Farfalle di carta

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(Da una storia vera)

Una scelta difficile per Seb e la sua famiglia. Un testo che è un po’ romanzo, un po’ diario, dove la realtà diventa sogno, il sogno realtà.

Farfalle di carta

«Tu ti sei incantato di quella casa.»
Era vero: qualcosa l’aveva affascinato in quell’abitazione all’ultimo piano. In alto, ma non troppo. Forse le bizzarre architetture che si scorgevano dalle finestre, il frontone palladiano della villa di Franco Maria Ricci, che s’intravedeva dal terrazzino del tinello, il giardino immobile e appena creato, venuto su dal nulla in un giorno, della nuova costruzione di lusso che si ergeva davanti alla camera da letto, le strane tettoie ondulate, dal lato del cortile.
Sebastiano odiava il proprio nome e si faceva chiamare Seb, riducendolo e rendendolo più moderno. Abitava con la moglie Nora e il figlio Rino in un bilocale di via D., comodo per la vicinanza alla stazione della metropolitana. Ormai la casa era diventata piccola per tre persone, figurarsi se era pensabile farci stare anche la mamma. Eppure si sapeva che la mamma non sarebbe più potuta rimanere da sola a Cagliari. Creava problemi, non pagava le bollette e nemmeno i quattro soldi dell’assistenza domiciliare del comune.
L’assistente che la seguiva riusciva a malapena a gestire gli aspetti più semplici e immediati della sua vita, non certamente l’economia familiare e i pastrocchi burocratici.
Lei poi faceva di tutto per complicarle il lavoro: nascondeva carte e oggetti, perdeva le chiavi, non ricordava più dove metteva le cose.
Si era ripresa bene dall’infarto, ma l’età cominciava a provocare un deterioramento delle sue capacità cognitive.
Bisognava quindi pensare a un suo trasferimento a Milano, ma dove?
Lui e la moglie avevano già pensato di vendere la vecchia casa in Sardegna, che Nora aveva ricevuto in eredità e che rimaneva inutilizzata. Con quei soldi e con la liquidazione di Seb si sarebbe potuto acquistare un appartamentino per Rino. Ora invece, dopo l’ictus e l’emiparesi che ne era stata la conseguenza, si era presentata la necessità di portare di corsa la vecchia mamma a Milano. L’alternativa era tenerla nell’istituto in cui l’avevano fatta portare dopo il ricovero ospedaliero; ma come si faceva a pagare 1800 euro al mese, che sarebbero aumentate col tempo? Seb avrebbe dovuto versare all’istituto una cifra superiore a quello che rimaneva della sua pensione dopo che era stata decurtata dalle addizionali irpef, cifra che era bilanciata solo per meno della metà dalla pensione della mamma.
Vendere la vecchia casa di Nora non era cosa facile.
Ci avevano già provato più volte, ma all’ultimo momento i compratori si dissolvevano. Quella casa aveva troppi problemi. C’erano soprattutto dei lavori programmati per risistemare l’edificio, ma non si sapeva quanto sarebbero costati e soprattutto se i vari proprietari avrebbero pagato la loro quota. In questa situazione d’incertezza gli acquirenti non se la sentivano di rischiare. Inoltre i prezzi delle case ormai erano crollati e Nora temeva di ricavare troppo poco dalla vendita dell’appartamento.
L’ultimo acquirente si era volatilizzato un anno prima che la mamma fosse colpita da ictus. Se l’affare si fosse concluso in tempo, lei sarebbe venuta a Milano un anno prima, ancora in discrete condizioni di salute. Invece tutto era andato storto.

Quando finalmente si era trovato un nuovo acquirente, e si stavano perfezionando le pratiche per la vendita, era successo il pateracchio e la mamma era stata ricoverata d’urgenza in ospedale.
«Sua madre ha avuto un ictus». Erano parole che Sebastiano Congiu non avrebbe mai voluto sentire, nemmeno per telefono, ma che forse attendeva da un pezzo. Immaginava che la sua corsa contro il tempo non avesse molte probabilità di successo e che il destino avesse intenzione di beffarlo, vanificando i suoi sforzi per far proseguire a Milano, vicino a lui, la vita della mamma.

Avevano preso l’aereo per Cagliari e avevano riaperto il cupo portone ligneo del palazzetto di via Bellini, una costruzione in stile razionalista, sopraelevata e restaurata da qualche decennio.
A casa c’era un gran freddo, perché nelle case costruite prima del boom non esisteva il riscaldamento centralizzato. Ci si scaldava con qualche radiatore elettrico portatile, a olio, o con le classiche stufette elettriche. In fondo le basse temperature duravano per un periodo molto breve, e allora perché spendere milioni di lire (perché allora c’era la lira) per un impianto che sarebbe stato utilizzato solo per pochi mesi? Quello che creava il maggior disagio era però l’umido, caratteristico delle città di mare.
«Non ho mai sofferto il freddo come adesso» diceva Nora.
Di notte si avvolgevano nelle coperte, di lana caldissima, ma il gelo sembrava penetrare comunque. Nemmeno le pompe di calore riuscivano a cambiare il microclima di quella casa. I condizionatori erano presenti solo in due camere, quella da letto e il tinello, ma il resto dell’appartamento pareva umido come una cantina. Nessuno dei due ricordava più il gelo di una casa priva di termosifoni, il gelo sofferto nella loro infanzia isolana. La mamma usava ancora la borsa con l’acqua calda, per rendere meno sgradevole infilarsi in un letto in cui le lenzuola sembravano bagnate. A loro ora, abituati a una vita più comoda, quei sistemi parevano sorpassati e ridicoli, ma non era sempre stato così.
Dalle loro parti, in Sardegna, il riscaldamento centralizzato negli appartamenti era considerato un lusso. Certamente non si parlava di riscaldamento nel dopoguerra. Era già tanto se si riusciva a comprare il necessario per mangiare e vestirsi. Solo dopo gli anni del boom qualcuno aveva incominciato a riscaldare le case nuove, nei quartieri più eleganti. Pochi se lo potevano permettere, il termosifone.
Fuori invece la temperatura era primaverile, benché fosse inverno. Quando splendeva il sole c’era quasi caldo.

Bisognava considerare quel periodo come una vacanza e approfittare dell’occasione per fare i turisti. Cagliari era molto cambiata e Nora non la riconosceva più Molte strade, molti spazi erano stati ristrutturati e risistemati, dal porto al Castello, all’area del Macello e di San Lucifero. Dappertutto dominava la pietra chiara, già usata dagli antichi costruttori pisani. Un levigato chiarore mediterraneo sembrava spalmato su tutte le aree del centro. I palazzi del rione Marina erano stati in massima parte restaurati e ripuliti. L’area di via Roma prospiciente il porto appariva rinnovata e si fregiava di un’elegante e moderna decorazione urbana.
Seb tornò a visitare le strette strade del rione Castello, che gli riportavano in mente gli anni dell’Università.
Era andato ad abitare con i suoi genitori in un appartamento di via dei Genovesi: una vecchia casa nobiliare, con le stanze alla genovese, enormi saloni che si aprivano l’uno nell’altro. I soffitti erano decorati, forse affrescati. I pavimenti erano ricoperti da un’alternanza di lucidissime mattonelle bianche e nere. Dall’ultima finestra, rivolta a Sud, si poteva scorgere il prato grigioazzurro del porto, con i profili appena accennati dei bastimenti, immersi nella bruma sottile del mattino. Dal lato della cucina si scorgeva, un po’ più in alto, uno dei balconi di un altro palazzo.
Doveva essere abitato, come spesso avveniva in quegli anni, da studenti dei paesi, che prendevano in affitto quelle vecchie case per poter frequentare il liceo o l’università nel capoluogo. Spesso le ragazze uscivano sul balcone ed esponevano in tutta la loro giovanile bellezza le gambe nude, i visi ridenti di una bionda e allegra esuberanza, tanto che Seb, nel vedere quell’esibizione di naturale sensualità, provava un tuffo al cuore.

Seb dormiva in un’alcova, che si apriva sullo stanzone principale. Una cortina separava l’alcova dalla camera, ma il ragazzo poteva vedere la televisione dall’apertura del tendone. Avrebbe sempre ricordato le immagini femminili della tv che gli facevano ribollire il sangue stimolando la sua vivace sensualità. Una stupenda Sylvie Vartan prima dell’incidente che l’aveva sfigurata, e ancora Elisabetta Viviani che, lasciando da parte Heidi, si proponeva in versione sexy, cantando nuda il tema di Emmanuelle. La tv era ancora in bianco e nero, a quei tempi, ma già pareva una finestra su un mondo proibito.

Ricordava un pomeriggio desertico, in quelle strade addormentate come quelle di una città morta. Era il 1970. La nazionale giocava una delle partite decisive dei mondiali e non si vedeva un’anima per la strada. Lui invece era in giro, assieme a quella che era la sua seconda ragazza, una bruna procace ma un po’ troppo silenziosa, con cui il dialogo era praticamente impossibile. Ondate di luce estiva piombavano sulle pietre dell’Arsenale e su Buoncammino, il lungo viale che costeggiava il carcere; ma il cielo di giugno minacciava tempesta con il grigio piombo delle nubi.
Dappertutto si respirava una calma irreale, che era rotta, improvvisamente, dai boati dei tifosi che seguivano la partita chiusi nelle loro case.
Una giornata indimenticabile, non solo per gli amanti del calcio. Si giocava Italia-Germania, la partita rimasta nel mito. Lui avrebbe sempre ricordato la sua passeggiata, mano per mano con quella ragazza dalle labbra tumide, che avrebbe voluto divorare. Una piccola Ava Gardner, che sembrava nascondere un mistero sotto gli occhiali spessi da segretaria a luci rosse. Si sarebbero lasciati, qualche mese dopo, ma sensazioni e ricordi sarebbero rimasti per sempre nel cervello di Seb.
Sarebbe rimasta anche una foto, che Seb non le aveva restituito, anche se lei gli aveva chiesto di riavere tutte le sue foto. In quella foto erano stati ripresi davanti a un albero. Lui, il ragazzo, aveva l’aria imbronciata, lei era disgiunta da lui, con l’aria seria, come se riflettesse sulla sua condizione. Si capiva che era come un vulcano che serbava dentro di se forze dirompenti e che lui non era in grado di dominare quelle forze. In un’estate in cui Seb sarebbe dovuto andare al mare nella città di lei, per trascorrere almeno una parte dell’estate in compagnia l’uno dell’altra, la cosa non era stata possibile. Infatti la zia di Seb, che lui sperava lo ospitasse, aveva risposto negativamente. La piccola Ava Gardner, perciò, si era trovata sola e qualcuno probabilmente era riuscito a provocare l’eruzione di quel vulcano. Inevitabile la rottura, in una storia che non era nemmeno iniziata.

«Non escludo che possa fare anche qualche passo» aveva detto il dottore.
La mamma era ricoverata nel vecchio ospedale, dove si arrivava dopo una salita impegnativa, com’erano tutte quelle di Cagliari. La posizione era panoramica. Da lì si vedeva Castello, Di fronte iniziava la scalinata che conduceva alle viuzze di un quartiere nascosto, quasi segreto.
Di sera era tutto un luccicare di fanali: in alto, in basso, sulle scale. Nel tornare a casa, dopo una lunga discesa, si attraversava Piazza Yenne, dove c’era un albero che brulicava di uccelli, che cantavano una loro musica assordante.
Quando la mamma era stata dimessa, l’avevano accompagnata in un istituto di un paesino dei dintorni, Donori. Era un paese di collina, vicino a Dolianova.
Lì doveva iniziare un percorso di riabilitazione. Arrivava il fisioterapista e si sperava che avvenisse il miracolo. Si sa però che, a una certa età, i miracoli difficilmente avvengono.
Consegnata la vecchia signora all’istituto, bisognava ripartire per Milano e occuparsi dell’acquisto della casa.

Ogni sera, prima di andare a letto, si svolge il rito del riordino delle lenzuola. Il lenzuolo superiore è quello che cambia continuamente posizione. Nora lo attira a sé, lo stringe, lo avvoltola, senza riflettere, per proteggersi dal freddo, anche se a Milano, grazie ai termosifoni, la temperatura delle stanze rimane gradevole.
«Come fai a rovesciarlo scientificamente?»
Nora ride in maniera convulsa.
«È lui che si sposta.»
«Come mai si sposta solo con te. Sei la maga del lenzuolo?»
Lei fa un mezzo sorriso. Dovrebbe rispondere che, certo, tira quella leggera protezione in maniera istintiva, senza badare agli orli, alle mostrine bianche in cui sono scritte le istruzioni per il lavaggio e che si trovano sulla zona inferiore del telo di cotone. Per questo l’orlo finisce di lato, anziché in alto, dove dovrebbe trovarsi. Per questo tutte le volte bisogna ricontrollare la posizione e rovesciare il tutto.

Firmato l’atto di acquisto, Seb era tornato da solo a Cagliari. Bisognava preparare le scatole con i vestiti, i libri, le poche cose utili da portare via dalla vecchia casa. Tutto da sistemare in maniera adeguata, imballando tutto con attenzione, perché gli oggetti fragili non si rompessero. Aveva pochissimo tempo per riempire le scatole: era il primo maggio, festa del lavoro, ma Seb non aveva mai faticato tanto in vita sua.
Poi era dovuto andare a prendere la mamma nell’istituto con la macchina dell’assistente
A Donori entrarono nel cancello dell’istituto, che era molto piccolo: una specie di villetta a due piani, dove giravano un cagnetto color beige e diversi personaggi con evidenti problemi di natura fisica e psichica. C’erano anche diverse vecchiette dall’aspetto paesano e
«Lei è il signor Sebastiano, il figlio della signora Giovanna?» La ragazza era carina: aveva una faccetta tonda ed espressiva, lo sguardo vivace, un bel sorriso. Sebastiano pensava a quanto gli sarebbe piaciuto restare lì per un po’, per qualche giorno magari, a parlare con quella ragazza. Si capiva comunque che le donne, le assistenti, il personale tutto di quel posto di un paese di campagna erano dominati da un sentimento di curiosità verso quell’uomo venuto da Milano, di cui finora avevano conosciuto solo la voce per telefono. Lui poi sapeva sorridere, e scherzare, e loro ridevano. Si capiva che per quelle donne era diventato una specie di personaggio mitico. Purtroppo quel contatto sarebbe stato l’ultimo. Però accidenti quant’era carina quella ragazza e quanto sarebbe stato piacevole prolungare quel contatto, per conoscerla meglio.
Invece bisognava spiegare alla mamma cosa stava succedendo:
«Stasera imbarcano le scatole. Domani mattina sono a Genova. Poi, nel pomeriggio, arrivano a Milano. Loro vanno con la nave, noi invece in aereo.»
«In aereo non si sente niente.»
«Ma sì, un po’ si muove, se c’è tanto vento, ma è sempre meglio delle onde.»
Non rimaneva molto tempo per pensare alle ragazze. Ora l’obiettivo era quello di riuscire a caricare la mamma sull’aereo e portarla a Milano. Una volta a destinazione ci sarebbe stata un’ambulanza ad attenderli.

Fu una strana esperienza quella di portare la mamma in aereo. L’assistenza era stata preallertata e per fortuna tutto funzionò bene, sia a Cagliari che a Milano. Un sistema di piattaforme che si abbassavano e si elevavano condusse la vecchiettina fin dentro l’aereo. Lei rimase calma durante tutto il tragitto e il viaggio, di poco più di un’ora, fu piacevole. A Milano arrivò un’ambulanza guidata dagli amici di Rino e c’era anche il nipote, tutto contento perché vedeva la nonna dopo tanto tempo. Rino stava facendo volontariato con le ambulanze, proprio in quel periodo, e aveva colto l’occasione per occuparsi anche della vecchiettina. Salirono in casa con lei, portandola di peso. Rino però non si fermò per molto.

La mamma non capiva perché non fosse rientrata a casa sua, anziché finire in un’altra casa sconosciuta. Chissà perché ora si trovava in quello strano posto con il figlio. Non sarebbe dovuta tornare nella sua grande casa di Cagliari, dopo essere andata via dal centro per anziani?
«Non ti ricordi che stavi a Donori?»
«E cosa ci facevo lì da sola?»
«Ma non eri sola.»
«Dove?»
«Quando eri a Donori; c’era tanta gente!»
«Ma erano tutti sardi.»
«Ma anche noi siamo sardi.»
«Sì, ma…»
Lei, da buona algherese, abituata a parlare italiano in famiglia, con l’aggiunta di qualche frase scherzosa in catalano, si trovava a disagio tra tutte quelle vecchie che comunicavano solo in sardo. Lei in fondo era diversa, anche se il campidanese un po’ lo capiva, e anche il logudorese, grazie all’infanzia trascorsa nei paesi sardi dell’interno, dove sua madre andava a insegnare. E poi si sentiva sola, perché lì, in istituto, non c’era nessuno di famiglia.
«E Rino cosa ne dice, che io sono qui?»
«Ah, lui è contento.»

Sebastiano si sbracciava per far uscire dalla stanza l’unica moschicina primaverile che aveva approfittato dell’apertura della finestra. L’aveva aperta sua moglie, forse per liberarsi dell’odore che albergava nella casa. Si sa che i vecchi diffondono in ogni luogo che frequentano un vago odore di ospedale, di urina mista ad altri effluvi organici. Lì quell’odore che tendeva a ristagnare si era fuso col tanfo dolciastro dei mobili nuovi, creando una sgradevole mescolanza che stordiva. Qualche volta il puzzo violento dello sterco umano si sovrapponeva alle abituali note dolciastre, dominandole. E Seb. si accorgeva con orrore che anche le sue defecazioni andavano assumendo l’odore particolare che emanavano quelle della vecchia madre. Lui stesso imitava la produzione di quel relitto di donna, un ammasso odoroso, che tentava di nascondere con un getto immediato d’acqua che, come quasi sempre a Milano, era corrente e non proveniva da uno sciacquone ricaricabile.

«Gra gra hraragrrra» faceva la vecchia signora. Sembrava quasi un uccello gracchiante. Deglutiva il cibo a fatica e doveva poi ripulirsi in qualche modo la gola. Aveva messo su una vocetta da vecchina, quasi comica, e pareva veramente che scherzasse. Avrebbe tratto in inganno qualunque ascoltatore che non conoscesse le sue condizioni fisiche. Seb aveva sentito parlare un poeta, che era evidentemente reduce da un ictus, e che si esprimeva con lo stesso timbro vocale, quasi un falsetto.
«Vuoi il latte?» «Sì» «Col caffè?» «Eh sì».
Seb le aveva comprato un bavaglione in ortopedia, nella speranza che non si bagnasse tutta. Lei preferiva d’altronde i cibi più pericolosi e più adatti a riversarsi addosso, quelli che superano ogni ostacolo, agevolati dalla forza di gravità. La loro discesa è ineluttabile, come quella dei barbari nel medioevo. Il bicchiere col caffellatte, lasciato solo per un attimo per staccare qualche residuo incollatosi alla dentiera, approfittava dell’imprevista libertà per rovesciarsi, inondando materasso, lenzuolo, maglietta e pigiamino. Bisognava pulire tutto, perché il latte, se non eliminato completamente, comincia presto a puzzare di marcio. Poi bisognava trovare qualcosa da mettere addosso alla mamma e rivestirla. Insomma, un bel lavoro.

Gli pareva impossibile che nulla tranne lui potesse muoversi in quella casa. A volte aveva l’impressione che qualcuno si alzasse, ma poi ricordava che la mamma, nel suo letto, era immobile, quasi quanto le farfalle che stavano attaccate al muro con la colla.

Gra… Hgra… Faceva la mamma. Gra, gra, gra, rispondevano dal cielo le cornacchie.
«Ehi, non vogliamo concorrenza!» diceva Seb.
«Uh» fece la vecchiettina, mentre Seb le porgeva la parte inferiore della dentiera.
«Uh, credevo che fosse una caramella» fece la mamma, invece era la dentiera…»
Ridacchiò.
«Una dentiera che si scioglie come una caramella, quando mangi, che bello!» Fece Seb.

La casa era come sospesa nel cielo, a diretto contatto con le strisce di nuvole, strati diversi di grigio. Era maggio, ma al mattino faceva freddo come a novembre. Si andava in giro ancora con i blusotti o le giacchine di pelle. Quando esplodeva un po’ di sole e rendeva l’aria solo appena un po’ più mite, ma ancora frizzante, qualche ragazza del Nord o dell’Est si azzardava a circolare sbracciata, come se volesse indorare la pelle rosea esponendola a quei raggi indecisi.
Pozzanghere sull’asfalto dei marciapiedi. Il sole ci si specchia e Seb rimane ferito nella vista da quel riflesso. Per un po’ continua a vedere un cerchietto verde luminoso, che si fa notare anche se si guarda l’erba del prato. Quella luce è un ricordo, il ricordo di una luce che ora è diventata verde, il colore complementare? Comunque è un’illusione, come quasi tutto in questo mondo, in questa vita.

Seb comincia a sentirsi prigioniero. Senza computer, con pochi libri, può solo sperare nel sonno, che non può durare però per un’intera giornata. Guarda dall’alto uno spicchio di viale, dove le auto scivolano senza sosta. Palazzi rossi, gialli, grigi. Una gru davanti a un edificio in costruzione. Il giardino condominiale del nuovo edificio sorto lì davanti, un insieme di abitazioni di lusso, un giardino attrezzato con giochi per bambini, anche se, per ora, bambini non se ne vedono proprio. Solo una signora di mezza età ogni tanto stende biancheria nel terrazzino dell’unico appartamento abitato. Il giardino è ancora un po’ triste, con qualche arbusto appena piantato e pochi alberelli smingoli, sia all’interno che sul fronte strada.

Nella stanza grande mancavano i mobili, Sebastiano aveva collocato sulla parete più corta, quella di fianco alla finestra, la sua chitarra color bronzo, una sedia presa al Mercatone e uno dei quadretti che aveva disegnato da giovane, a carboncino e sanguigna. La cornicetta era color avorio, resa più scura dal tempo e dalla polvere.
Sulla sinistra si stendeva una lunga parete dipinta di celeste, che la follia della proprietaria precedente aveva disseminato di farfalle di carta dai più svariati colori, forse autoadesive, forse appiccicate con la colla. Mentre lì le farfalle colorate volavano su quello che sembrava un cielo primaverile, la parete di fronte era bianca e spoglia, con i buchi di vecchie mensole o quadri.. Al posto del letto, Seb aveva collocato una branda, con un materasso che pretendeva di essere di memory foam, ma era duro come un sasso.

«Tu ti sei incantato di quella casa.» Lei, Nora, ne avrebbe preferito un’altra, in via Fezzan, più in basso è vero, al secondo piano, ma più comoda, col cucinotto separato e abbastanza grande, e un ripostiglio abilmente ricavato tra bagno e andito. A lui, chissà perché, quella non era proprio andata a genio. Sarà che era meno luminosa, sarà perché l’agente era troppo mellifluo ed effeminato. Gli aveva dato (la casa, non l’agente) un’impressione di vecchio, di ordinario. Certo, là non c’erano farfalle su un muro celeste cielo, anzi azzurro, di un profondo azzurro. C’erano vecchi mobili, che forse i proprietari avrebbero lasciato, per pochi soldi. Così non ci sarebbe bisogno di comprare altri mobili, pensava Nora; tanto ci deve abitare una vecchia!

La porta tra l’andito e il tinello mancava. Forse si era rotto un vetro e per questo la porta era finita in solaio. In questo modo era però più facile controllare il riposo della mamma che dormiva in tinello, sul suo letto meccanizzato. Il letto era proprio bello, in legno chiaro, e bisognava riconoscere che Nora, che aveva sempre tanta paura di rimanere senza soldi sul conto, questa volta non aveva badato a spese. Tutto sommato, neanche a lei avrebbe fatto piacere vedere la suocera confinata in un orrido letto da ospedale, di quelli azionabili a manovella. Unico problema: era ingombrante, in quella stanza troppo piccola; ma tenendolo quasi appoggiato al mobile del tinello si ricavava lo spazio per collocare anche, sull’altro lato, la sedia a rotelle o la comoda.

Si guardò allo specchio del bagno. Fu quasi compiaciuto di quello che vide. I capelli un po’ lunghi e brizzolati gli davano un aspetto da artista affermato. Il viso regolare non era ancora troppo invecchiato e le guance iniziavano solo lievemente a cedere. Lo sguardo, vivo e acuto, produceva un’illusione d’intelligenza. Indossò la sua giacca nera, un po’ dark un po’ giapponese. Forse la sua vita non era conclusa, forse… forse…

La notte si stende lenta e pervade ogni spazio. Là fuori, la costruzione nuova sembra una casa fantasma, o meglio un palazzo di De Chirico. Si nota il perfetto giardino illuminato di una luce onirica, con tanti fiori, infitti nel terreno come pali, con regolarità svizzera, da parere finti. Nemmeno una luce proviene invece dalle finestre. Si sentono invece rumori, ma di altra provenienza. La giovane donna che abita l’appartamento accanto a quello di Seb tossisce, come l’eroina di un romanzo dell’Ottocento.

«Gra gra gra.» La mamma fatica a bere il latte dal bicchiere.
Crap scratch scratch, fa la bottiglia di plastica del latte, quando Seb la schiaccia, prima di buttarla nel sacchetto per plastica e metallo.
La-li-la-la. Canticchia qualcuno nell’appartamento vicino.
«Etchunch!»
«Hai starnutito? Vestiti!» La mamma si preoccupa per la salute del figlio, per vecchia abitudine.
«È questo tempo strano: un po’ piove, un po’ esce il sole. Sembra di essere in marzo e invece è quasi giugno.»
«Eh?»
«Domani è giugno.»

Seb comunque, per fortuna, sta bene. Cammina, cercando di mantenere il ritmo costante. Prova la soddisfazione della regolarità, il compiacimento di constatare che la propria macchina vivente è ancora capace di prestazioni regolari, di rassicurante normalità. Seb prova il piacere di essere vivo.

«Ma se lo prendo con la destra?»
«Lo sai che non la puoi usare, che non hai l’uso della mano destra!»
«Ahhhhh!» Stupore, infinito stupore. Lei, quando si sveglia, non ricorda mai le sue condizioni. Si stupisce di non poter camminare, di non potersi servire della mano destra, di non poter svolgere in maniera autonoma le proprie funzioni quotidiane: alzarsi, lavarsi, scaldarsi il latte, cucinarsi la minestra.
La minestra doveva cucinarla Seb. Una volta risultò troppo carica di sale e ancora dura. La maledetta pasta doveva essere veramente di pura semola, anche se non era di marca e aveva solo il nome della catena di supermercati. Era di ottima qualità, ma era adatta a persone normodotate, non a vecchi sdentati.

«Ma voi quanti siete qua?»
«Come?»
«In quanti siete?»
«È un plurale maiestatis? Ci sono soltanto io.»
«Ah!»
«Poi c’è Rino che è al lavoro e la Nora, che sta in casa in via D.»
«Ma come siete qui, in affitto?»
«No, l’abbiamo comprata, la casa.»
«Ma ci fate dormire chiunque?»
«Chiunque? Ma tu non sei chiunque!»
«Ma tu perché sei qui?»
«Lo capisci che tu sei la mia mamma?»
«Ah, non mi ricordavo più niente.»
La porta finestra chiudeva male, il vento mugolava.
Come si farà per l’inverno? rimuginava Seb.

Era già uscito di casa, quella mattina, per presentare l’istanza d’invalidità al Caaf di Piazzale Segesta, quello della CGIL. Telefonò a sua moglie per sapere se fosse opportuno prendere il metrò e scendere a Lotto. Lei rispose che non aveva guardato su Google maps e che in quel momento non poteva aprire il computer: non aveva ancora messo le lenti.
«Non fa niente, lascia stare» disse Seb «cerco di andare a piedi.» In qualche modo ci arriverò, pensava. Bastava camminare piano e non stancarsi troppo. L’aria era fresca, fuori, e si rese conto che camminare era piacevole. Arrivò in Piazzale Siena e imboccò viale Aretusa. Doveva percorrere tutta la stada diritta, fino al mercato e a piazza Selinunte, poi rimaneva un piccolo pezzo di strada, via Mar Jonio. Si sedette un attimo su una delle panchine verdi della piazza, poi affrontò l’ultimo pezzo di strada. Non si sentiva affaticato.
Entrò nel caseggiato, in cui il sindacato aveva ricavato i suoi uffici. Bisognava prendere un numero. Si veniva chiamati col numero per l’accettazione, poi, se la documentazione era già pronta, si veniva chiamati nuovamente per nome, per la definizione della pratica. Prese il numero 43, ma vide che erano già stati chiamati i numeri fino al 32. Farò in fretta, pensava. Invece ci volle un bel po’ di tempo. C’era posto e si sedette, accanto a una giovane dall’aria intellettuale. La guardò meglio: era magra e aveva un viso fine, un bel visino lombardo, e due occhi molto chiari. Qualcuno raccontò la storia di cronaca nera del farmacista avvelenato col cianuro da un suo cliente o fornitore. La ragazza si mise a ridere. «C’era ironia» disse «in quella storia. Sembra surreale» disse. «Se ne potrebbe fare un racconto.» «Il classico caso in cui il racconto è superato dalla realtà.» «Oramai non si può più scrivere niente» fece Seb «perché la realtà supera l’immaginazione.»
Così incominciarono a chiacchierare. La ragazza era un’educatrice. Viveva a Milano Est, nell’hinterland. Parlarono di cultura, di biblioteche, di sprechi. Lui raccontò le sue esperienze. Pensava a quanto sarebbe stato bello se avesse incontrato una persona così, tanti anni prima. Poi la ragazza fu chiamata ed entrò per pochi minuti nell’ufficio. Poi uscì e salutò, veramente tanto gentile ed educata. Peccato: una delle tante persone che avrebbe voluto far entrare nella sua vita, in qualsiasi ruolo. Il mondo dovrebbe essere abitato solo da quel genere di persone, pensò. Invece c’era ben altro.

Improvvisamente, nell’ingresso che fungeva da sala d’attesa, entrò una tizia alta e grossa, vestita di verde pisello. Si mise a strillare dicendo che aveva lasciato il marito solo in casa. Voleva entrare insieme al prossimo richiedente, ma solo per chiedere un numero.
«Ma i numeri li può chiedere a quel signore, quello delle informazioni.» «Sì me l’ha già dato, ma non risponde.» «Lei deve rispettare i turni, signora.» «Ma io a te ti conosco.» «E sì anch’io ti conosco, tutti ti conosciamo. Fa sempre così dappertutto.»
«Il marito era impiegato di banca» disse la signora piccina e ciarliera, che sedeva a due poltrone di distanza da Seb «e lei l’ha sfruttato fino all’osso. Poi andava a giocare alle macchinette, e chiedeva soldi a tutti, qualcuno glieli dava, qualcuno invece no, perché tutti alla fine la conoscevano.»
«È una prepotente. La conosciamo da un pezzo. Fa sempre così, per passare prima degli altri. Lei ha fatto bene, signora, a redarguirla.»
La signora che l’aveva redarguita, una bruna non troppo giovane ma ancora piacevole, disse che era giusto così. La signora piccina disse a Seb che l’altra aveva problemi seri anche lei, col marito.
«Però lei ha l’infermiera, io sono da sola» disse la donna in verde, con la sua voce imperiosa , «ecco io mi sento male, ho paura che gli succeda qualcosa. Aveva la voce alta, potente, da donna robusta che è abituata a pretendere e discutere. «Recita sempre. Qui la conoscono tutti.»
«Tutti qui hanno lasciato qualcuno ammalato in casa. Non c’è solo lei.» Il signore delle informazioni intervenne. «Glielo trovo io il numero. Vado io a chiederlo.» Ma la donna in verde non era soddisfatta. Si capiva che voleva entrare, perché aveva in mano tutti i fogli della pratica e voleva evitare la fila.
La signora bruna si mise anche lei a parlare con Seb: aveva già perso il padre e un fratello per tumore, e adesso era il turno del marito. Però lei non urlava come la donna in verde. «Noi siamo più tranquilli» disse Seb «meno aggressivi.» La donna però voleva parlare d’altro. Aveva accettato la sua condizione e forse pensava già a una vita futura, in cui avrebbe dovuto ricominciare. Forse Seb le piaceva. Lui la guardò con più attenzione. Aveva solo un sottile filo d’oro attorno all’anulare; le mani erano un po’ troppo grosse, le gambe, inguainate in calze ancora pesanti, terminavano con uno stivaletto grigio, che si muoveva continuamente. Era nervosa, anche se non lo dimostrava in altra forma. Seb si rese conto di non avere anelli sulle dita. Poteva essere scapolo, libero da vincoli legali. Chi poteva immaginare che si trattava di una libera scelta, quella di non segnalare il suo matrimonio, peraltro squinternato? Qualche donna poteva ritenerlo una possibile preda, un uomo comunque interessante, con i suoi capelli da artista, almeno quelli che erano rimasti sulla testa e non avevano ancora disertato.
Ora le persone venivano ricevute due alla volta. Seb pensò che sarebbe entrato con la signora bruna. Invece lo chiamarono da solo. Cioè chiamarono il nome di sua madre, che lui cominciava a considerare un suo alias. Dentro tutto funzionò a meraviglia. La pratica fu impostata in pochi minuti e Seb rimase libero. Cercò con gli occhi la donna bruna, uscendo, ma era scomparsa. Forse non si era potuta trattenere. Poi pensò che forse era stata ricevuta dopo di lui e lui non l’aveva vista. Gli sarebbe piaciuto tenersi in contatto con lei. Gli pareva assurdo che tanta gente s’incontrasse per un attimo e poi non si rivedesse più. Sono le conseguenze del vivere in una grande città. Bisognerebbe girare con un pacco di biglietti da visita e distribuirli a tutte le persone con cui si vorrebbe conservare un rapporto; ma Seb di biglietti da visita non ne aveva mai avuti. E poi cosa ci avrebbe scritto sopra, soprattutto ora che era in pensione: aspirante scrittore? Critico freelance? Pensionato con tempo da perdere?

La strada del ritorno fu ancora più agevole. Nel frattempo l’aria si era riscaldata e Seb dovette togliersi il giubbotto. Passò sul lato destro della strada e osservò le facciate delle case popolari, quasi marezzate, per l’intonaco scrostato e pieno di rigature, che parevano fatte ad arte. Sembrava impossibile credere che tante persone considerassero un miraggio ottenere uno di quegli appartamenti, in quelle case orrende e disastrate. Chi le otteneva era considerato fortunato. Per lo più erano persone provenienti dall’estero, carichi di figli e con lavori saltuari, spesso in nero. Un mondo che confinava con l’illegalità, con la miseria, con quella vita che per fortuna Seb non conosceva. Eppure anche quelle persone, vivevano, mangiavano, scopavano, si divertivano, si sbronzavano, fumavano erba, facevano tutte quelle cose che a lui, per chissà quale motivo, erano precluse. Che in fondo fossero più felici di lui?

Poi improvvisamente, il nove giugno, scese su Milano un’ondata di caldo padano, un caldo invadente e assassino, inesorabile, quello che rende bianco il cielo. Il caldo si posizionò in maniera statica, come una nuvoletta, all’altezza del sesto piano, davanti alla finestra di Seb, e non accennava a muoversi. Era acuito oltre tutto dalle emissioni dei condizionatori dei piani inferiori, dato che l’aria calda è ascendente. Non trovando sul suo percorso correnti d’aria fredda, non era nemmeno in grado di sviluppare un tornado, che almeno avrebbe rinfrescato l’ambiente.
Il caldo comunque stava lì e di lì non si spostava: bisognava aspettare che passasse, come tutte le disgrazie di questo mondo.

La mamma vive in un eterno presente. Ci sono nella sua mente pensieri ricorrenti, che continua a esprimere sempre nello stesso modo. Non ricorda quasi niente di quello che ha detto o che è avvenuto nei giorni precedenti, e così il suo discorso è costituito da una serie di concetti e parole che ripete in modo quasi ossessivo.
Sta sul letto, immobile, e per la maggior parte del giorno dormicchia. Sembra veramente che navighi in una fase intermedia tra la vita e la morte.
Ormai ha raggiunto il suo obiettivo, pensa Seb, quello di stare col figlio. «Ah, che bello! Sono servita fino ai piedi» scherza. Poi dice: «Sono diventata una poltrona.»
«Allora io sono un divano» risponde Seb. Certo ormai lei non ha più niente da chiedere, da desiderare. Seb si chiede quanto ormai la mamma potrà resistere in questo mondo, mesi o anni, lui che a sua volta comincia a perdere aderenza sulla strada del vivere. Ogni tanto anche a lui cominciano a chiudersi gli occhi; il riposo comincia ad apparire come una condizione sempre più desiderabile, più dello scrivere, del suonare, del fare sesso. Così tutti si avanza a piccoli passi verso la notte definitiva, quasi senza rimpianti, senza opporsi al lento ma irreversibile procedere del tempo, senza opporsi all’armonia delle cose, che ne determina l’inizio e la fine, in un andare continuo e melodioso.
Poi la mamma si sveglia, lo vede e, quando lui si avvicina, lei gli prende una mano e la bacia, Seb le sfiora la guancia con una carezza. Sembra un cagnolino, pensa, in fondo ci comportiamo proprio come animaletti, quando siamo molto piccoli o molto vecchi.

Arrivarono le scatole da Cagliari, quelle che Seb aveva confezionato accuratamente il primo maggio, uno dei giorni in cui aveva lavorato di più, paradossalmente, in tutta la sua vita. C’era di tutto là dentro: lenzuola, asciugamani, biancheria intima, vestiti, scarpe, posate, ma soprattutto libri, i libri che la nonna Amelia si faceva spedire da Milano, e che ora tornavano a casa, poi quelli comprati dalla mamma, infine quelli che aveva comprato lo stesso Seb.

Finalmente si poteva dormire con lenzuola e cuscino.
La mattina alle cinque gli parve di udire una zanzara, o una mosca, qualcosa insomma che volava ronzando e che Seb si affrettò a scacciare. Il cielo era ancora scuro. Si rigirò più volte e improvvisamente avvertì una fitta alla testa. Gli venne da pensare che prima o poi avrebbe potuto star male, aver qualche problema di salute, l’ictus che permaneva come un incubo nel suo immaginario. Si precipitò ad accendere il cellulare, unico strumento per comunicare in caso di bisogno. Poi si accorse che, sebbene fosse molto presto, rispetto alle sue abitudini, provava un certo stimolo a defecare: non lo ostacolò.
Cercò gli occhiali e andò in bagno, in compagnia di un libro di Balzac. Gli venne da pensare che anziché da una zanzara, il disturbo notturno fosse stato causato da una delle farfalle che lo osservavano dal muro celeste, da qualcosa che per magia aleggiasse spostando l’aria, da un animaletto capace di ronzare o magari frinire.

«Come si abbassano queste cose?» Le cose erano le spondine.
«Allora io non mi posso alzare?»
«Ti vuoi alzare?»
«Devo andare in bagno.»
«Allora le abbasso.»
Fece scendere le spondine. Vide che la mamma spostava già il tronco da sola, disponendosi per scendere. Fu facile infilarle le polacchine, le uniche scarpe che le stessero. Polacchine di feltro, più pantofole invernali che scarpe, a dire il vero. Era facile anche chiuderle, con lo zip. L’operazione fu velocissima. La mamma si fece tirare su con facilità maggiore rispetto ai primi giorni e, una volta in piedi, cominciò a fare dei passettini, aggrappandosi al figlio. Arrivarono in bagno e lui la accompagnò fino al water. Lei si abbassò le mutandine e fece pipì. «Tienimi» diceva «tienimi.» Tendeva sempre a cadere a destra. Comunque l’operazione fu più semplice e meno faticosa del previsto. Quindi la mamma un po’ riusciva a camminare. Ora bisognava insistere. Solo che ancora non c’era tempo. Bisognava prima spostare la pensione, tornare in comune per le tasse, richiedere le cartelle cliniche per l’invalidità. Gli adempimenti burocratici, quelli per cui sua moglie usciva di senno, avevano per il momento la precedenza sulle altre esigenze della vita e finivano per essere d’impedimento anche allo svolgimento delle azioni indispensabili per migliorare le condizioni di vita della vecchia signora. Insomma, o si andava in giro per uffici o si pensava a curare la mamma.
Sembra facile trasferirsi. D’accordo, tutto va bene purché non si percepiscano pensioni, né alcun tipo di spesa fissa. Se si cambia città o regione, bisogna comunicare la variazione all’ufficio pagatore, ma presentandosi di persona. Significa che, se ti sposti a Torino o a Milano da Palermo o da Lecce, o ancora meglio da Nuoro, devi riprendere un aereo e tornare nel luogo d’origine, cosa che a volte, per un anziano, è impossibile. In teoria potresti presentare la domanda per via telematica, ma, se si ha la disgrazia di appartenere alla gestione dipendenti pubblici, ad esempio, il programma è talmente assurdo che solo un hacker è in grado di usarlo. Seb, da modesto informatico, entrò più volte nel sito dell’INPDAP, cercando di comprenderne la logica, ma senza successo. Provò due volte a compilare il modulo per la scelta della banca, ma il modulo fu respinto. Chissà quale doveva essere la procedura esatta.

Si recò presso la sede Inpdap, dove arrivò poco dopo le 9 del mattino. Il pubblico era costituito quasi esclusivamente da vecchi e vecchie male in arnese, alle prese con ritenute incomprensibili o retribuzioni che non pervenivano.
Le poltroncine avevano un’aria dimessa, come i clienti di quello strano ufficio. Molte erano ingiallite, anche se in origine erano di un bel colore carta da zucchero. Altre erano state sostituite da sedie di un blu più carico.
Quando fu il suo turno, Seb cercò di spiegare il suo problema all’impiegata.
«Avete combinato un grosso pasticcio» fu la risposta.
Questione di residenze, competenze, differenze, preminenze. Insomma, bisognava rifare tutta la procedura. Poi, miracolosamente, si sarebbe aggiustato tutto. Almeno questa era la speranza.

Intanto, per fortuna la casa c’era, anche se la pensione non poteva ancora arrivare. C’era la casa con le sue variopinte farfalle.
Ad un certo punto, accanto alle farfalle virtuali, quelle di carta incollate al muro, cominciarono ad arrivare anche delle farfalline notturne, o per lo meno tali sembravano. In realtà si trattava di tarme. Svolazzavano nella stanza da letto, quella col parquet, ancora senza mobili. Seb le inseguiva e tentava di schiacciarle, ma quelle schizzavano di qua e di là, percorrendo uno strano tracciato random a zigzag, velocissime e imprevedibili.Forse erano arrivate insieme ai vestiti della mamma; forse erano state attratte da quelle stoffe e si erano insediate in casa, dove sembrava che volessero mettere su famiglia. Lui doveva eliminarle, ma senza rendere la stanza invivibile per l’odore di un termicida.

«Ti sei tagliato i capelli?»
La faccia della mamma esprimeva disgusto , disappunto, disapprovazione.
«Stavo meglio prima?»
«Sì.»
«E certo che stavo meglio prima, con i capelli lunghi, ondulati, con qualche ciuffo ribelle: una testa da artista. Però i capelli devo pure tagliarli, ogni tanto.»
«Ma…»
«Tanto poi ricrescono, tra un paio di mesi.»

«Ma quanta robaccia! Certo, se qualcuno comprasse la pipì, saremmo ricchi. Qui c’è una vasta produzione.»
«Gra, gra, bichra, ahrarahrah…»

«Uè, qui si ronfa? È ora di mangiare.»
Lei aprì gli occhi e lo guardò insonnolita. In bocca non c’era traccia di denti.
La dentiera della mamma era assente. Seb la individuò per terra, sotto il letto, e andò a lavarla nel bagno, con il dentifricio, lo spazzolino e l’acqua calda.
Pochi minuti dopo era di ritorno.
«Ecco i denti.»
«Oh!»
«Ma che stupore!»
La mamma li inserì in bocca senza difficoltà. Seb le infilò il bavaglione, indispensabile per evitare innaffiamenti di letti o di tavoli.
«Adesso hai i denti. Hai visto che miracolo? Uno, un momento prima, è senza denti e un momento dopo ha in denti. Miracolo! E poi non crediamo ai miracoli.»
Lei rise e incominciò a tossicchiare, perché già aveva incominciato a bere il solito caffellatte dalla scodella.

Quando Seb si svegliò, l’ascensore si mise a rumoreggiare. Pareva una macchina che camminasse lì vicino, ma che ogni tanto, stranamente, si fermasse con un colpo. Poi il suono parve quello dell’improvvisa accelerata di un motore. Ebbe la sensazione che l’ascensore, improvvisamente, avesse deciso di andare in giro per la strada, liberandosi dalla gabbia di cemento in cui era stato incapsulato. La sua mente realizzò con difficoltà, nel lento e progressivo ricostruire la realtà che si sperimenta nel primo mattino, che quel rumore, anche se il timbro era identico a quello del veicolo casalingo, proveniva da una vera automobile, che faceva manovre fuori del palazzo. Si alzò e diede un’occhiata fuori. Il cielo, striato di grigio, si stava aprendo e il sole incominciava a splendere. La donna delle pulizie nettava i vetri nel terrazzino di fronte, nella casa dei ricchi. Era già anziana, gli pareva, a vederla così a distanza. Non era strano quell’insistere nel pulire l’unico appartamento abitato in quell’immenso condominio? Ma era poi veramente una donna? A quella distanza Seb avrebbe potuto farsi ingannare dalle apparenze. Forse non era una donna, ma un filippino. In realtà la figura era più bassa di quella della donna che vedeva di solito su quel terrazzino. Forse era un’anima del purgatorio, condannata per qualche migliaio di anni a tormentarsi con fatiche inutili, per compiacere la giustizia imperiosa di qualche onnipotente signore. Giù, in basso, il giardino inventato in un giorno, col parco giochi tragicamente vuoto, inutile in un mondo senza bambini, in cui gli unici bambini erano quelli degli islamici del quartiere San Siro, quelli che avevano messo in fuga i milanesi dalle case di via Ricciarelli, e persino di piazzale Brescia.
«Hanno occupato tutto. I negozianti italiani sono andati tutti via. Stanno sempre tra di loro; comprano solo nei loro negozi.»
«Si sono autoghettizzati.»
«No, ma preferiscono stare con la gente del loro paese.»
«Ora nessuno dà più mutui agli egiziani. I mutui sono calati.»
«Anche nel nostro palazzo, gli unici che non pagano il condominio sono gli egiziani.»
«Ma forse pagheranno.»
«Sì, ma quando? Intanto dobbiamo essere noi a pagare, anche la parte loro.»

«Ancora d’estate ti vesti?»
«Mamma, siamo in primavera, è la fine di maggio. Sta per venire l’estate.»
«Ahhhh!»
«Hai ragione, il cielo è grigio: sembra autunno. Ma io mi vesto d’estate perché fa caldo. Tu ti sei fermata a tanto tempo fa.»
Già, lei viveva ormai fuori dal tempo, libera dalle convenzioni, libera dalla percezione dello sviluppo temporale. E forse aveva ragione lei, quelli che possedevano la coscienza del tempo erano schiavi della dimensione umana, quella che lei era sul punto di superare, quasi già immersa in un eterno presente.
«Uccello» disse la mamma. «Dove?» Seb uccelli non ne vedeva proprio.
«Lì, lì, sul tetto.» Indicava qualcosa, ma dopo aver controllato tetti e case Seb capì che non si trattava di un uccello, ma dell’anima di due antenne, una struttura nera che aveva proprio la forma del corpo e della testa di un volatile.
«Non è un uccello: è un’antenna.» La mamma fece un paio di smorfie, poi ribadì: «No, uccello, uccello.» Dopo un po’ però osservò: «Non si muove.»
«Certo che non si muove, finché non cambiano l’antenna!»
«Ma no: è un uccello.»
Questo episodio si ripeté più volte. Alla fine Seb si scocciò. Aveva portato da Cagliari un binocolo. La visione non era perfetta, ma perlomeno con quello la mamma avrebbe visto l’antenna molto più in grande.
Lei provò il binocolo.
«Vedo solo le finestre!»
Seb provò a farglielo spostare, finché non fu posizionato in direzione del tetto.
Ingrandendo l’oggetto si intuiva che non poteva trattarsi di un animale vero. La mamma fece un’espressione delusa. «Brutto» disse. Si vedeva che c’era rimasta male.
«Era meglio prima?» Chiese Seb.

Seb andò al market di via Soderini. Percorse tutto il primo pezzo di Legioni Romane ed entrò in viale San Gimignano. Faceva ancora fresco, il fresco di una bella mattina primaverile. Seb comprese cosa l’aveva affascinato in quel quartiere: giardini profumati, uccelli che cantavano indisturbati, una pace immensa. Cose forse banali, ma che creavano l’immagine di una succursale del paradiso. Era quella la terra promessa?
Il market poi era migliore di tanti altri della stessa catena. Sembrava veramente fornito. Ci si girava bene, perché a quell’ora c’era poca gente. Reparto frutta, poi il bancone della verdura, là dietro. Più avanti quello della verdura biologica e di quella già preparata dentro scatoline di plastica. Il pane, i salumi affettati freschi, quelli preparati dai produttori, il latte, lo yogurt, i tortellini, le carni, il pesce, i vini e i liquori, il tè e il caffè, le fette biscottate, i grissini, i biscotti, quelli quasi sempre immangiabili per la concentrazione di additivi chimici e conservanti, le caramelle, i cioccolati, i prodotti per l’igiene personale, quelli per la pulizia della casa, le bevande, i prodotti kosher, le patatine, le acque minerali, i surgelati, i libri che stavano lì da chissà quanto tempo, ma che nessuno acquistava, giù giù fino alle casse, dove c’era ancora la possibilità di comprare piccole confezioni di dolciumi, chewing gum, cianfrusaglie di vario genere. Tutto insieme, tutto di seguito, un susseguirsi di oggetti da togliere il fiato, se li si voleva nominare tutti.
Tornato in San Gimignano, riprese la strada verso casa, affaticato dal peso di due buste della spesa.
Una ragazza da una finestra parlava con voce chiara. Seb udì distintamente la parola Israele e la frase “siamo venuti a Milano”. Seb camminava un po’ curvo, nella gloriosa lucentezza del giorno, con la sua giacca non riadattata, dalle maniche troppo lunghe. Gli pareva di avere uno zuccotto sulla testa e di andare a una cerimonia ebraica. Già, era lo shabbat. In via Montecuccoli, davanti al tempio di rito sefardita persiano, stazionava una camionetta dell’esercito, a protezione del sito, come era previsto per tutti gli obiettivi sensibili. Terrorismo. Medio Oriente. Era Milano la terra promessa?
Forse era ebreo senza saperlo; forse lo era stato in un’altra vita.
Salì a casa e azionò per la prima volta la nuova lavatrice.
Un altro giorno, ancora un altro giorno di vita.

E poi era di nuovo mattina.
«Ti pulisco?»
«Ci, ci» disse la vecchiettina.
Seb aveva bevuto il suo tè verde e bianco alla menta e, dato che era un po’ troppo forte di sapore, ci aveva aggiunto anche il latte rimasto, che non era stato usato per il caffellatte della mamma. Così era bevibile, pensava.
Si mise anche un po’ di profumo, perché non si sa mai. Era fortunato a non emanare un odore troppo intenso. Non come suo figlio che, se non si lavava, puzzava quanto un drago di Komodo.

Aveva bevuto una birra alla fragola, nel pomeriggio. Era una serie di birre che aveva comprato suo figlio. Lui collezionava le bottiglie, ma le birre non le beveva. Non gli piacevano le birre aromatiche, alla frutta. Si usavano tanto a Berlino, qualche anno prima. Ma lui non le aveva assaggiate. Beveva una buona birra locale, ai pasti. Era un po’ forte, ma faceva mandar giù il cibo berlinese. Era la birra giusta con il maiale, ma andava bene anche col gulasch, con tutte le pietanze di carne. Dovunque andasse, mangiava il cibo del paese: era quello che sapevano fare meglio, diceva. Ma il piatto che gli era piaciuto di più era il cinghiale alla salsa di mirtilli, mangiato a Praga, con una buona birra rossa, dolce e poco alcolica, in un ristorante in Legerova.

Una grossa attrezzatura, quasi simile a un camion, scivola nel viale, sulla carreggiata di destra. Ha grossi fari gialli lampeggianti sul tetto e un braccio che si solleva e pulisce anche a distanza, arriva persino sui marciapiedi. Avanza lentamente, e qualche volta torna indietro di qualche metro. Si vede un uomo con un giubbotto catarifrangente, che indirizza un getto d’acqua sull’asfalto, anche sotto le automobili parcheggiate. Sulla strada le auto rallentano, superano il mezzo pesante, che si sposta lentamente.
Un grosso gatto nero, di pomeriggio, in cortile, con due grossi occhi gialli, che sembrano fari.
I tuoi occhi sono fari abbaglianti… Così cantava Mal dei Primitives, col suo italiano incerto, negli anni Sessanta.
Non ha paura, volta semplicemente il muso, se lo si chiama. Sembra un gatto pacifico, contrariamente a quanto si dice di quelli della sua razza. È difficile essere neri, anche se si nasce gatti. Preconcetti, racconti: il gatto nero, il cuore rivelatore, il barilozzo di amontillado.
Tranquillo, in pace con il mondo, non sembra affatto il gatto delle streghe.

Avevano bevuto insieme la birra alla fragola: era una bottiglia piccola.
«Tu non fai niente per me. Sei venuto per stare al computer tutta la sera a fare le cose per te.»
«Ma se ti ho aiutato a bere la birra alla fragola! E poi guarda che il mio compito nella vita non è quello di fare qualcosa per te. Io ho la mia attività. Devo dedicarci un po’ di tempo, ogni giorno. Anche quello può essere un investimento.»
Lei sorrideva tristemente: non credeva proprio nella letteratura. «Meno male che dovevamo fare la mia ricerca…»
«Sì, potremmo fare anche quella.»
«Ma quando?»
«Lasciami organizzare, almeno.»
Non si poteva lasciare sola la vecchia signora.
«Bisogna trovare qualcuno, per qualche giorno».
«Sì, ma ci vogliono soldi.»
«Li avremo i soldi.»
«Tieni conto che a me danno millecento euro.»
«Ma non sarà sempre così: arriverà anche la sua pensione.»
«Chissà quando.»

Gli occhiali erano pronti e costavano meno del previsto. «Andiamo a prendere una brioche?»
Il locale era proprio lì vicino. Caffè e brioche. Il caffè era denso e molto amaro, un ottimo caffè. Ci volevano due bustine di zucchero per addolcirlo. «Andiamo a fare un giro?»
«Sembra di essere a Londra, con questo tempo.» L’aria era frizzante, in piazza del Duomo. La fila per salire sulla terrazza cominciava a diventare consistente. Gente di tutto il mondo in galleria.
«Ci sono più turisti quest’anno, mi pare.»
C’è aria di festa. Anche gli artisti di strada hanno una certa classe. Un uomo di colore, completamente avviluppato in una felpa grigia col cappuccio, suona il sax basso. Non è uno dei soliti suonatori improvvisati, si sente che sa suonare. Sonorità jazz che guizzano improvvise da quella massa grigia e dallo strumento dorato.
In piazza San Babila hanno eretto due statue thailandesi o birmane, non si sa. Qualcuno sta montando una cabina telefonica rossa, come quelle che si vedono a Londra. Dappertutto appaiono scritte e bandiere dell’Expo.
«E dire che qualcuno voleva chiudere l?Expo. E poi perché? Perché qualcuno poteva guadagnarci? Per gli imbrogli, per la mafia? Sarebbe un po’ come eliminare il miele perché esistono le mosche, o chiudere al pubblico i marciapiedi perché qualcuno li sporca con le cicche. E cosa diremmo adesso ai partner internazionali, che abbiamo scherzato?»
«Sembra di essere a Londra.»
«Come sarebbe bello!»
«E intanto sei a Milano, cerca di accontentarti.»
Lei sorride. Si vede che è contenta di essere a Milano, sempre meglio che stare in una cittaducola di provincia.
«L’avevo sognato per tanti anni, fin da quando ero piccola.»
«Allora approfittiamone. Veniamo più spesso in centro:»
«Andiamo dall’altra parte, a vedere le vetrine!»
In qualche vetrina ci sono anche i prezzi, ma non si vedono a distanza, nemmeno con gli occhiali.
«Ci vorrebbero gli altri occhiali, quelli per lontano.»
«Voglio essere sepolta a Milano. Non voglio che ci sia scritto dove sono nata, quando muoio.»
«Scriveremo Terra, o Mondo – Earth o World, ti va bene?»
Nata nel mondo, nata nel mondo e morta a Milano.
Una specie d’amore.
«Mi sa che arriviamo in via Torino, a prendere un Krantz. È da tanti anni che non ne mangio.»
Ormai ha recuperato un po’ dell’antico entusiasmo.

La mamma, invece, a casa, sembra sempre più persa nel nulla. Abbandonata sul guanciale, gli occhi nebbiosi, il viso tirato, inespressivo, la bocca semiaperta.
«Su, esci dal coma.»
Ci vuole un po’ per scuotersi, per riprendere un briciolo di vitalità.
Riesce a farle mangiare un po’ di mortadella di pollo e di prosciutto cotto, con qualche pezzetto di sottiletta e un paio di bocconcini di pane tenero, al latte. Tutto sembra andar bene. Lei mangia coscienziosamente. Ma quando passa alla frutta, rischia di affogarsi con un pezzo di banana e con la pesca. Qualcosa viene indirizzato alla trachea, e lì si spalma, si deposita. Tossisce, diventa rossa.
«Ma come, io cerco di darti cibi molli e tu ti affoghi. Mangi meglio quelli solidi!»
Oggi non è proprio la giornata giusta.
Giù, in giardino, le rose cominciano ad appassire.
Tutti amiamo i fiori, li osserviamo nel loro sbocciare, o nella pienezza del loro fulgore. Ma dai fiori appassiti distogliamo lo sguardo. Eppure il mondo è fatto anche di fiori secchi, di frutta raggrinzita, di oggetti guasti, di forme che si dissolvono.

«Mi piacerebbe un giorno vedere che te ne sei andata in giro e scoprire così che era tutto uno scherzo.»
«Ma io un giorno me ne andrò in giro.»
«Se non puoi camminare!»
«Ma io cammino, se voglio.»
Si fa seria.
«Perché non posso fare tutto come prima?»
«Non lo so. Ma forse se ti eserciti… Se vuoi stare sempre a letto, certo poi non riesci più a camminare.»
«E pensare che ero tanto vispa!»
«Come?»
«Vispa.»
«Ma poi ti sei accorta che non ti chiamavi Teresa e non potevi essere vispa, perché la vispa Teresa la conoscono tutti, la vispa Giovanna non l’ha mai vista nessuno!»
«Che cos’è quello?»
«Cioccolato.»
«Me ne dai un pezzetto?»
«Sì, però scioglilo in bocca.»

«O tossisci o mangi, deciditi.»
Se la mamma tossisce sulla minestra schizzi di brodo finiscono da tutte le parti. La pastina si diffonde nella stanza, si spande sul tavolo e sul pavimento. È un vero disastro, l’esito di un minitornado.
«La pasta è troppo dura, non mi piace.»
«Sì, mamma, è consistente. Dovrebbe cuocere in sette minuti (cinque minuti al dente), e l’ho lasciata cuocere per otto minuti. Ma è troppo buona. Una pasta di pura semola. Una pasta con la marca del supermercato dovrebbe essere meno buona, invece, questa è di qualità, purtroppo.»
Si sa che la qualità non è per tutti. Va bene per i normodotati, ma non per i vecchietti con la dentiera e reduci da ictus.
«La prossima volta la compro più piccola, la pasta per brodo.»
Appena le labbra toccavano un qualche liquido, la mamma incominciava a tossire.
«E che!» diceva Seb «non hai bevuto niente. Tossisci in maniera preventiva?»
La mamma si mise a ridere. In realtà la sua tosse sembrava un riflesso condizionato.
Seb mise l’indice diritto sul naso, perché tacesse, così da non stimolare altri pericolosi ingorghi di saliva tra esofago e trachea. Chissà perché poi li avevano fatti così vicini? C’erano evidenti errori di progettazione. Bisognava protestare vibratamente con il Creatore.
Il problema è che anche quando beve il caffellatte la mamma incomincia a tossire. Evidentemente ha ancora problemi alla deglutizione.
«Hai la tossicchia da latte» dice Seb.

