneva praticamente per l’intera estate. Daniele si annoiava mortalmente. Per fortuna aveva la bicicletta, che gli consentiva di muoversi. Ogni tanto raggiungeva anche la spiaggia, in bici. Per arrivarci c’era però uno stradone pieno di polvere, che terminava con una salita molto ripida. Da lì si arrivava al crocicchio di Maria Pia, dove passava la strada statale che andava verso Fertilia. Daniele aveva provato più volte a fare tutto il percorso in bici, ma il suo mezzo non aveva rapporti e i suoi muscoli non erano in grado di sostenere la fatica dell’arrampicata. Per questo era costretto a scendere dal sellino e salire a piedi, portandosi dietro quel pesante meccanismo metallico.

Nello stradone sterrato, prima della salita, era tutto un frinire di cicale. A destra ch’era una siepe, piena di erbacce e di rovi. Probabilmente era lì che abitava uno gnomo, che ogni tanto invitava qualcuno a seguirlo promettendogli il tesoro che custodiva. Vina, que te donc lu sidaru, diceva. Solo che, poi, quelli che accettavano nessuno li aveva più visti ritornare.

Daniele era stato prontamente avvisato di non ascoltare gli gnomi, che probabilmente erano soltanto malintenzionati che si acquattavano dietro la siepe e accoppavano i poveri viandanti che si fidavano di loro. Poi magari rubavano quei quattro soldi che quei disgraziati avevano in tasca. Dove li facessero scomparire non si era mai saputo; ma non erano solo quelli i misteri di quella terra, dove i campi si

Per arrivare allo stradone c’era da fare un viottolo che portava fino alla casetta del gelso. Il viottolo era costeggiato da siepi piene di rovi, dove si potevano raccogliere le more. Al di là delle siepi c’erano ettari ed ettari di oliveti. Alla fine del viottolo però c’era un enorme e vecchio gelso moro, dove si coglievano le more veramente buone, dolcissime, macchiandosi terribilmente le mani. Per togliere le macchie però bastava sfregarle con le more acerbe, più chiare e rosate.

Il gelso in realtà non faceva parte della campagna di Daniele, che iniziava subito dopo, ma non si sapeva chi fosse il proprietario di quel pezzo di terra di passaggio. Il papà di Daniele aveva messo un’altalena, attaccata sui rami più solidi della vecchia pianta. Il ragazzo la usava qualche volta, ma sempre con un po’ di timore. Non gli piaceva sentirsi proiettare nel vuoto; non si sentiva tranquillo quando vedeva l’orizzonte mutare all’improvviso, senza che lui potesse controllare il movimento delle cose che si spostavano davanti ai suoi occhi.

Chissà perché si trovava con suo padre sugli scogli sotto l’ampio terrapieno della passeggiata.

Forse suo padre voleva fargli vedere qualcosa. Forse voleva cercare un esca da utilizzare per la sua pesca alla lenza. Forse invece erano lì soltanto per prendere un po’ di sole.

L’acqua baluginava, accesa di violenti fiocchi di luce.

Improvvisamente, intorno a loro cominciarono a piovere sassi.

Qualcuno li tirava dall’alto, o dagli scogli che nereggiavano più in là, verso la villa.

Fatto sta che suo padre s’infuriò contro i monelli che si divertivano a tempestare due passanti innocenti e pensò bene di andare a far denuncia al posto di polizia, o forse erano i carabinieri, perche lui si fidava più della Benemerita.. Insomma, lui era proprio stufo di tutte le persone che gli facevano dispetti, in città come in campagna. Forse aveva riconosciuto qualcuno, chi lo sa.

Una stanza, piccola e spoglia, una scrivania. Suo padre scomparso in un corridoio, forse per parlare con qualcuno in un’altro locale.

Due tutori dell’ordine, in quella stanzetta, e uno si mise a torchiare Daniele. Dai, ammetti che sei stato tu: li hai tirati tu i sassi contro tuo padre.

Daniele capì che era stato accusato ingiustamente.

Tra la rabbia e la disperazione gli venne da piangere.

No, urlò. Non sono stato io. Ero con lui

I poliziotti si divertivano. Si capiva che non amavano nemmeno loro suo padre, quel rompiscatole. I ragazzi non fanno altro che sassaiole. A chi mai sarebbe venuta in mente la bizzarra idea di denunciarli per quello? Avrebbero dovuto arrestare tutti i ragazzi della città.

Daniele giurò a se stesso che non avrebbe mai più avuto rapporti con la polizia.

A scuola negli anni del dopoguerra si facevano controlli medici di gruppo per le malattie ancora presenti. Una di queste era il tracoma.

I bambini erano fatti schierare uno accanto all’altro e un operatore, forse un medico, in camice bianco, passava dall’uno all’altro e controllava gli occhi. La chlamydia trachomatis era diffusa in tutte le aree in cui a uno scarso igiene si univa la presenza di numerose mosche e moscerini. Le mosche, che oggi non si vedono quasi più in città, erano invece numerosissime nei paesi e nelle campagne. Per controllarne il numero e impedire che vagassero liberamente per le case, distribuendo equamente a tutti il loro carico di batteri e parassiti, si usava la carta moschicida: un prodotto che è considerato ai nostri giorni come un triste ricordo di un’epoca ormai defunta.

Daniele ricordo sempre con fastidio quelle ispezioni, il rovesciamento delle palpebre, il compiacimento degli operatori nel riscontrare che nessuno dei bambini della classe aveva tracce del tracoma.

Erano uccelli dalle penne variopinte, attraversavano il cielo sorvolando la campagna del padre di Daniele. Ne arrivarono due a casa, in città, morti. Forse erano stati due colpi fortunati oppure il papà era proprio un bravo tiratore. Fatto sta che quei bellissimi animali furono spennasti e cucinati. Erano gli anni Cinquanta e non ci si chiedeva ancora se si potesse tirare agli uccelli di passo, se quella fosse o no una specie protetta. Allora ci si preoccupava piuttosto di proteggere la nostra, di specie, trovando carne da mangiare, per sopravvivere. Soldi per comprare carne buona non ce n’erano e la campagna produceva soltanto frutta e ortaggi. Daniele e suo padre avevano predisposizione per l’anemia e le proteine e la vitamina B12 della carne erano necessarie. Ogni tanto Il papà portava a casa qualche fettina, ma la carne che trovava era dura e immangiabile e finiva regolarmente nella pattumiera, dopo essere stata succhiata e lungamente masticata. Gli uccelli invece erano teneri e gustosi. Si chiamavano uccelli di San Pietro, diceva il padre, ma chissà qual era il loro vero nome. Certo che le loro penne erano molto belle, con riflessi metallici azzurri e verdi. Daniele le conservò per molti anni.

