Le terme

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Le Terme

Introduzione

Sono il narratore onnisciente, figura difficilmente giustificabile nella narrazione contemporanea e che, quindi, deve motivare la propria presenza, anche se di lui, vi giuro, non sentirete più parlare. Lo faccio perché sono una persona reale e mi dispiacerebbe che nell’apparente follia onirica che a volte pervade queste pagine anche la mia concretezza finisse col disperdersi, dissolvendosi nel fumo di una conoscenza globale tanto indefinita e indefinibile, in quanto propria di un livello oltreumano di esistenza.
Dirò quindi che io fui amico fraterno di quello strano ma umanissimo personaggio che conobbi sotto il nome di Adrián Szabo, appellativo che oggi pare uscito da un film in bianco e nero degli anni Quaranta, ma che all’epoca in cui si svolge questa storia, gli anni Trenta del Novecento, non doveva suonare poi tanto bizzarro. L’Ungheria non era allora un Paese noto per le sue pornostar o per le orchestrine rom. Gli ungheresi erano ancora visti come discendenti di un grande impero e come probabili dominatori nelle terre dell’Est in cui vivevano forti minoranze magiare. Miklós Horthy de Nagybánya era uno stimato statista, in linea con le politiche revisioniste che stavano avanzando in Germania e Italia. Un eroe dal nome magiaro era in quel periodo perfettamente adeguato ai tempi.
Ho avuto il privilegio di ascoltare dalla voce del mio amico il racconto delle sue strane esperienze, in un periodo della sua vita in cui la ricerca e l’avventura erano i suoi interessi fondamentali. Per questo mi assumo ora il compito di narrare cose che nessun altro conosce bene quanto me e che rimarrebbero nascoste per sempre e con me si perderebbero, se non mi accingessi a esporle, sforzandomi di rimanere fedele il più possibile ai fatti e alle idee che mi sono state rivelate per quel sublime privilegio che è rappresentato dall’amicizia.
Ormai quasi tutti i personaggi di questa bizzarra vicenda hanno superato il tempo loro concesso dalla storia e sarebbe inutile pertanto cercarli, per avere una loro versione, nei punti in cui il racconto di Szabo potrebbe parere troppo fantastico e improbabile ai lettori. Dovrò quindi limitarmi a proporre gli avvenimenti e i loro possibili antecedenti nella forma in cui Adrián li ha esposti. Naturalmente, dove mancava qualche passaggio o dettaglio, ho dovuto necessariamente supplire con l’intuizione o con la fantasia. Il mio proposito quindi di annullarmi, evitando il più possibile gli interventi extradiegetici, rischia di trasformarsi in una petizione di principio, smentita nelle sue reali manifestazioni.
D’altra parte, in tanti vorremmo evitare di essere trascinati dai marosi della vita, conservando la nostra distanza dal mondo e dai suoi rivolgimenti. Ma poi finiamo tutti coinvolti nei giochi della sorte e nelle manovre dei ricchi e dei potenti, senza via di scampo.

I

La facciata era decisamente liberty, ma con un tocco di maestosità imperiale degno di una città che era stata tra le più rappresentative di un impero ormai svanito in un inquietante e già lontano ricordo. Le Terme non avevano risentito delle distruzioni belliche, verificatesi lontano da quel territorio, e rappresentavano il presente e il futuro economico di un centro una volta ricco, che cercava di rinascere come polo industriale.
Adrián entrò nel portale principale, scandito da lesene tripartite e sormontato da teste di leone aggettanti, e si trovò immediatamente in un’aula spaziosa, terminante con ampie vetrate che lasciavano intravedere altri profondi spazi e corridoi. Le pareti erano ricoperte quasi dappertutto da una specie di lacca translucida e dovunque apparivano fioriere in ferro battuto, dalle forme strane e forse simboliche, rappresentanti uomini e animali stilizzati e distorti come se fossero stati sottoposti a qualche bizzarro tipo di mutazione.
Dopo essersi addentrato in quella sorta di universo fantastico, si trovò improvvisamente davanti a un bancone di accoglienza. Una ragazza dall’aspetto gradevole e dal fare efficiente si procurò di fornirgli un depliant e di comunicargli le informazioni essenziali per capire l’organizzazione dello stabilimento termale.
«Lei è la prima volta che viene» fece la ragazza; ma era una constatazione, più che una domanda.
«Sì, è vero, ma molti miei amici vengono spesso qui alle Terme.»
«E si sono trovati bene?»
«Certo, mi pare.» Adriàn cercò di richiamare alla mente le persone che conosceva e che gli avevano detto di frequentare quel complesso termale. Ricordava vagamente qualche loro stranezza comportamentale, dopo la loro esperienza del percorso curativo; ma certo nessuno aveva mai espresso un’opinione negativa.
La ragazza sorrise, sicura. «Nessuno si è mai lamentato» disse.
Controllò il passaporto e la prenotazione, poi aprì un enorme registro e invitò il cliente a firmare. «Può visitare la sua suite» disse «poi potrà vedere il giardino e i padiglioni, l’auditorium, la biblioteca. Ma al di là del parco c’è anche la parte antica delle Terme, quella che confina con la città vecchia.»
Cercava di rendersi gradevole, perché il cliente aveva un aspetto interessante, anche se il suo sguardo sembrava rivolto a immagini lontane.

Il complesso si articolava, oltre che in una congerie di servizi terapeutici tradizionali e in aree dedicate al fitness, in una serie di grandi vasche, ognuna delle quali produceva effetti specifici. Il trattamento, nell’insieme, mirava a una rigenerazione totale dell’uomo, ma era particolarmente impegnativo, dal punto di vista fisico come da quello psicologico, così da consigliare alla maggior parte dei clienti la frequentazione delle sole vasche iniziali. Solo alcuni, selezionati dalle autorità sanitarie che dirigevano il complesso, potevano avere accesso al servizio nella sua totalità e sperimentavano il trattamento completo. A quanto pareva, malgrado le difficoltà insite nelle procedure e nella natura sperimentale della metodologia utilizzata, non si era mai verificato alcun problema, poiché nessun reclamo era stato mai presentato alla Direzione.
Le pratiche terapeutiche sembravano collegate a una specie di filosofia, in cui gli ospiti, come erano eufemisticamente definiti i visitatori di quel luogo di cura, si immergevano gradatamente, passando dall’una all’altra vasca e alleviando insieme, pareva, le pene dei loro corpi e delle loro menti, fino a raggiungere uno stadio sempre più avanzato di serenità e di benessere.
I tempi della permanenza erano di solito piuttosto lunghi, il che non costituiva un problema per gli ospiti, ampiamente dotati dal punto di vista finanziario: abbandonavano per qualche tempo le loro solite occupazioni per accedere a un’imitazione di vita che conservava comunque le piacevolezze della loro abituale esistenza.
La struttura termale comprendeva un albergo con un notevole numero di stelle, in grado di soddisfare le esigenze mondane e culturali delle persone più raffinate e facoltose. Per dare spazio ai piaceri dello spirito, il complesso comprendeva un museo ricco di cimeli di età medievale e una biblioteca di grande ricchezza. Chi si sentisse attratto in particolare dalle scienze poteva accedere ai laboratori delle Terme e alla loro sezione storica, dove i visitatori venivano accolti dal conservatore, dottor Liebmeyer, un uomo alto e magro e dal comportamento ossequioso, che più che uno scienziato sembrava un antico Kapellmeister. Si raccontava che la biblioteca conservasse alcuni manoscritti orientali, non ancora completamente trascritti, e altre carte in alfabeti occidentali, ma di ardua lettura, che avrebbero gettato nuova luce sulle conoscenze segrete degli antichi popoli e sulle procedure iniziatiche dei culti tradizionali.
L’interno del complesso era vasto e articolato. Vi erano costruzioni di vario tipo e misura, in cui all’originale stile liberty si affiancavano fabbricati e padiglioni di sapore avveniristico. Tra l’una e l’altra struttura si stendevano boschetti e radure verdi, con ampi sereni viali e una miriade di vialetti tortuosi che sfociavano in piazze attrezzate con luoghi di ristoro e fresche fontane.
I punti di ritrovo erano molteplici, sia all’interno degli edifici in muratura, sia nel parco, dove il personale, in ben distribuiti gazebo, accoglieva i clienti con ogni sorta di raffinatezze, dai cocktail ai dolci della tradizione austriaca e alle specialità slave o magiare.
Adrián Szabo era curioso di conoscere ogni aspetto e ogni angolo di quell’insieme architettonico che rappresentava una sorta di mito nell’immaginario collettivo.
Interessante era anche poter stabilire un rapporto più saldo con gli altri frequentatori di quel luogo di delizie, persone che conosceva in gran parte, ma solo in maniera superficiale. Sperava di ricavarne anche vantaggi reali, oltre che spirituali, aumentando quei contatti che costituiscono la migliore motivazione per il successo. Adrián non era ricchissimo, ma poteva fruire di un discreto patrimonio immobiliare, che sfruttava al meglio, e possedeva un’interessante collezione d’arte e di oggetti storici, che tramite la sua rete di conoscenze sperava di incrementare. Alcuni fortunati ritrovamenti, in parte abilmente collocati, erano all’origine di quel principio di fortuna che gli consentiva un tenore di vita abbastanza elevato, anche se non particolarmente dispendioso.
Inoltre, la sua quasi insana passione per la conoscenza, anche nei suoi aspetti più oscuri, lo portava a interessarsi di un complesso alla moda sul quale giravano strane voci e che si diceva frequentato da esperti di scienze tradizionali e di culti alternativi e segreti. Naturalmente doveva trattarsi di leggende, legate all’antichità e all’incerta origine delle più antiche fondazioni del complesso, di cui Adrián non avrebbe mancato di interessarsi, approfondendo com’era suo costume le ricerche sotto svariati punti di vista.
L’amore per il mistero lo aveva condotto a esplorare località lontane e sconosciute, a interessarsi dei miti e delle leggende di popoli antichi e primitivi, in Asia e nelle Americhe, come nei deserti e nelle savane dell’Africa. Da molti di quei luoghi aveva riportato manufatti e trascrizioni di leggende e rituali, sui quali si divertiva a indagare, segnalando le sue scoperte e proponendo le sue intuizioni interpretative alla comunità scientifica attraverso le riviste di studi antropologici, cui aveva accesso tramite le amicizie che aveva coltivato con gli studiosi del campo. Ora il suo interesse si era rivolto a luoghi più vicini, ma ugualmente ricchi di miti e di storia, all’interno del continente europeo, dove era voce comune che si stessero effettuando scoperte rivoluzionarie per il futuro del genere umano. Uno di questi luoghi era appunto quella città così antica e così profondamente europea, in cui s’incrociavano le frontiere invisibili di tante razze e culture, che i processi migratori avevano spinto a interconnettersi e mescolarsi, dando vita a un materiale umano diverso ed esplosivo. Lui stesso si sentiva, ed era veramente, frutto di quel bizzarro rimescolio di culture, distillato degli umori dolci e violenti, fantasiosi e razionali, di oriente e occidente: un insieme di pulsioni e interessi contraddittori, che la ragione teneva a freno con qualche difficoltà e che lo spingevano verso l’ignoto, in un’ansia di superamento delle barriere che è dominante negli scienziati e negli esploratori.
Per prima cosa, Adrián cominciò a perlustrare le innumerevoli scale e corridoi dell’hotel delle Terme e a impadronirsi dei segreti della suite che gli era stata riservata. Ogni albergo infatti ha le sue particolarità e bisogna imparare a usarlo; non è immediato capire come utilizzare illuminazione, docce, cassette di sicurezza, citofoni, portamantelli e simili, se sono differenti da quelli che si è abituati a maneggiare nella vita di tutti i giorni. Sapeva poi che una buona conoscenza dell’ambiente fisico poteva essere determinante, qualora si fosse trovato in difficoltà, cosa che gli era successa abbastanza spesso nella sua vita.
All’improvviso sentì una voce conosciuta.
«Che piacere incontrarla qui!»
«Anch’io sono felice di vederla, professor Kleist.»
«Non mi dica che comincia a soffrire di reumatismi, signor Szabo.»
«No, vengo soprattutto per tenermi in forma e per incontrare degli amici.»
«Non pensavo proprio di vederla. Non era mai stato qui, vero?»
«No, e vedo che ho perso un’esperienza importante.»
«Non se ne pentirà. Qui ci sono molte persone interessanti, anche molti miei pazienti» e sorrise.
«Ma vada un po’ a vedere le novità. Qui sono all’avanguardia sa?»
«Bene, stavo proprio facendo un giro.»
«Allora la saluto, mi attendono in giardino.»
«Arrivederci, professore.»
Adrian salì nella sua suite e iniziò a esplorare anche quello spazio, che era destinato a ospitarlo, per qualche tempo.
L’hotel metteva a disposizione dei visitatori vari divertimenti e passatempi, da un tavolo da disegno a una macchina che generava immagini, personalizzabili dall’utente; nella toilette poteva trovarsi un phon, invenzione piuttosto recente, ancora ingombrante, come tutte le tecnologie nelle loro prime realizzazioni. Il resto della dotazione era abbastanza in linea con l’arredo generale delle Terme e i mobili in stile, gli specchi, le perline e le dorature tardoklimtiane sembravano richiamare volutamente i fasti di un glorioso passato. Dipinti originali e incisioni rappresentanti scene di caccia o personaggi della Tetralogia wagneriana arricchivano le pareti, mentre pesanti tendaggi attorno alle finestre proteggevano dalla luce del giorno.
Si vide riflesso nel grande specchio dalla cornice dorata che pareva raddoppiare lo spazio, già per niente angusto, del breve ingresso che conduceva al salottino e si fermò un attimo per compiacersi della sua immagine. Il viso squadrato ma regolare, appena intaccato da una lieve cicatrice sulla guancia, dava un’impressione di forza e di decisione. Ma la sfumatura degli occhi, di un profondo azzurro, era quello a cui doveva probabilmente il fascino che aveva spinto tante donne a dimostrargli passione o addirittura amore, che lui aveva ricambiato solo in parte, attratto com’era da troppi e contrastanti interessi per le cose del mondo.
Appreso l’uso della suite e delle annesse suppellettili, Adrián tornò al pianterreno e iniziò a muoversi in quel dedalo di percorsi e camminamenti che consentivano di raggiungere attraverso passaggi interni e sotterranei le diverse strutture termali, i padiglioni e i luoghi d’incontro e di svago. Orientarsi non era facile, ma era in ogni caso sempre possibile accedere all’esterno in qualsiasi momento e spostarsi all’aria aperta tra le costruzioni. Adrián ritenne questa soluzione preferibile, almeno finché il tempo rimaneva gradevole, e prese gradatamente conoscenza dei giardini, che costituivano una delle attrattive complementari delle Terme.
Poi era necessario introdursi nell’ambiente esclusivo dei frequentatori. Per fortuna, alcuni li riconobbe immediatamente. Facevano parte della società che aveva frequentato qualche anno prima e che si dava appuntamento negli hotel di lusso delle capitali o delle stazioni climatiche europee; vecchie conoscenze, per lo più: nobili e alto-borghesi che giravano il mondo in cerca di piaceri o di avventure, a volte anche solo per sconfiggere la noia. Tanti di loro godevano di rendite consistenti e, se lavoravano, lo facevano allo scopo di accrescere sempre più i loro capitali, nella ricerca di una potenza terrena i cui limiti dovevano essere spostati sempre in avanti, per continuare a contare qualcosa in società o per mettersi al riparo da disavventure finanziarie o dalle crisi periodiche, come quella che proprio in quegli anni stava divorando in tutto il mondo ingenti fortune.
Nel pomeriggio le Terme si animavano. Si formavano gruppi di persone che condividevano un qualche interesse. Alcuni parlavano di viaggi, altri di musica; vi erano gli appassionati di archeologia, come quelli che sapevano tutto sul teatro di prosa. Ma il gruppo più brillante era quello che faceva capo a M.me Cobran. Costei era una donna che pareva votata allo studio di tutto quello che nel mondo vi era di incomprensibile e di misterioso; amava in ugual misura Guénon e Jung e sapeva molte cose sulla Kabbalah, come sui libri sacri di varie religioni e sette di ogni tempo e paese. Vantava lontani quanto indefiniti antenati nobili e illustri, anche se le sue più recenti fortune derivavano da un padre commerciante e da un marito ormai defunto, che aveva esercitato con successo la professione forense.
La sua cultura nel campo degli studi tradizionali era notevole, anche se spesso la conduceva verso un sincretismo spontaneo ma sconcertante, arricchito da notevoli apporti personali. Inoltre era, o pensava di essere, una sensitiva e da ciò derivavano nozioni e certezze che non sembravano avere alcuna fonte autorevole, umana o divina che fosse.
Grassoccia e di media statura, aveva un viso regolare e tondeggiante, ancora gradevole, malgrado avesse ormai superato i cinquanta anni. Da giovane doveva essere stata piuttosto attraente, anche se un difetto la costringeva a portare gonne lunghissime. M.me Cobran aveva infatti le gambe decisamente storte: i suoi polpacci e le caviglie si arcuavano verso l’interno, innestandosi direttamente sui piedi, e lei faceva di tutto per distogliere lo sguardo di qualunque interlocutore maschile dalle sue parti inferiori. Lo fissava perciò con i suoi occhi azzurri e rotondi e soprattutto parlava tantissimo, cosicché il poveretto restava affascinato da quel che vedeva e sentiva, che era senza dubbio la parte migliore di lei.
Più evanescente e timida, la signorina Schömberg partecipava alle cene e alle discussioni quasi senza parlare. Si limitava a mangiare, quel poco che la sua delicata complessione consentiva, e ad ascoltare. Era abbastanza curiosa e veniva a conoscenza di tutto quello che era utile e interessante solamente con l’ascolto paziente degli altri, che discutevano quasi senza accorgersi della sua presenza. Era forse una delle poche persone che dichiaravano di frequentare le Terme per necessità fisiche. La sua magrezza, in una città dal clima rigido e umido come l’elegante Amburgo, la predisponeva ai dolori reumatici e i medici l’avevano convinta che un periodo di cure termali ogni anno avrebbero alleviato la sua sintomatologia. Ma, a dire il vero, la sua presenza non mancava di essere sostenuta da ulteriori e insospettabili motivazioni.
Tra i membri più significativi del gruppo di appassionati di misteri e di scienze occulte vi era certamente Monsieur Palus. Era un uomo alto e corpulento dallo sguardo nero e penetrante; portava spesso un abito color carbone e un bizzarro cravattino a farfalla, che tentava di dare un tono di frivolezza a un’apparenza troppo maestosa e ingombrante, che recenti drammi familiari avevano avviluppato in un persistente alone di tristezza.
Quella sera, la discussione era effervescente. Palus iniziò a discettare sullo spirito e le sue manifestazioni, reali o immaginarie.
Lo spirito, diceva, si esprimeva inserendo una serie di informazioni nel cervello di ogni essere che stava per nascere, o meglio di informazioni in nuce, che si sarebbero poi sviluppate.
All’interno di ogni cervello c’era quindi un numero incredibilmente alto di notizie, ricordi, conoscenze proprie della specie. Queste conoscenze e questi ricordi rimanevano depositati nella memoria e venivano talvolta in superficie a sprazzi, involontariamente, a seguito di collegamenti con fatti e momenti della vita. A volte pensieri e ricordi si manifestavano in maniera così forte da far presumere esperienze di una vita precedente o da condizionare la vita presente con fobie, ossessioni e presentimenti. Nel sonno, in particolare, queste schegge di esperienza si combinavano e si rigeneravano liberamente, senza i condizionamenti della logica del mondo fisico e del suo rigido inquadramento nello spazio e nel tempo. Nel sogno lo spirito imponeva la sua differente logica, metaforica e trascendente, libera dai vincoli del nostro squallore geometrico.
Madame Cobran contestava questa teoria e optava, adducendo numerosi esempi, per una visione alternativa dell’universo onirico, in cui non si manifestavano segni di persistenza di precedenti esperienze di vita, ma piuttosto collegamenti e contaminazioni osmotiche tra pensieri di individui differenti in una dimensione atemporale.
Tra gli altri studiosi del mistero, Mr. Peabody appariva in singolare contrasto con Palus. I due, così diversi fisicamente e psicologicamente, non si amavano, ma i comuni interessi e le comuni aspirazioni li inducevano a frequentarsi.
Peabody era magro e abbastanza alto, ma le spalle incassate e il portamento dimesso erano quelli di un uomo che non affrontava la vita col necessario coraggio e con un sufficiente realismo. Non era certamente né bello né affascinante, ma una forte predilezione per l’altro sesso lo portava a ricercarne la compagnia, anche se il suo viso pallido e scialbo, sovrastato da un debole ciuffo di capelli castani, che tendevano, ahimè, a diradarsi, era di quelli che le donne guardano senza il minimo interesse, per soffermarsi su quelli che esprimono spavalderia e vigore fisico.
Peabody aveva trascorso buona parte della sua vita, almeno dagli anni della maturità, nella ricerca di quelle conoscenze segrete che consentivano il dominio della vita e dei suoi avvenimenti e le sue finanze, che non versavano in condizioni eccezionali, non erano messe a repentaglio da viaggi e avventure in località tropicali, ma lo conducevano a frequentare ogni luogo dove si fossero manifestate presenze soprannaturali o dove vi fossero testimonianze evidenti di culture alternative.
Le sue esperienze e le sue vere o presunte conoscenze nelle discipline esoteriche erano spesso da lui utilizzate per far convergere sulla sua persona quell’attenzione che l’aspetto insicuro e incolore non incoraggiava a manifestarsi e pertanto quell’uomo dall’apparenza insignificante parlava con facilità delle sue peregrinazioni e delle sue scoperte, lasciando sempre intendere di essere sempre almeno due passi al di là di quello che gli avveniva di raccontare.
Per questo l’insignificante Peabody, durante uno dei lunghi pomeriggi alle Terme, raccontò di aver visto delle figure, in apparenza rappresentazioni allegoriche di procedimenti alchemici, affrescate sulle pareti di una stanza segreta in un vecchio palazzo. Erano state dipinte in un’epoca imprecisata, a giudicare dai resti del disegno a monocromo, ricoperto molto più tardi da un artista del primo Ottocento, che aveva rivestito le immagini originarie con colori vivi e drappi di foggia neoclassica. Le forme originarie erano state però rispettate e costituivano, per la loro eccentricità, una sorta d’interrogazione in attesa di risposta. Peabody aveva iniziato a studiarle ed era ormai arrivato a un passo dalla soluzione del mistero. Nell’apparente oscenità e irrazionalità delle scene si nascondevano segreti fondamentali della materia e dello spirito, poteri della vita e della morte, conoscenze sempre ricercate dall’uomo e mai diffuse dai pochi eletti che ne erano in possesso. Peabody era sicuro di aver trovato la chiave dell’enigma e doveva ancora fare delle verifiche e qualche esperimento; ma era certo che tra poco sarebbe entrato anche lui a far parte della ristretta categoria degli eletti, di coloro che sapevano.
Probabilmente, non tutto l’uditorio dette credito alle asserite scoperte di Peabody, ma certamente la popolarità del grigio personaggio ne ricavò un consistente beneficio. Le signore, per cui gli studi esoterici erano una sorta di raffinato gioco di società, iniziarono a considerarlo con qualche interesse e qualcun altro, più direttamente coinvolto, iniziò a provare sentimenti d’invidia, che si trasformarono in un sordo rancore.
«Ma dove si trovano le sue pitture, Peabody?» chiese Madame Cobran.
«Non posso dirlo, signora; credo che il proprietario del palazzo non gradirebbe che la notizia venisse divulgata.»
La donna lo prese sottobraccio: «A me, da sola, può dirlo.» Cercò di sfoderare il suo più intrigante sorriso.
«E va bene. Le dirò la città, Milano. Ma ora non troverebbe niente, nemmeno se girasse tutti i vecchi palazzi del centro.»
«E perché?»
«Perché le immagini si stavano scrostando e allora vi hanno passato sopra una mano di calce azzurra.»
«Ma che peccato!»
«Sì, è un peccato, perché hanno lasciato solo le figure più grandi, ma hanno nascosto il contesto. Per cui ora non ci si capisce più nulla.»
«E Lei le ha viste prima, allora?»
«Certo, e le ho anche disegnate.»
«E me le farà vedere?»
«Chissa?»