«Uh, ma hai una faccia da vampiro.»
«Ho una faccia brutta?»
«Hai le occhiaie scure,come i vampiri, come Nosferatu.»
«Nos?»
«Nosferatu, il vampiro, quello di Dreyer, ma era poi Dreyer?»
«Cosa fai da mangiare?»
«Sanguinaccio.»
«Sanguinaccio?»
«E certo, cosa posso dare a un vampiro?»
«Ma è sostanzioso!»
«Certo che è sostanzioso. I vampiri mica sono scemi!»
«Non so cosa farti mangiare, nemmeno il latte, perché ti viene la tossicchia da latte.»
«E che cosa allora?»
«Ah, posso farti le zucchine.»
«Sì, sì, le zucchine.»
Prese una zucchina una patata mezza cipolla e le tagliò, mise un po’ d’olio in padella e un po’ d’acqua, versò le verdure, aggiunse erba cipollina, origano e un pezzetto d’aglio, accese il fuoco, prima più forte, poi più lento.
«Adesso lasciamo cuocere.»

«Uh le tazzine di nonna!»
Era la decima volta che lo diceva. Pareva che le riscoprisse per la prima volta.
«Ma, non te le ricordavi?»
«Sì, sì»; ma il piacere del riconoscimento era sempre rinnovato. Le pareva incredibile trovare quegli oggetti in questa casa nuova, a Milano e la sua meraviglia si rinnovava continuamente.

«Dio, cos’hai combinato!»
«Sono tutta bagnata!»
Stava per frignare, con la voce contrita, come i bambini che abbiano combinato qualche pasticcetto e non sappiano come risolvere la situazione
«Se ti togli le mutande per non bagnarle, per forza poi bagni il letto. Quelle non sono mutande, sono pannoloni: servono per raccogliere la pipì e non farla finire sul letto. E adesso cosa faccio?»
Invece sapeva bene cosa fare. Solo che era un’impresa spiacevole. Bisognava togliere tutto, lavare il rivestimento ipertecnologico del materasso antiecceteraeccetera, rimettere le lenzuola. Nello stesso tempo, lavare la mamma, rivestirla, sperando che stavolta il pannolone se lo tenesse. Quanto lavoro per una stupidaggine, per un errore di valutazione di una vecchiettina che si ostinava a comportarsi come ci si comporta di solito. Quando viene voglia di fare la pipì, per prima cosa si abbassano le mutande, o no?

Si vede che è primavera. L’uomo delle onoranze funebri indossa una polo gialla, di un bel giallo carico, tendente all’arancione, il colore dei fiori e loro, che si occupano di morti, di fiori se ne intendono. L’agenzia è proprio sulla strada che Seb percorre tutti i giorni per andare in via D. dal viale Legioni Romane. Lo aveva visto sempre seduto alla sua scrivania di legno, tutti i giorni, anche festivi, perché la morte non va mai in vacanza, e le agenzie sono un servizio pubblico essenziale, che non può chiudere. Era un omino un po’ grosso, sempre vestito di grigio. Ogni tanto guardava fuori, i passanti, e sembrava di ottimo umore, perché la gente che passava era sempre più anziana, qualcuno decrepito. Prima o poi sarebbero diventati suoi clienti. Sembrava incredibile, ma passavano tutti di lì. Vecchie signore che si fermavano a chiacchierare, mentre le badanti orientali le controllavano da presso, per evitare che cadessero, colte da un eccesso di confidenza nelle proprie forze. Il vecchino decrepito, col suo accompagnatore indiano, che camminava con estrema difficoltà, aiutandosi pure con un bastone. L’accompagnatore preoccupato e paziente gli sta appiccicato. Non può rischiare che cada. Tutto così con i vecchi. Tutti gli altri ne sono responsabili.

L’aria è calda, decisamente calda
«Sembra di essere in vacanza dice Seb
«In vacanza, ripete la mamma
«Sotto l’ombrellone, ti ricordi? C’era lo stesso caldo.
In realtà pareva veramente a Seb di essere in vacanza, al mare, d’estate.

«Il tetto bianco! E tutti gli altri rossi! Uh… Le macchine.»
«Le macchine?»
«Sì: vanno e vengono.»
Seb pensò che la vecchia mamma avesse le traveggole; chissà dove le vedeva, le macchine. Diede un’occhiata anche lui; ma certamente non c’erano macchine nei cortili e nemmeno negli altri spazi visibili. Poi guardò là dove lei indicava col dito e, improvvisamente, le vide. In un piccolo varco tra due palazzi appariva una fetta di strada, e lì effettivamente si intravedeva un viavai di auto, pullman, bus, motorette. Come faceva la mamma a vedere a così grande distanza?
«Sei un’aquilotta» disse
Lei rise, con quel suo risolino da bambina. Ci vedeva bene, eccome!
Poi un giorno guardò all’insù. Là, diceva, là!»
Ah sì, l’uccello-antenna» disse Seb.
No, là, là.»
Seb si avvicinò alla finestra e vide che qualcosa c’era veramente. Sul tetto della casa a fianco si muovevano le gambe di un uomo. Doveva essere uno degli operai incaricati di adeguare i passaggi sul tetto alle norme. Ormai c’era sempre qualcosa da adeguare. Lavori, lavori, lavori, cioè spese, spese, spese. E poi, tanto, qualcuno finiva sempre per morire o storpiarsi. «Puoi fare tutte le leggi che vuoi» diceva Seb, «ma lavorare continua ad essere pericoloso. Vivere è pericoloso. La morte è sempre là, dietro l’angolo, e quando ha voglia di giocare, zac, tira fuori la falce. La nostra vita è una scommessa, la sfida di ogni attimo, ma si sa benissimo che il gioco non potrà durare in eterno.»

Guardava la televisione nell’altra casa, quando gli capitava di trovarsi lì. Ogni tanto portava anche qui lo schermo dall’altra stanza, dove serviva per il pc. Doveva attaccare tutte le volte la presa d’antenna. Meno male che ormai i televisori pesavano poco. Non sarebbe stato possibile portate l’oggetto da una stanza all’altra con i televisori di una volta, che parevano di pietra.
Il mondo irrompeva con le sue notizie, la politica, la cronaca, l’economia, le guerre.
Però qualcosa era cambiato, nella sua percezione della realtà.
Vivendo esternamente al flusso d’informazione, cominciava a prendere le distanze da quelle notizie. Le scopriva sempre più lontane e inadeguate. Il mondo non era quello che veniva rappresentato dalla tv. Gli pareva di esser vissuto fino a quel momento come immerso in una grande menzogna. Valanghe di comunicazioni, informazioni, fatti, tutti riveduti, corretti, interpretati, travisati. Aveva la sensazione di qualcosa o qualcuno che manovrasse quell’insieme di conoscenze, che selezionasse la realtà. Lui ora era fuori, era solo, il potere non riusciva più a penetrarlo, a violentare la sua mente a suscitare stupori e orgasmi. Stava per diventare un essere libero, in progressivo avvicinamento al nocciolo, a quell’inattingibile verità che era l’utopia dei filosofi.

«Lei mi deve 630 euro.»
Seb si aspettava 500 euro, o magari anche qualcosa di meno.
«Piuttosto, come ve li pago?»
«In contanti o, se non li ha con assegno.»
Seb non aveva un libretto di assegni, per il conto cointestato con la madre.
«Dovrei andare in banca, qui vicino.»
«Ha la macchina?»
«No, ma è proprio qui nella piazza.»
«Allora vengo con lei.»
Fecero i cento metri che li separavano dalla piazza.
«Ha lasciato la casa aperta» disse l’installatore.
«Sì, disse Seb, ma non succede niente. È vero che sono pazzi in quella casa, ma non rubano niente.»
«È quella?» disse l’uomo indicando la banca.
«Sì.»
«Io l’aspetto fuori» fece.
Seb entrò in banca, nel locale in cui c’erano le postazioni di prelievo. Sperò che tutto funzionasse. Non aveva ancora prelevato niente dal conto. Aveva controllato ed era sicuro che il prelievo fosse coperto. Inserì la carta e aspettò. La macchina continuava a lampeggiare, ma non succedeva niente. Dopo un po’ tolse la tessera e la rimise, spingendola più a fondo. Questa volta la macchina la ingoiò e si mise a leggerla. Scelse l’opzione di prelievo. Pensava che la macchina avrebbe chiesto su quale conto voleva effettuare il prelievo, sul suo vecchio conto o su quello nuovo cointestato, invece la procedura andò avanti in automatico. C’erano varie somme, da scegliere. Lui voleva prelevare 400 euro, ma era l’unica opzione mancante. Decise di accontentarsi di 350, anche se capiva che sarebbe rimasto senza un soldo. Ritirare la carta, ritirare i soldi, tutto entro trenta secondi. I tempi, rispettare i tempi. Arrivarono anche cento euro in banconote da venti: le contò, per essere sicuro che i soldi ci fossero tutti. Poi uscì.
L’uomo aspettava. Lui contò i soldi, banconota per banconota. L’uomo fece lo stesso.
«Va bene» disse, adesso io la saluto.»
Seb pensava che sarebbe tornato nel palazzo, dove aveva posteggiato la macchina insieme al collega o assistente che fosse. Invece andò via direttamente. La metropolitana stava lì sotto.
Tornato a casa, Seb si accorse di non avere le chiavi. Si era fatto tardi e la portinaia aveva chiuso il portone d’ingresso. Non trovava nemmeno il telefonino, ma alla fine lo individuò in una delle tasche.
«Sono chiuso fuori» disse alla moglie «e ho lasciato la mamma nell’altro letto, quello senza spondine.»
«Ma non ce la faccio a venire in fretta.»
«Non ha importanza, allora aspetto che arrivi qualcuno che apra.»
Il tempo era buono, ma non troppo caldo. In giardino gli uccelli cantavano; c’era un vento che gli spostava continuamente i capelli. Poteva aspettare.

«O-ie-o a-e.»
«Eh?»
«To vi-endo ale.»
«Cosa?»
Lei si sforzò di articolare: «Sto vivendo male.»
«oio ua-mi a are.»
Voleva dire «Voglio buttarmi a mare. »
«Per fortuna che qui non c’è il mare. Certo bisognerebbe chiedersi se sia meglio vivere così o stare al cimitero. Ma non c’è niente da fare. Prima o poi succede a tutti. A te è venuto un ictus; ma anche se si è molto vecchi, poi non si riesce più a camminare. Ci si asciuga, non ci sono più i muscoli.»
Lei guardò le sue gambe scheletriche, toccò con la mano sinistra la pelle che si afflosciava e ricopriva uno stretto fascio di tendini che in qualche modo consentivano alle sue articolazioni di muoversi
«Io so stare solo a a-be a-aia – a gambe all’aria» precisò con voce più decisa e aggressiva.
«E per lo meno fai ginnastica!»

«Tutta bagnata! Uhi!»
«Oh, il solito disastro. Lo vuoi capire che non ti devi togliere le mutande. Se te le togli poi bagni il letto.»
Lei annuiva, ma il giorno dopo avrebbe rifatto il pastrocchio.
«Cosa non si deve fare al mattino quando ci si sveglia?»
«Ogliee e muand»
«Sì, togliere le mutande, perché poi la pipì esce e ci si bagna.»
«Sì, sì.»
«E adesso, in bagno. Si fa il bagno nella doccia.»

«Le persiane!»
«Non sono persiane, sono serrande… tapparelle.»
«Abbassa, abbassa tutto.»
Seb abbassò la serranda, ma c’era sempre qualche spiraglio, tra una doga e l’altra. Anche Seb vedeva che filtravano le luci dei fanali e delle case di fronte.
«Vieni, vedo le case.»
«E con questo?»
«Poi entrano, ho paura.»
«E che succede, ti rapiscono?»
«Non so, ho paura.»
Lui abbassò la tapparella fino a che fosse chiusa ogni fessura e andò nella sua stanza.
«Vieni, vieni subito!»
«Che c’è?»
«Abbassa, abbassa tutto, ho paura.»
«Ho abbassato tutto.»
«No, vedo le case.»
«Non puoi vederle.»
Certamente, pensò Seb, ricordava di aver visto prima qualche luce dalle fessure.
Così dovette sollevarla, per farle vedere la finestra al di là della spalliera del letto, troppo alta, anche dalla parte dei piedi, e constatare di persona che adesso non c’era la più piccola fessura e che le case di fronte, con le loro luci lontane, non si vedevano proprio. Solo allora la mamma si tranquillizzò.

Si stese sul letto e gli parve che al di sotto qualcosa si agitasse. Era come un sordo ribollire. Pensò a qualche lontano sommovimento della crosta terrestre, alla percezione di un terremoto, o forse era solo il treno del metrò che passava a poche decine di metri dal palazzo. La giornata era grigia e da qualche parte, là fuori, tuonava. Spostamenti d’aria color piombo, una luce di metallo che feriva lo sguardo, insufficiente per leggere come per lavorare. Tutto si muoveva e tutto nello stesso tempo restava immobile. Automobili lucidate dalla pioggia che scorrono, scorrono, scivolano sulla striscia d’asfalto, gocce di colore che risaltano su una sinfonia di grigi, duri o sfumati, tetri o luminosi, su ogni spazio rivestito di grigio.

La mattina lei camminò abbastanza bene, tenuta sempre sotto le ascelle, si liberò degli escrementi che non riusciva a espellere da giorni. Però dopo era esausta. A pranzo non volle mangiare. Diceva di non sentirsi bene. Non c’era che lasciarla riposare. Però bevve un po’ di succo sudtirolese, quello di mela e mandarino, che le piaceva tanto.
A cena si era ripresa e accettò di mangiare. Avocado, pomodorini e formaggio spalmabile alle erbe, con qualche pezzetto di pane al latte. Tutto andò bene fino a un certo punto. Poi incominciò a tossire. Si tolse le due parti della dentiera, prima quella inferiore, poi quella superiore, e incominciò la solita lotta per espellere le sostanze estranee che cercavano di penetrare nella trachea.
Non c’è nulla da fare, pensò Seb, non riesce a inghiottire bene.
Lei metteva il foglietto di carta da cucina davanti alla bocca ed espelleva saliva e pezzetti di cibo.
«Cos’è che non riesci a ingoiare?»
«Non ne so.»
«Che brutta malattia» disse Seb
«Non c’è gusto a mangiare» disse lei, quando si calmò. «Non ne voglio più.»
Questa era la conclusione logica del tentativo di cenare. Si trattasse di latte o formaggio, di acqua o di pane.
«È la paralisi» disse Seb, «non riesci a inghiottire bene.»
«Non inghiotto» riconobbe la mamma.
«Speriamo che non debbano intubarti» disse lui.
Lei era affaticata. «Che avventura!» diceva.

«E gli altri dove sono?»
«Quali altri?»
«Gli altri.»
«Sono in via D., spiegò Seb., pensando si trattasse della moglie e del figlio.»
«La mamma» disse invece la vecchia signora.
«La mamma sei tu» disse Seb.
«No, la mamma e il papà.»
«Chi?»
«La mia mamma! Li puoi chiamare?»
Seb provò un brivido. Cos’aveva visto sua madre nell’ombra del corridoio, in quella semioscurità che attraeva i suoi sguardi inquieti?
«Non ci sono» disse Seb, ostentando una tranquillità che non era nel suo spirito. «Io ancora non parlo con i morti.»
«I morti?»
«Sono morti da un bel pezzo, lo sai, e adesso ci siamo solo io, la Nora. e Rino. Ma perché: tu vedi i morti?»
«Sì.»
«Davvero?»
«No. Non capisco più niente.»
Che la mamma avesse sognato di essere ancora bambina e di vivere con i genitori? Seb rimase comunque turbato. Pensava che forse, arrivati a un passo dalla morte, si cominciava a perdere contatto con questa realtà e a riaccostarsi a una condizione atemporale, in cui persone e ruoli rimanessero eternamente stabili, al di là di ogni nostra credenza o valutazione razionale. Forse i vecchi cominciano a inoltrarsi nelle dimensioni dell’impossibile.

Una mattina, dopo la pulizia obbligata delle deiezioni familiari e i conati di vomito della mamma, dopo il rifiuto del cibo, dopo la nottta trascorsa quasi in bianco, Seb fu risvegliato da un rumore inusuale. Qualcosa era successo per la strada. Incominciarono a cantare le sirene, che si fermavano all’altezza del palazzo, almeno così pareva dal suono, che s’interrompeva in maniera subitanea.
Si fece la barba, si lavò i denti e si vestì. Sarebbe sceso per portare la carta e il vetro, ma in realtà per vedere cos’era successo. Dalla finestra si vedeva l’inizio delle segnalazioni d’interruzione del traffico sulla carreggiata prospiciente il palazzo.
Desiderava che fosse successo veramente qualcosa.
Come altre volte sentiva insinuarsi in lui un segreto desiderio di morte. Vedere la morte, la distruzione, lo spettacolo terribile ed esaltante dei corpi spezzati, del sangue colato sulle pietre o sull’asfalto. Magari il fumo degli incendi, le esplosioni improvvise, il fragoroso impeto della violenza. Vedere l’orrore della morte dall’esterno, come spettatore, aveva qualcosa di esaltante.
Violenza come spettacolo. Stare alla finestra in attesa, sperando che quello che si vede non possa mai coinvolgerci direttamente.
In ascensore incontrò il proprietario dell’appartamento del quinto piano.
«C’è stato un incidente questa mattina» disse l’uomo.
«Sì ho sentito anch’io il chiasso, quando mi sono svegliato.»
Scesero in giardino e uscirono dal cancelletto sulla strada.
«Devono aver investito qualcuno sulle strisce, stanno facendo ancora i rilevamenti.»
Indicò un cerchio, con una crocetta, proprio dentro le strisce. «Buona giornata.» Poi proseguì, mentre Seb svoltava a sinistra.

Seb prese il libro di Grossman che aveva preso in prestito e andò in bagno.
Se un libro fa cagare, pensava, è il più indicato per certe operazioni.
Solo che il libro era anche troppo bello, tanto da dare fastidio. Infatti Seb riaprì le pagine e si ritrasse inorridito da quel profluvio di parole.
Quel pazzo di Yair che non nasconde di essere anche un po’ VIP, di essere amico e sodale di personaggi famosi, di aver raccolto le confidenze di Nabokov, di… di… , che cita Kierkegaard, tanto per dimostrare di essere un perfetto intellettuale (I perfetti intellettuali devono citare i filosofi, non si accontentano di scrittorucoli qualsiasi). Uno così si può permettere di essere trasgressivo e anche un po’ animalesco nei comportamenti, può correre nudo nella notte e annusarsi le ascelle, ad esempio. Questo essere VIP Seb non glielo perdonava proprio, né gli perdonava le manifestazioni di animalità del personaggio, contrastanti e fuori luogo nel diffuso lirismo del discorso.

Seb si sentiva angosciato. Aveva il forte e costante desiderio di ritrovare le persone che aveva conosciuto un tempo, ma non era riuscito che a individuarne qualcuna. Avrebbe voluto avere notizie di Donatella, di Maria Teresa, di Bonaria, di quelle ragazze che aveva conosciuto, con cui aveva studiato o con cui era uscito. Avrebbe voluto non tanto rivederle, per evitare la deprimente delusione che segue il constatare i danni irreparabili compiuti dal tempo, quanto sapere che ne era stato della loro vita, se avevano trovato la felicità o almeno un qualche succedaneo, se si erano formate una famiglia, se qualcosa del loro spirito e della loro bellezza era stata trasmessa al futuro tramite i loro figli. Purtroppo non vi era nessuna possibilità di reperire informazioni. Aveva paura di chiedere ai pochi amici comuni e la rete non conservava traccia di tutte quelle persone, vissute in un periodo preinformatico. Nulla su Google, nulla su Facebook, nulla negli sconfinati meandri del web. Pareva che tutti quei volti fossero passati attraverso il tempo senza lasciare impronte. Probabilmente le uniche notizie si sarebbero potute trovare negli archivi dei comuni o in quelli di qualche ministero, tutti luoghi cui Seb non aveva libero accesso.
La gente scompare. Sembra che gli uomini amino dissolversi nel nulla, cadere nella polvere come le foglie autunnali.
Voleva premere il telecomando dell’aria condizionata, far smettere il fruscio, fermare l’aria che lo split sparava verso la parte opposta della stanza, ma si accorse di avere in mano il telefonino e di premere col dito sul pulsante di quell’aggeggio. Il telecomando del condizionatore rimaneva invece invisibile, appoggiato da qualche parte in casa.
Scompaiono anche le cose.

«Uh… Uh… Tirami su.»
Era successo un disastro. La mamma era finita per terra con le gambe in avanti e il sedere sul pavimento. Forse aveva tentato di alzarsi dalla sedia per raggiungere il letto, l’agognato letto. Fatto sta che ora stava lì, terrorizzata, e che non riusciva nemmeno a muoversi. Seb la prese tenendola per le ascelle, e riuscì a coricarla sul letto. Controllò le articolazioni. Fratture non se ne vedevano.
«Ti fa male qua?»
«No.»
«e qua?»
«No.»
«Nulla di grave, allora.»
Pensava che al massimo sarebbe rimasta un’ecchimosi. Per cui, si poteva stare tranquilli.
La situazione però si fece più difficile qualche ora dopo. Sembrava che la mamma avesse perso completamente l’uso della parola. «Ah…» diceva, «Ahhh.» Era l’unica lettera-parola che pronunciava. Una lettera che rappresentava tutte le parole del lessico, che esprimeva tutti i contenuti di una conversazione.
Che fare? Chiamare il 118? La guardia medica? Il medico di famiglia era in ferie. Bisognava andare dalla sostituta? Ma l’avrebbe fatta ricoverare immediatamente per accertamenti. Forse c’era stato un nuovo ictus. Seb si consultò con sua moglie. Poi decise di non chiamare nessuno. Dato che la mamma riposava, l’avrebbe lasciata dormire. Sarebbe andato nell’altra casa e poi, insieme alla moglie, sarebbe tornato per vedere come stava.
Neanche un’ora dopo, Seb e Nora tornarono e aprirono la porta. Non sapevano che cosa avrebbero trovato. Invece la vecchia signora sorrise e si mise a chiacchierare, come se non fosse successo niente. Era contenta di vedere gente, finalmente.

Seb voleva uscire, per andare nell’altra casa e collegarsi a internet col pc.
«Stai attento.»
«A cosa?»
«Stai attento a questi.»
La vecchietta faceva strane smorfie col viso, come se facesse riferimento a qualcuno che fosse presente lì vicino, ma non volesse farsi sentire.
«Questi? Ma qui non c’è nessuno.»
«A questi, vogliono portarti alla manifestazione.»
«Ma io non vado alle manifestazioni.»
«Ma vogliono portare anche me. Stai attento!»
Seb ebbe un momento di panico. La mamma vedeva qualcosa o ricordava fatti più antichi?
Era una premonizione la sua? Poiché in realtà lui aveva attraversato gli anni della contestazione senza un graffio, quello che la madre prevedeva avrebbe potuto verificarsi in un futuro? Pensò alle idi di marzo, alle nefaste profezie della storia, ai fenomeni di preveggenza che lui stesso credeva di aver sperimentato. Le sue difese contro l’irrazionale stavano per cedere.

«Io non vado con piacere in quella casa, lo sai.»
«Ma era la più bella!»
«Ma per carità, con quelle scale, all’ingresso, così ripide, e quelle farfalle, poi…»
«A me le farfalle divertono.»
«Io non l’ho presa con entusiasmo, l’ho presa contro voglia: c’è qualcosa di oscuro in quella casa.»
«Ma se è così chiara e luminosa.»
«L’oscurità può nascere anche nel più assoluto chiarore.»
A Seb la casa piaceva, era inutile nasconderlo.
«Se poi penso che in quella casa lei è destinata a morire, è una casa acquistata per lasciarci morire un persona.»

Nottata movimentata:
Ore 3e ½:

«Uhi, Uhi, Seb, vieni!»
La mamma era distesa in diagonale, come le avveniva spesso, per effetto della sua emiparesi.
«La testa… Olleami la testa!»
La testa doveva essere sollevata, così da tornare sul cuscino, e doveva essere raddrizzata la figura, anche se non era facile, perché ora la signora era rigida e spostarla era un po’ come spostare una statua. Seb cercò di fare entrambe le cose, poi si ricoricò.

Ore 4 circa:

«Uhi, uhi, uhi!»
«Che c’è?»
«Acqua, ho la occa secca.»
Seb riempì un bicchiere di plastica a metà, dopo aver fatto scorrere l’acqua.

(Ore 5 circa: Tinello-letto. Seb e la Mamma)

«Uhi, uhi, uhi, uhi!»
«Che succede, sono…» Guardò l’orologio. «Sono le cinque. Allora, che c’è?»
«Iente!»
«Come niente? E mi svegli a quest’ora?»
Fuori il cielo cominciava a schiarire. L’oscurità lasciava il posto a vari toni di grigio.
«E-e are an-a ah uintino ella.»
«Come?»
«Quintino Sella.»
Queste parole furono pronunciate con impegno, chiaramente.
«Quintino Sella?» Seb era esterrefatto
«Sì, Quintino Sella ava ae al mae aa e-e»
«Perché mi parli di Quintino Sella?»
«E che ne so io?»
«Come, se mi svegli per parlare di Quintino Sella?»
«Chi è Quintino Sella?»
«Dovrei chiederlo io a te: sei tu che me ne stai parlando»
«Sì Uiontino Ella aa ae a ae.»
«Non si capisce niente.»
«Ho la occa egaa.»
«Eh?»
«Le-ga-ta.»
»Sì, la bocca legata, ho capito, ma che c’entra questo con la storia d’Italia dell’Ottocento?»
«E cosa ne so io?»
Quali strane conoscenze acquisiva la mamma nel sonno? Chissà quanti segreti e misteri della storia avrebbe potuto raccontare, se solo avesse potuto parlare chiaramente? Roba che Umberto Eco sarebbe andato a nascondersi, dopo aver distrutto tutte le copie esistenti del Cimitero di Praga.

«È lunga… Lunga.»
Sì, la zuppa di verdure era lunga da cuocere.
Aveva spezzettato le verdure (carota, cipolla, sedano, pomodoro), le aveva frullate un po’, poi aveva aggiunto acqua e sale e iniziato la cottura. Dopo una mezz’ora aveva riversato i cereali e i legumi della bustina: lenticchie di due tipi, due qualità di piselli, orzo perlato, farro perlato, grano kamut, riso. In cottura aveva gettato nell’impasto un po’ di origano e aveva aggiustato di sale. A pochi minuti dalla conclusione aveva unito qualche pezzetto di emmentaler: deliziosa!

«Dov’è il papà?»
«Quale papà?»
«Il papà.»
«Ma sono io qui il papà.»
«No, quell’altro papà. È uscito?»
«Chi?»
«Il mio papà.»
«Ma di quale mondo stiamo parlando. Di questo o dell’altro?»
«Di questo.»
«Ma in questo il tuo papà non ci può essere. Sai quanti anni dovrebbe avere? Centocinquanta?»
«Ma perché io non devo avere un papà?»
«Perché gli uomini non vivono per tanti anni!»
Smorfia che esprime disappunto. Lei si considera bambina e si sente defraudata del padre.

È un momento di quiete. La tempesta della notte si è trasformata in un giorno tranquillo, con qualche goccia di sole. I palazzi in lontananza, due palazzi gemelli, che paiono strane macchine, con strane antenne in cima, giacciono sotto un cielo di nuvole di un grigio mutevole, che si addensano in banchi dalla consistenza lanosa.
Qualcosa si è spezzato, ieri. La rottura era già stata preannunciata dal grattacielo nuovo, spuntato dal nulla a modificare il panorama dell’altra casa, quella al settimo piano, in via D. Seb aveva interpretato quell’intrusione come un segno infausto, un segno di mutamento traumatico. Quel grattacielo era una presenza tragica, assurda, inaspettata, come tanti fatti della vita.
Poi la reazione rabbiosa, abnorme, di sua moglie alla notizia della sua nuova attività come rubricista della piattaforma web alla quale stava collaborando da circa un mese.
Giorni prima si era informata:
«A che cosa serve?» chiedeva lei.
«A niente, a testimoniare la nostra esistenza.»
«Ma non è una redazione, come quella delle riviste!»
«No, non c’è una selezione, se è questo che vuoi sapere. È assolutamente libera.»

Ma appena Seb le aveva detto, ingenuamente entusiasmato, che era stata accettata la sua proposta di rubrica e che aveva iniziato a scrivere, la reazione era scattata.
«Pensi alle cose tue. Tu non fai niente per me.»
Certo, secondo lei lui avrebbe dovuto pensare a lei che, poveretta, si annoiava, perché non riusciva a trovarsi un cazzo da fare.
Lui avrebbe dovuto rinunciare alla sua creatività, a pubblicare qualcosa di suo, per dedicarsi alle pubblicazioni della moglie, per annullarsi in lei.

È una strana giornata. Nora non telefona. Aura ha telefonato alle 7.40 del mattino e Seb non ha sentito. Ritrova il messaggio della chiamata senza risposta. Prova a richiamare. Ma il telefono di Aura è spento. Stranamente Rino è venuto alle 13, come aveva preannunciato il giorno prima. Si è fatto la doccia, dato che è l’unico posto in cui ha la possibilità di farla. Poi esce di nuovo, senza fermarsi per pranzare, perché deve correre a farsi un nuovo tatuaggio.
Troppe stranezze preordinate, troppi elementi che non quadrano. Seb deve tornare in via D. nel pomeriggio, per portare lo zainetto che Rino ha lasciato, con l’asciugamano e il necessario per la toilette. Non ha voglia di affrontare la moglie.

Seb ha scoperto un nuovo modo di comunicare. Fa strani suoni, come quelli emessi da un trombone. La mamma lo guarda, poi si mette a ridere, perché lui è proprio buffo. I suoni diventano sempre più espressivi, veicolano significati, mimano situazioni buffonesche.
«Hai visto?» dice. «Ora parlo in trombonese.» E ricomincia a fare suoni cupi, svisate, spernacchiamenti, suoni ascendenti, calanti, esplosioni di note singole. Lei ride.
Così la cena finisce. La mamma è riuscita a mandare giù un po’ di pastasciutta, le penne rigate, un po’ troppo dure per lei. Però queste a lui piacciono. Finalmente un po’ di pasta a cottura giusta: è stanco della pasta scotta.
Poi la luce del cielo si spegne lentamente.
«Abbassa la serranda» dice la mamma.
Che strano, pensa Seb, che bizzarra idea questa dell’uomo di chiudere scurini e abbassare serrande al giungere della notte, come a volersi proteggere dal buio!

«Otto, nove, nove andando…» Conta la mamma. Il cervello funziona. Lei segue le macchine che vanno e vengono, da sinistra a destra, da destra a sinistra, in quel minuscolo lontano spiraglio, una fetta di mondo che lei aveva scoperto, come aveva scoperto il cielo, i palazzi, uh quanti, le nuvole, gli uccelli, quella realtà che era l’unica realtà esistente e percepibile.

Seb esamina lo spazio che si vede in basso, dal lato del tinello. Hanno cominciato a lavorare, nel terreno della ditta di materiali per l’edilizia. Fanno fossi, interrano enormi tubi arancioni. Passano mostri di metallo, che emettono versi strazianti. Sollevano oggetti, prendono mucchi di terra, li depositano dentro camioncini, livellano il terreno. Tutti i giorni si susseguono quei rombi di motore, quegli scampanii metallici, quegli stridori angoscianti. Hanno creato una spianata. Per fortuna non hanno estirpato il boschetto, ridottosi però a un ammasso selvaggio di piante sul lato sinistro del piazzale. Fino a quando resisterà al procedere inesorabile del progresso?

Diceva qualcosa la mamma. Alla fine Seb riuscì a decifrare i suoi suoni.
«Ho un serpente nella mano» diceva, tenendo la mano chiusa a pugno, con uno spazio dentro. All’inizio Seb pensò a un uccellino. Il classico uccellino che i bambini tengono in mano, sentendo il suo piccolo cuore battere precipitosamente.. Poi finalmente la mamma pronunciò la parola con maggior decisione, era “serpente”.
Seb guardò bene. Nell’illusione della notte tutto poteva essere possibile. Una biscia poteva essersi insinuata in casa, strisciando dai palazzi vicini, passando dal terrazzino, ma come, se la finestra era ermeticamente chiusa da una porta in alluminio?
Guardò bene, Seb, ma non vide niente. Nel pugno c’era solamente aria. Lui diede un’occhiata anche sotto il letto, scrutò bene ogni angolo della stanza, ma non c’erano tracce di serpenti.
«Hai sognato» disse.

La mamma chiamò, alle quattro. Sembrava agitata.
«Cosa c’è?»
Lei disse qualcosa, poi si lamentò perché non riusciva a parlare. Bisogna dirlo al dottore, fece, di questa e accennò alla lingua, che appariva gonfia e informe nel cavo della bocca.
Seb guardò la lingua e la vide arrossata, forse per l’abitudine di rimanere troppo tempo con la bocca aperta.
Poi lei disse qualcos’altro, ma non si capì il senso della frase.
«Perché mi avete svegliato?» chiese infine.
«Perché tu hai chiamato, parlavi, parlavi, e io sono venuto.»
«Bisogna alzarsi presto per andare a scuola.»
Chi deve andare a scuola, tu? Hai novantatré anni. Adesso fanno andare a scuola anche a novantatré anni?
«Mi state prendendo in giro» disse la mamma, con una smorfia. Rideva ma era un po’ seccata.
Accennava a qualcun altro.
«Io? disse Seb, io non devo andare a scuola.»
«Lui» disse la mamma,
«Lui chi?»
«Il bambino.»
«Quale bambino?
«Lui e indicò il corridoio con la mano.
«Ma qui non ci sono bambini
«E la donna.
«Che donna?
«Una donna grande.»
«Non c’è nessuno.»
«E chi c’è allora?»
«Ci siamo soltanto noi due» disse Seb, ma con un senso di paura, come se si trovasse a vivere in un film di fantasmi.
La mamma fece una serie di strane boccacce.
«Ahhhh» disse. «Ma quella donna che viene qui?»
«È venuta soltanto la Nora» fece Seb.
La mamma fece la faccia stupita.
«Nooo» disse, «la donna!»
«Non c’è mai stato nessuno. Qualche volta può venire qualcuno, ma non c’è nessuno che venga sempre.»
Seb aveva paura. Pareva che la mamma percepisse la presenza di altre persone nella casa, persone che non c’erano, che non ci potevano essere.
Cercò di tornare a dormire e spense la luce, ma allora un’idea si fece strada nella sua mente e un lungo brivido gli attraversò il corpo, disteso sulla sua branda, a malapena coperto dal lenzuolo.
Qualcuno doveva essere morto lì. In quella casa c’era stato un bambino, quello per cui erano state disposte le farfalle di carta sulla parete azzurra. Era quella la presenza che si manifestava a sua madre, lei così vicina alla morte, da scorgerne ormai i contorni e gli abitatori di quello spazio irreale e livido, quelle forme immerse nell’oscurità notturna, quei visi pallidi ed emaciati, che si muovevano con un procedere di larva?
Tentò di farsi forza, di razionalizzare. Non poteva, non poteva essere, si diceva, ma ormai la paura l’aveva attanagliato. Non era più possibile dormire.
Tornò nella stanza della madre per prendere lo schermo.
«Perché, perché mi avete svegliato?» Chiese ancora la vecchina.

Forse dovevano costruire un parcheggio. Così aveva detto l’agente immobiliare. Sì, proprio lì sotto. Fatto sta che avevano steso uno strato di cemento su tutto il terreno, lasciando per fortuna qualche ciuffo di alberi. Alberi risparmiati e cintati: una specie di riserva indiana per vegetali. Per questo quegli animaloni metallici avevano sbuffato e digrignato la dentatura rotante, avevano allungato colli da giraffa-dinosauro, come quella strana macchina dal lunghissimo braccio rosso, che superava un intero capannone, per poter operare nello spazio liberato dall’erba. Alla fine rimase un’enorme distesa di cemento luminoso, chiara come un lago ghiacciato, sulla quale si specchiavano gli alberi cespuglio, ruvidi e grossolani, privi dell’eleganza del cigno che ci si sarebbe aspettati di vedere.

Seb doveva accompagnare il figlio a comprare il materiale per il bar, fuori Milano. Solo che ormai tutta la periferia era tappezzata di ZTL. Come fare per evitarle? Esistevano percorsi alternativi?
Era andato con Nora a informarsi presso la polizia locale
«Non abbiamo cartine delle zone, ma non ci sono ztl a Lorenteggio» aveva detto una poliziotta, o vigilessa che fosse. Ma allora cosa significavano quei cartelli minacciosi appesi sul viale all’incrocio con via Inganni e quelli che si vedevano entrando a Milano? Riguardavano solo i camion allora? Mistero!

Seb aveva acquistato una chiavetta per navigare su internet. Sua moglie aveva accolto la notizia con sospetto.
«Adesso sì che ti diverti» aveva detto, con astiosa ironia. E certamente Seb si sarebbe divertito di più se il pc all’improvviso non avesse cominciato a fermarsi. Dopo dieci, quindici minuti di lavoro, si bloccava tutto all’improvviso. La freccetta del mouse non si spostava più e l’immagine sullo schermo rimaneva immobile.
A dire il vero era un problema che quell’aggeggio aveva già manifestato anni prima, tanto che era stato sostituito da ben altri due computer, uno di marca, che si era bloccato dopo nemmeno un anno di attività, facendo perdere parecchie immagini e tante altre informazioni, non salvate da altre parti, e un assemblato, che invece svolgeva ancora egregiamente il suo compito.
Dopo i numerosi blocchi, che ne avevano consigliato il pensionamento, quel vecchio pc aveva inopinatamente ripreso a funzionare e Seb aveva pensato di usarlo nella nuova casa, utilizzando come schermo il televisore della mamma, che aveva inscatolato lui stesso e fatto trasportare da Cagliari. Ma ecco che ora tutto veniva rimesso in discussione e il “divertimento “ di Seb rischiava di trasformarsi in un furore cieco, in un desiderio luddista di massacrare ogni oggetto informatico a colpi di spranga.

«Ninna nanna ninna o, questo bimbo a chi lo do.»
La mamma cantava e poi imitava la voce del bimbo, del bimbo che piangeva, che non voleva dormire.
«Oh, guarda, quanti sono» disse la mamma.
Seb entrò nella stanza per guardare dalla finestra e vide un plotone di uccellini appoggiati sull’antenna della tv. Si erano dati convegno, come avveniva sempre alla fine dell’estate.
«Lo fanno sempre» disse Seb, «ma è troppo presto, si riuniscono per migrare, ma lo fanno a settembre.»
«Dev’essere questo tempo» disse Seb: «gli uccelli non capiscono più niente e partono prima.»
Tanti giorni di tempo autunnale, avevano fatto credere agli uccelli che quelle fossero le prime avvisaglie dell’autunno. Ormai la coscienza del tempo, della sua durata, si stava perdendo tra le specie che abitavano il globo. Era come se qualcosa di strano stesse per succedere.

«Questa mammetta, bisognerebbe aggiustarla.»
«Ehhhhh!»
«Perché non si può fare come con le macchine, portarle dal meccanico e aggiustarle, sostituire pezzi? Siamo fatti male.»
La mamma aveva bevuto il latte, ma ne aveva lasciato la metà.
«Non ne ho più voglia.»
«Dai, prendine un altro po’, devi mangiare.»
Ne bevve altri due sorsi, poi fece una faccia schifata.
«Non ce la faccio.»
Era meglio non insistere troppo.
Poi la mamma spostò la sedia, posizionandola a fianco del letto. Indicava il letto col braccio sano.
«Vuoi andare lì?»
Un cenno di assenso col capo.
«Allora ti sposto.»
Sollevarla fu difficile, ancora peggio metterla a sedere sul letto, perché era molto stanca e non si sosteneva. Alla fine Seb riuscì a farla sedere sul margine del materasso: meglio di niente.

Bisognava evitare di annoiarsi troppo. Seb aveva portato in casa la tastiera. Era una vecchia tastiera di quattro ottave, con tanti registri e numerosi accompagnamenti preinseriti, in stile anni Ottanta.
«Faccio un po’ di musica?»
«Sìì!»
La mamma amava la musica. Un po’ aveva suonato il piano anche lei, molti anni prima, ma senza raggiungere livelli nemmeno decorosi. Non aveva genialità, né la volontà necessaria per ottenere risultati.
Seb cercò di farsi venire in mente le sue musiche, ma si rese conto di non ricordarle. Non aveva segnato da nessuna parte gli accordi e non rammentava più nemmeno le frasi melodiche, tranne un paio. Alla fine si mise a improvvisare. Erano le sue solite improvvisazioni, dolci e nostalgiche, sweet, sweet, anche troppo. Gli veniva da piangere nel suonarle, pareva che un’ondata di miele tracimasse dalla tastiera. Tutto troppo, troppo… sentimento, ecco: era sentimento, da vergognarsene, quasi. Per fortuna nessuno poteva sentire, al di là dei muri.

La bolletta era di quasi mille euro, trovata dall’assistente domiciliare nella casella delle lettere, senza busta. Appena ricevuta la notizia, Nora si fece mandare la bolletta via fax, poi cercò di mettersi in contatto con la società che l’aveva emessa, ma non ci riuscì.. Pensò comunque di pagarla, per evitare ulteriori problemi.
L’assistente aveva detto che ai 500 euro originari si erano aggiunti gli interessi, facendo lievitare la cifra.
D’accordo, il contratto era stato fatto firmare alla mamma, che allora aveva 91 anni, e già non capiva un accidente di servizi e di bollette. Si capiva che era un imbroglio, ma i contratti vanno onorati, anche se si sa bene che si tratta di trappole. Poi sua moglie finalmente aveva parlato con un’impiegata dell’amministrazione. Ne era venuta fuori una situazione ingarbugliata, con varie bollette non pagate e già trasmesse all’agenzia per il recupero dei crediti. Però il saldo finale risultava uguale a zero, come se qualcuno avesse deciso di cancellare quei crediti. Ma allora perché quella nuova bolletta?

Martedì Nora era andata a Varese per tutto il giorno, per cercare documenti per l’articolo che doveva scrivere entro l’autunno.
Seb aveva trascorso la mattinata sul web e aveva risposto al suo editore, che gli richiedeva il pdf del testo già ricevuto in cartaceo.
Preparò un po’ di pasta, ma la mamma mangiò pochissimo: era stanchissima, sembrava già quasi un cadavere.
Durante il pranzo, seduti davanti al tavolino del tinello, non parlarono quasi. Seb si sentì solo. Pensò a come sarebbe stata la sua vita se non avesse avuto quella seccatura della Nora. Ora che non c’era, sentiva la sua mancanza. Si chiese se questo non fosse amore: non seppe darsi una risposta.
La mamma volle andare subito a letto e lui dovette spostarla lì quasi di peso dalla sedia a rotelle. Alzò le spondine e gli sembrò che la mamma fosse già chiusa in un altro spazio, quello dei morti, o dei non morti..
La notte la mamma era agitata. Sentiva voci e rumori.
«La signora.»
«Quale signora?»
«Ehhhh… Quella signora.»
«Ma qui non ci sono signore.»
«Eh come? Se ci ho parlato io poco fa.»
Ci risiamo con le signore fantasma, pensò Seb.
«Non c’è nessuno.»
«Eh, tu mi vuoi far passare per pazza!»
Anche al mattino le cose non andarono meglio.
«Il cane» diceva la mamma.
«Non ho visto cani» disse Seb. Guardò giù e vide due gatti che passeggiavano serenamente in cortile.
«Ci sono due gatti, però.»
«Dove?»
«Giù in cortile, ma sono tranquilli.»
«Si chiama Brookie.»
«Chi?»
«La cagnetta.»
Doveva parlare del cane che lui aveva visto gironzolare per tutti i locali nell’istituto di Donori. Sembrava buono, doveva essere una femmina. Chissà se si chiamava Brookie!
«Il campanello. Alle cinque del mattino suonando.»
Il solito uso sardo del gerundio, pensò Seb.
«Eh? Può essere» rispose.
Seb non aveva sentito niente. Ma certo lui, quando dormiva, era un ghiro.
«Vuoi il latte?»
«Certo che voglio il latte… Domande stupide!»
Che senso aveva combattere una guerra già persa? Perché non rinunciare in partenza alla lotta, anziché insistere nell’agire, cercando di fermare con quattro sacchetti di sabbia la piena del Nilo o l’alta marea a Mont-Saint-Michel? Perché sforzarsi di arginare l’inarrestabile?
Non sarebbe stato meglio precipitarsi in un abisso di avventurosa autodistruzione, anziché fare la spola tra le sue due case, in una città spettrale?
Pochi giorni prima si vedevano ancora persone in partenza, con auto e valigie. Aveva notato un’intera famiglia prendere il largo, dal palazzo vicino al suo. Erano usciti tutti dal cancello: una coppia di mezza età con i figli, un maschio e una femmina, due bei ragazzi biondi. La ragazza era una di quelle bellezze morbide e dolci che ogni uomo vorrebbe incontrare, prima o poi, sulla sua strada.
Quando lui, Seb, stava passando, un’anziana signora, con un bel gatto grigio in braccio, salutava i familiari, dal cancello aperto. Anzi faceva salutare anche il gatto, con la zampina. Il micio aveva un’espressione stupefatta e pareva abbastanza a disagio per quell’operazione che gli veniva imposta e di cui non comprendeva il motivo.
E ora, invece, pareva che una misteriosa epidemia avesse svuotato le strade e che il mondo costruito dall’uomo riposasse finalmente libero, avvolto dal silenzio.
Sì, era una spettrale Milano, la sera di ferragosto, col cielo limpido e l’aria che già incominciava a rinfrescare. Un altro periodo finiva: la bizzarra e tempestosa estate del 2014.
«Non c’è nessuno.»
«E chi vorresti?»
«Vorrei… compagnia.»
«E da dove la tiriamo fuori la gente?»
Magari, andando in giro, si sarebbe trovato qualche zombie e poi lui, Seb, sarebbe diventato leggenda.

Alle 3 del mattino la mamma iniziò il suo abituale lamentio: «Oh, uh, uh uhi.» Seb la trovò con la testa per aria, fuori dal cuscino, che si era spostato e sollevato. La rimise nella posizione corretta.
«Tu non sei una donna: sei una diagonale!»
«Eh… non lo so!»
«È perché sei come una barca con un remo solo, una barca che vira da un lato.»
«Io sono come una barca… con un remo solo» ripetè la mamma.
Poi Seb tornò nella stanza da letto, tentando di dormire ancora. Fuori il cielo cominciò a rumoreggiare. Si vedevano lampi.
Alle cinque del mattino la mamma cominciò a parlare a voce alta. Seb corse giù dalla branda e andò a vederla. «Giuseppe, dov’è Giuseppe?» diceva.
Seb spezzò il suo farneticare.
«Hai 93 anni; se Giuseppe fosse ancora vivo, avrebbe 103 anni. Ti sembra possibile?»
Lei lo guardava incerta.
«Sì, a volte succede, ma è una cosa rara.»
Lei ora era proprio sveglia. «Giuseppe chi era a me?»
«Era tuo marito.»
«E a te cos’era?»
«Era il mio papà.»
«Ah, la memoria. Scema io che mi sveglio e cerco Giuseppe!»

La mamma si puliva tranquillamente il naso con il lenzuolo. «Guarda che ti ho messo la carta» strillò Seb, «perché usi il lenzuolo? Allora la mamma notò i quadrati di carta da cucina e ne prese uno. Ma ormai il pastrocchio era fatto. Purtroppo si era abituata a prendere la prima cosa che le capitava sotto mano per pulirsi.
«Ma chi ti ha insegnato l’educazione?» fece Seb, con tono di finta severità, ma rideva, per quella straordinaria inversione di ruoli. La mamma capì lo scherzo e tolse fuori la lingua. Alla fine anche lei rideva.

Alla fine venne fuori che la bolletta non si sarebbe dovuta pagare. Così almeno aveva detto l’impiegata. Bisognava mandare anche un fax per chiedere il rimborso delle somme non dovute. Nora, che aveva gestito tutta la faccenda per via telefonica, aveva anche preparato la lettera. Seb l’aveva firmata, ma poi Nora l’aveva richiamato, dicendogli che la lettera era da ristampare, perché è vero che c’era l’IBAN, però mancava il nome della banca, che chissà perché Nora non aveva messo, non avendolo trovato (almeno così le pareva) nel foglio riassuntivo rilasciato dall’istituto di credito.
«Cerca di venire presto domani mattina» gli aveva detto Nora. «E guarda anche se è aperto l’elettrauto.» Infatti la brava aveva incominciato di nuovo a scaricare la batteria. C’era un guasto nel quadro e una dispersione di corrente, che dopo un po’ scaricava automaticamente la batteria. Nora l’aveva fatta cambiare da poco, ma il problema continuava a ripresentarsi. Se ne interessava lei della macchina, perché era a suo nome, come tutti gli oggetti tecnologici: il computer, il telefono, il televisore, lo smartphone. «A me ha lasciato la merda» diceva Seb: «la tassa rifiuti, l’utenza del gas, quella della luce elettrica.»
Seb si svegliò presto, quella mattina, ma pioveva a dirotto. Nora aspetterà, pensò.

Certo che non bisognava essere schifiltosi con la mamma. Si metteva a tavola, la mattina e incominciava a mangiare senza dentiera il pane da inzuppare nel caffellatte. Se la si redarguiva, risputava nella tazza il pane mezzo masticato. Quando Seb correva in bagno per lavare la dentiera nel lavandino con lo spazzolino, si dimenticava ancora dei denti e si rimetteva a mangiare. Come conseguenza, si metteva a esplodere in robusti starnuti, espellendo dalla narici latte e cibo: un disastro totale. Continuava a comportarsi come un animaletto domestico, che non attende il nostro intervento, ma si fionda immediatamente sul cibo.

Seb amava il tè forte, anche se non se lo sarebbe potuto permettere, perché il suo sistema nervoso non reggeva la caffeina e simili. Ogni tanto prendeva un espresso al bar, è vero, ma poi rischiava palpitazioni e fastidi di vario genere, dovuti alla sovraeccitazione.
Il tè gli creava più problemi del caffè, anche se almeno non gli provocava problemi intestinali, come quella scura e diffusa bevanda. Lui però non sapeva proprio rinunciarci. Aveva scelto di usare due bustine nella tazza, una di tè aromatico o forte e una di deteinato. In questo modo gli pareva di aver trovato il giusto equilibrio tra gusto e carica energetica.
Strano a dirsi, non amando troppo i sapori forti, gli piaceva invece che le bustine di tè producessero un liquido dal gusto pesante, carico di aroma.
Gli piaceva il tè nero cinese, specie quello che sa anche lievemente di tabacco. In fondo sempre di foglie secche si tratta. Spesso questo beverone tanto disprezzato dalla maggior parte degli italiani acuiva le sue capacità cerebrali. Dopo una tazza di tè si sentiva più abile e attivo, la sua creatività aumentava e riusciva a scrivere le sue pagine migliori.

La macchina era guasta. Cioè la batteria si era come al solito scaricata. Si scaricava la batteria vecchia, ma quella nuova faceva lo stesso scherzo. Doveva esserci un guasto nel quadro elettrico, tanto che il segnalatore di livello del carburante faceva di testa sua: a volte andava in riserva, a volte saliva al massimo. Quel guasto aveva prima mandato in tilt l’orologio, poi la batteria. Cambiata la batteria vecchia, la macchina continuava a non partire. Poi era stato cambiato il motorino col galleggiante del livello benzina, ma il problema aveva continuato a presentarsi. La batteria inoltre si scaricava secondo particolari criteri e con preferenza per il periodo tra Natale e Capodanno oppure durante le ferie d’agosto.
Per vari giorni fu necessario andare al market a piedi.
Seb si serviva del punto vendita di una grande catena, che si trovava quasi a metà del suo percorso quotidiano tra le due case.
Comprò pesche, avocado, prosciutto, biscotti, brie e una confezione di carasau. Quella sfoglia di pane croccante e abbrustolito, col sapone di grano duro, era appetitosa e lui non sapeva resistere al suo gusto. Piaceva anche a Nora, che di solito non era tenera per tutto quello che le ricordava la Sardegna.
Lo fece vedere alla mamma, che ora non avrebbe potuto mangiarlo, per via della durezza (così almeno lui pensava).
«Anch’io ho provato a farlo» diceva lei, « ma non ci sono riuscita. Ci voleva forza; c’erano certe donne! Con i polsi grossi…» E mostrava, uniti insieme, i suoi due polsetti sottili. «Era faticoso stenderlo.»
La mamma ricordava bene. Gliel’avevano fatto provare, quand’era ragazzina, ma non era affar suo: ci voleva troppa forza.
«Non ci volevano le braccine mie.»

La mamma cominciò a non aver voglia di mangiare.
Saltato il pasto di mezzogiorno, cominciò a tossire e a espellere saliva dalla bocca., a fiotti. Forse era vomito, forse rigurgito, chissà; certo non era una cosa normale, e soprattutto Seb non aveva mai visto niente del genere. Si spaventò e telefonò a Nora
«Non so cosa fare.»
«Vuoi chiamare il dottore? Anche se non è orario forse risponde.»
«No: ho paura»
Aveva paura che la mamma venisse ricoverata e tormentata da aghi e tubicini, per qualcosa che magari si poteva risolvere solo aspettando che il malessere passasse.
Poi la mamma si calmò e iniziò a dormicchiare. Ora era più serena. Alla sera la crisi sembrava superata, ma naturalmente lei non se la sentiva di mangiare. Non era il caso di insistere.
«Vuoi qualcosa?»
«A….»
Voleva acqua. Seb le versò da bere, più volte, nel bicchiere di plastica.

La mattina disse: «Sto male in tutto.» Però un po’ di latte riuscì a berlo.
A mezzogiorno aveva gli occhi a mezz’asta. Di mangiare non se ne parlava proprio.
Seb mangiò qualcosa lui, poi si fece la barba. Doveva accompagnare Rino con la macchina a fare provviste per il bar.
Ingoiò un po’ di culatello… Mentre la guardava, la gamba della mamma cadde come senza vita sulla spondina. Lo sguardo corse al volto e al torace. Il corpo respirava ancora, l’anima sembrava essere lontana, immersa in una sonnolenza che apparteneva già a un’alta realtà. Una strada mediana tra la vita e l’esistere delle cose inanimate.
Alle quattordici era a casa in via D. Rino si alzò e si ripulì, poi insieme andarono a fare provviste di liquori e cibarie, spugnette per pulire, cannucce e simili. Tutto doveva essere trasportato con grossi carrelli e depositato in macchina. La brava riusciva a malapena a contenere barilotti, bottiglie, salamoni, formaggi, prosciutti. Il portabagagli, dietro, non si riusciva nemmeno a chiuderlo perfettamente.
Alle diciassette erano nuovamente a casa, ma Seb era stanco morto: faceva certi sbadigli ippopotameschi da far pietà. Si sdraiò sul letto. Non se la sentiva di far niente. Avrebbe dovuto controllare i documenti insieme a Nora, ma letteralmente dormiva in piedi.. Uscì e si trascinò fino all’altra casa. Era così affaticato che si mise a letto con il cuore che ballava e dormicchiò per un’oretta.

All’ora di cena la mamma risuscitò: mangiò a cena un assaggino di culatello, un po’ di certosa col pane. Assaggiò persino il pane guttiau, quella specie di carasau condito con l’olio (a gocce, da cui il termine “guttiau”) e il sale. Lui ne mangiò vari strati, divertendosi a masticarlo. Ma come faceva la mamma a triturarlo e mandarlo giu?
«Nei paesi, non sembra, ma…. Le cose nostre son buone» disse.
Intanto era passato un altro giorno.

La resurrezione però ebbe breve durata.
La sera dopo era proprio uno strazio. La mamma pareva deperire ogni giorno di più. Al mattino aveva bevuto due sorsi di latte, a pranzo un paio di forchettate della padellata di verdure miste. A cena non si alzò dal letto e cercò di bere il latte lasciato la mattina. Dopo due o tre sorsi cominciò a tossire. Alla fine disse che non ne voleva più.
Seb provò a darle qualche pezzo di savoiardone sardo, almeno era un dolce sostanzioso.
«Qualcosa devi mangiare» disse.
Neanche il biscotto andò bene.
Lei faceva cenno di portar via la mica di biscotto rimasta.
«Non ne voglio più. Mi fa affogare.»
«Ma cosa c’è? Oggi tutto ti fa affogare. Finisce che ti portano in ospedale e ti mettono i tubi.»
Era questo l’incubo di Seb: la mamma intubata in ospedale.
«Il pane almeno riesci a mangiarlo?»
«Non lo so… Non lo so.»
Qualche pezzo di pane riuscì a inghiottirlo, senza tossicchiare.
Poi Seb lavò una pesca, che si stava ammorbidendo, e pensò di dargliene un pezzetto. Lei riuscì a succhiarlo.
«Bene: mangerà pane e frutta, pensò Seb.
Dopo la frutta, la mamma accettò anche un pezzetto di amaretto di Pallanza. Ora sembrava che riuscisse di nuovo a inghiottire.

Seb camminava spedito, al rientro da via D. Faceva fresco e non sentiva la fatica. Finalmente la temperatura era gradevole e non si sudava.
Percorse gli ultimi metri prima di arrivare al palazzo, superò il cancelletto piccolo, che era aperto, e imboccò il vialetto che conduceva alle otto scale che separavano il palazzo dal resto del mondo.
A metà del viale il diavolo gli afferrò un piede.
La scarpa rimase bloccata, fermata da qualche asperità del percorso di calcestruzzo, mentre il suo corpo continuava ad andare. Quando si rese conto di essersi bloccato era troppo tardi e si sentì spingere in avanti. La caduta fu inevitabile.
Riuscì a mettere le mani avanti e a evitare l’impatto con la faccia, ma la gamba sinistra raschiò sul selciato. Mentre tentava di riprendersi arrivarono due signore.
«Ohhh» fece una delle due.
Seb fece forza sulle braccia e si alzò. Non aveva niente di rotto, ma il pantalone era andato e sotto il pantalone cominciava a sentire il pizzicore di una sbucciatura, come quelle che aveva da bambino, quando andava in bici.
«Anch’io sono caduta in quel punto» disse una delle donne.
«L’importante è alzarsi» disse l’altra.
«Bisognerebbe rifare il viale. Ci sono un sacco di buche.»
«Devo aver messo il tacco in una buca» fece Seb, quasi per giustificarsi.
Quando salì in casa, chiamò Nora.
«Vuoi che venga?»
«Sarebbe gradito» disse lui. «Non ho niente per disinfettarmi. Non ho alcol, né garze, né cerotti. Posso lavare la ferita solo con l’acqua.»
«Allora porto i miei» disse Nora.
Quando la moglie arrivò, la mamma dormicchiava con la bocca aperta.
«Oh, che impressione» fece Nora, «sembra una morta! Oh no, mi viene voglia di rimettere» disse. La mamma si svegliò, sentendola parlare. Sembrava più umana, adesso. Vide la sbucciatura di Seb e si spaventò.
«Non è niente, sono caduto.»
«Dove?»
«Quaggiù, in giardino, e mi sono sbucciato.»
«Come i bambini piccoli» disse la mamma, che ricordava le sbucciature del piccolo Seb, quando il ragazzino girava in bicicletta.
«Dai, ti ho portato le garze» fece Nora, che non vedeva l’ora di andarsene. Disagio, maledetto disagio, come quello che ti viene quando entri in una stanza d’ospedale.
«Ci pensi che anche noi diventeremo così» disse quando furono nell’altra stanza.
«Lo so; ma è tutto il paese che è così: un paese di vecchi. Se vedi un giovane, un bambino, sono sudamericani, cinesi, magrebini. Questo è un paese senza futuro.