Poi, in modo inconscio e progressivo, iniziò ad apparire il piacere.

Da quanto ricordo, la colpa fu del muro, sì di un arrotondamento della parete su cui si apriva la finestra. Un muro celeste, dipinto di calce color del cielo. Quell’arrotondamento era situato proprio all’altezza del pene di Daniele e questo veniva a trovarsi proprio tra quella sinuosa rotondità della parete e il ventre. Il ragazzo si rese conto, gradatamente, che la pressione generava l’ingrossamento di quel piccolo organo da adolescente e che quell’ingrossamento e irrigidimento produceva un piacere intenso.

Il piacere si diffondeva lentamente, ma in modo inesorabile e sempre più chiaro ed evidente. Si apparentava al movimento per concentrarsi in una parte ristretta e ben precisa del corpo, si accresceva ad ogni spostamento in avanti del bacino, ad ogni sfregamento che produceva l’irrigidimento della piccola appendice che iniziava a rivendicare un ruolo insospettato nella vita futura.

Il piacere, piccoli progressivi spostamenti del corpo e del cervello, che caricavano una molla interiore invisibile, da preparare con pazienza – tanto di tempo ce n’è – da seguire con ostinazione per sperimentare quel qualcosa di non mai provato e d’indescrivibile, fino a quando si perde il controllo e la carica raggiunge il massimo livello ed esplode, infine, in un bianco odoroso schizzare, che sa di chimica, di detergenti, di orribili candidi e diabolici poteri. Poi sotto un lenzuolo, anch’esso bianco, affinamenti successivi, apprendimento di tecniche, sfregamenti, lo spremersi per avere gocce di una sostanza viscida, vischiosa, che facilita lo scivolamento della pelle sulla pelle, il piacere che aumenta e cresce e acquista forza e potere ma lo si trattiene fino all’inverosimile, fino a che il pensiero non si perde e l’unico obiettivo è ottenere il massimo, la massima carica per realizzare nella penombra lontano da tutto e da tutti il più incommensurabile il più insostenibile il più inimmaginabile il più folle e violento dei piaceri.

L’acqua

La nonna raccontava le avventure del tempo di guerra, quando Alghero era stata pesantemente bombardata.

Ohi qui bel! Fece attonito B… Mira, qui bel. Le luci scendevano lentamente dal cielo a illuminare la notte. La prima raffica dell’aereo che volava a bassa quota lo prese in pieno e lui passò in fretta dallo stupore estetico allo stupore della morte.

Da bambino Daniele odiava le pere. Chissà perché a casa arrivavano soltanto quelle pere morbide e schifosamente dolciastre che dappertutto si chiamano pere coscia e ad Alghero pere San Paolino. Erano le uniche che la gente comprava al mercato, ma al ragazzino facevano decisamente schifo. Poi suo padre aveva innestato altri tipi di pere, in campagna, pere di pasta un po’ più grossolana, ma saporite e prive di quel saporaccio delle San Paolino. Allora finalmente Daniele non disse più che non gli piacevano le pere.

Quando però suo padre portava i suoi cesti di pere al mercato, per venderle, i rivenditori dei banchi gliele disprezzavano. La gente vuole solo le pere butirro, gli dicevano, cioè quelle schifezze delle San Paolino. Ancora peggio andava per le pere muntòu. Questo tipo di pere rimaneva aspro e immangiabile, quasi come le mele cotogne, fino a che la polpa non cambiava colore e cominciava a diventare marrone. Allora quelle pere grosse e bitorzolute, dalla buccia spessa, si trasformavano in una delizia per il palato. Ma vai a farlo capire alla gente, a quelli che non conoscevano le antiche qualità di frutta. Una pera che si ammorbidisce e cambia colore è marcia, dicevano, e buttavano quelle delizie nella pattumiera.

Non era previsto. Ci si era riuniti per chiacchierare, per festeggiare qualcosa, chissà che cosa. Fu strano che in quella festa ci si mettesse a ballare, in modo innocente, per il piacere di muoversi al suono della musica. Le coppie cambiavano e lui si trovò tra le braccia un corpo che pareva non avere peso. Lei gli parlava con quella spontanea e veloce ruvidezza delle donne catalane e lui sentiva con le mani la straordinaria minutezza del suo corpo, quella struttura sottile che avrebbe poi sempre cercato in altre donne, senza trovarla.

Cercava di ritrovare la sua vita, ciò che era stato e ciò che avrebbe potuto essere.

Nella sua memoria riemergevano sprazzi di storia, persone che gli erano piaciute, o di cui ricordava solo qualche immagine.

Così vedeva ancora il viso arrossato di una compagna. Forse aveva corso o si era emozionata per qualche motivo. Ricordava il contrasto con qualcosa di verde o di azzurro – ma sicuramente doveva essere verde – Forse erano gli occhi o un maglione, o qualche altro capo di vestiario. Quell’immagine era deliziosa e doveva esserci stato un motivo per cui la bellezza che ricordava non si era trasformata in qualcosa di più forte, di più profondo: simpatia, amore forse. Qualcosa doveva essere intervenuto. Forse riteneva la ragazza, allora, troppo carina per pensare che il suo interesse per lei potesse essere ricambiato. Era stato probabilmente il suo solito sentimento d’inadeguatezza che aveva spezzato l’incanto e aveva trascinato via quell’immagine, che però, a pensarci, ancora gli causava un cupo dolore.

Non esiste l’amor / è soltanto una favola cantava Celentano. La canzone era firmata da Vivarelli / Celentano / Beretta / Leoni e Daniele si ritrovava in quei primi versi. L’amore non esisteva dunque. Esisteva il desiderio

La collezione continua. Amanda Seyfried che porta a spasso il suo cane. Amanda a piedi nudi sulla sabbia, con i sandaletti in mano.

Immagini da Google, o da wikifeet. Chissà perché quelle più coinvolgenti sono sempre a bassa risoluzione. Lui non raccoglie le immagini inferiori ai 2000 pixel sul lato maggiore. Le immagini più interessanti sono a poco più di 600 pixel, qualcuna a 1024, ancora troppo piccola per una visualizzazione a pieno schermo.

Potrà mai fermarsi il moto epilettico del mondo, riusciremo a sopravvivere alle sue esplosioni ineluttabili, al procedere stolto, ma prevedibile, della follia umana?

Sappiamo molte cose, altre possiamo prevederle, eppure non le evitiamo, come se desiderassimo mettere alla prova la nostra capacità di superare ogni più ripido percorso, ogni più sconvolgente avversità?