L’ultimo personaggio particolare legato al gruppo degli amici della Cobran era un ometto dal cranio lucido e dalla barbetta brizzolata: si chiamava Andrei Fedorov Pozhansky ed era uno dei tanti russi che vagavano per l’Europa dopo esser fuggiti dalle violenze e dagli stravolgimenti sociali della rivoluzione d’ottobre. Vere o finte contesse dilagavano in quegli anni nei salotti di mezza Europa, soprattutto in quelli parigini, per la diffusa conoscenza della lingua francese che era caratteristica delle aristocrazie slave tra Ottocento e Novecento e per il cosmopolitismo che dominava a Parigi, rifugio tradizionale di fuggiaschi e proscritti, di spie e avventurieri di ogni genere, razza e religione. Anche Pozhansky si era ritrovato a Parigi, alla ricerca dell’unica superstite della sua famiglia, la sorella Katerina Fedorova, di cui si erano perse le tracce dalla fine della Grande Guerra. Durante la sua permanenza parigina aveva avuto occasione di conoscere Madame Cobran, che l’aveva accolto tra le sue conoscenze, facendolo oggetto di una simpatia ampiamente ricambiata.
Andrei aveva raccontato a mezza Europa la storia romanzesca della sua giovanissima sorella.
Katerina non aveva ancora diciassette anni quando finì nelle mani di un bizzarro e ambiguo personaggio, un certo Vladimir Kudov, medico o meglio guaritore, professore di scienze e filosofo bolscevico, esperto di armi e informatore per conto del governo britannico. La passione che lei aveva suscitato in Kudov le aveva salvato la vita, naturalmente a prezzo dell’onore. Ma in fondo la sua situazione non era completamente da disprezzare, né lei totalmente da biasimare. Kudov era un avventuriero, ma appariva come un uomo interessante e gradevole, oltre che di notevole intelligenza, e lei l’aveva seguito a Parigi, dove i due erano rimasti per qualche tempo. Seguendo le tracce di Katerina, Andrei aveva iniziato a frequentare i principali centri termali d’Europa, di cui Kudov era un costante visitatore. Era naturale quindi incontrarlo alle Terme al seguito della Cobran, impegnato, è vero, in un percorso di ricerca e purificazione, ma nella costante speranza di ritrovare, con strumenti razionali o magici, la sorella perduta.

Un altro gruppo di clienti delle Terme frequentava assiduamente la sezione fanghi e le palestre, che offrivano trattamenti d’avanguardia a livello mondiale.
La signorina Magda Krone dedicava la maggior parte della giornata alla cura del fisico. Questo le consentiva di vantare un corpo dal tronco magro e flessibile, innestato su due gambe lunghe e perfettamente toniche, malgrado avesse superato da un pezzo la soglia dei trent’anni. Peccato che il viso non raggiungesse lo stesso livello di perfezione. Gli occhi scuri e profondi non erano disprezzabili e nemmeno il viso allungato, con zigomi accentuati ma ancora armoniosi; purtroppo la bocca aveva una forma caratteristica che rendeva l’insieme piuttosto sgradevole. Il labbro superiore sembrava infatti allargarsi quasi alle estremità debordando e andando a ricoprire quello inferiore con lo stesso effetto di ondulazione del mantello sottile, mobile e tondeggiante, che presentava la cappa di un diavolo di mare. Parlava poco e, se a volte tentava di sorridere, quella bocca spiacevolmente distorta assumeva parvenze quasi claunesche. La passione per le attività fisiche non le impediva però di coltivare altri interessi e di mescolarsi agli amanti della musica o agli appassionati di occultismo.
Gli altri cultori della ginnastica erano per la maggior parte giovani. S’intuiva che tra i motivi che li portavano alle Terme vi era sia una sorta di obbligo sociale, sia la necessità di seguire anche in quella circostanza l’abitudine d’incontrare i loro futuri partner in luoghi amabili ed esclusivi, lontano dalla vita d’ogni giorno e soprattutto da sguardi indiscreti.
Un giovanottone olandese, di nota e prosperosa dinastia borghese, imperversava dovunque, conversando in un ottimo inglese ed evitando accuratamente il tedesco, prevalente tra gli ospiti meno giovani, ma che lui, da buon neerlandese, odiava ferocemente.
Qualche personaggio di mezza età approfittava dell’attrezzatura sportiva in maniera narcisistica per dimostrare la propria integrità fisica e la propria perdurante abilità. Nei confronti dei più giovani questi maturi signori dovevano sentirsi come Ulisse di fronte a Telemaco. Affaristi e industriali, commercianti e possidenti dell’Europa centrale cercavano di tenere in forma il fisico appesantito dalle cene e dalle libagioni quasi rituali, che rallegravano il mondo dei ricchi, assai diverse dalle bevute disperate e senza controllo che erano prerogativa dei poveri e degli artisti.
Nessuno del gruppo seguiva comunque un percorso curativo-spirituale, ma ognuno si limitava ad allenarsi e a rilassarsi nelle strutture di primo livello.
La sera, dalle ampie finestre si vedeva in lontananza un cielo che, verso l’orizzonte, passava da un azzurro profondo e sporco a un rosa carico e scuro, sempre più opaco a mano a mano che si allontanava dal percorso del sole appena tramontato. Guizzi di colore, sberleffi di luce ingentilivano lo spesso strato fumoso generato dalle strutture industriali che piano piano avevano pervaso il territorio che circondava la città.
Gli abitanti delle Terme sciamavano allora nei giardini per una salutare passeggiata, prima della cena da consumare nella sala grande del ristorante all’interno dell’albergo. Seguivano il percorso dell’acqua, onnipresente, che zampillava dalle numerose fontane, e spesso si fermavano a bere. Il liquido aveva un singolare sapore lievemente salmastro e fuoriusciva gorgogliando dalle bocche di strane creature, che imitavano le forme dei gargoyles medievali.
I catini in cui l’acqua si depositava assumevano lo stesso aspetto delle pareti interne delle costruzioni più antiche, rivestendosi della stessa sostanza liscia e vetrosa, in cui la luce solare scivolava, generando riflessi iridescenti. Nelle bocche più antiche l’acqua sembrava raggrumarsi in concrezioni tondeggianti e luminescenti, come se in funzione del tempo il movimento diventasse materia.

II

La Vasca della serenità era uno degli strumenti preliminari di purificazione che il complesso delle Terme consigliava ai suoi clienti. Non era lontana dall’ingresso principale, anche se il percorso per raggiungerla era tortuoso, se si volevano utilizzare i viottoli tracciati e disseminati di ghiaia.
La prima cosa che si notava all’entrata era una smisurata balaustra in ferro battuto, che limitava l’intero perimetro della vasca e impediva la caduta di uomini e cose dal livello superiore. Per accedere all’acqua era necessario percorrere una gradinata non troppo ampia, che procedeva fino a raggiungere il fondo. Qui veniva a incontrarsi con un’enorme lastra riflettente, in cui si specchiavano gli elaborati disegni a grottesca del soffitto.
La musica assecondava il muoversi lento delle acque, che venivano continuamente rinnovate, i vapori galleggiavano nell’aria, filtrando la luce che giungeva dalle vetrate. I toni freddi predominavano nella colorazione dello spazio. Uomini e donne si muovevano lentamente come manichini animati, di un pallore azzurrognolo, e costruivano immagini e coreografie involontarie, che parevano l’evocazione di un mondo alternativo, in cui il tempo osservasse una diversa e inconsueta misura.
Una sorta di assopimento finiva per diffondersi, assimilato da tutte le figure semisommerse. Lentamente la coscienza dell’essere e la sensazione dello scorrere del tempo iniziavano a sfaldarsi, lasciando il campo a una condizione semivigile e a una sorta di offuscamento nella cognizione del reale. Altre idee e percezioni si facevano strada, che infine si trasformavano in immagini ricordate o create. Adrián ricordava una stazione di campagna, con tante rimesse e tanti binari che davanti a esse sembravano concludersi, con sopra tanti vagoni piccoli e inutili come treni giocattolo. Ognuna stava chiusa, con le sue enormi vetrate grigie, mentre i vagoni sembravano rimanere lì, come in attesa. Poi appariva il mare, con le sue piccole pozze d’acqua racchiuse tra le rocce, dove l’onda rifluiva, scorrendo a rivoli sui ciottoli lisci, grigi o colorati, con qualche venatura di calcare bianco: sensazioni di momenti finiti, di desideri indefiniti, di ragioni mai chiarite.
Adrián non si rese conto del passare delle ore, perché ognuno era solo in quell’esperienza percettiva, così come nella vita reale non si ha facoltà di condividere con altri le immagini, i suoni o le sensazioni tattili; ma, pur nell’isolamento, a volte qualcosa di particolarmente forte e vivido restituisce il contatto con la realtà. Così un’immagine statica, seduta su un rialzo arrotondato, riuscì a sottrarre Adrián al suo torpore. Era una donna molto giovane, teneva con le braccia le gambe ripiegate e i piedi, nudi e perfetti, lambivano l’acqua. Gli occhi di un verde penetrante parevano pieni di pensieri angosciosi: sembravano aprirsi verso un mondo di incertezze disperate e sconvolgenti.
L’uomo, che si trovava a una certa distanza, ebbe l’impressione che la ragazza galleggiasse sull’acqua, per un qualche miracolo. Era affascinato da quell’apparizione e continuò a osservarla, traendone il sottile piacere che procura la visione della bellezza, dell’arte e della vita.
«Mi scusi, entschuldigen Sie»: un uomo si era avvicinato e apostrofava la ragazza in modo cortese.
«Verrà stasera al concerto di Xavier Rocha?» continuò in tedesco.
La ragazza sorrise e anche gli occhi per la prima volta sorrisero.
«Mein Name ist Lene»: questo sembrò dire la ragazza al suo interlocutore, giovane e dall’aspetto educato e gradevole. Sì, sarebbe andata al concerto: amava la musica, ma in particolare era affascinata dall’idea di vedere di persona quel bizzarro artista, compositore ma anche esecutore abilissimo, che allora era di gran moda e che molti conoscevano solo di fama o per avere ascoltato qualche sua registrazione. Il giovane, che si chiamava Walter Rausberg, continuò la sua garbata conversazione, che lentamente pareva evolvere verso un corteggiamento discreto, poi si accomiatò.
Lene non diede molta importanza alle avances del giovanotto e rimase per un po’ a pensare, nella stessa posizione, fino a quando una sorta di agitazione interna la spinse a muoversi. Così si alzò e andò a raggiungere la signorina Schömberg, che aveva da poco conosciuto e che, con il suo aspetto poco appariscente e la sua buona educazione la faceva sentire a suo agio. Aveva scoperto che avevano alcune conoscenze in comune e forse erano legate anche da una lontana parentela.
Adrián la seguì con lo sguardo, fino a quando andò via, in compagnia della pallida Schömberg, le cui gambe troppo magre creavano quasi un effetto disarmonico nella perfezione di quel luogo, regolare e raffinato, curato in tutti i particolari.

Il concerto di Xavier Rocha si teneva nell’auditorium del complesso termale, aperto anche agli appassionati che non frequentavano abitualmente la struttura. Come tutti gli artisti alla moda, Rocha univa all’indubbio talento una non comune capacità di far spettacolo, e insieme notizia, con gli atteggiamenti e le relazioni umane e sentimentali. Un fisico gradevole e asciutto, due occhi vivi e penetranti che saettavano tra le bande scomposte di una chioma leonina davano sapore e credibilità al personaggio, idolatrato dalle donne e invidiato dagli uomini.
Quel giorno Rocha proponeva, dopo un pezzo romantico di Schumann e un noto brano di Eric Satie, una sua nuova composizione, che sembrava far rinascere conoscenze musicali antichissime in una prospettiva fervidamente innovativa e di straordinario impatto emotivo. Appena proposta e seguita per qualche minuto, la linea melodica si sfaldava e si concludeva in un lamento, che era come una domanda senza risposta. Alla prima, altre simili istanze melodiche si aggiungevano e s’inseguivano, intrecciandosi in un insieme appassionato e dolente, accompagnato dal ritmo secco e persistente tenuto dall’accompagnamento del basso continuo.
Adrián, che si era assicurato un posto in platea, aveva la sensazione che la musica gli scorresse addosso come l’acqua di un ruscello, esprimendo una forza quasi materiale. Diede uno sguardo in giro: molti, come lui, stavano provando sensazioni di piacere e insieme di sofferenza. Gli sguardi erano come trasognati, in contemplazione di una realtà immateriale, che veniva creata da quella fantastica esecuzione.
Quella musica era in grado di sconvolgere, di trascinare, di suscitare immagini e sensazioni, come in un processo di pura creazione.
Il suono, pensò Adrián, forse è un suono che ha dato origine a tutto. Una particolare frequenza, quella che aveva creato lo spazio e il tempo: era quella che in greco è detta logos, in latino verbum; un suono è il nome segreto di Dio, quell’insieme di lettere che non si può pronunciare e che può dare la vita e la morte. Ma esisteva poi Dio? Dopo tante letture e tanta meditazione era giunto alla conclusione che non si potesse acquisire alcuna certezza, ma valutare ogni cosa, ogni concetto, come probabile. Indubbiamente, qualcosa era avvenuto e aveva prodotto dall’unità ogni genere di molteplicità. Ma poiché quella stessa molteplicità era infinita, una sola possibilità, quella che contemplava un mondo organizzato come il nostro e che pareva veramente troppo incredibilmente elaborato per poter essere casuale, poteva esistere. E in questa possibilità poteva anche darsi che vi fosse un artefice, un pensiero che aveva predisposto la struttura. Un solo universo figlio del pensiero, insomma, e ricco di vita e di altro pensiero, come se il pensare generasse altro pensare, di fronte a infiniti universi privi di logica organizzativa o ammassi caotici di materia. Veramente c’era da smarrirsi a immaginarsi figli di un’infinitesima possibilità, realizzatasi perché tutto il possibile era stato generato, anche questo nostro universo, che pareva assurdo.
Così l’uomo si abbandonava alle considerazioni che la musica sapeva stimolare, illudendosi di contemplare la verità, se mai questo fosse possibile a un essere umano.