«Uel aee on i anrò ai.»
«Eh?»
«Ho a ingua egaa!»
«Sì, hai la lingua legata: è questa maledetta paralisi.»
«In uiia: che osto erriile! Aua, un po’ aua!»
Un po’ d’acqua. Seb le tiene in alto la testa e lei inghiotte due piccoli sorsi di liquido.
Lei continua a parlare e alla fine Seb riesce a capire.
«La Russia, che posto terribile! Non ci andrò mai!»
«Non ci andrò neppure io, è lontana.»
«Anche se fosse vicina non ci andrei mai!»
«Perché pensi alla Russia?»
«E… Non eravamo lì?»
«Hai sognato la Russia?»
«Sì.»
«Hai letto troppi romanzi russi.»
Poi lei si tocca la testa. «Con questi capelli, come faccio a uscire?»
«Eh: dobbiamo fare qualcosa. Mica si può andare in giro così, in Russia.»
Lui cerca di non pensarci; ma bisognerà risolvere il problema del lavaggio della testa della mamma. I capelli dietro sono diventati due ammassi cespugliosi, una serie di grumi inestricabili, che in qualche modo bisognerà pulire. Ma ora deve dirle che non c’è latte. Riuscirà a farle far colazione con qualcos’altro?

«Uh – uh – uh – uh.»
Era diventato ormai un motivo ricorrente, un sordo e continuo lamento, più simile al verso di un animale che a quello di un essere umano. Appena Seb tentava di coricarsi, di prendersi qualche ora di riposo, il lamento iniziava, sommesso, ma pur sempre udibile anche dalla sua stanza. Capiva che non avrebbe potuto più reggere. Ormai non riusciva a prendere sonno perché rimaneva in attesa di quel suono, che prima o poi sarebbe arrivato, inesorabile., come il latrato di un cane o il miagolio di un gatto.
«Uhi uhi uhi.»
Seb doveva accorrere ad ogni lamento, perché sapeva che poteva essere successo un disastro. Di solito il lamentio significava che la mammma si era tolta le mutande-pannolone e aveva inondato il letto. Ma poteva trattarsi di qualsiasi altra cosa. Poi c’era il problema della cacca.
Purtroppo la mamma non riusciva a espellere le feci in un’unica soluzione,. L’evacuazione avveniva lentamente, in più episodi, che comportavano gonfiore e dolore alla regione anale. I giorni dedicati alla cacca erano una sequela di “uhi uhi”. Non se ne poteva più di sentire quel lamentio continuo.
«È a puntate come una telenovela» disse Seb, mentre la cacca usciva con lentezza cosmica.
«Ehi, non devi mettere le mani nella cacca» diceva poi alla mamma.
«Eh? Tanto è roba mia!» rispondeva lei.

«Oggi faccio una bella mangiata di pasta» disse la mamma nell’intervallo tra un dolore e l’altro.
Comunque, tra un lamento e l’altro, Seb riuscì a preparare la pastasciutta, dei sedanini da dodici minuti di cottura, che prolungò a 14. Era più cedevole dell’ultima volta in cui aveva fatto la pasta, ma ancora apprezzabile, senza essere scotta.
Il sugo lo fece con i pomodori freschi. Era meno saporito, ma almeno non c’era la solita acidità di quello fatto con i pomodori in barattolo.
Bollì un po’ gli ortaggi, li estrasse dall’involucro e li mise in padella, con un po’ di cipolla, sale, zucchero, origano ed erba cipollina. Alla fine il sugo risultò gradevole, senza il gusto acido dei conservanti che venivano inseriti nei barattoli di pelati
«È buono» disse la mamma.

Di sera tornò tardi dal market.
«Ti fa ancora male?» chiese Seb.
«A momenti» rispose lei.
La mamma quel giorno mangiò un po’ di formaggio morbido.
Meno male che l’hanno inventato, pensava Seb. C’è tanta gente che non può masticare.

«Tipidiyao yoa-ki…»
«Parli cinese?»
«Tipidiyao.»
Non c’era verso. Seb pensò alla notizia apparsa sul web del tizio che al risveglio da un coma si era messo improvvisamente a parlare cinese. Doveva trattarsi di un caso simile. Non si riuscì mai ovviamente a capire che cosa diavolo volesse dire la mamma.
Più tardi disse «eàra laua”, ma Seb capì che voleva dire prepara l’acqua. Finalmente qualcosa di chiaro!

«E stano: emba un aesaio nordico.»
«Sì, sembra un paesaggio nordico.»
Certo, quell’insieme di case alte, dai tetti diversamente colorati, con i capannoni tondeggianti in basso, i ciuffi d’alberi, il cielo diffusamente grigio, non avevano nulla d’italiano.
«La piazzetta, che strana: non c’è niente!
«Non è una piazzetta. Lì c’è un’autoofficina, più avanti una ditta che vende prodotti per l’edilizia. Poi ci sono i capannoni, tanti capannoni.»
«Non ho voglia, conserva.»
Il latte era rimasto quasi per intero nella tazza. Seb lo mise in frigo, sul reparto alto. Sapeva che sarebbe stato quasi sicuramente buttato, ma lo conservò lo stesso.
«Tu pensa a quando c’è la neve, d’inverno.»
La mamma fece un gesto di evidente disgusto, e storse il naso.
«Non mi piace. Io allora me ne sto a letto.»
«Ma qui noi stiamo al caldo e fuori è bello, pensa, tutti i tetti bianchi.»
Lo sguardo della mamma si spianò. Sì, forse sarebbe stato bello da vedere.
Era già tardi, quasi le nove. La nottata era stata tormentata.
Prima la sveglia alle quattro con «bagnata, bagnata» poi il conseguente lavaggio della mamma in bagno. Aveva già fatto la pipì a letto anche nel pomeriggio, dopo essersi levata le mutande-pannoloni.
«Perché te le togli?»
«Non lo so!»
«Lo capisci che se le togli e ti addormenti, quando fai la pipì, va nel letto e bagni tutto. Poi bisogna lavare lenzuola, coperta, maglietta. Se lo fai d’inverno, poi, ti becchi una broncopolmonite.»
«Non lo so. D’inverno non lo faccio.»
Seb se l’augurava.
«Lo sai che in ospedale, se fai così, ti legano il braccio?»
Poi altra chiamata. Alla mamma sembrava che il letto fosse bagnato. Invece era solo la sensazione di freddo data dalla fodera in materiale plastico, quel benedetto prodotto lavabile, che asciugava in un attimo.
Un’ora dopo, una nuova chiamata.
«Bisogna mettere le calze, anche quelle da uomo.» La mamma aveva freddo ai piedi ed era spiegabile, perché tutte le copertine erano stese ad asciugare e lei aveva addosso, oltre al pigiama, solo il lenzuolo. Ormai il caldo estivo stava lasciando il posto a una temperatura più autunnale e lei, abituata a un settembre subtropicale, cominciava a sentire freddo. Seb andò a controllare la prima coperta che aveva steso: sembrava già asciutta e la portò nel tinello-letto.
«Ah, meno male» disse la mamma, «mi piace» e abbrancò la coperta morbida con l’unica mano buona.
Seb accese il computer. Anche dall’altra stanza, il paesaggio che si vedeva poteva sembrare nordico, con i tetti colorati di varie tonalità di mattone, spioventi, per sostenere la neve.
Doveva rivedere l’articolo di Nora, che gli spediva quintali di mail, con tutti i dati e le trascrizioni. Poveretta, stava lavorando un sacco, per un articolo che, alla fine, non sarebbe stato un gran che.
Poi, per la sera bisognava rivedere la poesia di Aura. Lei si divertiva a farle. Ma finiva sempre per infilare nel contesto versi di evidente significato erotico, che a lui sembravano di pessimo gusto. Lei era così. Come quasi tutte le donne, finiva per infarcire di eros tutto quello che toccava: persone, fatti, chiacchiere, racconti o poesie.

«Non ha dormito» disse Nora.
«È rimasto tutta la notte a dare la caccia al topino. Uno dei topini piccoli è scappato.»
Certo Rino stava perdendo a testa per i suoi topi. Quando avrebbe capito che era troppo faticoso occuparsene? Ma lui sorrideva, quando ne parlava, quei topi erano diventati parte della sua famiglia. Erano belli, bianchi e morbidi a toccarli. Erano anche affettuosi, anzi affettuose, perché erano due femmine, diceva lui. La più agitata si chiamava Tennence, l’altra, più posata, forse perché incinta, si chiamava, si chiamava… Corona: ecco come si chiamava. Ma i nuovi topi, quei cinque indemoniati che correvano, correvano…
E lui doveva dormire, perché l’indomani sarebbe stato nuovamente di turno al bar, doveva servire gli avventori, non poteva gironzolare assonnato, rovesciando bicchieri, sbagliando ordinazioni.

«Osa ono uelli?»
«Kiwi.»
«Non ne ho mai mangiato.»
«Ma se è da una settimana che stiamo mangiando i kiwi, per farti andare in bagno.»
«Non me lo ricordo.»
Andava avanti così da giorni. La mamma si ostinava a non riconoscere i kiwi. Poi lui tagliava un bel po’ di polpa con un coltello e gliela metteva nel piatto. Lei la prendeva con la forchettina, ma a volte con la mano, quella sinistra, la sola che funzionava, e poi diceva «buoni.»
«Eh, certo che sono buoni, questi sono quelli dolci, che arrivano dalla Nuova Zelanda, non quelli acidi come limoni che coltivano in Italia.»
Ormai pareva che in Italia non si producesse più nulla di buono. I prodotti erano sgradevoli e a prezzi più alti di quelli di provenienza estera., e poi ci si lamentava se l’economia andava male.

Tutte le volte così, tutti i giorni, per chissà quanto tempo.
Seb non voleva pensarci, ma quella sarebbe stata la sua vita per sempre. Poi magari sarebbe stato lui in quelle condizioni, con una grossa badante ucraina, che gli avrebbe dato da mangiare e somministrato le medicine.
Chissà se Rino avrebbe avuto i soldi per pagare qualcuno che si occupasse di lui. Certo ci sarebbe stata la sua pensione, ma sarebbe bastata a malapena per mantenere la badante.
Meglio non pensarci.
Per adesso c’era da far alzare la mamma tre volte, per i pasti. Una volta posizionata la sedia a rotelle accanto al tavolo, si scopriva che mancava il bavaglione, oppure erano scomparsi i denti, che di solito erano infilati in qualche piega delle lenzuola o sotto il cuscino o per terra, sotto il letto. Bisognava correre a pulire i denti o a prendere il bavaglio.
Al ritorno dal bagno la mamma si era dimenticata di dover aspettare e aveva cominciato a mangiare ugualmente.
«Lo vuoi capire che non ti puoi fiondare sul cibo come un gatto affamato?»
«Ah…»
Niente da fare, la mamma non era più un essere umano, ma un gatto affamato, e si buttava sul cibo per divorarlo prima che qualcuno glielo portasse via.
Era un bel problema farle mettere i denti dopo che aveva già incominciato a mangiare. Lei li metteva in bocca, magari sopra i resti del cibo. Insomma, un vero disastro.
Poi continuava a mangiare, magra e famelica. Ci stava tanto sul cibo, che ingoiava a piccoli bocconi, lentamente. Così si stancava e la fame le passava immediatamente. Dopo un po’ diceva: «Non ne voglio più», o qualcosa del genere, e indicava insistentemente il letto. Aveva bisogno di stendersi. La posizione orizzontale era ormai quella che preferiva.

Ora sta lì, buttata sul letto, con la bocca aperta come a succhiare ossigeno dalla parte alta della stanza. Ogni tanto Seb passa per controllare se respiri ancora, se ancora si muova.
Non ha voluto mangiare e Seb ha spiluzzicato qualcosa, formaggio e prosciutto, un po’ d’uva, un muffin.
Si sdraia sul letto nella stanza col parquet e pensa. Chissà quanto tempo la mamma resisterà in quelle condizioni, quanti mesi o anni; e lui resisterà?
Certo, ha ragione Aura. La mamma dovrebbe essere visitata, ma da uno bravo, uno che venisse a casa a pagamento. Però a lui dispiace dover spendere tanti soldi per ottenere un risultato scontato. Tanto si sa che la mamma morirà. Lui si chiede se voglia bene a sua madre e si risponde che le vuole bene come si può voler bene a qualsiasi persona o animale. Seb crede di non essere capace di provare sentimenti esclusivi, per una singola persona. Ogni tensione in direzione dell’istanza affettiva viene limata e sopravanzata in lui da una razionalità quasi disumana.
In fondo tutto si sistemerebbe, tutto andrebbe a posto, se la mamma smettesse di respirare, così, semplicemente, senza fatica né dolore. Sarebbe la fine di un incubo. E invece non è così che accade. Andare dal medico e pregarlo di visitare la mamma significa chiedere che la mamma sia aiutata a vivere, sperare che viva ancora a lungo, che diventi quasi immortale.

«Come sta la nostra fantasima?» dice Seb.
«Che?»
«Fan-ta-si-ma, fantasmina, ti sono rimaste solo le ossa.»
«Quanti anni ho?»
«Novantatre – 9-3»
«E che cosa pretendete?»
«Che avessi almeno un po’ di polpa.»
«Novantatre, ma siamo matti?»
«E se non avessi avuto l’ictus, saresti stata bene e non così.» E Seb fece una faccia che riassumeva le menomazioni della mamma. «Avresti camminato.»
«Be, ma non sono così… beh… insomma. Zoppica zoppica.»

Addio topini!
Rino ha portato la gabbia con i topolini al market degli animali, per cedere i piccoli della topina, ormai svezzati e autonomi.
Purtroppo una delle ragazze, anziché prendere solo i cuccioli, ha preso tutti i topi e li ha riversati nel mucchio topesco, nell’indifferenziato girone infernale dei topi da vendere. Così non è stato più possibile recuperare Tennence e la sua collega Corona. Chi sarebbe in grado di riconoscere due topoline albine tra centinaia di altre?
Rino ha preso la cosa con filosofia, sembra, Nora un po’ meno, e anche a Seb sono venuti i lucciconi appena ha ricevuto la notizia. Purtroppo i topini non si fanno riconoscere, non ti corrono incontro e non fanno le fusa, o meglio corrono tutti verso di te, ma senza particolari manifestazioni di affetto.
La ragazza ha chiesto a Rino se volesse altri due topi, ma Rino avrebbe voluto indietro solo le sue due topine. Pazienza. Ora quei topini diventeranno molto probabilmente cibo per serpenti. Non è una cosa orribile e crudele?
Seb se la prende con la Natura, con il creato, con la spaventosa atrocità dell’esistenza animale. Può essere stato inventato da un Dio tutto questo? Non a torto gli uomini dell’antichità, più vicini allo stato di natura, si erano immaginati un dio crudele e famelico, dai comportamenti simili a quelli dell’orribile natura, e cercavano di placarlo con sacrifici di uomini, prima, e poi di animali. Ma quanti capri dovremo ancora massacrare, per allontanare da noi l’orrore della nostra esistenza animale? Seb non riesce a sopportare tutto questo, lui che è a contatto, ogni giorno, con la severa vicinanza della morte.

Quando Seb tornò dal bagno, trovò la mamma addormentata, davanti al tavolo, con la tazza di caffellatte davanti. Un lungo filo di moccio le colava dal naso.
Lui prese un foglio di carta da cucina che stava sul tavolo e cercò di pulirla.
«Ciccia, ti sei addormentata!» disse.
«Cerca di finirlo, così ti riporto a letto.»
Quando finirà questa lunga morte? Pensava.
Chiamava Dio, il dio che forse non c’era, perché l’avevano inventato loro, gli uomini.
Ho tanto bisogno di Dio, anche di un Dio che non esiste, pensava. Come possiamo vivere senza dio, tutti noi?
Ma ormai il mondo intero ne faceva a meno, cercava di sopravvivere limitandosi a occuparsi della realtà, di quella tangibile, almeno.

La notte è lunga e le ragazze parlano, nel miniappartamento a fianco.
Seb ha bevuto un po’ di birra a cena, la metà di una bottigliett a da 33 cl. Ha parlato con la sua amica Aura al telefono per più di un’ora, poi si è fatto una sega. Non è di cattivo umore, ma non dorme bene. Si sveglia più volte, sogna la sua amica morta, quella che, a completamento delle sue disgrazie, si è fatta venire un tumore alle ossa ed è morta, irrimediabilmente morta. Incredibile, una persona così vivace e attiva, speciale; incredibile che sia morta, che anche persone così, diverse da tutte le altre, possano morire presto.
Alle sei del mattino Seb sente un battito irregolare: il suo cuore fa di testa sua. Poi capisce che deve andare in bagno. Non è raro che le aritmie gli si presentino collegate a problemi di irregolarità intestinale. Poi ricorda di aver bevuto la birra, ricorda anche la sega. Spesso anche l’attività onanistica, specie se prolungata, gli causa qualche irregolarità, anche a distanza di ore.
Presto si fanno le sette, l’ora della pastiglia. Preso il betabloccante, Seb spera che il cuore si rimetta a funzionare a dovere o per lo meno a rallentare. Si ricorica e riesce adormire ancora un po’, fino alle otto, poi alle nove.
A colazione prepara il tè, leggero, per sé, il caffellatte decaffeinato per la mamma.
Lei vuole infilarsi la dentiera, ma riesce solo ad affogarsi. Ha conati continui di vomito, ma rimette solamente saliva.
Alla fine Seb la trasporta sulla sedia a rotelle. In quella posizione la mamma si riprende presto e riesce perfino a bere il latte. Evviva.
Ora bisogna lavare, poi preparare il minestrone, sperando che venga meglio della volta scorsa.
La mamma lo guarda, sempre più magra: pare che scompaia, un etto al giorno. Sembra che la sua carne l’abbandoni, lasciando il puro spirito. Quanto può resistere uno spirito senza un supporto fisico?

«Oh il sole: che bello!» gridò la mamma.
Un gran sole rosso era apparso quella mattina nella caligine che incombeva sui palazzi di viale Bartolomeo d’Alviano. Rimaneva appeso sulle case multicolori, le cui tinte però parevano ancora assopite, ancora immerse in una sonnolenza autunnale.
«Sì, è bello» disse Seb, «sembra di essere a Saigon.»
Certo qui non c’era una pellicola dalle sfumature giallo arancio, e soprattutto era l’alba e non il tramonto; ma nessuno si sarebbe stupito se all’improvviso fossero apparsi nel cielo gli elicotteri americani e se la gente del luogo si fosse messa a correre per raggiungere i rifugi sotterranei.
«Uh, la pianta grassa» disse la mamma guardando il terrazzino, dove una pianta solitaria aveva colonizzato l’unica fioriera piena di terra.
Dall’altra parte della casa si vedeva una lunga fila di macchine che tentavano di attraversare il quartiere per raggiungere il centro. Andavano in fila indiana, per colpa dei lavori che avevano ridotto a due le corsie, da quattro che erano.

Poi succede un disastro.
La mamma comincia a fare «uhi uhi uhi», a togliersi le mutande, a bagnare il letto e tutto perché? Per la maledetta faccenda della cacca.
Grossi pezzi di cacca stazionano lì, sul buco, e non vogliono saperne di venire giù. Lui riesce a prenderli con la carta e portarli via, ma dentro ce ne sono sempre tanti di pezzi.
La mamma per due giorni si libera in questo modo, sembra star bene e mangia con appetito. .Poi la notte di venerdì qualcosa si blocca. Vengono via due pezzi, a forza di urla. Poi appare un tronco che non vuole uscire. Forse è troppo grosso, forse la mamma ha esaurito le forze. Fatto sa che vuole tornare a letto, perché la comoda non è tanto comoda e, per quanto imbottita, è dura.

«Ti fa male?»
«Non lo so.»
«Come, non lo sai?»
«Adesso non fa male.»
Bisogna comunque cercare di risolvere il problema. I medici consigliano una specie di bevanda fatta di minuscoli pezzetti di plastica. Quelli dovrebbero spingere verso il basso le feci e ammorbidirle. Bisogna provare: magari è vero e quel prodotto funziona.
Seb versa il contenuto della bustina di quella medicina nel mezzo bicchiere l’acqua. Lei ne beve un po’, poi non lo vuole più. Pochi minuti dopo rimette tutto il liquido. Cvd, come volevasi dimostrare, pensa Seb. La mamma mica è in grado di assumere quelle robacce! Bisognerà tornare a mezzi più naturali. Peccato che nemmeno le erbe riesca ad assumerle. Mette la pastiglia in bocca (chissà perché la chiamano tavoletta?), poi beve l’acqua. Ma l’acqua scende serenamente nell’esofago, mentre la pastiglia rimane appiccicata alla lingua, e la mamma la ostenta, quasi con orgoglio. Visto che non riesco a prenderla?

Alla fine la situazione si fa drammatica. Naturalmente è venerdì sera e non è più l’ora giusta per disturbare il medico curante. Si sa che in certi giorni e a certe ore esiste solo la guardia medica.
La mamma si lamenta per l’intera nottata, chiede di essere portata in ospedale.
Alla fine Seb chiama la guardia medica. Una gentile dottoressa risponde e fa una serie di domande. Visto che la mamma accusa dolori, dice che non c’è altro da fare che portarla al pronto soccorso. Ma cristo! Possibile che nessuno voglia alzare il culo dalla cadrega e venire a fare un clistere a una vecchia dolorante? Bisogna chiamare un’ambulanza, far spaventare a morte la vecchia, portarla fino a un ospedale dove la tengono in attesa per ore, con codice verde, per poi alla fine infilarle cannule e aggeggi nel didietro, facendole un male cane?
Sabato sera arriva R., sorella dell’amica Aura. «Provo a farle un enteroclisma» dice. È una fortuna conoscere un medico al di là di un normale rapporto professionale. Quando il medico poi è una persona eccezionale e disponibile come R, è un vero miracolo.
L’amica si cambia, nella stanza più grande, per infilarsi il camice. Seb si ritira con discrezione, ma lei e velocissima e lui la vede svestirsi. È una visione di un attimo. R. con la schiena completamente nuda, prima d’infilare il camice bianco. È molto magra: un corpo ancora bello. Una visione rubata, pensa Seb, che si sente un ladro. Peccato che quella visione non l’abbia avuta in un’occasione migliore e più coinvolgente. Purtroppo quello che sta per avvenire è troppo lontano dal desiderio, anche se l’eros riesce a sprigionarsi in ogni momento, anche nelle circostanze meno adatte e prevedibili.
Stendono teli di plastica sul letto, R. controlla l’addome della paziente. Non sembra che ci sia ancora un blocco intestinale: qualcosa si può fare. Pratica un enteroclisma, cercando di salire in alto, finché si può, con una lunga cannula.
La mamma urla: la pressione del liquido le fa male.
Dopo un po’ il liquido comincia a venire fuori, insieme a masse informi di robaccia. C’è un tanfo infernale.
R. ha dei conati di vomito; esce sul terrazzino per prendere un po’ d’aria pulita.
Seb per fortuna regge bene gli odori. Collabora con la dottoressa nel portare via i fluidi nauseabondi che la mamma conservava nella sua pancia da giorni e giorni. Insieme riescono a ripulire tutto.
La mamma è distrutta, ma neanche R. ha una buona cera.
E ora cosa si prevede? La mamma perderà ancora un po’ di liquido e ci sarà ancora da pulire. Poi, piano piano, dovrebbe riprendersi e ricominciare a mangiare, ma fino a quando?

Ora la mamma riesce a ingoiare le tavolette di erbe. Aura, l’amica, dice a Seb che forse può provare a tagliarle in più pezzi. Infatti, spezzandole a metà con lo schiacciapastiglie e tagliando i pezzi ancora a metà, le tavolette diventano così ruvide e irregolari da non attaccarsi più alla lingua. L’unico problema è che le tavolette da sole non sono molto efficaci. Forse occorrerà un altro clisma.

«Non ce ne sono più pesci a Cagliari?»
«Ma qui siamo a Milano.»
«Ah…!»
Poi la mamma incominciò a raccontare una delle sue storie.
«Una volta venne papà con due pesci grandi.
Quando andavamo a Cagliari, avevamo una camera ammobiliata in Largo Carlo Felice.
Io me lo ricordo. Andavamo d’estate a Cagliari. A mammina piaceva la città.. Si vestiva bene, da città, si usciva, c’erano i negozi, si andava al cinema.
Era bello, allora: si stava bene!
C’era un’altra bambina e giocavamo e papà voleva che andassi a letto, invece, perché facevamo chiasso. Ma io non volevo stare a letto. Volevo giocare.
Io mi ricordo tutto.»
Certo era bello passare dal paese alla città, vedere tanta gente elegante. Una maestra allora poteva permettersi di andare in città per la villeggiatura, fuggendo la calura e la noia del paesino di campagna.

«Elandao.»
«Eh?»
«Pe-lan-da-o.»
«Pelandao: che cosa vuol dire? Stai parlando indonesiano, balivese?»
«No mi o siegàe.»
«Non ti sai spiegare, ma cosa stai dicendo?»
«Pe-lan-da-o.»
«No, non mi ridire pelandao, mamma, cosa dici: melanzane?»
«No.»
La mamma ride: non si tratta di melanzane. Dev’essere qualcos’altro.
«No. Pelandao!»
Comunque ora mangiava di gusto.
«Gli spaghettoni, che buoni.»
«Sono spaghetti normali, integrali.»
Poi lei guarda fuori. La faccia è intenta, stupita. È dimagrita ancora di più e mostra tutte le rughe, quelle che non si vedevano fino a pochi mesi prima.
«La casa bianca – pausa – e la casa gialla.» Constatazione ormai abituale. È vero: si vedevano una casa bianca e un altra gialla, in lontananza. Anzi, più che case, erano due palazzi, con tanti piani.
Insomma, tutto va bene, purché non le si muova l’intestino e non si avvicini la deprecabile defecazione.

È domenica. Nora vuole fare il solito giretto in macchina, per non dimenticarsi di come si guida.
Solito percorso, solite svolte. Alla fine dice: «Beh, facciamo un altro giro»; però ovviamente sbaglia strada e tra due frecce sceglie quella di destra. Si ritrova a fare il giro dell’isolato. Poi si ferma, perché vuole andare al market.
«Bisogna prendere l’acqua.»
«Non ce n’è già abbastanza?»
«Vedo tutti con i carrelli pieni d’acqua: tutti stanno facendo la scorta.»
«Pensano di essere in guerra!»
«Tutti sono carichi d’acqua.»
«Credo che il tuo paradiso consista in una stanza ricolma di confezioni d’acqua minerale.»

Nora si è fermata perché non vuole fare la salita del parcheggio del market. Ha paura e lascia la guida a Seb.
Naturalmente, oltre all’acqua, si acquista un bel po’ di altri prodotti. Però quello che più premeva a Seb, la confezone di sacchetti gialli per plastica e metallo non c’è. C’è solo quella condominiale. «Bisogna cercarla al Brico» dice.
Tornano a portare i sacchetti di prodotti del market nelle due case, prima in quella di Seb, poi in quella di Nora.
«Non si può dire che stai facendo niente per me» dice Nora.
«Perché cosa dovrei fare?»
«Niente, niente.»
È una fissa, questa di Nora, che i mariti debbano pensare solo ed esclusivamente alle mogli, dimenticando ogni altra cosa, ogni interesse personale, ogni svago. Il buon marito deve annullarsi per la consorte, vivere in funzione di lei.
Certo, anziché fare altri acquisti per sé e per la mamma, Seb avrebbe potuto comprare solo l’acqua e poi correre a casa con Nora per continuare a lavorare all’articolo sul suo possidente varesino. Nora ha il terrore di non riuscire a finire l’articolo in tempo per il convegno e, se Seb non ci mette le mani, l’articolo non viene proprio fuori. Ci sono troppi dati, troppe ripetizioni: bisogna riassumere, riallineare, riformulare.
Ma l’articolo non deve essere a nome di Nora?
Certo, ma quanti articoli vengono pensati e scritti da persone diverse dall’autore ufficiale? Quanti libri sono scritti da anonimi giornalisti e ghostwriter, ma vengono firmati dalle solite figure note del mondo della cultura e dello spettacolo?

Poi inizia l’emergenza feci, vulgo cacca, triv. merda.
La mamma si lamenta continuamente, cerca di evacuare, ma non ci riesce. Seb svuota l’ultima parte del percorso, ma non è sufficiente. Quello che rimane dentro continua a premere: è troppo grosso e ancora troppo secco, malgrado le pastiglie e l’alimentazione vegetale e liquida.

La R. deve tornare. Lascia a Seb il compito di acquistare tutto l’occorrente (teli, clismi, cotone, guanti, sonde rettali) e predispone tutto per la sua venuta.
Purtroppo però deve rimandare perché si sente male. «Dev’essere qualcosa che mi hanno attaccato i bambini» dice al telefono. L’appuntamento viene spostato.
Seb riesce a togliere un po’ di robaccia alla mamma, ma evidentemente ce n’è altra, perché lei continua a emettere il suo lamento, di giorno e di notte, non appena le feci arrivano alla fine del canale e premono per uscire. Di notte si dorme poco. Quel lamento è entrato ormai nel cervello di Seb, che crede di sentirlo anche quando la mamma dorme tranquilla; magari è qualcuno che parla negli appartamenti vicini, oppure è un rumore esterno, o un suono proveniente da qualche attrezzatura elettrica o meccanica. Il lagnoso sfrigolio dei motori talvolta simula il dolore umano. Il suono accompagna Seb anche lontano da casa; dovunque pare che si diffonda nell’aria un sordo lamentio, che filtra dalle case e veleggia nell’aria delle strade, nei cieli quasi ricoperti da una nuvolaglia incerta, nell’asfalto tetro delle strade, nella torbida caligine dei parchi autunnali addormentati.
Finalmente R. arriva e si prospetta una lotta epica…
La mamma, che evidentemente non gradisce proprio il trattamento, urla come un animale ferito.
Alla fine, pulire tutto, risistemare, conservare quello che non serve più.

La mamma continua a non star bene. Dopo la liberazione dal peso interno, è stata bene un paio di giorni. Poi ricomincia a perdere l’appetito. Seb pensa con terrore che dovrà procedere lui a fare un clistere. Lo spaventa soprattutto dover affrontare gli urli della mamma.
Prova a preparare una zuppa di zucchine e cipolle, mette solo qualche sfoglia di carota e un pomodorino a pezzetti, insaporisce con uno spicchiettino d’aglio e un po’ di origano.
Il piatto risulta gustoso, ma la mammma ne mangia poco e Seb pensa di conservarlo per l’indomani. A lui il composto fa effetto quasi subito. Nell’intestino aumentano i gas e si presenta la necessità di andare in bagno. La mamma invece niente. Sta lì dura, senza nemmeno una parvenza di evacuazione, nemmeno quel po di cacchetta che di solito appariva e in qualche modo riusciva ad espellere.
Alla sera Seb riesce a farle ingoiare, tagliandola a metà, la pastiglia di erbe per favorire la cacca.
Di notte qualcosa non va. La mamma è nervosa. Ogni tanto si lamenta. Non prova dolore, dice, se Seb glielo chiede, ma si capisce che non è a suo agio. Lei non dorme: che siano le erbe a tenerla sveglia?

L’indomani a colazione il latte rimane quasi tutto nella scodella.
Seb si prepara e si veste. Gli pare che Nora gli abbia detto di andare presto in via D. Stranamente però non gli ha telefonato, per sapere quando sarebbe arrivato. Quando si trova a metà strada, Seb si ricorda che la moglie quella mattina doveva prendere il treno per Varese. Decide di andare a casa lo stesso. Tutto sommato è una buona occasione per accendere la tv e sapere qualcosa di ciò che sta accadendo nel mondo; poi potrà scaricare un po’ di immagini dal web, senza l’ossessione della moglie che lo richiama per farlo lavorare a quel maledetto articolo. Per la strada si sente più leggero del solito. Si rende conto di avere la camicia a maniche corte, ma non ha freddo, né caldo. Non sente il bisogno di togliersi il giaccone di tela pesante che si è infilato per contrastare l’umido della mattina.
A casa, ascolta un po’ di televisione e capisce di non aver perso nulla in quei mesi. Dappertutto trova le solite discussioni, identiche a quelle che aveva ascoltato qualche tempo prima. Poi si mette al pc e scarica un po’ di belle ragazze sulla chiavetta.
Quando decide di rientrare e di rivestirsi, non trova la giacca. Chissà dove l’avrà lasciata. In camera no, in bagno nemmeno. Chiede anche a Rino, che nel frattempo si è svegliato. Non si sa che fine abbia fatto la giacca. Alla fine viene il sospetto che Seb la giacca non l’abbia proprio messa e che abbia infilato direttamente il giaccone sulla camicia: ecco perché si sentiva più leggero.
Infatti, quando torna nell’altra casa, la giacca sta lì,tranquillamente appesa allo schienale della sedia, e subito bisogna dar da mangiare alla mamma.
La verdura rimasta viene consumata a metà, neanche metà piatto.
«Non ne ho voglia!»
«Scommetto che se ti do degli acini d’uva te li mangi tutti.»
E così avviene. Seb lava l’uva, stacca un po’ di acini, li ripulisce nel tovagliolo di carta, perché vi rimane attaccato uno strato nero che l’acqua non riesce a staccare, e li pone di fronte alla mamma. Lei li prende uno alla volta e li fa sparire.
«Le zucchine te le conservo. Stanotte però te le mangi» fa Seb.
Invece, di sera: «No, latte!»
Le zucchine finiscono nel water; fortuna che erano poche.

La notte è agitata. Lamenti intorno alle tre del mattino. Seb pensa all’intestino e accorre, invece alla mamma fa male il costato, dietro il seno destro. «Ahi, ahi, ahi: mi fa male.»
Tentativo di ridormicchiare. Seb ha anche un po’ di mal di denti, insomma un indolenzimento che lo costringe a levarsi l’apparecchio e a far riposare le gengive, nella speranza che di quelle si tratti e non dei denti. Bisognerà chiamare anche il dentista, e non solo il medico per la mamma?
Alle cinque, altri lamenti.
«Non sto bene qui, voglio andare a casa.»
«Ma è questa la casa, dove vuoi andare?»
«Dove c’è Rino, dove stanno tutti.»
«Ma quello è un bilocale, dove ti metto? Abbiamo comprato questa casa proprio per te.»
«Ma non è casa mia!»

«Cerca di tirarti su.»
La mamma fa una faccia sconsolata.
«Ti stai lasciando andare.»
«Eeeeeh…»
Seb assume una posa ducesca.
«Bisogna combattere, nella vita. Credere – Obbedire – Combattere!»
Mani sui fianchi e mascella in fuori, bene in vista
Sguardo perplesso della mamma, che ben ricorda le cavolate mussoliniane, per averle vissute.
Un po’ di ottimismo ci vuole, ma senza esagerare. Altro che certezze granitiche!

Seb contatta il servizio infermieristico di una fondazione. Funziona tutto come se si vivesse in Svezia. La richiesta di Seb è fatta al mattino e la mamma viene registrata da un’operatrice. La coordinatrice del servizio telefona al pomeriggio e fissa la prima visita dell’infermiera per il giorno successivo. L’infermiera arriva in perfetto orario e svuota miracolosamente la mamma, senza nemmeno farle un clisma: che volete di più? Si concorda di effettuare il servizio due volte alla settimana, il martedì e il venerdì.
Dopo mezzogiorno arriva il fisioterapista che fa qualche disperato tentativo di rimettere in moto la mamma. Dopo la sua partenza, si può mangiare. Seb prepara un po’ di pasta corta col sugo e un mango.
Il mango è delizioso. Seb taglia alcune fette per la mamma, che le succhia. Poi lui si attacca a quel durissimo nocciolo, piatto come un osso di seppia, e vi affonda la bocca. Incantevole il gusto della buccia, che sa di erbe aromatiche: un succo dolcissimo con un lieve retrogusto amaro. Bisognerebbe dare un premio a chi ha inventato questo cocktail. Forse solo per queste cose vale la pena di vivere.

Ogni tanto la mamma parla, di notte, e ogni tanto Seb va a vedere che succede. Quando arriva però la trova quasi in stato d’incoscienza, con la bocca aperta e il respiro affannoso.
Una volta riesce ad arrivare prima che si addormenti.
«Perché parli tanto, mammetta?»
«Per passare il tempo.»
Quando arriva il mattino, la mamma è quasi sveglia, ma ancora straparla. C’è stata una festa, secondo lei, e qualcuno si è sentito male.
«È festa. Come state?»
Chissà perché usa sempre le forme plurali del verbo?
«Vi sentite male?»
«Chi si sente male?»
«Tutti, tutti. Avete chiamato il dottore?»
Chi glielo dice alla mamma che oggi i dottori non si chiamano più e che se qualcuno sta male va in ambulanza al pronto soccorso? Non sarà per quello che non si sentono altro che sirene in giro per la città. Sembra di vivere in mezzo a un’epidemia, di quelle causate dai topi, o dai pipistrelli.
Non c’è nessuna festa, oggi è martedì e nessuno si è sentito male.
La mamma fa una faccia strana: forse non ci crede. Lei lo sa bene che qualcosa invece è successo. Quale sarà la verità, quella del suo universo o quella dell’universo di Seb?
Quanta paura, quanta incertezza: stare in una stanza e attendere un lamento, una voce che possano far apparire il fantasma del male. Ogni suono immaginato sembra reale, ogni suono reale pare assumere connotati sinistri. Tutto si muove: è il lento avanzare della morte, unica inesorabile certezza.

Giornata campale.
Prima arriva l’infermiera per l’estrazione della cacca, poi il fisioterapista dall’ingrato compito di emulare Cristo, cercando senza speranza di far alzare dal letto lazzari e vecchiette. Alle due, in anticipo (era ovvio), vecchia tecnica degli ispettori, la coordinatrice dell’ASSL. Dovrebbero arrivare gli operai della ditta che esegue la manutenzione dell’impianto di riscaldamento, ma naturalmente sono in ritardo. Per cui c’è da affrontare la virago dell’ASSL, a cui non piace vedere che la mamma dorme nel tinello, dove ci sono i fuochi a gas della cucina a vista
«Ma è di quelli nuovi che si spengono per sicurezza, se esce il gas?»
«Sì.»
«Ma comunque io qui non ce la terrei. Capisco che di là c’è il parquet e che la casa è la vostra, ma non va bene, E poi ci vuole qualcuno che segua la mamma, perché lei giustamente ha diritto di andare anche nella sua casa e la mamma non può rimanere sola.»
«Ma ci dormo io.»
«Sì, ma non può stare qui tutto il giorno. Insomma, non dovremmo nemmeno accettare la pratica. Però se trova qualcuno…»
«Ma la mamma qui si è ambientata bene, si mette lì e guarda il panorama.»
«Ma dal letto il panorama non lo vede. Lei ce la porta in poltrona e la fa sedere, quando vuol vedere il panorama.»
Seb non sa obiettare. Dovrebbe dire che ormai la mamma si è abituata a osservare il volo degli uccelli, che spostarla da lì significherebbe isolarla ancor di più; dovrebbe dire che in tinello c’è l’acqua e che per farla bere o per pulirla si fa in un attimo; dovrebbe dire che l’infermiera per i suoi interventi ha tutto a portata di mano e non deve preoccuparsi di sporcare, perché lì pulire è facile; dovrebbe dire che il sistema di condizionamento è stato studiato e potenziato in tinello appositamente per garantire il più assoluto comfort alla mamma, che invece nella grande sala morirebbe dal freddo. Ma non dice niente. Sa che non ci si può scontrare con le idee tradizionali e consolidate, che impongono agli ammalati di vivere e riposare in stanze da letto, anche se molto più scomode e più lontane dai servizi. Insomma una vita da ospedale, in fondo.
Ha come un vuoto nella testa Seb; gli sembra di essere precipitato in un regime militare, in cui bisogna solo dire sissignore o signorsì.
La colonnella si leva in piedi, soddisfatta. È veramente altissima: le starebbero bene divisa e galloni, mostrine e stellette, ma anche stivaloni da ufficiale tedesco, di quelli che si vedono nei film sulla Germania nazista.
Gli operai deve andare a cercarseli, Seb, e infatti li trova nel locale caldaie, nel seminterrato.
«Non hanno segnalato il suo nominativo, per cui non è previsto alcun intervento nel suo appartamento.» Seb gli chiede che facciano un salto lo stesso; alla fine gli danno retta. Sa benissimo che per il condominio l’appartamento è vuoto e registrato ancora col nome della vecchia proprietaria. Prima di aggiornare i dati, ci vorranno mesi, se non anni.

La mamma mangia melone.
Dopo aver sputacchiato tutto lo sputacchiabile, da buona sputacchiatrice professionale, affronta i pezzetti di melone che Seb le taglia.
Il melone è della stessa qualità di quello che si mangia d’estate, ma è meno saporito.
«Si vede che siamo d’inverno» dice Seb
Comunque la mamma lo addenta e si vede che le piace. Il sugo è dolce, tutto sommato.

Prima ha mangiato un po di salame ungherese, qualche pezzetto di formaggio di malga altoatesino (o sudtirolese) e alcuni pomodorini dalla forma di piccoli sanmarzano.

«Se n’è andata quella ragazza?»
È pomeriggio e Seb non è voluto andare in via D. Si sentiva stanco e la giornata era piovosa. Le previsioni prospettano due settimane di pioggia e grigiore. Proprio adesso che è arrivata la chiave del servoscala, portata dal sig. P. in una busta preparata dall’amministratore.
Proprio adesso piove, pensa Seb. Vorrebbe portare in giro la mamma in macchina, ma come si fa a dirlo a Nora? Bisognerebbe mettere un telo di plastica sul sedile, perché la mamma potrebbe sporcarlo di pipì. Prima o poi dovrà dirglielo a sua moglie. Lei farà la voce grave, quella della persona offesa e indignata, ma forse alla fine acconsentirà. Certo non spera che venga anche lei, insieme con la mamma. E poi dove posteggiare la macchina in attesa della discesa della mamma, e dove mettere la sedia a rotelle nell’auto? Un giro in macchina potrebbe diventare un’avventura. Sarebbe meglio che venisse Rino.

La vita appariva a Seb come ricondotta ai suoi valori essenziali. Sopravvivere col cibo, stare al caldo, non provare dolore, parlare per trascorrere il tempo.
Bisognava ricominciare ad apprezzare i piaceri minuti: il pane buono e croccante, come il carasau o le lanterne ferraresi, la pastasciutta col sugo, la vista del cielo, delle piante, degli uccelli.
Bisogna imparare a godere la vita.

«Si lamenta sempre» dice Seb all’infermiera. «Io la chiamo la sciura Lamentoni.»
«Si lamentano tutti.»
«Perché ti lamenti sempre?»
«Perché non sono contenta.»
«Eh, credi che che ci sia qualcuno contento a questo mondo?»
«Sì, ma gli altri vanno in giro, camminano.»
«E che ci devo fare io se ti è venuta una paralisi? Hai mai visto un paralitico che cammina? Li portano in giro, così, ma poi… Bisogna arrivare all’ascensore, scendere, rimettersi sulla carrozzella, andare sul servoscala, ricordarsi come funziona, che ci riescono solo i laureati in ingegneria a metterlo in moto. E poi, anche se andassi fuori, cominceresti: Che freddo!»
E poi (Seb lo sa benissimo) dietro a tutto c’è il divieto di Nora. E chi se la prende la responsabilità?

«Chi c’era con te?»
«Non c’era nessuno. Sono con Aura al telefono.»
«Chi?»
«Aura, la mia amica, quella che mi chiama sempre e mi tiene ore al telefono.»
«Ma quello che c’era prima»
«Non c’era nessuno!»
«Ma c’era un uomo. Prima»
«Eh? Non sono diventato ancora… gay!»
«Quello che mi doveva visitare, quello che ha detto: Permesso, signora?»
«Guarda, la porta è chiusa a chiave. Come è potuto entrare. È passato dai muri?»
La mamma fa le smorfie.
«Quello deve arrivare, ma arriva a mezzogiorno e dice sempre “permesso”: è il fisioterapista.»
La mamma confonde i tempi, mette insieme esperienze lontane e vicine.
«E il bambino?»
Ogni tanto si ricorda di Rino, pensa Seb, e alza il braccio fino a toccare con la mano la parte alta dello stipite della porta. Là, dove la porta non c’è. Bisognerebbe tirarla giù dal solaio, aggiustarla e rimettercela, ma poi si ridurrebbe lo spazio e la mamma rimarrebbe troppo isolata, per cui non se ne farà mai nulla.
«Il bambone… Arriva fin lì.»
«E com’è che ve l’hanno dato?»
«Abbiamo fatto domanda di adozione internazionale.»
«Ma non c’è!»
«Perché vive in via D. Ha il bar proprio sotto casa: è più comodo lì. E poi lavora di notte. Adesso dorme.»
«È bravo?»
«Sì.»
«Vi riconosce?»
«Certo che ci riconosce: non è mica scemo!»

«Ahi… Ahi… Ahi… Ahi…»
«Che cos’hai, perché ti lamenti?»
La voce della mamma diventa aspra, stridula. Si capisce che ora è una persona diversa, dominata dalle forze della notte.
«Io sono innocente… Loro devono appurare bene le cose. Ahi… Ahi… Ahi… Ahi…»
«Cerca di dormire… Tranquilla!»
Il ritmico lamentio diventava una costante notturna. Il buio non aiutava la mente, che inventava storie, creava incubi, realtà alternative.
Due ore dopo… «Ahi… Ahi… Ahi… Ahi…»
«Stai tranquilla, non lamentarti!»
«Sì, sono tranquilla, non mi lamento. Buonanotte… Ahi… Ahi… Ahi… Ahi…»
Insomma, non c’era verso.

Seb sente una specie di colpo di vento all’orecchio, se si muove un po’ troppo in fretta. È come un frullo d’ala, che appare anche se si alza o si abbassa di colpo. Ora ha paura a muovere la testa, o a camminare veloce per a casa. Succede anche quando attraversa il corridoio. Chissà che succede in quello spazio, chissà quali creature delle tenebre si nascondono negli anfratti del nostro universo, emergendo di tanto in tanto come sensazioni, figure intraviste, suoni impossibili, ingiustificabili.

«Uh colombina…»
«Sì eccola là.»
«Uh, colombo. È bello… po-po-po-pof… paffuto!»
Colombo o colomba che fosse, un piccione si era preso l’abitudine di appoggiarsi sul davanzale della finestra della casa che si ergeva sulla sinistra, rispetto alla finestra del tinello. Era probabilmente un’ala dello stesso palazzo abitato da Seb e dalla mamma. Stava lì, col fresco o col sole e non si muoveva perché nessuno la disturbava: insomma era proprio come se fosse casa sua.
«Oggi prendiamo tutti e due il caffellatte. Perché, non lo prendiamo sempre?»
«No, io di solito prendo il tè. Ma adesso devo stare tranquillo»
Infatti Seb prendeva il tè fatto con due bustine, una deteinata, l’altra no.
«Devo stare tranquillo: ho il dentista!»
«Uh!»
«Ho incominciato la cura. La prossima volta devo devitalizzare.»
«Ma perché gli uomini… se hanno i denti, perché devono far male?»
«L’ho detto sempre io a Lui.» Seb indicò il soffitto, alludendo a ciò che stava sopra il soffitto.
«Gliel’ho detto che ha lavorato male. E Lui ha risposto. Sai, era la prima volta che lo facevo. E ha detto anche: Non tutte le ciambelle vengono col buco. Anzi qualche volta vengono solo i buchi, senza ciambella. Perciò, accontentatevi di quello che ho fatto.»

C’è una fitta nella gola di Seb. La sente da un po’ di giorni. È apparsa dopo tutti quei giorni d’acqua incessante, di pioggia e vento, e non è più andata via. Di solito a lui basta una bella smoccolata, un paio di giorni di raffreddore per cacciare via tutti i dolori, tutte le fitte e fittarelle. Questa volta non è così. Il dolorino si calma, sembra scomparso, ma poi riappare, insistente, affezionato alla sua gola, così da non volerla abbandonare. Devo trascinarmelo fino all’estate? Pensa Seb.

Guarda la bottiglia, la mamma, e legge l’etichetta
«Uh, l’olio di Alghero: è buono! Nonno andava con le cose… a portare… a fare la prova. E lui aveva gli uliveti!»
«Come si faceva nell’Ottocento, e anche nel Settecento. Si portavano il vino e l’olio da assaggiare. Lo sai perché prima l’olio non veniva buono? Perché raccoglievano le olive da terra.Mandavano tutto al frantoio. Poi l’olio non era raffinato. Lo lasciavano soltanto riposare, poi lo usavano, ed era acido e aspro.»

«E com’è questa storia?»
«Quale storia?»
«Questa.»
Lei lancia un’occhiata, quasi un’occhiata d’intesa. La parlata è sicura, decisa.
«Perché è la tua storia, mamma, ognuno ha la sua storia.»
Ma la mamma non appare molto convinta. Lei sa ben altre cose.
Mezz’ora dopo si risveglia e riprende il suo discorso.

«Com’è questa storia? Che ci siamo messi le camicie del governo? E cosa dobbiamo fare: gli dichiariamo guerra? Sai cosa facciamo? Prendiamo l’aereo e ce ne andiamo dove vogliamo noi.»
«E come ci manteniamo?»
«Lavoriamo. Ma non come vogliono loro, uhm! Eh, loro sono furbi.» Poi ci ripensa e chiarisce meglio il concetto: «Sono tutti malvagi.»
La mamma vive una delle sue distopie. La realtà non riesce a penetrare la sua mente notturna. Chissà a quale esperienza politica fa riferimento! Chissà chi governa nel suo mondo!

Si riaddormenta, poi si risveglia:
«Ah! Compra il melone… Buono!»
A quella parola la mamma dà un suono rotondo, curvo proprio come il melone e carico di affettività, di compiacimento. La distopia è finita. La passione politica ha lasciato il campo a un’altra passione più concreta, più ancorata alla realtà quotidiana, al minuto piacere della tavola.
Seb compra il melone, ma quando lo apre scopre che è saporito ma duro; poi lascia sulle mani uno strano odore di pesce.
Da quando coltivano meloni di mare? pensa.

«Tiratemi su!»
«Devo andare in bagno.»
«Ah, vai allora, vai!»
Seb continua a sentire quella fitta sotto la gola, sul lato destro. Che questa volta debba prendere qualcosa? Magari riprovo col propoli; perché non l’ho comprato al market? Dimentico sempre qualcosa.
La memoria ogni tanto lo tradiva. Stava invecchiando, stava proprio invecchiando il Seb.

«Cos’è quello?»
Nel piatto di Seb ci sono tre pezzi di avocado, di un bel verde foglia, con la parte chiara rivolta verso il piatto. Seb ne gira uno per mostrare la faccia bianchiccia del frutto.
«È quello che hai nel piatto» dice Seb.
Infatti anche nel piatto di plastica della mamma Seb ha messo tre bei pezzi di avocado.
«Ah non li avevo visti!»
«Eh, certo, il piatto del vicino è sempre più verde! Prima guarda cos’hai nel piatto, poi puoi guardare nel piatto degli altri.»
La mamma fa così da un po’. Guarda quello che è più lontano e non si accorge di quello che le viene messo sotto il naso. Problemi di vista, certo, ma anche di attenzione.

«Domani mi alzo presto e vado al mercato a prendere il pesce.»
«Hai visto la Madonna e ti ha detto che puoi camminare?»
«No, ma…»
«Allora prima di tutto bisogna andare a Lourdes e chiedere alla Madonna di farti camminare. La Madonna dirà: Alzati a cammina. No, a dire il vero quello lo dovrebbe dire il Figlio. Ma sai com’è, la Madonna lo dice al Figlio e quello dice Alzati e cammina. Sai com’è, in famiglia! E cosi poi tu cammini.»
La mamma ride, lo sa benissimo di non poter camminare, ma ci scherza su, come se tutto fosse normale, mentre non c’è proprio nulla di normale nella sua storia.

«Uah… Tutto bagnato…»
La mamma è nuovamente nuda sul letto. Naturalmente ha inzuppato il lenzuolo, la veste da camera, il pigiama e il letto.
«Neanche messo!»
Infatti Seb aveva appena cambiato il lenzuolo e i vestiti. Ormai lei non accettava di tenere nulla indosso. Mutande o pannoloni che fossero. Durante il sonno li abbassava, toglieva del tutto i pantaloni del pigiama, che di solito rimanevano asciutti e puliti, e faceva tranquillamente la pipì. Quando si accorgeva di aver bagnato tutto, cominciava a mugolare lanciando il suo verso lamentoso e ritmico.
«Non te li devi togliere più, hai capito?»
«Ah sono stata io?»
«No, è stato Gesù Cristo.»
«E cosa devo fare, ammazzarmi?»
«No, solo ricordarti che se togli le mutande bagni il letto.»
«E perché, se non le tolgo, non si bagna lo stesso?»
«No, perché nelle mutande c’è l’assorbente, il pannolone, che trattiene la pipì. Si butta la mutanda e non si bagna niente.»
La risposta è un “aaahhhh” di stupore.
Seb è proprio arrabbiato, urla quasi. Poi sistema tutto, butta vestiti e lenzuola in bagno e si ricorica. Non riesce a dormire. Stranamente ha freddo. Indossa anche un pigiama pesante, ma il freddo si addensa sulle gambe e sui piedi. Dovrebbe alzarsi per mettere qualcosa sul letto, sopra le gambe; ma non ha voglia d’alzarsi. Sente la mamma che parlotta continuamente, parlotta e brontola, chissà con chi crede di parlare.
Quando si alza, dice: «Non mi è piaciuta quella scena.» Seb pensa alla scenataccia che le ha fatto lui, per l’innaffiatura mattutina. Invece la mamma parla di una vera e propria scena recitata.
«Non mi sono piaciuti.»
«Chi?»
«Gli attori.»
«Quali attori?»
«Quelli che stavano qui.»
Chissà perché si rivolge sempre al corridoio.
Seb pensa che in quel corridoio succedano cose strane. Prima di tutto le scene che vede sua madre, le persone che passano, che parlano, che interagiscono con lei. Poi gli strani fruscii che lui sente nelle orecchie quando passa in quello spazio per andare da una stanza all’altra o per entrare nel bagno.
E come sarebbero entrati, gli attori, se la porta è chiusa?
«Non mi è piaciuta la scena come l’hanno fatta.» La faccia della signora è schifata.
Forse era con gli attori che parlottava qualche minuto prima.
Poi Seb prepara la colazione e trasporta la mamma fino alla tavola, dove il caffellatte è già pronto. Basta mettere lo zucchero. La mamma assaggia, poi: «Mettine un altro po’.»
Seb afferra il sacchetto dello zucchero e versa un po’ di granelli bianchi nella tazza.
«Uh… Colombino… Che bello, tutto grigio, sul davanzale… Pof, pof, pof, infreddolito.»
Dev’essere uno dei soliti colombi, quelli che ormai hanno trovato casa nella finestra dell’appartamento che dà sul cortile. Seb ormai li ha visti tante volte, non si sposta nemmeno per guardarli.
È proprio una brutta giornata. Il termosifone è acceso e caldo, le pompe di calore pure. Seb ha messo in funzione il climatizzatore poco prima. Purtroppo fa ancora freddo, perché è mattina e perché il cielo grigio accentua la sensazione di mancanza di luce e calore.

Dopo un po’ si sente bussare da sotto il pavimento. Sembra che qualcuno bussi nella stanza da letto. Si sente distintamente una voce maschile.
«Salgo su e ti ammazzo… Puttana, tu e tua madre…» e qualche altra parola incomprensibile.
«Con chi ce l’ha?» chiede Seb.
«Non possiamo parlare in casa?» Dice la mamma.
«Forse non ce l’ha con noi» dice Seb.

La mamma guarda le figure stampate sulla carta da cucina che Seb sistema sul bavaglione. C’è un coniglio , una carota e qualche altra immagine che a distanza si identifica con difficoltà.
«Oh, un gatto ha portato papà » dice la mamma.
È una vecchia storia e lei racconta di quando suo padre aveva portato a casa un coniglio selvatico, o un animale simile, comprato da un cacciatore, e lei, allora piccolissima, se n’era uscita con quell’esclamazione che aveva suscitato generale ilarità. Ricordi di un’infanzia tutto sommato felice, quale Seb non aveva conosciuto.
C’era poi qualcosa, un fare istrionico, quasi guittonesco, nelle frasi che la mamma ripeteva con gusto. Lei giocava, con le parole, con i ricordi.

«È uno spettacolo questa casa. Vedi, da qui si vede l’aurora. Vedi, quando l’orizzonte comincia a venarsi di rosa. È ancora buio, ma la gente comincia a muoversi per andare a lavorare.»
«Ah, le macchine.»
«Sì, si vedono quando scatta il semaforo e passano tutte insieme. E qua sotto, nella nuova ditta sono già al lavoro.»
«Uh, un uccello grande, un colombo!»
«Sembra più grande di un colombo.»
Chissà cos’era quell’animale dalle ampie ali, che solcava il cielo, scuro contro il chiarore che aumentava.
«Ma il sole non è ancora spuntato.»
«Eh no, ce ne vuole perché sorga.. Spunta proprio di là, ad est.»
Poi Seb porta la mamma sul lato corto del tavolo, là dove si vedono le prime nuvole fiammeggianti.
«Oh che bello, tutto rosso!»
«Ma dopo un po’ la mamma comincia ad essere stanca.»
«Beh, mi sta venendo sonno: io mi corico» dice.
«Il sole sorge e tu vai a letto.»
«Il sole si sveglia e io vado a dormire.»

«Sai quando hanno comprato le tazzine giapponesi?»
«No.»
«Quando io avevo otto anni.»
Poi un piccione sfreccia nell’ampio spazio davanti alla finestra.
«Uh, colombino, che bello, infreddolito, pussi pussi.»
Tra ricordi e colombi, la mamma ha mangiato e può tornare a letto.
«C’è freddo la mattina a Milano.»
«Dappertutto c’è freddo la mattina. Dopo tante ore senza sole.»
Sembra di stare su una torre. Seb si sente in alto. Con tutto uno spazio vuoto ai suoi piedi, con le rondini che sfrecciano sopra e sotto, che quasi sfiorano la finestra, come se la casa si trovasse all’altezza del cielo.
Fuori per le scale si sente una bambina cantare, come in un vecchio film horror, in cui c’è sempre qualche bambino che canta.

Seb passò a prendere il latte in un punto market dove non era mai stato. Mentre sceglieva i prodotti, sentì un frastuono infernale. Per fortuna non era una bomba, ma uno starnuto. Una vecchia aveva lanciato una bomba batteriologica. Gli altri scarsi avventori si bloccarono terrorizzati, cercarono di allontanarsi senza dare nell’occhio, con nonchalance, dall’area del contagio, mentre la vecchia, che era anche orribilmente brutta, continuava implascabile a lanciare uno starnuto dietro l’altro, proprio nel reparto alimentari

«C’è la musica… La processione… Vanno verso giù…. La banda… La sento… »
«Staranno preparando la festa di Natale.» Seb però non sentiva nessuna musica: solo il cupo ronzio dei motori che si muovevano nel cortile della ditta, quelli dei camioncini e dei mezzi elettrici che portavano materiali edili e scorie avanti e indietro, senza un’apparente logica. Forse quei rumori alla mamma parevano una musica, oppure erano forse canti che si levavano al cielo dal tempio, là dietro, quello bianco e celeste, che pareva una fabbrica da fantascienza.
«Dove stai andando?»
«Qui, qui dietro.»
«Con la giacca?»
«Non è una giacca: è un giaccone che porto a casa di giorno.»
«Perché c’è freddo, vero?»
Sì: c’era freddo, ma fuori era peggio, c’era la nebbia e le temperature si stavano abbassando, per raggiungere le medie stagionali, dopo un autunno che pareva subtropicale, un autunno da profondo sud. Insomma, non c’era più la Val Padana di una volta; ma ora Milano si stava vendicando e la nebbia si stendeva al mattino in larghi banchi ormai da tre giorni, per scomparire solo molto più tardi.
«Io ora sto sempre coricata. Una volta non stavo sempre a letto.»
«Una volta avevi da fare. Ora cosa potresti fare?»