Mi sono bruciata, diceva Luisa

Come?

Con la sigaretta.

Te lo dico sempre che il fumo fa male.

Ma quanto sei scemo.

È la verità.

Daniele non riusciva a capire come potesse piacere respirare fumo. Eppure era bello, da ragazzino, andare a comprare una bustina con cinque nazionali senza filtro nel chiosco che si trovava all’uscita dei giardini pubblici. Daniele si sentiva come gli altri, uguale agli altri, ed era proprio quello che desiderava. Il tabacco delle nazionali era dolciastro, sulle labbra. Poi c’erano le pall mall, speziate, che sapevano di menta. Aveva fumacchiato per un po’, ma presto le sue sigarette erano diventate solo un ricordo. Non aveva mai preso il vizio. Aveva smesso quasi subito, anche se ogni tanto gli capitava di accendere uno di quei cilindretti bianchi dalla base giallo aranciato. Ormai le sigarette avevano tutte il filtro e facevano ancora più schifo delle nazionali. Continuò per un pezzo a cercare di capire perché a lui quella sensazione di obnubilamento non piacesse proprio. Era così bello sentirsi lucidi, vedere il mondo senza lo schermo di una sostanza che mutava l’aspetto degli oggetti e il gusto dell’aria. E c’era addirittura chi si drogava.

Anche in questo lui si sentiva diverso e quasi avrebbe desiderato essere un fumatore, o un bevitore, uno forte come gli altri. Invece non ce la faceva proprio.

Se bevo mezzo bicchiere di vino, diceva, mi tocca correre in bagno. L’alcol mi smuove le budella.

Eppure riusciva a farsi un martini, ogni tanto, e persino un whisky, con un sacco di ghiaccio, però.

Il whisky gli metteva a posto le budella, e anche il brandy, di cui anzi ingurgitava un goccio quando gli capitava di aver digerito male.

Invece era stato drammatico il suo rapporto col grog.

Una volta aveva preso una dose di quella roba. Era un giorno limpido, gli pareva di ricordare, limpido e freddo. Il grog riscaldava. All’inizio non era successo niente, ma dopo un po’ erano cominciati i problemi. Era tornato a casa e aveva provato ad andare in bagno. Fu allora che si pentì di aver sperimentato quell’assurda bevanda. Non riusciva a far pipì e il solo tentativo gli procurava dolori lancinanti. Ci volle un bel po’ perché il dolore si attenuasse e l’organismo si rimettesse a funzionare.

Una casa con giardino. I fiori crescono bene: astri, tageti, settembrine. I gatti vivono felici. Possono andare sulla terra per fare i loro bisogni. Tutti compresi, assorti nel loro compito, soddisfatti di poter fare fossetti e ricoprirli. Fa tenerezza vedere un gatto, da lontano, mentre fa i suoi bisogni. Siamo anche noi così, siamo anche noi delle bestioline assorte nel compito ingrato del defecare, del liberare il corpo dalle scorie imputridite, rese pestilenziali dagli acidi corporali, fastidiose e schifose, tanto da doverle nascondere sotto qualche palmo di terra, in campagna, o nel wc, quando abbiamo la fortuna di averne uno disponibile?

Ecco Daniele che pensa, medita, sulle miserie umane, su tutto quello che proviene dal corpo, che al corpo è legato, col desiderio di trascendere, ma senza la possibilità di farlo. Siamo troppo legati a questo mondo e non abbiamo il coraggio di abbandonarlo, perché poi non saremmo più niente, solo un cumulo di cellule che morirebbero in fretta e lascerebbero nell’ambiente solo molecole di sostanze chimiche in trasformazione, in attesa di ricongiungersi in qualche altro essere vivente, forse.

La valutazione è quello che ti trasforma in un perdente.

Bisognerebbe pensare un po’ meno e agire di più.

Purtroppo lui era abituato a pensare sempre tanto, a non lasciarsi trasportare dall’istinto. Riflettere riflettere riflettere. Così però non si vive.

La cosa tragica è che, quando si era lasciato sopraffare dall’istinto, se n’era poi dovuto pentire.

Cogli l’attimo!

Con lui non c’era pericolo. Aveva tanta paura di perdere, tanta paura di agire, che arrivava sempre un attimo dopo. L’attimo ha la pessima abitudine di essere brevissimo (e irripetibile). Che senso aveva agire con lentezza, dopo aver valutato il pro e il contro? La vita non rimane lì ad aspettarti: muoviti!

Agire, ma come. Come risolvere per esempio il problema più importante. Il problema più importante per noi, cantava Celentano in quegli anni, è di avere una ragazza di sera, e aveva ragione.

A quell’età, non avere una ragazza era veramente tragico. Ci si sentiva insoddisfatti, irrealizzati. Si pensava che non si sarebbe mai riusciti a fare quell’esperienza.

Devi parlarci, con le ragazze.

Sì, ma poi che cosa gli dico?

Parla di cose semplici, e soprattutto sii te stesso!

Io vorrei, ma come faccio ad essere me stesso, se nemmeno io so chi sono, come sono? Daniele non poteva essere se stesso. Si trovava in quella fase sgradevole in cui si cerca di imitare qualcuno, gli amici, le persone di riferimento, quelli a cui lui riconosceva uno stile, la capacità di fare dello spirito, di essere già diventati qualcosa, qualcosa che potesse apparire referenziale.

Era proprio così. Come sarebbe stato meglio fare, anziché parlare. Toccare, provare, sperimentare l’emozione del contatto, del primo contatto, senza dover parlare per arrivare a quel momento, per ottenere quell’obiettivo. Che poi le ragazze non desideravano altro, però pretendevano che quel passo fosse condito con tante parole, belle parole, parole divertenti. E figurarsi se lui era in grado di parlare, di esprimersi in modo naturale, sentendosi sicuro. Capacissimo di buttarsi a pesce sull’oggetto del suo diabolico desiderio, senza tentare nemmeno una conquista che pareva impossibile. Come si può parlare, se l’emozione ti stronca la voce, ti secca la lingua, ti rende più rincoglionito di un idiota totale!

La tua situazione è disperata, se non ti dai una smossa.Non puoi fissare le ragazze con sguardo famelico, come un lupo in calore! Si spaventano.

Io un lupo? ma dai!

E ricominciava a cercare, a pensare, a valutare: quella per me è troppo alta, quell’altra troppo robusta, non staremmo bene insieme. Bello, se mi chiede di prenderla in braccio!