Ammaliato dalla musica di Rocha, Adrián non si era nemmeno ricordato di vedere se l’affascinante ragazza che aveva potuto ammirare la mattina alla vasca fosse presente al concerto. La vide, alla fine, ma non in compagnia del giovanotto che l’aveva invitata proprio quella mattina. Forse per qualche contrattempo l’uomo non si era potuto presentare, forse i due si erano trovati in disaccordo su qualcosa; comunque la giovane Lene pareva sola e come lontana dalle persone che la circondavano: sembrava che una parete invisibile la separasse dagli altri spettatori e che in qualche modo la difendesse dalla banalità e dalla noia del mondo.
Rocha, applauditissimo, stava per concedere il bis. La luce, in sala, divenne spettrale e il pianista, nel più profondo silenzio, iniziò a tracciare coi tasti un motivo popolare ungherese. Ma presto il tema venne sommerso da successive ondate di sonorità e alla fine l’improvvisazione prese il sopravvento rovesciando scrosci di note, dure come ciottoli o morbide come l’acqua, che finirono per dissolversi miracolosamente in uno scintillio di acciaccature nelle ottave alte.
Non erano ancora finiti gli applausi, quando Lene si alzò e, percorrendo la sala come in sogno, uscì dall’ingresso centrale, scomparendo alla vista di Adrián, che con maggior flemma abbandonò anche lui il chiacchiericcio che dominava la serata, per rientrare nella sua provvisoria dimora.

III

Il piccolo Benjamin allungava la mano fino alle stelle. Voleva conoscere qualcosa di più grande della nostra squallida vita, qualcosa che nell’universo fosse più grande dell’uomo. Lene con lui sognava e pensava a mondi lontani, a intangibili realtà, dove si potesse agire e pensare fuori della nostra logica. Abitavano vicini e s’incontravano quasi ogni giorno nei giardini delle loro belle abitazioni.
La madre di Lene era fredda e composta. Proveniva dalla Danimarca, dall’isola di Fyn, e vantava nobili origini. Aveva sposato un uomo d’affari tedesco, di bell’aspetto e di solide fortune, che, dopo varie peregrinazioni, aveva stabilito la propria residenza a Stoccarda.
La prima istruzione dei giovani di buona famiglia era spesso affidata a insegnanti privati che seguivano direttamente gli allievi nelle loro case.
Le istitutrici di Lene erano persone comuni ed erano quanto di più classico si potesse immaginare, vere e proprie icone della zitella francofona e di quella anglosassone, esemplari che si pensa di trovare solo nei film o nei romanzi e che invece esistono davvero. Da loro Lene apprese la complessità delle cose, che potevano avere aspetti e nomi diversi. Bad non significava solo bagno ma anche cattivo; perciò usando un’altra lingua si poteva attribuire un significato sinistro alle Terme di Bad Cannstatt, come a tutte le Terme dei paesi di lingua tedesca.
Benjamin era il terzo figlio di una ricca famiglia ebrea. La sua provenienza etnica e le diverse tradizioni non ostacolarono una profonda amicizia. Gli ostacoli giunsero più tardi, quando i ragazzi iniziarono a frequentare le scuole e a ritrovarsi anche al di fuori degli spazi domestici. L’amicizia tra una giovane germanica e un ebreo era unanimemente malvista. In fondo gli ebrei, con le loro strane tradizioni, i loro misteriosi intrighi, la loro capacità di intrufolarsi in tutte le strutture scientifiche e culturali, la loro mentalità perversa e insubordinata, minavano le basi della cultura popolare e dell’economia dello Stato. Molti giovani, e meno giovani, ritenevano giusto difendere una giovane ed esuberante nazione dall’oppressione delle potenze vincitrici della Grande Guerra e dai complotti della plutocrazia internazionale dominante, di cui la finanza ebraica era una componente fondamentale. D’altra parte non sarebbe stato giusto recuperare le proprie radici, i miti, le tradizioni germaniche, crollate sotto la spinta delle religioni orientali, come il giudaismo e il cristianesimo, che avevano indebolito dapprima la stessa Roma e poi i guerrieri germanici?
Bisognava spazzare via quegli odiosi omuncoli con le loro stupide tradizioni e il loro cibo kosher, terrorizzarli per farli tornare nel loro schifoso paese e liberarsi dalla loro contaminazione per recuperare la forza originaria degli antichi popoli del Nord. I ragazzi, specialmente quelli non troppo perbene, sostenuti e incoraggiati dagli adulti, cominciarono a riunirsi in bande, che oltre a occuparsi degli svaghi soliti della loro età, come darsele di santa ragione per stabilire chi era il più forte o cercare di far colpo sulle ragazze con atteggiamenti di maschia superiorità, si dedicarono con passione a intimorire e tormentare gli ebrei che gli venivano a tiro, sentendosi cavalieri teutonici investiti della missione di difendere la cristianità dal giudaismo dilagante.
Una di queste bande scorrazzava spesso nel quartiere in cui abitava Lene e una sera, al tramonto, si mise a seguire la ragazza e il giovane ebreo che stavano tornando a casa dopo una passeggiata. Il capo era un certo Oskar, dal viso rosso e dai capelli castani a spazzola, che doveva essersi infatuato della giovane, che aveva tutte le qualità per attrarre ogni vigoroso ragazzotto del quartiere.
I ragazzacci cominciarono a infastidire i due piccoli amici. Erano grandi e robusti: Lene li conosceva bene, perché spesso le rivolgevano inviti e battute talvolta incomprensibili. Dapprima si limitarono alle parole, invitando la ragazza a fare scelte migliori e a non accontentarsi di accompagnatori ebrei; ma poi dalle parole passarono ai fatti: partirono le prime pietre all’indirizzo di Ben e una di queste colpì alla testa il giovane, che si accasciò senza un grido.
Visto cadere il ragazzo, il gruppo si lasciò trasportare da un più allettante diversivo. Lene era sola e indecisa: voleva fuggire, ma nello stesso tempo desiderava aiutare il suo amico. Così non fece né una cosa né l’altra, o meglio tentò la fuga senza convinzione, e comunque troppo tardi. I ragazzi le corsero dietro, la circondarono e la trascinarono nel vialetto che girava attorno alla chiesa. Lì c’erano dei folti cespugli e non ci passava mai nessuno. Le furono sopra, tenendole immobili le braccia e le gambe. Lene sentiva tante mani fredde che esploravano la sua pelle e arrivavano dappertutto, anche dentro di lei, cercando di obbligarla a provare un piacere che non poteva arrivare. Poi sentì la carne calda e pulsante che cercava di aderire al suo ventre, strusciando su di lei per far esplodere l’eccitazione, ormai incontenibile: quell’incarnazione del diavolo che comanda e agisce senza controllo. Tutti ci provarono, come in un rito, in modo rozzo e inesperto, esecutori di un umido furore che ottenebra ed esalta ed esige immediata e completa soddisfazione.
Sfogato il desiderio, i visi arrossati si allontanarono, allegri e beffardi, come il ruolo esigeva. Lene rimase sola: il cielo profondo e i fili d’erba erano le sole cose reali che percepiva; il resto sembrava solo un sogno.
Reale era la sensazione di bagnato: un bagnato appiccicoso che era diverso dall’umidore che dall’erba stillava sulle sue gambe. A questo si univa un dolore sordo e profondo, provocato dai maldestri tentativi di penetrazione. Quando riuscì a muoversi e a pensare, andò in cerca del suo giovane amico. Lo vide non molto lontano, dove l’aveva visto cadere.
Benjamin era adesso seduto. Con la mano premeva un fazzoletto sulla nuca e il fazzoletto era macchiato di sangue. Lene gli andò incontro e, quasi in stato d’incoscienza, si accomodò vicino a lui.
Rimasero per un po’ in quella posizione, finché per caso passò lì uno dei vicini di Benjamin e si accorse che i ragazzi non avevano un aspetto normale. Avvicinatosi, cercò di capire, senza riuscirci, che cosa fosse successo e aiutò il ferito a raggiungere la sua abitazione. Lene riusciva ormai a camminare e disse che preferiva andare a casa da sola. Ancora incredula e dolorante, come in trance, si spinse fino al cancello della sua villa, percorse la stradina ghiaiosa che conduceva all’ingresso ed entrò in casa. I genitori non c’erano: solo gli occhi sospettosi dei domestici furono testimoni del suo aspetto strano e disordinato, tanto inusuale per una personcina sobria e composta come la giovane padrona; ma non erano abituati a indagare, né a prendersi confidenze.
Lene non dormì quella notte: palpitazioni e brividi scuotevano il suo corpo e la sua mente era piena di pensieri e domande. Perché la gente si riuniva in gruppi e riunendosi si distingueva dagli altri; perché c’erano tedeschi e polacchi, ebrei e cristiani, padroni e servitori? Forse Dio li aveva fatti così, diversi gli uni dagli altri? E perché da questo nascevano guerre e dolori?
Benjamin, arrivato a casa, venne visitato poco dopo dal dottor Schingel, medico di famiglia, che abitava nella stessa strada; curato e incerottato, cercò di dormire, ma dopo un po’ gli venne voglia di vomitare e si alzò dal letto. La testa pulsava e il dolore era diventato insopportabile. Ebbe appena il tempo di entrare nella stanza dei genitori e di proferire qualche parola; poi cadde giù come uno straccio. Fu soccorso e disteso sul letto. Il dottor Schingel venne nuovamente chiamato, ma non poté fare molto; purtroppo le emorragie interne non sono curabili con impacchi e cerotti. Il ragazzo non riprese più conoscenza e morì due giorni dopo.
Lene pianse nella sua camera, di nascosto, per molti giorni. Non sentiva bisogno di uscire, divenne sempre più pallida e magra e venne pertanto riempita di inutili ricostituenti. Alla fine ritrovò il coraggio di uscire e rivedere la chiesa e il viale dove Benjamin era stato colpito. Con gli occhi lucidi si fermò, salì su una delle grandi pietre che stavano ai margini del verde e alzò la mano verso il cielo, dove non si vedevano ancora le stelle. La chiesa, lì dietro, pareva una grigia presenza addormentata e solo qualche passante distratto si muoveva in lontananza. Lene ebbe una chiara coscienza della sua solitudine, che era quella di tutti gli uomini e di tutte le donne.

IV

M.me Cobran si sentiva finalmente appagata; distesa a pancia in giù su un lettino di minime dimensioni, per scoraggiare l’eccesso di movimenti, sentiva il calore che proveniva dai grossi ciottoli neri e levigati che le erano stati appoggiati sulla schiena scoperta e le sembrava che lentamente dissolvessero il gelo dei suoi tanti inverni di solitudine. Oltre all’accappatoio che proteggeva il suo pudore, steso sul fondo schiena e sulle gambe grassocce, aveva fatto lasciare un asciugamano anche sui piedi, per non far disperdere il calore, diceva, ma in realtà per nascondere i suoi imperfetti polpacci anche agli sguardi degli inservienti e degli operatori dello stabilimento, che accudivano gli ospiti in maniera ossequiosa e discreta.
Quando l’azione delle pietre si concluse, l’inserviente passò per liberarle la schiena dal peso ormai solamente tiepido e lei l’accolse col suo sorriso più invitante. Era un giovanottone bruno, dall’aspetto quasi mediterraneo e dallo sguardo furbo, che comprese immediatamente che i suoi servizi sarebbero stati molto graditi. La sua mano indugiò pertanto un po’ più del necessario dove iniziava l’accappatoio, là dove l’ultima pietra era stata posata e sottratta. La donna l’afferrò, come se volesse bloccarne la prevedibile discesa verso zone più segrete, ma poi, con evidente incoerenza, finì per accompagnarla là dove non sarebbe dovuta arrivare. Questo non è amore, pensò per autogiustificarsi, non è neanche sesso: la presenza di una mano calda che l’accarezzava, stimolandola, era solo un piacere che sentiva di potersi concedere, senza provare il tormento del peccato, ma solo una residua vergogna, che la dolcezza della sensazione però ricopriva, cancellandola e producendo in sua vece un’esaltazione progressiva e ormai inarrestabile e un’incontenibile allegrezza. Il giovane eseguì il suo lavoro con applicazione e competenza, lieto a sua volta del piacere che procurava e che appariva sempre più evidente dal volto della donna e dai suoi movimenti involontari e alla fine sussultori. Inoltre era felice di essersi guadagnato la consistente mancia che più tardi, in camera, la signora gli avrebbe elargito, secondo le consuetudini del luogo. Alla fine si accomiatò con eleganza, lasciando la donna sfinita e felice.

Lene aveva paura. Aveva visto il distinto giovanotto che le si era avvicinato durante la sua permanenza in piscina per invitarla al concerto di Rocha parlare con un uomo più grosso, dai capelli a spazzola. Quando questo si era mosso collocandosi di profilo, le era parso di vedere un fantasma. L’uomo era in tutto simile al ragazzo che guidava gli assassini di Benjamin, il giovane Oskar.
Le sembrò di rivivere il terrore, la violenza e il disgusto per i momenti trascorsi in balia dei teppisti di Stoccarda e corse lontano, rifugiandosi nel salone, tra i più attempati frequentatori dello stabilimento.
Evitò da quel momento ogni contatto con il suo giovane ammiratore e non gli diede occasione per rivederla prima del concerto, che peraltro non voleva perdere.
Uscita dall’auditorium, imboccò in fretta il viale che riconduceva agli alloggi degli ospiti e calpestò nel silenzio le pietre del selciato, che risuonavano sotto i colpi dei suoi tacchetti. La luna era ormai alta e illuminava gli alberi e le panchine, rivelando il biancore del lastricato.
Aveva già raggiunto la prima delle piazzole che movimentavano il percorso dei viali, quando dall’ombra apparve il giovane Walter, in compagnia del suo grosso compagno dai capelli a spazzola.
Lene ebbe l’impulso di gridare, ma si trattenne.
«Signor Rausberg, che cosa desidera? Mi ha fatto paura!»
«Signorina Lene, non vogliamo farle del male, vogliamo solo parlarle.»
Lene non si sentiva per niente rassicurata, ma cercava inutilmente una via di fuga.
«Vorremmo invitarla a una riunione, Fraülein Braun.»
La ragazza istintivamente indietreggiò, e a quel movimento il grosso Oskar l’afferrò brutalmente per un braccio.
«Sarai dei nostri» disse.
Lene trovò il coraggio di urlare, più di ribrezzo che di paura.
Per sua fortuna si sentirono dei passi: qualcuno si avvicinava in fretta.
Il giovane Rausberg vide l’uomo che avanzava, richiamato dal grido della ragazza; fece un cenno a Oskar e i due si dileguarono velocemente, scomparendo nel parco.

V

Uscito dal concerto, Adrián s’inoltrò nel giardino con un po’ di apprensione. Gli alberi, che avevano un fogliame cupo anche di giorno, di notte apparivano ancora più tetri e sembravano appartenere a un reame strano e misterioso, abitato da creature invisibili e angosciose. Quando sentì il rumore che pareva originato da una discussione e un chiaro grido femminile, ne fu quasi sollevato. La notte aveva quindi abitatori forse pericolosi, ma meno inquietanti di quelli prodotti dall’immaginazione. Si mosse a passo di corsa, ma quando arrivò sul luogo della presunta lotta, trovò solamente Lene, affannata e impaurita, ma per fortuna in buona salute.
«Che le succede; ha bisogno di qualcosa?» le disse e, poiché la ragazza, ancora sconvolta, non rispondeva, proseguì con maggiore determinazione:
«Qualcuno la stava importunando?»
Lene guardò il suo interlocutore e, alla luce della luna, lo riconobbe. Era l’uomo che l’aveva osservata con insistenza nella vasca, con uno sguardo d’ammirazione, che a lei fece quasi tenerezza,
Quello stesso uomo ora si scusava per non essersi presentato:
«Sono Adrián» diceva «Adrián Szabo.»
Lene si presentò a sua volta.
Con improvvisa e istantanea fiducia, descrisse la sua disavventura e parlò degli uomini che l’avevano sorpresa nella notte. Uno di quelli era un giovanotto, appartenente a un gruppo antisemita, che aveva già conosciuto a Stoccarda e che le ricordava un momento buio della sua esistenza.
Mentre parlavano, si erano avvicinati a uno degli ingressi laterali dell’Hotel delle Terme e stavano per abbandonare il giardino notturno e i suoi pericoli.
Adrián volle accompagnare Lene fino alla sua stanza, dove la salutò, non senza averle raccomandato di chiudersi bene a chiave. Le Terme erano frequentate da gente molto strana o forse era il mondo che stava impazzendo. Strane forze iniziavano a manifestarsi dovunque, ma soprattutto in Europa, e convinzioni inquietanti cominciavano a diffondersi, mettendo a repentaglio le certezze morali e civili di intere generazioni. Dalle informazioni in suo possesso aveva l’impressione che si stesse svolgendo una lotta per il potere senza esclusione di colpi tra élites contrapposte e che varie sette di esoteristi fossero scese in campo, per consentire l’utilizzo in questa guerra segreta anche delle armi delle scienze alternative.
Se Lene era nell’obiettivo di una di queste sette, non aveva molte possibilità di sfuggire. Almeno questo era suggerito ad Adrián dall’esperienza: era triste doverlo ammettere, ma per quanto si potesse tentare di proteggere le vittime dei poteri sotterranei, quasi sempre quei poteri raggiungevano il loro scopo, senza indietreggiare di fronte a nessun reato. Erano in grado di usare ogni mezzo, lecito e illecito, dalle lusinghe, alla droga, alla coercizione fisica. Spesso la vittima era coinvolta emotivamente e corrotta nell’animo, perché rimanesse legata all’organizzazione e non potesse più nemmeno desiderare di recuperare il libero arbitrio, sempre ammesso che l’uomo ne sia veramente dotato.