Dall’altra stanza si vede la gru che si muove come un animalaccio preistorico, scuotendosi di dosso la nebbia. La donna delle pulizie usa la scopa elettrica nel terrazzino coperto della casa di fronte. C’è una specie di box con i vetri, una specie di prosecuzione della casa nel terrazzino o poggiolo e la persona che fa le pulizie è sicuramente una donna, ora la si vede bene. Seb non la scambia più per un filippino.
Seb prepara la palla col detersivo liquido e riempie la lavatrice di capi da lavare, gira la manopola dei programmi, preme prima il pulsante della centrifuga, che non mette mai al massimo, poi quello che fa partire il lavaggio.
La mamma è stata spostata vicino al termosifone dell’altra stanza, per farle sentire quanto scalda. Lei finisce per assopirsi al calore. Dal bagno giunge un suono che sembra quello di una lamentosa voce umana, forse proviene dalla lavatrice. Le macchine incominciano a sostituirsi a noi, imitano i nostri suoni, si umanizzano, cominciano a capire che il loro ruolo sulla Terra può essere diverso da quello servile e subalterno assegnato dall’uomo.

La mammma parla per tutta la notte. È dalla sera che è agitata. Vede persone, sente strani canti: la processione, canti ebraici, l’inno italiano.
«C’è una festa. Sento persone che cantano.»
«Ma perché io non sento niente?»
«Eh… Bisogna saper ascoltare.»

Alle quattro è mezzo Seb si alza, lei è pronta, con le gambe sulla spondina. «Fate morire la gente di fame» dice, «voglio il latte.»
«Ma sono le cinque del mattino.»
«Ah, ma io ho fame!»
Seb prepara il caffellatte e la mamma se lo beve, come se fossero già le otto, poi vuole tornare a letto.

La mattina viene l’infermiera, la svuota in pochi minuti.
«Ne aveva tanta, dice, «però non è a pallini.»
Bene. L’era dei pallini è finita.
«Cucina, prepara il brodo» dice la mamma e vuole andare a sedersi sulla comoda.
Seb prepara la minestra e vede che la mamma comincia ad assumere un’aria sofferente. Si è voluta alzare troppo presto. Forse è già stanca di aspettare che il brodo sia pronto e la pasta cucinata. Seb getta gli anellini nel liquido, bastano cinque minuti per cuocerli.
Appena la pasta è cotta, la mamma comincia a lamentarsi, ma questa volta è un lamento vero. «Sto male» dice.
Seb la sposta sul letto.
«Oi oi» fa la mamma, e sembra che tossisca e si affoghi; poi si scopre che sono conati di vomito, ma perde solo un po’ di liquido dalla bocca
Dopo un po’ si riprende. Vuole mangiare. «Non ho niente sullo stomaco» dice, e ha ragione. Ha bevuto il latte alle cinque!
«È troppo grossa la pasta.»
«Ma se l’abbiamo fatta un sacco di volte.»
«No è troppo grossa, devi prendere il succhetto.»
«Va bene anche il semolino?»
«Sì anche il semolino.»
Seb non sa che il semolino mica lo portano più al market.
Però dopo un po’ la mamma smette di mangiare.
«Non ho più voglia» dice. Ha soltanto assaggiato la minestra.
Seb pensa che è già tanto se non riprende a vomitare.

«C’era una ragazza seduta lì» e indica il mobile-libreria del tinello.
«Le gambe giù… Le ho viste rotte. Che paura!»
«Che cosa, le gambe?»
«Nooooo, le tazzine.»
Anche in presenza dei fantasmi, la mamma si preoccupava della salvezza delle sue tazzine giapponesi, quelle della nonna, che poi si era scoperto essere la mamma, insomma la nonna di Seb.
Seb non chiede alla mamma se la ragazza fosse carina. E poi già la vede, seduta sul mobile, magra, col viso un po’ ossuto, allungato, con una specie di veste corta con le spalline, che lascia scoperti se si muove i suoi piccoli seni a punta. Le gambe penzolano e i piedi nudi scendono fino al ripiano in cui sono esposte le tazzine. Quasi quasi Seb sperava che si materializzasse quel minuto fantasma, perché quella era la donna a cui aveva pensato per tutta la vita, una così, flessuosa e disinibita, una dalle magre e nervose giunture, dalle lunghe ossa da stringere, dal giovane e agile corpo da penetrare, da tempestare di carezze intriganti e un po’ selvagge. Giovane e sfuggente piccola lupa, piccolo fantasma dallo sguardo livido e dalla bocca arsa di sangue.

«Però voi no… Non sapete tenere un anziano. Sono diventata rauca. Ho urlato per due ore.
Sono molto arrabbiata.»
Seb è esterrefatto. La mamma non ha mai fatto scenate del genere.
«Ero spaventata.»
«Ma siamo dovuti andare in due market. Ho comprato… Ho comprato… Seb fa vedere tutte le belle cose che ha comprato. Quando la mamma vede il panettone abbozza un sorriso.
«Non si lascia una persona sola, con questa maledetta…» tocca la spondina, «anche dall’altra parte. Io sono in galera. Volevo scendere.»
«Nooooo è proprio quello che non devi fare, se cadi per terra ti rompi in mille pezzi!»
La mamma non intende ragioni, anche perché sono entrati i ladri e c’era tanta gente che guardava dalla finestra. C’era una piazza, di là, piena di gente, e ladri che scavalcavano le ringhiere del terrazzino. Non sapevano mica che era al sesto piano. Loro scavalcavano e si appendevano e basta e tutta quella gente poi, che cantava!

Ci sono tanti rumori nella casa. Il più frequente è quello dell’ascensore. E certo: la tromba dell’ascensore confina col bagno. È come se l’ascensore entrasse in casa, con le sue improvvise ascensioni e le discese, lo scatto del meccanismo, lo sbattere delle due portine, il doppio bip che segnala l’arrivo al piano. Seb comincia a sperimentare la paura. Tutte le volte che l’ascensore si muove inizia ad apparire un’ansia sottile e ingiustificata. Si fermerà qui l’ascensore? Scenderà qualcuno che verrà a suonare alla porta?
Seb fantasticava da tempo su una sua lontana origine ebraica. Troppi erano i punti in comune con il pensiero e il temperamento ebraici. Il suo spirito caustico e dissacratore, la sua autoironia, la sua marcata sensualità, il suo profondo senso dell’ordine e il suo violento desiderio di sovvertirlo, la sua angosciosa sensazione di profonda diversità rispetto alla comune gente, ai goy. Tante, troppe cose lo facevano sentire vicino a scrittori e artisti del mondo giudaico.
Immaginava perciò che un giorno o l’altro, il potere ariano avrebbe scoperto questo suo segreto e sarebbe venuto per prelevarlo e portarlo lontano, verso l’annullamento di quella sua realtà malata e contorta. Lui, essere diverso, tormentato coacervo di lussuria e depravazione, morbosità e senso del peccato, lui intelletto superiore e nudo e osceno verme, da distruggere e cancellare per evitare che contagiasse la brava e onesta gente, i cittadini sani e i veri credenti.
Ma perché immaginarsi una lontana ascendenza ebraica , se la sua famiglia era di forti e asntiche tradizioni cattoliche, se addirittura c’erano suore e preti tra i suoi familiari?
L’eccesso di religiosità non era forse tipico degli ebrei convertiti? Molti accentuavano la loro partecipazione alle funzioni religiose, manifestavano una convinta adesione alle pratiche religiose, proprio per allontanare da loro il sospetto di un lontano passato da miscredenti

È il giorno di Natale. Seb si sveglia alle sette e mezza, si veste e corre in tinello a prendere le pastiglie. Questa volta non se ne dimenticherà come è successo negli ultimi due movimentati giorni.
Solleva la serranda e guarda fuori. C’è una gran pace. Una sola striscia rosta segnala l’imminenza dell’alba. Dal corrtile della ditta che si stende al di sotto, col suo chiariore grigio e levigato proviene una sensazione di vuoto. Ed ecco che improvvisamente qualcosa si muove. Sono due gatti che s’inseguiìono. Per il loro mantellomscuro e per la distanza sembrano, a vederlicosì dall’alto, due scarafaggetti. S’infilano tra le cataste di materiali edili, scomparendo, proprio come gli scarafaggi s’infilano nelle fessure dei muri.
Seb prepara il tè. La mamma si sveglia e comincia a lamentarsi. «Ah» fa la mamma, ritmicamente ripete il suo lamento
«Cosa vuol dire Ah?» Chiede Seb. «Ah» risponde la mamma.
«Domanda Ah – risposta Ah» dice Seb. «Molto chiaro!»
«Ti fa male qualcosa?» «No» dice la mamma con la testa, «no!»
Nell’altra stanza, si vede la donna che pulisce indefessamente i vetri dell’appartamento di fronte. Tutti i giorni, giorno dopo giorno, lustra quei vetri, come Sisifo spingeva il suo masso. Quanti lavori inutili, pensa Seb.
Fuori la gru dorme, i camini fumano.

«Il panettone… bello… fa allegria.»
Poi incomincia a leggere le etichette e le scritte delle buste di carta.
«I datteri naturali… Sono brutti così. Ma è buono?»
«Certo, ma sono quelli che abbiamo mangiato stamattina.»
«Oh?»
«Uno solo ne hai mangiato, ma era buono.»
Ricomincia la lettura delle buste: «Ubaldo e Daniela…»
«Hai una nuova professione?»
«Eh?»
«Lettrice di etichette. Le leggi tutte, poi le rileggi, ogni giorno, sempre le stesse etichette.»

«Uhi, uhi, uhi.»
«Cosa c’è?»
«Mi alzo?»
«Alle tre del mattino?»
«Ohhhhhh!»
Alle sei e mezzo ricomincia.
«Uhi, uhi, uhi.»
«Che succede?»
«Perché mi avete messo qua?»
«Perché non sei a casa?»
«No, non è casa mia. Voglio tornare a casa.»
«Ma come fai a stare a casa da sola?»
«Perché da sola?»
«Perché io abito qui a Milano. A Cagliari io non ci sono.»
«Ah, allora voglio stare qua.»
Però guarda con sospetto verso l’ingresso. Probabilmente vede qualcosa di strano, le cose che vede di solito, quelle che movimentano la sua giornata, quelle che riempiono il vuoto di avvenimenti del suo tempo.
«E chi te l’ha dato questo lavoro?»
«Quale lavoro?»
«Il lavoro del gatto.»
«Quale gatto. Qui non ci sono… Ah ma sono giù nel giardino.»
«Di chi è il gatto di quella casa?»
«Sono gatti condominiali.» Poi Seb ricorda che anche il tizio del piano di sotto, quello che urla e picchia sui muri con le scope, ha un gatto, un brutto gatto soriano rossiccio, a chiazze come una mucca e con una strana macchia sul muso che sembra una voglia di cacca. Ma la mamma non può averlo mai visto, e allora chissà a quale gatto e di quale casa fa riferimento, a un gatto della sua gioventù, o solo di qualche anno prima, a un gatto comunque di un altro tempo e di un altro luogo.
«E il bambino, quello che veniva sempre, dov’è?»
Qui non veniva nessun bambino. Ma quello forse era il solito bambino fantasma, che ogni tanto riappariva nel pensiero della mamma, forse il ricordo di un bambino reale, forse il ricordo di Rino, ancora piccolo, quando l’aveva conosciuto, forse invece era il suo bambino, quello che le era morto subito dopo la nascita, che ora stava da qualche parte in un cimitero, ma che era rimasto vivo nel suo cervello.
Comunque alla fine arriva l’ora della colazione. Seb toglie la mutanda-pannolone, lava le parti rimaste a contatto con la pipì con la soluzione comprata da Nora in farmacia, rimette mutande, pantalone e calze, solleva il corpo della mamma e lo scarica sulla comoda, mette il tronco in posizione verticale, porta la sedia vicino al tavolo, scalda il latte, mette un cucchiaino di caffè hag solubile, lo zucchero, il bavaglione, la carta antisbavo, taglia un pezzo di panettone, poi si prepara il tè.
La mamma guarda con interesse i datteri cellofanati, tocca col dito la confezione. È incuriosita.
Chi ve li ha dati quelli
I datteri?
Sì, i datteri al naturale, sono buoni?
Li abbiamo mangiati ieri, non ti ricordi?
Lo sguardo della mamma è una risposta negativa
Continua a toccare la confezione col dito, chissà perché non riesce a prenderli, i datteri, forse perché sono coperti dal cellofan?
Adesso bevi il latte e mangia il panettone. Se mangi i datteri poi non prendi altro, perché sono troppo dolci.
Seb va a scrivere qualcosa sul computer nell’altra stanza, quando torna, la mamma sta gioiosamente succhiando un dattero.
Ah, sei riuscita a prenderlo?
Di fronte alla finestra dell’altra stanza la donna delle pulizie spolvera raschia, incessantemente, come tutte le mattine. Il cielo è grigio, a grossi fiocchi di varie tonalità di scuro, come l’imbottitura dei materassi di lana, quando ancora qualcuno li apriva per pulire e rinnovare il contenuto. Gli alberelli giovani, giù nella strada grande, fremono al vento freddo. Il meteo promette neve, ma per ora non ce n’è traccia, il cielo non è uniforme, c’è ancora troppo vento. Se ne parlerà, forse, a fine giornata.
C’è qualcosa di strano oggi.
Seb gira attorno al tavolo e vede dietro al tavolo la bustina di cellofan con dentro due pezzi di pane duro che è caduta per terra.. Fruga nella scatola del panettone per rubare qualche pezzetto di dolce, qulache scaglia di glassa, un paio di canditi. Mentre sta lì a ravanare nella confezione sente il rumore di qualcosa che è caduto, guarda e vede la bustina di cellofan col pane per terra. Il rumore è proprio adeguato a quello che potrebbe produrre la bustina, ma… Non era già per terra? Vorrebbe chinarsi per raccogliere l’oggetto, quando suonano alla porta. Si ricorda che è il giorno in cui dovrebbe venire l’infermiera. È sabato, anziché venerdì, perché il giorno prima era Sanrto Stefano.
Seb corre alla porta e le chiavi cadono, cerca di inserirle nella toppa, ma sono dalla parte sbagliata. Oggi è particolarmente goffo e sbadato, Seb. Alla fine l’infermiera può entrare
È andato tutto bene?
Sì, insomma. Ieri notte era un po’ agitata.
Ah sì? Stava dormendo? Chiede alla mamma
No, risponde lei, ero così, annoiata.
Questa mattina chiedeva di un gatto, chissà a quale gatto si riferiva!
Avevate un gatto?
Sì, una volta, tanto tempo fa, avevamo dei gatti.
Bello! Era affezionato, dice la mamma.
Con gli estranei fa sempre discorsi sensati, sarà perché non arrivano di notte, quando il suo cervello vaga senza limiti.
L’infermiera fa il suo sporco lavoro. Ne aveva un sacco, dice.
Seb la guarda: non è brutta, ha qualcosa di arabo, deve discendere dai siciliani di etnia araba. La si vedrebbe bene in un harem: dev’essere grassoccia e polputa, adatta per la danza del ventre. Ha un bel corpo robusto, non dev’essere male nuda: ha anche una bella pelle.
Quando la ragazza saluta e va via Seb torna a girare attorno al tavolo per cercare qualche altro pezzi di panettone. Si lascia cogliere dalla gola, anche se sa che non gli fa bene mangiare quella roba. La bustina di cellofan è sul tavolo, in ordine, spostata vertso il cetro, in un posto da cui non potrebbe più cadere, Chi l’ha messa lì? Lui no, l’infermiera certamente no, la mamma, figurarsi, non si muove dal letto. Sì, c’è qualcosa di strano oggi nell’aria.
La gente cammina in fretta per la strada, là fuori, anche quelli che portano a spasso il cane. C’è vento, e c’è freddo. A Milano il vento è raro, era raro. La gente non si è ancora abituata a questo nuovo clima mutevole e tormentato. La mamma dice qualcosa, parla con gli occhi semiaperti.

La mamma canta.; Seb non riconosce il pezzo. Volevo andare all’opera, dice la mamma. Mio papà una volta mi ha portato all’operetta.
Ecco cos’era il brano che stava cantando: il pezzo di qualche operetta!
I tetti sono bianchi di brina, là fuori, ma c’è un sole che inizia pallidamente a scaldare
Tra un po’ il sole porterà via la brina, dice Seb.
All’ora di pranzo crocchette di pollo e scarola in padella, col pane toscano e un po’ di guttiau sardo.
Gli uccelli volteggiano nell’azzurro profondo e i vetri della strana casa in fondo, a est, continuano a vibrare al sole, non si capisce perché, né come. Tutto come sempre.

Mattina del 31 dicembre. Seb si alza tardi. Tra cambio panno, tè, preparazioni varie, la mamma sta ancora mangiucchiando alle 10. Sta cercando di scartare un cioccolatino. Seb cerca di prenderlo, per aiutarla, lei se lo tiene stretto: una reazione istintiva. Come un gatto, pensa Seb.
«Non te lo voglio portare via, voglio solo aiutarti a scartarlo.» Lei cede, ma il suo sguardo non è convinto appieno. Animaletti, pensa Seb, ecco cosa siamo.

Il nuovo anno è arrivato, come tutti gli altri, inesorabilmente.
Seb non ha ancora completato il suo programma, che prevede di far uscire la mamma, e di portarla a fare un giro in macchina.
Per fortuna a gennaio si mette a fare bel tempo. C’è sempre il sole e la temperatura sale fino a dieci gradi.
«Sono le secche di gennaio» dice la mamma.
Certo, così le chiamavano una volta. Un periodo di bel tempo, una specie di piccola primavera incuneata nel bel mezzo dell’inverno. Solo che, allora, faceva freddo, molto freddo. Ora invece la temperatura è gradevole.
«È una bella giornata, usciamo?»
«Sì» dice la mamma
Allora Seb cerca di farsi coraggio e predispone tutto. Spolvera la sedia a rotelle che è rimasta inutilizzata per tanto tempo nell’andito, cerca i vestiti, qualcosa di pesante da mettere addosso alla mamma, e alla fine trova una specie di piumino, qualcosa che salvaguardi dal freddo. Le scarpe? Può lasciarle ai piedi le polacchine che usa per casa, belle imbottite, ma deve infilarle il collant, operazione più facile del previsto. Ed ecco che, la mammetta è pronta, con un bel basco di lana in testa, assicurata alla poltrona con una cinghia di sicurezza.
Seb infila la sedia in ascensore, ma i poggiapiedi non entrano: bisogna toglierli.
Dio sa come, la mamma arriva al pianterreno. Lì, fuori dall’ascensore, si rimontano i poggiapiedi.
Ora c’è da far funzionare la piattaforma per scendere le scale. Ci vuole mezz’ora per ricordarsi i vari passaggi, ma alla fine, come per miracolo, si atterra nel giardino, si percorre il viale, si arriva alla macchina

«Cosa ci stiamo a fare noi qui» dice la mamma
«Eh? Gli uomini se lo chiedono da millenni, fa Seb, «e non hanno risposte. Il senso della vita.: chissà qual è il senso della vita. Serviamo a qualcosa, abbiamo un compito, non lo so.Il senso della vita è vivere, solo questo, perché dovrebbe servire a qualcosa? Che cosa ci dovrebbe essere di più importante?»
«E poi, si dorme e basta… È così semplice» dice la mamma.
Ha veramente compreso tutto..

Finalmente Nora si è decisa. Si va a comprare la camera da letto
Il progetto dà qualche problema. Alla fine si decide di mettere l’armadio sul muro celeste, l’unico totalmente utilizzabile. Sul muro bianco non rimarrebbe lo spazio per lasciare libera l’uscita dell’antenna: l’armadio lo coprirebbe , e poi il televisore dove potrebbe andare a finire, senza antenna? Quello che non va bene è che lo split del condizionatore indirizza l’aria direttamente sl letto. Magari prima o poi lo sposteremo, pensa Seb, ma sa benissimo che le cose, una volta posizionate da qualche parte, chi le sposta più?

Gli operai che arrivano parlano una strana lingua. Forse sono rumeni, o albanesi. Quello più giovane parla meglio l’italiano.
Quello più maturo esamina il progetto, ma poi preferisce spostare il comò sul lato opposto alla finestra. C’è più spazio, dice e Seb deve dargli ragione. Tanto la tv non si potrebbe mettere sul comò. Dovrebbe stare davanti allo specchio e non avrebbe senso.

La stanza nuova, così chiara e luminosa, ma l’unico materasso evidenzia un’assenza.
Seb vede quello spazio vuoto e prova una sorta di sordo disagio. Per al prima volta nella sua vita si sente solo. Un pezzo della sua vicenda umana si è staccato e vaga nel vuoto. Non vorrebbe confessarlo nemmeno a se stesso; ma ormai capisce che gli manca Nora.
L’ha vista poco prima, l’ha salutato con il suo strano sorriso. E lei, chissà che proverà. Ormai è da tanti mesi che dorme da sola. Seb comincia a chiederselo.
Prima o poi uscirà di notte e andrà a casa da Nora, si butterà sul letto e cercherà di dormire. Allungherà un braccio solo per sentire la sua presenza, e lei si stupirà.
«Come mai sei qui, come si fa con lei? Cosa succede se chiama di notte e non sente nessuno?» Abbandonata, senza aiuto, senza controllo,

La domenica Finalmente Nora si decide a vedere la camera. Si fa il solito giro in macchina, poi si decide di andare in viale Legioni Romane. Nora si lamenta per il sole. Seb è arrivato troppo tardi e ormai il sole è forte. «Se tu provassi il dolore che provo io…» dice Nora. Lei non vede niente, col sole di fronte, e si terrorizza. Per fortuna macchine ce ne sono poche e nessuno ha una gran fretta. Seb va lui in guida e porta l’auto davanti alla nuova casa. Trova parcheggio proprio di fronte alla cancellata. È proprio vero che ha un gran culo nel posteggiare.

La mamma è in perfetta forma mentale. Si sveglia e quando vede Nora la saluta con un gran sorriso e la ringrazia per essere venuta a trovarla.

Quando Seb rientra, la mamma gli parla di Nora:
«Povera ragazza, sola sola. Mi dispiace.»
«Non ci sono alternative» fa Seb. È da un bel po’ che usa questa frase. Ed è vero: non ci sono altre soluzioni.

«Quando stavamo a Sassari, io ero piccola. C’era la lotteria; io compravo i biglietti, ma non vincevo niente… Uhhh: arrabbiata!»
È un’altra puntata della storia della mamma, del gatto-lepre-coniglio portato da papà e dei fantastici ricordi di quel tempo lontano, in un’epoca lontana, senza televisione, ma con tanti libri e con tanti momenti belli, tutto sommato.

«Uhhh. Che è successo?»
La mamma ha le mani marrone, la bocca cerchiata di marrone sembra quella di un personaggio da film horror.
Il cioccolatino si mangia, non si lascia sciogliere in mano.
Invece era proprio questo che era successo. Il cioccolatino mezzo mangiato era rimasto troppo al caldo, in mano e si era sciolto, anche se la divoratrice di praline se n’era accorta e tentava di succhiarselo dalla mano sinistra, unica funzionante.
«Adesso ti pulisco!»
Prendere subito un po’ di carta da cucina, bagnarla e cercare di lavare le dita cioccolatose nei limiti del possibile: un’impresa disperata. Bisognava anche fare in fretta, perché la mamma avrebbe ben presto utilizzato il lenzuolo per pulirsi e nessuino avrebbe capito che si trattava di cioccolato.

«E papà dov’è?»
«Ma tu lo sai quanti anni hai?»
«No… lo sguardo si fa smarrito, cerca di frugare nella mente, senza trovare un appiglio.
«93, ne hai.»
Lo sguardo ora esprime stupore, e dalla bocca viene fuori un ohhhhh d’incredulità.
«Il tuo papà è morto quando io avevo tre anni.»
«E perché è morto?»
«Fegato, pare, stava male.»
Desolazione, infinita desolazione, ma c’è il sospetto di un’intensificazione dell’effetto. La mamma in parte recita. Cerca di rendere più vivo e interessante il suo discorso, la sua ricerca di un passato che emerge a scaglie, a brandelli, senza collocarsi su un piano stabile e sicuro.
«E a te chi ti ha allevato?»
«Tu mi hai allevato, e il mio papà e la nonna, che è vissuta ancora per molti anni.»
«E il tuo papà chi era.»
«Giuseppe, si chiamava, Giuseppe.»
«E ti voleva bene?»
«Penso di sì.»

Uh… Ih…. Uh… Voi fate il brodo inventato. Ma da mangiare a chi lo date, agli altri?»
Quali altri?»
Gli altri, quelli della strada.»
Il brodo fatto con la carne ci vogliono tre ore per farlo. E poi anche il Liebig è fatto con la carne.»
Niente da fare. La faccia della mamma era tutta una disapprovazione.-
Non c’è glutammato, non è un dado!» Disse Seb.
Va bene, avrebbe fatto bresaola e rucola a pranzo, con un po’ di grana. Poi c’era la robiola all’erba cipollina. Non l’aveva mai assaggiata, ma doveva essere buona.
A pranzo la mamma non si ricorda più del brodo che aveva chiesto e mangia bresaola, rucola, robiola e un po’ d’uva.
Questo è un piatto che fanno tanto in Lombardia. Fanno anche la piada con la bresaola e la rucola.
Poi Seb racconta di quando era andato a mangiare in altre regioni, in giro per lavoro.
A Mantova ho mangiato bene» dice, nel 2007. Tortelli di zucca, stracotto mantovano e poi c’era anche un ristorante specializzato in pesce.»
Lo stracotto era un po’ pesante, ma bastava berci su un po’ di lambrusco.
A Venezia ho mangiato bene in Giudecca. A Firenze invece ho sempre mangiato malissimo.»
Era stato anche l’unico posto dove gli era capitato di vomitare, appena rientrato in albergo. Era riuscito a salire in fretta e furia in camera e poi tutto era venuto fuori: minestra di verdure, cantuccini e vin santo. Mai più bere vino sulle verdure, si era ripromesso.

«Uh… Ma tu chi sei?»
«Eh?»
«Sei un padre, un figlio?»
«No… Sono lo Spirito Santo. Ma cosa dici?»
«Eh, io non me lo ricordo.» Rideva la mamma. Era veramente rimbecillita e non sapeva davvero chi fosse quella persona che viveva con lei oppure stava recitando la parte della rimbambita?
«Vedi, io sono lo Spirito Santo» e faceva finta di svolazzare. «Volo, come la colombina!»
La mamma accenna un mesto sorriso, lei, sopravvissuta alla guerra e alla pace, entrata in un millennio che non le appartiene, di cui non capisce gran che, con una moneta nuova, un’instabilità nuova, tante abitudini diverse. Così si appoggia a cose comprensibili, come la colombina che prende il sole sul davanzale della finestra, o la minestra o il caffellatte.
Quando Seb rientra è già buio.
«Acqua, acqua… posso avere un po’ d’acqua?»
«Sì, se aspetti un attimo. Ora ti cambio e poi ti alzi e bevi l’acqua.»
Per fortuna la mutanda pannolone è abbastanza pulita. Non c’è molto da lavorare.
«Cosa vuoi per cena. È rimasto un sacco di verdura.»
«No. Voglio stare leggera a cena.»
«Allora ti scaldo il latte.»
Il latte, col caffè Hag , continua a volerlo la sera. Basta metterne un po’ nel bollitore ed è caldo in pochi minuti.
Lei beve un po’ d’acqua prima, poi guarda per un po’ il liquido nella scodella.
Seb ha dimenticato di comprare lo zucchero. Chissà se sarà sufficiente per l’indomani?
Ci vuole tanto tempo per bere una scodella di latte. Seb va nell’altra stanza e accende il tv-computer.
Quando torna, il latte sembra finito.
«Cosa vuoi fare adesso?»
«Eh?»
«Dove vuoi andare?»
«A ballare.»
«Eh, magari!»

La mamma faceva smorfie. «Non mi piace: sa di pollo.»
«Eh, certo, di cosa deve sapere? È brodo di gallina, non deve mica sapere di ornitorinco!»
La mamma non capiva. «Non mi piace il brodo di pollo.»
«Chissà che sapore ha l’ornitorinco, forse sa di pollo e forse anche un po’ di tartaruga.»
Seb non aveva chiaro in mente l’animale. Gli balzò in mente un’immagine, ma poi realizzò che si trattava di quella dell’armadillo.
«E adesso cosa ti do da mangiare?»
La mamma lo guardava incerta.
«Ah, beh: ti do il salame ungherese.»
«Il salame? Buono!» Fece la mamma.
Insomma. Alla fine tu mangi sempre pane e insaccati, cioè panini. Ho una mamma paninara!»

«Ho sonno: voglio dormire.»
«Ma devi anche mangiare, finché sei viva.»
Seb le aveva dato prosciutto cotto per cena, con un po’ di fontina, ma la mammma non aveva voglia, non aveva proprio voglia di mangiare.
Non lascia soltanto il latte, pensava Seb.

«Hm, la zola.»
«Cos’è la zola?
«La zo-ra
«La zo-ra, la zo-ra. Se ripeteva la parola per cercare conferma, ma non capiva cosa la mamma dicesse.
«Non ripetere… non burlare!
«Non sto ripetendo, sto solo cercando di capire cosa dici. La zolla è una zolla di terra.
«Non capisci niente. Stai attento.
«Perché?
«Con persone come quelle… si perde la vita.
«Ma qui non c’è nessuno!
La mamma invece era convinta che qualcuno ci fosse e parlava piano per non farsi sentire.
«Non urlare, diceva.
«Sta piovendo, disse Seb.
«Una sostanza, diceva la mamma, mescolata, e si perde la vita.
Appariva seriamente preoccupata.
Seb si sentiva male. Forse perché non aveva riposato dopo pranzo. Si sentiva cpme se qualche forza malefica si stesse impadronendo di lui.
Fuori la pioggia rumoreggiava, battente, costante e violenta.
Nel pomeriggio dell’indomani le fantasticherie continuarono.
«Come facciamo con questi bambini?
«Quali bambini? Qui non ci sono bambini!
«Me l’hanno detto questi.
«Questi?
«Cosa dobbiamo fare con tutti questi bambini?
«Te l’hanno detto in sogno. Quando dormi, tu sogni un sacco di storie.
La mamma restava perplessa, poi riprendeva a dormicchiare.

Offelle… di… Parona, legge la mamma sulla confezione.
Non l’avevo mai sentita.
Sta nella zona di Pavia. Ti ricordi, che siamo andati a Pavia.
Sì, sì, ma Parona, non l’avevo mai sentita.
È… è… un paese.
Seb non era mai stato a Parona, o non se lo ricordava. Eppure aveva girato la Lombardi ain lungo e in largo; ma ricordarsi di tutti i paesi…
«Sai cos’erano le offelle?
«Uhm?
«Erano le focacce dolci, poi tutti i biscotti, i dolci. Tant’è che il pasticciere, quello che faceva le offelle, in Lombardia si chiama offelèe.
«Ahhh!
«E c’è il famoso detto Offelèe fa el to mestèe. Che è cosa giustissima. Un detto popolare, che vuol dire che ciascuno deve occuparsi delle cose che conosce e non mettersi a dare giudizi su quello di cui non capisce niente.
«Che silenzio che c’è.»
«Eh, la gente è già fuori di casa.»
«A casa rimangono quelli come noi, i pensionati, che non si mettono certamente a far chiasso. I bambini sono già a scuola, gli adulti al lavoro, oppure sono in macchina e stanno andando al lavoro.»
«Eh? Tutti zitti, tutti in silenzio!»
«Qui a Milano è così, c’è una grande pace; il chiasso è solo quello delle macchine o lo sferragliare dei treni in metropolitana. »
«Uh, colombina, colombinaahhhh.»
La mamma muove la mano e mima la colombina e poi una mano che l’accarezza. Ecco cosa desidera: accarezzare la colombina.
«Non ti può sentire, anche se urli!»
Seb va al computer nell’altra stanza. Da lì sente la madre che pasticcia con il cellophane e la confezione delle offelle. Allora torna in tinello.
«Ah, mi avevi detto che non ne volevi più.»

«Come fai» dice la mamma «a mangiare tutto in fretta e furia e senza pane.»
«Se mangio il pane non mangio la carne, mamma.»
«Non so come fai.»
«È questione di abitudine.»
«Mah.»
La mamma è perplessa. Per lei il pane è il pane e il resto è companatico

In quei giorni la televisione cominciò a parlare degli attacchi dell’Isis

Le stragi di Boko Haram, in Nigeria. L’Islam chissà perché era sempre più collegato a idee di barbarie e di morte. Quella che era stata una religione monoteista avanzata, che aveva dato vita a una cultura vivace e tollerante, si stava trasformando in un coacervo di credenze arcaiche e in un putrido crogiolo di ferinità incontrollata.
Poi bastava vedere i simboli, le immagini, il colore nero che dominava, per capire che quello che veniva inscenato era un dramma ormai visto e rivisto tante volte. Chi non ricordava lo stesso colore nella simbologia del fascismo, negli orrori dei lager. Chi non ricordava le crocifissioni, le bandiere tetre e terrificanti, i teschi, i roghi umani dei forni crematori? Come non pensare che questa, dietro un’altra ideologia, fosse la riproposizione di quelle immagini, di quegli schemi, di quel terrore. Come non sospettare che una mente unica avesse programmato tutto questo?

Nora invece proseguiva indefessa a sistemare il suo articolo sul possidente ebreo-veneziano vissuto tra Settecento e Ottocento, che aveva scoperto qualche anno prima.
Aveva dedicato un impegno eroico nel ricostruire il suo patrimonio, che risultava considerevole.
Ogni giorno c’era un pezzo di testo da controllare, documenti da rivedere. Ogni tanto faceva leggere a Seb testi sugli ebrei veneziani, da cui Seb apprese molte notizie, che gli fecero comprendere molte cose, ampliando la conoscenza di tanti misteri della storia contemporanea.
Bisogna andare alle origini delle cose, pensava Seb. Solo una profonda conoscenza del passato può aiutarti a comprendere il presente e il futuro.
«Sai, disse a Nora, serve anche a me.»
«E come?» Lei si mise a ridere. Non aveva alcuna stima delle storielle di fantasia che Seb scriveva ogni tanto e qualche volta tentava con scarso successo di pubblicare.
«Ho capito molte cose sul difficile rapporto tra ebrei e cristiani. Le responsabilità della Chiesa, o meglio di suoi esponenti, nel fomentare l’odio. Ho scoperto le origini dei Protocolli dei Savi di Sion.»
Lei lo guardò stupita. Nemmeno lei aveva dato troppo peso alle notizie di quel libro che per lei serviva solo a ricostruire la struttura del ghetto di Venezia. L’introduzione invece era per lui una miniera.
«Magari scrivo un romanzo storico» fece Seb.

Lui invece scrisse a quello strano personaggio che tanto si scalmanava per fare attività culturale e con cui chattava su Facebook:

Ma è meglio riportare tutta la conversazione:
Inizio conversazione in chat
1 dicembre 2014 10.03
Cara Santamaria (nome immaginario)

grazie
Correggerei anche “questo mosse” con “questo muove” e toglierei la è in “Alex è attualmente vive a Los Angeles, California.” nella presentazione della prima parte. Ciao (si vede che ho fatto il correttore di bozze!)
24 dicembre 2014 13.21
Buone Feste, dalla mia nuova piccola casa, dove mia madre vede strane figure che si arrampicano sui mobili e cavalieri che cavalcano sul soffitto. Un po’ come vivere in una dimensione sconosciuta, Ciao http://it.pinterest.com/pin/362117626263740337/

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anche a te guido
26 gennaio 1.05.06
Ciao Santamaria
Sto preparando un lavoro per il FestivArt di Torino. Ho scritto una specie di cornice che comprende alcune poesie. Ho inserito anche uno degli ultimi video d’animazione postati su youtube. Era stato elaborato per un racconto, ma non avevo trovato un titolo adeguato. Ora credo di avere il titolo giusto. Potrei inserire altri video, ma non so se poi ci sia la possibilità di proporre il tutto e in quale modo (ammesso che ne valga la pena).
La fruizione può essere complessiva, ma possono essere utilizzate anche solo le poesie, estrapolate dal contesto. I miei video sono creati con strumenti amatoriali e non so se risultino adeguati al livello dell’iniziativa. Inoltre non mi presento in pubblico dai tempi del liceo (quando cantavo i miei pezzi nei night di Alghero e dintorni). In seguito ho fatto solo presentazioni di lavori multimediali, convegni e visite guidate, che si trasformavano spesso in vere e proprie recite, ma il contesto non era certo quello di uno spettacolo o di un festival.
Ti trasmetterò anche uno dei pezzi di prosa che avevo inviato in altra occasione, trattandosi di una storia specifica di follia. È una specie di monologo, ma dovrebbe essere recitato da una donna. Purtroppo non credo di essere adatto a interpretare la parte di una madre assassina. Potrei al massimo mettere in testa un caschetto biondo per fare la parte di Doris Day che canta Secret love. Una volta avevo fatto una rielaborazione del brano abbastanza divertente, ma non mi è mai capitato di interpretarla in pubblico, anche se non è escluso che lo faccia, prima o poi Come vedi, il mio livello di follia sta salendo vertiginosamente e mi avvio verso una vecchiaia assolutamente fuori di cotenna.
26 gennaio 9.45.31

Tu mandami tutto…io dovrò sottoporlo agli altri due soci
28 gennaio 0.28.36
Ho trasmesso il materiale poco fa. Il materiale visuale-musicale linkato è su youtube. Il primo video (Fiori di follia) l’ho rifatto nel pomeriggio perché la versione youtube aveva qualche interruzione. Ovviamente può girare anche in locale su pc. Le poesie contenute nel pezzo sono le sole dedicate espressamente alla follia, anche se la poesia è in larga misura sospensione di un’attività logica usuale e quindi in qualche modo alienazione.

28 gennaio 9.05.20

ho girato il materiale agli altri soci
[Seb capì subito che c’era qualcosa che non andava: tra le righe significava: Il programma è completo_non abbiamo bisogno del tuo contributo, che non è del genere che a noi interessa ecc. ecc.]

Giovedì 23:52
Mi spiace che non sia piaciuto. Oggi ho registrato un’altra bocciatura sempre sul tema della follia, quella di Obsession3, per la narrativa. Evidentemente il tema della follia non mi è congeniale: forse sono troppo razionale. Che oggi fosse una giornata di cacca si è visto dall’inizio. Non me n’è andata bene una. Sono andato in biblioteca per promuovere il mio e-book e ho scoperto che la tessera della metro era scaduta. Non ho incontrato le persone che pensavo di trovare e alla fine della giornata mi si è scheggiato un dente. Un’altra giornata così e smetto di occuparmi di letteratura. Mi trovi un’attività artistica in cui ci sia meno concorrenza? Dimenticavo: da S. niente di nuovo. Strano che non mi sia arrivata sempre entro oggi la notizia che del mio libro non se ne fa niente. È così, dopo una serie prolungata di calci in c…, che si diventa partigiani dell’ISIS?

Questo scrivevo circa un minuto fa.
Ebbene, non è finita. Oggi si è rotto un termosifone e mi si stava allagando la casa. Un esorcista, grazie… o almeno un esorciccio!!!

«La eoa!»
«Cosa?»
«La eola!»
Sì, la mamma si preoccupava per la pentola.
«Ma sono le 10 e mezzo!»
La mamma era infastidita, si vedeva
«Allora faccio il brodo?»
«No!»
«Sei sicura? Se vuoi, lo faccio.»
Ci voleva tanto tempo e lei gli faceva capire che il brodo l’avrebbe voluto subito. «Lo faccio col Liebig, allora!»
«No, non mi piace.»
Ormai la mamma diceva no e avrebbe risposto di no a qualunque altra domanda
«Vai via» disse.
«Allora vado.»
«Sì, vai via, via!»
Si era svegliata male dal suo sonno quasi continuo.

Dieci di sera. Telefono.
Sul display il nome di Nora.
«Che succede?» Seb fece la voce preoccupata. Doveva essere accaduto qualcosa.
«Ho visto un insetto strisciare Non è che puoi venire subito?»
«Eh, a quest’ora? E che ci faccio?»
«Metti la crema.»
«Ma se ci hanno tenuto compagnia per quindici anni, gli scarafaggi.»
«Vieni domani allora. Ma già devi andare dal dentista! Vieni dopo!»
«Sì, vengo dopo.»
«Vai presto dal dentista.»
«No, devo andare alle 10 e mezza.»
«Ma allora non ce la fai, arrivi alla una!»
«Non lo so, cerco di venire.»
«Sì così metti la crema.»
«Sì. Controlla che non sia scaduta!»
«Allora ne compro subito una, domani mattina.»
«No, controlla quella che abbiamo.»
«Sì, controllo: duemiladiciannove… Va bene.»
«OK.»
Avrebbe messo la crema, ammesso che ne fosse rimasta, e poi avrebbe controllato se nel water stazionava ancora quello stronzo gigantesco che gli pareva di aver scorto nell’acqua. Certo il tiraggio era poco, non come nell’altra casa. Sarebbe stato da portare lo stronzo nell’altro water e farlo scendere lì. Ma che assurdità trasportare gli stronzi. Allora tanto valeva buttarli nell’indifferenziato. Che idea di merda!

«Uh… uh…»
«Che c’è?»
«C’è… un’epidemia.»
«Ma no, stai tranquilla, dormi. Sono le sei meno venti.»
«Eh?»
«Le seeei meeeno veeenti del mattino.»
«Ah. Epidemia: non mangiate niente!»
«Sì non mangiamo, dormi.»
Un’ora dopo ricominciavano le urla.
«Uh, uh.»
Seb alla fine si alzò. Era stanchissimo. Ormai il cielo si era schiarito, ma non troppo, perché era grigio. Era piovuto durante la notte, perché i tetti erano bagnati e nei terazzidei capannoni stazionavano pozze d’acqua.
«Cosa vuoi?»
«A-a-sciu-a.»
«Pastasciutta?»
«Sì?»
Oh meno male. Non pensava più all’epidemia ma a mangiare la pastasciutta
«Uh,con uese ani, infresca si sava?»
«Eh, cosa dici?»
Alla fine si capì che voleva rinfrescarsi le mani. Basta intendersi!
«Mi preparo – tutto – cucina – tutto sto a casa!»
«Eh, certo, stai qua, dove vuoi andare?»

La sua amica A. l’ha chiamato mentre stava rientrando. Aveva appena occupato uno spazio libero in via Montecuccoli: una rarità a quell’ora, ma doveva ancora completare un’inversione di marcia, per parcheggiare decorosamente. La telefonata è inopportuna, ma decide di rispondere. A. gli legge un haiku, di cui lui, preso com’è, non capisce niente. Ci sentiamo più tardi, ora sto parcheggiando. Ma lei deve assolutamente farsi rassicurare sulla bontà dell’haiku. Nel frattempo un macchinone si è messo in attesa, con le frecce lampeggianti. Forse spera che Seb vada via, liberando uno spazio enorme, adatto anche a una macchina di grosse dimensioni. Quando capisce che Seb deve ancora parcheggiare, il guidatore sposta il suo macchinone più avanti, dove c’è un altro posto libero, anche se un po’ meno ampio.

Seb fa cenare la mamma. Sono quasi le 21. Lei sceglie di assumere il suo tranquillo caffellatte. Lui beve l’ultimo residuo di brodo, divora il lesso, che stavolta è proprio buono, e inghiotte anche un po’ di verdure lesse, carote e cipolle, in primis, ma anche un po’ di sedano, anche se il sedano non è la sua verdura preferita.
Prova a guardare un po’ di tv, ad accedere a internet, a lavorare, ma si sente provato. Affaticato e assonnato, sempre più assonnato. Maledetta vecchiaia! Così la mamma si addormenta, mentre mangia, mentre sta sulla sedia.
Ora comincia a succedere a Seb. Si addormenta davanti alla tastiera del pc, mentre guarda lo schermo o pensa a una parola.
Non c’è rimedio, digerire il lesso fa venir sonno. Decide di coricarsi ancora prima delle 23. Entra subito in dormiveglia, ma comincia a sentire rumori che provengono dalla strada, così pare. Dev’essere la macchina che ripulisce la carreggiata, pensa Seb. Il suono smette, poi riprende. Ma quanto ci mettono a spazzare questo pezzetto di strada?
In dormiveglia sente Nora, la vede persino, appoggiata sul letto a sinistra. Come mai sta lì? È proprio come in via D.. Che succede? Perché Nora è lì con lui; ma non è Nora, è solo una sua immagine sbiadita, una larva, di quelle che s’insinuano nei sogni.
Dorme un po’ ancora Seb, poi, verso la una e mezza, è meno stanco e pensa di andare in bagno ed ecco che il rumore ritorna, ma non proviene dalla strada. Ora comincia a capire.
È il cellulare che squilla, ma non è lì, disponibile. Il suono è imprigionato nell’armadio, e l’apparecchio è dentro la tasca del piumino.
Quando riesce a trovarlo, il telefono tace; ma, a controllarlo, si vede che ci sono 15 chiamate senza risposta, di Nora.
Dev’essere successo qualcosa, pensa Seb, e chiamavano. Allora telefona lui; Nora risponde. Sì, ha chiamato lei, non si sentiva bene, ma poi si è spaventata perché non aveva risposta. Stava per chiamare un taxi e venire da Seb.
«Domani devo andare a Gallarate» dice, «per le medicine.» Seb sapeva di queste andate, in cui Nora depositava praticamente la sua pensione in farmacia.
«Sai dice lui, ho percepito qualcosa, ti vedevo in sogno.»
«Sì, hanno detto che sono veri certi episodi di telepatia» fa lei.
«Ti vedevo come sdraiata sul letto, ma non a fianco a me. Mi sembrava che stessi dietro, dove di solito si trova il cuscino. Comunque stavi lì, come un’ombra chiara, lattiginosa. Sapevo che eri tu, ma quell’ombra non ti somigliava.»

La mamma sta quasi sempre sul letto e dorme. Si sente il respiro greve, a volte non c’è nessun rumore, come se lei, nemmeno, fiatasse. Sta lì distesa,con la bocca aperta e gli occhi socchiusi, due pezzetti di verdazzurro acquoso che traspaiono dalle palpebre. Che tristezza dover passare il resto della vita così, in attesa della morte, in uno stadio intermedio, in una condizione non ben definita!
Aspettare: era sempre così, per tutto, aspettare l’amore, il lavoro, il successo, la guarigione, se ci si ammala, e, alla fine, la morte. Tutto questo serviva alla sopravvivenza della specie? No, certamente; era un’inutile prolungamento dell’esistenza, un tirare l’elastico al di là del necessario, come voler rubare qualche attimo alla morte. E serviva alla specie l’urlo di dolore che proveniva dal piano di sotto, tra le nove e mezza e le dieci di sera, quando il disabile di baston munito udiva qualche calpestio sul soffitto e il rumore gli era così insopportabile, gli trapanava a tal punto il cervello, da farlo uscir di zucca e lanciare quei versi disumani? Quanto esistere, quanto agire inutile, immotivato, figlio dell’inerzia che ciascun sistema crea, fuori dalle sue esigenze fondamentali!

Il cervello di Seb comincia a dar segni di cedimento, o forse lui è troppo preoccupato per qualcos’altro e… Insomma, è successo che Seb abbia fatto il cambio serale di mutanda, ma quando ha già rivestito la mamma e l’ha portata fino al tavolo, gli pare di aver saltato qualcosa. Sì, certo, deve aver dimenticato un elemento dell’algoritmo dell’operazione “cambiare la mamma” e qual è stata la dimenticanza? È stato trascurato un momento essenziale nella vestizione, quello che potrebbe creare i più seri fastidi: Il pantalone è stato infilato, ma la mutanda? Seb non ricorda di essersi avvicinato al mobile su cui è appoggiata la confezione di pannoloni. Va acontrollare sotto il pantalone e il suo sospetto è confermato: La mamma è stata spostata dal letto senza pannolone e se dovesse fare pipì? Inzupperebbe il pantalone e sporcherebbe la comoda (con il suo cuscinetto) e il pavimento. Cosa rimane da fare? Riportare la mamma a letto, ritogliere il pantalone, inserire la mutanda e rimettere su il pantalone, poi infilare di nuovo calze e scarpe. Un lavoraccio, da fare in fretta.

«Devo riportarle a casa.»
La mamma indica le sue tazzine preferite, quelle giapponesi.
«Devo tornare a casa.»
«Ma dove vuoi andare, e poi chi ti seguirebbe là, chi ti darebbe da mangiare.»
«Qualcuno.»
«Ma se ho fatto tanta fatica per farti venire qui.»
«No, no!»
La mamma si sente ospite, è rimasta anche troppo tempo lontano da casa, ma ora pensa proprio di non potersi trattenere oltre.»
«Ma guarda che questa casa l’ho comprata per te.»
«Allora devo stare qui con voi?»
«Con me, dice Seb.»
L’indomani comunque almeno beve un po’ di latte in più per colazione.
«Non armela iea.»
«No, non te la faccio piena, la tazza.»
Inzuppa biscotti e pane, poi chiede un po’ di guttiau, anche se è salato. Eh, sì, stavolta ci hanno messo un po’ troppo sale. Mangia con lentezza, ma alla fine quasi tutto il latte, che era pochino, riesce a ingoiarlo: è una vittoria.
Seb riesce, nel frattempo, a cambiare la federa, che era diventata gialla, e a far partire la lavatrice, con la federa sporca già trattata con la varecchina e le sue vecchie camicie su cui ha spruzzato un po’ di sgrassatore al sapone di marsiglia, quello che non serve a niente e fa un odore orribile, ma ormai l’ha comprato e lui spera che almeno un po’ sbianchi. Insomma, ci si riprova, ogni volta, e ogni volta si rimane delusi, ma se un prodotto lo si è comprato, bisogna pure provare a usarlo.
Andiamo. Fa cenno che ormai ha mangiato a sufficienza. Bisogna rimetterla a letto, rimboccarle le coperte. Quando lei è a letto, Seb prepara il brodo.
«Cosa stai tagliando?»
«Le carote.»
«E perché?»
Perché faccio il brodoo.»
«E di che carne è?»
«Di manzo.»
«Fai la minestra?»
«Sì.»
«E il brodo?»
«Certo!»
«Brutto tempo…»
Che c’entra il tempo? pensa Seb.
«Non si può uscire. Ho voglia di uscire.»
«Ma piove.»
«Cosa?»
«P-i-o-v-e, detto vicino all’orecchio.»
«Ahhhh! Con l’ombrello!»
«Sì andiamo in carrozzina con l’ombrello.»
«Ah…»
«Ti sei dimenticata che non cammini.»
«Ahhh…» È delusa, ma si ricorda, ora. Non può uscire a fare una passeggiata, e non solo perché piove.
Meno male che ogni tanto se ne dimentica, pensa Seb.
Lui ormai è in piena crisi, ma Nora sta ancora peggio. Pensa continuamente a martedì, giorno in cui deve tornare al Pini a rifare lastra e visita ortopedica per il suo braccio con placca interna.
Sa benissimo che fare lastre non serve a niente, ma alla visita di controllo dell’Inail gliel’hanno chiesta. Vogliono sempre documentazione recente, anche se non è cambiato niente. È per questo che la sanità costa sempre più di quanto dovrebbe: accertamenti inutili, visite inutili, anche per le situazioni stabilizzate e non più modificabili. Tutto perché, dopo tutti i casini dei falsi invalidi, hanno bisogno di controllare sempre di più, anche quando non ce n’è bisogno. Purtroppo i ladri e gli imbroglioni hanno un costo insostenibile per la società. Se non ci fossero i ladri, non avremmo bisogno nemmeno delle porte blindate, potremmo lasciare le case aperte, addirittura, e non affaticarci a cercare le chiavi, al rientro, quando piove e tira vento. Non ci sarebbe bisogno di tanti poliziotti, né di tanti magistrati, non ci sarebbe bisogno nemmeno di una magistratura contabile. Bisognerebbe inserire una procedura di controllo, nel DNA dell’animale uomo, un sistema di sicurezza che interviene alla più piccola azione disonesta, provocando un dolore lancinante o costringendolo, che so, a girare su se stesso come una trottola, impedendogli di compiere qualsiasi altro movimento. I trottolanti sarebbero subito indicati come aspiranti disonesti e severamente redarguiti dalla collettività. Invece, nulla di tutto questo. Ma forse basterebbe togliere valore al denaro, per disattivare quella irreprimibile tendenza a delinquere che è naturale nell’uomo. Il fatto è che il denaro è indispensabile per ottenere qualunque cosa si desideri. È vero che, a volte, nemmeno quello basta, ma senza è veramente difficile vivere, e soprattutto vivere bene.
Insomma, Nora pensa alla sua lastra e si agita.
«Ma non ti devono fare niente di traumatico!»
«Sì, ma io ci sto male lo stesso.» Ma poi confessa che sta male anche perché dopo l’esperienza della mamma, sì, dopo aver visto in quali condizioni si trovi a vivere la Mamma di Seb, pensa a quello che potrebbe succedere a lei, tra qualche anno.
«Stai tranquilla» dice Seb, «tu non hai tendenza all’ictus.»
«Sì, ma io penso a qualsiasi tipo di paralisi.»
Ha ragione. La suocera di Seb non è forse morta di SLA? Non se ne sa ancora nulla di quella maledetta malattia, ma certo è che vivere in quelle condizioni, coscienti di sperimentare una lenta morte, è una delle torture più atroci che la nostra natura-dio abbia inventato.

La mamma ricomincia con le tazzine.
«Quelle tazzine, me le dai, quando vado via?»
«Perché, vuoi andar e via, e dove vai? Vuoi andare in America? Non lo sai che questa è casa tua? È per questo che ho portato qua le tazzine.»
«Ahhh!» fa la vecchiettina.
«Ma che sorpresa!» dice Seb. E pensa che con ogni probabilità la mamma andrà via di casa solo con la morte e si chiede se, come nell’antichità, non sia il caso di accompagnare i morti nelle loro tombe con gli oggetti che più hanno amato nella loro vita.

«Che utta zè?» fa la mamma appena svegliata
«Che dici?»
«Che utta zè?»
«Ah che frutta c’è? Uva, arance, pere, fragole.»
«Agoe? Che cosa sono?»
«Quelle che hai mangiato ieri, mamma.»
«Iei? On-me-o-ricor-o.»
«Come fai a non ricordartelo: ne hai mangiato anche tante, e ne sono rimaste solo due.»
«Mah! On-me-o-ricor-o.»
Niente da fare. Seb fa a prendere il piatto di plastica su cui troneggiano due immense fragole, con quel po’ di zucchero e vino bianco rimasti, una specie di glassa rappresa.
«Ah, che be-e?»
«Sono belle, ma possibile che non te le ricordi?»
«On-me-o-ricor-o. Ma ono uone?»
«Certo che sono buone; te le sei mangiate, ieri.»
«Ah!»
Va sempre peggio, pensa Seb. Cosa succederà quando non capirà proprio più nulla, quando presente e passato si fonderanno in un insieme sconnesso, privo di riferimenti, dove i ricordi saranno mattoncini vaganti in un liquido incolore, insondabile ma pervasivo?

«Ah… aah…. aahhh… aahh.» La mamma lancia questo lamento ritmico.
«Cosa c’è?»
«Non è pronto?»
«No, devi aspettare ancora una mezz’ora.»
«Ahhhh!»
Intanto nella pentola il brodo continua a bollire.
«Ancora cinque minuti.»
Poi finalmente si può spegnere il fuoco della pentolona e prendere col mestolo il liquido, in cui cucinare la pasta. La cottura è prevista in otto minuti, ma per la mamma è preferibile tenere la pasta (le tripoline) a bollire per almeno nove minuti, altrimenti la trova dura.
Una volta che la minestra è nel piatto, iniziano le lamentele.
«Uh che pesante (il cucchiaio).»
«Non ne ho trovato di più leggeri.»
«È caldo.»
«Sta uscendo dal fuoco!»
Alla fine, la mamma incomincia a rimestare nel piatto
«Che cos’è questo?»
Ha trovato un puntino verde scuro e lo toglie col cucchiaio. Per lei tutto quello che è scuro è cattivo, le dà l’immagine della sporcizia.
«È origano.»
«E dov’è l’origano?»
Seb si alza, apre lo sportello del mobiletto in cui tiene le spezie e porta il vasetto a tavola
«Eccolo!»
«Ah!»
Forse la mamma si tranquillizzerà. Quel puntolino scuro forse è veramente origano e non è sporcizia.»
«Non lo devi togliere, l’origano, si mangia.»
«Ah!»
«Non essere razzista con gli aromi, non tutto quello che è scuro è sporco e cattivo!»
«Ah.»
Avrà capito? si chiede Seb.
«Ah, colombella! Guarda, la finestra.»
Sì, la colombina era diventata colombella. Le cose cambiano, qualche volta.

«Aua.»
La mamma beve acqua appena si siede al tavolo per fare colazione. Bisogna stare attenti e riempirle il bicchiere di plastica con acqua fresca, altrimenti si precipita a bere quella del giorno prima, che non è certamente velenosa, ma sicuramente comprensiva della polvere calata nel bicchiere durante tutta la notte.
Seb non fa in tempo a mettere il bavaglione e la mamma non solo beve l’acqua alla polvere, ma la sputacchia e la riversa sul vestito.
«Dio mio, sei una sputacchiera, una sputacchiatrice, una spu… Insomma, io pensavo di avere una mammetta e invece mi ritrovo una sputacchiera.»
Poi inizia il rito del latte: la porzione di carta da cucina da mettere sul tavolo, la scodella bianca, il caffè, solo una punta di cucchiaino per carità, se no il caffellatte è troppo amaro, tre cucchiaini scarsi di zucchero, i biscotti o il pane da mettere sulla carta, accanto alla scodella. Poi la mamma guarda la scodella come per rendersi conto della sua esistenza, finalmente comincia a mettere il cucchiaino (anche quello stava accanto alla tazza) nel latte
«È caldo.»
«E che, lo volevi freddo?»
La mamma inzuppa il biscotto nel latte. Poi tenta di far pervenire il biscotto alla bocca, ma, inzuppato com’è, è diventato troppo pesante e cade, per terra o sul bavaglione, nella migliore delle ipotesi.
Ahhh di profondo disappunto.
«Lo sai che non devi inzupparlo troppo; poi diventa pesante e non riesci a portarlo alla bocca, cade prima.»
«Ah!»
Avrà capito? Sguardi interrogativi si manifestano, incertezza, incertezza. Non ha capito e anche se ha capito domani non se lo ricorderà senz’altro.

Bisogna uscire, andare al market. Una strada dove la luce comincia a calare.
Una persona cammina davanti. Seb non la vede bene: è troppo lontana. Si avvicina un po’ e scorge due gambe bianche. È una donna anziana, non più alta di un metro e quarantacinque e sta facendo qualcosa di molto strano.
Basta avvicinarsi ancora un po’ per averne la conferma. Un ragazzo cammina sullo stesso marciapiedi, si avvicina perché quasi non crede ai suoi occhi e si ferma un attimo per guardare, poi si allontana. Anche Seb ora è più vicino all’immagine e riesce a metterla a fuoco. È proprio come gli era sembrato di vedere. La vecchietta cammina tenendo una mano dietro la schiena e con quella mano solleva la gonna, o quella palandrana che tiene addosso. La gonna è sollevata fino all’altezza delle natiche e si vede chiaramente che sotto non porta né calze né slip. Se fosse più giovane, sarebbe un bello spettacolo, pensa Seb.
La donna è manifestamente fuori di testa, eppure cammina con passo regolare, con il biancore delle gambe e delle natiche in evidenza. Chissà per quale motivo lo fa. Vuole far ammirare lo spettacolo?
Seb preferisce cambiare marciapiede, perché a lui quello spettacolo proprio non garba, anzi lo mette a disagio.
Sarebbe questo il nostro futuro?