Daniele con la sposa in braccio che crolla malamente prima di raggiungere la soglia di casa. Holliwood inorridisce. Il regista sbraita: Chi l’ha scelto quel fottuto attore, per quella fottutissima scena? Così parlavano gli americani, anche se poi nei film il dialogo veniva fuori pulito, brillante, mai moscio. Era stato il produttore a imporre quel cretino, inadatto, fisicamente incapace. Uno così delicato! Le donne vogliono un bel ragazzone, uno stallone che sappia fare il suo mestiere.

Alla fine è sempre quello che conta, la forza. Il cosacco della canzonaccia da osteria. Ecco cos’è che vogliono. Uno che poi magari le picchia, perché è tanto forte, e si sfoga, anche con tante altre: sfoga la sua prorompente virilità. Quanto sono sceme le donne, ma non c’è niente da fare, è l’istinto, l’istinto animale che prevale. La necessità di scelta, per rendere più forte, fisicamente più forte, la specie. La donna valuta (ed ecco che rientra in campo la maledettissima valutazione) e sceglie il maschio dominante, per generare bambini più forti, ma anche più abili. Nell’uomo, animale parlante, conta anche la simpatia, l’abilità dialettica, la disinvoltura, soprattutto questa, che è dote fondamentale.

Come può fare Daniele, se in lui il desiderio uccide la disinvoltura?

Deve rinunciare alla recita, al discorso dongiovannesco, alla seduzione della parola? Agire di rapina? Impossibile anche quello, perché è troppo poco appariscente, poco muscoloso, delicato. Tu sei delicato. Non era questo che gli diceva la mamma? Non era questo che dicevano i medici?

D E L I C A T O

Quante donne desiderano un uomo d.e.l.i.c.a.t.o? La donna vuole essere conquistata, con un po’ di forza, che diamine!

Cosa succede a un ragazzino delicato? Che medici, mamme, nonne e zie si impegnano per rendergli la vita complicata e piena di fastidi. Nulla fu risparmiato a Daniele, nessuna delle folli procedure che secondo la scienza di una volta garantivano a un fanciullo delicato di trasformarsi in un cucciolotto robusto, in un futuro eroe holliwoodiano, in quello che mamme, nonne e zie avrebbero desiderato incontrare nella loro vita, invece dei soliti mostriciattoli locali. Daniele quindi fu sommerso da emulsioni Scott, endovenose di calcio, estratti epatici e altri inutili tormenti. Non divenne però un Cary Grant o un Gregory Peck, così come un chihuahua non può diventare un alano.

Anni dell’università. Angosce, difficoltà, preoccupazioni, ma anche tante conoscenze nuove e non solo dal punto di vista scientifico. Daniele aveva rivisto una giovane, Rosa, che non frequentava quando stava nella sua città. Suo padre diceva che era una cugina. Ma quanto cugini aveva suo padre? Ogni tanto Daniele scopriva di avere nuovi parenti, che non si sa per quale motivo non si vedevano mai, nemmeno per caso.

Quei due… non staranno pensando a qualcosa?

Non credo. Troppo longa l’hai fatta.

È venuta su così: lunga e magra, io non ci ho fatto niente.

I due padri ci scherzavano sopra, quello di Daniele e quello di Rosa. I ragazzi erano lontani cugini e si erano ritrovati all’università.

Rosa si era attaccata a Daniele. Diciamo pure che un po’ se n’era innamorata, ma lui proprio da quell’orecchio non ci sentiva. Troppo diversa dal suo ideale di donna. Troppo alta per lui.

Rosa è una brava ragazza e conosciamo i genitori. Certo è un po’ troppo alta.

Una cavallona!

Sì, ma non è brutta, in fondo è un tipo, con quegli occhiacci verdi. Un po’ ossuta magari, ma in fondo in fondo… perché non ci fai un pensierino?

A me non piace!

Daniele continuava a sognare le sue biondine piccole e flessuose, dal viso tondo e dolce: tutt’altro genere, oppure le minute bellezze dal viso ovale da madonnina, quelle che, chissà perché, pareva che nascessero col fidanzato incorporato. Doveva essere una qualità della stirpe madonnesca. Come fare a trovarne una che fosse ancora libera?

Non succedeva mai che si lasciassero. Per forza: i fidanzati erano sempre figli di medici, avvocati o notai, oppure avevano qualche attività commerciale redditizia o reddicaia. E chi se li piantava? Poi, essendo ricchi, erano anche dei bei ragazzi, robusti, dall’aspetto continentale. Chi avrebbe mai potuto incantarsi di Daniele?

Solo una come Rosa poteva immaginare di spupazzarsi quell’astenico prodotto di reduci di guerra, carico di anemie, tonsilliti e reumatismi: un vero impiastro. Lei però lo trovava carino e sognava impossibili intimità.

Questa era la realtà, quella che Daniele avrebbe dovuto accettare e riconoscere.

Invece Daniele viveva la sua vita come un sogno.

Da tanti anni, ormai da tantissimo tempo.

Certo quell’astrazione, quel vivere come se il mondo fosse qualcosa di lontano, distante da noi, gli consentiva di lasciarsi coinvolgere sempre meno, di controllare le emozioni. Così, pian piano, anche lui era diventato disinvolto.

Disinvolto soprattutto con le donne che non gli piacevano molto.

Dimmi: non sono bella?

Lui aveva risposto qualcosa, in dialetto, ma non conoscendo bene il significato delle parole aveva equivocato e lei non aveva capito bene.

Lui poi si sarebbe vergognato a morte per quel misunderstanding o qui pro quo che dir si voglia.

Comunque lei aveva capito che proprio col cuginetto non c’era niente da fare

Non è proprio il mio tipo: se almeno avesse la faccia meno asimmetrica!

E la sorella ti piace?

Insomma. È già un po’ meglio. Per lo meno è più piccolina.

Però quella è fidanzata.
E già. Se appena una è un po’ decente si fidanza a tredici anni. Dovevo darmi da fare prima o trovarmi adesso una ancora in fasce. Solo che come faccio a conoscerla?

Povero Daniele, aspirante seduttore di lolite che non avrebbe mai incontrato nella vita!

Una parola, c’era una parola che qualcuno usava per definire Rosa, quella parola era “bistonchina”. Era sicuramente un termine dialettale che esprimeva in modo scherzoso concetti come goffa, imbranata, impacciata, maldestra, persino buffa con la sua parlata catalana veloce veloce: un po’ faceva tenerezza, ma certo non era una per cui si potesse impazzire. Magari però a qualcuno piacevano le stangone, quelle che a Daniele sembravano tutte sgraziate e legnose: qualcuna anche un po’ bistonchina. C’era uno infatti a cui piaceva Rosa, uno tondarello e mezzo pelato, che pareva Taddeo dei Looney tunes. Era molto più piccolo di lei e la coppia sembrava proprio male assortita.