Sul lato sud delle Terme, un muro divideva il complesso terapeutico e il suo parco da un’altra area verde, in cui le case si erano introdotte come di soppiatto, seguendo due grandi strade, che portavano verso il centro. Queste strade, dritte come fili a piombo, si dividevano, dopo qualche centinaio di metri in direzione della periferia, facendo, prima l’una poi l’altra, ampie curve e trasformandosi in percorsi campestri, dove i nobili lanciavano al galoppo i loro cavalli di razza e dove le poche automobili ansimavano sul pietrisco che le lastricava e che, dopo la pioggia, ospitava larghe pozzanghere. Dalle case insediate nel verde e dai piccoli quartieri circostanti dilagavano nel parco bambini chiassosi, con le giovani madri, eleganti nei loro tubini dai colori sobri, o con le bambinaie starnazzanti e premurose.
Un portale ad arco divideva questa serena oasi cittadina dalla cittadella termale, e all’interno dell’arco un cancello in ferro battuto rimaneva spesso aperto, come per invitare i cittadini all’esplorazione di quel complesso, che altrimenti sarebbe apparso quasi una presenza oscura e impenetrabile.
Il boschetto ricco di essenze esotiche e locali che si stendeva oltre il cancello attirava giovani e meno giovani innamorati ed era meta di scorribande da parte di ragazzini in vena di avventure.
I piccoli avventurieri in calzoni corti esploravano quel mondo proibito fino al tramonto, quando, oltre il cancello chiuso, le ombre degli alberi si allungavano e strani bagliori si scorgevano in lontananza, ad avvalorare la diceria popolare che voleva che in quel terreno avessero trovato sepoltura nel medioevo i membri di un’antica confraternita di eretici cavalieri. La stessa voce faceva cenno di strane processioni di uomini incappucciati, che percorrevano il bosco di notte, alla luce delle torce.
Talvolta, grosse automobili nere con i vetri oscurati attraversavano il cancello, portando ospiti misteriosi all’interno del complesso termale. Quel cancello era una sorta di porta secondaria, da cui entrava chi non desiderava essere notato. Si raccontava che politici e religiosi, scienziati e filosofi entrassero in gran segreto in quel labirinto di costruzioni e di conoscenza e che fossero ascoltati come consulenti o come membri in pectore di quella strana società sotterranea che forse si andava creando in quel luogo così ricco di storia e di cultura, ma così libero dalle costrizioni della logica e della morale comunemente accettate.
Adrián si era trovato, come compagno di occasionali passeggiate, il vecchio amico di Madame Cobran, Andrei Pozhansky, Girovagare da solo poteva dar adito a qualche sospetto, mentre la presenza dell’esule russo riproponeva l’immagine di un sodalizio di amici di provenienza borghese o aristocratica, non certamente sospettabile di simpatie bolsceviche. L’aspetto rispettabile di due persone vestite con abiti di ottima stoffa e di taglio signorile, che mostravano di appartenere alla buona società, tranquillizzava gli agenti governativi come i servizi di sicurezza delle Terme, e consentiva ai nostri personaggi di girare indisturbati per la città e magari di esaminare i punti più nascosti del labirinto termale.
Sicuramente, pensava Adrián, all’interno del bosco si trovava il passaggio per i sotterranei delle Terme, un mondo oscuro che i signori del luogo adoperavano per esercitare i loro riti e per incontrarsi con esponenti del potere ufficiale nel massimo riserbo. I due esploratori vevano percorso ogni sentiero ed esaminato alberi e aiuole, controllato le pietre e l’erba; ma sembrava che non vi fosse alcuna traccia di un’apertura, finché per caso non si pervenne alla soluzione dell’enigma.
Pozhansky si era appoggiato, per riposare, sulla balaustra di un ponticello che riuniva due piccoli rilievi artificiali; al di sotto scorreva un minuscolo rivo d’acqua. Il russo aveva le scarpe impolverate ed estrasse un fazzoletto per ripulirle; ma mentre tentava di eliminare almeno il grosso della polvere il fazzoletto gli sfuggì di mano e, dopo aver volteggiato nell’aria come una farfalla bianca, andò a depositarsi sotto il ponte, in un punto dove non vi era più di un centimetro d’acqua. Pozhansky scese nell’avvallamento per recuperarlo, mettendo a rischio l’immacolatezza delle sue scarpe, ma proprio lì, vicino a dove era andato a rifugiarsi il pezzo di stoffa, vide qualcosa che lo spinse a chiamare subito il suo amico.
«Venga qui, Szabo» gridò «venga a vedere.»
Adrián scese anche lui nel fossato e capì che finalmente aveva trovato quello che stava cercando.
Proprio al di sotto del ponticello si apriva una botola, seminascosta dalla vegetazione. Si avvicinò, rischiando di scivolare per la terra viscida e l’erba bagnata, o d’inciampare nei viluppi dei convolvoli, e si rese conto che quello doveva essere il passaggio verso il livello sotterraneo delle Terme. La botola si aprì con qualche difficoltà, consentendo ai due uomini di accedere a una scaletta ripida, in pietra, che terminava parecchi metri più in basso, in una galleria ottenuta in parte scavando la roccia, in parte con pareti artificiali, in pietra e, a volte, mattoni rossi. Adrián aveva portato con sé una torcia elettrica con switch Eveready, con cui sperava di orientarsi in quell’ambiente quasi completamente oscuro.
La luce colpiva la superficie rocciosa del sotterraneo, che sembrava una via di mezzo tra le gallerie degli antichi acquedotti e i camminamenti militari, e rivelava irregolarità e allargamenti, che sfociavano in ipogei, probabilmente utilizzati una volta per celebrare il culto dei morti, come rivelavano le are e i sarcofagi di età altomedievale che si palesavano d’improvviso, non appena illuminati.
Mentre Szabo esaminava gli spazi con il gusto della scoperta proprio degli archeologi, si accorse che una nuova luce era apparsa in lontananza, in qualche parte di quel confuso insieme di cunicoli.
«Arrivano» bisbigliò Pozhansky, mentre il suo amico istintivamente spegneva la torcia.
La luce avanzava inesorabilmente e con quella un plotone di uomini che si spostava, forse in direzione della scala che risaliva al livello del giardino; ma non era escluso che si fossero accorti di un’intrusione e che il loro obiettivo fosse proprio quello di scovare i due imprudenti indagatori. Non rimaneva che cercare una via di fuga e questa si offrì quasi per caso, in una galleria laterale, strettissima e completamente oscura, dove gli esploratori di quel mondo segreto si acquattarono, evitando di fare il più piccolo rumore.
La luce si avvicinò in modo preoccupante, minacciando di rivelare la presenza degli intrusi, ma poi si allontanò, lentamente ma definitivamente.
Quando la luce e il rumore degli uomini di passaggio non furono più avvertibili, Adrián si arrischiò a riaccendere la torcia e si accorse di essere capitato in un ipogeo quadrangolare, le cui pareti erano in gran parte dipinte. Sull’intonaco chiaro spiccavano immagini misteriose di esseri umani e animali in pose apparentemente oscene, che rappresentavano però, forse, il dominio della materia da parte dello spirito, che doveva essere ottenuto con l’opera alchemica. Altre immagini erano raffigurazioni simboliche del sapere e della rinascita e quel coacervo di simboli mostrava come quegli spazi nascosti fossero luoghi di riunione per consorterie di adepti di tempi lontani, che praticavano l’alchimia e lasciavano segni della loro conoscenza sui muri, per chi fosse giunto dopo di loro.
Il locale terminava con una porta a inferriata, che comunicava con altri corridoi e probabilmente con altre stanze. Adrián provò ad aprirla, senza riuscirvi; sarebbe stato necessario forzare la serratura, ma non era facile, perché l’unico strumento a disposizione era il coltellino svizzero che lui portava sempre con sé da anni e che poteva essere utile solo a patto che ci fosse molto tempo a disposizione.
Fu allora che si udì uno strano suono provenire dalle più remote profondità del sotterraneo. Più che un suono era una vibrazione intensa e incredibilmente violenta, che non assomigliava ad alcun segno o effetto acustico conosciuto sulla terra, ma aveva qualcosa delle vibrazioni sonore degli strumenti di alcuni popoli primitivi, un suono esotico e primordiale che provocò in Adrián una sensazione di fastidio irrazionale e inspiegabile, un malessere oscuro e simile all’agitazione interiore che sperimentano gli animali prima di una qualche calamità naturale, e gli uomini prima degli attacchi di panico.
«Andiamocene» disse «abbiamo visto abbastanza.»
In realtà non avevano fatto scoperte sensazionali. L’esplorazione aveva confermato quello che già Adrián s’immaginava, cioè che una fitta ragnatela di passaggi sotterranei esisteva nel sottosuolo delle Terme e che questi passaggi erano ancora in uso. Era come se il mondo di superficie avesse da sempre un fratello oscuro nelle profondità della terra e questo fratello approfittasse della segretezza che lo proteggeva per manovrare la vita palese della gente che viveva allo scoperto, sotto il chiarore del cielo. Certamente non bastava conoscere l’esistenza di quel labirinto per risolvere ogni dubbio e per acquisire straordinari poteri; ma poteva trattarsi del primo passo verso una vera consapevolezza della realtà, che Adrián, come molti ospiti delle Terme, voleva raggiungere.
Una volta tornati sui loro passi, i due esploratori si assicurarono che nessuno si muovesse nel corridoio più esterno e si arrischiarono a riemergere dalla botola. Il cielo si era ormai oscurato e nell’aria si percepiva un vago sentore di pioggia, ma la principale preoccupazione di Pozhansky, una volta rimessi i piedi sul ponte, fu quella di spolverare nuovamente le scarpe col fazzoletto che aveva recuperato e che ora necessitava dell’opera di una lavandaia. Pazienza: l’avrebbe fatto ripulire l’indomani dal servizio lavanderia delle Terme.

VI
La piccola Eva Schömberg dormiva nuda nelle notti d’estate; lasciava che le lenzuola di seta si posassero sulla sua pelle, come una carezza. Quando la luna piena inondava la stanza di un chiarore acerbo e assordante, Eva apriva gli occhi e guardava quel globo lontano, di cui sentiva il fascino antico; mentre le sue mani lentamente esploravano il suo corpo di adolescente, così ossuto e sgraziato, ma così incredibilmente sensibile. Le sue mani incontravano i seni piccoli e, accarezzandoli, ne indurivano le punte, tastavano le costole, troppo evidenti, i fianchi stretti da ragazzo, le cosce allungate. Se sollevava le gambe, poteva toccare i polpacci filiformi e raggiungere i piedi dalle lunghe dita. Ma poi, inesorabilmente, le mani risalivano fin quasi al ventre e indugiavano sul monte di Venere, di cui sentivano il morbido cespuglio di peli rossastri, per concludere il loro cammino là dove le gambe si innestavano sul tronco delicato e dove una ferita rosea si manifestava come il passaggio segreto per un mondo inconsueto, che nessun maschio aveva mai desiderato profanare.
Immagini di bellezza e di perfezione si incuneavano nel suo cervello, accompagnando il piacere che la faceva tremare più volte, mentre scioglieva i suoi timori e le sue remore in un leggero ansimare.
Sapeva per esperienza che gli uomini apprezzavano un altro tipo di donna, si accorgeva degli sguardi che lanciavano alle sue cugine, le Sellermann, bellezze giunoniche, dagli ampi fianchi e dal seno florido. Pareva che istintivamente i maschi rivolgessero le proprie attenzioni alle donne che presentavano evidenti attributi femminili, che sembravano esprimere la capacità di generare figli sani e robusti, di allattarli e di gestirne nella maniera migliore i primi anni di vita. Eva scorgeva in quegli atteggiamenti e in quelle predilezioni una sorta di propensione per una vita di stampo bovino, dedicata a produrre vitelli da condurre al macello e mucche da latte da portare al pascolo o da riempire di foraggio in una stalla. Non sapeva se ammirare o disprezzare quella gente e quel mondo: percepiva soltanto di essere diversa, di avere desideri e aspirazioni non limitati al tranquillo rilassamento della vita familiare.
Le piaceva leggere libri inadatti a una signorina, di filosofi e romanzieri poco raccomandabili, per le idee immorali e pericolose che esprimevano, e talvolta anche lei scriveva, in segreto, brevi storie o considerazioni, che teneva accuratamente nascoste, in fondo a un cassetto della sua scrivania, in un quaderno ricoperto da fogli bianchi.
Nella vecchia biblioteca dei nonni vi era una grande ricchezza di libri piacevoli o sgradevoli, edificanti o malsani, e spesso il suo cuore batteva forte, nel leggere certe pagine troppo morbose o troppo esplicitamente lussuriose, certe rappresentazioni delle passioni e delle perversioni umane che le facevano intravedere un’umanità complessa e tormentata, priva del tradizionale supporto della morale, religiosa o laica che fosse. In particolare, una serie di volumi rilegati semplicemente, in pergamena semirigida, aveva attirato la sua attenzione. Il titolo e il nome degli autori, riportati a penna sul piatto in forma sintetica, sembravano alludere a una cultura antica e misteriosa.
Furono quei titoli, in cui il colore dell’inchiostro, in origine nero, virava al seppia, a indirizzare la sua cultura, da una severa moralità di stampo luterano, ad aperture altrimenti inspiegabili, considerata l’epoca e l’ambiente in cui si era trovata a vivere.
Il padre, Martin, era impegnatissimo nei suoi affari, che consistevano nel comprare e nel vendere, Eva non capiva bene che cosa, e presto smise di chiederselo, anche perché non aveva poi molta importanza l’oggetto delle transazioni; la cosa importante era che i vantaggi sembravano notevoli: la casa degli Schömberg era riccamente arredata e ben frequentata, i denari non mancavano e la piccola Eva poteva godere delle attenzioni di un’implacabile istitutrice berlinese.
Il signor Martin aveva preso in moglie, termine più esatto rispetto a «sposare», in quanto si trattò di una mera transazione commerciale, la ricca figlia di un commerciante amburghese, noto benefattore, che si era reso partecipe dei più strani traffici che si potessero immaginare, in Europa e nel mondo, e che tentava di ripulirsi la coscienza e l’immagine attraverso le fumigazioni della carità.
Se il padre di Eva era sicuramente un bell’uomo, alto e segaligno, dagli occhi chiari, ma vividi e curiosi, la moglie era un personaggio debole e scialbo, dal colorito pallido, che non poteva definirsi in alcun modo sotto il profilo estetico. Era una di quelle donne che gli uomini sposano per non avere complicazioni, per non dover subire il fascino di un fisico troppo attraente e di una personalità troppo ricca ed evidente e per evitare che la casa si riempia di bellimbusti. Questa non esuberante apparenza la predisponeva a una sorta d’invisibilità, di cui approfittava per ritagliarsi qualche spazio, in un suo mondo sommerso e incantato, carico di quella bellezza che lei faticava a mostrare all’esterno. Per sua fortuna il suo denaro era una sicura fonte di attrazione e si sa che gli uomini riescono a trovare nelle donne ricche misteriosi elementi di seduzione, che stranamente paiono del tutto inesistenti nelle figlie degli operai e degli impiegati, costrette dalla sorte a far affidamento solo sulle loro qualità banalmente carnali.
Rausberg non capì, all’inizio, che cosa lo spingesse verso Eva, quel qualcosa che lo condusse non solo a notarla, ma a desiderare di approfondire la sua conoscenza e addirittura da coinvolgerla nelle sue elucubrazioni teologico-politiche, facendosi a sua volta coinvolgere dalle sue preziose nozioni filosofiche e letterarie.
Poi si rese conto che lei rappresentava gli aspetti più autentici e sereni della sua infanzia, il suo odore di buono, di Heimat, di pane e fiori di collina: Lei era la spiga di grano che cresceva nei campi fuori città, il filo d’erba che si erge umile e svelto, quasi indistinguibile dagli altri, ma tuttavia unico e ricco di proprietà e di poteri. Il suo pallido viso era tipicamente germanico; la sua impostazione e la sua ossatura parevano il risultato del parziale ingentilirsi di una razza di robusti predoni, abituati a dominare con la forza e la brutalità popoli più deboli e destinati alla sottomissione, popoli costituiti da pastori pacifici e tranquilli contadini, che non avevano difese di fronte alle violente abitudini di quei rudi guerrieri.
Quando Eva vide Lene per la prima volta, comprese subito che la ragazza nascondeva una sofferenza profonda, nascosta da una patina d’indifferenza e di apparente freddezza.
Quando poi divennero più intime, non fu difficile riceverne le confidenze e scoprire il motivo della strana apatia e dell’improvviso incupirsi, che parevano rappresentare i punti più oscuri e spigolosi del suo carattere.
Era necessario restituire a Lene il gusto della vita, liberare la sessualità cancellata o sommersa da un ricordo traumatico, trasformarla, poiché era ancora così giovane e plasmabile, in un essere aperto alle suggestioni della ricerca, senza limiti e remore, che è propria delle menti superiori. Eva si percepiva quale essere superiore, un gradino al di là e al di sopra delle donne comuni, e sentiva il bisogno di insegnare e dominare, com’era giusto, nel ristretto ambito d’azione che le era riservato, cercando di ampliarlo, se se ne fosse presentata l’occasione.
L’amicizia affettuosa con una donna, le carezze che da superficiali divennero via via più esplicite e profonde non costituivano però una vera liberazione. Lene non sarebbe stata mai libera dal suo terrore per la sessualità se non avesse superato la sua giustificabile avversione per gli uomini e per la violenza dei loro approcci, imposti senza tanti riti e cerimonie, con atti che sporcavano materialmente e fisicamente con i loro resti viscidi e nauseabondi.
La presenza di Rausberg, la sua vicinanza discreta, in quanto vecchio amico di Eva, produsse effetti miracolosi. Eva assumeva atteggiamenti sempre più affettuosi nei confronti del suo giovane amico anche quando Lene era presente, fino a che questi atteggiamenti sconfinarono apertamente nell’erotismo.
In questi preliminari era la donna a prendere l’iniziativa e Lene scopriva quindi un lato fino a quel momento sconosciuto della vita erotica, Non era più il maschio, ma la donna a proporsi e a richiamare il desiderio del partner, che fruiva passivamente di quelle attenzioni che lo sfinivano, fino a che non si lasciava andare completamente. Certamente non c’era nulla di violento in quelle pratiche, ma solo un lento, delizioso languore, un’eccitazione che pareva estendersi a tutto l’ambiente; pareva che l’aria ne fosse impregnata, come i profumi che Eva lasciava che si sprigionassero liberamente nella stanza di lusso delle Terme, assieme al vapore che proveniva direttamente dai livelli inferiori. Lene fu quindi introdotta, garbatamente ed elegantemente, in una soave relazione a tre, in cui divenne presto parte attiva, apprendendo i segreti di quell’arte amatoria di cui Eva dimostrava di possedere le chiavi, con una competenza e una dedizione che finivano col regalarle una sorta di particolare bellezza, che superava il suo aspetto fisico gracile e apparentemente inadeguato.
Sempre più spesso, i tre amici usufruivano di un servizio che le Terme offrivano ai loro clienti più sicuri, un boudoir privato con una vasca termale che consentiva alle coppie, tradizionali o allargate, di godere del piacere del bagno al sicuro da occhi indiscreti.
Nell’acqua, i corpi ammorbiditi dalle essenze acquistavano una levigatezza, una capacità di scivolare l’uno sull’altro, che accresceva il piacere reciproco.
La pelle, stimolata nei punti sensibili dal continuo morbido contatto, finiva per produrre sensazioni di un’intensità insostenibile, che gli amanti cercavano di prolungare all’infinito, prima di cedere all’esplosione liberatoria dei sensi, che provocava un godimento acuto e inebriante.
Così i giorni passavano e quelle sensazioni divennero usuali e sempre meno eccitanti. Eva e Rausberg decisero che era giunto il momento per passare a una fase successiva.