«Tu a me non ci pensi.»
«Ma non sono mica andato al market… a fare a spesa cioè.»
«Ma visto che eri lì potevi prendere qualcos’altro.»
«Ti ho detto che dovevo andare al market, prima di passare da te, perché la mamma non aveva più latte. Sono andato per comprare il latte. Tu mi hai telefonato e mi hai detto di comprarti la birra e lo yogurt per Rino.»
«Sì ma tu a me non ci pensi. Meno male che ho preso quell’ovetto piccolo, ma l’uovo vero non ce l’ho.»
«Mi sono dimenticato che tutti gli anni fai una scena per l’uovo di Pasqua.»
«Potevi prenderlo, l’uovo. Puoi andare anche adesso.»
«No, adesso vado di corsa a dar da mangiare alla mamma, figurarsi se torno al market . Poi l’uovo di Pasqua è un furto legalizzato.»
Non voleva dire che lui non sopportava le uova perché il cioccolato non poteva mangiarlo.
Non c’era niente da fare: ormai Nora aveva messo muso. Lei era una che le feste le santificava, a modo suo, le feste del consumismo, quelle che Seb odiava..

Seb si è coricato presto. Si sente strano. Forse ha bisogno di una bella dormita!
Alle tre si sveglia: la mamma lancia il suo consueto lamento,
«Uh… uh… uh…»
Seb si alza.
«Cosa c’è?»
«Bagnato» si lagna la mamma, «bagnato.»
«E tu perché ti tiri giù le mutande? Ti ho appena lavato ieri. Mi sono proprio raccomandato. Ma tu non te ne ricordi mai.»
«Non so» fa la mamma. «Non lo so.» Fa un gesto con il braccio e l’espressione del suo viso esprime desolazione.
Poi Seb controlla la situazione. Non sembra che ci sia nulla di bagnato. Sì, le mutande sono state abbassate, ma forse hanno ricevuto la maggior parte della pipì. Lei le ha sentite bagnate e se le è tolte.
«Adesso pulisco» fa lui. «Ma non è bagnato» dice la mamma, che ha già controllato con la sua mano buona.
«Laviamo, per sicurezza» dice Seb.
Insomma, la mamma viene spostata sulla comoda e quelle poche gocce che forse sono finite sulla fodera idrorepellente del materasso vengono travolte da una passata di spugna con acqua e sapone neutro.
«Adesso asciugo.»
Poi lava con la spugna le parti basse della mamma.
Ora la vecchia signora è ripulita per bene e può tornare a letto. Mutande nuove da cercare e da mettere. La maglietta può rimanere: è pulita.
Finalmente Seb può tornare a letto.

«Papà, papà.» Sono le sette meno dieci del mattino!
Dopo un po’: «Giuseppe, Giuseppe.»
Alla fine Seb si alza.
«Non chiamare i morti!»
«I morti? E tu chi sei, come ti chiami?»
«Sono Seb, tuo figlio?»
«Ah, non mi ricordavo!»
Certo, Giuseppe era più facile da ricordare.
Mezz’ora dopo Seb si alza definitivamente, e prende le sue pastiglie. La mamma è stata cambiata di notte, per cui non le toglie e rimette il pannolone.
La fa alzare e la porta al tavolo per la colazione.
«Il latte» dice lei!
«Sì te lo preparo.»
«E tu non lo prendi il latte.»
«Sì, lo prendo col tè, come gli inglesi.»
«Come mai è rossa?»
«Cosa?»
«La colomba. Era azzurra.»
«Sì perché era di un’altra ditta. Una volta le facevano celesti o blu, ora le fanno rosa o rosse.»
Ah!»
La colomba troneggiava sul tavolo con il suo bell’involucro in cartoncino colorato, con una dominante rossa, che la mamma non ricordava di avere mai visto. Per lei le colombe erano azzurre e tali dovevano rimanere. Si è mai vista una colomba rossa?
«Uh la pianta, i fiori gialli!»
Adesso era la pianta (è una pianta grassa?) dai fiori gialli ad attirare l’attenzione della mamma, anche più dei fumaioli lontani e della colombina affacciata al davanzale della finestra nella casa di fianco.
«Chi l’ha comprata la colomba?»
«Io, l’ho comprata io.»
«E quant’è costata?»
«Non me lo ricordo, ma è costata poco: era in offerta. Sai che adesso fanno le offerte?»
«Non è un regalo?»
«No, ho visto che era in offerta e mi son detto. Almeno una colomba per Pasqua prendiamola.» Diversa era la storia delle uova di Pasqua, quelle per cui Nora si lamentava.
P«er quelle uova, ci vuole uno stipendio» diceva Seb.
«Non si deve guardare al cioccolato» era la tesi di Nora. «Per le uova c’è tutta una lavorazione diversa.»
«Sai che lavorazione! Anziché usare la forma per le tavolette, usano la forma per l’uovo.» Insomma, a lui le uova di Pasqua proprio non andavano giù.

La mamma chiama. «Alza!» dice, lui toglie il plaid, «Questo» dice la mamma.
«La gratioa»
«Cosa: la graticola?»
«La ratioa er la a-e.»
Fa gesti strani, sembra che voglia grattarsi.
«La grattiglia» interpreta Seb «e le calze?»
La mamma ride di gusto. Fa cenno alla sua bocca, non riesce ad articolare bene le parole, purtroppo, si sa.
Alla fine si capisce che parla della carne in graticola. Parla spesso di cibo a quell’ora del mattino
«Cosa si mangia per Pasqua?» Ha chiesto prima, mentre era ancora a tavola e riusciva a parlare meglio.

«Non lo so» aveva risposto Seb.
Aveva pensato di comprare un po’ di agnello. Sapeva che lei l’avrebbe gradito, ma poi non l’aveva trovato nel reparto carne e non aveva comprato niente.
«Come si fa a mangiare gli agnelli, poverini» dice Seb.
Anche la mamma s’intenerisce.
«Allora mangiamo pollo.»
«È vero, i polli sono brutti, cattivi e antipatici» dice Seb. «Ci sono i fegatini. Sono un po’ pesanti, ma basta mangiarne pochi.»
Allora forse cucinerà i fegatini, che è da un po’ che stanno lì nel freezer.
Deve andare da Nora, ma è brutto tempo. La chiama al telefono.
«Sono ancora a letto» dice lei
Sono quasi le dieci e Nora non sembra avere molta voglia di fare il suo solito giro della domenica in macchina.
«Lasciamo stare» fa lei. «Si passa alla settimana prossima.»
«Giuseppe!» urla la mamma dall’altra stanza.
«Va bene, adesso devo andare di là, sta urlando.»
«Ma la sentiranno nelle altre case» si preoccupa Nora.
«Mamma, mamma» grida la vecchia signora.
«Cerca di venire presto stasera» dice Nora.
«Sì, a stasera.»
Seb si precipita nel tinello.
«Cosa c’è?»
La mamma rimane interdetta.
«Perché urlavi “mamma, mamma”, chissà cosa pensano che succeda, il giorno di Pasqua.»
La mamma è desolata, si sforza, ma non le viene niente in mente. «Non me lo ricordo» dice.

«Oggi faccio la pasta con il ragù di fegatelli.»
Sarebbe stato un esperimento anche per lui. Aveva tentato altre volte di condire la pasta con le frattaglie, ma con risultati scadenti. Il sugo che si veniva a creare era un intruglio oleoso piuttosto pesante e che, in definitiva, legava pochissimo con la pasta. Poi forse nemmeno la pasta che aveva usato era adatta.
Questa volta aveva le trenette, che se si sposano bene col pesto, probabilmente assimilano bene anche altri tipi simili di condimento.
«Colombina… colombina… Hai visto? È venuta.» Seb pensava che la colombina fosse arrivata sul terrazzino, ma non vide nessun animale là fuori. L’unica cosa evidente era la terrina con la pianta dei fiori gialli.
«Qui, qui» fece la mamma.
Allora finalmente capì. La colombina era proprio davanti a lui, sul tavolo, ma era una colomba pasquale. Insomma, la mamma stava scherzando, come faceva spesso, lasciandolo qualche volta disorientato.
Del vero volatile invece, neanche l’ombra.
«Oggi non c’è la colombina» disse la mamma
«E certo, rinforzò Seb, oggi è Pasqua e le colombe scappano lontano, perché se no se le mangiano.»

«Ta-ga-to-o.»
«Targato?!»
«A-ua-oo!»
«Cosa dici?»
«Za-a-too, il bro-o!»
«Ah il brodo, è salato.Lo senti salato? Secondo me è buono.»
«Troppo sa-a-to.»
«Beh, proviamo il mango. Quello almeno non sarà salato!»
Il mango? Seb si accorse subito che non andava bene. Si tagliava, è vero, ma era coriaceo: bisognava masticarlo.
«Beh, ti do la mousse.»
La mousse era di mela e kiwi. La mamma ne assaggiò un paio di cucchiaini, poi la abbandonò.
«Insomma» disse la mamma. «Il brodo era salato, il mango era duro…»
«E la mousse?» chiese Seb.
La mamma fece una faccia che esprimeva un profondo disgusto.
Seb le diede in cioccolatino e un savoiardo.
«Almeno qualcosa mangi» disse.

Meglio fare l’imbrogliata, quella ricetta ligure coi carciofi e le uova.
C’è un gran lavoro, nel tagliuzzare i carciofi, nel separare la polpa tenera dal duro delle foglie. Poi bisogna preparare le uova.
Insomma, prima si prendono due carciofi e si tagliano in due, poi si comincia il lavoraccio di tagliuzzamento, che non si può fare a macchina perché bisogna eliminare tutte le parti dure. Si mettono i pezzetti in padella con un po’ d’olio e poco sale. Si spolvera un po’ di maggiorana.
Poi si aprono de uova e si mettono in una ciotola, si salano e si sbattono un po’, poi si aggiunge il formaggio grana. Si versa anche un po’ di latte e si amalgama il tutto. Occhio al sale, perché lo si è già messo sui carciofi in padella e anche il formaggio è salato.
Mentre i carciofi cuociono a fuoco moderato, si aggiunge di solito un po’ d’acqua, per ammorbidire bene i carciofi e non farli seccare. Quando sono quasi cotti, si toglie l’olio in eccesso e si sostituisce l’olio con qualche pezzetto di burro, che renderà il carciofo più morbido, anche nel sapore.
Poi si toglie la padella dal fuoco e si versa il contenuto della ciotola, distribuendolo bene. Si rimette la padella sul fuoco e si rimescola l’insieme, per evitare che rimangano parti rapprese e parti con albume crudo.
Non bisogna cuocere troppo, perché l’imbrogliata deve rimanere morbida.
La mamma è già alzata, seduta a tavola, in attesa che l’imbrogliata sia pronta.
Seb le spezza il pane in tante piccole miche, ma la mamma quando comincia a mangiare prende il pezzo più grande, non ancora rotto. Insomma, fatica inutile? No, perché poi capisce che con quello non riesce a mangiare, e utilizza anche i pezzetti già tagliati.

La prima imbrogliata ha fatto effetto. La mamma finalmente produce feci morbide a sufficienza per poter essere tolte con facilità. Dopo un paio di settimane, Seb ritenta l’esperimento, ma stavolta senza esito.
Una delle cose più tragiche che succedono a una persona che trascorre a letto la maggior parte della sua giornata è il rallentamento delle funzioni intestinali. Figurarsi cosa succede se quella stessa persona soffriva già da tempo di un’ostinata stitichezza!
La parziale paralisi provocata dall’ictus fa sì che la maledetta cacca si blocchi in alto nell’intestino, troppo in alto perché possano raggiungerla le dita delle infermiere: Nemmeno le sonde riescono ad arrivarci.
Di solito fanno bere ai pazienti bicchieri di particelle plastiche, che smuovono la massa fecale dall’alto, spingendola in giù, verso il loro naturale percorso.
Sappiamo già però che la mamma, quando ha provato ad assumere quella schifezza, l’ha vomitata immediatamente.
Alla fine non si è trovato altro mezzo per evacuare che intervenire manualmente o con clisteri. Dopo l’intervento salvifico di R., col suo clisterone, ora viene un’infermiera due volte alla settimana, il martedì e il venerdì. Di solito trova qualcosa che sta lì, nell’ampolla rettale, pronto per uscire, e lo porta via, facendo ricorso alla sua abilità manuale.
Questa settimana, malgrado i carciofi, non c’è proprio nulla o quasi da portar via.
È necessario procedere con il clistere, fatto con la sonda.
Il dramma è che, subito dopo il clisma, non viene giù niente. L’effetto compare anche varie ore dopo.
Seb sa già che toccherà a lui pulire la mamma dagli escrementi che ormai hanno trovato la loro strada e la percorrono inesorabili, in un lungo fluire. Come far sparire tutta quella roba e, soprattutto, come far sparire l’odore?

La volta successiva c’è qualcosa, ma secondo l’infermiera non è sufficiente.
«Che cosa vuoi, brodo, pastasciutta, prosciutto?»
«Meglio il brodo» dice la mamma.
«Però devo farlo con l’estratto, perché la carne non ce l’ho.»
La mamma però non vuole il brodo, da fare con l’estratto.
«Ma è buono!» Protesta Seb.
«Non è la stessa cosa» fa la mamma.
«Allora dobbiamo fare la pastasciutta.»
Seb non è entusiasta della pasta. Mette troppo sale nell’acqua. Poi non riesce a mandarla giù. L’acqua gli rimane sullo stomaco. È lui alla fine ad accomodarsi in bagno. Insomma, non si sente bene.
Quando rientra nel tinello, la mamma dormicchia davanti al piatto.
«Non ne ho più voglia.»
Mentre spinge la carrozzina verso il letto, Seb vede che un bel po’ di fusilli tempestano il pavimento. «La pasta è caduta per terra» dice.
«Tra quella che hai lasciato nel piatto e quella che hai fatto cadere non te n’è entrata molta nello stomaco. Certo che se mangi sempre così, di cacca ne fai poca.»
«Ti sembra il caso di parlare di cacca?»
«Beh, hai finito di mangiare, mi sembra. Questa è una vita di cacca, di cos’altro bisogna parlare, di caviale e champagne?»

«Che cose strane mangiate!»
«Strane? Ma se le mangiano tutti!»
Certo, pensava Seb, per lei l’avocado era strano, come era strano lo speck, per non parlare dei salamini affumicati. Il kiwi poi non solo era strano, ma non le piaceva proprio. Faceva tante smorfie quando lo metteva in bocca. Lo lasciava quasi tutto nel piatto. Semmai si dedicava ai chicchi d’uva o ai dadetti di cioccolato.
Tra le cose strane che Seb mangiava c’erano anche i denti.
I denti sono fatti per masticare, non per essere masticati, diceva. Malgrado questa affermazione piuttosto ovvia, gli capitava spesso, invece, di trovarsi in bocca, mescolati al cibo, pezzetti di dente che si erano staccati da qualche molare curato. «Niente da fare, bisogna che mi decida a tornare dal dentista» disse Seb
«Uhi, uhi, uhi» fece la mamma.

Quando, nella casa madre di via D., decise di chiudere il collegamento a internet, per cui usava Mozilla, Seb si accorse che era attivo anche un collegamento con Internet explorer. Aprendolo vide che conduceva a un modello, una lettera di dimissioni con preavviso. Seb cominciò a sudare. Solamente Rino aveva potuto aver necessità di quel modello.
Ne sai qualcosa?»
«E di che?»
Qui c’è un modello di lettera di dimissioni!»
Oh mio Dio. Ho sentito che stava stampando qualcosa. Avrà bisticciato. Non so.»
Non sarà così scemo da lasciare un lavoro senza averne un altro pronto.»
In cuor suo Seb pensava che Rino sarebbe stato ben capace di un colpo di testa. Era insoddisfatto del suo lavoro e non vedeva l’ora di liberarsene.Si trattava di capire se avesse tra le mani qualcosa di meglio.
Quella notte né Seb né Nora riuscirono a dormire tranquilli.
Il mattino non arriva mai quando lo si attende e non c’è niente che si possa fare per far scorrere il tempo più in fretta.

«Mi hanno chiamato loro.»
«Ma che contratto ti fanno?»
«Ancora non lo so.»
Comunque Rino non era scemo, pensò Seb, e non avrebbe lasciato il lavoro al buio, senza trovarne prima un altro sicuro.
Speriamo bene! Pensò Seb.

Scaldò la pasta e la riversò nel piatto. Cominciò a masticarla ma qualcosa gli saltò dentro l’occhio, forse un minuzzolo di formaggio o di sugo.
«Cosa c’è?»
la mamma aveva visto gli strani movimenti fatti da Seb per cercare di togliere quell’incomodo ospite.
«Niente. Mi è saltato qualcosa sull’occhio.»
«Ah?»
«Anche l’occhio vuole la sua parte» disse Seb.

«Uh, le candele accese?»
«Eh? Dove?»
«In basso, sotto il balcone con le piante. C’è una finestra aperta.»
«Chissà che cosa sono e tu le interpreti come candele. Non c’è nessuna luce, a parte quella del sole. Le candele poi non esistono più da parecchio tempo.»
«Sì, ma guarda, giù, in basso.»
«Ma ci sono i bidoni per le immondizie. Saranno quelli bianchi per la carta.»
«No, no: sono candele accese.»
Seb cercò di capire cosa vedesse la mamma. Si abbassò e guardò dalla sua stessa posizione. Vedeva tante case, tanti balconi, ma nessuna candela. Non c’era nemmeno qualcosa che assomigliasse a una candela. Cercò di far alzare in piedi la mamma, per farle vedere meglio il panorama, ma non ci riuscì. D’altra parte non era possibile spostare il tavolo, dietro il quale erano seduti per pranzare, per non sentire urla e bestemmie da parte del proprietario del piano di sotto.
Niente da fare. Se la mamma dice che ci sono candele, qualcosa ci sarà, magari lontanissimo. Lei vede a una distanza spropositata, come se avesse la supervista.

«Te li ho preparati.»
«Cosa?»
«I bollettini. Li ho scritti piano piano. Te li ho messi in questa busta.» Così dicendo, aveva preso la busta e l’aveva messa a fianco del computer.
«Ci sono da pagare i due condomini. Questo mese c’è anche l’IMU. Insomma, non faccio altro che pagare.»
«È per quello che ci tengono in vita» disse Seb.
Seb si mise al pc, per scaricare immagini.il pc non sembrava però molto collaborativo.
Prima di tutto, l’antivirus si era aggiornato e costrinse il povero utente a riavviare il sistema.
Una volta riapparso il desktop, firefox si era rifiutato di visualizzare la cronologia. Riavviò nuovamente, ma stavolta non appariva l’icona dell’antivirus. Insomma, dopo venti minuti, finalmente tutto cominciò a funzionare. Peccato che le immagini non fossero all’altezza. La collezione di belle ragazze di Seb non si arricchì nemmeno di un’unità. Nulla di affascinante. Solo donne con grosse tette rotonde. Di una si vedeva persino la cicatrice verticale sui seni, quella del taglio fatto per inserire quegli orribili palloni di plexiglas. Un altro sito presentava foto prese su una spiaggia nudista e altre di quelle strane parate degli orrori che sfilavano per le strade. Pareva che una massa di vecchie baldracche si divertisse a sfilare con il corpo dipinto, mostrando parti anatomiche che per amore del buon gusto sarebbe stato meglio tenere nascoste. La cosa però era divertente e istruttiva. Ma guarda come diventano, si disse Seb, abituato alle immagini di modelle giovani o di ragazze della porta accanto (quelle che preferiva), fresche e senza fronzoli, cariche di quell’innocente sensualità che costituisce la maggior attrattiva della bellezza reale. Quelle forme esagerate, quasi mostruose, erano un’esasperazione della natura, esprimevano la quintessenza del cattivo gusto e della depravazione. Per quanto ormai si fosse anche lei sformata, per l’età, Nora era ancora guardabile e apprezzabile, in confronto a quelle disgustose caricature femminili. Una vera signora potrà essere poco attraente, invecchiando, ma non sarà mai disgustosa.
Poche le immagini buone. Le immagini più conturbanti, come sempre, erano troppo piccole e perciò inutili. Chissà perché, le foto buone, quelle veramente eccitanti, erano sempre a bassa risoluzione. Poi si trovavano quintali di riproduzioni di enorme formato di celebrità riprese in qualche avvenimento mondano, fotografate quando andavano a spasso (out and about) o quando si presentavano in qualche teatro per una presentazione di film. Molte anche le riprese candy, magari rubate in spiaggia. Qui le foto erano in massima parte di scarsa qualità, anche se di grosse dimensioni, e le pose erano sexy come lo scopettone del cesso. Si perdeva un sacco di tempo, nel visualizzarle tutte, ma senza ricavare nemmeno un’immagine decente, degna di essere salvata per la collezione di Seb. Le celebrità italiane poi erano latitanti. Chissà perché gli italiani producevano solo immagini che potessero essere trasmesse da modem da 14,50K, inserite in pagine che non pesassero più di 50K? Spesso poi erano scansioni di riviste, con effetto grana se non moiré. In pratica, riproduzioni di qualità pessima. Qualche buona immagine era al massimo di 600 pixel, o se andava bene di 1034, ma le immagini che Seb collezionava erano di almeno 1600 o 1800 pixel, dovevano riempire lo schermo e potevano anche essere ingrandite, con la lente del programma, per cui le immagini italiane erano tutte da scartare.

«Mi hanno fatto prendere uno stress» disse Nora, «per nulla.»
«Se vai a controllare la copertura, ti dicono che c’è, poi però scopri che tecnicamente non sono in grado ancora di fornire il servizio» chiarì Seb.
Insomma, era già la seconda volta che telefonavano dalla telecom, che le proponevano un contratto per una connessione in fibra ottica, le mandavano il contratto, che lei stampava. La prima volta aveva rispedito il contratto, ma aveva chiamato un tecnico della telecom, per dire che no, purtroppo non potevano assicurare il collegamento. Problemi tecnici, in tutto il quartiere. Le seconda volta avevano detto che era tutto a posto. Le avrebbero rispedito il contratto. Due giorni dopo il contratto era arrivato, molto più complicato del precedente, tanto che lei aveva chiamato per farsi spiegare come compilarlo. Questa volta aveva trovato un tecnico di Terni, che aveva detto che chi l’aveva contattata era un incompetente. A lui risultava che la connessione non era attiva in tutto il suo quartiere e che quindi avrebbe dovuto cestinare il nuovo contratto. E pensare che lei si era agitata, che aveva fatto pulire tutto l’andito a Seb, che aveva già speso per le stampe del contratto e per il fax.
«La prossima volta però mi sentono» disse.
Se aveva controllato on-line. La zona, secondo telecom, era cablata, per cui in teoria la connessione doveva essere possibile attivarla. Peccato però che ci fosse un avviso, che faceva capire che non sempre la connessione era realmente attivabile.
Fastweb invece, fornendo le coordinate del palazzo, dichiarava di poter offrire solo l’ADSL a 20 Mega, che era poi quello che avveniva nella realtà. Che fosse vero che la telecom si fosse riempita di incompetenti, almeno al call center?
Ricontrollano un pezzo di articolo, poi si fa tardi.
Seb accarezza il viso di Nora. Ha sempre il suo bel faccino triangolare. In fondo a lui Nora piace. È stato fortunato, perché è proprio una brava ragazza e anche carina. Chissà perché, lui ha sempre desiderato altre donne, ha voluto sperimentare altre possibilità, senza mai combinarci un cacchio. Forse perché tendenzialmente non è monogamo, o perché ha bisogno di conferme, di sentirsi attraente, anche se forse non lo è, visti i risultati. Ma poi che vuol dire? Incapricciarsi di qualcuna ed essere ricambiato è un caso, uno di quei casi che distruggono un matrimonio. Si comincia col desiderio di provare sensazioni nuove e si finisce per crearsi dei casini inenarrabili. Tradimenti, sotterfugi, rivelazioni, avvocati, tribunali, separazioni, perdità di uno status economico, della tranquillità che ti danno i pochi ma sicuri soldi del tuo stipendio o della tua pensione. La rovina, in definitiva. Tanti fiscono per dormire in macchina o sotto i ponti, quando lo trovano un ponte, ora che c’è la crisi. Ormai anche i ponti sono contingentati e assegnati ai barboni o agli immigrati che paghino la giusta tangente.

Seb cambia la mamma. Quando è ancora senza il nuovo pannolone lei fa «Pipì, devo fare.» Tragedia! Mettere di corsa un nuovo pannolone significava rovinarlo subito. Allora? Correre in bagno. Afferrare il lavamano. Metterlo sotto il bordo del letto e aspettare che lei facesse quello che doveva fare. Naturalmente un po’ di pipì sfugge sempre in questi casi, e si diffonde anche in alto, . «Bagnato, bagnato» fa allora la mamma. «Sì, si è bagnato il camicione» constata Seb.
«Bagnato!»
«Ho capito, te lo cambio (il camicione dal bordo bagnato, non si sa se di pipì o di acqua).»
«Bagnato, bagnato.»
«Eh! Un attimo di pazienza! Non è che mi ripeti bagnato dieci volte faccio più in fretta!»
«Mettetemi una stuoia per terra. Facevano così nel Campidano. I letti erano per gli ospiti. Loro dormivano per terra.»
«Sì, ma tu ti bagneresti addosso lo stesso» dice Seb.
Lui deve munirsi di tutto il necessario per pulire: spugna, carta da cucina, asciugamani, sapone neutro. Deve togliere il cuscino alla comoda, mettere l’asciugamano al posto del cuscino. Poi la mamma deve essere messa seduta, liberata dal camicione inumidito, forse di acqua, ma non è certo, spostata sulla comoda. Il letto deve essere ripulito dalla pipì. Poi bisogna asciugare la fodera del materasso, rispostare la mamma sul letto ormai pulito e asciutto, infilarle un altro camicione, stenderla, mettere il pannolone pulito, infilarle le polacchine, rimetterla sulla comoda, dopo aver ricollocato il cuscino, infilare il bavaglione, aggiungere sul bavaglione un altro bavaglione di carta da cucina, fermarlo con una molletta per non farlo cadere subito, spostare la comoda fino al tavolo, prendere le pastiglie per la pressione (di Seb), scaldare il latte, mettere sul fuoco l’acqua per il tè, mettere in tavola due tazze, prendere i cucchiaini e lo zucchero, infilare due bustine di tè (uno deteinato, l’altro ai frutti rossi) nella tazza di Seb, mettere una punta di cucchiaino di caffè Hag per la mamma. Ci siamo finalmente? Ora bisogna versare l’acqua nella tazza di seb e il latte in quella della mamma. Poi una parte del latte va anche nella tazza di Seb, che oggi prende il tè col latte (almeno si evita la seccatura di tagliare il limone). Finalmente si può mangiare. La mamma infila la mano buona nel pacchetto dei biscotti, ma non cava un ragno dal buco, per così dire. Aspetta, fa Seb, poi infila lui la mano e ne estrae due biscotti. Sa che la mamma mangerà i biscotti e lascerà il latte, dopo averli inzuppati.
La mamma mangia i biscotti, poi: «Me lo conservi? Ehm?»
«Il latte?»
«Sì, a stasera, me lo conservi?»
Cerca di utilizzare la carta da cucina bagnata che ricopriva il bavaglione per proteggere il latte dalla polvere.
«Lascia stare» le dice Seb, «deve sfreddare prima. Non si può mettere il latte caldo nel frigo.»
Allora lei recede e rinuncia a coprire la tazza con la carta sporca.
Seb va nell’altra stanza per seguire i dibattiti in televisione, ma la mamma lo chiama continuamente
«Che cosa siete voi per me?»
«Eh, voi? Sono io, sono solo.»
«E tu chi sei, come ti chiami?»
«Ah, che testolina! Il nome mio nessun saprà» canta Seb in tono d’opera. La mamma ride. L’opera sì che se la ricorda, meglio del nome del figlio, che chissà come si chiama!
«Sono Seb, tuo figlio!»
«Ah» fa la mamma
Altro pezzo del dibattito. Pensioni, tasse, riforma della scuola.
«Ah, Uh, mamma» fa la vecchia signora.
Oggi ha voglia di parlare, non c’è pace, pensa Seb.
«Un gatto-lepre-coniglio, Eh?»
«Ho sentito un gatto, fuori.»
«Sì ci sono dei gatti giù. Ce n’è anche uno nell’appartamento qua sotto. Ogni tanto miagola.»

Il tempo si è guastato. Si è rimesso freddo, anche se è quasi la fine di maggio. In montagna è riapparsa la neve. Seb compra la birra rossa d’abbazia. Ne prova una sconosciuta, un po’ meno carica di alcol delle altre. La prova per mandar giù la carne di maiale arrostita in padella, un maiale così duro che pare un vecchio manzo.
L’indomani, domenica, Seb propone di fare fettuccine al gorgonzola. In realtà ci mette, oltre al gorgonzola, anche un po’ di taleggio rimasto e un po’ di grana. Non viene fuori un gran che come gusto, tanto che ci aggiunge un altro po’ di gorgonzola.
Di sera è rimasta un po’ di pasta in padella, fettuccine che abbrustoliscono e diventano più consistenti. Prepara per la mamma un po’ di mortadella e avocado, ma di mortadella ce n’è ancora tanta. Allora decide di passarla in padella insieme alle fettuccine. Ora la pasta è veramente saporita. I formaggi si legano con la mortadella in un insieme delizioso. Ne fa assaggiare un po’ alla mamma, che queste cose non le rifiuta mai. Come non rifiuta mai i dolci, soprattutto quelli al cioccolato.

«Beh, che fai, lo guardi?»
La solita storia. La mamma sta lì affacciata alla tavola e guarda il caffellatte.
«Non è mica un cavallo» dice Seb, «che lo devi guardare. Lo sai che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo.»
La mamma ride, stavolta, si scuote, e capisce che almeno un po’ la fatica d’ingoiare qualche sorso di latte la deve fare. Inzuppa un savoiardone, che Seb le ha messo davanti.
La sera dice a Nora: «Questa mattina ho sognato che dovevo fare pipì. Doveva entrare il medico che avevo fatto venire, e a mia volta ero da un’amica medico. Prima di farlo venire però, la mia amica volle andare lei in bagno. Quando uscì e andò a chiamare il medico, io entrai in bagno, ma poi vennero anche altre persone, e c’erano anche delle ragazze cinesi. Insomma, io dovevo fare pipì davanti a tutta quella gente.»
«Era solo che avevi voglia di far pipì» disse Nora.
«Sì, ma a questo punto, perché tutti vengono a vedere il mio pisello? Se lo porto all’expo e lo metto in mostra, lo guardano di meno.»
«Guarda che è solo un sogno!»
Non si sa perché, ma in quei giorni si finiva per parlare solo di medici e di salute. Sarà perché Nora diceva che stava dimagrendo, senza capire il motivo.
Seb era un po’ preoccupato
«Eppure mangio sempre dolci, non mangio mica di meno. Forse mi sto muovendo di più.»
Era vero. La vita di Nora, da quando lavorava al suo articolo, era più attiva, ma una volta questo non sarebbe bastato per farla dimagrire. Che si trattasse solo di incipiente vecchiaia? Nora aveva paura, una gran paura di avere un tumore, anche se non lo diceva espressamente.
«Con tutte le pastiglie che prendi…» diceva Seb.
«Sì, ma le ho prese sempre. Lo sai che ho sempre avuto mal di testa, tutta la vita.»
«Sì, ma adesso ti viene tutti i giorni» replicava Seb. «Bisognerebbe capire da cosa è provocato.»
«Ma cosa vuoi capire!» Faceva Nora. Lei si era arresa. Da un’intera vita si era arresa al dolore e alla sua malattia. Non c’erano cause, né cure, né speranze. Era proprio una persona infelice, pensava Seb.

La mamma finalmente ha bevuto un po’ di caffellatte in più. Quando Seb lascia il computer e torna nel tinello, la trova che dormicchia, ma si sveglia immediatamente.
«È ingrassato?» chiede.
«Che cosa?»
«Il cavallo.»
«Ah!»
«No, stavolta il cavallo è dimagrito, perché la mamma l’ha bevuto quasi tutto.»
Ne beve un altro po’.
«Con te tutto va bene, finché non ti metto i denti. Se sei senza denti mangi, quando hai i denti no. Ma poi a cosa servono i denti per bere il latte? Te li metto dopo, per pranzo.»
«C’è un divano?» chiede la mamma.
«Un divano?» Seb spinge indietro la comoda e le fa vedere il letto. «Ti sembra un divano quello?
«No.»
«E che cos’è?»
«Un letto.»
«Allora, non ti ricordi che è da un anno che dormi su quel letto?»
«No.»
«Eppure ti ricordi di quando eri a Collinas e c’erano i tuoi genitori.»
«Perché allora giocavo e mi divertivo.»
Seb fa la faccia scura.
«Io invece non ho questi bei ricordi.»
La mamma aveva vissuto così bene la sua infanzia che aveva voluto renderla eterna. Non aveva voluto studiare, né lavorare. Voleva che tutta la sua vita fosse una lunga infanzia, senza preoccupazioni, con gli altri, i grandi, che pensano a tutto per te, a spendere i soldi, a pagare le tasse. Per questo aveva lasciato che si occupasse di tutto il marito, il padre di Seb. Lei doveva vivere fuori dalla realtà, occuparsi della cucina e dell’allevamento del suo unico figlio, ma nemmeno tanto, perché c’era la mamma, che si occupava dell’educazione del bambino e dei suoi studi.
«Io ricordo quel periodo come un incubo: ero sempre tappato in casa» dice Seb.
Certo, si doveva stare in casa, perché fuori c’erano i pericoli, le bande, le sassaiole. Anche i ragazzi di buona famiglia facevano quella vita, non c’era altro da fare in quei noiosi inverni e durante le lunghe estati calde. I ragazzi andavano in giro senza freni, rubacchiavano per divertimento, si prendevano a botte. Lui, Seb, era troppo delicato per poter correre libero come gli altri. Lo avevano mandato tra gli esploratori, ma non aveva fatto in tempo neppure a diventare lupetto. Li tenevano sempre in un cortile a correre e sudare. Lui tornava a casa con la febbre e il mal di gola. In casa doveva stare. Non c’erano alternative.
«È brutto, se rubi l’infanzia a un bambino» dice Seb. «Io non ne ho avuto: non ho avuto la mia infanzia. Chi potrà mai restituirmi la mia infanzia?»

Un filo d’olio in padella. Sempre un filo d’olio. Tanti piatti di Seb cominciano con questa semplice azione. L’olio è naturalmente quello extravergine di oliva. Poi Seb prende una grossa melanzana viola, di quelle tonde e dolci, e la taglia a tocchetti. Separa la parte interna, più tenera, da quella esterna contenente la buccia, che taglia a fette più sottili. Aggiunge due grossi pomodori ramati, tagliati in vari pezzi, mezza cipolla e qualche dadino di sedano, non troppo, perché l’aroma forte del sedano potrebbe finire per dominare sull’intero piatto, mezzo spicchio d’aglio affettato, una spruzzata di origano, un po’ di maggiorana, pochissimo dragoncello. Il prezzemolo deve essere tritato bene e viene aggiunto più avanti, durante la cottura. Se ne può lasciare un po’ per guarnire alla fine e rendere il gusto più fresco. Si incomincia a mettere sul fuoco, a fuoco moderato, con un poco d’acqua e una spolverata di sale grosso. Più avanti se ne aggiungerà altrettanto, ma solo il necessario, per evitare che il piatto risulti insipido.
«Che buono!» dice la mamma, «ma tu dove hai imparato a cucinare?»
«Ho imparato da me» fa Seb. Lei è ancora stupita. Certo; suo marito non sapeva fare niente in cucina.

È domenica. Seb prepara l’informazione estesa sui cookies, per mettere il suo blog al riparo dalle multe. Si fa tardi e non ha cucinato niente.
Per fortuna, la mamma accetta di mangiare quello che le era rimasto delle melanzane del giorno prima.
Oltre a questo c’è tanto formaggio, ma il treccione di scamorza affumicata ha già messo muffa all’esterno. Perciò decide di buttarlo. La fontina DOP invece, essendo più oleosa, si è conservata meglio. Seb si ripromette di non comprare più porzioni di formaggio in offerta. Se le lasci due giorni in frigo sono belle che andate. Paghi il formaggio un po’ meno, ma dovresti mangiartelo tutto subito, il giorno stesso o l’indomani. Invece, ne rimane sempre e va a finire nella pattumiera.
Poi si mangiano le fragole con un bel po’ di zucchero spolverato sopra. Non sono moltissime, per cui Seb e la vecchia signora riescono a finirle. Dopo rimane una sorta di glassa rosata nel piatto di plastica.
Alla fine Seb chiede alla mamma se abbia intenzione di finire il pezzo di savoiardo che staziona da un bel po’ sul tavolo.
«No… mangialo tu.»
«Io non mangio le cose sbocconcellate da te. Se lo vuoi, lo mangi tu. È un peccato buttarlo.»
Insomma, lei non aveva voglia di mangiare altro zucchero, dopo quello usato per le fragole.
«Vuoi andare a letto?»
«Sì, sì, a letto!»
La seggiolina si sposta e si posiziona accanto al catafalco di legno, col suo materassone avvolto dalla fodera azzurra.
«Ah… è qui il letto?»
«E dove credevi che fosse? È da un anno che il letto sta li.»
Così Seb realizza che è passato già un bel po’ di tempo da quando quella storia è iniziata.
«Ci pensi, che è più di un anno che sei a Milano! È passata l’estate e l’inverno e ora andiamo verso un’altra estate. Mi sembra ieri.»

Seb pensava a tutta la vita che non aveva vissuto, a tutte le vite alternative che non aveva avuto il coraggio di sperimentare. Per lui ogni percorso abbandonato (e quindi anche le relazioni interrotte o nemmeno iniziate) era motivo di tristezza. Avrebbe potuto definire questa sensazione anche con le parole rimpianto o dispiacere. La causa prima di sofferenza è l’angoscia derivante dalla consapevolezza del limite: non è possibile percorrere contemporaneamente tante strade, come non si possono stabilire troppe relazioni. Ogni strada, ogni relazione non intrapresa, provoca il dolore della mancanza, di quello che poteva essere e non è. Quante persone di cui non si hanno più notizie! Quante carriere a cui si rinuncia: l’arte, la musica, gli studi scientifici. Quante cose erano state abbandonate da Seb, quanti mondi non avrebbe mai avuto la possibilità di conoscere! Quante verità si era imposto di non cercare più.

Maledetto due giugno, maledetta repubblica, pensava Seb. Purtroppo il 2 giugno cadeva di martedì e questo significava che l’infermiera non sarebbe arrivata. Già dal lunedì la mamma aveva manifestato la sua solita sindrome. Inappetenza, lamentii continui e confusi, quel malessere che lui chiamava appunto sindrome del lunedì. Tutto si rimetteva a posto quando l’infermiera, il martedì, svuotava l’ampolla intestinale, che chiamata così faceva pensare a un misterioso esperimento alchemico, che conduceva a un risultato incredibile: la liberazione dalla merda. Il martedì avveniva la purificazione. Il venerdì era pure deputato a un nuovo repulisti, ma di solito in circostanze meno drammatiche. Il martedì però era spesso festa e la mamma incominciava a urlare di notte già dalla domenica. Come si fa a lasciare una vecchia signora urlante per due giorni e due notti e farla arrivare viva fino al mercoledì, dopo due giornate di digiuno quasi totale? E stavolta, c’era proprio bisogno di festeggiare questa bella repubblica, che tutti in fondo odiavano: i terroni oppressi dal capitalismo del nord, i piemontesi sabaudi, i lombardoveneti leghisti e nostalgici di Maria Teresa, i tirolesi inglobati a forza in uno stato straniero per lingua e cultura, i sardi dominati ormai da secoli e privi di speranze di miglioramento, i siciliani ingegnosi e quasi indipendenti, ma in fondo abbandonati a se stessi, i friulani lasciati in disparte. Gli italiani tutti tormentati dal malaffare politico-mafioso. Che cosa cazzo c’era da festeggiare? Si poteva far soffrire così una vecchia per questa stupenda repubblica?
In teoria si sarebbe potuto tentare di fare un clistere, ma Seb rifuggiva dall’idea. Non si sentiva in grado di gestire il flusso incontrollabile del liquame, l’acqua pervasiva, che avrebbe invaso tutto quello che poteva invadere. E poi, la cacca che avrebbe continuato a scendere, a piccole dosi, per l’intera giornata, mentre lei avrebbe continuato a lamentarsi, a lanciare il suo lugubre lamento animale!
Seb in fondo non vedeva l’ora che tutto questo finisse, in un modo o nell’altro, ci avrebbe messo la firma, ma sapeva che sarebbe durato a lungo, troppo a lungo, distruggendogli la vecchiaia. A lui, poi, chi ci avrebbe pensato?
Il due giugno, poi, era anche un bel ponte di primavera. Aveva accompagnato Nora a pagare l’assicurazione della macchina, e la macchina? Quella non si era più mossa, anzi l’aveva da poco parcheggiata in un posto a strisce gialle della zona fiera, proibita ai non residenti. Per parcheggiare bisognava avere il tagliando residenti o visitatori e i vigili che controllavano il quartiere erano implacabili. Multa assicurata per i disgraziati colti in flagranza di reato, occupatori abusivi di parcheggi.
Lui si era fermato lì per aspettare Nora, per una decina di minuti, e il motore si era spento all’improvviso. Immediatamente era apparso il segnale code, che significava che il sistema elettronico non riconosceva il codice della chiave. Era già successo altre volte, ma era cosa da addebitare a qualche disturbo elettromagnetico. Per lo più il problema scompariva, e spesso bastava spostare l’auto di qualche metro perché il segnale non arrecasse disturbo. Quando Nora era tornata, Seb le aveva detto che in quello spesso posto c’erano già stati problemi. Probabilmente lo si doveva alla torre del Sempione, quella che secondo Seb provocava il cancro agli abitanti di quella zona (anche i ricchi piangono: avete voluto la casa bella e grande, in una serena zona residenziale? Ebbene, cuccatevi anche le emissioni elettromagnetiche o le varie diavolerie che la Rai produce, inquinando tutta l’area!)
Naturalmente Nora non ricordava per niente che la macchina avesse già avuto difficoltà in quella strada, ma Seb se lo ricordava benissimo. Aveva fatto male ad accompagnarla. La zona fiera era vietata, bisognava arrivarci in tram o in taxi, non c’erano altri mezzi. La metropolitana si fermava ad Amendola, poi non rimanevano che i vari mezzi di superficie, di cui Seb non aveva mai conosciuto il percorso. Non era stata ancora costruita la linea viola.
Questa volta non si sapeva proprio cosa fare. Le macchine elettroniche sono una disgrazia dell’umanità, pensava Seb. Le feste sono un’altra disgrazia. Il primo meccanico aveva detto di chiamare un carro attrezzi. Il secondo meccanico aveva provato lui, anzi ci aveva provato suo figlio, a chiamare il carro attrezzi, ma nessuno rispondeva. Eh già. Le feste erano un obbligo anche per i carri-attrezzi. Sacralità del week-end. Nome inglese per un dovere italiano, quello di non lavorare se non nei giorni feriali. Maledette, maledette feste. Ora l’auto era lì, abbandonata, preda delle emissioni della torre Rai o di chissà cosa. Non rimase che andar via a piedi, per cercare di raggiungere una fermata dell’underground. Sudore e polvere. Tanto tanto sudore per il povero Seb, non più abituato a camminare. Soprattutto non abituato a camminare al sole, che purtroppo si era ripresentato, squarciando, proprio quando sarebbe stato inopportuno, quell’ampia coperta di nuvole che avevano fatto sperare in una giornata fresca, non tormentata dal sole a picco.
Provare con la seconda chiave? Bisognava tornare in zona Fiera, inserire la chiave, vedere se il codice era riconosciuto. Per fortuna nessun vigile si era avvicinato. Il figlio del meccanico l’aveva detto: per tutto il periodo festivo non c’erano problemi, perché nemmeno i vigili avrebbero fatto le loro passeggiate in cerca di polli da multare. Bisognava però fare in fretta, prima che la festa finisse.
Per fortuna la seconda chiave aveva funzionato. Per oggi niente multa. Meno male!

C’è qualcosa di malato nell’aria. Quest’anno sembra che ci siano meno fiori, almeno rispetto all’anno scorso. I colori sembrano meno sgargianti. Tutto appare più triste. Non c’è nemmeno più “L’angolo del panino”, quella specie di camper-bancarella che all’imbrunire arrostisce peperoni, wurstel e vari tipi di salsicce in piazza, dove i fiori scompaiono nell’oscurità che avanza.

La mamma stava proprio male. Buttata sul letto, con le gambe scheletriche sollevate. La camiciona rosa copriva solo la parte superiore del corpo. Non si lamentava nemmeno più. Seb riuscì a cambiarla e a farle bere un pochino d’acqua. Gli occhi semichiusi non guardavano da nessuna parte. Capiva, quando le si parlava, ma poi ripiombava in un dormiveglia abulico, una condizione che pareva l’anticamera della morte.
«C’è una luna bellissima» disse Seb, «rosata, che sembra sospesa sulle case.»
Era vero. Quella sera la luna era enorme, rosea su un cielo grigioazzurro che andava man mano oscurandosi. Seb avrebbe voluto farla vedere alla mamma, ma come si faceva a spostarla, in quelle condizioni. Sarebbe stato necessario spostare il tavolo, perché l’immagine non si trovava di fronte, ma di lato, e bisognava avvicinarsi alla finestra per guardarla. Solo che non era pensabile uno spostamenti di mobili. Il matto del piano di sotto sarebbe venuto su inviperito col suo bastone. D’altra parte la mamma non pareva interessata a niente, forse non avrebbe neppure aperto gli occhi, per ammirare la luna, quella strana grande luna tonda, irreale, appiccicata al cielo come un oggetto, messo lì per decorare l’ambiente.
Avrebbe resistito la mamma fino all’indomani? Seb sperava che l’infermiera arrivasse presto. Di solito, dopo l’evacuazione forzata, quel cadaverino si metteva a dormicchiare e si riprendeva presto. L’appetito tornava e si poteva pensare al pranzo.

Una pesante nebulosità ingrigia l’orizzonte. Siamo ancora ai primi di giugno, ma poi il cielo si schiarisce e la giornata pare già tipicamente estiva. A complicare la vita di Seb interviene anche l’interruzione nell’erogazione dell’acqua. Pare che stiano sostituendo l’autoclave. Come si fa con la mamma che dell’acqua ha costantemente bisogno. Come si fa a tenerla pulita?. Per giunta Seb si è dimenticato di chiamare Nora per farle gli auguri di compleanno. Colpevole, colpevole, colpevole. E ora Nora chi la sente? Già che lui i compleanni non se li ricorda quasi mai. Si dimentica anche del proprio. Ora poi che ha da pensare a ben altro…

Il mercoledì arrivò. A mezzogiorno ancora l’infermiera non si era fatta sentire. Perciò Seb telefonò alla società che forniva il servizio di assistenza domiciliare.
«La contattiamo noi e poi la richiamiamo.»
Per fortuna l’infermiera arrivò dopo una decina di minuti.
«Non vi ho abbandonato» disse.
Ma la mamma non ebbe il miglioramento sperato. C’era qualcos’altro che ne deprimeva la vitalità.

«Nakala… nakala.»
«Cosa vuol dire, in che lingua stai parlando, in Swahili? Parla in italiano, non si capisce un cavolo di cosa stai dicendo.»
La mamma lanciò uno sguardo smarrito, poi ripiombò nella semincoscienza.
Seb stava quasi urlando. Quella mancanza di comunicazione lo esasperava. Inoltre cominciava a capire che l’assuefazione alla malattia e alla morte rendeva crudeli. Ora non desiderava altro che la fine di quella storia. Voleva tornare a casa sua, da Nora, da suo figlio.
La mamma non si stava riprendendo, proprio no. Desiderava soltanto bere. Si capiva che era disidratata e Seb non aveva la pazienza necessaria per starle sempre dietro e farla bere continuamente.
A cena Seb riuscì a farle ingoiare un po’ di latte e a farle assumere un paio di fragole. Aveva provato anche con un pezzetto di pesca gialla, ma la mamma l’aveva succhiato per un po’, poi l’aveva fatto cadere per terra.
Il problema era serio. La mamma non riusciva più a reggersi, bisognava sollevarla di peso anche per cambiarle il pannolone. Non riusciva a mettere la dentiera e quindi doveva limitarsi a bere o a succhiare qualcosa che non dovesse essere masticato. Oltre a questo, la mano sinistra, che prima era abbastanza stabile, tremava vistosamente, impedendole di portare una tazza alla bocca e nemmeno un cucchiaino. Di fatto, bisognava imboccarla e anche questo era difficile, perché tendeva a buttare fuori tutto quello che tentava di bere o di mangiare, accompagnandolo con una buona quantità di bava.
«Non è che stai diventando un cane? Sbavi come un bulldog!»
La mamma diceva qualcosa d’incomprensibile, con un’espressione desolata. Anche i cani guardano con la stessa espressione, quando non comprendiamo quello che dicono, nel loro linguaggio.

Quando venne la signora dell’Equador, vide che non stava bene e le misurò la temperatura. C’era qualche lineetta di febbre. La pulizia fu limitata a un lavaggio intimo. Non era il caso di far prendere freddo alla paziente. Seb decise di attendere l’indomani e di decidere il da farsi con l’infermiera della cacca. La vecchia signora non si lamentava quasi più, ma continuava a non mangiare e beveva pochissimo.
Verso le undici del mattino successivo, la situazione non era migliorata. L’infermiera riscontrò difficoltà respiratorie e una sostanziale assenza di reazioni. Bisognava fare qualcosa, Decisero di chiamare il 118.
I ragazzi dell’ambulanza arrivano dopo qualche minuto, chiamano al citofono e salgono; fanno i primi controlli e decidono il trasporto in ospedale. Qui i medici riscontrano un’infiammazione all’apparato respiratorio e una bella disidratazione. «Beve poco la signora?»
All’inizio la vecchiettina è depositata in una stanza singola. Poi, a mano a mano che la sua situazione si regolarizza, si pensa di spostarla.
Il giorno dopo Seb scopre che la mamma era stata portata nella stanza a quattro letti. Qui ci si annoiava di meno. Lei parlava e raccontava tante cose, ma nessuno capiva niente di quello che diceva. Il risultato però era che le sembrava di aver chiacchierato con qualcuno e questo la distraeva.
In quel posto poteva succedere di tutto, come in quasi tutti gli ospedali. Una signora rientrò in camera dopo un’analisi, ma stranamente si notava sul lenzuolo qualcosa di rosso che non avrebbe dovuto esserci. La macchia era in basso, all’altezza del piede. Guardando con attenzione, sembrava proprio di scorgere un taglio sulla pianta del piede, al di sotto dell’alluce. Chissà cos’era successo durante il trasporto!
«Io non ne so niente, io l’ho soltanto riportata» diceva un’infermierina bruna, giovane giovane. Molto carina, anche se un po’ in carne. Sarebbe stato bello se l’avessero incolpata di aver ferito quel povero corpo sdraiato e inerme, sedato e probabilmente insensibile. Chissà cos’era successo! L’infermiera titolare, quella magra magra, con il camice azzurro e l’anellino al naso, chiedeva spiegazioni con il suo accento romano e con il suo atteggiamento efficientista. «Non voglio accusare nessuno» diceva, «ma devo poter dare spiegazioni. Se poi viene un parente e mi chiede cos’è successo, che cosa rispondo?»
Arrivarono dopo un po’ anche i medici e chiusero il locale. Bisognava medicare la poveretta, ma soprattutto bisognava celebrare il processo, o quanto meno investigare a porte chiuse, tanto per lavare in famiglia i panni sporchi. L’unica cosa certa era che la paziente non poteva essersi ferita da sola. Doveva aver urtato qualcosa di tagliente.
«L’avete spostata su un altro lettino? Come e quando?»
Nessuno sembrava saperne niente.

Una mattina in ospedale ci scappò anche il morto. Uno dei pazienti, fortuna sua, se ne era andato. Nel corridoio si notava appena un lettino con un lenzuolo sopra. Ma dal rigonfiamento del lenzuolo si arguiva che sotto dovesse esserci qualcosa. Seb non l’aveva proprio notato, ma da quello che gli accadde di ascoltare poco dopo, capì che questo qualcosa doveva essere stato un uomo. Accanto al lettino o barella che fosse Seb vide una tizia robusta, di mezza età, che argomentava con una dottoressa (o era un’infermiera?) Alla parola agenzia, pronunciata dalla tipa in camice bianco, la tizia robusta fece la faccia stupita.
«L’agenzia… quale agenzia?»
«Sa, devono prendere il corpo, metterlo dentro una bara, portarlo via, fare il funerale. Pensa che non se ne debba occupare qualcuno?»
«Non pensavo che ci volesse un’agenzia.»
«Eh, invece bisogna pensarci.»
Neanche Seb, che viveva un po’ fuori dal mondo, ignorava che si dovesse incaricare un’impresa specializzata per trattare lo smaltimento di quei rifiuti solidi urbani che sono i morti. Purtroppo non era ammesso che fossero trattati come materiale compostabile o semplicemente avviati all’inceneritore senza spendere un soldo. Forse sarebbe stato giusto, ma poi chi avrebbe calmato le furie dei fanatici della dignità dell’uomo? A proposito, per i cani come si faceva? Bastava fare una buca per terra, in campagna, come faceva suo padre per i cani e i gatti, quando avevano la ventura di abbandonare gli amici umani. Magari poi lui ci metteva sopra un pezzo di legno, o una pietra, per segnalare che lì era sepolto un amico. Però almeno si evitavano le spese del funerale. Chissà perché non era possibile fare la stessa cosa per gli uomini Ci crediamo tanto superiori a cani e gatti, anche se poi ci comportiamo decisamente peggio di loro.

Prima di tutto bisognava capire chi era il medico a cui fare riferimento. In fondo però era semplice, anche per uno imbranato come Seb. Bastava chiedere alla caposala. Solo che il medico arrivava sempre molto tardi: sarà stato per colpa dei turni. Alla fine però riuscì a parlarci.
Era un uomo ancora piuttosto giovane, di statura media, con una barbetta corta da militare dei reparti speciali.
La mamma, gli disse, non stava malissimo. Era stata idratata, forse anche un po’ troppo, per cui bisognava eliminare il liquido in eccesso nei polmoni. Comunque non era in pericolo di vita e, se tutto fosse andato per il verso giusto, sarebbe stata dimessa sabato mattina. Bisognava pensare quindi a come riportarla a casa e la cosa non era affatto semplice. Sarebbe stato il caso di copiare i numeri delle associazioni che gestivano il trasporto degli ammalati, ma Seb non ci pensò proprio. Sarebbe stato sufficiente fare una foto dell’avviso che era appeso al gabbiotto della postazione infermieri, ma bisognava pensarci prima e portare la camera digitale in ospedale.

A dire il vero, Seb non aveva una gran voglia di trovarla, l’ambulanza. Solo che ora la situazione si caratterizzava come un’assoluta mancanza di assistenza. I numeri o non rispondevano o erano non più in uso. I pochi che rispondevano avevano una sola risposta: «Non ho personale per la giornata di sabato.» Insomma, secondo loro gli ammalati avrebbero potuto rimanersene tranquilli in ospedale almeno fino a lunedì e farsi dimettere in un normale giorno feriale, anziché rompere i maroni alle associazioni/croci ecc. Che fare?
Non c’era altro da fare che rompere i maroni a Rino, unico in grado di aiutare Seb per il trasporto. Veramente una jella che l’ospedale si liberasse della mamma prima della domenica.

Arrivarono le due del pomeriggio e Rino dormiva ancora profondamente.
Bisogna aspettare che si svegli, disse Seb a Nora. Insomma, mi aspetteranno, aggiunse.
Alla fine il figlio emerse dal mare dei sogni e cominciò a dare segni di vita. Ci volle però ancora qualche tempo perché fosse in grado di reggersi in piedi.
«Non potevano tenerla altri due giorni?» sbottò.
«Andiamo a trovare l’originale dell’urlo di Munch» disse Seb. Rino sorrise.
Corsero a casa di Seb, presero la sedia a rotelle e cercarono d’infilarla in macchina, ma quella sembrava gonfiarsi e incaponirsi sempre di più. Tra lui e il figlio riuscirono a vincere la riluttanza della sedia e a farla stare tra i sedili, quasi sopra il sedile posteriore. Arrivarono velocemente al parcheggio dell’ospedale, presero il ticket dal distributore automatico, tirarono fuori la sedia dall’abitacolo.
«C’è un bel pezzo di strada da fare» disse Seb.
Bisognava portare la sedia lungo tutto il vialone d’ingresso, entrare nella hall, raggiungere l’ascensore, salire al piano. Certo, con la sedia vuota, si fa in fretta!

In ospedale il foglio con le prescrizioni per la dimissione era pronto, ma la mammma si trovava ancora a letto. Chiamarono la caposala. Arrivarono tre persone. Due di queste misero qualcosa addosso alla vecchiettina e la spostarono sulla sedia a rotelle.
Quando la mamma era sul punto di andar via, si affacciò un tipo dal viso affilato e dal naso adunco, che faceva grandi sorrisi. Aveva una croce al collo, dal che si capiva che dovesse essere il prete locale.
«Ah, ce la fanno a rimandarla a casa?» disse. Sorrideva, ma pareva che le stessero portando via una preda. Qualcosa stava sfuggendo alla presa del suo istinto di morte.
«Ah, sono contento» diceva, ma sorrideva troppo, nell’accentuazione caricaturale di un sorriso.

La sedia, trasportata da Rino, percorse il corridoio del reparto, entrò in ascensore, scivolò veloce nel lungo corridoio che portava nella hall. Da lì iniziava il percorso esterno, nel vialone d’ingresso; bisognava poi attraversare il cancello e dirigersi sull’asfalto verso la macchina. Qui ci si industriò per riuscire a infilare la vecchietta nell’auto, mettendo nel portabagagli la sedia semismontata.
Grande fatica poi per il rientro a casa. Rimontare la sedia, cercare di posizionarla sulla piattaforma con la mamma sopra, capire come funzionasse quel maledetto aggeggio, metterlo in moto per superare le scale, che più ripide non potevano essere. Superata la scalinata, il lavoro non era concluso, perché bisognava far entrare sedia e mamma nell’ascensore strettissimo, salire, tirar fuori il veicolo e, finalmente, attraversare l’ingresso e rientrare a casa.

Ed ecco che, miracolosamente, la mamma era tornata . Volle mettersi subito a letto e non cenò nemmeno: era troppo affaticata per il viaggio. Si svegliò presto, il giorno dopo, con la luce che entrava dalla finestra e con l’azzurro luminoso del cielo.
«Vuoi far colazione?»
La mamma fece un gesto con la mano, facendo roteare il braccio, come se volesse dire: se me la vuoi dare… Seb la mise sulla comoda. Lei collaborava. Quando la comoda venne parcheggiata davanti al tavolo, Seb intinse il cucchiaino nel latte e cercò di portarlo alla bocca della vecchietta, ma questa non riuscì a prenderne nemmeno una goccia. Cominciò a muovere la camicia e il bavaglione, come se avesse un gran caldo e volesse togliere tutto. Poi la lingua venne fuori pesante, depositata tra le labbra, e cominciò a scenderle la bava da un angolo della bocca. Chiaramente la mamma stava male. Non reagiva agli stimoli. Bisogna riportarla in ospedale, pensò Seb. Perché mi hanno rimandato a casa una specie di cadavere?
Non c’era che lasciarla sul letto a riposare.
All’ora di pranzo Seb fece una lunga doccia, poi chiese alla mamma se volesse mangiare.
Lei accennò un sorriso e allungò la mano per toccargli il volto. Era contenta, certo, contenta di essere di nuovo a casa col figlio. «Però, se non mangi, come faccio?» disse Seb. «In ospedale mangiavi di tutto e ora, a casa, non mangi più.»