A Rosa lui non piaceva proprio, diceva: Non lo voglio, quello di Buddusò. Invece poi si adattò a ricevere le attenzioni non richieste dell’omino.

La storia avrebbe potuto sfociare in un lieto fine tradizionale, ma purtroppo il destino aveva deciso diversamente.

Non ricordava chi gli avesse raccontato la fine dell’avventura, ma certo era che non sarebbe potuta terminare nella maniera peggiore. Un convitato, non di pietra ma di carne guasta, era apparso a guastare la festa, si chiamava cancro ed era uno dei più terribili e immediati, un cancro alla gola. Rosa era proprio sfortunata, pensò Daniele. Prima cosa, vai a innamorarti di uno che proprio non ti guarda, poi, quando decidi di accettare quello che ti manda il destino, ecco che quello stesso destino, con uno sghignazzo indegno e di pessimo gusto, decide di cancellarti dalla faccia della terra.

Qualcosa a un certo punto si era adagiato sulla sua testa, un peso strano, insopportabile.

Le cause?

Il caffeinal, quel medicinale che allora si usava per gli attacchi influenzali, oppure, chissà, le strane sostanze che si mescolavano al cibo nella casa dello studente. Il risotto allo zafferano, per esempio, in cui pareva di sentire un sapore chimico, forse era il glutammato del brodo di dadi che usavano per cuocere il riso. Cosa potesse provocare un eccesso di glutammato nel cervello di un uomo non era nemmeno immaginabile. Chi ci capisce qualcosa in questi esperimenti di sopravvivenza del genere umano? Forse i dinosauri non si erano estinti per colpa di un asteroide, ma per effetto del glutammato, che assumevano in forti dosi, per insaporire il gusto insipido delle carni e delle verdure di quel mondo giurassico. Effetti secondari, indesiderati, danni collaterali in stile militare amerikano.

Da allora il suo cervello non era stato più quello di prima. Era come se un velo avesse offuscato la sua capacità di percepire il mondo. Un velo che si sovrapponeva a quello di Maya

Non capirai più niente, Daniele!

Invece forse quel velo aggiuntivo riusciva a creare la distanza giusta per vedere meglio il mondo.

Eppure lo stringimento che sentiva sulla sua fronte era qualcosa di reale, persino il suo sguardo aveva acquistato qualcosa di fosco, di incerto, qualcosa di simile al percorso ottenebrante della follia.

Un cane che odora le scarpe e poi allontana il muso, con l’aria schifata.

Eppure io i piedi me li lavo, pensa Daniele. Semplicemente il bestiolino è di malumore, come spesso accade ai cani. Infatti si mette giù disteso, muso a terra e sguardo elegiaco. Deve essere stato un poeta, in una vita precedente.

Il cane si mette giù e sogna. Daniele invece si affida al destino

Daniele credeva che un uomo non potesse sentirsi realizzato se non sperimentava l’amore di più donne nella sua vita. Nello stesso tempo, però, non riusciva a concepire l’idea di rinunciare a una moglie per rimettersi in gioco. Nella sua interiorità si scopriva perciò istintivamente cattolico. Sono un incapace, si diceva. Invidiava i maschi che ostentavano un atteggiamento predatorio, che avevano il coraggio del possesso, che costruivano harem intessuti di menzogne. Lui non ne sarebbe mai stato capace. Negare, negare sempre, perfino l’evidenza, era il motto di quegli sciupafemmine. Quello che più lo disturbava era vedere la segreta ammirazione che circondava quei maschi, anche se esecrati a parole, da parte di donne e uomini di quella società ipocrita che ancora persisteva nel celebrare valori cui nessuno più credeva, ispirandosi invece a valori discutibili, ma molto più profondamente insediati nella coscienza comune.

Lui invece era così: un incapace! Era un uomo senza valori, fondamentalmente immorale, ma incapace di realizzare il proprio percorso di vita, oppure un essere condizionato inconsciamente da timori e ansie di punizione, un Faust eternamente indeciso tra Mefistofele e Dio?

Un anno andò di moda l’autostop. Tutti i ragazzi lo facevano. Si trattava di mettersi lì, sullo stradone che portava a Sassari e sperare che qualcuno si fermasse. Quel qualcuno si trovava sempre, come si riusciva sempre a commuovere un automobilista di passaggio per convincerlo a farci rientrare ad Alghero. Si andava nella città più grande, si girava per un po’. Magari si compravano due o tre fette di fainé da portare a casa. Quelli che ci caricavano erano brave persone, gente che faceva quel percorso tutti i giorni per lavoro, ma anche turisti o amanti della pesca che andavano da una costa all’altra alla ricerca delle zone migliori per lanciare la canna o l’amo. Che bel ritorno quello con uomini a torso nudo che puzzavano di pesce, col sole che picchiava e pareva che volesse iniziare a cuocere il pescato! Però a casa si arrivava, sempre sullo stradone della statale, dove si veniva rilasciati. Il fainé era ancora caldo: si poteva mangiare quasi senza scaldarlo. Era buonissimo, ma qualche volta faceva venire il mal di pancia, a uno delicato come Daniele, perché ci mettevano troppo pepe.

Il passaggio era stretto: una specie di strettoia lastricata con cemento a vista. Bisognava arrampicarsi su una scaletta di ramponi di ferro e sgusciare dall’apertura, raggiungendo finalmente il piano. Da lì la sezione si percorreva regolarmente. Era costituita da un comodo corridoio lastricato con piastrelle di graniglia. Sul corridoio si aprivano le porte che davano accesso a stanze piene di libri.

I ragazzi si muovevano chiacchierando.

Daniele si arrampicò sui pioli di ferro per uscire dalla sezione e accedere all’area principale della biblioteca, ma in quel momento fu colto da un dubbio. Come facevano tutti quei ragazzi a raggiungere la sezione distaccata. Non è che hanno creato un altro passaggio, più comodo, scale che passano da un piano all’altro utilizzando le stanze nuove, quelle che lui non conosceva

Si mise a cercare immagini di ragazze. Lo affascinavano quelle normali, non troppo perfette, le ragazze della porta accanto. Era difficile trovarne. I siti preferivano proporre bellezze da copertina: modelle, attrici, pornostar, tutto quello che non si vedeva di solito nella vita

La sua prima traversata fu un incubo.