VII

Il percorso curativo consigliato nella guida delle Terme prevedeva l’utilizzo di una vasca detta vasca della mitigazione.
Nella nuova vasca gli ospiti trovavano un ambiente piacevole e distensivo: sembrava di entrare in un’enorme serra a cupola, dove una sorta di giardino tropicale si specchiava in un piccolo stagno. Piante fiorite e veri e propri alberi creavano un mondo immaginario, ammantato di tepore e di piacevoli fragranze; essenze rare, note solamente agli esperti di botanica, e ibridi dai fiori stranamente colorati sembravano voler imitare le lussureggianti foreste della preistoria: una specie di eden in miniatura, innocente e ammaliatore. Non mancavano le specie animali, fatte pervenire dalle zone calde del mondo: uccelli, soprattutto, ma anche piccoli mammiferi, rettili, anfibi e pesci. Si raccontava di ibridazioni strane e mostruose che avevano trovato il loro giusto habitat in quell’ambiente artificiale e sottilmente perverso, dove i canti d’amore di specie sconosciute parevano mescolarsi al sibilo del serpente della Genesi.
Si arrivava all’acqua in un procedere graduale, che imitava le caratteristiche delle vere spiagge, in cui si era accompagnati verso la profondità da una sorta di lieve digradare, così da abituare il corpo lentamente al nuovo elemento.
Nell’immergersi, si percepiva il fluire di un liquido tiepido, più denso dell’acqua, dal colore azzurrognolo, che lasciava scorgere il fondo a fatica. All’inizio Adrián vide distintamente accanto a lui gli ospiti che conosceva, ma dopo qualche minuto le immagini reali vennero ricoperte da immagini diverse, che sembravano non avere alcuna giustificazione logica. Era come se in un libro si sovrapponessero alle vere pagine altri fogli di carta velina, che lentamente nascondevano i veri contenuti e li sostituivano con diverse immaginarie asserzioni.
Così, sembrò ad Adrián di percepire un piccolo giardino disabitato, ma pieno di strane forme.
«Allora anche qui c’è qualcuno che mette abitatori inanimati nel proprio giardino!», pensò: e questa volta erano cani, snelli, attenti, come pronti a saettare per afferrare la preda. «Sempre meglio dei nani», considerò, quasi con ironia, pensando alla strana usanza, di origine tedesca, di riempire i giardini privati di nanetti di terracotta colorata.
Lontano, da tanto tempo addietro, proveniva invece un profumo aggressivo di origano o maggiorana. Campi bruciati dal sole, ai margini di maestose rocce sul mare. Sentieri polverosi che percorreva come in una strana isola, immersa in un azzurro profondo. Fantasmi di fiori da guardare, da non strappare: occhi di fuoco e di cielo.
Sembrava che pezzi di vita, vissuta o sognata, guizzassero fuori del suo passato: riaffioramenti di estati mediterranee e di gelidi inverni di pianura; momenti che gli pareva non fossero mai trascorsi, anche se erano presenti nelle cellule della sua mente. Era come se qualcuno avesse inciso la sua storia nel suo cervello, senza che lui se ne accorgesse, e quei ricordi, quelle sensazioni forse non esprimevano fatti reali, ma l’unica garanzia d’esistenza era solamente quell’incisione, quella bruciatura irreversibile. Emergevano avvenimenti piacevoli e sgradevoli, a volte vergognosi, forse veri, forse sognati. Ritrovava così le sue debolezze e i suoi rimorsi, la sua timorosa acquiescenza ai compagni più grandi e forti di lui, quelli che lo sottomettevano nella lotta, obbligandolo ad arrendersi e a riconoscere bassezze e falsità, sotto la spinta del potere esercitato dalla forza dei muscoli e dall’allenamento. Era per sottrarsi a quella spirale di sottomissione che lui si era dedicato con ostinazione all’apprendimento di ogni tipo di combattimento, allenando e fortificando il suo corpo come se la sua vita dovesse prevedere un continuo confronto fisico con avversari vigorosi e preparati. Probabilmente senza quelle giovanili esperienze di umiliazione sarebbe vissuto in maniera più tranquilla e sedentaria, dedicando la maggior parte del suo tempo all’educazione della mente e riservando minori attenzioni alle discipline che esigevano in prevalenza la fatica del corpo.
Quando il trattamento finì, Adrián si cambiò in fretta e ritornò nei locali comuni destinati alla colazione. Non aveva visto Lene e la Schömberg quella mattina e cominciava a nutrire qualche timore. Invece le trovò mentre già si stavano allontanando dalla sala. Le salutò e avrebbe voluto fermarsi e chiedere notizie, ma Lene gli sembrò un po’ fredda, come se volesse evitarlo. La Schömberg, che lo conosceva solo di vista, non fu naturalmente più espansiva. Più tardi gli sembrò d’intravedere la ragazza con Lausberg e un paio di altre persone. A quel punto tentò di avvicinarsi, per capire se Lene avesse bisogno di aiuto; ma lei parve non riconoscerlo nemmeno e continuò a parlare serenamente, a quanto sembrava, con il giovanotto e con un’altra coppia, più matura. Adrián non riuscì a capire quale fosse l’oggetto della conversazione; sentì solo che parlavano in tedesco.
Sembrava che quanto aveva immaginato si fosse avverato. La ragazza era stata coinvolta nelle attività della setta germanica di cui non gli erano ancora noti gli scopi, ma che sembrava avere particolare interesse per le Terme e per le conoscenze segrete che pareva nascondessero. Adrián capiva di non poter più godere della fiducia della ragazza e di non poterla aiutare per questo a liberarsi dal controllo dei suoi nuovi amici, ma si ripromise di seguire da lontano l’evoluzione della vicenda e di intervenire, se necessario.

Piuttosto che risalire nella sua camera si abbandonò su un divano della hall e s’immerse nella lettura dell’opuscolo illustrativo redatto dal Professor Erich Ganzmayer, docente di pneumologia, ma esperto anche di dermatologia e di varie altre specializzazioni cliniche tutte terminanti in –logìa
A parere dell’illustre clinico, le Terme racchiudevano i segreti di una materia che era quanto di più simile alla panacea potesse esistere sulla Terra.
I fanghi che venivano utilizzati dal complesso termale parevano avere qualità taumaturgiche notevoli e non completamente descrivibili sotto il profilo scientifico.
Naturalmente non si poteva prendere per oro colato tutto quello che il trattatello raccontava, soprattutto se si aveva l’accortezza di controllare l’elenco degli azionisti della Società delle Terme e si scopriva che il professore era uno dei più importanti.
La descrizione dei trattamenti distingueva tra fangatura totale, consigliata per i dolori articolari di maggiore estensione, e fangatura parziale, che consisteva nell’applicazione del fango curativo su una singola parte o articolazione del corpo ed era utile nella cura di un dolore localizzato in un’area specifica.
Insomma, tra le azioni curative dell’intruglio mucillaginoso emergevano un potere antinfiammatorio e uno analgesico, cui si accompagnavano rilassamento muscolare e stimolo delle funzioni immunitarie. Il numero e le specie di malattie che potevano trarre giovamento dall’applicazione dell’oscuro miscuglio erano di tale entità da farne una sorta di panacea, degna di rivaleggiare con la misteriosa acqua di Lourdes, anche se non altrettanto risolutiva per i casi di grave entità, quali paralisi e cecità.
Comunque, tra le numerose patologie che traevano sicuro giovamento dalla mota vi erano acne, seborrea, iperidrosi, onicomicosi, micosi mammaria ed ascellare, ulcere trofiche e da decubito, follicolite del pelo, piede d’atleta, emorroidi, varici degli arti inferiori, verruche piane, eczemi, vaginiti, dermatite esfoliativa, caduta dei capelli, psoriasi, paradentosi, piorrea alveolare, iperidrosi, ipercheratosi, balanopostite, vitiligine.
Accanto alle patologie per cui l’efficacia era indiscussa e dimostrata, vi erano numerose altre affezioni, per le quali le applicazioni fangose e le immersioni totali erano utilizzate in via sperimentale: come dimenticare infatti l’azione centrifuga dello zolfo biodinamico, le cui proprietà erano ancora in gran parte sconosciute?
Per questo, in virtù di certezze o semplici speranze, tanti ammalati, veri o immaginari, si incamminavano tutti, al mattino, verso il centro Ganzmayer, un enorme padiglione dalla struttura rotonda e con una immensa copertura a cupola, costruita con lastre di vetro sostenute da archi metallici, a loro volta poggianti su colonne portanti in metallo.
Molti arrivavano al padiglione con le proprie gambe, ma molti altri vi venivano portati, accompagnati da un parente, da un domestico o da un infermiere. Poiché il centro era distante dall’albergo, era stato istituito un servizio di carrozze che portavano gli ospiti più deboli e macilenti, e quelli completamente disabili, fino all’ingresso della struttura.
Adrián notò tra gli altri una vecchia, incurvata dagli anni e con un viso arcigno, accompagnata da una giovane grassoccia, ma con un volto abbastanza grazioso, che sembrava acconsentire a tutto quello che l’anziana signora diceva. Lei era condiscendente almeno quanto la vecchiarda era ruvida, annuiva e sorrideva, facendo forse finta di ascoltare il suo ansimante tedesco, ricco di aspirate e di veloci e quasi sottintesi passaggi, che la giovane, che sembrava di origine boema, probabilmente nemmeno comprendeva alla perfezione.
L’anziana disquisiva dei suoi vestiti e del suo innamorato, che l’attendeva nel padiglione. Non voleva farsi vedere in quello stato e blaterava di colpe della ragazza, che non le aveva lasciato il tempo per truccarsi, anche se in verità sulle sue guance persistevano avanzi di belletto disposti in maniera disordinata, come se fossero stati il risultato di una pittura scimmiesca.
Malgrado le proprietà miracolose dei fanghi, difficilmente questi potevano avere effetto sulla demenza senile. Adrián meditava su quanto poteva essere pagata la ragazza e da chi, per sopportare le allucinazioni e le angherie di quella specie di megera, a meno che un forte senso dell’humor non subentrasse, là dove la paga non fosse sufficiente, per rendere godibili quelle farneticazioni.
Adrián decise di cercare distrazione allontanandosi per un po’ dall’atmosfera dolciastra e malata delle Terme; doveva raccogliere le idee e sforzarsi di recuperare la sua razionalità. Pensò di fare quattro passi per la città vecchia, che gli parve più ariosa di come la ricordava. Le grandi piazze davano un’impronta maestosa all’insieme e viali ombrosi si diramavano dalle strade del centro per guadagnare la periferia. Palazzi e palazzetti barocchi arricchivano il nucleo urbano, ricchi e imponenti, con le facciate colorate di tinte pastello, appena sfumate dall’azione erosiva delle intemperie.
Accanto a questi, si elevavano preziose costruzioni tardogotiche, le cui facciate apparivano rivestite da una patina scura di tono giallastro, che rivelava la vetustà della costruzione. Al loro interno s’indovinavano scalette interminabili che conducevano in antri umidi e tenebrosi, dove un tempo si nascondevano cospiratori e alchimisti e dove il diavolo induceva in tentazione dottori e uomini di chiesa, principi e guerrieri.
Adrián si spinse molto avanti, nel suo girovagare, fino a raggiungere una delle antiche porte della città, la Nemecka brana, che guardava a occidente, dalla parte opposta rispetto alle Terme. Un’arcata a sesto acuto sovrastava una specie di ferita luminosa da cui s’intravedevano palazzi di color grigio pastello. La luce era quasi violenta e contrastava in maniera drammatica con il bruno della costruzione. Nell’avvicinarsi, una figura si manifestò all’improvviso: stava accanto a una porticina socchiusa e guardava il visitatore con uno sguardo fisso e cupo, o almeno così appariva. Era un uomo con una lunga barba brizzolata e incolta, capelli lunghi e una sorta di manto che ricopriva la figura come avrebbero fatto un saio o una veste medioevale. Più che un essere reale, sembrava un’apparizione che, così come si era materializzata, scomparve in un attimo, infilandosi forse in quella porticina che si apriva verso un mondo di oscurità.
Adrián cercò di accostarsi alla porta, ma non vide niente al di là dell’apertura: solo buio e i primi gradini di una ripida scala che conduceva a un livello inferiore.
La città continuava al di là della porta, ma non era il caso di avventurarsi oltre. Quella zona dell’abitato non era ritenuta sicura, a quanto si diceva, ed era possibile fare incontri spiacevoli. Doversi trovare a lottare contro manigoldi armati di coltello o assistere, da ospite indesiderato, a riunioni segrete di occultisti non era quanto di meglio Adrián desiderasse in quel momento; decise perciò di tornare sui suoi passi, riprendendo il cammino verso territori meno sconosciuti.

VIII

I giorni trascorrevano quasi senza parere, in un dolce respiro che sembrava dissolvere inquietudini e insicurezze. Le Terme si mostravano come una grande madre, che proteggeva e coccolava i suoi ospiti-figli. Il personale ambiva presentarsi come lo staff di un albergo di lusso, sollecito e pronto a soddisfare le esigenze di clienti raffinati e spesso eccentrici fino alla bizzarria. Tutto quello che si poteva ragionevolmente chiedere veniva offerto e la soddisfazione degli ospiti era il primo imperativo. I vasti spazi interni delle varie costruzioni e del parco erano a disposizione di tutti e potevano essere liberamente percorsi. L’unica limitazione, ma era comprensibile, era costituita dall’area direzionale del palazzo centrale, destinata all’amministrazione e alle riunioni della Società delle Terme. Qui gli accessi erano controllati dal personale della vigilanza, che consentiva l’ingresso alle stanze proibite soltanto ai dirigenti e agli impiegati della struttura amministrativa. Gli stessi addetti alle pulizie erano guardati a vista e svolgevano le loro mansioni sotto scorta.
Adrián Szabo utilizzava il tempo a disposizione per discutere con M.me Cobran o passeggiare con il suo nuovo amico Pozhansky, sempre in cerca di nuove piste per ritrovare la sorella scomparsa. Quest’ultimo aveva appurato che l’avventuriero al quale lei si accompagnava non si trovava da quelle parti, ma qualcuno pensava che fosse molto probabile che Kudov stesse per arrivare alle Terme con la sua giovane e bella amica. Era attratto dagli intrighi come il gatto dal pesce e le Terme dovevano costituire per lui un piatto dal gusto irresistibile.
Quella mattina si era accesa un’animata discussione con M.me Cobran e con i suoi amici sulla funzione dell’azione nella costruzione della storia. Adrián era disposto ad attribuire alle scelte e all’intervento fisico degli uomini un potere notevole nell’elaborazione delle vicende storiche, la Cobran riteneva invece che l’uomo fosse in grado di muoversi solamente entro un piano predeterminato e che in definitiva le modifiche che poteva apportare alla storia fossero minime.
Benché Adrián non fosse riuscito a far prevalere la propria visione filosofica della storia, le energie profuse nel discutere risultarono cospicue. La discussione pertanto gli aveva messo appetito e mangiò con gusto le specialità proposte dallo chef delle Terme.
Nel pomeriggio, per smaltire il pranzo e il vino francese, si inoltrò nel parco con il suo solito accompagnatore, ammirando le strane piante che erano state importate in quel profondo angolo d’Europa dagli altri continenti.