Poi, lentamente, si capì come fosse meglio procedere. Come sempre, Nora aveva ragione.
Bisogna darle quello che le davano in ospedale e non farla muovere dal letto. Certo, a Seb non faceva piacere trovarsi in casa una persona allettata, come ormai si diceva comunemente. La parola che Seb conosceva aveva un altro significato, quello di persona invogliata, desiderosa. Ora invece significava soltanto persona ridotta a letto e incapace di alzarsi. La persona allettata non aveva più nemmeno il desiderio di muoversi. Sentiva qualche volta lo stimolo della fame o quello della sete, ma il suo orizzonte di vita era fortemente limitato.
Una volta accettata la situazione, Seb capì che, tutto sommato, il suo lavoro sarebbe diventato meno faticoso. Non era più necessario sollevare di peso l’anziana (anche se il peso era minimo), metterla sulla comoda e trascinarla fino al tavolo. Ora era necessatio preparare qualcosa di morbido e farlo inghiottire alla mamma, che aspettava a becco aperto come gli uccellini di nido. Faceva una gran tenerezza.
Insomma, rifletteva Seb, è come avere un bambino. Bisognava preparare il brodo con l’estratto, poi far bollire in un pentolino un paio di cucchiai di semolino (comprato nel reparto bambini del market), aggiungere un po’ di grana e lasciar raffeddare un po’. Poi bisognava avere la pazienza di imboccare la vecchia bimba, che così, finalmente, avrebbe mangiato una certa quantità di cibo. Dopo il primo veniva il dessert: budino o marmellata.
Alla fine Seb, che nel frattempo aveva cucinato un po’ di pastina nel brodo rimasto, ingollava pure lui il suo brodino con tanto grana filante. Tutto sommato non era male.

Dimenticava sempre qualcosa. Questa volta aveva lasciato in macchina il caricatore del telefonino. L’aveva ripreso dall’altra casa, dove era rimasto per giorni, e ora che l’aveva ritrovato l’aveva lasciato in macchina, sotto il sedile del passeggero.
Lo prenderò dopo cena, pensò.
Tornando dalla casa di via D., si era fermato al Carrefour e aveva comprato un po’ di cose. Aveva preso soprattutto dei formaggi morbidi, da far succhiare alla mamma, ora che apriva la bocca come un neonato in attesa della pappa. Per sé aveva comprato una confezione di fettine di coscia di maiale e una lattina di birra. Era una birra tedesca, che beveva una volta, i primi tempi in cui era arrivato a Milano. Aveva voglia di risentire quei sapori, che allora erano i sapori della novità.
A casa aveva messo le fettine in freezer, dopo averne tolte due dalla confezione. Aveva infilato nel reparto congelatore anche la birra, nella speranza che sfreddasse presto.

Decise di scendere, per portare un altro sacchetto di plastica e lattine, e per portar via il caricatore Nokia dalla macchina. Era incerto nel muoversi, come se fosse brillo, anche se aveva bevuto solo mezza lattina piccola di una lager da 5 gradi. Come sono ridotto! pensò.
La notte era calma e chiara, l’aria piacevole, senza essere calda. In via Canella non passava un’anima. Si potrebbe camminare anche al centro della strada, pensò Seb.
Più avanti, una coppietta camminava piano, mano nella mano. Seb s’intenerì, ma forse erano gli effetti della birra. Al rientro, ragazze in bicicletta che parlottavano. La prima svoltò decisamente da Legioni romane in via Canella, camminando sul marciapiede. Le altre non sapevano decidersi. A una delle ragazze scappò un “minchia”, a Seb scappò un sorriso.
Si stava così bene fuori, sembrava di stare in un piccolo paradiso, pieno di fiori e alberi. Chissà dov’era l’albero della vita!

«E il caffè chi lo fa?»
«Guarda che il caffè non c’è bisogno di farlo. È già pronto, basta scioglierlo.»
La mamma guarda stupita Seb.
«Tu sei rimasta ai tempi in cui bisognava comprare il caffé, tostarlo, macinarlo col macinino e farlo con la caffettiera.»
Seb però ha una sorpresa: la crema al cioccolato che ha comprato il giorno prima e che la mamma ingoia tutta, cucchiaino dopo cucchiaino.
Mezz’ora dopo però si sente una richiesta, pressante:
«Caffellatte!»
«E che? Vuoi il caffellatte dopo la crema? Se vuoi, te lo faccio.»
La mamma fa cenno di sì, il caffellatte lo vuole. Mica se la ricorda più la crema!
Seb prepara il caffellatte, come faceva prima del ricovero in ospedale, ma far ingoiare il liquido alla mamma è una cosa complicata. Il latte scende sulle guance e si deposita nell’incavo della spalla sinistra. Bisogna asciugare tutto continuamente, mentre lei butta fuori aria e fa le bolle, anziché succhiare quello che scende dal cucchiaino.
«Lo vedi che non ce la fai a bere i liquidi? È meglio la crema» dice Seb.

Quando arriva l’infermiera, la mamma non ha niente nell’ampolla rettale. Forse ha mangiato troppo poco e tutto liquido. Lei e Seb riescono a mettere la dentiera alla vecchia signora, Ora dovrebbe muoversi di meno e Seb pregusta il pesce che potrà finalmente preparare. A mezzogiorno taglia il sedano e la carota, li mette ad ammorbidire in padella con un po’ d’olio, poi aggiunge acqua e sale. Quando le verdure si sono ammorbidite, anche l’orata, i tre pezzi, finisce in padella. La cottura è abbastanza veloce, ma va seguita. Bisogna aggiungere, di tanto in tanto, vino bianco, olio e acqua. A cottura ultimata, Seb prova a far mangiare il pesce alla mamma, ma senza molto successo. Il pesce, proprio questa volta, è un po’ troppo consistente. Bisogna masticarlo. La mamma tiene i pezzi in bocca per vari minuti, poi si secca e li sputa.
Niente pesce allora, dice Seb. E dire che me l’hai chiesto proprio tu.
La mamma non riesce a ingoiare nemmeno i minuzzoli del pesce, e neanche le verdure. Risputa tutto. Non riesce nemmeno a mangiare il pane che lei di solito usa per accompagnare il pesce.. Sembra priva di energia e si lamenta per tutto quel lavoro che le tocca fare con le mandibole.
Per disperazione Seb recupera dal frigo la robiola aperta il giorno prima e le fa ingoiare dei bei pezzi di formaggio morbido con il cucchiaino di plastica rossa. Dopo il formaggio, bisogna preparare le pesche, ovviamente frullate, con un po’ d’acqua e zucchero in aggiunta. Ne viene fuori un bicchiere di plastica quasi pieno. Almeno quel frullato, che è liquido, la mamma riesce a berlo, sempre imboccata. Comunque, anche dopo cena continua a lamentarsi.
Dice una sola lettera: A, che più che una parola è un lamento. A questo punto, pensa Seb, la vita è una tortura; tutto diventa faticoso. Ha senso andare avanti?

Il lamento continua, con andamento periodico, per tutta la notte. Un “ah, ah, ah”, ripetuto più volte. Subentra qualche minuto di pausa, poi il lamentio riprende. Seb ha sonno, per cui si corica, incurante delle lamentazioni materne e dello sfrigolare dei motori nello stradone. Uhhhh, vroooooo, szoooooom. Moto che sfrecciano a tutto gas per le strade ormai quasi deserte, automobili che corrono, senza preoccuparsi dei limiti di velocità. Fuori si scatena il mondo segreto e illegale della notte, in un’orgia di libertà e d’inosservanza delle regole. Qui, nella casa, si manifesta il male di vivere, con quell’insormontabile resistenza delle cellule viventi, che si ostinano a vivere al di là di qualunque loro funzione, anche a costo di produrre sofferenze continue e inevitabili agli organismi complessi di cui fanno parte.

La mattina Seb trova la mamma più serena. Riesce a farle fare colazione con una mousse alla panna e vaniglia. Sistema tutto, la cambia, poi si sposta nell’altra stanza e qui, all’improvviso, sente che un dito, il medio della mano sinistra, è come paralizzato, pesante. Lui non prova dolore, ma non riesce ad articolarlo. Guardandolo si accorge che sta diventando violaceo. É come se, di notte, si fosse dato un colpo. All’inizio si spaventa: non capisce cosa possa essere successo, poi pensa alle possibili cause.
A dire il vero, gli capita di riscontrare ecchimosi ingiustificate in varie parti del corpo, nelle gambe, ad esempio, senza che si ricordi di un trauma che le abbia provocate. A volte ha scoperto nelle gambe strani rigonfiamenti pruriginosi, che poi sono diventati macchie scure. All’interno della gamba si sentivano dei noduli, forse cisti. Potrebbe essere una malattia, pensava, ma visto che non sembrava creare gravi problemi, non si era preoccupato troppo. Ora invece il dito era proprio gonfio. Forse aveva aperto con troppa foga una maniglia, o aveva trasportato una busta troppo pesante dal market. Insomma, qualcosa doveva essere successo, anche se non se n’era accorto. Sarebbe andato la sera da Nora, che sicuramente doveva avere conservato ancora qualche crema di quelle che aveva utilizzato per gli ematomi delle sue cadute.

Tentativo di rimettere i denti di sotto alla mamma. Ora sono fissati: si può incominciare a mangiare. Seb prova il couscouss pronto. Lo fa riscaldare in padella e già da lì si vede che qualcosa non va. Purtroppo hanno usato verdure sottaceto e l’odore dell’aceto riscaldato non è eccezionale. Comunque il couscouss è mangiabile. La mamma riesce a mandarne giù qualche cucchiaio, ma già col braccio quasi sano fa il gesto di portar via. Non le piace. «Io il couscouss lo faccio meglio» dice Seb. «Qui l’unica cosa buona sono i ceci.» In realtà anche il pollo mescolato a pezzetti al resto risulta commestibile e tenero. Però non si può pretendere che una persona anziana, che non abbia mai mangiato couscouss in vita sua, ora apprezzi questa specie d’imitazione commerciale. Seb per mandare giù l’intruglio deve scolarsi quasi una lattina di birra e aggiungere un po’ di peperoncino. «Non preoccuparti, ho altre cose per te» dice. Infatti tira fuori dal frigo un formaggino, che la mamma apprezza molto più del piatto arabo.
«Agua» dice la mamma, «agua.» Con l’acqua riesce a ingoiare il formaggino, che altrimenti stazionerebbe in bocca per un paio d’ore.
Poi chiede ancora altra acqua. Che ci fosse un po’ di peperoncino nel couscouss era inevitabile, ma non si sentiva proprio. Solo che la mamma non è abituata. Ha sempre cucinato senza usare condimenti piccanti, a parte l’aglio. Il peperoncino in casa era proibito. Provoca calore intestinale, dicevano. Il calore intestinale era quello che si avvertiva nell’evacuazione, che avveniva tra strani bruciori. Poteva intervenire anche un po’ di mal di pancia e, talvolta, una leggera diarrea. Niente di piccante, quindi, nella cucina di casa, che sarebbe stata percepita come scipita da qualunque meridionale. Poi, per una sorta di contrappasso, preparavano l’agliata con aglio, aceto e pomodori secchi, da utilizzare come salsa per il gattuccio e la scritta, insomma per tutti quei pesci insipidi che non hanno lische e sono classificati come selaci. In Italia li chiamano palombo, diavolo di mare, squalo.

Nora deve andare in viale Certosa per aggiustare il suo telefonino. L’apparecchio fa qualche bizza, la luce va e viene e varie cose non funzionano a dovere. Seb le assicura che ce la porterà lui in viale Certosa, Si tratta di andare oltre il cavalcavia del Ghisallo, nell’ultimo tratto del viale, quello che porta al Cimitero maggiore di Milano. Soltanto dopo Seb si ricorda che il martedì è uno dei due giorni dedicati allo svuotamento del retto della mamma da parte dell’infermiera più giovane, una vera e propria fata della cacca. «Non fa niente» dice a Nora. «Cosa vuoi che ci voglia per arrivare al cavalcavia. Riesco a tornare entro le dieci.» Certo, perché dalle dieci in poi arriva la fata.
Dio sa come, commettendo una serie infinita d’irregolarità, riescono ad arrivare in viale Certosa. Trovano anche parcheggio nell’area centrale del vialone, tra un albero e l’altro. Dopo un breve pezzo di strada a piedi arrivano finalmente al centro che si occupa della manutenzione dei telefonini.
Lì scoprono che c’è da prendere un numero e aspettare il turno per consegnare l’oggetto guasto.I minuti passano e le dieci si avvicinano, per cui decidono di tornare senza aver concluso nulla. «Comprerò un altro telefonino» dice Nora. «È l’unica, fa Seb, tanto ti toccherebbe pagare senza essere nemmeno sicura che il cellulare funzioni davvero.»
Il percorso al rientro è abbastanza veloce, ma non tanto da rientrare in orario. Per giunta, Seb, dopo aver riaccompagnato Nora a casa, non riesce a trovare nemmeno un buco in cui infilare la macchina. I parcheggi sono tutti occupati, per chilometri. Alla fine si libera un posto in Legioni Romane, proprio sotto casa, ma ormai sono le dieci e venti. A casa la mamma continua a lamentarsi e l’infermiera non si vede. Arriva mezzogiorno, e dopo il mezzogiorno la una del pomeriggio, ma della giovane signora nemmeno l’ombra.
Forse la fatina è passata troppo presto, pensa Seb e decide di preparare qualcosa da mangiare. Peccato: ora la mamma rimarrà piena di cacca fino a venerdì.

Naturalmente i lamenti periodici riempiono le giornate. “Ui,ui,ui,ui” diventa una forma di espressione quotidiana, almeno fino a quando non arriva l’infermiera.
L’altra addetta, quella che si occupa delle pulizie della mamma, chiede di anticipare di un giorno. Verrà mercoledì, anziché giovedì. Non può farle il bagno, ma si limita a una pulizia locale e a una sistemata alle unghie.
«Non ne avrà per molto» dice scuotendo la testa.
«Vedremo» dice Seb
Lui sa che la mamma è molto più coriacea del previsto. Infatti improvvisamente il giorno successivo smette di lamentarsi e venerdì la fata della cacca la svuota. È piena di pallini, anche perché, in tutti quei giorni, non ha mai smesso di mangiare.

«Vieni presto, così vedo se fare il giro.»
Il solito giretto scemo, pensa Seb. Non ci dev’essere neanche tanta benzina; ma il benzinaio venerdì sera alle diciotto era già chiuso.
«Bisogna aspettare fino a lunedì» disse Nora
Invece, alle nove del mattino di domenica, lei aveva deciso di fare il suo solito giro.
«Fa caldo?» chiese.
«Non ancora: si sta bene.»
Una volta in macchina, Nora cominciò a brontolare.
«Il vetro è sporco, non si vede niente.»
«Ci darò una pulita.»
«Lo specchietto…»
«Quale?»
«Quello sinistro: va verso il cielo.»
«Così, se un aereo sta per venirti addosso, lo vedi.»
Nora ridacchiò.

Quando un uomo con un bollettino di pagamento incontra un uomo con una valigetta, quello con il bollettino è un uomo morto. Beh, non è proprio così tragica, anche perché non siamo in un western all’italiana, ma in una banca. Però tutti sappiamo che se c’è in fila, prima di noi, un uomo con una valigetta, o con una borsa piena di documenti, rischiamo di attendere per delle ore e di sentirci male per un attacco di nervi. Gli uomini con valigetta sono infatti professionisti del mondo finanziario, galoppini di qualche ufficio legale, insomma personaggi che devono svolgere operazioni lunghe e complesse e che dovrebbero godere di orari speciali e di spazi speciali. Invece, se ce li troviamo davanti, ci sono buone probabilità di non riuscire a fare il nostro miserabile pagamento, per cui ci eravamo sottoposti alla tortura della fila, del prelievo del cartellino, dedicando la nostra attenzione al cartellone luminoso che segnala lo svolgimento degli accessi agli sportelli.
La mattina di lunedì Seb, sollecitato da Nora, si precipitò fuori di casa, in una delle giornate più calde dell’anno, per pagare la tassa comunale e l’acqua della casa in Sardegna. A dire il vero, era andato prima in tabacchino, per scoprire che nessuno dei suoi pagamenti poteva essere effettuato lì. Nel primo bollettino era segnalato che si poteva effettuare il pagamento anche presso i tabaccai, ma solamente quelli convenzionati con non so quale banca. Di fatto non serviva a niente, disse il tabaccaio, perché di tabaccherie convenzionate con quella banca ce n’erano pochissime. Insomma, doveva andare in banca, ma anche qui uno dei bollettini non era pagabile, per cui poi dovette prolungare il cammino fino all’ufficio postale, in pieno quartiere ebraico, sperando che nel frattempo qualche pazzo musulmano non avesse deciso di farsi esplodere tra le poste e i negozi giudaici. Fuori del ristorante kosher c’erano due ragazzi dal volto scuro, con due zuccotti sulla testa. Dovevano appartenere alle comunità ebraiche provenienti direttamente da paesi arabi. Spesso da lì arrivavano i rabbini, i cui figli andavano ancora in giro con i copricapi tradizionali. Era un po’ come uscire con un cartello del tiro a segno sulla schiena, pensava Seb. Eppure ancora non c’era stato a Milano nemmeno un episodio di attacco diretto e personale contro singoli esponenti della comunità ebraica. I luoghi di culto ebraici erano protetti da camionette militari; ma certamente i soldati non sarebbero stati di grande aiuto, in caso di attacchi con kamikaze o da parte di kommandos ben equipaggiati e addestrati. Ormai però sapevano tutti che non era sotto attacco solo il mondo ebraico, ma l’intero occidente cristiano.
Alle poste per fortuna c’era poca gente e Seb poté rientrare presto a casa, passando prima in farmacia, per fare la scorta estiva delle sue pastiglie per la pressione.

Faceva qualche smorfia, la mamma, però tutto sommato mangiava. Certo non amava i sapori forti. Il mango frullato le fece storcere la bocca. «Ha sapore di pesce» disse.
«Sapore di pesce, il mango? Sarà il gusto che avevi in bocca.»
Seb era sicuro che il mango sarebbe andato bene, perché l’aveva già mangiato a pezzi, senza protestare, quando ancora metteva la dentiera. Quello che ora la disturbava era probabilmente il sapore robustamente aromatico. Perché lei non sopportava gli aromi, a meno che non fossero quelli consueti, ai quali era abituata da una vita.
Anche il paté fece lo stesso effetto,
«Cos’è il paté?»
«Non conosci il paté?»
«No!»
«Il paté de foie gras»
«Ah!»
Detto così se lo ricordava, doveva aver letto il nome in uno dei suoi libri, ma probabilmente non ne aveva mai mangiato davvero.
«Insomma, non ti piace!»
«Eh… ah…»
Seb sapeva come fare. Le diede bocconcini di patè mescolato a pezzi di philadelphia al naturale. Provò anche lui a spalmare insieme sul pane i due prodotti. In questo modo il gusto troppo deciso del paté era ammorbidito dal gusto delicato del formaggio. Così le boccacce finirono e la mamma riuscì a ingoiare un po’ di carne.
In due fecero fuori una confezione di patè d’oca e la metà rimasta del vasetto di philadelphia. Poi fu la volta del tiramisù. Ne prese un pochino anche Seb, ma l’altro riuscì a farlo mangiare tutto alla mamma. Questa era la seconda confezione, ma come la prima volta il dolce provocò effetti collaterali. L’anziana commensale cominciò dopo un po’ a tossicchiare e le ci volle una buona mezz’ora per smettere. Seb controllò gli ingredienti. Vide che c’erano alcol e marsala. Forse era il gusto alcolico a farla tossire.

Il giorno successivo fu tentato un nuovo esperimento. Per rendere commestibile il panetto di tofu alle erbe, Seb mise i pezzetti di tofu nel mixer con un po’ d’acqua e un po’ d’olio d’oliva. Poi innaffiò con la salsa di soia. Mise in ammollo i vermicelli di soia per dieci minuti, poi incominciò a far funzionare il mixer. L’insieme non era molto invitante, ma fu possibile condirci i vermicelli. Un cucchiaino di quella salsa approssimativa fu fatto assaggiare alla mamma, che lo mangiò, senza fare le solite boccacce. Evidentemente non era così male.
«Mai più tofu alle erbe» disse però Seb. Era il sapore del rosmarino e del prezzemolo a rendere leggermente disgustoso il composto, che per suo conto probabilmente aveva un gusto abbastanza neutro. Sarebbe stato necessario provare con il tofu al naturale.
Nonostante questo, la sperimentazione sui cibi vegani non si concluse. Non trovando tofu al naturale, che sembrava scomparso dalla circolazione, Seb comprò il seitan, o meglio i burger di seitan. Erano due (le confezioni amano la compagnia). Ne fece uno in padella. Era un po’ come mangiare un’omelette, ma l’insieme era gradevole. Lo accompagnò con un paio di foglie di lattuga tagliate a listarelle e, insomma, il pranzo non gli sembrò malvagio. Ne parlò la sera con Rino.
«Lo conosci il seitan?»
«L’ho mangiato in un ristorante vegano. Non era male, a parte i prezzi.»
«Lo so che i piatti vegani costano un sacco.»
«Comunque non si mangia male» disse Rino..

Chissà se la mamma percepiva sempre i rumori che lui non avvertiva! Lui invece ne sentiva altri di rumori. Scricchiolii improvvisi e inaspettati, di notte, nel silenzio della stanza buia; ma a volte anche in pieno giorno. Un cric o un crac inattesi, a segnalare che qualcosa avveniva nella materia. Doveva trattarsi di assestamenti del legno, pensava Seb, anche se talvolta sembravano provenire dall’esterno, dove non doveva esserci altro, se non vento e cielo.
Una sera, però si accorse di un rumore diverso. Pareva un motore ansimante, simile al battito dei motori diesel dei camion, che rumoreggiano nei cortili, o giù per la strada, quando sostano in attesa di partire o di iniziare il lavoro. Seb si chiese cosa ci facesse un camion col motore acceso alla sera del venerdì, quando ormai gli operai avrebbero dovuto aver smesso da un pezzo la loro attività. C’era qualcosa d’inspiegabile in quel respiro periodico e monotono. Poi finalmente il sospetto. E se il rumore nascesse proprio nel suo appartamento?
Provò a controllare il frigo, ma il motorino era in pausa e l’elettrodomestico non produceva alcun suono. Allora aprì la finestra e ascoltò il condizionatore, che emanava un flusso incessante e insopportabile di aria calda. Anche qui pareva che il motore avesse uno sviluppo regolare.
Alla fine si decise a spegnere gli split, prima quello del tinello, poi quello della camera da letto. Dopo quest’ultimo intervento, il rumore cessò all’improvviso.

Strani rumori erano anche quelli che la mamma emetteva. Ogni tanto, specialmente quando mangiava, o appena dopo mangiato. Allora si levavano gorgogli, borbottii, ciangottamenti, raschiamenti di gola, tossicchiamenti insistenti, gracchiamenti di vario genere.
«O Mammetta, o perché tu fai codesti rumoracci?» disse un giorno Seb, toscaneggiando.
La mammetta rise, chiaramente, perché capiva che tutti quei segnali dovevano apparire molto buffi, anche se in fondo si trattava di evidenti segni di un disagio fisico, che non le consentiva di condurre una vita normale. Era una mamma ronronante come un gatto, che aveva improvvisi scarti di paura simili a quelli di un gatto e desiderava valanghe di coccole, proprio come un piccolo fragile gatto.
La cosa peggiore era che non riusciva più a trovarsi a proprio agio seduta sulla comoda. Se ce la metteva l’infermiera, o lo stesso Seb, che avrebbe desiderato che tornasse a una vita seminormale, come quella condotta nel primo anno milanese, lei chiedeva subito di tornare a letto. Faceva cenni col braccio, indicando il letto e mimando la posizione sdraiata. Forse si stancava subito o aveva paura. Fatto sta che di tenerla seduta fuori dal letto non se ne parlava proprio. Uguali difficoltà le aveva nell’alimentazione, dato che non riusciva più a tenere la dentiera sulle gengive. Seb riuscì però a farle mangiucchiare anche qualcosa di normale, ad esempio pezzi di frutta morbida, somministrati col cucchiaio di plastica, oppure pezzi di pasta . Una volta comprò dei ravioli di borraggine e gliene fece mangiare qualcuno, i più teneri, con un po’ di brodo. Naturalmente ci furono i soliti tossicchiamenti e segnali di strana difficoltà nell’ingoiare il tutto (ma il problema era soprattutto il liquido del brodo). Il risultato fu però che la pasta e il ripieno furono inghiottiti. La mamma trovò il piatto molto salato.
Ci mettono un sacco di sale per rendere il cibo più saporito, disse Seb.
In realtà, la ditta produttrice, non contenta del sale, aveva aggiunto anche del glutammato. Ecco gli effetti di quei maledetti esaltatori di sapidità, pensava Seb. Che bisogno hanno di esagerare col sapore? Poiché il glutammato sembrava ancora insufficiente, per rendere il ripieno ancora più gustoso, ci avevano messo anche aglio. Insomma, sembrava che il produttore (ma non era il solo) vivesse nel terrore che il suo prodotto fosse giudicato insipido e scipito. «Le paure degli industriali ci obbligano a mangiare cibi sempre meno delicati nel sapore, ci condannano a coltivare un gusto grossolano e becero» disse Seb a Nora, che proprio dai sapori troppo forti rifuggiva.
Terminata la fatica e fatta ingoiare alla mamma anche la panna cotta, Seb fece fuori una tazzina di una specie di budino vaporoso alla panna e cioccolato. Naturalmente poi dovette andare in bagno, per gli effetti blandamente lassativi che quei cibi gli producevano. Alla fine si liberò del pantalone e si predispose davanti allo schermo tv/pc. Un senso primordiale di piacere lo invase. Così dovevano sentirsi i primi uomini una volta terminato il pasto, quando si riunivano davanti al fuoco per prepararsi al sonno, magari raccontando con lo scarno linguaggio dei primitivi le loro avventure di caccia o di guerra e, forse, le prime storie d’amore.

Seb aveva comprato due vasetti di yogurt alla nocciola. La consistenza dello yogurth era ideale, per evitare i tossicchiamenti della mamma, per cui le propose di far colazione con un vasetto di quel fluido color caffellatte.
La mamma disse di sì, ma appena assaggiò il prodotto fece qualche smorfia.
«Che c’è? È buono!»
«Io non dico che non sia buono, ma… ha sapore di cacca d’uccello.»
Seb continuò a imboccarla e lei, con la faccia un po’ schifata, mandò giù tutta la piccola confezione.
Poi Seb si mise lui a far colazione ingollando cucchiaino per cucchiaino quella poltiglia acidula.
La mamma guardava, con la faccia stupita, mentre il figlio esprimeva con i gesti una finta goduria.
«Buono… nocciole» disse Seb.
«Cacca d’uccello» ripeté la mamma.
Comunque anche quella mattina il problema della colazione era stato risolto.

«Se non ti metti i denti, come faccio a farti mangiare? Non puoi nutrirti sempre con semolino o formaggi da spalmare, mousse e budini.»
«Proviamo…»
«Beh, vediamo domani. Oggi ormai ho preparato il brodo. Facciamo il semolino.»
La sera bisognava decidere cosa mangiare. Seb era indeciso. C’era ancora un pezzo di carne di maiale, ma anche tanto gorgonzola. Si sa che il formaggio, una volta aperto, bisogna farlo fuori in pochi giorni.
«Ho tanto gorgonzola.»
«Perché non ne prendi meno?»
Sono confezioni standard, non come quelle di formaggio da spalmare. Fece vedere alla mamma la vaschetta che le avrebbe dato per cena.»
«Queste sono porzioni singole» disse.
Così, per consumare il gorgonzola (e nemmeno tutto), Seb cucinò un po’ di mezze penne e le condì col gorgonzola e col grana padano. In una parte del piatto mise anche qualche pezzetto di tofu. Anche quello doveva essere consumato. «È un peccato buttare la roba» diceva.
Dopo il formaggio diede alla mamma un tiramisù. Le aveva chiesto di scegliere tra il dolce e un budino alla vaniglia e lei aveva deciso di lasciar perdere il budino, che poi era fatto con un po’ di latte in polvere, tanto addensante e aromi, mentre il tiramisù era molto più saporito e sostanzioso.
Finita la cena, Seb spense la luce centrale, lasciando quella del corridoio.
«Stai qui» disse la mamma
«Vuoi che stia qui?»
«Sì. Aria, voglio aria.»
Non era la prima volta che la mamma sentiva caldo e cercava un po’ d’aria.
«Metto un po’ d’aria» fece Seb, e accese il pulsante dell’aria condizionata..
«Cos’hai? E come, ti ho dato anche il tiramisù.»
«Non sto bene» disse la mamma. Poi si mise a raschiare l’aria con la mano sinistra, come se sopra il letto ci fosse qualcosa da afferrare.
«Che succede?»
Parole incomprensibili. Poi finalmente si sentì qualcosa. «L’erba, c’è l’erba» diceva la mamma.
«Non c’è nessun erba qui sopra.»
La mamma constatò che là dove Seb si posizionò erba non ce ne poteva essere proprio.
«Non è che tu, di nascosto, fumi qualcosa?» scherzò il figlio. La mamma lo guardò perplessa. Non capiva. Nemmeno lui aveva le idee molto chiare sull’erba. Sapeva che esisteva, ma non ne aveva mai visto. Quanto a fumarla, lui non reggeva nemmeno il tabacco, che già lo stordiva. Era per quello che aveva smesso di fumare quasi subito, già ai tempi dell’università. Provava fastidio, anziché piacere. Il tabacco aveva un saporaccio e lasciava l’alito cattivo. Tutti lo fumavano per darsi un contegno e tenere qualcosa in mano. La marijuana immaginava che fosse una specie di tabacco più forte. Non aveva mai avuto nemmeno il desiderio di provarla. D’altra parte non avrebbe saputo come procurarsela. E ora, ecco che la mamma si comportava come se si fosse fatta di erba.
«Se fumi quella roba» le disse, vedi anche cose che non esistono.» Lei lo guardava, ma non sentiva quasi nulla di quello che diceva.
«Non c’è nessun’erba» ripetè lui.

Ora la mamma girava in senso orario, dopo che per mesi aveva girato in senso antiorario. Probabilmente bisognava tener conto di questa mutazione e collocare il secondo cuscino a sinistra, anziché a destra. Si trattava di un cuscino da collocare obliquamente, sotto il cuscino principale. Quando la mamma si agitava un po’, le sue gambe finivano per andare a urtare una delle spondine, mentre la testa si spostava in conseguenza della rotazione, finendo sul materasso, là dove il cuscino finiva. Lei non riusciva più a tornare indietro e rimaneva con la testa che penzolava nel vuoto. Naturalmente si disperava e chiamava, ma quando Seb non era in casa o non sentiva i lamenti perché impegnato a guardare a tv o ad ascoltare musica sul pc, la testa della mamma poggiava ormai sul materasso o sulla spondina e il collo rimaneva teso e indolenzito.

Chissà se anche a Seb sarebbe accaduto di vivere senza altri interessi che il mangiare. Certo che dopo tanto scalmanarsi, dopo tanto brigare, dopo tante illusioni, alla fine rimaneva molto poco della vita. I desideri si assopivano, messi in soffitta da soddisfazioni più elementari e coinvolgenti. Così ormai la mamma si svegliava ogni giorno e pensava a quello che avrebbe mangiato. Sapeva che Seb le avrebbe dato o preparato qualcosa di buono, e rimaneva in attesa di quel quotidiano piacere, che sicuramente sarebbe arrivato, all’ora prevista.
Erano poche specialità, pochi piatti, quei cibi morbidi che potevano essere assunti da una persona priva di denti. A lei piaceva essere imboccata: sembrava che ci si divertisse.
Così la mattina arrivava l’uovo fatto a crema, col latte e la buccia di limone. In sostituzione dell’uovo potevano arrivare la panna cotta o il tiramisù. Quando Seb lo trovava fresco al market, poteva esserci anche il budino alla vaniglia. Se proprio non era rimasto altro in frigo, si poteva ricorrere alla marmellata, quella delle piccole confezioni in vaschetta o quella francese, nel vasetto di vetro.
A pranzo ci poteva essere il formaggio spalmabile oppure il semolino in brodo. La carne era presente solo in forma di paté, che però alla mamma non piaceva. Certo, quel miscuglio di fegato e aromi aveva un retrogusto amarognolo, e probabilmente era quello che faceva storcere la bocca alla vecchia signora. Però era l’unico modo per far mangiare la carne a una persona priva di denti, visto che i vari miscugli per bambini erano decisamente immangiabili. Se uniti al semolino, rendevano immangiabile anche quello, così che l’intero piatto finiva in pattumiera o nel water.

«Vuoi assaggiare la zuppa inglese.»
«Sì, sì.»
«Va bene, proviamola.»
Dopo il primo boccone, La mamma fa subito una faccia perplessa.
«Non ti piace: non è buona?»
«Crema da barba!» È il commento schifato.
Seb la prova anche lui, ed effettivamente la cremina gialla che sovrasta il dolce ha un gusto un po’ strano.
«Sì, sa un po’ di crema da barba» approva Seb. Ne mangia un po’ e lascia il resto all’indomani. Forse, dopo aver gustato altri piatti, il sapore sarà meno pronunciato e sgradevole.

«Oggi è domenica e facciamo la pappa.»
La pappa è proprio la pappa col pomodoro di vambiana memoria. Seb ha un sacco di pane duro che dovrebbe buttare e una confezione di salsa, che non apre mai, perché ormai la mamma non può mangiare più pastasciutta.
«Questa la puoi mangiare» dice Seb. «La pappa col pomodoro è un prodotto morbido, che può non essere masticato.»
Seb si mette d’impegno e gira la pappa per quasi mezz’ora. Alla fine la pappa sembra pronta, ma il gusto è un po’ forte.
La mamma comunque la mangia, anche se il sapore è un po’ troppo forte.
«La prossima volta la faccio meglio» dice il figlio. «Ci metto il pane toscano, che è senza sale, e i pomodori freschi. Il pane lo si tosta leggermente in forno, il gusto dovrebbe venire più delicato.»

La mamma respirava rumorosamente nella sua stanza. Nell’altro locale si udiva invece una specie di lamento periodico, che non si capiva da dove provenisse. Seb pensò che il responsabile fosse il termosifone, che spesso lanciava strani segnali. Il rumore però aveva un andamento ritmico, come quelli prodotti da un essere vivente. Talvolta si ha l’impressione che le macchine incomincino a prendere vita e a comportarsi come animali.

Era strano che proprio lui, Seb, si affogasse con una coppa alla vaniglia, quella che invece scendeva giù liscia e senza problemi nell’esofago della mamma. E dire che a lui quel fluido mucillaginoso non piaceva proprio. Lo infastidiva la stessa idea di mangiare licheni, cioè la carragenina. Però uno o due cucchiaini di quella roba non gli dispiaceva ingoiarli. Lui sapeva cosa succedeva quando andava qualcosa di traverso. Bastava predisporsi a parlare, o magari solo pensare di parlare, perché la gola si disponesse nella maniera sbagliata, mandando il cibo in trachea. Accade così: corpo e pensiero entrano in rotta di collisione; ognuno procede per suo conto. Non bisognerebbe mai distrarsi troppo e tenere sempre il corpo sotto controllo.

A Seb non piacevano i sapori troppo forti, il gusto acido o eccessivamente salato. Qualche volta, però, faceva un’eccezione. Quindi, la domenica dopo ferragosto, decise di cucinare per la mamma il solito semolino, ma per il suo palato stabilì che era ora di aprire la scatoletta di tonno che giaceva in frigo da un bel po’ di tempo. Mise in un piatto il tonno sott’olio spezzettato, ci aggiunse olio extravergine d’oliva, origano, una spolverata di curry, quel curry dolce e insipido che si compra in Italia nei supermercati, e persino un pizzichino di peperoncino piccante. Nel tegamino che usava per fare il brodo con l’estratto fece bollire per cinque minuti un po’ di spaghettini. Riversò poi questi direttamente nel piatto e mescolò, unendo persino un filino di salsa di soia. Il bello di questa ricetta è che è più buona tiepida, per cui è possibile, dopo averla preparata, imboccare anche una vecchietta facendole scendere in bocca il suo tranquillo semolino. Altro segreto è quello di non mettere troppo tonno, altrimenti la pietanza acquista un sapore acido. Importante è anche non usare tonno in olio extravergine, che lo rende amaro. L’olio è meglio usarlo come condimento della pasta.
Dopo questo, rimaneva il problema del dessert.
«Ti faccio il melone frullato?» chiese Seb
«Sì, sì.»
Dato che il melone era stato approvato, bisognava tagliarlo a pezzetti e frullarlo, con un po’ d’acqua e zucchero, perché il frutto per dirla tutta non era proprio il meglio che ci si potesse aspettare da un’estate torrida come quella. Magari il market faceva arrivare i meloni dal Canada.

Seb sapeva che aveva aperto le scatolette di tonno per dare un po’ di sapore alla sua vita. Gli veniva voglia di farla finita, giusto per opporsi alla volontà di quella mente criminale che, per i suoi fini imperscrutabili (o per puro divertimento) aveva inventato un mondo pieno di creature condannate alla sofferenza, all’illusione e alla morte. Solo che non aveva proprio il coraggio di farlo, di superare la soglia finale, il dolore supremo, quello che provoca il distacco. Certo sarebbe mancato a Nora, a Rino. Nora aveva ancora bisogno di lui per i suoi articoli. Perché lei le ricerche le faceva, è vero, ma poi c’era bisogno di qualcuno che mettesse giù i risultati, in bella forma.
«Dobbiamo pensare a quell’articolo» diceva.
«Perché fai ancora conto su di me? Non ce la faccio più a scrivere. Io in fondo sono un uomo mediocre.»
Nora l’aveva sempre pensato che, tutto sommato, Seb fosse un mediocre. Non avrebbe mai accettato un marito troppo geniale, troppo superiore. Le avrebbe fatto ombra e lei non avrebbe sopportato di essere messa in secondo piano, e ricordata come la moglie di X. Però doveva riconoscere che Seb sapeva scrivere ed era molto meglio che gli articoli li scrivesse lui, dopo che lei avesse condotto e perfezionato la ricerca. Ora era strano che lui riconoscesse chiaramente i suoi limiti. Lei ne fu un po’ stupita. Poi pensò che quella fosse l’ennesima scusa per sottrarsi ai suoi doveri ed evitare la fatica di scrivere l’articolo.

«Quella bestia…»
«Quale bestia?»
«Cos’è quella bestia, là?»
La mamma guardava verso la finestra, di cui vedeva solo la parte superiore.
Guardando verso il cielo, Seb si accorse che la bestia di cui la mamma parlava era la solita che vedeva tutti i giorni e che ancora non era riuscita a inquadrare bene.
«È un’antenna: la solita antenna della televisione. È da un anno che te lo dico e tu non ti sei ancora convinta.»
«Ma…»
Il viso esprimeva perplessità. Le giustificazioni del figlio non la convincevano. Quella che vedeva aveva l’aspetto di una bestia, con tanto di corpo, testa e zampe: non poteva essere solamente un’antenna!

Certo che stavano facendo di tutto per far diventare la gente vegetariana! La carne di maiale che aveva comprato al market, sia la coppa disossata che la lonza, era coriacea almeno quanto la carne di manzo. La lonza inoltre era insipida, così scipita che ci aveva dovuto aggiungere un po’ di salsa di soia e ripassarla in padella, facendo diventare la carne salata, così tanto da renderla quasi immangiabile. In quel momento Seb si trovò a rimpiangere il morbido burger di seitan che aveva mangiato qualche tempo prima.
I denti, i suoi denti…
I denti sono fatti per masticare, non per essere masticati. Invece ogni tanto Seb trovava in bocca qualcosa di duro: erano pezzetti di molare, listelli d’incisivi, briciole di premolari o di canini. Seb, il masticatore di denti, tormentato da sempre da una dentatura debole, da ossa dentarie di tipo emmentaler, piene di buchi.

L’omino dell’agenzia di pompe funebri della strada che portava in via D. non si era più visto. Al suo posto c’era, qualche giorno fa, un uomo più giovane e robusto. Seb si chiedeva che fine avesse fatto l’omino. Che fosse morto lui, stavolta? Pensava. Ma no! Probabilmente era solamente andato in pensione.

I tortelli (anzi questi erano ravioli) di zucca Seb li aveva trovati al market, in offerta. Stavano per scadere tra quindici giorni, ma erano certamente ancora buoni e freschi. Provò a cucinarli, nella speranza di farne mangiare almeno una parte alla mamma. Lei tentò per l’ennesima volta di mettere la dentiera, ma l’arcata superiore non voleva proprio saperne di rimanere ferma. I denti sbattevano nel masticare con un rumore fastidioso. La conclusione fu che anche stavolta i denti non si potevano tenere. Sarebbe stato necessario eliminare la forza di gravità, che imponeva all’aggeggio in plastica superiore di cadere verso il basso; ma sarebbe stato difficile spedire la mamma su un’astronave. Comunque i ravioli erano cotti e conditi. Era stato predisposto, già in padella, un insieme di philadelphia alle erbe, grana e piave mezzano a scagliette. Si era aggiunto un po’ d’olio e forse un pizzichino d’origano. L’insieme, in padella, era diventato cremoso al punto giusto e la pasta era risultata condita a dovere. La mamma però non riusciva proprio a spezzettare la pasta con le gengive. Allora Seb decise di aprire i ravioli e prelevarne il ripieno, che era così morbido da sciogliersi in bocca. In questo modo la mamma riuscì a mangiare qualcosa. Poi ingoiò anche il philadelphia non utilizzato e rimasto nella confezione. A conclusione di tutto, per fortuna, c’era la panna cotta.
Seb non mangiò altro. I ravioli l’avevano riempito, malgrado la birra ceca che aveva bevuto, nemmeno mezza bottiglietta.
Si sentiva stomacato. Dev’essere la birra, pensò. Era da un po’ che la birra gli faceva quell’effetto. Sono un rottame, pensava, non riesco a mandar giù nemmeno mezzo bicchiere di birra bionda a bassa gradazione.
Non sopportava più l’alcol, nemmeno a piccole dosi.

Strano sentirsi guardiano della morte. Rimango qui, in questa nuova casa, ad attendere qualcosa, che il percorso si compia, che tutto ritorni fino a esaurirsi per sempre. Il soffio iniziato, che deve terminare.
Fuori tutto sembra come prima, ugualmente assurdo: le architetture terrestri sormontate da altre architetture illusorie, cattedrali di nuvole, leggere e pesanti come panna. Il cielo ogni tanto ingrigisce, ma quando si rasserena il sole picchia angosciosamente sui muri delle case.
La voce della mamma è quasi scomparsa. Un lieve alitare impreciso che chiede acqua, con suoni difficili da interpretare. Ora lei non si muove quasi più, tenta di parlare, ma senza la forza per emettere veramente i suoni. Apre la bocca per mangiare e si vede che desidera essere imboccata: è meno faticoso che mangiare da sola, con la sinistra, la sua unica mano attiva. Così avrà fatto all’inizio della sua vita, così sta facendo alla fine. È spaventoso pensare di avere una bambina che anziché andare verso una vita autosufficiente, va verso una progressiva dissoluzione. È spaventoso pensare che questa sarà anche la nostra fine, se non avremo la fortuna di morire di una morte violenta o per una malattia fulminante. Chissà perché si teme tanto una morte violenta, chissà perché è ritenuta la peggiore delle morti? Non è peggio questo spaventoso, lunghissimo fluire all’indietro, verso quell’abisso del non essere da cui siamo venuti?

Stanotte non si dorme. Avendo aperto la stanza della mamma per togliere la puzza di cacca, su pressante richiesta dell’infermiere, al quale la cacca non doveva piacere, benché ci lavorasse spesso in mezzo, era entrata una zanzara.
Per fortuna a Seb il sonno era passato. Decise di cercare un metodo per far tradurre dall’inglese in italiano quel terribile libro di Coetzee che stava leggendo. Una delle risposte presenti sul web gli fornì la spiegazione. Bastava scaricare un dizionario gratuito da un sito, copiarlo sul kindle nei documenti e impostarlo come dizionario predefinito per la lingua inglese. In questo modo, poggiando il dito su una parola, veniva subito fuori una discreta traduzione in italiano. Impostò la procedura e finalmente riuscì nel suo intento.
Dato che si trovava su internet, navigò un po’. Col nuovo sistema operativo i browser non aprivano , o aprivano con difficoltà, i social network. Alcune pagine https erano rifiutate perché la firma non era considerata valida, il certificato non aggiornato e simili stupidate. I siti più importanti e sicuri erano messi KO. Funzionavano tranquillamente i siti porno, forse perché dotati di un server collocato in qualche remoto paese. Seb guardò qualcosa, stupito che certe cose si potessero fare, che qualcuno le facesse davvero. Certamente, quelle persone erano speciali. Le ragazze erano puttane, facevano quel tipo di sesso e sembrava che ci si divertissero. Forse era la loro natura, o era semplicemente il loro mestiere. Non avrebbe mai potuto immaginare che lui e Nora potessero farlo. Nora era così schifiltosa: non sopportava gli odori, la sensazione di bagnato. Pensava che il sesso non fosse qualcosa di fondamentale. Due persone stavano insieme per aiutarsi, per divertirsi a guardare uno spettacolo, per viaggiare insieme. Seb non capiva nemmeno come mai lui e Nora avessero potuto fare sesso per anni, fino a che entrambi vi avevano rinunciato. Avevano cominciato per provare, per sperimentare. Poi, una volta passato l’entusiasmo della scoperta, perso il gusto della novità, l’atto sessuale, pur non sgradevole in sé, era diventato una sorta di fastidiosa abitudine. Seb trovava stressante dover mantenere l’erezione per tanto tempo e faticosa l’attività fisica che si doveva compiere. Nora poi continuava a rinfacciargli di averlo accontentato. Se lo faceva per accontentarlo, poteva fare anche a meno di farlo. Così a poco a poco smise e non rimpianse mai di aver interrotto quell’inutile fatica.

Prendere le sue pastiglie. Togliere il pannolone alla mamma. Pulirla. Cambiare pannolone. Sollevarla perché possa far colazione. Preparare il tè per se stesso. Aprire un uovo senza rompere il tuorlo. Metterlo nella tazza della mamma. Levare l’albume, sostenendo l’uovo col cucchiaino, e gettarlo nel water. Coprire l’uovo di zucchero, facendo scendere direttamente i bianchi dolci cristalli dalla confezione di carta. Frullarlo col cucchiaino. Aggiungere un tantino di latte e una scorza di limone. Versare il tutto in un tegamino e metterlo a scaldare sul fuoco piccolo, a basso calore. Girare la crema, senza farla impazzire. Riversare la crema nella scodella. Mettere il bavaglione alla mamma e, sopra il bavaglione, due fogli di carta da cucina. Imboccarla, fino all’esaurimento della sostanza gialla.
A cosa serviva tutto questo? A far continuare la vita, finché ce n’era, fino a che la macchina umana ancora funzionasse.
E poi prendere la biancheria da mettere in lavatrice, togliere le macchie con l’omino bianco. Mettere il detersivo nella pallina. Scegliere il programma di lavaggio. Dare il via. Interrompere il processo. Attendere due minuti per eliminare il blocco dell’apertura. Aprire il portellone. Infilare nella macchina anche la canottiera, dimenticata perché Seb l’aveva addosso. Richiudere il portellone. Far ripartire l’aggeggio.
Poi si poteva anche uscire. Un SMS sul cellulare gli ricordò che il suo credito era quasi esaurito. Si vestì e scese in tabaccheria, dall’altra parte della strada. Al bancone non c’era il solito giovanotto, ma una ragazza cinese, molto carina. Forse era la sua compagna, forse stava lì solo perché i cinesi ormai avevano comprato tutti i locali di quell’area, e quindi era la proprietaria del posto. Come sono belle le ragazze cinesi, pensava Seb.
Pagò una ricarica da 50 euro. Non aveva mai caricato una somma così elevata, ma in fondo perché no. Tanto prima o poi avrebbe esaurito anche quel credito. Era una tassa continua e inevitabile da pagare alle esigenze della civiltà contemporanea. Per fortuna che per lui i soldi non avevano nessun significato. Per Nora invece i soldi erano tutto. Impazziva alla sola idea di rimanere con pochi soldi. Lui in fondo era un vero bohémien. Sarebbe stato capace di spendere tutti i suoi soldi in un minuto, per acquistare qualcosa di assolutamente inutile, o per fare qualcosa di nuovo. Non lo faceva solo perché Nora teneva tutto sotto controllo. Aveva tenuto sempre il controllo dell’economia, lei, figlia di ragioniere. Lui era diverso. Era nato in una famiglia di artisti mancati, con una mamma, la sua mammetta appunto, che si era rifiutata di studiare per odio innato nei confronti dell’aritmetica. Per questo, forse, Seb era una schiappa, come ragionatt!

«Maa… paa… maa… paaa…»
Seb si precipitò nel tinello.
«La vuoi finire di chiamare i morti. I morti non si chiamano. Bisogna lasciarli in pace.»
«Uhm. Qua siamo tutti vivi.»
«Certo, e per questo i morti non chiamarli più.»
Voleva aggiungere: Non si sa mai che arrivino, ma si trattenne. Ormai la mamma si era calmata e il computer aspettava nell’altra stanza. Doveva ancora finire di sistemarlo.

Mattina: piadina con coppa e crème fraiche, la panna acida originale di Normandie.
Sera: tagliatelle all’uovo integrali, condite con coppa tagliata a pezzetti e panna acida.
Peccato che la mamma non potesse più assaggiare questi piatti che lui sperimentava! Seb cominciava a sentirsi solo.
Ancora piadina a pranzo, questa volta con bresaola e rucola. Ci beve su un po di vermentino di Gallura, nemmeno mezzo bicchiere.
Gran lavoro inutile per preparare il succo di fichi d’India. Prima di tutto i frutti non sono molto dolci (Ma da dove li portano? Ce ne sono tanti in Sicilia e Sardegna, questi sembrano coltivati in serra in Olanda!); poi è difficilissimo eliminare i semi. Se si usa un filtro troppo sottile non scende nemmeno il liquido, che è troppo denso e mucillaginoso. Se i buchi sono troppo larghi scendono anche i semi. Comunque la mamma assaggia il succo ottenuto a prezzo di tante eroiche fatiche e dice che è troppo profumato.
«Ma te li ricordi i fichi d’India? Ci facevamo perfino la marmellata.»
Era una delle marmellate preferite da Seb, da piccolo, per il suo gusto delicato, privo di sentori di acido.
«Non è buono» fa la mamma.
«Sono fichi d’India.» La mamma non sembra comprendere. Forse si aspettava il solito succo di melone o di pesca e pertanto era rimasta delusa dal sapore.
Insomma, il prezioso succo finisce nel water, tranne quel po’ che è rimasto nel frullatore e che Seb beve giudiziosamente, osservando che è inferiore alle aspettative, anche se aveva aggiunto zucchero.
A cena panino con bresaola e rucola, condite con olio extravergine, grana, aceto balsamico. Con l’occasione Seb fa fuori anche la coppa rimasta, che comincia a cambiare colore, e aggiunge anche un pochino di vermentino, visto che ne ha una bottiglia piena.
A pranzo si fa un tentativo di cucinare il seitan alla piastra. Il risultato è disastroso. Seb scopre che il sale dichiarato nella confezione non è sufficiente. Le due piccole porzioni di pasta di seitan sono state messe a marinare nell’olio col trito di rosmarino e un po’ di timo secco; hanno preso pertanto un po’ di sapore, ma sono rimaste insipide. Inoltre i tempi di cottura non sono stati rispettati. Le due similbistecche hanno formato una crosta coriacea e immangiabile. Per salvare qualcosa, Seb aggiunge sale al pinzimonio e ci rituffa la seconda porzione. Aggiunge ancora sale e cerca di farlo penetrare nella bistecca facendo incisioni sulla crosta, poi rimette il cibo in padella. Non può lasciarcelo troppo, però, per non far indurire ancora di più il seitan.
Alle fine riesce a mangiare la parte interna, ancora morbida, inzuppandola spesso nel resto del pinzimonio.
Dopo questa serie di operazioni, gli sembra di non aver mangiato niente e si trova costretto a cibarsi col philadelphia comprato per la mamma. Ne mangia un bel po’ col pane.

Poi ancora un’altra cena in cui la mamma inghiotte semolino. Seb prepara l’ultima piadina. Questa volta usa lo speck, con philadelphia alle erbe, panna acida e pepe. Alla fine inserisce già nella piadina composta qualche goccia di aceto balsamico. Il tutto sembra amalgamato bene. Si sentono poco i singoli sapori, ma l’insieme dei gusti è superbo. Sono un preparatore di piadine, pensa Seb. Peccato che la mamma non possa assaggiare, lei condannata al semolino.

Poi ancora semolino a pranzo, Mentre Seb riprova a cucinare il seitan in padella. Questa volta sala il pinzimonio, e cerca di farlo penetrare nel composto, che è di consistenza gommosa.. È come se si volesse inzuppare d’acqua una gomma da cancellare, pensa Seb.
Il risultato è migliore, ma anche questa volta la crosta è dura e bisogna eliminarla, limitandosi a mangiare l’interno, che necessita però ancora di condimento. Infatti per mangiare quella gomma bisogna intingerla nell’olio aromatizzato o nella salsa di soia, che però la rende troppo salata..
A cena la mamma deve accontentarsi di philadelphia classico. Come secondo philadelphia al salmone. Per dessert quella specie di budino in bicchiere che ormai è diventato uno dei piatti più apprezzati. Mucillagine allo stato puro, pensa Seb, ma se alla mamma piace, la mangi pure. Quel bicchiere di robaccia gialla colorata la riempie e la fa stare tranquilla. Meno male!
Per sé invece Seb prepara tagliatelle allo speck e alla crème fraiche. Soffrigge cipolle in padella, aggiunge lo speck e un po’ di crema. Potrebbe usare anche il vino, che però inacidirebbe il tutto. Usa invece un po di brodo preparato al momento con l’estratto. Alla fine aggiungerà la pasta, cotta a parte, e ammorbidirà il condimento in padella con un po’ d’acqua di cottura.
Il tutto ha un bell’aspetto e viene voglia di mangiarlo. Al gusto risulta forse un po’ troppo salato. Meno speck la prossima volta, dice Seb a se stesso. Ne mangia un po’ e lascia il resto all’indomani. Metterò un po’ di pepe domani, dopo aver scaldato la pasta in padella.

Ed ecco ancora un’altra domenica, in cui bisogna far prendere l’uovo alla mamma, che si tocca il sopracciglio con la mano buona, quella che le consente di avere una vita a metà. La crema fatta contro ogni raccomandazione degli esperti, cotta a temperatura più alta di quella consigliata. Malgrado tutto, non è impazzita, cosa che avveniva spesso, quando la faceva a temperature più basse, seguendo le buone regole. Era meglio invece cuocerla in modo violento, bruciandola un pochino. Quel che rimaneva di bruciato nel padellino era gustosissimo. Seb ricordava quel sapore fin da quando era piccolo. Era una delle cose più buone che conoscesse. La sua infanzia non era stata felice, è vero, ma quei pentolini raschiati col cucchiaino un po’ Seb li rimpiangeva. Quando era diventato grande, aveva perso il gusto e l’abitudine di cucinare creme con l’uovo frollato e il latte. Chissà perché poi. Forse perché mangiava raramente uova, quasi che sospettasse di avere il colesterolo alto.
Intanto la dentiera della mamma aveva fatto una fine ingloriosa. Malgrado i numerosi tentativi di utilizzare le protesi, la mamma continuava a usare solamente le gengive. Una delle due arcate, rimasta non si sa perché nel letto, era caduta e si era rotta in due pezzi. Da quel momento, Seb capì che quella storia aveva imboccato una strada senza ritorno. Sarebbe stato necessario prendere nuovamente l’impronta con il solito alginato, ma questo risultava assolutamente impossibile. La mamma avrebbe rischiato di vomitare e soffocare, anche ammesso che si trovasse qualcuno disposto a venire in casa per compiere le operazioni necessarie. Ormai non avrebbe potuto mangiare nulla che dovesse essere masticato. Una vita di creme e frullati: quel pezzetto di vita che ancora le rimaneva da vivere.

Era come una raschiatura, ma non la solita abrasione dell’epidermide, con i comuni esiti cicatriziali. Pareva che qualcosa avesse eroso la pelle dall’interno. Ne era derivata una serie di macchioline sanguigne, sull’interno della coscia. Seb non riusciva a capire come quella specie di ferita si fosse formata. Aveva anche varie altre ecchimosi sulle gambe, simili a quelle che presentano spesso gli abitanti delle zone tropico-equatoriali. Solo che in quei paesi le macchie sono prodotte da punture d’insetti; ma da noi? Magari era qualche malattia tropicale che si stava diffondendo. Insomma, una specie di febbre emorragica che creava manifestazioni limitate, senza grossi versamenti ematici, un’ebolina da nulla, una dengue da ridere. Ormai l’Italia era diventata paese tropicale a tutti gli effetti. Lo dimostrava l’avvento di specie vegetali e animali caratteristiche dei tropici. Anche la geografia antropica stava mutando, con l’ingresso di migranti sempre più numerosi dall’Africa. Il clima era cambiato e le specie viventi si adattavano: tutto qui. Chissà cos’erano però le sue macchie, scure o sanguigne che fossero. Se si trattava di una malattia, Seb sperava che fosse di lieve entità: un leggero disturbo, che creava soprattutto qualche imbarazzo dal punto di vista estetico: nulla più. Forse era colpa dei nervi: chi lo sa?

Ah… ah… ah… Brucia!
E che ti posso fare?
Non lo soo!
Invece sapeva benissimo cosa doveva fare, solo che prendeva tempo, prima di affrontare l’operazione di controllo e liberazione, con tanto di pulizia successiva.
Dopo un po’:
Ah… ah… ah… Brucia!
Alla fine, dopo aver buttato quattro pannoloni e due traverse, Seb concluse i lavori e la mamma riuscì a trovare un po’ di pace.

Il pulsante della linea elettrica dedicata alla forza era scattato. Si era scoperto che scattava se rimaneva sull’on il circuito dello scaldabagno. Di conseguenza si era dovuto aprire il circuito dell’interruttore che dava corrente all’elettrodomestico. Bisognava chiamare l’elettricista e Nora l’aveva fatto, ma si era in pieno agosto. L’elettricista non era in città e assicurò che avrebbe preso un appuntamento al ritorno dalle vacanze, a settembre. Arrivato il mese fatidico, però, il tizio aveva fatto sapere di essere impegnato per tutto il mese e forse anche oltre. Bisognava chiamare qualcun altro, attraverso le pagine gialle.
Nora volle che Seb fosse presente, all’arrivo del nuovo elettricista
Si presento un tizio alto e magro, ma solido, con un viso deciso, da pirata.
Appena entrò nel cucinotto e vide la situazione disse. È lo scaldabagno: basta guardarlo. L’acqua calda serviva. Nora era disposta a tutto.
Il tipo fece una sorta di preventivo sommario. Lo scaldabagno viene seicento euro, disse.
È un vero pirata, pensò Seb, ma Nora pagò senza batter ciglio. Già… Lei è felice quando paga; i criminali se ne approfittano.

Dopo nemmeno una settimana, l’acqua era di nuovo fredda. Rino aveva staccato nuovamente tutto. C’è da cambiare la scatola, disse. La scatola elettrica era quella che dava corrente allo scaldabagno. Disse: Lo faccio io, dopo ci do un’occhiata. Quando esaminò meglio la situazione, capì che non aveva gli strumenti per montare il pezzo. Richiama l’elettricista, disse.
Quando Seb lo seppe, sentì fumi bollenti che fuoruscivano dal suo cervello.
È un ladro. Se lo vedo non rispondo delle mie azioni.