Il mare è tedioso. Qualcosa di lento, infinitamente lento, eppure mobile, come la vita. Insopportabile il tempo necessario a una nave per andare da una costa all’altra. Poi, quando la costa già si vedeva, e si pensava che si sarebbe giunti subito a riva, invece si scopriva che occorreva un tempo lunghissimo per avvicinarsi, accostare, raggiungere l’entrata del porto, penetrare in uno spazio ristretto, evitare gli altri natanti, disporsi parallelamente alla banchina, gettare l’ancora, abbassare la passerella, consentire ai passeggeri di attraversarla e sottrarsi finalmente a quell’ondeggiare che faceva impazzire stomaco e nervi.

Daniele aveva provato a dormire, quella notte, in cuccetta, ma il disagio lo aveva colpito molto presto. C’era freddo inoltre, uno strano freddo mai provato prima. Riuscì anche ad assopirsi, per qualche tempo, ma la fastidiosa sensazione di insicurezza non lo abbandonava. Si acuiva se si adagiava sul lettuccio, pareva attenuarsi se manteneva una posizione eretta. Era come quando non si digerisce bene qualcosa.

Finalmente era arrivata la mattina e lui, suo padre e sua madre, erano saliti sul ponte. Si vedeva la terra, in lontananza. La faccia di Daniele doveva essere terrea, perché per rimetterlo in sesto gli pecero bere un caffè su al bar della nave. Non l’avessero mai fatto. Il corpo del ragazzo reagì in maniera violenta. Forse vomitò, non se ne rese nemmeno conto. Certamente perse i sensi o rimase in una sorta di dormiveglia. Si risvegliò del tutto nell’ambulatorio di un medico, da cui lo portarono appena il traghetto toccò il porto. Daniele tremava come una foglia. Sentiva che qualcuno pensava alla malaria. Certo, da secoli quelli che venivano dalla Sardegna soffrivano di malaria e tremavano come lui. Anche nel Lazio poi non si stava meglio. Il medico gli somministrò una pastiglietta contro la nausea. Il tremito era una reazione nervosa. Insomma, non ci volle molto per recuperare una specie di condizione normale, una volta raggiunto un terreno stabile e non ondeggiante come la superficie del bastimento.

Razionalizzava il tempo per arrivare in orario immaginava triangolazioni in foro Buonaparte (sì, è scritto proprio così con la u sulle targhe stradali) e percorreva ipotenuse, pensando con questo di guadagnare tempo per arrivare entro l’ora che si era prefisso. Non c’era, è vero, un’ora da rispettare tassativamente, ma è bene attribuirsi compiti e limiti.

Sui marciapiedi asfaltati sovrapponeva con il ricordo le mattonelle (grigie o bicolori?) della Passeggiata.
Com’era la Passeggiata ad Alghero, in quella dolce e sonnolenta realtà degli anni Cinquanta e Sessanta, quella smisurata distesa di lastricato interrotto al centro dalla strada asfaltata quella che arrivava fino a Las Tronas e poi saliva, ma ancora senza asfalto, sulla collina che andava verso il Cantaro, e poi finiva in una piccola baia da attraversare arrampicandosi per un sentiero da capre, poi introvabile quando avevano distrutto tutta quella natura per fare la litoranea Alghero-Bosa!

Della Passeggiata ricordava la ragazzina dal musetto di topolino che giocava con lui e gli tirava le orecchie. A lui faceva male, non gli piaceva per niente la cosa, anche se la ragazza era carina ma era troppo piccola
“Maria Assunta telefona, telefona”, diceva, alla sua amica spilungona e bionda, molto molto attraente ma decisamente fuori target per lui minuscolo minuzzolo. Come si chiamava la piccola non lo ricordava Anna o Valeria o Cristina No non è possibile. Le anne e valerie della sua vita sono brune ma il nome restituisce un’immagine più matura e non possono rappresentare una topina così piccola e sadica
Perché le femmine della nostra specie sono così sadiche, perché si divertono godono del tuo dolore ti tormentano forse senza nemmeno rendersene conto oppure sì lo fanno per essere notate perché così finalmente ti ricorderai di loro e infatti lui se ne ricordava Eppure quella era forse una forma d’amore un’attenzione che lei gli chiedeva e che non vedeva espressa in nessuno dei giovani maschi di quel gruppo, di quelli che si vedevano alla Passeggiata, che si sedevano sui gradini che portavano alla strada superiore, quella che aveva il nome di una regina Elena forse o Margherita chi lo sa.
Forse si chiamava Cristina, la piccola; ma no, le cristine sono bionde e hanno il viso tondo non hanno l’ovale delle donne sarde o catalane sono piemontesi o romane o forse del lombardo-veneto o di chissà dove…
Ma che ci facevano le mattonelle bicolori da cittadina turistica in foro Buonaparte o Bonaparte che dir si voglia? Forse stavano lì perché ugualmente grande era la superficie, perché nei due luoghi, pur così distanti, si inverava un’immagine di grandezza di enorme distesa per lui così piccolo di fronte a quella rappresentazione simbolica dell’universo. Perché le mattonelle erano una piccola composizione che occupava uno spazio irregolare e si sforzava di regolarizzarlo geometricamente, ogni mattonella era costituita da un numero finito di quadratini, di unità elementari, e mettendo insieme tutte quelle unità si costruiva un’unità superiore, la mattonella appunto, che poi in numero indefinito si cercava di applicare  atuttolospazio anchesequestaeramanifestamenteinadeguataarappresentarloeoccuparlo.
Quanto era umano questo quanto era umana questa pretesa di misurare tutto, anche quello che non aveva confini o che risultava inesprimibile con le poche dimensioni a disposizione. Addirittura si voleva rappresentare lo spazio attraverso le due dimensioni delle mattonelle che idealmente (anche se non nella realtà) erano figure piane, quadrati, nel numero che non poteva essere definito a priori erano strutture replicate in numero n, cosicché tutto lo spazio indefinito della Passeggiata diventava un’entità rappresentabile come un numero n di unità M di 30*30 cm, se le mattonelle erano come immaginava quadrati con un lato di 30 cm. L’universo diventava quindi M*n, un modo semplice e comodo per umanizzare lo spazio, per parcellizzare l’infinito, per customizzarlo a piacere e arbitrio delpensante-dituttiipensanti.