Da dietro un mucchio, piuttosto informe, di erbe e arbusti, che nascondevano i tronchi degli alberi ad alto fusto, si udivano un trambusto e grida soffocate. Adrián si avvicinò e sentì una voce robusta, resa rauca dall’ira, che urlava: «Deve dirmelo, Peabody! Cos’ha visto? Dove?» e poi «la chiave, voglio la chiave; ne ho bisogno!»
Al di là degli arbusti, Peabody era spinto contro un albero da una figura imponente, il cui viso non si vedeva, ma che dalla stazza sembrava essere Palus. Quest’ultimo, accortosi dell’avvicinarsi di qualcuno lasciò la presa e fuggì di corsa, senza voltarsi, nascondendosi come poteva con le braccia e sollevando il bavero della giacca.
Adrián, seguito da Pozhansky, si mosse verso Peabody, che si era lasciato scivolare a terra e sembrava faticare a riprendersi. Il suo braccio giaceva abbandonato sul terreno, con la mano semiaperta che toccava le zolle e quasi scompariva nell’erba.
Quando lo raggiunse, l’uomo era ancora sconvolto.
«Non ho scoperto niente, mi deve credere, Szabo. Ma io non so come ringraziarvi. Palus è pazzo, è veramente pazzo; mi ha preso sul serio e poco ci mancava…»
L’uomo si stava ricomponendo e anche il suo discorso incominciava a riorganizzarsi.
«Volevo solo raccontare qualcosa d’interessante» disse «qualcosa d’importante; volevo piacere alle signore, quelle che… (il poveretto ansimava ancora e s’interrompeva per riprendere fiato) non mi vedono nemmeno… anche se sono alla ricerca di quello che anch’io sto cercando di trovare…
Tutti noi cerchiamo una scorciatoia» continuò, più tranquillo «per evitare un percorso che ci porterà alla sofferenza e poi alla morte, e forse all’annullamento di noi stessi; e così vogliamo trovarla in un segreto, in qualcosa che forse abbiamo sempre saputo, ma ormai non ricordiamo più, nei misteri della religione, nelle conoscenze primitive, trasmesse da sacerdoti, sciamani, druidi o cavalieri di segrete confraternite agli adepti, generazione dopo generazione.»
Peabody era molto triste, il suo viso era più pallido del solito, per lo sforzo e la paura: quel Palus era un tale energumeno! Adrián lo aiutò ad alzarsi e lo accompagnò verso una delle entrate del palazzo principale.
«Tutto questo è in fondo un rimedio contro l’insoddisfazione quotidiana» disse alla fine Peabody, mentre si accomiatava dai suoi salvatori.
Di sera pareva che non fosse successo niente: La variopinta e poliforme schiera dei clienti si ritrovò all’ora di cena nella grande sala, allietata da stucchi culminanti in maschere di personaggi noti e in parte riconoscibili. Enormi lampadari di cristallo illuminavano il centro del locale, mentre lumi, specchi e abat-jours si sprecavano negli angoli e nei séparés, facendo brillare i pomi e le decorazioni di ottone lucido, che stuoli di solerti pulitrici levigavano quotidianamente con grande dispendio di energie.
Adrián si dispose a cenare. Poiché era solo, si accomodò davanti a un tavolino per due persone e incominciò a leggere il menù. Non amava i piatti troppo succulenti e abbondanti, ma apprezzava la varietà dei cibi. Sapeva gustare sia la cucina raffinata ed elaborata di stile francese sia le specialità culinarie della cucina mitteleuropea. Avendo viaggiato molto e frequentato i migliori ristoranti, conosceva bene i pregi e i limiti della cultura culinaria di molti popoli. L’innata curiosità lo spingeva a sperimentare anche le cucine regionali, le cui ricette preferiva a quelle più note e diffuse delle tradizioni nazionali. Non era un gran bevitore, ma non gli sembrava disdicevole accompagnare i piatti di carne o pesce con un bicchiere di vino, purché perfettamente intonato alle pietanze.
Quella sera si dispose ad assaggiare un piatto di cinghiale, che trovò cucinato divinamente. Era accompagnato da una superba salsa fruttata e da crauti dal sapore dolce, che avevano perso nel trattamento tutta l’originaria asprezza. Per dessert non si avventurò nell’universo dolciario, sicuramente delizioso ma di eccessiva sostanza, e preferì una composizione di frutta, che veniva servita disposta e ornata come un’opera d’arte.
Prese dal piatto un frutto che non conosceva: era di colore bianco con sfumature rosate e aveva una consistenza spugnosa. Quello che lo colpì immediatamente fu l’aroma, robusto e persistente, che collegò stranamente a un fiore che gli era noto dai tempi della sua infanzia. Era possibile che quei fiori bianchi e rosa, esageratamente profumati, da cui sporgevano lunghi pistilli rossicci o arancioni, producessero anche un frutto emanante lo stesso profumo?
Conosceva una volta il loro nome, ma ora non riusciva a recuperarne il suono: la sua mente era chiusa e, per quanti sforzi facesse, non gli era possibile restituire alla memoria quella parola, cui altre si sovrapponevano, ricoprendola come fogli di carta.
Dopo un po’ rinunciò a sollevare quei fogli e si lasciò trasportare dal succo intenso, dalle imprevedibili estensioni del profumo, che sembrava collegarsi alla bellezza, a ogni bellezza percepita e percepibile.

La buona disposizione d’animo derivata dal piacere ricavato dalla cena rese Adrián più cortese ed espansivo del solito. Salutò con calore anche la signorina Krone, che lo incontrò come per caso, dopo averlo seguito al termine del pasto. Portava un vestito scollato che lasciava le braccia scoperte. Queste erano lunghe, ma non prive di grazia, e piacevolmente abbronzate, tanto che Adrián si sorprese a osservarle con uno sguardo compiaciuto.
La donna sembrava aver qualcosa da raccontare, anche se il suo discorso parve iniziare con una sequela di banalità. Si arrischiò a fare qualche confidenza e a lanciare commenti non sempre benevoli sulle altre presenze femminili delle Terme. Il suo conversare sicuramente tendeva a sconfinare nella maldicenza, ma era condito da una tale propensione all’ironia che l’uomo ne restò piacevolmente avviluppato e amabilmente coinvolto. Ma s’intuiva che quelle simpatiche esternazioni non dovevano essere che un preludio, in vista di un obiettivo comunicativo di maggiore rilevanza.
Finalmente, dopo tanto tergiversare, la Krone iniziò il suo affondo.
«Perché siete qua» disse con una punta di stizza nella voce «per fare conoscenze, per fare il rubacuori – e sorrise – oppure… Non ditemi che anche voi volete andare al di là della morte? È questo quello che credono quegli illusi.
Palus è sicuro che la biblioteca delle Terme custodisca un manoscritto dai contenuti sconvolgenti, che qualcuno sta già studiando; ma Liebmeyer fa buona guardia. Quell’uomo dall’aspetto così austero e ispirato mi sembra un fanatico pericoloso, e totalmente asservito ai suoi capi.
Una mia amica è stata alle Terme; da allora non sono più riuscita a vederla! Faceva dire di essere sempre in viaggio; al telefono non rispondeva, tranne… mi ha lasciato un messaggio: diceva che era felice e che non voleva che la cercassi. Ma le parole che ha detto non sono sue, mi capisce? era come se non avessero vita: erano così fredde e impersonali! Lei non mi avrebbe mai parlato così! Sono certa che la direzione delle Terme nasconde qualcosa: Secondo me, stanno facendo esperimenti con quelle loro vasche: agiscono sul cervello della gente. Stia attento, Herr Szabo!».
Adrián cercò di rassicurarla, ma anche lui percepiva qualcosa di strano nell’aria, una sorta di stravaganza e di incertezza; ma non era quello che in fondo tutta quella turba di persone danarose e annoiate stava cercando? Un modo per vivere un’esperienza diversa ed elitaria? Anche lui non desiderava forse scoprire qualcosa dei misteri del mondo e alla fine penetrare il segreto che in tanti cercavano da secoli, la parola, il suono, la cifra che consentiva di superare la morte e dare la vita al Golem come agli esseri defunti?
Valeva la pena, allora, di acquisire una maggiore consapevolezza e di cercare di sapere quali fossero le conoscenze di cui disponeva la struttura dirigente del grande complesso che li ospitava.
Bisognava dunque fare qualcosa. La Krone sembrava essere una sicura alleata, certamente ben disposta nei confronti di Adrián perché attratta da lui. Avrebbero cercato insieme di capire qualcosa di più sulla genesi delle idee che stavano alla base dei procedimenti terapeutici caratteristici dello stabilimento e sulle strane storie che sembravano emergere dal passato della città.
Adrián propose alla Krone di dedicare un po’ di tempo alla ricerca nella biblioteca delle Terme, incominciando dalla mattina successiva. La donna sembrò entusiasta: era probabilmente quello che desiderava da tempo, ma che non avrebbe mai avuto il coraggio di fare da sola, anche perché non faceva molto affidamento sulla sua conoscenza del latino, indispensabile per consultare i testi più antichi.

IX

La biblioteca era la più antica dello Stato; preesisteva alla costruzione del complesso termale ed era stata, per così dire, integrata nelle strutture più moderne. La facciata del primitivo edificio era quasi scomparsa, ed era riconoscibile solo per due finestre gotiche che apparivano come un timido residuo in un complesso più mastodontico di gusto ottocentesco. L’interno era costituito da una serie di sale, corridoi e cunicoli, che s’inseguivano senza un’apparente razionalità, collegando locali situati a più livelli, da cui partiva un numero imprecisato di scale e scalette, che si diceva comunicassero con i sotterranei della città. Era un labirinto quasi inesplorato, che aveva offerto una via di scampo a feudatari in fuga, a eretici e ribelli nei secoli bui.
L’ingresso della biblioteca era accogliente, ma il legno scuro ampiamente diffuso dava una sensazione di pesantezza e disagio chiaramente avvertibile. Alla dimensione orizzontale si accompagnava una tensione ascensionale che si esplicitava nei ballatoi, che accompagnavano le sale e che davano accesso a una serie di scaffali contenenti i libri di minore formato.
La ricerca cui si accingevano Adrián e Magda era decisamente ardua. Scelsero di iniziare dai manoscritti, che erano elencati in un registro, ordinati per titolo; ma i titoli erano infinitamente lunghi e iniziavano spesso con termini generali, da cui non si potevano arguire i contenuti reali. Ci vollero più di due ore per scorrere tutte le segnalazioni, cercando di capire se vi fosse qualcosa che potesse soddisfare la loro curiosità; ma le opere catalogate sembravano essere i soliti prodotti di una cultura medioevale di area germanica o slava, mentre mancavano totalmente i testi meno tradizionali. Adrián sapeva per esperienza che spesso, nelle biblioteche, non tutti i manoscritti erano indicati in un catalogo generale, ma a volte apparivano in elenchi di consistenza di fondi speciali, segnalati in modo sommario, oppure si nascondevano fra le carte di fondi documentari, noti solo agli addetti che avevano il compito di riordinarli. Non sarebbe stato mai possibile, per dei semplici ospiti delle Terme, accedere alla consultazione di fondi archivistici non ordinati, per cui Adrián pensò di cercare qualcosa di più facilmente reperibile. Abbandonati i manoscritti, i ricercatori si dedicarono a scartabellare i registri del materiale antico a stampa, che era stato registrato non solo per autore, ma anche per grandi voci o materie, come si usava ancora nell’Ottocento. La voce Historia era una delle più ricche e complesse, ma comprendeva solo una decina di pagine e poté quindi essere esaminata velocemente. Tra le tante historiae presenti e ben note agli studiosi del mondo classico e medievale, ce n’era una meno nota, che trattava della città e delle vicende, reali o immaginarie, che l’avevano avuta come protagonista nel corso dei secoli. Erano soprattutto queste antiche storie e leggende che avrebbero potuto chiarire l’origine delle Terme e della società che le gestiva.
La storia in questione era in realtà una Chronica compilata secondo criteri annalistici e, come tale, seguiva un ordine cronologico preciso, secolo dopo secolo e, nei tempi più vicini al redattore, anno dopo anno.
Dopo aver dato uno sguardo veloce ai capitoli iniziali, che partendo, come si era soliti allora, dai tempi di Adamo, raccontavano le mitiche origini della città e le vicende politiche e militari che l’avevano interessata e spesso sconvolta durante un tormentato medio evo, Adrián si soffermò sulle pagine centrali che sembravano riportare la cronaca minuta della vita cittadina, dal Trecento alla fine del Quattrocento, le gesta dei feudatari che l’avevano dominata e le vicende delle fazioni che si erano scontrate, spesso in modo cruento, nelle sue strade e nelle sue piazze.
All’anno 1418 finalmente Adrián trovò quello che stava cercando.
Il racconto iniziava con la frase In illo tempore stabat in villa aliquis phisicus cui nomen erat Wildericus e proseguiva con alcune fondamentali notizie su questo misterioso personaggio, che l’interessato lettore si mise a trascrivere direttamente nel suo tedesco corretto ma senza molta personalità, in quella sorta di lingua franca della Mitteleuropea che si conosceva abbastanza bene nell’area dell’ex impero d’Austria-Ungheria.
Nel 1418 dunque si trovava in città un medico (phisicus secondo la definizione dell’epoca), di nome Wildericus. Di età imprecisata e imprecisabile, ma, a quanto pareva, ancora in buone condizioni di salute, lo scienziato esercitava la sua professione nel centro cittadino, a pochi isolati dal palazzo del governo e dal Duomo.
Uomo di ampia cultura, Wildericus era fisicamente alto e magro e aveva uno sguardo vivo e indagatore, che metteva a disagio clienti e avversari. Malgrado ciò, la sua fama di scienziato capace dalle quasi magiche doti gli aveva aperto molte porte, comprese quelle dietro le quali vi erano i detentori del potere economico e politico.
Nella sua casa, ma confinato in una dependance dietro l’hortus, che gli era indispensabile per coltivare le sue segretissime piante officinali, viveva un essere, più simile alle scimmie che agli uomini, che il medico asseriva di aver trovato in campagna, durante uno dei suoi viaggi, mezzo assiderato. Quell’essere, piccolo e pelosissimo, gli era particolamente devoto ed eseguiva alla lettera tutte le sue istruzioni, mostrando, a volte, una non comune abilità nelle attività manuali. Attraverso la capigliatura incolta, calante sulla fronte e che si mescolava alla scura peluria diffusa e distribuita sull’intero viso, lanciava sguardi acuti e penetranti, che esprimevano un’intelligenza pronta, malgrado il generale aspetto animalesco.
Talvolta, per le necessità del suo mestiere, Wildericus portava con se il suo piccolo schiavo, su cui il popolo aveva imbastito più di una leggenda. Alcuni dicevano che si trattasse in realtà di una scimmia, cui il sapiente mago avrebbe fatto bere del sangue umano, fino a umanizzarla, almeno in parte; altri sostenevano che fosse in realtà uno gnomo.
I più dotti ipotizzavano che fosse in realtà una creazione alchemica, quell’homunculus che più di cent’anni dopo Hohenheim sarebbe riuscito a realizzare dal seme dell’uomo, lasciandolo macerare per quaranta giorni in un ventre equino e poi nutrendolo con essenza umana.

Assistendo gli ammalati fino alla fine dell’agonia, il medico cercava di carpire la voce della vita, il rumore dell’estremo respiro, per imparare a riprodurlo, unendolo alle altre espressioni sonore di cui era già a conoscenza. Naturalmente non aveva modo di registrare il suono in modo permanente, ma non disperava di trascriverlo, utilizzando un metodo segreto, di cui era inventore e unico proprietario.
Un giorno il medico fu chiamato ad assistere il vecchio Kubilak, uno dei più ricchi notai del luogo, che ormai, avendo seppellito tutti i suoi figli, viveva solo e decrepito, con un suo giovane servitore, che si industriava a derubarlo, nei limiti del possibile, essendo il vecchio sospettosissimo e incline a pensare che tutti gli uomini fossero malvagi almeno quanto lui.
In tema di imbrogli, ruberie e peccati carnali di ogni genere Kubilak non era secondo a nessuno e la sua naturale propensione a procurarsi piaceri e ricchezze con ogni mezzo, lecito e illecito, era stata evidentemente sostenuta dai favori del diavolo, che gli aveva garantito una salute di ferro e un’energia vitale non comune.
Poiché il vecchio stava morendo, dopo più di novant’anni di nefandezze, Wildericus si precipitò da lui con il suo scimmiesco aiutante, per non perdere l’occasione che quella morte imminente gli stava offrendo.
La casa del notaio era grande e ricca, piena di oggetti di valore e di mobili in legno pregiato; ma, allo stesso tempo, esprimeva qualcosa di stantio e di sordido, quel tanfo particolare e riconoscibile che contraddistingue le case dove vivono persone anziane, ma dove soprattutto manca una presenza femminile. Una teoria di grandi sale, al secondo piano, introduceva l’ospite fino al cuore dell’abitazione, in cui il vecchio, in un letto a baldacchino adorno di pesanti cortine, trascorreva quelli che parevano essere gli ultimi attimi della sua vita terrena.
L’occhio celeste un po’ spento, con uno sguardo che sembrava già scorgere, a distanza, l’altro mondo, parve ravvivarsi all’arrivo del medico. Le dita scarne si mossero come se volessero significare qualcosa che le labbra non potevano più pronunciare. Wildericus si avvicinò, si fece porgere dal suo servo un oggetto simile a un corno e lo accostò alla bocca del moribondo.
Quest’ultimo emise dei suoni, quasi impercettibili, che vennero però uditi distintamente dal phisicus, amplificati dalla sua attrezzatura e segnati, mediante un braccio meccanico terminante con un minuscolo cono appuntito, su una superficie pastosa, simile a una tavoletta cerata. Quei suoni erano l’ultimo messaggio di Kubilak ed esprimevano quello che ogni uomo ha di più caro, la sua estrema energia vitale.
I risultati delle sue esperienze Wildericus li aveva raccolti in un manoscritto, in cui con metodo e pignoleria degni di un altro secolo e di una più moderna scienza descriveva le fasi della sua ricerca. Il manoscritto, noto col titolo tradizionale De vitae verbo, era scomparso assieme allo scienziato in una delle tante guerre che devastarono i bordi dell’Impero. Il titolo, malgrado l’apparenza, non faceva riferimento al Vangelo, sola parola di vita riconosciuta dalla cultura dominante, ma a una parola o suono, che in senso proprio e non metaforico, aveva il potere di dare vita alla materia.
Naturalmente, nella Chronica non c’era alcun cenno che potesse fornire indicazioni, ma vi si diceva chiaramente che nel manoscritto scomparso era stato descritto il suono miracoloso, che vi era stato indicato non in maniera evidente ma per ziffras, dove la parola ziffras stava evidentemente per cifras, e che la cifra andava ricercata nel manoscritto a partire da un signum, su cui non si fornivano indicazioni. Peccato che del manoscritto di cui sopra non si avesse più traccia e che, con lui, i segreti della vita e della morte sarebbero rimasti nascosti, forse per sempre. Qualcuno però doveva aver trovato, o credeva di aver trovato, il codice.

X

Conclusa quella prima ricognizione, che aveva consentito di acquisire alcune notizie sulla storia tradizionale della città e su quello strano personaggio, il medico mago le cui scoperte affascinavano ancora gli studiosi e gli stessi gestori di quel dilettoso e complicato universo che gravitava attorno alle Terme, Adrián e Magda andarono direttamente a cenare. La sala sfavillava come al solito. I marmi a inserti colorati del pavimento riflettevano la luce e la struttura ellittica della sala favoriva il muoversi della luce, che interagiva con il movimento di clienti e camerieri.