Il pomeriggio l’elettricista ebbe un contrattempo, ma arrivò l’indomani, quando Seb ormai era un po’ sbollito.
Lui cercò di arrivare tardi, ma purtroppo quando arrivò vide che il tipo stava giungendo anche lui.
Mi stava aspettando? disse l’elettricista.
No, rispose Seb, asciutto.
Ah allora è un caso!”
Entrarono nel portone e salirono in ascensore. Seb non proferì parola.
Signora, vedrà che le farò un bel lavoro, disse il tizio. Cercava d’ingraziarsi Nora, visto che col marito non c’era proprio dialogo.
Insomma, per finire, il tipo chiese altri 250 euro, per un lavoro che ne valeva si e no cento.
Se vuole la cappa, ce n’è una che va proprio bene, disse ancora il tipo prima di andarsene. Che faccia tosta, disse forte Seb, sperando di essere sentito, dato che la porta era ancora aperta e l’elettricista stava aspettando l’ascensore.
Lo capisci che questa è la gente che sta affossando l’Italia? disse ancora Seb a Nora.

Invece la mamma continuava a chiedere del pentolino.
Non c’è niente nel pentolino, devo ancora lavarlo.
Seb si era un po’ scocciato.
Sembra che la tua unica preoccupazione nella vita sia il pentolino, disse alla mamma.
È perché nel pentolino c’è il mio cibo, chiarì la mamma. D’altra parte, a che cosa doveva pensare, se non a mangiare?
Poi, di notte, Seb, che dormiva con un occhio e un orecchio appoggiati nell’altra stanza, continuò a sentire un uhi uhi insistente. Infilò i bermuda e si precipitò.
Bagnatoooo, fece la mamma. Infatti la camicia era bagnata, in fondo.
Abbiamo messo male il pannolone, disse Seb. Infatti la mutanda era rimasta tirata troppo in basso, così che la zona assorbente si era fermata prima del coccige, quel maledetto osso che bisognava superare nel tirare verso l’alto l’indumento. L’osso funzionava come un rampino, che bloccava l’accesso. Non era facile per il pannolone superare quella barriera. Se il pannolone non saliva a sufficienza, la pipì arrivava sulla parte superiore della mutanda, non assorbente, la imbeveva e dilagava al di là della protezione.
Poche ore dopo un altro uhi uhi, m. Si è bagnata di nuovo? Si chiese Seb. Invece non era successo proprio niente.
Volevo parlare con qualcuno, disse candidamente la vecchiettina.
Alle tre del mattino, mamma? Disse Seb con tono di rimprovero.
La mamma fece la faccia contrita. Mica si era resa conto lei dell’ora. Lei era sveglia e si annoiava, e si chiedeva perché mai nessuno venisse a vederla e a stare con lei.

Ah… Cosa c’è..
In quel tegamino? Completò Seb, che già sapeva dove la mamma voleva andare a parare.
Non c’è niente in quel tegamino, anzi adesso te lo lascio sul letto, così te lo guardi e non stai a preoccuparti che ci sia o non ci sia il tuo semolino là dentro, pronto da mangiare, magari, e dimenticato lì, sul piano della cucina.
Lasciare il recipiente bene in vista, sul piano della cucina o sul lavello, significava mettere in ambasce la vecchia signora.
Anche quando Seb preparava realmente il semolino e lo lasciava raffreddare, la mamma incominciava il suo lamento-richiesta: Tegamino… ah, tegamino… uh, tegamino. Per questo, una volta finito di mangiare, il tegamino finiva nell’incavo del lavello, invisibile a guardarlo dal letto. La mamma si preoccupava, se il tegamino non le veniva portato subito. Forse c’era qualche altro cibo nel recipiente, forse qualcuno desiderava anche lui il tegamino. Era una reazione simile a quella dei gatti, che, anche quando gli si dà da mangiare, sembra che vogliano strafogarsi e divorare tutto in un battibaleno, per paura che quel benedetto cibo gli sia improvvisamente sottratto dallo stesso padrone di casa o da qualche altro animale più forte e più astuto.

Nel frattempo Nora lavorava al suo nuovo articolo sulle malattie nel Varesotto nella prima metà dell’Ottocento. Aveva fotografato pagine e pagine del registro dei morti di quei territori. Aveva consultato i duplicati esistenti nell’Archivio storico diocesano di Milano e ne faceva vedere le immagini a Seb.
Benché le indicazioni delle cause di morte fossero spesso generiche e non consentissero di comprendere esattamente di quale malattia fossero morte tutte quelle persone, il quadro che ne derivava era desolante. Tantissimi i casi di neonati o bambini morti per consunzione o per bruttura, una sorta di respirazione asmatica, faticosa. Molti anche i casi di convulsioni, qualcuno classificato come epilessia. C’erano madri morte per febbre puerperale e padri morti in età ancora giovane, per cause indicate in maniera approssimativa, con etichette diagnostiche proprie dell’epoca, ma che oggi raccontano molto poco al lettore di oggi.
Ai bambini si attribuiva, chissà perché, la professione del padre, il che dava l’impressione di trovarsi ancora di fronte a una società priva di mobilità, che ben pochi passi aveva fatto dal medioevo.
A Seb sembrava di vedere quella povera gente, ignorante e tormentata da malanni di cui non si conosceva la causa, come la pellagra, e di cui ogni tanto qualcuno moriva.
L’inferno in terra non era rappresentato solo dal duro lavoro e dallo sfruttamento, perché talvolta i contadini dovevano confrontarsi, in Lombardia, con proprietari illuminati, che avevano a cuore le condizioni dei propri dipendenti. L’orrore di una vita di sofferenze, costellata di lutti familiari, di bambini morti in tenera età e di madri morte di parto, era causato soprattutto dalle scarse conoscenze della medicina dell’epoca. I medici brancolavano nel buio e, come i parroci, non potevano far altro che accompagnare i loro pazienti verso quella che, eufemisticamente e in maniera augurale era definita la miglior vita.
Quelli che rimpiangono i bei tempi passati, che si lamentano del chiasso e dell’inquinamento, li spedirei di corsa nell’Ottocento, quando venivano curati con i salassi o con le applicazioni di polentine fatte con la mica di pane.
Certo che ne abbiamo fatta di strada.
Almeno adesso, se moriamo, sappiamo perché. È una bella soddisfazione.

Seb ha fatto il couscouss. Ha messo un bel po’ d’olio, e poco sale. Ha aggiunto curry e qualche altro semetto di cumino, Eccezionalmente ha spruzzato anche un po’ di pepe e il solito peperoncino. Alla fine, prima di rimettere il tegame sul fuoco ad asciugare e bruciacchiarsi, ha buttato in tegame i ceci precotti. Sono soffici e cedevoli, così da essere schiacciati facilmente. Naturalmente la maggior parte dei semi deve rimanere intera, ma qualche cece spappolato, mescolato alla pasta di couscouss, rende più morbido e saporito l’insieme.
Poiché il sale è molto scarso, si può aggiungere qualche goccia di salsa di soia.
Alla fine, il risultato è eccellente. L’impasto rimane di un bel colore giallo, appena un po’ piccante. Quello che resta all’indomani verrà rimesso sul fuoco e questa volta si aggiungerà anche uno spicchietto d’aglio. Bisogna sapersi arrangiare con quello che si ha a disposizione e qualche volta si ottengono anche risultati gradevoli.

Riesci a mangiarli i tomini?
Non so, proviamo!
Quando vede i dischetti bianchi di formaggio, la mamma chiede: Cosa sono quelli?
I tomini, li hai mangiati tante volte
La mamma fa il viso smarrito: non si ricorda proprio dei tomini, che le piacevano tanto, quando ancora metteva la dentiera.
Per fortuna, contrariamente ai timori, il tomino fuso, tagliato a pezzetti, riesce a entrarle in bocca e a essere succhiato, più che masticato. Comunque la mamma lo mangia quasi tutto.
Solo che, dopo, continua a guardare con desiderio il pentolino, o tegamino che dir si voglia.
Cosa c’è lì?
Dove?
Nel tegamino.
Non c’è niente, solo acqua. Non puoi mangiare il semolino, hai già mangiato.
Ma è buonoooo!

Poi succede che Seb sente la sua protesi, che sostituisce i denti mancanti dell’arcata superiore, un po’ troppo lenta. Dovrò farla stringere, pensa. In effetti varie volte è stato sufficiente stringere i ganci per recuperare una giusta stabilità dell’apparecchio.
Quando è a casa, in via D., toglie la protesi per dare un’occhiata ai ganci e scopre che assieme alla protesi si è staccata anche la corona del canino, su cui in parte la protesi poggiava.
È una fortuna che non l’abbia ingoiata, è il suo primo pensiero. Solo che ora si pone il problema della stabilizzazione della protesi.
Telefona al dentista. Prende un’appuntamento per l’indomani mattina con la segretaria. Poi è Nora a richiamare lo studio, per far spostare l’appuntamento al pomeriggio. Seb intanto è in bagno, perché l’idea di tornare dal dentista e riaprire il discorso denti gli provoca varie scariche intestinali. L’incubo salute non si ferma. È tutta la vita che i denti mi tormentano, pensa Seb. Questo tormento durerà fino alla morte.

A mezzanotte: «Uhi, uhi… ohh… ohhh
Seb sta suonando la tastiera e ha la cuffia sulle orecchie. Dopo un po’ sente le urla. Anche nell’appartamento vicino c’è un po’ di chiasso. Qualcuno parla a voce alta.
Seb corre nell’altra stanza e trova la mamma agitata.
«Abbassa questa cosa, mi devo alzare.
«Cosa devi fare?
«Niente
«E allora?
«La porta, vai ad aprire la portaaa
Seb va a controllare dallo spioncino, ma non c’è nessuno sul pianerottolo
«Non c’è niente
«E tutto quel chiasso?
«Saranno le ragazze dell’appartamento a fianco.
«No… la porta.
«Nessuno deve entrare
«È successo qualcosa
«Non è successo niente, stavi sognando!
«Uaaaah!

Il mattino dopo la mamma è più tranquilla , ma continua a raccontare cose mai avvenute.
«Hai ritrovato la chiave?
«La chiave è stata sempre lì, e indica la porta d’ingresso
«No, si era persa
«Hai sognato!
«Uahh!
«Sei come Eduardo in quella commedia, che aveva sognato che avevano ucciso un suo amico e invece si era sognato tutto
«Uahh! La mamma adesso ride. Veramente sogna tutte quelle cose?
«Hai una grande fantasia, le dice Seb.
La mamma si riaddormenta e si sveglia di nuovo. Continua a farfugliare qualcosa su una chiave persa. Come si fa ad aprire la porta?
«Hai continuato lo stesso sogno, fa Seb
«Sì, ma io mi sono spaventata!

Seb era orgoglioso del risultato. Peccato che la mamma non potesse gustare quello che aveva cucinato. E pensare che aveva utilizzato tutti i rimasugli dei condimenti! Aveva messo in padella quel po’ di pancetta che era rimasta dal giorno in cui aveva cucinato gli spaghetti. Aveva aggiunto origano e maggiorana, un pizzico di estratto di carne e aveva innaffiato il tutto col vermentino. Poi aveva aggiunto la passata di pomodoro ciliegino rimasta nel vasetto, avanzata sempre dal giorno degli spaghetti. Aveva ristretto un po’ il sugo e aveva unito alla fine due foglioline di basilico fresco. Cotto l’ultimo nido di tagliatelle all’uovo integrali (cottura 3 o 4 minuti), le aveva buttate in o
padella col parmigiano residuo del sacchetto già ampiamente usato per condire il semolino della mamma. Al parmigiano aveva aggiunto dei tocchetti di brigante, fresco e dolce come sa essere solo il pecorino prima di acquistare il piccante acidume della stagionatura. Il risultato era stato superiore alle aspettative. Molto meglio di un piatto di pastasciutta fatto con tutte le regole del caso. Seb si premiò con mezzo bicchiere di vermentino e il suo umore se ne avvantaggiò.
Quante cose buone a questo mondo. Sentiva voglia di ringraziare qualcuno e pensò, essendo una persona normale e non un filosofo snob, a Mimmo Modugno e alle belle canzoni del Rinaldo in campo “Ringrazi a ttia, Signuri, pecché mi fassi viviri accussì”.
Certo era quasi impossibile pensare che tutta quella bontà si fosse prodotta per caso, Difficile credere che non ci fosse stato qualcuno a programmare la natura e la vita. È così che sono nate le religioni, pensò Seb.

«Pentolino, dice la mamma, «pentolino.
«Sta qui sopra il pentolino. Infatti il pentolino era vuoto e pulito, sulla rastrelliera in alto, dove si mettevano le stoviglie a sgocciolare.
«Pentolino… pentolino
«Te lo faccio il semolino, ma cerca di stare tranquilla.
Lui aveva ancora un pezzo di braciola di maiale da finire, cotta in padella, con maggiorana, polvere di curry, vino e un pochino di miele.
Preparò il semolino e lo mise a raffreddare, mentre scaldava la mezza braciola.
«Pentolino… pentolino…
«È bollente! Pensi che non te ne voglia dare o che me ne sia dimenticato?
Allora lei si calmava e smetteva di richiedere il suo pentolino.
Lui intanto cercava di tagliare a filetti sottili il maiale e lo masticava, con i denti che gli rimanevano. Ora che non aveva più il canino a cui fissare l’apparecchio, quest’ultimo funzionava peggio, malgrado il dentista e il suo odontotecnico avessero fatto il possibile per salvarne la struttura, e rischiava di staccarsi ad ogni morso. Bisognava stare molto più attenti.

Se ne accorse finalmente. La realtà cominciava a sfuggire, l’orientamento a rallentare. Si trovò davanti all’ascensore di via D. e, quando giunse al pianterreno, si preparò ad aprire la porta interna . Si accorse con stupore che non esistevano le antine che davano accesso alla cabina, ma che erano state sostituite da un’unica anta scorrevole, a chiusura automatica. Rimase disorientato per un attimo, poi ricordò che le antine erano presenti nell’ascensore di Viale leg. Rom. Stava confondendosi, sovrapponendo due realtà, due spazi differenti.

Il pollo era venuto benissimo. Era tanto saporito che Seb decise di far assaggiare almeno il sugo alla mamma. Intinse un po’ di mollica morbida nel sughetto e la imbocco. Lei assaggiò il bocconcino, succhiando quel po’ di condimento che riusciva a catturare con le gengive.
«Buono, disse.

Il pollo di Seb era una sorta di fusione tra gusto indonesiano e sapori italiani. Un po’ di burro per cuocere i germogli di soia. In padella e sul pollo (sui fusi) un bel po’ di polvere di curry, un pochino di peperoncino, vino (il solito vermentino) e anche un po’ d’acqua, per stufare quanto necessario carne e germogli, prima che il tutto diventasse troppo secco.

Aveva aperto i fusi in modo da far prendere il condimento anche alle parti interne della carne e il risultato fu eccellente. La carne aveva assimilato i sapori in profondità, rimanendo allo stesso tempo morbida. Insomma, una delizia. Peccato solo che la mamma, ormai senza dentiera, non potesse mangiarla. Comunque, se ci fosse riuscita, si sarebbe lamentata perché la carne era salata e il sugo piccante, lei che non era abituata.

Ogni tanto anche il semolino dava dei problemi. La mamma cominciava a tossicchiare e sembrava che qualcosa fosse finito in trachea.
«Il semolino dev’essere inghiottito, non respirato» diceva Seb. Ma la mamma qualche volta sbagliava il comando e respirava il brodo del semolino, anziché mandarlo giù.
Lei tossicchiava e tirava fuori certi respiri asmatici che pareva fossero gli ultimi della sua vita. Esplosioni di semolino le uscivano dalla bocca ed erano sparate nell’aria. Non rimaneva che allontanarsi dalla traiettoria.
«Guarda che non ti faccio più semolino» minacciava Seb.
La minaccia funzionava per un po’. La mamma prestava maggior attenzione al meccanismo del mangiare, ma poi spesso si verificava un’esplosione più forte, con diffusione di granelli di semolino tutt’intorno. Il tutto poi era condito da grah… grugnaaaah… ahhh… uhhhh… garagrahhhh… eccetera. Per un po’ di tempo si continuava a udire un lamentio indistinto, che logorava i nervi di chi si fosse trovato nei dintorni (Seb, appunto).

Poi c’erano i ricordi, che emergevano a sprazzi.
«Poveretta…»
«Chi?»
«Poveretta. È caduta, la nostra serva. Era andata a prendere l’acqua!»
«Chissà quanti secoli fa!»
Doveva essere successo quando la nonna ancora insegnava, in qualche paese. Seb ricordava che , piano piano, quando lui era piccolo, le serve erano scomparse. Con la ricostruzione postbellica, i diritti delle classi subalterne erano cresciuti e la piccola borghesia si era dovuta rimboccare le maniche e arrangiarsi, perché soltanto i ricchi potevano permettersi una donna di servizio, quella che poi si sarebbe chiamata colf. Non c’erano più le ragazze dei paesi disposte ad andare in città a servizio per avere un posto per mangiare e dormire e fare quei quattro soldi da mettere da parte per sposarsi. Le figlie dei pastori e dei contadini andavano all’università a studiare lettere e filosofia, o giurisprudenza o magari biologia. Parlavano, e scrivevano, un italiano ancora approssimativo, ma con tutto questo finivano persino a fare le borsiste in facoltà di lettere. Figurarsi se andavano a fare le serve, o colf che dir si voglia.

Gli gnocchi, gli gnocchi! Come mai non ci aveva pensato prima? Li aveva presi al PAM. Ce n’erano due tipi e lui aveva comprato quelli che gli erano sembrati più morbidi al tatto, attraverso la busta di plastica.
Dopo un paio di giorni finalmente li aveva cotti. Aveva usato un sugo pronto, ma ci aveva aggiunto zucchero, vino, peperoncino, persino un po’ di curry, e soprattutto tre o quattro foglioline di basilico fresco.
Aveva scolato subito gli gnocchi venuti su e li aveva buttati in padella, a intingolarsi per bene col sugo e il grana. Un pochino di pasta l’aveva lasciato nella pentola, a bollire fino a farla diventare morbida e sfatta. Aveva condito anche questi gnocchi residui e piano piano era riuscito a farli mangiare alla mamma. Per fortuna lei era riuscita a scioglierli tutti con la lingua e a mandarli giù, bevendoci un sorso d’acqua ogni tanto. Evviva!
Poi, alla fine, dopo il dessert, bisogna pulire la bocca della mamma da rimasugli di salsa e cioccolato. Seb apre il rubinetto del lavandino in bagno, dove l’acqua scalda più in fretta e inumidisce un quadrato di carta da cucina con l’acqua calda. Con quello pulisce gli angoli della bocca della sua mammetta, che così non si lamenta per essere ripulita con l’acqua fredda.

«Oeoo» dice la mamma, «oeoo aerto!»
«Cosa?»
«Oello!» La mamma indica qualcosa che sta dietro il figlio.
Seb si gira e vede che lo sportello del mobiletto della cucina a vista è rimasto aperto.
La mamma lo avvisa tutte le volte che lo vede aperto perché sa che il figlio è confuso e distratto e va sempre a sbatterci contro con la testa.
Continua a preoccuparsi per me, pensa Seb.
Allora va al mobiletto e, con la mano, chiude lo sportello. Poi si volta nuovamente, per parlare con la mamma.
Si sposta, perfino, andando nella sua stanza per prendere qualcosa, poi torna dalla mamma.
Quest’ultima dopo un po’ ricomincia: «Oello aerto!»
«Come, ma se l’ho chiuso poco fa!»
Si volta incredulo e vede che lo sportello, stranamente, è ancora aperto.
Seb è esterrefatto. «L’hai aperto tu?… Col pensiero?»
Richiude il mobile. «È una cosa stranissima» dice.
Non è la prima volta che gli succedono fatti inspiegabili, come se il tempo si divertisse con lui, collocando prima, nella sua esperienza, azioni che non sono ancora avvenute. Solo che lui le ricorda, come se il fatto appartenesse al passato. Chissà se la fisica avrebbe mai saputo dare una risposta a queste assurdità, la fisica o forse la psicologia, chi lo sa? Fatto sta che realtà ed esperienza non sempre coincidono e Seb capisce che la realtà è più complessa di quanto gli si è sempre fatto credere. Viviamo in un modo infinitamente complesso, che la nostra logica finita non riesce a dominare completamente. Si sa che ogni tanto, anche nelle strutture più perfette, qualcosa sfugge. Per questo la sua testa non riesce a collocare bene i ricordi, ripete fatti identici, mescola in maniera incongrua atti e parole.

«Palermo» esordisce la mamma appena sveglia.
«Palermo? Hai sognato Palermo?»
«La cattedrale, magnifica!»
«Quando mai sei stata a Palermo?»
«Tuo nonno c’è stato. Lui era siciliano.»
«Eh?»
Seb è stupito, incredulo, allibito.
«Non era sardo?»
Ma la mamma conferma: «Era siciliano.»
«Io sapevo che era del Campidano di Oristano, di Gonnoscodinas.»
«Sì, ma era siciliano.» La mamma è sicura e il suo discorso non ammette repliche. È talmente sicura che parla in maniera comprensibile, senza i soliti barbugliamenti.
«Ma che dicisti, minchia» sbotta Seb, parlando con accento trinacrese. «Ma allora io siculo sono, Ah?»
E prosegue: «Forse la mamma era siciliana, la mia bisnonna, u capisti?»
«Non lo so» dice la mamma perplessa.
Seb sapeva che il padre di sua madre era vissuto per un certo periodo a Milano, dove faceva il sarto, e poi era andato anche a Palermo, ma non aveva mai capito perché. Ora il mistero pareva svelato. Forse a Palermo aveva dei parenti. Questo spiegava anche la diversità di suo nonno rispetto ai contadini sardi, il suo atteggiamento spavaldo e il suo carattere estroverso. Certo che siamo tutti talmente mescolati che di nulla si può essere certi, riguardo alle proprie origini. Sì, ci sono quelli vissuti da generazioni nei paesini di montagna e che si sono sempre sposati fra di loro; ma tutti gli altri? Quelli delle pianure e delle città di mare? Dove c’è stata circolazione di uomini e dove si è sviluppato un ampio traffico di merci i popoli si sono contaminati a vicenda, le etnie si sono integrate e legate in maniera indissolubile. Basta fare un po’ di ricerche tra i documenti del passato per scoprire ascendenze impensabili e spesso volutamente nascoste. Così può avvenire che antisemiti accaniti scoprano di provenire da sangue ebraico, che islamofobi si rivelino di origine araba o turca, che antitedeschi apprendano di avere antenati germanici. In definitiva, non sappiamo chi siamo, né cosa siamo, né da dove veniamo.
«Era andato a Palermo per il taglio.»
«Eh?»
«Per imparare il taglio.»
«Sì, questo lo sapevo.»
«E poi è andato a Milano.»
Ora il curriculum del nonno si andava precisando; ma perché lui aveva sempre immaginato che quel baldo giovinotto, simpatico e amante della buona tavola, dalla voce alta e squillante, che aveva conquistato la sua piccola e bella nonnina, fosse stato prima a Milano e poi a Palermo? Mistero!

«Pentolino… pentolino!»
«È ancora troppo caldo!»
Seb preparò per sé la penultima piadina. L’ultima l’accartocciò e la buttò nel cestino dell’umido perché aveva una macchia verdastra che non gli piaceva. Possibile che avesse incominciato ad ammuffire? Comunque non era il caso di lasciarla nel mobile o, peggio, in frigo per un altro giorno.
Mise nella piadina prosciutto cotto e qualche strisciolina di pecorino sardo fresco e dolce.
La piadina venne proprio bene. Aveva aggiunto in cottura all’interno un po’ di salsa di soia dolce. Così il piatto risultò meno secco e più saporito. Nell’assaggiare quell’insieme morbido e gustoso, Seb lo trovò vagamente somigliante a un sapore già provato, non ricordava quando né dove. Il gusto che rammentava era più liscio e forte. Cercò di identificarlo, ma non vi riuscì. Non era prosciutto crudo. No, non era nemmeno una conserva di mare, né qualcosa che fosse collegato alle acciughe. La sua mente vi aveva associato l’immagine di un prodotto levigato e brillante, di color marrone scuro, una sorta di cuoio commestibile; ma non era niente a cui lui sapesse attribuire un nome. Si chiese se veramente possano dimorare in noi ricordi di altre realtà, di altri universi, in cui ci si nutra con prodotti a noi sconosciuti. Questi frammenti di memoria sembravano esserne la prova. Oppure era in questa stessa terra, in questo stesso spazio, ma in un altro luogo, che una nostra vita precedente o alternativa si era sviluppata, e si sa che in culture differenti dalla nostra esistono cibi di cui non sospettiamo nemmeno l’esistenza, piatti ricchi di sapore, fantasiose mescolanze di pantagrueliche prelibatezze, piaceri sovrumani, goduriose squisitezze.

Non resisteva, non sapeva resistere. La testa d’aglio iniziata lo guardava dal vetro dello sportello. Si decise. Aprì lo sportello e afferrò l’aglio. Cominciò a sbucciarlo, poi a tagliuzzarlo. Una volta sminuzzato, lo gettò in padella con un po’ d’olio, aggiunse una fogliolina di basilico. La pasta nel frattempo cuoceva. A cottura ultimata, Seb tirò fuori gli spaghetti n. 4 dall’acqua e li fece scivolare nella padella. Solo allora si ricordò del peperoncino. Trovò subito il contenitore di vetro sul tavolo e ne spruzzò il contenuto per tre volte sulla pasta, poi mescolò col mestolo di legno.
Quando assaggiò la pasta dal piatto, capì che erano forse i migliori spaghetti aglio e olio che avesse mai cucinato. Innanzi tutto, non c’era nemmeno un pizzico di grana, che rovina totalmente il gusto. Poi gli spaghi erano cotti ben al dente e bruciavano, per il calore della bollitura e per il peperoncino. L’aglio e l’olio erano presenti nella giusta misura e non dominavano in maniera indecente, come ogni tanto gli capitava. Questa volta si apprezzava benissimo il sapore della pasta.
Per far scendere il piatto, bevve anche un po’ di vermentino che però, con il peperoncino, bruciava un po’ troppo.
Appena ebbe mangiato, si sentì stranamente libero, come non gli avveniva che eccezionalmente, da tempo immemorabile, da quando aveva avuto quegli strani attacchi di nevrosi, poco dopo i vent’anni. Quella strana sensazione di stordimento, quel vedere le cose come in una coltre di fumo, che l’avevano accompagnato per buona parte della sua vita, si erano successivamente acuiti da quando la sua pressione aveva incominciato a schizzare su a balzi, in maniera imprevedibile, cosa per cui era stato costtretto ad assumere la sua dose quotidiana di betabloccante e ACE antagonista più diuretico.
Alla mamma diede da mangiare un po’ di formaggio spalmabile e un po’ di gorgonzola. Una volta terminati i formaggi, le diede un po’ d’acqua, per toglierle dalla bocca il sapore del gorgonzola. Il pranzo finì col tiramisu.
Quando Seb si ritirò nella sua stanza, dopo un po’, cominciarono a udirsi i lamenti.
Lui subito corse in tinello.
«Cosa c’è, cos’è successo?»
«Mal di pancia» dice la mamma.
«Dev’essere la cacca. Hai cominciato a tirarla fuori ieri. L’infermiera però arriva domani.» Lei fece la faccia contrita. Sapeva che avrebbe dovuto sopportare, per un altro giorno.

«Ah… Graaahhh, uah…»
Seb era al computer. Guardò l’orologio: erano le tre del pomeriggio, ora solare reintrodotta da pochi giorni. Si precipitò nell’altra stanza.
«È pronto a mangiare?»
«Abbiamo appena mangiato.»
«E io cos’ho mangiato?»
«Hai mangiato quasi due tomini!»
«E poi?»
«Un pezzo di pan de’ morti e poi un bel po’ di nutella.»
«Aahhhhah!» L’espressione del viso era improntata a un profondo stupore. Ovviamente non ricordava niente del pranzo e non sentiva sullo stomaco il peso di tutto quel formaggio, che non era certo leggero. Meno male che ha uno stomaco di struzzo, pensava Seb.

Erano finite le uova e quindi niente crema. Bisognava far colazione con quell’imitazione di crema alla vaniglia che vendevano al market.
«Buono» disse la mamma, quando Seb le fece vedere il bicchiere di plastica che conteneva quella specie di budino, fatto con finto latte e finte uova, blandamente emulati da un intruglio viscido e giallognolo colorato col carotene.
«Meno male che ti piace!» disse il figlio.
Era una fortuna che la mamma provasse ancora piacere nel mangiare. Era l’ultimo piacere che le fosse rimasto! Aveva ancora un senso vivere, finché vi fosse modo di apprezzare qualche aspetto della vita. La vecchia signora ingoiava la poltiglia e se la lasciava sciogliere tra la lingua e il palato. Poi apriva la bocca e attendeva la nuova imbeccata. Sembrava proprio un uccellino che non avesse ancora acquistato l’autonomia alimentare.

Seb attendeva l’infermiera. Invece ci fu un insistente suono sordo: quello del citofono del cancello che dava sulla strada. Lui andò ad aprire, ma il citofono continuava a contestare, indelicatamente. Provò a rispondere e udì la voce concitata di Nora.
«È tutta la notte che ti chiamo.»
«Non ho sentito nulla.»
«Ti devo parlare, non posso dirlo qui per la strada.»
«Sali allora.»
Andò a controllare dove fosse il telefonino e scoprì di averlo lasciato nella giacca, chiusa nell’armadio e pertanto isolata dal resto del mondo dal punto di vista sonoro.
Poi Nora salì, finalmente.
«Sai che ha lasciato il lavoro?»
«Eh, non lavora più?»
«Sì, già da qualche mese.»
Prima o poi Rino qualche cavolata doveva pur farla. Possibile che anche in quest’altro locale non si trovasse bene?
«Qui c’è da lavorare troppo, lì ci si annoiava, perché spesso non c’era niente da fare.»
«Una via di mezzo no?»
Seb sapeva bene che Rino non sarebbe riuscito a reggere al ritmo di un bar sempre pieno di gente. Lui pensava solo che il lavoro nel nuovo pub avrebbe dato più spessore al suo curriculum. Poi un giorno era arrivato con un occhio nero. Doveva essere successo qualcosa. Chi lo sa? Una rissa, un incidente, qualcosa che gli aveva fatto capire che lì, in quel pub, non ce la faceva proprio a reggere.

La caviglia destra era nuovamente gonfia, appena a sinistra del malleolo. C’era una specie di bozzo, là dove un paio di mesi prima una zanzara aveva mostrato di gradire la pelle e il sangue di Seb, procurandogli un discreto gonfiore e un notevole prurito, durato a lungo e forse mai del tutto cessato.
Su internet dilagava la storia dell’americano morto di cancro dopo essere stato infettato da un vermaccio parassita, a sua volta malato di quella malattia, che a quanto pare colpiva in una forma sua particolare anche le tenie.
Comunque, che si trattasse di un parassita terrestre o di un innesto alieno, di un’artrosi galoppante o di qualche altra bizzarra malattia, anche Seb incominciava a scalare le cime innevate del non essere.

Seb non pensava più al suo malleolo. Doveva preoccuparsi soprattutto dei pasti.
A cena, dopo aver elaborato per la millesima volta il suo semolino in brodo al formaggio, e averlo messo a sfreddare sul metallo del lavello, decise di prepararsi un panino con la bresaola di tacchino.
Il panino, che poi era un francesino, cioè un panino allungato, croccante quando è fresco, andava collocato sulla padella antiaderente e lasciato bruciacchiare un po’. Nel frattempo bisognava condire la bresaola con olio e aceto balsamico. Quando il panino era pronto, bisognava metterci dentro la bresaola, ammorbidendo il tutto con un po’ di formaggio spalmabile, meglio se si trattava di un prodotto senza eccessiva personalità. Per dare un tocco particolare al gusto, bastava mettere insieme alla bresaola anche qualche lupino salato, ovviamente privato del guscio. Il lupino aggiungeva un pizzico di amarognolo che non guastava. L’unico problema era che sia bresaola che lupini erano piuttosto coriacei e che quindi i denti residui di Seb erano messi a dura prova.

«Quattro?»
«Sì, me ne dia quattro.»
I francesini, due per lui e due per l’altra casa, quella di Nora e Rino.
La prestinaia guardava fuori gli alberi, le foglie.
«Quest’anno sono durate più degli altri anni.»
«Sì, ma adesso è uno spettacolo.»
In quello strano autunno primaverile le foglie incominciavano a cedere e a staccarsi dagli alberi, stimolate dal vento che procedeva a folate. Sul terreno s’improvvisavano carole e mulinelli, -guizzi di giallo che dilagavano, su strade e marciapiedi.
«Ha bisogno di una busta?»
«No, ho portato la borsa.» Infatti a terra aveva appoggiato la borsa, pesante per colpa delle due bottiglie di vino, il bianco e il rosato, del miele e delle castagne.
Le castagne? Seb le cucinò il giorno dopo. Le lasciò bollire per un’ora, dopo aver praticato a tutte il taglio di rito. Purtroppo rimasero ancora troppo consistenti per poterle far mangiare alla mamma. Il taglio non si era allargato a sufficienza e la buccia interna era ancora troppo aderente al contenuto. Niente da fare. Cercò di sbucciarne qualcuna, a gran fatica e schiacciò la parte commestibile con un cucchiaio. La mamma un po’ di quella farina la ingoiò, facendo smorfie di delusione.
«Non te le ricordavi più le castagne?»
La mamma fece un faccetta perplessa.
«Non sono dolci? Ci aggiungo un po’ di zucchero.»
Altro assaggio da parte della mamma e altra faccetta insoddisfatta.
«Lo so che da noi erano più buone. Le castagne in Sardegna sono dolci. Qui rimangono insipide, tant’è vero che le cucinano col sale.»
«Eh?»
Certo che è difficile discorrere con una persona che non ci sente, pensava Seb.
Noi siamo stati fortunati, perché siamo vissuti in un tempo in cui i prodotti erano buoni, in cui la frutta era dolce. Può darsi che adesso nemmeno in Sardegna i prodotti siano gli stessi.
Comunque Seb si mise a mangiare un po’ d’insalata e diede alla mamma qualche cucchiaio di formaggio da spalmare e un po’ di miele.
Per concludere il pasto, aprì il pacco di savoiardi teneri. Ne assaggiò uno: aveva uno strano tanfo di naftalina. Ci risiamo coi conservanti! I savoiardoni sardi non sapevano di conservante, però a Seb facevano venire il mal di pancia: colpa dell’uovo naturale, probabilmente. La mamma però li avrebbe mangiati senza nessuna conseguenza, se avesse portato ancora la dentiera.

Insomma, non andava bene niente. Seb, a quel punto, decise di usare persino l’aglio, vietatissimo da Nora.
La notte, per la prima volta Seb sentì l’odore dell’aglio sopra di sé. Era come una specie di cortina, uno strato d’aria appestata dallo spessore tangibile, un alone invisibile ma concreto, che si percepiva con l’olfatto. Seb ricordava di aver constatato la presenza di quell’alone attorno a diverse persone e di non averne saputo identificare l’origine. Ora tutto gli appariva chiaro: quelle persone erano divoratrici di aglio, dispensatrici consapevoli di orrori olfattivi, untori di ributtanti oscenità.

Poi, improvvisamente la violenza cominciò a esplodere nel mondo. Dapprima ci fu l’ebreo ortodosso di nazionalità israeliana accoltellato davanti al ristorante kosher, poche strade più in giù del vialone in cui si ergeva la casa delle farfalle di carta. Non si capiva bene la causa dell’attacco, anche se si poteva sospettare che si trattasse di un atto di rappresaglia contro Israele. Un attacco limitato, poco efficace, ma che preludeva a operazioni più importanti.
Infatti si verificò l’esplosione in volo che abbattè l’aereo civile russo nel Sinai, poi l’attentato contro gli sciiti nel Libano. Infine ci fu il venerdì 13 di Parigi, l’attacco simultaneo di più gruppi armati contro obiettivi civili assolutamente indofendibili. La televisione trasmette i filmati girati da testimoni dell’avvenimento. Il terrore diventa spettacolo. Vengono alla mente i film americani in cui i cattivi attaccano il legittimo potere statunitense e in cui sono combattuti dagli eroi occidentali e finalmente distrutti. Qui assistiamo a una lotta ambigua, le cui radici affondano nei meandri di menti oscure, forse di oscuri poteri: cui prodest?

Seb si sveglia, si alza, accende la televisione. Blitz notturno a Saint Denis. Non è ancora l’alba, quando le forze di sicurezza francesi fanno irruzione in uno o due palazzi della città sobborgo di Saint Denis, quella il cui monastero è citato nel Voyage Charle Magne, e dove riposano i corpi dei re di Francia.
La televisione italiana ha una postazione ai margini dell’area del blitz, controllata e pattugliata dai soldati. Si narra di uno scontro a fuoco, di una terrorista che si è fatta esplodere, di un combattente freddato da un tiratore scelto delle forze speciali francesi.
Le immagini mostrano un assembramento di soldati
Un piccione attraversa l’inquadratura, vola da destra a sinistra, dal basso verso l’alto.
Le agenzie dicono che forse un passante è morto e che una donna si è fatta esplodere, ferendo alcuni poliziotti.
Altra inquadratura. Un plotone di soldati si muove, in fila indiana. Dietro, un’anziana signora cammina aiutandosi con un bastone e tirandosi dietro un carrello-borsa.
I piccioni continuano a volare.

«L’operazione si sta per concludere» dice la ministra della giustizia.
Invece ancora si spara. I poliziotti puntano le armi automatiche contro le macchine e i passanti. Tutti potrebbero essere terroristi.
Una signora porta a passeggio il cane. Rimane a osservare le operazioni a distanza. Altri passanti si fermano a guardare.
Un inviato racconta con voce affannata gli ultimi avvenimenti, che però sono stati già in gran parte esposti da altri. È appena arrivato sul posto, probabilmente di corsa.

«Tegamino, tegamino!»
«Sta sfreddando!»
Seb ha appena mangiato la sua carne di maiale, commettendo una grave infrazione della legge islamica. Per giunta ha anche bevuto del vino. Si augura di non essere osservato da qualche estremista.
In televisione cominciano ad apparire anche rappresentanti di un islam normale, in parte assimilati dal PD. Ci si augura che prendano il posto degli esagitati e folcloristici personaggi che sono stati fino a questo momento presentati come rappresentanti del mondo islamico. Forse il potere si è reso conto che presentare solo le voci estremiste dell’islam, anche se ha maggior efficacia in termini di spettacolo, può incentivare anche nel nostro tranquillo paese la nascita di associazioni come il Ku-Klux-Klan.
«Tegamino!» La mamma guarda con occhi accesi e colmi di bramosia il benedetto tegamino. Forse il contenuto si è raffreddato a sufficienza, anche se rimane un po’ troppo liquido. Niente da fare: ormai bisogna mangiarlo così com’è.

Il primo ministro francese spaventa ancor più i già terrorizzati europei parlando di armi chimiche.
Seb e Nora si guardano intorno, quando vanno, ognuno per proprio conto, in metropolitana.
Quanti dei tranquilli passeggeri saranno islamici, quanti terroristi?
A pensarci bene, si ha quasi una sensazione di déjà-vu. Subito dopo l’11 settembre sembrava di vedere dappertutto gente pronta a scaricare antrace o gas nervino. Ai tempi della SARS si cercava di star lontano dai cinesi, soprattutto se raffreddati. Il terrore di attentati o malattie non era cosa nuova. Solo che ora al fantasma delle vecchie sette terroriste e dei nemici invisibili si era sostituito una specie di stato che ci aveva dichiarato guerra, e aveva dichiarato di voler usare tutte le armi possibili, senza preoccuparsi delle convenzioni internazionali. Lo stato islamico non doveva rispettare alcuna legge, a eccezione della legge di Dio.

Non c’è proprio tempo per annoiarsi. La jihad attacca ancora, questa volta a Bamako, nel Mali.
Assistendo in diretta allo snodarsi della storia, sembra veramente di vivere in un film. Incertezze, notizie confuse, contraddittorie. La guerra è veramente il più grande spettacolo del mondo. Quasi quasi Seb spera che la guerra in qualche modo lo liberi dal destino di malattia e di morte che incombe su ogni uomo.
Attentato a Bagdad in una moschea sciita.
Meno male che si ammazzano anche tra di loro, pensa Seb.

Sirene suonano di continuo.
«Iaoi, iaoi!»
«Eh?»
«Iaoli.»
«Diavoli?»
«Sono iavoli.»
«Chi?»
«Sono iavoli quelli che stanno portando.»
Seb pensa che certamente i diavoli ci sono. Gli viene il sospetto che le sirene delle ambulanze e della polizia siano collegate ad attentati terroristici.
Però non è finita. Le visioni della mamma continuano.
«Oiconi.»
«Cosa?»
«Formiconi.»
«Cosa? Formiconi? Non ci sono formiconi da queste parti!»
Non tornano più i formiconi?

C’è un fiocco azzurro sulla vetrata dell’ingresso, giù, al piano terra del palazzo, subito dopo la ripida scalinata.
Sembra un fatto eccezionale. Sarà un extracomunitario, pensa Seb. Ormai è sempre più raro che gli italiani decidano di fare un figlio. In quest’Occidente privo di prospettive, insicuro e balbettante nel pensiero e nell’azione, che senso avrebbe investire in un futuro in cui nessuno spera che si possa realizzare una vita migliore. Qualcuno addirittura pensa che, al posto di una vita migliore sia il caso di pensare subito alla miglior vita, visto che la popolazione sta invecchiando paurosamente.

È mercoledì. Seb si è svegliato stranamente sereno. Il terrorismo sembra lontanissimo dalla sua vita e dalla sua casa. Non fa paura passare vicino al tempio sefardita, né andare al market. C’è un’atmosfera tranquilla in giro. L’ufficio postale in cui lui si reca questa mattina per pagare la bolletta dell’Enel per sua madre ha le porte spalancate. La gente entra ed esce senza timore.
Seb passa subito dopo al market di via Soderini. Anche lì sembra che nessuno pensi agli attentati di Parigi.
Nora chiama quando lui si trova ancora alle poste.
«Che si fa allora stasera?»
«Andiamo.»
«Non sarebbe il caso.»
«Se deve succedere, succede lo stesso.»
«Allora tentiamo.»
Alle 17 Seb si veste e scende, cerca la macchina, poi ricorda di averla posteggiata più vicino e torna indietro.
Prima di muoversi, chiama Nora.
«Lascia il computer acceso.»
«Ah sì, perché?»
«Voglio controllare l’indirizzo.»
«Sì, allora lo accendo.»
Lei è già vestita, quando Seb arriva, dopo aver lasciato la macchina nei parcheggi stradali di Caterina da Forlì.
Lui va a cercare le indicazioni in rete, trova il nome dello spazio in cui devono andare, dove si tiene la presentazione di una rivista.
La metropolitana è tranquilla: il treno attraversa la città, supera il centro.
Un curioso spazio culturale li accoglie. Si apre una discussione, sulla realtà culturale e letteraria, su quel vuoto che la rivista in qualche modo con qualche ambizione desidera riempire. Piacevoli gli intermezzi musicali, ad opera di un sassofonista, che suona anche il flauto, e di un percussionista. Suonano improvvisazioni di sapore jazzistico, stranamente simili a quelle che Seb faceva, per suo conto, tanti anni prima, anche se con la tastiera. Mica suonava strumenti a fiato lui: anche perché di fiato non ne aveva proprio.
Da quanti anni Seb e Nora non vanno a un concerto, non assistono a una rappresentazione teatrale, nemmeno a quelle d’avanguardia, che erano tanto strane e che costavano così poco?

«Io mi preparo il pollo.»
«Me ne dai a me un pezzettino?»
«Te lo do per assaggiare, ma solo come assaggio, perché non lo puoi masticare.»
«Ahhhh!»
Polpa di pomelo con vermentino e zucchero. Seb si prepara una delizia. Purtroppo ormai non rimane che quello: mangiare, il piacere del sapore. La sera prova a usare il rosato di Alghero al posto del vermentino e scopre che l’intruglio è ancora più buono, il gusto più corposo. La vita non ha altro scopo se non quello di vivere e le rinunce non hanno senso. Gaudeamus igitur.

Gli incidenti sono sempre più frequenti nel viale. Un paio di giorni prima il traffico era fermo per uno scontro tra un’auto che usciva dai parcheggi di un palazzo e una moto che sopraggiungeva a gran velocità sulla strada. Tutte le moto si comportano così: sfrecciano velocissime e arrivano inattese. Quando si ritiene che la strada sia libera e ci si immette sulla carreggiata, c’è sempre una moto che arriva come un fulmine. Anche questo pomeriggio la solita moto è arrivata. Senza luci, nello stradone ormai buio. Una moto di colore scuro, assolutamente invisibile. Per fortuna che Seb ci vede ancora abbastanza bene e, prima di allargarsi uscendo dal parcheggio a spina di pesce, si è fermato, giusto per farla passare. Quando poi prosegue la sua strada al di là della piazza, vede un posto di blocco, con un’ambulanza che sta per muoversi. Sull’asfalto c’è una moto scura, rovesciata, forse è proprio quella che era corsa via prima, senza fanale. Più avanti una macchina ferma, posta di traverso. Come sempre sono i motociclisti ad avere la peggio, in uno scontro; però non cambiano le loro disastrose abitudini.

Seb parla della mamma, su Facebook: “La mia ha 94 anni e nemmeno lei si rende conto di averli. Spesso si sente una bambina e chiama il papà. Forse non ha combattuto, se non con le difficoltà della vita, ma ha fatto qualcosa di straordinariamente importante: non ha mai perso il senso dell’umorismo, la capacità di sdrammatizzare, di interpretare la vita con levità, come un gioco che bisogna giocare, che lo si voglia o no.”
Lei infatti, ancora, gioca. Quando dice «Pentolinooo!» o «Me lo fai l’ovetto!», lei scherza, gioca, a suo modo si diverte.

«Compra un liquorino, che figura che ci facciamo?»
«Con chi?»
«Con i ragazzi.»
«Quali ragazzi?»
«Quelli che vengono.»
«Ma qui non viene nessuno.»
«E quelli? Guarda?»
La mamma aveva di nuovo le allucinazioni. Vedeva gente che camminava per la casa, gente che parlava, rideva, interagiva. Gente che cantava, in lontananza, come se fosse festa.
«Sono lì.» Guardava al di là di Seb, verso l’ingresso, verso la porta.
Era rimasta agitata per tutta la notte e parlava, parlava. Poi rimaneva senza cuscino, con la testa sul materasso, oppure infilava le gambe tra il materasso e le spondine.
«Dev’essere l’ammonio» disse il giorno dopo l’infermiera.

«Quant’è buono il panerone nel brodo!»
L’aveva trovato al market.
«Oh, hanno portato anche qua il panerone» aveva detto a Nora!
Lei stava per comprare un formaggio di capra, ma, quando vide Seb con quell’altro formaggio, decise diversamente.
«Ma sì: lo compro anch’io. Ma non è panerone, è panettone!»
Qualche geniale addetto al reparto aveva clamorosamente sbagliato il nome del formaggio e, dal momento che il nome panerone gli era ostico, lo aveva sostituito con una definizione più comune.
«Guarda che è senza sale!» avvisò Seb.
«Sai che se non mi piace io faccio in fretta, lo butto!»
«Ma è un peccato! Questo è un formaggio speciale.»
Seb lo aveva provato anni prima, in un altro market, di una catena che aveva chiuso. Era bello ritrovarlo adesso.
Lo aveva fatto assaggiare anche alla mamma, che aveva detto: «Non mi piace: non sa di nulla.»
«È perché è senza sale.»
«Ma non sa di nulla!»
Ne era rimasto un bel pezzo e Seb ne mangiava un pezzetto ad ogni pasto. Ora l’aveva provato nel brodo, ammorbidito nel liquido caldo. Il formaggio senza sale si mescolava col brodo salato e rilasciava i suoi aromi senza appesantire il brodo con i sapori aciduli e salini che troppo spesso erano caratteristici del formaggio.

Ora la mamma dormiva subito, dopo il semolino. Non era possibile darle altro. Seb non sapeva se soddisfare il suo istinto egoistico o tenere la mamma sveglia per farle ingoiare la panna cotta o il tiramisù, o qualche altro dessert sostanzioso. Decise di lasciarla dormire.
Lui invece si dava da fare con i suoi e-books, che era sicuro di non riusciva a vendere. F nora ne era sicuro, ne era sicura anche la sua amica, quella che prima gli telefonava spesso e ora un po’ meno spesso. Insomma, tutti facevano il pollice verso al libro digitale. Lui però doveva darsi da fare lo stesso. Per lo stress faceva fuori decine di caramelle mou. Gli incarti rimanevano poi per giorni sul comò, finché lui non si decideva a portarli via, buttando la pellicola esterna nella plastica e la carta cerata interna nell’indifferenziato. Percepiva una strana atmosfera di sconfitta, ma non voleva ancora arrendersi all’insuccesso e alla mediocrità. Sguazzava in una palude nascosta nel seno della terra, lontana dal sole, dove nessuno avrebbe potuto vederlo, dove nessun raggio poteva raggiungerlo.

«I bambini…»
«Quali bambini?»
La mamma li indicava, i bambini che vedeva, dietro Seb, sul soffitto. È agitata, forse addolorata.
«Non pensare ai bambini. Noi siamo vecchietti, pensiamo a noi.»
«E il gatto?»
«Il gatto?»
«Il nostro gatto.»
«Eh, da quanto tempo non abbiamo più gatti. Sono belli i gatti,»
La faccia della mamma esprime desolazione. Chissà dov’è andato a finire il gatto!
«E l’ombrello?»
«Non preoccuparti dell’ombrello. Ce l’abbiamo un ombrello. Ma tanto tu che cosa te ne fai? Non esci! Io, se piove prendo l’ombrello ed esco; ma adesso non piove, c’è bel tempo. Cerca di stare tranquilla. Pensa che hai 94 anni. Tra qualche mese ne fai 95.»
«Siamo centenari» dice la mamma
«Beh, sei quasi centenaria.»

La mamma è disidratata.
Ha fatto tanta pipì, che ha rilasciato un odore acuto di ammoniaca, e ha i piedi gonfi. Se si aggiunge che la mattina precedente vedeva bambini inesistenti, bisogna dire che i sintomi di una disidratazione avanzata c’erano tutti.
Seb cerca di farle bere un po’ d’acqua.
«Devi bere» le dice.
«Io bevo poca acqua» dice lei. Se ne rende conto, ma non c’è niente da fare. Beve a sorsettini, mettendoci un tempo infinito.
Poi, a pranzo, le prepara il semolino.
«A me non me ne dai?»
«È per te quello, io ho già mangiato: lo faccio per te il semolino.»
E Seb ha veramente mangiato. Ha messo in padella qualche fettina di zucchina e d’insalata belga, con un po’ d’olio, acqua e sale. Quando le verdure si sono ammorbidite, ha aggiunto tutto il couscuss rimasto dal giorno prima. L’ha condito con le spezie per couscuss, ma ha unito anche un pizzico di curry e di peperoncino. Alla fine c’è rimasto posto pure per lo strolghino di culatello. Seb sa che mettere carne di porco nel couscuss è una bestemmia, ma l’insieme è saporito, piccante e… insomma, è proprio buono. Ci beve perfino un goccio di grignolino, che ormai sta diventando aspro, ma è ancora bevibile.
Il semolino invece sta lì, a raffreddare, per poter diventare commestibile, senza che la mamma dica: “Brucia!”

«C’è freddo?»
«No: non sembra neanche Natale. Anzi sono tutti spaventati perché non piove e non nevica; c’è siccità.»
«Il iaio on ece»
«Il gatto?»
La mamma ride
«No, il iaio»
Alla fine articola un po’ meglio e si capisce che la frase è “il grano non cresce”.
«Ma soprattutto il riso» dice Seb. «Sai che ci sono le risaie qui vicino, a Vercelli, e non c’è acqua.»
«Che i-asro (che disastro)!»

Seb è seduto sulla tazza e legge il suo libro del mese.
«Seb… Seb… »
Mi lasci fare la cacca, maledizione?»
«I bambini…»
«E basta con questo cazzo di bambini!» Grida Seb. Poi si pente, ma tanto lei non può sentire da quella distanza.
Quando torna in tinello, la mamma ha ancora voglia di parlare. Si capisce a fatica qualcosa di quello che dice, ma Seb si sforza di sentirla e di interpretarla.
«Il bambino, è nato?»
«Quale bambino, Rino?» Ma è nato da un bel pezzo. Stanotte nasce il bambino, è Natale.
La mamma sorride, Non è mica quello il bambino di cui parlava.
«Il bambino di Carmela.»
«Non ne so niente, È da qualche decina d’anni che non ne so più niente di quella gente.»
Insomma, la mamma rivedeva avvenimenti di quarant’anni prima o ancora più vecchi come se avvenissero in quel momento.

Non si trova parcheggio, sotto casa di Nora, soprattutto la domenica.
«Succede che la domenica gli impiegati occupano i parcheggi per l’indomani.»
«Eh?»
«L’indomani vanno in ufficio col mezzo pubblico, ma quando devono uscire, al pomeriggio, trovano la macchina parcheggiata e possono tornare a casa belli comodi. »
«Non fare lo scemo!»
«Secondo me succede proprio così!»

«Oggi è vigilia?»
«Sì è il 24, vigilia di Natale.»
«Insomma» disse Seb
«… Ed è pure brutto. Non dobbiamo fare scampagnate.»
Seb ripensò immediatamente alle scampagnate, che avevano riempito la vita della mamma. Le scampagnate fatte spostandosi in calesse, perché alla nonna l’odore della benzina e la velocità dell’automobile davano il mal di stomaco.
«Andiamo.»
«Dove?»
«La tavola.»
«Ti vuoi alzare?»
«Sì, sì!»

Il contatore segnava 10. Dieci consultazioni del suo blog, ma il visitatore era uno solo. Seb guardò la carta che mostrava l’immagine del paese di provenienza e trasecolò. Era l’Argentina. C’era di nuovo qualcosa che lo trascinava verso quel lontano paese. Seb immaginò che fosse lo spirito di Borges, l’autore che era stato una volta il suo punto di riferimento, la sua stella cometa.
Qualcuno aveva letto i suoi articoli, le sue poesie, ci si era soffermato. Lui sognava che qualcuno si decidesse a tradurre in spagnolo le sue opere, che le facesse circolare in Sud America; immaginava di prendere l’aereo per un viaggio lunghissimo. Doveva presentare la traduzione delle sue poesie a Buenos Aires, dove qualcuno poteva gustarle e comprenderle.
Ecco, continuava a sognare, a illudersi. Non poteva nasconderselo. Il suo tentativo di pubblicazione in ebook dei suoi racconti natalizi era stato un totale insuccesso. La sua posizione in classifica su Amazon era stata inversamente proporzionale ai suoi tentativi di promozione del libro. Cioè, ad ogni inserzione, a ogni citazione a ogni commento, a ogni twit, corrispondeva un arretramento di almeno cento punti nella classifica delle vendite.
Fuori le macchine continuavano ad andare, malgrado il blocco del traffico. Ma era stato attivato davvero? O non era ancora in vigore?
La mamma ronfava, dentro, e ogni tanto si lamentava.
«Cos’hai: stai male?»
Lei accennava alla gola; infatti raspava con forti gr, frrrr. Mgnnnrrrrrgrrrrr. Cercava di liberarsi dal catarro di gola, senza riuscirvi.
Chissà se c’erano market aperti!
Era veramente solo con se stesso, ora. Cosa stava aspettando: un miracolo? Poteva veramente accadere che qualcuno si accorgesse di lui, che gli facesse qualche proposta, che gli dimostrasse attenzione?
Solo Nora lo chiamava, lei ormai terrorizzata dalle analisi che avrebbe dovuto fare il 28. «Bisogna andare presto con la metro, perché c’è il blocco del traffico.» Ah quindi il blocco era dal 28, per tre giorni.
Nora aveva sempre bisogno di lui, per pulire il pavimento o il lavandino. Qualche volta c’erano i piatti sporchi nel cucinotto, oppure i vasi di plastica rotti da portare via e buttare da qualche parte. Ma dove si butta la terra? La terra è riciclabile?

Non si sentiva libero, nemmeno di sedersi al tavolino di un bar. Cosa avrebbe fatto da solo? Aveva pensato varie volte di liberarsi di Nora, ma poi? Non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare una prostituta, di bere un whisky, di prendere droga.
Non sopportava nemmeno le sigarette. Le aveva abbandonate, poco dopo i vent’anni, perché non era riuscito a prendere il vizio. Che gusto ci provavano gli altri, anche Nora e Rino, a succhiare quel fumo sgradevole e nauseabondo, a sentire la testa che diventava meno lucida, in uno stordimento che a lui dava soltanto angoscia?
Alcol? Se appena beveva un goccio di vino incominciava sudare e ad aver voglia di andare in bagno!
Droghe poi? Se avesse preso qualcosa, l’avrebbero dovuto portare subito in ospedale, col cuore che stantuffava in maniera irregolare e la sensazione di non riuscire nemmeno a respirare.
È già mezzogiorno e mezzo. Riaccendiamo il modem, vediamo se qualcuno mi contatta, magari mi chiama Dio e io non sono collegato, non rispondo.
Ma neanche quel giorno Dio ebbe voglia di chiamarlo.

Domenica 27, dopo Natale. Seb prese la macchina. C’era ancora un po’ di nebbia, anche se era già tardi. Sentiva sulla faccia il freddo pungente delle goccioline d’acqua, mentre, guardando in su, il sole appariva come un disco appena più chiaro, su uno sfondo uniformemente grigio. Il termometro della macchina segnava un grado. Ecco perché lui sentiva freddo e si stringeva addosso il piumone.
Fece il giro più lungo, per incontrare il semaforo e passare senza problemi, non appena fosse scattato il verde.

Nel reparto carni trovò finalmente quello che stava cercando da giorni. Era classificato come frattaglie, ma si trattava di una testina, canonicamente tagliata in due. Era molto piccola e infatti la targhetta segnalava “agnello da latte”. Non aveva uno splendido aspetto, ma era l’unica in tutti i market che aveva visitato, da due settimane.
Doveva correre a casa, dalla Nora, e farsi dare le casseruole di vetro da forno, che aveva sempre lasciato lì, in mezzo alla polvere, sotto il termosifone.
«Non hai comprato niente per me?»
Sapeva che Nora glielo avrebbe chiesto.
«Non c’era niente per te, niente che ti piacesse, Sono andato al PAM, mica al tuo market.»

Tornato a casa, dalla mammetta, si mise subito a pulire le casseruole, levando lo strato di polvere che le aveva ricoperte. Per fortuna sotto erano state pulite prima. Non c’era grasso e la polvere venne via in un attimo.
Quando la prima casseruola fu pronta, pulita e asciugata, c’era da liberare le “frattaglie” dalla confezione. Quando l’aprì vide che non conteneva davvero altre frattaglie, ma solo la testina.
L’odore era piuttosto disgustoso. Non sembrava però odore di marcio; piuttosto un cupo afrore di bestia, che pareva inadeguato a un animaletto così giovane.