Ma quant’era bello rifugiarsi nelle anse delle scalinate riparate dal vento nei giorni di maestrale.
Se ci si avventurava nello spazio aperto ai venti, camminando sulla pavimentazione, sulle mattonelle forse bicolori, bianche e rosse, in quei giorni, si rischiava di non vedere nessuno. Poi a volte apparivano punti neri a enorme distanza, non quantificabile, che a volte assumevano colore e si trasformavano gradatamente in uomini, ragazze, ragazzi, persone che sfidavano il maestrale perché nel maestrale erano abituati a vivere, almeno da quando erano al mondo.
Ma forse non erano uomini, ma stracci o pezzi di carta, molto più vicini, ma meno facilmente identificabili, che svolazzavano, spazzati dal vento per essere trascinati lontano verso le campagne o per planare nel mare che spumeggiava…
Invece bastava alzare gli occhi e fissare il cielo, spietatamente azzurro, per vedere altre presenze, che veleggiavano e volteggiavano, lanciando grida rauche.
Erano i gabbiani, che meglio inseriti nell’universo non utilizzavano piani visibili e misurabili come quelli dell’uomo, ma s’immergevano in un insieme fluido e in costante mutazione, dove forze invisibili interagivano incessantemente, una realtà più simile alla materia-energia-pensiero che probabilmente costituiva il tutto.
Stavano tutti in attesa, ma non arrivava niente.
Forse, più in alto volavano angeli, ma di notte, al buio, e così non potevano vederli.

 

 

 

 

 

 

 

E ora dove sono?

Non lo so: le ho perse tutte o quasi.

Quante donne hai amato?

Tante.

E dove sono finite?

Non lo so. Si sono disperse. Forse si è persa solo la loro bellezza, ma sono ancora lì, in attesa di qualcuno che le ami, che ami almeno il ricordo di quello che erano.

Qualcuna di loro ti ha amato?

Non lo so.

Chi vuoi che ti amasse, povero Daniele. L’amore è una forza della natura: ha una sua violenza, una sua brutalità. Chi vuoi che amasse un ragazzino delicato come te, con la tua pelle chiara, con quegli occhi che non avevano un colore definito: nocciola forse nella parte interna, ma grigioblu ai margini, qualcosa d’incerto, come i tuoi pensieri, come i tuoi desideri.

Macchie di bruciato nel video si aprivano su un mondo diverso.

Il cagnolotto s’inchiappettava l’orsone di peluche del market. Daniele non aveva più voglia di pensare.

Animali. Vita semplice. Desideri impellenti. Borbogliamenti continui, per richiedere qualcosa.

Una vita complicata. Immagini racchiuse nel riquadro di uno schermo.

Peccato, lussuria, atti sognati, visti in un film o letti in un libro. Una vita che si era ostinato a non vivere. Quale sarebbe stato il premio?

Il cane si dava da fare con l’orsaccchiotto. Cercava di darsi la spinta con le zampe di dietro, che però scivolavano sul parquet.

Beh, ce la fai o no?

Lui non rispondeva. Non rispondono mai i cani, non a parole, per lo meno. Lanciava sguardi incuriositi. Chissà cosa doveva sembrare a lui, cane, quell’essere umano dall’aria stanca e annoiata.

Daniele aveva voglia di vedere cosa c’era veramente oltre le macchie, oltre quel mondo di promesse che non aveva avuto mai il coraggio di esplorare. Nemmeno un’occhiata, tanto per capire che cosa ci potesse essere di sostanzialmente diverso. Forse non c’era nulla di più di quello che offriva il nostro mondo, solo che lì forse si poteva inchiappettare qualche orsacchiotta. La vita in fondo era una cosa semplice. Eravamo noi a complicarcela, erigendo barriere, ponendo divieti, distinguendo tra cose buone, cose cattive, disoneste. In fondo era così semplice nei romanzi. Uomini animaleschi inchiappettavano giovani disponibili, femmine o maschi, in fondo non era così importante distinguere, purché il piacere arrivasse e la soddisfazione placasse la smania, quel bizzarro desiderio che consentiva alla vita di proseguire, quel grande intraffuglio, imbroglio e truffa nello stesso tempo.

C’era qualcosa di naturalmente osceno nelle movenze, nel riso, nell’ambiguità di quella piccola ninfa. La sensualità di un essere del piccolo popolo. Daniele rimase incantato da quei filmati. Lei che camminava a piedi nudi, Lei, Izobel, che amava se stessa dentro la casa del bosco o in riva a un ruscello. Lei innocente e perversa come solo una creazione della natura sa essere.

Daniele capiva come un pazzo avesse potuto invaghirsi di quell’essere spontaneamente lascivo, tanto da desiderare di ucciderlo e morire per impadronirsene, forse in un’altra realtà.

Anche lui, Daniele, aveva sempre desiderato una donna come quella, una bambina in cui sembravano mescolarsi fattezze inuit e fascino scandinavo, un ibrido nato da una fata dei boschi, precipitato nel nostro mondo per affascinare gli uomini con la sua voce violenta e inafferrabile, immatura e potente, un miracolo terrifico e spaventosamente dolce, un miscuglio di sangue e miele, di lussuria e veleno.

Peccato che le clip fossero ormai vecchie, che il full HD ancora non esistesse, non fosse tecnicamente realizzabile e caricabile on-line quando lei era giovane e desiderabile. Il tempo giocava a sfavore. Ora la tecnologia era disponibile, ma lei, la  ninfa, si era trasformata. La sua immagine era divenuta più matronale, il suo colorito livido, la sua carica erotica si era attenuata, non riusciva più a brillare e a esplodere.

 

 

Una volta si pensava che l’uomo camminasse su un sentiero che portava da un passato oscuro e incerto a un futuro sempre più limpido. Una volta si credeva in un progresso necessario e garantito. Poi il meccanismo si era inceppato: le lancette dell’orologio avevano smesso di muoversi nel verso giusto. La vita sulla Terra sembrava rappresentata meglio dall’unica lancetta del barometro. Poteva rivolgersi verso l’alta o la bassa pressione, verso il bello o il cattivo tempo. Non c’erano garanzie. Tutto poteva bloccarsi all’improvviso. Il nesso causale non governava più l’esistenza. Questo era il pensiero che dominava il mondo, in modo più o meno cosciente, nel secondo Novecento. Il progresso poteva interrompersi per un atto irresponsabile. Poteva essere la guerra atomica, oppure l’arrivo di un meteorite. Poteva intervenire un’eruzione imprevista, lo scioglimento dei ghiacci, un’eruzione solare, un’epidemia incontrollabile o il ritorno degli alieni. Gli scrittori avevano iniziato a percepire e a esprimere quest’angoscia molto tempo prima che la scienza facesse presumere l’indeterminatezza di ogni movimento, di ogni azione. Da Jack London a Shiel, da Svevo a Morselli, in tanti avevano iniziato a raccontare come possibile la fine del mondo, di un mondo che non viaggiava lungo una direttrice o una spirale inevitabilmente progressiva. Il pensiero postmoderno aveva fatto propria questa coscienza e questa angoscia.