Ancora stranamente eccitati da quella ricerca frettolosa che pareva un’avventura, i due ospiti scelsero un menù di pesce, annaffiato da un ottimo tokaj. Poiché non erano dei grandi bevitori, lasciarono la tavola, per così dire, di ottimo umore. Scherzarono lungo i corridoi della zona notte e arrivarono fino alla porta della camera della Krone.
La donna si fermò di colpo. C’era una luce molto scarsa e Adrián, pensando che Magda continuasse ad avanzare si trovò senza volere a contatto col suo corpo. – Ho paura a stare da sola – disse la donna – Adrián non parlò, ma la sensazione di piacere che provava era un chiaro messaggio. Le prese la mano sinistra e si spinse ancora avanti, aderendo con tutta la sua figura alle forme femminili. Lei aprì la porta con la mano libera ed entrò nella stanza, senza accendere la luce.
Nella penombra fu facile liberarsi degli abiti leggeri e Adrián si sentì avvolgere da un profumo sottile, prima di trovare il contatto di una pelle sorprendentemente calda e ammirevolmente levigata.
Non solo il profumo era avvolgente, ma l’intero corpo di Magda si affidava alle carezze per esprimere, a sua volta, il desiderio di una totale e inesauribile sollecitazione. Adrián non ricordava una così perfetta corrispondenza di movimenti e di abbandoni e capiva come la soddisfazione erotica non fosse solo e semplicemente espressione del possesso di una perfetta bellezza. Anzi, persone dalle forme non irreprensibili erano spesso in grado di esercitare un fascino particolare e fortissimo, che utilizzava strumenti insieme fisici e comportamentali per legare a sé i partner con fili invisibili e indissolubili.
Perfettamente avvinto al corpo di Magda, stretto e accarezzato senza remore dalla sua pelle e dalla sua passione, Adrián si muoveva dentro di lei abilmente ed energicamente, ma senza fretta, realizzando uno sviluppo progressivo del piacere che doveva condurre all’esplosione finale, seguendo un ritmo che era quello dell’universo, così da perdere coscienza del tempo che trascorreva e prolungare le sensazioni condivise alla ricerca di un attimo infinito.
Dopo i piaceri dell’intimità, fu il sonno a prendere il sopravvento, senza che Adrián nemmeno se ne accorgesse.
Quando si svegliò, Magda era scomparsa: non la trovò in bagno e nemmeno nel salottino. Scese al piano della reception per chiedere di lei; la risposta fu che aveva lasciato l’Hotel delle Terme, la mattina presto. Tornò in camera e cercò qualcosa che gli fornisse una spiegazione, ma non c’erano messaggi sotto il cuscino, e nemmeno nei comodini o in qualunque altra parte.
Uscì dal palazzo ed entrò nel parco. La foschia mattutina prodotta dall’umore della terra rendeva meno netti i contorni delle cose. Un’ombra azzurrognola si allungava dietro gli alberi e le antiche costruzioni, tutte accuratamente risistemate e rinnovate negli intonaci. Mancava, pensò, il gusto del rudere, tipico dei paesi del Sud, dove gli oggetti vengono in qualche modo abbandonati al tempo. Nella Mitteleuropa si restaurava, si ricostruiva, si recuperava tutto, così che a volte si aveva l’impressione che il mondo medievale, con le sue case e le sue botteghe, fosse ancora lì, vivo e presente.
Adrián si diresse verso la porta che conduceva alla città vecchia. Qui incontrò Liebmeyer, il conservatore, che gli si avvicinò e lo salutò amabilmente, mostrandosi insolitamente loquace. Adrián lo incoraggiò, sperando di avere informazioni sulla presunta attività segreta dei dirigenti delle Terme e sui visitatori, come Magda, di cui non si aveva più traccia. Era seriamente preoccupato per la donna, per cui provava affetto, come per tutte le donne che anche se in modo effimero erano entrate nella sua vita.
«Ho notato che siete interessato alla storia della nostra città, Herr Szabo, ma forse non conoscete ancora la sua storia più segreta, quella che non si trova nelle cronache. Non sapete per esempio che esistono punti nascosti da cui promana energia positiva e punti che tradizionalmente sono portatori di negatività.»
Passeggiando, erano entrati nella stretta piazza, detta piazza Piccola, in cui si aprivano le due tortuose strade che poi, serpeggiando, s’inoltravano nel quartiere più antico, fino a raggiungere il fiume che separava il centro dalle borgate popolari. Sui due lati maggiori si ergevano due ariose costruzioni ricche di loggiati, appartenenti un tempo a due delle più influenti famiglie del luogo. Quasi al centro della piazza c’era un pozzo, sovrastato da una sorta di baldacchino di pietra, con eleganti travature traforate.
«Questo, ad esempio, è un punto negativo» disse il conservatore. «Voi non sapete cosa accadde qui, in questa piazzetta, su queste pietre che si stendono innocenti su un suolo maledetto. Il conte Zille camminava su questo stesso terreno nella primavera del 1560 insieme al langravio, entrambi in abiti leggeri, che non potevano difendere il corpo dalle offese delle armi. Erano già vicini al pozzo, quando Zille si mosse a grandi passi verso il portone di una delle costruzioni laterali.
«State lì, vi raggiungo subito», disse il conte, poi gridò: «È il momento.» A quel segnale un gruppo di arcieri appostato dietro le aperture del livello superiore iniziò a bersagliare il langravio, che non potendo nascondersi, perché lo spazio era aperto e privo di ripari, venne trafitto in tutto il corpo, così da sembrare san Sebastiano martire.»
Liebmeyer raccontava questi avvenimenti come se li avesse vissuti di persona. La sua partecipazione emotiva era quella di un vero storico locale, di uno di quei personaggi che trascorrono gli anni migliori della propria vita col naso in mezzo alle cartelle d’archivio, alla ricerca di documenti sconosciuti che possano far luce su avvenimenti lontani e misteriosi, infaticabili indagatori impaniati in un gioco segreto, con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile all’obiettivo supremo e inattingibile, la verità storica.
Adrián pensò di attaccare direttamente il bersaglio, e così gli chiese a bruciapelo:
«Sa qualcosa sul medico Wildericus, l’antico cacciatore di anime?»
Liebmeyer trasalì: non era certamente preparato a una domanda diretta; sperava anzi di essere lui a far parlare l’ospite; ma la sua passione per la storia locale ebbe il sopravvento.
«Fu un personaggio singolare, diverso da qualunque altro. Un giorno scomparve nel nulla, così com’era arrivato, e non se ne sono più avute notizie. Si dice che non sia mai morto, che sia ancora qui, in attesa di consegnare i suoi segreti a una persona, il cui arrivo sta attendendo da secoli.»
«Un nuovo Messia?»
«L’uomo che incarnerà il mondo nuovo, quello che sta per nascere: solo gli uomini nuovi avranno la capacità e l’energia per fare proprie le conoscenze di Wildericus senza esserne distrutti.»
«Quindi lei crede che stiamo per sperimentare un rivolgimento?»
«Una rivoluzione, in cui ogni razza recupererà il suo ruolo nella storia, quel ruolo per cui è stata creata e per il quale si deve perfezionare.»
Ma Szabo aveva bisogno di avere notizie su una questione minore, rispetto ai grandi problemi ideologici, una questione che rivestiva una particolare urgenza.
«Ha visto per caso la signorina Krone, Magda Krone? L’ho cercata stamattina, ma sembra scomparsa nel nulla.»
«Tanta gente va via improvvisamente dalle Terme, Herr Szabo.»
Adrián non poteva insistere, per non far scattare nel conservatore una risposta difensiva, che l’avrebbe portato a chiudere quel collegamento che si era creato e che poteva consentirgli di ricavare qualche informazione, anche se poi lo scopo della familiarità di Liebmeyer doveva essere quello di ricavare lui informazioni da Szabo, per capire quanto e cosa sapeva.
Palus lo attendeva dietro una siepe. Anche lui era in cerca di risposte.
«Ha saputo qualcosa da Liebmeyer, Monsieur Szabo?» Il suo viso era ansioso e sembrava quasi ansimare, come se avesse visto da lontano i due uomini che parlavano insieme e avesse fatto una corsa per riuscire a contattare Adrián.
«Niente che non sapessi già.»
«Fate male a non confidarvi con me, potrei esservi utile» fece. Poi allargò le braccia e fece un mezzo giro, come se volesse indicare lo spazio intorno a lui.
«Questo luogo è terribile» disse.

XI

Per quel pomeriggio, l’Amministrazione delle Terme aveva organizzato una visita guidata alla specola. Si trattava di un vecchio osservatorio, che era stato recentemente potenziato con attrezzature più moderne e consentiva una discreta visualizzazione della volta celeste e soprattutto dei pianeti del sistema solare. Uno staff di ottimo livello curava il complesso scientifico, che era diretto dal professor Karlheinz Schüberger, ma vantava ricercatori boemi e croati e perfino italiani, come se l’impero asburgico avesse trovato nuova vita e una rinnovata unità, almeno sotto l’aspetto culturale.
Il percorso programmato iniziava al calar del sole e prevedeva lo spostamento, attraverso i giardini, fino al palazzo che ospitava la specola settecentesca, con la sua torre aperta verso i misteri del cielo.
Gli ospiti delle Terme si ritrovarono all’ingresso secondario della sala riunioni, che dava sul giardino. Arrivarono senza fretta e si raccolsero nella saletta che collegava la sala riunioni con l’uscita posteriore, arredata con ampi mobili di noce in stile novecento. Adrián cercò con gli occhi la Krone, ma non era presente; doveva essere veramente partita, come aveva detto il personale della reception. C’era invece Lene, con l’amica Schömberg: poteva essere un’occasione per riprendere contatto e per avere nuove informazioni.
Il gruppo si dispose ordinatamente, come un plotone in marcia, e iniziò a camminare nei viali del parco.
M.me Cobran, con la sua solita irrequietezza, si distraeva spesso, guardandosi attorno e staccandosi dal gruppo per seguire le sue curiosità. Fu in una di queste distrazioni che, guardando verso un’altura, in direzione del sole appena tramontato, vide una schiera di figure incappucciate che camminavano in fila indiana, come un corteo di frati. Lo stupore fu grande, ma quando fu ben sicura di quello che stava vedendo, non poté esimersi dal parlarne, come per sottolineare la stravaganza di quell’immagine, che appariva a dir poco ingiustificata in quel contesto.
Si rivolse ad Adrián
«Guardi: una processione!»
Adrián si voltò verso di lei e poi verso la direzione indicata, ma riuscì solo a vedere un’ultima figura che s’immergeva nel folto della boscaglia. Lo spazio che stavano osservando era di proprietà delle Terme e non si aveva da grandissimo tempo notizia di frati, né di confraternite che utilizzassero quel territorio.
Mentre M.me Cobran si affannava a recuperare gli altri membri del gruppo per diffondere la curiosa notizia, Adrián, lasciato il gruppo, si affrettò a seguire il manipolo degli incappucciati fin dentro la boscaglia e così, protetto dalle piante, riuscì a vedere che loro obiettivo era una delle più interessanti costruzioni che si trovavano ai margini del complesso termale, una specie di torre che conteneva una stanza destinata a cenacolo.
Il vecchio cenacolo, Der Speisesaal, era una grande aula a pianta ottagonale che prendeva luce da un’ampia cupola a vetri. Una teoria di colonne distingueva l’area centrale da una galleria laterale oscura. Al centro era collocata una grande tavola rotonda, lucida e disadorna.
Adrián si introdusse nell’edificio senza apparenti difficoltà. Le porte erano aperte e non vi era alcuna protezione che impedisse l’ingresso agli estranei. Si nascose dietro una colonna, nella galleria oscura, e poté studiare la situazione.
A mano a mano che si abituava alla penombra, le immagini gli apparivano più chiare ed evidenti.
Dodici uomini incappucciati sedevano attorno alla tavola, sulla quale era tracciato o intagliato un segno, dipinto di rosso, che Adrián credette di poter ricondurre all’antico alfabeto runico.
Uno di loro, che sembrava avere preminenza sugli altri, iniziò la recita di una specie di giaculatoria, in una lingua incomprensibile, ma simile al norreno, in cui a malapena si distinguevano alcune radici germaniche. Gli altri ripetevano le formule, fino a che il brusio non diveniva un unico suono. Dopo quell’introduzione rituale iniziò un dibattito.
«Sono pronti per la trasfigurazione?»
«Quasi.»
«Ma alcuni appartengono al popolo di Dio. Non possiamo tenerli!»
«Se rimarranno con noi toglieranno vigore alla nostra ascesa.»
«C’è sempre stata guerra tra noi e loro. Ora loro dominano il mondo, ma noi dobbiamo sostituirli.»
«E lo faremo; ma questa volta non avremo pietà.»
«Siamo divini come loro, ma ci hanno sopraffatto.»
«Hanno sconvolto le nostre menti, corrotto il nostro sangue, cancellato le nostre certezze.»
«Andranno in viaggio. Ma ora uniamo il nostro spirito», disse il capo, e riprese a recitare nuove e più lunghe formule in quell’antichissima lingua nordica, che gli altri ripetevano, come una sorta di canto.

Un’inconsueta atmosfera si stava creando, per le note che scaturivano da quelle anime nascoste e per i fumi diffusi da un enorme turibolo collocato al centro della scena, ove nel tavolo appariva una cavità. Altro fumo, unito a uno strano suono soffocato e vibrante, sembrava giungere da alcune bocchette che comunicavano certamente con i sotterranei della costruzione.
Poi il suono divenne sempre più chiaro e costante e gli uomini cercarono di ripeterlo, uniformandovisi, finché l’aria venne permeata da una strana e coinvolgente vibrazione, insieme attraente e terrificante, come un richiamo ancestrale e tenebroso che provenisse dagli abissi dell’universo. Bisognava aggrapparsi alla propria coscienza, al proprio istinto di sopravvivenza, per resistere e Adrián dovette fare un notevole sforzo per sottrarsi al suo primo impulso, che fu quello di unirsi alle persone e forse agli strumenti che tentavano di riprodurre il suono e diventare parte di quell’unione che si stava producendo, secondo un rituale che gli pareva oscuro e minaccioso, ma anche incredibilmente potente. Alla fine fu come se il suono scomparisse, sostituito da una vibrazione che l’orecchio umano non poteva udire, ma che la mente continuava a percepire, e quella percezione generava un’angoscia diffusa e insostenibile. Quasi subito fu come se l’aria e il fumo al di sopra del turibolo a sua volta vibrassero, deformando le colonne e le pietre, il legno e il metallo, trasformando il mondo in qualcosa di sconosciuto e dissimile, in una realtà diversa ed esaltante.
Per fortuna riuscì a scuotersi e a sottrarsi a quella sorta d’incantesimo. Riteneva di aver visto e ascoltato già molto e si allontanò con prudenza, rientrando nel bosco e dirigendosi verso la specola, dove nel frattempo gli altri ospiti erano arrivati da qualche tempo. Mentre camminava, pensava e cercava d’interpretare le parole ascoltate.

Chi erano i misteriosi personaggi? Che cosa facevano e di chi parlavano?
La riunione sembrava una cerimonia di persone che non potevano essere estranee all’ambiente delle Terme e pareva avere una funzione di sviluppo e unificazione delle forze, in occasione di quella che essi prevedevano sarebbe stata una dura lotta.
Si ritenevano divini, ma alternativi al popolo di Dio. Con questo termine, nel mondo occidentale, Adrián aveva sentito definire solo gli Ebrei, la gente che aveva stabilito un’alleanza col Padreterno e che da lui era stata protetta e aiutata a sconfiggere i propri nemici.
Ricordava i passi dei Salmi, in cui si ricordava quel particolare rapporto tra la nazione ebraica e il suo Dio.

7 È lui il Signore, nostro Dio,
su tutta la terra i suoi giudizi.
8 Ricorda sempre la sua alleanza:
parola data per mille generazioni,
9 l’alleanza stretta con Abramo
e il suo giuramento a Isacco.
10 La stabilì per Giacobbe come legge,
come alleanza eterna per Israele:
11 «Ti darò il paese di Cànaan
come eredità a voi toccata in sorte». Salmi, 104

L’aiuto di Dio era spesso ricordato in vari libri della Bibbia.

Tutto il popolo era oltremodo fuori di sé e tutti si chinarono ad adorare Dio, esclamando in coro: «Benedetto sei tu, nostro Dio, che hai annientato in questo giorno i nemici del tuo popolo». Giuditta, 13,17.

Maggiori dubbi poneva l’accenno alla trasfigurazione. Di cosa poteva trattarsi?
La trasfigurazione poteva essere quell’azione di purificazione che veniva prospettata agli ospiti delle Terme. Vi era dunque una battaglia tra due gruppi di esoteristi che si contendevano il dominio del mondo. Il gruppo delle Terme riteneva di essere di progenie divina e aspirava a succedere al gruppo al potere, che sembrava fortemente connesso al popolo di Dio, cioè agli ebrei.
Sembrava una delle tante farneticazioni antigiudaiche, diffuse in tutto il mondo, ma soprattutto nell’Europa dell’Est e nei paesi di lingua tedesca. Qui però non si esprimeva tanto un pregiudizio razziale, quanto la necessità di combattere un antagonista che fino a quel momento aveva trovato strumenti adeguati per imporsi e dominare il mondo.
Adrián cominciò a capire che, al di là dell’atavico odio popolare dei tedeschi e degli slavi verso gli ebrei, vi era una lotta di potere che si sviluppava a un livello superiore e che si esprimeva politicamente proprio in quegli anni in Germania in forme organizzate, che non avrebbero potuto avere una minima possibilità di successo senza l’appoggio di personaggi influenti della finanza e della buona società tedesca e internazionale.
Oltre agli antisemiti per ragioni razziali, vi erano gruppi, soprattutto di giovani, che si consideravano nemici della mentalità giudaica, a cui imputavano forme di organizzazione economica quali il capitalismo e il socialismo. Per questo avevano scelto di combattere un intero popolo volendo distruggerne le idee e le strutture economiche, che apparivano ai loro occhi come come soluzioni negative per la società e il pensiero. Le persistenti difficoltà economiche, sperimentate soprattutto in Germania o in Austria e la mancanza di prospettive ideali li spingevano verso soluzioni di rifiuto, ripiegandosi verso culture tradizionali, alternative e irrazionalistiche. Insomma, gli ebrei erano assimilati al capitale e allo sfruttamento dei popoli europei. Da questo nasceva l’odio, che purtroppo non si rivolgeva contro un’ideologia, ma contro le singole persone, ritenute storicamente responsabili di quell’ideologia.