Aveva intenzione di fare solo un assaggio di quel cadaverino, ma si lasciò trascinare dal gusto. La morbidezza dei residui di carne, grasso e cartilagini era irresistibile e gli ricordava i sapori di un tempo.
Mise in un piatto di plastica la parte più tenera contenuta nel piccolo cranio e con quella imboccò la mamma.
«Cervello?» chiese lei, riconoscendo il gusto e la morbidezza del cibo.
«Sì, testina d’agnello.»
«Ah!»
La mamma cominciò a ingoiare quella sostanza cremosa, che le si disfaceva in bocca, ma non manifestò piacere, con nessun segno visibile.
Alla fine del primo emicerebro cominciò a guardare con desiderio verso la cucina.
«Pentolino» implorò.
«Non dirmi che preferisci il semolino alla testina. Ho fatto tanto per trovarla!»
«È buono» fece lei.
Impossibile a credersi, la mamma era cambiata. Ora non amava più l’agnello, la sua carne preferita. Il semolino era anche meglio di qualunque leccornia. Forse ora mangiare animali le faceva senso. La mamma era diventata vegetariana.
Questa sarà l’ultima, si ripromise Seb, affrontando lo spolpamento della testina. Anche lui cominciava ad apprezzare più la pasta o alcune verdure che la carne. Sapeva però che difficilmente i suoi intestini, irrimediabilmente carnivori, avrebbero fatto a meno della lonza o del roastbeaf o dei fusi di pollo.
«Semolino!»
«Te lo faccio stasera il semolino.»
E ora c’era solo da aspettare. La pancia cominciò a muoversi e dovette correre in bagno. Forse non aveva ancora evacuato quella mattina, anche se gli pareva di sì.
Sono i primi sintomi d’intossicazione, pensò.
Invece tutto si risolse con una modesta cagatina.
Sì, però bisogna aspettare almeno due giorni, perché appaiano i sintomi, quelli più gravi. C’era solo da mettersi tranquillo e sperare che non succedesse niente di sgradevole. La carne non era avariata, sapeva un po’ di ferino, ecco tutto.
Doveva riposare, poi pensare a fare gli auguri agli amici del web, sul suo blog e su Facebook.

L’indomani bisognava accompagnare la Nora a fare le analisi e ovviamente era il primo giorno di blocco del traffico. Ci si poteva andare anche in metropolitana, ma c’era da camminare un po’ e per una persona che si è tolta il sangue e che ha di solito il capogiro la cosa non è proprio consigliabile. Seb pensò di fare tutto molto presto, così da essere già di ritorno e posteggiare poi l’auto prima delle dieci, ora in cui avrebbe avuto inizio il blocco.
Alle sette del mattino la mamma era sveglia e cercava la sua, di mamma.
«Dov’è mammina?»
«Quale mammina?»
«È uscita, per andare a insegnare?»
«Guarda che hai novantaquattro anni e cerchi ancora la mamma. Sei già tu una vecchietta.»
«Una vecchietta con la testa… che non capisce niente.»
La mamma ora ha descritto esattamente la situazione, una volta resasi conto della realtà.
«E io che pensavo che andasse ancora a insegnare…»
«Io invece devo uscire subito, perché devo accompagnare Nora, che deve fare analisi.»
«Non sta bene Nora?»
«Deve fare le analisi per le ossa, perché le devono iniziare una nuova cura per l’osteoporosi, ma hanno bisogno prima di conoscere la situazione.»
«Ah… copriti bene!»
«Certo che mi copro.»

Al mattino Seb prepara il cervello di vitello al forno. Per fortuna la mamma riesce a scioglierlo in bocca e mandarlo giù. Meno male che così un po’ di carne riesce a mangiarla, pensa il figlio.
È sera. Seb è appena rientrato dopo la sua quotidiana permanenza pomeridiana in via D. Ha ancora il cervello sullo stomaco e decide di fare un po’ di brodo. Ci sono diversi avanzi di pastina, che possono essere cucinati insieme, rispettando i tempi di cottura di ciascun tipo di pasta. Si butta in pentola prima quella che ha una cottura di undici minuti e un po’ più tardi quella che cuoce in sei minuti.
Una parte del brodo viene utilizzata invece per il semolino.
Nella sua minestra Seb mette qualche pezzo di panerone. Il formaggio senza sale fonde e assorbe il sale del brodo senza perdere però l’aroma particolare e quello strano gusto amarognolo che ne è la principale caratteristica.

Avvisi di sfratto. Così Seb chiama quei momenti di obnubilazione che lo hanno colpito, sin dall’inizio della sua patologia. Sfratto dal corpo, sfratto dalla vita. Succedeva dopo una discussione, anche piacevole, ma animata, con amici e colleghi. A un certo punto si era reso conto che quella sensazione di controllo diminuito o assente, di perdita di equilibrio, di controllo dei propri movimenti, di percezione delle distanze, erano legati a improvvisi aumenti della pressione sanguigna. Con l’assunzione di sostanze che tenevano l’ipertensione sotto controllo quegli episodi di smarrimento erano divenuti sempre più rari, fino a scomparire del tutto. Fu con terrore quindi che sperimentò il ritorno di quella sensazione di imminente esplosione del proprio cervello.
Era andato in biblioteca per restituire un libro di King e per prendere in prestito qualcos’altro, ma, come spesso gli succedeva, aveva perso tempo a chiacchierare e discutere, di letteratura e politica internazionale.

Eppure stava così bene quella mattina, aveva preso regolarmente le sue pastiglie. Si era messo per la prima volta la cintura nuova, scoprendo che era proprio della sua misura, anche se l’aveva scelta a caso, tra le tante cinghie nere che pendevano in negozio dal distributore. Aveva parlato, serenamente, aveva scelto i suoi libri sul computer. Poi si era soffermato a parlare con la sua amica grafica e c’era rimasto un po’ troppo, chiacchierando. Si era accaldato un po’ perché la discussione era interessante e aveva incominciato a sudare. Poi era incominciato l’incubo. Aveva interrotto la discussione. Anzi aveva prima guardato l’orario e, visto che erano già passate le 14 , aveva detto qualcosa come: «Beh, adesso devo andare.» Si era alzato, sentendosi non troppo saldo sulle gambe che parevano ammorbidite, ma aveva infilato il corridoio. Non vedeva l’ora di scendere le scale e di trovarsi nel lungo corridoio dell’Accademia, dove si scorgeva abbacinante la macchia chiara dell’uscita. Poi finalmente si trovò all’aria aperta. Fece pian piano tutto il lungo percorso fino al metrò e vide con piacere che il treno che stava per arrivare era proprio il suo. Purtroppo era pieno e dovette fare il viaggio in piedi, aggrappato a un palo. Non c’erano problemi, fino a che riusciva a stare immobile. Il senso di stordimento era fortissimo e provava quasi il desiderio di abbandonarsi e sdraiarsi per terra, ma non era possibile. Avrebbero bloccato il treno alla prima stazione e l’avrebbero portato in ospedale, mentre lui in fondo stava bene: non aveva dolori, ma solo il desiderio che tutto finisse, il più in fretta possibile.

Alla sera preparò il semolino per la mamma e mangiò l’insalata che aveva comprato, quella a foglia di quercia: una piantina piccola, che divise in due, una per quel giorno e un’altra per l’indomani. Si coricò presto per le sue abitudini e dormì profondamente: era stanchissimo.

Il giorno dopo capì di non aver ancora recuperato bene. Andò a prendere il pane, le uova e lo zucchero. Si sentiva a disagio e quasi barcollava.
Accese il televisore. Si parlava del nuovo delitto, la ragazza americana, Ashley. Fermato un senegalese, l’uomo che forse l’ha uccisa, ma non voleva ucciderla, però… Sullo schermo scorrono le immagini della donna, carina, non bellissima; un volto vissuto, precocemente segnato. Lei che sorride, inforca gli occhiali, s’infila le scarpe. Seb si ritrova a scrutarla avidamente e un po’ se ne vergogna. Ma lei è là, nelle immagini che scorrono in modo continuo, ossessivo. Lei che si mostra, lei che spara con una pistola, lei col suo cane, poi si vede solo il cane che nuota nell’acqua. Poi ancora lei in compagnia di un uomo dallo sguardo inquietante. Strano, ma non è lui l’assassino. Poi ancora lei ritorna, desiderabile, con le sue gambe nude, vittima designata. Seb pensa a Wedekind. È stata in giro per un’ora con il senegalese, appena conosciuto in discoteca, poi arrivano a casa e qui i due fanno sesso, consenziente. Poi succede qualcosa e qualcosa scatta. Ancora immagini nella testa di Seb. Questa volta si tratta di Cuore di tenebra di Conrad, immagini degli oscuri orrori dell’Africa nera. Non ci si può accostare all’orrore senza rimanerne contaminati o trasformarsi in vittime. Ancora immagini: gli enormi maschi neri del porno, che attraggono giovani e delicate biondine. Eppure lì sono così sereni e mansueti, hanno quasi paura a penetrare quelle minute creature con i loro smisurati arnesi. Forse nella realtà si sprigiona più violenza, si scatenano desideri incontrollabili, che non si possono più fermare. Ormai è troppo tardi, la donna non può più sottrarsi, se non con la morte.

Ogni tanto c’è qualcosa che appare, sul tuo corpo. Si sviluppa all’improvviso e non sai perché. La maggior parte delle volte è un guaio momentaneo, che si risolve entro pochi giorni, anche senza cure particolari. Non hai però nessuna garanzia che questo succeda. Devi solo sperare nella buona sorte.
La raschiatura che si era verificata sul labbro inferiore, a sinistra, si stava trasformando in qualcosa di duro, una specie di globettino biancastro. Non bruciava e non dava prurito, ma infastidiva comunque con la sua sola presenza. In questo si distingueva dall’herpes. Comunque, non sapendo bene cosa fosse, Seb vi applicò sopra la miracolosa crema antivirale che usava per l’herpes, quando si presentava. Cominciò a consultare il web per ricavare informazioni su ogni tipo di corpo che si sviluppasse senza preavviso. Poteva trattarsi di un mucocele, ma la cosa non era per niente chiara. Per fortuna non pareva trattarsi di una formazione cancerosa.
Quando al mattino, guardandosi allo specchio, gli parve d’intravedere un paio di brufoletti simili a quelli dell’herpes, tirò un sospiro di sollievo, che si trasformò in un sonoro accidenti, quando il labbro, a contatto con l’asciugamano, cominciò a sfaldarsi. La pelle si era staccata e ora la ferita faceva un po’ male. La asciugò e vi rimise sopra la crema. Speriamo che anche stavolta funzioni, pensò.

Nora doveva iniziare la sua nuova terapia. Si trattava di un farmaco da iniettare con una penna. L’ago ipodermico era minuscolo, ma lei non aveva mai fatto quel tipo di iniezioni e aveva una gran paura, anche perché avrebbe dovuto imparare a farsele da sola. Nel reparto di reumatologia le infermiere si erano rese disponibili per iniziare la terapia e insegnare le procedura, per far diventare autosufficiente la paziente. Lei però pensava continuamente alla sua terapia e stava male. Gli stava sul collo da una settimana, perché non voleva andare da sola presso il centro di terapia. Seb avrebbe dovuto arrivare in via D. verso le sette e mezza, per poter andare con Nora al centro in un orario compatibile con la cura.
La notte nessuno dei due dormì bene. Seb si svegliò alle cinque e mezza, poi rimase ancora un po’ a letto. Alle sei e mezza si alzò, si lavò la testa e si fece la barba, che era rimasta lunga per diversi giorni. Si vestì e uscì di casa. Una volta sulla strada, si mise a cercare l’auto. Non ricordava assolutamente dove l’avesse lasciata. Fece tutta la via Severoli, fin quasi ad arrivare in via Giò Ponti, ma la macchina non era lì. Alla fine ricordò che si trovava da tutt’altra parte e che perciò doveva tornare indietro. Una bella camminata con tutto quell’umido.
Il cielo era ora più chiaro, ma ancora non c’era traccia di sole. Stranamente trovò subito parcheggio in via D. Poi salì a casa e poco dopo ne ridiscese, con Nora: cinque minuti di strada a piedi, per raggiungere la stazione della metropolitana e nel sottosuolo un lungo e tortuoso percorso, con un cambio di linea, per arrivare in clinica.

La ragazza sollevò la maglietta e mise in mostra un bel pancino, fresco e piacevole da vedersi. Seb lo guardò con ammirazione e capì che la ragazza si era resa conto del gradimento. Chissà quanto avrebbe pagato Seb per avere accesso a quel pancino in circostanze più piacevoli (e senza testimoni). Certo non con Nora che guardava e che doveva imparare a farsi le punturine da sola. Ci sarebbe riuscita mai?
«Vede, si fa così» disse l’infermiera più esperta, mentre la ragazza faceva da cavia.
Però aveva proprio un bel pancino!
Erano simpatiche le ragazze di quel centro medico. Chissà perché non ho avuto il coraggio di studiare medicina!, si rammaricava Seb. Lavoro interessante e tante persone piacevoli, meno scortesi e fanatiche di quelle che spesso aveva dovuto incontrare per motivi di lavoro, nella sua vita.

«E com’è andata la e-a?»
«La stella?»
«Le e-la.»
«La tella?»
«Cos’hanno detto i commensali?»
«Quali commensali?»
«Tutti quelli che c’erano. Avete mangiato?»
Seb capì che la e-la era la cena.
«Ma se c’ero solo io.»
«E tu hai mangiato?»
«Sì: c’era un po’ di riso, una fettina piccola di maiale e un po’ di formaggio.»
«Ed era buono?»
«Sì, insomma…»
Il riso a dire il vero poteva essere migliore, ma Seb come cuoco cinese non era un gran che. Restava il fatto che la mamma continuava a immaginare pranzi e cene e gente. Vai a spiegarle che Nora mangiava per suo conto e che Rino rientrava alle cinque del mattino e si metteva a scaldare al fuoco uno dei piatti pronti che comprava al market o faceva grandi padellate di carne e cipolla, insalatone con le bietole rosse o qualche altro intruglio, e poi si coricava, con la tv accesa, che faceva compagnia.

Cielo biancogrigio spalmato al di là dei palazzi. Un’enorme indifferenziata pennellata di biacca. Forse pioveva.
Seb chiamò Nora dal bagno.
«Allora?» fece lei.
Lui guardò dalla finestra, attraverso la grata della zanzariera. Lo spazio cementato della ditta di materiali edili era bagnato. «Forse piove» disse. «Aspetta che guardo anche dall’altra finestra.»
Sul balcone, le ringhiere nere del terrazzino erano bagnate. Lì addirittura si poteva controllare l’intensità della pioggia guardando le gocce che s’infrangevano sulla ringhiera.
«Sì, sta piovendo» confermò.
«Allora mi tolgo le lenti» disse Nora. Seb sapeva che lei usava un tipo di lenti per guidare o uscire e un altro tipo per leggere.
«Saresti dovuta uscire sabato.»
«Sì, ma non ci ho pensato.»
Lei era abitudinaria e usciva sempre e soltanto di domenica, per esercitarsi nella guida.
«Vieni presto stasera.»
Niente da fare, ormai la mattina sarebbe trascorsa tra televisione, ad ascoltare i vari commenti sul festival di Sanremo, e gestione della vecchia mamma.
«Il latte…» diceva questa.
«Non lo bevi più il latte, ora ti darò questo.» Prese dal frigo una confezione di Nuvole. «Buono!» fece la mamma quando la vide.

Il dolorino alla gola continuava a farsi sentire. Seb sperava che il raffreddore scoppiasse e lo liberasse, sfogandosi, da quel fastidio. Avveniva quasi ogni anno. Il mal di gola significava che il virus era penetrato e si era stabilito nelle prime vie respiratorie. Quando la malattia iniziava il suo decorso, il dolore alla gola cessava, sostituito da qualche giorno di emissione di liquido dal naso. Quando il liquido incominciava a condensarsi, il raffreddore era in fase risolutiva. I fastidi scomparivano e finalmente si poteva tornare a una vita normale, senza fazzolettini di carta o carta igienica impropriamente usata per soffiarsi il naso. Questa volta invece era già da una settimana che il dolorino alla gola insisteva, ma di raffreddore nemmeno l’ombra.
Inoltre, passata la ciste, gli era spuntato uno di quegli ingrossamenti violacei che spesso si formano in bocca, un emangioma o qualcosa di simile. Solo che questo si era esteso anche sul labbro inferiore e si vedeva, se non teneva le labbra serrate. Forse era un vecchio tumoretto che resisteva da tempo all’interno e che ora improvvisamente si era allargato, forse per un qualche trauma.
La mamma emetteva il suo lamento periodico, come il verso di un uccello.
«Cosa c’è» diceva Web. Lei non rispondeva e proseguiva nel suo lamento.
«L’infermiera deve venire stamattina, devi avere un po’ di pazienza.»
La mamma doveva essere piena, tanto che un paio di giorni prima aveva espulso da sola un pallino minuscolo di cacca. Purtroppo l’infermiera arrivava in giorni precisi, e non quando ce n’era bisogno.
Seb si riguardò allo specchio: la macchia violecea era ben visibile, non si stava riassorbendo. Forse sarebbe durata per tutta la vita, per tutta quella fetta di vita che gli restava.
«Cosa c’è nel pentolino?»
«Ci devo cuocere la crema.»
«Ce la dividiamo?»
«Io raschio tutto quello che rimane nel pentolino.»
Preparò la crema, ma la fiamma era un po’ troppo alta e una parte dell’uovo si bruciò. Non rimase molto da raschiare. Era talmente buona che anche il pentolino aveva voluto la sua parte.
La mamma si fece imboccare.
Seb rimaneva col cucchiaino di plastica in mano fino a che la mamma non deglutiva la cucchiaiata di crema. Qualche volta il liquido scndeva dal cucchiaino, mentre si aspettava che lei finisse di leccarsi i baffi e aprisse di nuovo la bocca, in attesa di un’altra dose. Si formavano macchioline gialle sullo scottex che il figlio inseriva a protezione del bavaglione, che così rimaneva pulito.

«Pentolino… pentolino… é pronto il pentolino?»
«È pronto.»
«Anch’io sono pronta.»
La mamma ha fame. Ha saltato il pranzo, dopo che l’infermiera l’ha liberata.
«Appena si è raffreddato il semolino te lo do.»
Intanto Seb scalda la pasta rimasta.
Ha preparato gli spaghetti aglio olio e peperoncino con gli spaghettoni. Se li è mangiati a mezzogiorno (cioè alle 13 e 30), anche se sa che l’indomani Nora si lamenterà per l’odore.
«Perché cucini quelle schifezze? Lo sai che l’odore rimane giorni e giorni.»
Ha conservato in frigo quel po’ di spaghetti che è rimasto e li riscalda in padella. Mette in padella anche un po’ di bresaola, anche quella avanzata, ma ancora fresca. Versa pure un po’ di vino bianco. Gli spaghetti sono oleosi, ma ancora al dente. Il gusto è ottimo e l’aglio si è fuso molto bene con la pasta e l’olio. Insomma, che Nora strilli pure. Sono troppo buoni!

Poi la mamma ricominciò a straparlare.Il quadro era sempre lo stesso: beveva poca acqua, faceva poca pipì, i piedi si gonfiavano e gli occhi si arrossavano. Lanciava sguardi sopsettosi verso l’andito. Parlava, parlava.
Parlava di una brutta figura, di una banca, voleva alzarsi per andare in banca. Purtroppo però Seb non capiva quasi nulla di quello che diceva.
«È inutile che parli» diceva Seb, «cerca di articolare, non si capisce niente. Parli come Paperino.»
In effetti la mamma sembrava un po’ Paperino, perché si arrabbiava pure, quando non la si capiva. Un po’ anche piagnucolava.
«Perché non viene nessuno a liberarci?» E, subito dopo:
«Andiamo, andiamo.»
«Dove?»
«A casa.»
«Ma guarda che qui sei a casa.»
«No.»
«E dove siamo?»
«La strada…»
«Ti sembra una strada questa?»
«Ti ho visto che andavi di là.»
«Andavo in bagno, quello è il bagno.»
«Ah!»
«Perché non manda, il Papa, non manda un aereo.»
«Perché il Papa?»
«Perché… è un uomo santo… un aereo a liberarci.»
«E lo facciamo atterrare sul terrazzino?»
«Sììì!»
«Guarda che non siamo al Gran Sasso. Non può venire nessun aereo.»
Una prima notte la straparlata della mamma durò fino al mattino. Seb non riuscì a dormire… dormicchiò a intervalli, facendo strani sogni, che però non ricordava più. Si riaddormentò di mattina e si svegliò quasi alle tredici. Nel frattempo sapeva, per averlo appreso da un altro sogno, che la sua vita si svolgeva in Germania. Era stato per tanti anni a Berlino a lavorare e ora viveva in un’altra città tedesca. Ci mise un po’ di tempo per uscire da quella realtà alternativa e tornare alla sua realtà milanese. Alla sera la mamma ricominciò a ciacolare senza costrutto. Forse vedeva gente, così come la mattina sentiva una banda che non c’era. Riuscì a farle mangiare un po’ di certosa e una panna cotta. Il cicaleccio però continuò anche dopo cena.
Seb rimase attaccato al pc nel tentativo di sbloccare un pendrive che si era messo a fare le bizze. Anche i prodotti informatici impazzivano. Il pc mandava messaggi del tipo “USB Not Recognized ”
«È già la una, a quest’ora bisogna dormire.»
«Non ci riesco.»
«Ti faccio un po’ di camomilla?»
«Sì.»
«Ma poi la bevi?»
Insomma, Seb prepara la camomilla. La fa assaggiare alla mamma con il cucchiaino, ma è troppo calda.
«Aspettiamo» dice Seb. La camomilla sembra che sia stata fatta con acqua bollita all’inferno. Ci mette un sacco di tempo per trasformarsi in una bevanda che non ustioni il palato, ma alla fine la pazienza di Seb è premiata.

La mattina la mamma ricomincia a parlare. Parla di un bambino.
«Quale bambino?»
«Quello che c’era là» e indica il terrazzino
«E che faceva, volava?»
«Il bambino, come si chiama?»
«E lo chiedi a me? Io non lo vedo.»
«Là, là.»
«Lì fuori?»
«Sì!»
«Lì c’è il cielo: dovrebbe volare.»
«Come si chiama?»
«Un bambino che vola? Peter Pan.»
Più tardi parla di una barca.
«Quando finisce l’ospitalità?» chiede la mamma.
Si capisce che crede di essere su una barca. Dal letto vede il cielo e nella stanza ci sono mobili color legno, come quelli che si vedono nelle barche dei film. Certamente si tratta di una barca e lei è ospite, insieme a Seb.
«Non è una barca, è una casa» afferma Seb. «Tu vedi acqua?»
Difficile convincere la mamma, lei si sente ospite. Si ha un bel dire che è in casa sua, che nessuno la manderà mai via. Poi non è proprio sua, è la casa del figlio e della nuora.
«Quanto dura?»
«Fino a che siamo vivi.»
Lei rimane perplessa. Chissà quanto durerà quella situazione così provvisoria.
Invece a Seb la situazione sembra statica ed eterna. Tutto è fermo, come le farfalle di carta che forse vorrebbero volare, ma non possono, incollate come sono al muro celeste.
Anche Seb vorrebbe poter volare, ma non ci riesce, perché nessuno glielo ha insegnato. Tutti dicono che gli uomini non volano, un po’ come gli asini.

Finché un giorno qualcosa succede. Il coccige della mamma ha rotto la carne e ora cerca di uscire in libertà, come se volesse stare al fresco. Risultato: una bella piaga da decubito, venuta su da un giorno all’altro. L’infermiera consiglia di farla stare girata su un fianco, per non pesare su quel solito osso. Questo significa che la mamma ora deve mangiare con la testa storta, che deve abituarsi a una posizione innaturale e lei non ha più la forza e la volontà per comandare al suo corpo.

«Non ce la faccio» diceva Seb a Nora. «Lo capisci che mi trovo con una persona che collabora come un gatto di marmo? Io la sposto e lei ritorna come prima. Non riesco nemmeno a tenerla bene su un lato per cambiarle la medicazione, perché il peso del corpo la risospinge indietro, sulla schiena. Dovrei avere tre mani, una per tenerla girata e due per medicarla. Non ce la faccio da solo.»
«Ma come si fa, mica puoi assumere un’infermiera!»
«E invece è proprio quello che dovrei fare.»
«E con quali soldi?»
Sempre il solito problema dei soldi per Nora! Nora per cui i soldi non erano mai abbastanza, Nora che aveva paura di non avere i soldi per pagare le tasse o le bollette e che forse di notte sognava Equitalia.

Di conseguenza, Seb era sempre più stordito. La primavera gli faceva un brutto effetto. Andò a restituire il libro di Fante e si accorse di far fatica a camminare diritto. Era come se avesse bevuto mezzo litro di vino. Una volta salito lo scalone dell’istituto, cominciò a sudare e continuò così per una buona mezz’ora. Non poteva farci niente. Doveva solo aspettare che la scalmana passasse da sola e far finta di niente con gli altri. Andò in bagno, si sedette sulla tazza e cercò di asciugare il sudore con gli asciugamani di carta. Piano piano riprese il controllo del suo corpo.
«Sta succedendo qualcosa» disse a Nora quel giorno
«Che cosa?»
«Forse una rivoluzione delle sfere celesti.»
«Esagerato!»
«Lo so che tu capisci solo il discorso dei soldi, delle bollette, delle ricette del medico. Non pensi che forse siamo condizionati da una realtà più grande?»
«Non m’interessa, se è una realtà che non si vede.»
«Allora non te ne frega niente, se un asteroide precipita sulla Terra, o se il sole esplode, o se il clima impazzisce e ogni giorno inventa uragani o tempeste di ghiaccio.»
«No, perché sono cose impossibili.»
«Impossibili?» Seb pensava che tutto poteva diventare possibile, purché lo si credesse realizzabile. Certo alcuni fatti erano improbabili, ma non c’era nessuna garanzia che non avvenissero. Un bel giorno succede qualcosa d’imprevisto e pam, la vita finisce, cancellando ogni essere, giovane o vecchio, sano o malato.
«Non abbiamo garanzie» disse Seb, «non abbiamo garanzie.» Nora lo guardò perplessa: suo marito doveva essere diventato matto. Di sicuro quell’esperienza di vita con sua madre non gli stava facendo bene.

Quella sera doveva riprendere come al solito la macchina, per tornare a casa e far cenare la mamma. Non aveva voglia di fare un lungo giro e pensò di imboccare l’unica scorciatoia possibile. Uscì dal parcheggio, in cui stava parallelo al marciapiede. Si spostò, poi provò ad andare indietro, per imboccare la strada laterale, che si apriva qualche metro più giù nella sua via. Nel frattempo arrivarono altre automobili e passarono. Seb se ne stupì, perché di solito si fermavano, vedendo che c’era qualcuno che usciva dal parcheggio, ma quando continuò ad andare indietro sentì che qualcosa resisteva. Probabilmente era la macchina parcheggiata e forse ora lui l’aveva affiancata ed era arrivato a toccarla. Capì che aveva calcolato male le distanze ed era troppo vicino alle altre auto. Provò a staccarsi e a girare l’auto per imboccare la stradina, ma in quel modo rischiava di sbattere sulle macchine posteggiate sul lato opposto della carreggiata. Cercò di spostarsi e fare manovra, ma sentì che toccava di nuovo le macchine del lato sinistro, questa volta con la coda. Girò ancora il volante a destra e finalmente riuscì a muoversi. Non pensò nemmeno di andare a controllare se aveva fatto dei danni, Aveva solo voglia di correre via e sparire. Pensò che forse altre volte aveva sfiorato altri veicoli in parcheggio. Chissà se aveva raschiato qualche altra macchina?
Povero Seb, strisciatore seriale di auto indifese! Capiva solo che non stava bene, ma non sapeva a cosa addebitarlo. Forse era veramente colpa della primavera.

Per giunta, per rendere ancora più sereno l’ambiente, ripresero gli attentati dei fondamentalisti. Va bene che Milano non era Bruxelles, ma nemmeno in Italia la gente si sentiva sicura. La deriva di una parte delle comunità islamiche verso un estremismo ricco di valori arcaici, che il mondo avanzato aveva ormai messo all’angolo, faceva paura. Faceva ancor più paura quella sorta di visione profetica che da tempo qualcuno aveva insinuato nell’animo del mondo cristiano e occidentale: l’idea che questo medioevo islamico, irrazionale e violento, maschilista e guerriero, avrebbe preso un giorno inevitabilmente il potere, a causa di una più elevata natalità, nei confronti della nostra società troppo ancorata al mito del benessere per scommettere sul futuro. Gli europei s’interrogavano sulle prospettive di reazione. Cosa bisognava fare? Impedire l’accesso agli islamici, isolare e tenere sotto stretto controllo quelli già presenti nel territorio? Qualcuno sognava un impossibile sterminio: che so, metterli tutti in uno stadio e poi gettere il gas con gli aerei. Solo che gli islamici, nella stragrande maggioranza, sognavano di fare lo stesso con i cristiani e con tutti gli atei occidentali. Quasi tutti s’irrigidivano in difesa delle proprie posizioni. Guerra, guerra santa! Finalmente una bella guerra!

Esterno giorno.
Il povero Seb ha accompagnato Nora a comprare i nuovi auricolari per la tv. Quelli che lei utilizza, provvisti di regolatore di suono, non si trovano nei punti vendita vicini a casa. C’è da andare in uno store più distante, in macchina. Nemmeno lì però si trova quel tipo di auricolari. Sono stati travolti dalla mania di semplificazione in atto nel mondo dell’hardware. Via i regolatori: non servono, via le prese jack doppie per entrata e uscita, via la cassetta di lettura per i CD. Tra un po’ via anche l’Hard Disk, sostituito dal cloud. Forse però si trova qualcosa vicino a piazza Piemonte. Seb porta Nora fino in via Marghera, poi corre in macchina in via D., dove incomincia a fare la scansione delle bozze dell’ultimo articolo della consorte e, visto che c’è tempo, scarica anche un po’ d’immagini di belle ragazze… Quando Nora ritorna, le scansioni sono quasi terminate. Rimane qualche pagina per il pomeriggio. Nora ha acquistato delle nuove cuffie, con regolatore, non in piazza Piemonte, dove il negozio di accessori ha chiuso l’attività, ma presso il centro in cui aveva acquistato il televisore. Si dispera perché l’attacco è troppo grande per il televisore. A Seb basta un’occhiata per capire che il jack troppo grosso è in realtà un riduttore attaccato al jack originale e che basta staccarlo per ottenere un attacco perfetto per l’apparecchio.
Dopo aver risolto un po’ di problemi, torna a prendere la macchina: è già tardi. Arrivato in viale Legioni Romane cerca parcheggio, e lo trova distante, in via Severoli, vicino al tennis club. Chiude la macchina e si avvia verso casa. Arrivato al cancello, si accorge di non avere le chiavi. Cerca nelle tasche del giubbotto: niente, solo le chiavi della macchina e il mazzo di via D.. Tasche della giacca? Stesso risultato. Pantaloni? vuoto assoluto.
Torna verso la macchina e chiama Nora. Comincia a sudare.
«Non è che ho lasciato lì le chiavi?»
«No, qui le chiavi non si vedono.»
«Comunque adesso arrivo, perché non posso entrare in casa.»
Seb pensa di prendere il mazzo di chiavi di riserva, ma spera di trovare le sue chiavi abbandonate da qualche parte, in casa. Invece poi, miracolosamente, ha un’intuizione. Infila una mano in tasca, senza pensarci troppo ed ecco che le chiavi sono là, proprio dove dovevano essere.

Chiama velocemente Nora, col telefonino
«Le hai trovate?» chiede lei.
«Sì erano in un’altra tasca. Non pensavo che questo giubbotto avesse quattro tasche. Sto uscendo fuori di testa.»
Seb ha quasi coscienza dell’irrealtà del mondo. Cose, luci si muovono, appena avvertibili, come se non volessero farsi notare. Oggetti intravisti, in movimento rapidissimo. Presenze che forse non esistono neppure, nascoste nelle pieghe dimensionali o semplicemente evocate dal suo cervello, che iizia acostruire spazi alternativi, finzioni come quelle che continuano ad apparire stabilmente ai suoi occhi, quelle che ha appreso a riconoscere sin da quand’era bambino.
Seb porta giù un paio di sacchetti d’immondizia. Con la mano sinistra tiene il sacchetto in cui è stata infilata la busta gialla di carta del pane per Nora. Quando arriva in auto si rende conto di aver dimenticato su in casa la busta di plastica che serve per il market. Di tornare su non se ne parla nemmeno, pensa Seb. Si andrà al market senza busta. Devo pensare a troppe cose.
La società che gestisce l’assistenza agli anziani non si fa sentire. L’appunto lasciato per ben due volte alla centralinista non arriva mai alle coordinatrici. Si vede che hanno già tanto lavoro e non sono interessate a procurarsi nuovi clienti.
La mattina è stata dedicata alle pulizie. Seb riesce finalmente a cambiare il sacchetto dell’aspirapolvere. Quando stacca quello vecchio sente un forte odore di calzini sporchi. Dev’essere pieno di batteri, pensa.
Usare la scopa elettrica e poi il tubo aspirante è una fatica notevole. Seb si chiede come sia possibile che tante persone usino quello strumento pesante e scomodo. È quasi meglio spolverare a mano.
Alla fine è stanco morto. La sua testa è confusa ed è anche ora di pranzo.
Ci sono i broccoli da preparare, bisogna cucdinarli di corsa, perché stanno incominciando a ingiallire. Purtroppo la verdura è così: va cotta subito, non bisogna mai lasciarla in frigo, nemmeno per un giorno. I broccoletti verdi diventano presto gialli, troppo presto, prima che si faccia in tempo a cucinarli tutti.
Dopo mangiato corre al computer e solo dopo aver girato per un sacco di siti si rende conto di non aver preparato nulla per la mamma e vede che sono già le due e mezza.
L’aglio ha uno strano odore, come se avesse immagazzinato la puzza di legno nuovo dalla credenza
Non si trova il peperoncino e l’aglio forse sarebbe meglio buttarlo. Seb guarda da tutte le parti, ma sa per esperienza che le cose amano nascondersi.
Dopo vari tentativi, scopre che i flaconcini di peperoncino e curry sono andati a finire nello scatolone dei medicinali.
Non ce la faccio più, pensa Seb: ero un ragazzino fino a ieri e sono diventato vecchio di colpo. Non lo so: forse sono rimasto un ragazzino, uno che non ha ancora imparato ad amare e si masturba con le immagini che il web ha ereditato da Playboy, uno che si è fermato a metà strada, a vent’anni o giù di lì.
Tutti un tempo avevano qualche copia di Playboy e simili, ben nascosta in qualche cassetto. Allora si viveva in vere case, con tante stanze e tanti mobili. Ora si languisce in appartamentini di due stanze. I mobili non bastano; non si riesce a farci stare niente dentro, figurarsi le riviste. Anche questo, in fondo, è un bilocale, con una stanza grande e una piccola: è un miracolo che si riesca a sopravvivere in due. Perché non ho mai pensato ad arricchire? Si chiede Seb.

«Assaggiare…» dice la mamma. «Sì, te lo faccio assaggiare.»
Bisogna preparare le fettucce e poi scaldare il ragù, che è un ragù pronto di nana.
L’assaggio va bene, la mamma gradisce, ma poi è Seb a dover usare il ragù per condire la pasta.
Il ragù, pensa Seb, non ha molto sapore. C’è un vago sentore d’anatra, ma poi il tutto risulta abbastanza insipido. Il vino poi, perché mai Seb si è messo in testa di non essere più astemio? Può forse il matto diventare savio, l’eccentrico diventare conformista, il vegano trsformarsi in carnivoro, l’astemio diventare bevitore? Ci sarà un motivo per cui si è diventati astemi, matti, vegani o eccentrici. Probabilmente si viveva bene in quel modo, rispettando le proprie inclinazioni e la propria natura. Perché cambiare? Ora forse Seb beve perché si sa che con certi piatti è previsto che si beva del vino. Ma non è forse questa una forma di banale conformismo? E poi, se non si è adatti al vino, si provano varie sensazioni sgradevoli: nausea, indolenzimenti intestinali, riflussi gastroesofagei, stimoli defecatori, disagio improvviso e imprevedibile. Non bevo più, pensa Seb. Avrebbe fatto meglio a non bere nemmeno quel mezzo bicchiere di gutturnio che ha mandato giù con le fettucce. Sì, d’accordo: è frizzante e piacevole, ma se a lui non fa bene, forse è meglio farne a meno.

«Ahiahiahi… uhi… ahiahi.»
«Cosa ti fa male?»
«La amba.»
«La gamba? Vediamo.»
«Tira…»
Seb tira giù le gambe, per quel tanto che si riesce a smuoverle. La sinistra però sembra incastrata. Cerca di scostarla dalla destra ma sembra che le due gambe siano appiccicate. È come se l’alluce si fosse incollato all’altra gamba. Quando cerca di staccarlo, si accorge che l’unghia, cioè quella specie di piccolo guscio di tartaruga che ha preso il posto dell’unghia, si è staccata. Solo allora vede il sangue. Non è molto, ma comunque sufficiente per macchiare il lenzuolo. Insomma, anziché disinfettare la ferita al coggige, stavolta bisogna disinfettare e avvolgere di garza e cerotti questa povera malridotta estremità. Dopo la disinfezione la mamma si calma un po’. Evidentemente il dolore proveniva dall’unghia.
«Se non mi dici che cos’hai, se dici gamba al posto di piede, io come faccio a medicarti?»

«Cos’hai?»
«Ahiahiahi.»
«Cosa ti fa male?»
«Non lo so.»
«Ahiahiahi.»
«Cosa c’è?»
«Voglio andare via.»
«E dove vuoi andare.»
«Voglio andare a casa.»
«E questa non è una casa?»
«A casa mia.»
«E chi ci sta con te a casa tua?»
«Ahiahiahi.»
«Che succede?»
«Mamma!»
«Quale mamma?»
Far capire a una vegliarda che non può più avere una mamma è difficile. La mamma è una realtà che rimane fissata nella nostra mente, per sempre. Che succederà nel cervello di quelli che una mamma non l’hanno mai conosciuta?
«Lo sai quanti anni hai?»
«No.»

La mamma ogni tanto si sveglia e continua il suo ahiahi.
«Perché ti lamenti?»
«Ah!»
C’è un sole brillante, fuori. Nel cielo azzurro un’unica nuvola che sembra uno sbuffo di cotone.
Sulla destra brilla un tetto di lamiera.
Seb guarda sui muri della sua stanza e scopre i punti quasi invisibili delle tarme. Si appoggiano sul muro e rimangono lì. Bisogna salire su una sedia per arrivare fin dove sono acquattate e schiacciarle con un pezzo di carta, una busta o qualcosa di simile. Non rimangono segni sul muro, a parte qualche minuscolo puntolino. Le tarme abbandonano così la loro vita effimera, ma forse hanno già depositato le uova da qualche parte. Forse fanno così con noi anche le creature superiori, se esistono. Ci uccidono e cercano di eliminarci per sempre, ma noi proseguiamo il nostro percorso di sopravvivenza. Anche la mamma forse è una vecchia tarma, che non può più deporre uova, per cui la vita comincia a disinteressarsene. Sei vecchia: hai esaurito il tuo compito; lascia spazio agli altri, a quelli che devono ancora vivere, accoppiarsi, fare figli!
Un’ora dopo il cielo offre un altro spettacolo: al posto dell’unica nuvola a fiocco si stende da sinistra a destra uno stretto tappeto bianco e, miracolo, al centro del tappeto c’è un grosso bruco bianco, perpendicolare. Perché non ho la macchina fotografica? si chiede Seb. Un’immagine come quella è incredibile, surreale come quelle di Magritte. Peccato non poterla registrare!

«Oggi ho fatto gli gnocchi.» La mamma non capisce. Seb deve urlarle “gnocchii” nelle orecchie. Allora finalmente lei ripete la parola “gnocchi”. Ma non sembra entusiasta.
Messa la pentola con l’acqua a bollire sull’unico fornello; bisogna preparare il sugo in padella, solo che sarà da scaldare dopo la bollitura dell’acqua. Lo zucchero aggiunto non è molto, ma dovrebbe bastare. Invece il risultato non è eccezionale. Il sugo è ancora abbastanza acido. Ormai i prodotti sono tutti acidi, anche la marmellata con cui Seb conclude il suo pasto. La vita si è inacidita; si vede che sta per guastarsi, per finire.

«Cos’è quello?»
«Non vedo niente.»
«Quello.»
«Lì c’è un’antenna, dietro c’è il cielo, le nuvole.»
C’è soprattutto il vento in questo aprile autunnale. Folate di vento si arrampicano fino ai tetti, spazzano la fuliggine dalle case. Il tendone della casa vicina garrisce come un gonfalone. Le raffiche diventano sempre più violente. Quanto potranno reggere le nostre case? si chiede Seb; quanto resisteranno a questa furia?
«Tu sei Seb, vero?»
«Sì, e chi dovrei essere» ride il figlio.
«La testa calva» dice la mamma.
Sono diventato irriconoscibile, pensa Seb.
«Quando i capelli se ne vanno, la testa rimane calva.»
«Tira» implora la mamma. Seb capisce che deve spostarla. Deve prenderla di peso e spostarla, altrimenti lei continuerà col suo ahia, ahia. Apre la coperta, infila le mani sotto il lenzuolo e la afferra. Riesce a spostarla. Anziché a destra adesso la madre pencola verso sinistra, si calma, ma poi il suo lamento riprende.
Ormai i dolori sono frequenti. «Le scarpe…»
«Non le hai le scarpe.»
«Tira… tira…»
Bisogna cercare di muoverle le gambe.
«Massaggia… basta, basta.»
Evidentemente il massaggio a quel po’ di tendini e ossa rimasti non allevia la sofferenza.
«Vieni» dice la mamma, «non te ne andare.»
«Devo rimanere così?» dice Seb.
Lei lo guarda poi fa: «I capelli sono quasi bianchi.»
«Beh, ancora ce ne vuole» dice Seb. «Meglio bianco che calvo.» La calvizie però galoppa e ormai lo spazio in mezzo alla testa è come un’ampia radura. Ancora vi rimangono piantati dei fili bianchicci e sottili, troppo deboli per resistere qualche altro anno. Seb li osserva con attenzione e li tratta con cura, come se dipendesse da lui la loro conservazione.

«Odore… odore.»
«È il forno. Ho abbrustolito il pane. Era duro.»
«abbrustolito… abbrustolito… abbrustolito… abbrustolito.»
«Beh, la finisci di dire abbrustolito?»
«Abbrustolito… odore. Apri la finestra.»
«No, non l’apro la finestra. Entrano le zanzare.»
«Zanzare… le zanzare… Meglio le zanzare…»
«Sì, ma poi io non dormo con le zanzare. Dai, metto l’aria condizionata.»
«Apri… apri… abbrustolito… abbrustolito… abbrustolito…»
«Un po’ di pazienza. Non ce n’è di odore.»
A Seb la mamma sembra diventata autistica. Chissà cosa sta succedendo nel suo cervello!
L’odore non va via, sembra essersi spalmato sui muri della stanza, per Seb è un buon odore di pane abbrustolito. Non c’è nulla di più buono di un po’ di pane rimesso in forno fino a diventare dorato, anche se qualche volta un po’ si bruciacchia.

La situazione sembra aggravarsi. La mamma per lo più dorme e anche quando non dorme è assente. Il dolore la domina e le fa perdere l’appetito. Dolori alle gambe e forse quella strana ferita che le è spuntata sull’osso sacro. Ormai c’è un grosso buco, che probabilmente non si riempirà più. Non è più ricoperta da pelle, nè da carne, come potrebbe ricostituirsi un tessuto? Bisognerà continuare per il resto della vita a curare la piaga, mettendoci sopra la garza medicata e sopra una seconda garza, tenuta insieme da un bel cerottone. Un nuovo lavoraccio, da fare tutti i giorni, evitando che il buco-ferita s’infetti. Chissà se prova dolore, si chiede Seb.

Oggi l’operatrice della pulizia personale non si vede. Seb aspetta fino alle tredici e trenta, poi si prepara da mangiare. Alle quindici si corica. Alle quindici e trenta, quando è a letto, sente una scampanellata. Si riveste in gran fretta e va a vedere alla porta. Dallo spioncino s’intravede una donna vestita di chiaro che va via. Che sia l’OSS? L’operatrice arriva invece l’indomani, dopo l’infermiera. Riesce a fare ben poco, perché la paziente è quasi addormentata. Si riesce a farle bere un po’d’acqua e a farle ingoiare un po’ di crema.. La mamma precipita spesso nel sonno e rimane con la crema in bocca, senza ingoiarla.
«È ora di mangiare, non di dormire» le dice Seb, ma lei non sente e continua a vagare nell’abisso dei sogni. È una fortuna che i suoi spazi di coscienza si stiano riducendo, per una sorta di pietà della natura.
Naturalmente non è possibile lasciare che una vita si spenga così, senza far niente. L’infermiera alla fine decide di chiamare il 118 e di far ricoverare la mamma.
«Vuole chiamare lei?» chiede la signora,
«No, chiami lei, preferisco.»
Seb ha sempre avuto una specie di odio totale nei confronti del telefono. Si trova a disagio nel parlare con una persona che non vede. Un tempo non era così. Poi, ad un tratto è iniziato il rifiuto di quel mezzo tecnologico. Era stato costretto a usarlo, spesso, in ufficio; ma in quel caso si sentiva come protetto dalla sua funzione. Era come se dicesse all’interlocutore: «Guarda, non sono io che ti voglio chiamare, ma è mio compito farlo. Sono obbligato; non posso farne a meno.»
L’infermiera chiamò, espose la situazione, precisò i parametri. Certo lei era molto più preparata di Seb, che non avrebbe saputo cosa rispondere.
Vennero due ragazzi. Fecero un controllo sommario delle condizioni della vecchietta e la caricarono senza fatica sulla barella da trasporto: pesava quanto uno straccetto di lana. Lui seguì i barellieri, che gli consentirono di salire sull’ambulanza. La mamma era più sveglia, al pronto soccorso. Lui rispose a una serie di domande, poi la mamma fu fatta entrare nei locali in cui avvenivano le visite. C’erano tante persone che attendevano in una piccola sala le decisioni dei medici. L’atmosfera però non era cupa. La speranza sembrava prevalere sul dolore, sulla disperazione. Tutti speravano che la visita o il ricovero si risolvessero in un beneficio per l’ammalato, tutti pensavano che ogni male sarebbe stato curato, ogni dolore cancellato.
Non dovette attendere molto, perché la mamma era considerata un caso grave, da codice rosso. Finalmente gli dissero che poteva entrare nella stanzetta a fianco e vedere la paziente, che sarebbe stata trasportata subito dopo in corsia.
Non era il caso di lasciarsi prendere dallo sconforto. Le cose andavano come dovevano andare. Cosa sarebbe successo poi? Esami, tentativi di cura. La mamma si sarebbe ripresa?

Tornato a casa, Seb si buttò sul letto. Nora non aveva nemmeno richiesto che lui tornasse subito a dormire a casa. L’avrebbe fatto dopo il primo giorno
Lui si sentiva incredibilmente libero. Provava vergogna per quella sensazione, un piacere colpevole, che proveniva dal distacco, dall’allontanamento di un’esperienza angosciante, dalla momentanea liberazione da un compito di cui forse solo ora percepiva la gravosità.
La notte dormì profondamente, senza sogni. Si svegliò presto mentre il sole incominciava a sorgere, sconfiggendo le ombre. Doveva scaldare l’acqua per il suo tè.
Quello che riuscì a preparare gli parve il tè più buono della sua vita. Un tè alla vaniglia squisitamente aromatico, dolce, con la fetta di limone che garantiva la presenza della giusta nota di agro. Il pane abbrustolito col miele millefiori biologico appena aperto era una delizia. Appariva tutto così perfetto e aveva un sapore diverso, mai sperimentato: il sapore della libertà.
Però rimaneva l’obbligo di tornare in ospedale, per parlare col medico che aveva in cura la mamma.

Arrivato in ospedale, vide un’infermiera giovane, col camice azzurro
Dove sta la signora P?
Stanza uno.
La mamma era irriconoscibile. Le braccia gonfie, tumefatte per i tentativi d’inserimento di cannule di flebo, con le loro valvole a farfalla. Pelle arrossata o violacea. La testa abbassata fin quasi sotto il cuscino. Non reagiva. Gli occhi semichiusi, con un barlume, appena un barlume, di sguardo.

Andò in cerca del medico per il colloquio. In fondo era venuto per quello!

Più avanti incontrò l’infermiera dalla faccia lunga, che Seb ricordava dall’altro ricovero; ma forse era la caposala, non una semplice infermiera.

Chi segue la signora P?
La dottoressa G., stanza 13.Arrivò alla stanza 13, ma era chiusa.
Arrivarono altre persone.
C’è gente dentro?
Non so, Diede un’occhiata attraverso la vetrata. Sì, mi pare di sì.

Lei va dopo la signora disse una tizia in camice bianco, che si affacciò alla porta.
Quando la signora uscì dal colloquio, lui si riavvicinò, ma la dottoressa lo prevenne
Venga
Lui entrò.
Ha ricominciato a mangiare, disse la dottoressa. Se continua così a fine settimana la dimettiamo. Come si fa per l’ambulanza, se la dimettono sabato? pensò Seb.
Ah, meno male, disse
Ci risentiamo a metà settimana, mercoledì.

Seb tornò verso
Ah, meno male. Stavo proprio dicendo Non arriverà qualcuno?
Nella stanza c’era solo un vecchia, che mangiava a letto, assistita da una donna meno anziana, forse la figlia. Sul tavolone steso sotto la finestra un’altra persona, dai capelli corti e di aspetto più maschile che femminile. Doveva essere una donna, però, se stava in quella stanza.

Quello l’ha mangiato.
Era rimasta un po’ di brodaglia nella tazza
Non l’ho voluta forzare
Che cos’è?
Crema di riso con omogeneizzato di pollo, un po’ d’olio e di grana.
Buono, diceva la mamma.
Con me si è rifiutata di mangiare l’omogeneizzato nel semolino, pensò Seb.
Quest’altro invece è… gli venne da dire paté, invece era… non ricordava la parola. Ne davano sempre una tazza in ospedale, e lei ne mangiava sempre solo un pochino. Non le piaceva molto; ma come si chiamava? Avrebbe cercato gli ingredienti su google, per trovare la parola. C’erano latte, patate. Purè: ecco come si chiamava.
Le dia anche quello e indicò la tazzina di plastica del budino di cioccolato, Chissà che la tiri un po’ su.
Tirarla su, ma per quale fine? Per allungare di qualche centimetro una linea che ormai aveva deciso di interrompersi?

Si mise a imboccare la mamma, ma lei non apriva bene la bocca. Prendeva un po’ di pastone giallo e cominciava a ruminare. Faceva finta. Aprì un po’ di più gli occhi e forse si rese conto che non era più l’infermiera ma Seb a darle da mangiare. Aprì sempre meno la bocca,
Non ne vuoi più?
Lei accennava di no.
Allora lui aprì la tazzina di budino marrone. C’era dentro il latte, secondo l’etichetta.
Lei assaggiò, ne prese un poco, ma con scarsa convinzione. Forse non le piaceva, oppure si era riempita di crema di riso.
Dai cerca di mangiare!
Sorrise agli altri commensali che avevano già finito di mangiare e che ora assistevano alla scena.
Adesso vado a mangiare anch’io
Accarezzò la testa della mamma e uscì dallo stanzone.

Ora aveva smesso di sudare. Stava sempre meglio quando si doveva allontanare da un ospedale.
Fuori c’era un po’ di sole, ma anche tanti nuvoloni bianchi e grigiastri. Il vento era meno fresco. Era pomeriggio ormai.

All’uscita le solite persone che elemosinavano per l’ambulanza. Altre persone che uscivano dopo la visita ai parenti. Pareva che procedessero in ordine sparso, ma dovevano far parte dello stesso gruppo. A destra un venditore ambulante forse del bangladesh parlava a voce alta al telefono cellulare con tanto di auricolari. Parlava parlava, in maniera concitata, ma chissà cosa diceva.
Capito tutto, vero? Disse un signore magro e bassottino ridacchiando. Seb superò in fretta il gruppo, che camminava lentamente.

Trovò parcheggio nell’altra strada, dopo l’isolato della casa per i ricchi. Raccolse le cose che doveva riportare nell’appartamentino. Pensò di non mettersi il giubbino, ma la prima sventata fredda gli fece cambiare idea. Chiuse la macchina e s’infilò prima la giacca, poi la sovraccopertura. Breve era la strada, tra il sole e il vento. La bandierina del ristorante garriva. Arrivò a casa e depose la busta con le cose che aveva portato, poi si guardò attorno, nella penombra.
Fu allora che il cuore cominciò a sbatacchiare.

Quando si svegliò, una grande luce bianca lo fissava.
Hai visto? Gli disse, ho fatto finire tutto. E pensare che avevo inventato tutto per te
Cosa?, disse Seb
Non hai capito? Io sono Dio.
Seb rimase perplesso Pensavo proprio che non esistessi, disse
E invece era il mondo a non esistere, tutto era una parte del mio pensiero
In principio era il logos, fece Seb, e il logos era vicino a Dio e il logos era Dio
Ora finalmente cominciava a comprendere
Più o meno così, disse la luce, ma le sue parole non avevano suono.
E la mamma, ora che ne sarà di lei, domanda Seb.
Lo sai benissimo che non è mai esistita, dice la luce.
E io cosa sono, chiese Seb, ma già conosceva la risposta.
Sono una parte di me, un granello di sabbia del mio pensierochissà perché non faccio altro che pensare chissà perché immagino tante cose, mondi, esseri, altri pensieri. Mi rispecchio in me stesso e non mi riconosco, perché muto continuamente, come muta il pensiero.
Se avessi un corpo, mi verrebbe il mal di testa a pensarci, disse Seb
Non farmi ridere, disse la luce, che poi provoco una tempesta cosmica.
E io cosa devo fare? Chiese Seb.
Assolutamente nulla, disse la luce, e nemmeno io. È venuto il momento di riposarmi. Ora immagino che sia il settimo giorno. Finiamola qui.
Ma forse era solo un sogno. Forse si sarebbe nuovamente svegliato in Germania, nell’altra sua vita.

Non sarebbe finita così, invece. Sarebbe stato troppo semplice.
Forse Dio ci aveva ripensato. Per questo Seb si risvegliò nella sua casa, nel suo letto.
La mamma fu riportata a casa con un’ambulanza.
Seb non sapeva se essere rincuorato o terrorizzato da quello che si prospettava, dal dover accudire una persona che ormai non era più che una piccola luce in un’eternità oscura. Una minuscola fiaccola, un getto di vita che non riusciva a spegnersi, ma che si piegava al vento, un piccolo fiore avvizzito che rimaneva attaccato allo stelo.
Eccola lì. Ancora su quel letto troppo grande per lei. Perché l’avevano rimandata a casa? Forse perché temevano che morisse in ospedale?
È al lumicino, aveva detto la dottoressa.

Si torna a casa, mamma!
Lei capiva, ancora, ma sembrava rassegnata a tutto, a qualsiasi cosa. Il mondo ormai avrebbe potuto fare a meno di lei, e lei lo sapeva. Le piaceva tornare a casa, in quella casa che non era la sua, ma che era pur sempre una casa.
Ormai quindi era tornata e Seb sentiva qualcosa di aspro in gola, qualcosa che restava fermo lì e non riusciva a espettorare: un groppo, un rospo, una rauca occlusione.
Che strano essere quasi morti, essere al lumicino.
Non mangiava quasi. La piaga di decubito era sempre più aperta, un buco da cui la vita sembrava volesse fuggire, la bocca spalancata della morte.
Che strano essere consapevoli, conoscere la morte! Che crudeltà perciò far nascere un bambino, creare un altro condannato a morte!
Seb pensava agli anni in cui credeva fermamente di essere immortale. Qualcosa sarebbe successo, durante gli anni che gli restavano da vivere, qualcosa che avrebbe cambiato il mondo, l’umanità. La scienza avrebbe reso l’uomo immortale. Le cellule avrebbero ricominciato a rigenerarsi, oppure la memoria, la memoria di ogni singolo uomo sarebbe stata salvata su un dispositivo. La coscienza sarebbe passata da un corpo a un altro, da un dispositivo a un altro, in eterno. A meno che… L’incubo sarebbe stato quello del black-out, di un crollo totale di energia, che avrebbe spento tutte le luci, reso inoperosi i circuiti, cancellato le coscienze.

L’assistente aveva nuovamente disinfettato la ferita e cambiato la medicazione. Ed era andata via.
Se succede qualcosa, chiami subito il 118, disse.
Seb aveva provato a darle da mangiare, ma lei non mandava giù quasi nulla, nemmeno il suo amato semolino aveva più un effetto miracoloso.
Pensò di darle un po’ di latte, qualcosa di sostanzioso che lei potesse ingoiare con facilità.
Cercò di aiutarla a far scendere il latte in gola, ma lei non faceva nulla per aiutarlo. Poi d’improvviso tutto sembrò fermarsi.
La mamma non deglutiva. Nessun rumore.
Seb vide solo che gli occhi le si spalancavano
Poi un lungo respiro
Gli occhi diventavano sempre più grandi.
Un altro respiro e di nuovo il silenzio.
Gli occhi guardavano Seb. Pareva che dall’altra parte si aprissero smisurate distese. Era come affacciarsi su un incubo senza tempo.
Ancora un respiro, poi il nulla.
Seb pensava che il latte avesse ostruito la trachea e che per questo la mamma avesse smesso di respirare. Provò a scuoterla, a darle qualche colpetto sulle spalle.
Niente.
La guardò nuovamente. Glio occhi erano sbarrati, come se guardassero un panorama incredibile. La cosa più strana però era la bocca, increspata e bloccata in un sogghigno, in quello che sembrava un demoniaco sorriso.
Si allontanò, incapace di riflettere.
Eppure doveva fare qualcosa.
Chiamò Nora col telefonino.Le raccontò tutto.
Chiama il 118, chiama subito! gridò Nora dall’altra casa.
Lui chiuse la comunicazione e chiamò il numero dell’emergenza. Cercò di spiegare cos’era successo.
Da quanto tempo non respira? gli chiesero.
Da quanto? Non lo so! Una decina di minuti.
Mandiamo subito qualcuno.

Aprì la porta e prese un bicchiere.
Qualche goccia di lexotan, solo qualcuna.
Quando arrivarono gli operatori, Seb cominciava a rendersi conto della situazione ed era sempre più agitato. Il suo cuore batteva velocissimo, nonostante la mezza pastiglia di betabloccante presa al mattino e le gocce di sedativo.
Mi sa che dovranno rianimare anche me, pensava.
Si distese sul letto a guardare il soffitto che sembrava una nuvola bianca, mentre la macchina dei rianimatori consigliava gli operatori sulle azioni da compiere.
Pareva un film di fantascienza, con i robot parlanti e gli abitatori delle stazioni spaziali.
Vuole che tentiamo di rianimarla? Sa, con l’operazione che dobbiamo fare potrebbe rompersi una costola!
Fate, fate! Disse Seb.
Il cuore non si calmava. Forse stava per morire anche lui.
La macchina dava gli ordini, gli operatori eseguivano.
Star wars, Spaceballs. Seb era spettatore di una storia più volte immaginata. Sembrava un sogno. Chissà se il lexotan avrebbe fatto effetto!
Ora la caricheremo in ambulanza, gli dissero.
Lei deve scendere a piedi.
Certo, l’ascensore era troppo piccolo.
Scesero tutti giù. In giardino. Era una giornata bellissima, con un po’ di vento e tanto sole.
Posso venire?
No, non possiamo portarla in ambulanza. Dissero qualcosa sulle macchine. Non si poteva andare con una persona in rianimazione.
Partirono. Lui aveva fatto la sua parte ed era ancora in piedi, anche se il cuore non la smetteva di correre.
Telefonò di nuovo a Nora. La stanno portando in ospedale. Io non so se ce la faccio a guidare. Invece, quando Nora arrivò, lui era un po’ più tranquillo e riuscì anche a mettersi alla guida.
Il mondo andava avanti. La strada scorreva serena. Si sentiva una strana pace.
Svoltare al semaforo, verso l’ospedale. Poche auto in circolazione.
Stasera dormi a casa, disse Nora.

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