Si può vivere, lavorare, pensare, studiare in una prospettiva pessimistica? Giobbe può sostenere la valanga di incredibili disgrazie che lo colpiscono senza la sua fede in Dio?

Eppure qualcosa di inevitabilmente progressivo continua ad esserci, in questo ammasso d’incertezze: la conoscenza. La crescita del sapere è continua, e non può che esserlo. Quindi solo sulla conoscenza, sulla ricerca incessante della verità, irraggiungibile, è vero, ma tuttavia avvicinabile, accostabile, passo dopo passo, può fondarsi il nostro desiderio di continuare a esistere.

Cosa rimane mentre t’incammini verso la fine della vita? Addormentarsi pregustando qualcosa per l’indomani, pensando al tè che avrebbe sorseggiato al mattino. Quale? Quello all’arancia e cannella oppure quello ai frutti rossi, oppure il tè nero biologico, che diventava speciale se si aggiungevano uno spicchio di limone e un pezzetto di zenzero, quello che conservava in freezer, per farlo durare per mesi? Insomma, il piacere del tè era ben poca cosa, rispetto ad altre esperienze di vita, ma forse alla fine non rimane altro.

Rimane il computer, stare sui social, postare sul blog, raccontare cose di cui a nessuno interessa una sega.

Infatti pochi amici anche lì, qualche cuoricino, qualche ok: poca roba. Fare una recensione dei soliti classici o di qualche libro particolare, che nessuno conosce. Cercare immagini di bellezza, soprattutto donne, non troppo giovani, per non essere accusati di pedofilia: non si sa mai. Vanno bene le modelle professioniste o le splendide ragazze ucraine o russe che pervadono i portali del porno. Garantiscono che abbiano almeno diciotto anni e che siano consenzienti, qualunque bruttura debbano sopportare. Lo fanno per fare soldi e firmano un contratto. Poi le intervistano e loro raccontano quante stupende emozioni abbiano provato nell’essere stuzzicate, tormentate, inchiappettate, insozzate di sperma e altri fluidi meno nobili. Cose che un uomo normale non farà mai nella vita, ma che comunque producono eccitazione.

Sogni ancora, spesso. Devi cambiare casa. Stai per acquistarne un’altra. Ancora un’altra delle tante case della tua vita. In questa c’è una stanza, separata dal resto dell’immobile. In quella stanza una biblioteca aveva ricavato un deposito provvisorio. Forse c’erano ancora dei libri. Sicuramente apparivano ancora delle targhette di cartoncino, con il nome dei fondi. Uno era chiaro anche nel sogno: Collezione Sanjust. Per entrare in quella stanza bisognava attraversare uno spazio, indefinito come sono spesso gli spazi onirici; c’era da sollevare un vetro, che poi si richiudeva come le serrature delle valigie. Biblioteche, sempre biblioteche nella sua vita, mutevoli come le sue case.

Nella strada in cui una di quelle biblioteche aveva trovato rifugio, per qualche tempo, abitava un uomo che aveva il suo stesso nome. L’aveva scoperto su internet. Forse era lui stesso, che era rimasto lì, un altro se stesso, per cui il tempo era trascorso in una realtà alternativa. Non esisteva nulla, in realtà. La realtà era solo una proiezione del suo pensiero.

Non c’è niente di peggio che ripensare ai ricordi che non hai vissuto. Nulla di più struggente di una vita perduta, bruciata nell’illusione di una carriera mai decollata, di piaceri sognati e non perseguiti.

Un sogno, quasi un sogno, la ragazzina che ti osservava quando cantavi in quell’albergo vicino al mare, ma non troppo, un po’ più verso l’interno, dove la musica poteva volare liberamente verso un cielo notturno, pervaso di luce lunare. La ragazzina avrà avuto sì e no quindici anni, e aveva un viso dolce e un corpo morbido, sembrava una piccola Marina Vlady. Peccato non poterla prendere per la mano, come la ragazza di via del Campo, e salire al primo piano di qualunque casa o palazzo. La vita è piena di complicazioni, di parole, di strategie, di occasioni da sfruttare.

L’aveva rivista per un attimo in una festa, una festa popolare in una piazza di periferia. L’aveva cercata, subito dopo, ma non l’aveva più trovata.

Quella ragazza ci sta, ti vuole, gli avevano detto.

Sì, ma come faccio a trovarla, non so dove abita e poi io sto sempre a casa. Come faccio a cercarla, se non esco mai, se non per andare a scuola o per fare le prove con il complesso?

Se non ti dai da fare

Io mi darei da fare, ma non so come. Come faccio?

Non c’era tempo, doveva studiare, scrivere pagine su pagine di greco, latino, riassunti, versioni in prosa, ripetere astruse sintesi di storia della filosofia, imparare formule e definizioni di fisica, di matematica, pagine e pagine di storia, arte, letteratura.

Così la ragazza di via del Campo, con gli occhi grandi color di foglia come quella di De André, era svanita nel nulla.

L’avrebbe cercata sempre, inutilmente, illudendosi di ritrovarla in ogni donna che incontrava, come Humbert Humbert cercava il suo primo amore interrotto in ogni ragazzina, ma non era lei, non poteva essere lei. Gli attimi non ritornano, le occasioni non si ripresentano.

Così Daniele aveva pianto, quando aveva letto Lolita, e trovava che fosse un libro struggente e disperato, mentre tutti inorridivano pensando all’oscenità dell’amore deviato del povero Humbert.

Bisogna tornare indietro e avere il coraggio di cambiare il destino. Mi serve Doc e la sua macchina del tempo.

Arrenditi, sei vecchio, rinuncia ai sogni di una volta. Pensa a quello che hai realizzato, non a quello che non sei riuscito a fare.

Non posso. Il mio cervello si ribella. Voglio tornare là, allora, rivedere quella ragazza, parlarle, ora che saprei cosa dirle. Il ricordo per me è uno strazio. Tutti questi anni, in viaggio verso qualcosa che non conosco, decine di anni volati via come palloncini, quasi senza lasciare traccia. E un amore dentro, come gli altri, venuti dopo e dissolti come rugiada al sole. Tanti pensieri inutili e inconcludenti.

Si può bruciare una vita anche nella normalità, senza stravizi, senza esasperazioni. Il tranquillo vivere quotidiano, lo studio, poi il lavoro, possono bruciarti peggio dell’alcol, della droga, delle perversioni. Solo che in un caso la cera delle ali si scioglie lentamente, senza che tu te ne accorga. E il tuo precipitare nel mare della morte è lento e progressivo. Nell’altro caso forse tutto si scioglie in un attimo e t’inabissi in fretta, in un tormento istantaneo, ma cosa è più spaventoso di un lento e consapevole morire?