Quanto alla presenza di ebrei tra gli ospiti delle Terme, Adrián riteneva che fosse inevitabile. Gran parte delle persone di successo, di quelle dotate di cospicue risorse economiche, era dichiaratamente di stirpe ebraica, e le Terme erano un covo di ricchi. Non aveva particolare simpatia per i ricchi capitalisti ebrei, ma alcuni appartenenti a quel popolo vivace e operoso erano o erano stati suoi amici e quindi trovava preoccupante che dovessero essere coinvolti in una guerra di successione segreta, di cui forse molti non avevano alcuna consapevolezza. Pensava inoltre a tutte quelle persone di cui non si conosceva la provenienza e che spesso non avevano nemmeno loro coscienza delle proprie origini. Come distinguere quindi ebrei e non ebrei? Non si poteva trarre ausilio con sicurezza dai cognomi, perché in alcune parti d’Europa molti ebrei erano stati battezzati e avevano assunto il cognome del padrino o un Familienname di fantasia. Le sue letture e frequentazioni di ambienti esoterici lo avevano convinto che vi fosse una sorta di specularità tra le credenze semitiche e quelle germano-celtiche. Vi era una convinzione comune, quella che l’espressione significativa sonora avesse riferimento con il mondo segreto che trascende la percezione umana e che i simboli alfabetici rappresentassero in modo visibile il legame tra le due realtà. La ritualità, come i sacrifici o i riti di passaggio dalla condizione umana a quella immortale, erano presenti in entrambe le tradizioni e, di fatto, una lotta, spesso senza quartiere, era stata ingaggiata tra le due culture, quella europea e quella asiatica e mediorientale. Roma, che aveva raccolto e sviluppato i semi delle culture pagane europee, si era opposta a Cartagine, ponendo momentaneamente un argine all’espansione semitica; ma poi le concezioni semitiche avevano preso il sopravvento, dominando culturalmente anche l’Occidente.
Raggiunta la specola, dovette salire una rampa di scale per introdursi nella piccola sala utilizzata solitamente per lezioni e riunioni di esperti. Tra i visitatori, che riempivano di fatto la saletta e che stavano in piedi, malgrado le molte sedie messe a disposizione, notò un uomo bruno, con la camicia aperta sul collo e le scapole, che mettevano in mostra la più orrenda serie di verruche che si fosse mai vista: era un vero tappeto e qualche esterna metastasi era sbocciata anche più lontano, sul viso e dietro le orecchie. Adrián credeva all’origine infettiva delle verruche e desiderò allontanarsi il più possibile da quella specie di lebbroso; cercò perciò di spostarsi e venne miracolosamente a trovarsi accanto alla ragazza che tanto l’aveva affascinato nella vasca della serenità: era fasciata da un tubino dalla fattura semplice e raffinata, di una tinta verde cangiante, che sembrava riproporre il colore dei suoi occhi.

Proprio in quel momento vi fu una breve pausa e il gruppo ne approfittò per fare conversazione.
Anche Adrián cercò di ottenere qualche notizia da Lene, che lontana dai suoi conoscenti tedeschi pareva più avvicinabile e che lo gratificò addirittura con un lieve sorriso.
«Mi domando perché una donna giovane come lei frequenti questo covo di maturi squinternati.»
«Perché vorrei rinascere pura» disse lei «e senza ricordi.»
«Ma se lei è l’immagine della purezza!»
«No! Lei non sa; non può sapere!»
Lene rimase immobile, con lo sguardo improvvisamente divenuto cupo e fisso, mentre Adrián si chiedeva quale fosse la storia di quell’affascinante giovane donna e quali fossero i motivi delle sue improvvise tristezze.
La conferenza riprese. Un gruppo di croati aveva intrapreso una conversazione serrata, che si trascinò anche a lezione iniziata. Adrián capiva solo poche parole, Ogni tanto il più grosso del gruppo diceva «Nema problema»; ma presto il gruppetto venne zittito stizzosamente dai vicini, che provavano forse per le stelle un maggiore interesse.
Adrián seguì la presentazione delle ultime scoperte derivanti dalle osservazioni celesti; ma si rese conto che quello che si sapeva era ancora troppo poco e questo generava insoddisfazione.
Forse era proprio questa insoddisfazione, questa inadeguatezza nei confronti dell’universo, che spingeva molti tra gli ospiti delle Terme ad aderire a un programma di rigenerazione, dal quale forse ognuno si attendeva risultati differenti, ma in ugual modo miracolosi.
Chi sperava di ottenere la conoscenza della verità, chi il potere che la conoscenza offre a chi sa approfittarne, chi, come Lene, sperava in una purificazione, in una specie di rigenerazione spirituale.
Adrián cominciava a dubitare che le tecniche e le strutture del centro termale potessero ottenere gli effetti attesi, e a temere che il meccanismo creato costituisse in realtà uno strumento per condizionare un gran numero di persone della buona società, per fini sui quali ancora non riusciva a formulare razionalmente ipotesi credibili.

XII

Monsieur Palus non aveva perso la speranza.
Qualche volta la speranza ci porta verso domini diversi dalla vita reale, ma senza quella spinta, senza quell’invisibile sostegno, non riusciremmo a realizzare imprese che trascendono il nostro operare quotidiano.
La speranza era da qualche tempo l’unica forza che consentiva a Palus di vivere la vita degli uomini con lo sguardo rivolto a un mondo che immaginava sovrastare e dominare la dimensione dell’umanità.
A volte la vita si ferma, per tante persone, che rimangono in bilico tra un’esistenza vera e completa e la vera morte in una sorta di tranquilla incoscienza.
Così era avvenuto a Henriette.
Era sua figlia, santo Dio, e lui doveva fare il possibile, ma anche l’impossibile per farla tornare al mondo: era così vivace, allegra, piena di vita; come poteva essersi trasformata in quella cosa inutile e assente, abbandonata in quella stanza piena di lini e mussole, dove ogni tanto entravano folate d’aria a portare un’illusione di movimento, smuovendo carte e tendaggi, così che le cose sembravano più vive e libere di quella ragazzina, imprigionata per sempre in una forma statica, incapace di reagire agli stimoli.
Quante volte pare che il destino sia guidato da una volontà maligna, che una divinità corrucciata e maldisposta infierisca sulla vita di qualcuno, per chissà quale fine.
Dolore su dolore, lacrima su lacrima, qualcuno gioca con le piccole anime umane e sembra godere della loro sofferenza.
Prima Sophie, colta da una febbre incomprensibile e mortale dopo una serena gita in campagna. Poi un paio di mesi dopo la caduta di Henriette: cose banali, imprevedibili ma possibili in una vita senza garanzie, dove l’orrore della morte è sempre in agguato, dove l’uomo può solo sperare nella buona sorte.
Sophie camminava sul prato e raccoglieva fiori. Si sentiva ancora ragazzina e come una ragazzina si rallegrava per ogni piccolo piacere, per un fiore o una farfalla, per il cielo sereno come per uno sguardo d’ammirazione.
C’era troppo silenzio quel pomeriggio a Saint Moran. La chiesetta era lontana, nella sua rugosa bellezza, e già non si vedeva più. Si erano addentrati in un bosco incontaminato, con ampie radure assolate. Il sole di prima estate picchiava sul terreno, dove le oasi verdi lasciavano spazio a zone più aride e secche. Avevano deciso di fermarsi in uno degli spiazzi ancora verdeggianti, dove l’erba era rigogliosa, vicino a una sorgente che sembrava scaturire dal nulla. Più avanti un bosco dagli alberi antichi e nodosi. Tutto era immobile, tranne i villeggianti che stendevano tovaglie e depositavano cestini.
Tutto era perfetto: il sole, caldo ma non bruciante, i fiori di tanti colori, ma con dominanti bianche e gialle, l’acqua limpida e chiara, le farfalle silenziose e insistenti. Sophie sorrideva e portava fiori sulla tovaglia che presto divenne una sorta di tavola imbandita. Henriette guardava gli alberi nodosi, che parevano giganti immobili, immaginava dietro di loro gnomi ed elfi. La natura è così grande e strana da far quasi paura. Il mondo splendeva dei colori caldi del pomeriggio; Henriette guardava e immaginava presenze attente e ostili. E lui, Palus, ammirava le sue belle creature e godeva di quella quintessenza di pace che la sua vita tortuosa e tormentata gli offriva. Non intravedeva nulla di particolare né d’inquietante, ma solo il sano e regolare respiro della terra, l’aria leggera e gradevole, il prato in tutta la sua magnificenza, la frescura che arrivava dal bosco incredibilmente calmo e solitario. Mangiarono e parlarono, scherzarono anche, raccontarono storie e ripresero la strada verso il paese all’imbrunire, accompagnati dal violento luccichio di Venere, che brillava alta nel cielo.
Poi, di notte, anzi di primo mattino, l’improvviso mal di testa, che non diminuisce con un cachet. ma si aggrava, e poi la febbre alta e preoccupante. Il medico che arriva dopo qualche ora e scuote la testa: non sa che dire. Cos’ha mangiato, o bevuto la signora, ha toccato qualcosa, si è sporcata di terra; cosa c’era in agguato dietro quell’apparenza di eden? Si arriva a un’ipotesi, meningite. Si cerca di abbassare la febbre, ma ormai non c’è più nulla da fare. La malattia è fulminante, di quelle che non perdonano, e non ci sono rimedi adeguati. Così, senza preavviso, una persona ancora giovane e bella, allegra e vitale, ammirata e adorata, viene falciata come una spiga di grano e precipita nell’abisso del nulla, in una dimensione irraggiungibile e misteriosa, come misteriosa è la forza che l’ha trascinata al di là della vita.
Palus è incapace di pensare, incapace quasi di piangere. Lo stupore e l’incredulità prevalgono sulla sua disperazione.
Henriette è sconvolta, non capisce, poi ripensa alle sue strane sensazioni e le racconta al padre, che improvvisamente si trova di fronte a un orrore sconosciuto, che si scopre a immaginare anche lui presenze oscure e maligne, forze da identificare, a vaneggiare di conoscenze segrete che l’umanità possedeva e che ha disgraziatamente perduto, quelle conoscenze che consentono di non rimanere indifesi davanti al gioco delle forze dell’invisibile, di quel mondo di pagane potenze che possono abbattersi sulla vita dell’uomo e sconvolgerla o distruggerla senza un apparente motivo.
Ancora Palus non sapeva come reagire, perché gli sembrava ancora di percepire la presenza di Sophie, come se non fosse cambiato nulla e lei fosse sempre vicino a lui, lo sostenesse nella sua vita e nelle sue tristezze, lo incoraggiasse a continuare. Di notte allungava una mano per sentirla e si stupiva di non trovare che il vuoto; gli pareva a volte che il materasso continuasse a piegarsi lì dove si appoggiava il suo corpo e, nel sonno, gli sembrava che lei fosse ancora presente, col suo calore e col suo respiro. Ancora non aveva pienamente compreso e accettato la realtà di quell’assenza, quando un’altra incredibile disgrazia si era aggiunta. Si era trattato di un banale incidente, almeno in apparenza. Henriette era confusa, disattenta, sarebbe stato forse meglio seguirla, non consentirle di uscire da sola; ma aveva tanto bisogno di svago e lei amava tanto andare in bicicletta, in una città sicura, dove non poteva succedere niente di male, niente di drammatico. Chi poteva pensare a una pietra che non ci doveva essere, a una scivolata, a un colpo che, naturalmente, all’inizio sembra una cosa da niente, ma poi le cose non procedono come dovrebbero e si scoprono danni cerebrali. La vita è salva, non è in pericolo; ma quale vita è quella che rimane?
Era bastata una caduta per trasformare una vivace ragazzina in un essere senza parola né movimento, incapace di recuperare la vita e affrontare la difficile età dello sviluppo. Solo un miracolo avrebbe potuto salvarla, solo la conoscenza delle forze segrete che regolano i meccanismi della vita e della morte.
Palus iniziò a studiare il mondo delle scienze alternative e tradizionali, reperì testimonianze, frequentò ricercatori e adepti, rincorse manoscritti e leggende, cercò la verità e i principi della forza vitale. Sentiva che avrebbe potuto ottenere il potere, perché altri c’erano riusciti. Solo, bisognava trovare le indicazioni giuste e trovarle in fretta, perché Henriette non poteva aspettare.
A volte gli pareva di essere sul punto di fare una grande scoperta, gli pareva di avere avuto l’intuizione fondamentale, ma, una dopo l’altra, le sue intuizioni si mostravano illusorie.
Poi, un giorno, un suo corrispondente gli aveva segnalato una strana storia, che si narrava fosse accaduta in una città dell’Europa centrale, là dove poi si sarebbe sviluppata una grande stazione termale.
Lì si diceva che un antico scienziato avesse scoperto segreti sconvolgenti e che, basandosi sulle sue misteriose conoscenze, qualcuno stesse ponendo in essere tecniche nuove che consentivano di agire sui cancelli della morte, recuperando i corpi e gli spiriti. Naturalmente non vi era nulla di sicuro in quella notizia, ma si sa che quando una persona è disperata vuole credere, provare, illudersi, sperimentare. E poi, in fondo, qual era il rischio che si poteva correre, prestando fiducia a quella diceria? Si trattava di scoprire la verità, se una verità c’era, a costo di un piccolo salasso economico; ma, di fronte all’assenza di una qualsiasi speranza, anche quel tentativo valeva la pena di essere fatto.

XIII

C’era un quartiere nella parte più moderna della città che veniva chiamato La borgata (Malomesto) o semplicemente il quartiere (Quartier), iniziato a costruire ancora in epoca asburgica. Adrián ne aveva sempre sentito parlare e celebrare quale mirabile esempio di stile Novecento, ma non aveva mai avuto occasione di visitarlo. Decise quindi di dedicare qualche ora a una passeggiata turistica tra le case del nuovo agglomerato. Nella mappa che aveva a disposizione, il collegamento con la borgata sembrava non essere molto distante dal complesso delle Terme e partiva da una strada che ne costeggiava per un pezzo il lato nord. Iniziò a percorrere la strada fino alla fine dell’abitato e giunse a un grande spiazzo sterrato, riempito da una copertura di ghiaia bianca. Al di là di quello spazio aperto si distinguevano sentieri di campagna, che non sembravano condurre verso luoghi abitati. Alla sua sinistra, invece, si presentava una salita in parte nascosta da una folta boscaglia costituita da un intrico di alberi e macchia. Più in alto, a un livello superiore, si vedevano delle pesanti costruzioni di colore chiaro.
Si diresse da quella parte e iniziò a camminare, immergendosi in quella specie di bosco che ricopriva la strada con una volta verde. Cespugli di rovo e rami di agrifoglio s’intrecciavano creando motivi di un verde cupo, a loro volta dominati dagli alberi ad alto fusto che si allungavano disperatamente verso la luce, verso la vita. Qua e là apparivano degli strani fiori gialli simili al croco, che Adrián riconobbe: erano i fiori del bulbo di Sternbergia, che aveva fatto piantare tanti anni prima in un suo giardino.
Dopo una curva a gomito, anche questa seminascosta dagli alberi, si accorse che la salita terminava bruscamente, sostituita da una scala stretta e grigia, che doveva certamente concludersi in cima al colle, sul quale aveva intravisto delle case.
Si pentì quasi di aver intrapreso quel percorso, perché la scala era disagevole, molto stretta in alcuni punti e senza parapetto: sembrava una struttura ancora in costruzione e ne erano prova i casamenti che iniziarono a presentarsi sul lato destro, palazzi non terminati, ancora color cemento, come la stessa scala, immersi nella vegetazione spontanea, che si arrampicava dappertutto. Le aperture scure e ancora prive d’infissi delle finestre davano all’insieme un aspetto tetro e minaccioso. Stretti sentieri in terra battuta consentivano di raggiungere i rustici, che parevano però abbandonati da tempo. Fu con profondo sollievo che Adrián si accorse che la scalinata stava ormai per superare le cime degli alberi e che s’inerpicava fino a raggiungere un terrapieno su cui si affacciavano dei palazzoni intonacati di color ocra chiaro, non belli, ma almeno completi e utilizzati, a giudicare dalle scritte che segnalavano uffici o aziende. Non sembravano case di abitazione e d’altra parte la zona era decisamente troppo squallida per incoraggiare normali cittadini a servirsi di quelle massicce costruzioni come casa.
Adrián si addentrò nei cortili silenziosi che separavano le costruzioni e sbucò infine in una vera strada. Si trattava di uno stradone di periferia, costeggiato da palazzi anonimi e dall’aspetto triste. Qualche marciapiede era stato lastricato con mattonelle di cemento, ma la maggior parte era ancora ricoperta da uno strato di terra battuta, dove, in mezzo alla polvere, faceva capolino qualche erbaccia clandestina.
Non si intravedeva nulla in quei palazzi dormitorio che potesse far pensare a un quartiere moderno e funzionale, studiato da un valido architetto di quegli anni. Le finestre, tutte uguali, non erano nemmeno rallegrate da vasi o terrine di fiori, ma sembravano essere state dipinte dello stesso grigio del cielo o della livida tinta delle fabbriche.
Continuò a esplorare le ampie strade che costituivano quella realtà suburbana, destinata probabilmente a ospitare operai e persone provenienti dai più poveri paesi circostanti. Vide finalmente qualche abitante, vestito poveramente, con una sobrietà dettata dalla necessità, e qualche anziana, che portava in testa un fazzoletto, all’uso delle contadine, e un vestito che assomigliava molto ai costumi tradizionali della gente di paese. Quando si sentì guardato con un misto di curiosità e ostilità, si rese conto di essere completamente fuori posto in quella specie di ghetto popolare, lui, che dagli abiti che indossava, sportivi ma decisamente costosi e di buona fattura, dal cappello alla moda e dalle scarpe di qualità, sembrava veramente provenire da un altro pianeta, in cui non si fosse condannati a lavorare duramente per vivere, o meglio per sopravvivere.
Per la prima volta nella sua vita provò disagio per la sua ricchezza e i problemi di natura esistenziale che l’avevano condotto nel mondo ricco e privilegiato delle Terme gli parvero lontani e quasi irreali. Forse solo quella che vedeva era vera realtà, mentre i suoi viaggi, il suo bizzarro peregrinare erano solamente un sogno, un sogno che era avventura e alterità, evasione nella ricerca del vero nel diverso, mentre la realtà quotidiana della gente comune continuava a sfuggirgli, un modo in definitiva per attutire il disagio di vivere.
Era chiaro che il Quartiere non era lì, anche se forse si ergeva a non grande distanza da quelle larghe strade piene di polvere.
Non era opportuno perciò insistere in quella direzione e la cosa più saggia era tornare indietro, verso l’area conosciuta delle Terme.
Ritrovò il terrapieno e la scala da percorrere in discesa, verso l’oscurità del bosco e le costruzioni a rustico. Camminava lentamente e osservava come affascinato le nere cavità delle finestre, quando vide qualcuno muoversi in direzione di uno dei palazzi. Da lontano gli parve di vedere un uomo e due donne. Una sembrava la persona che si era intrattenuta con Lene nella saletta che precedeva la sala del breakfast, ma l’altra, per quanto camuffata da un cappotto e un cappello che lasciava scorgere ben poco del suo viso, sembrava proprio Lene; suo era l’incedere, suo il modo di porgere il capo nell’ascoltare chi le parlava, un modo che esprimeva un’infinita dolcezza.
Adrián si avvicinò, perché non riusciva a capire perché mai quelle persone fossero intenzionate a visitare un palazzo in costruzione, in una zona disabitata e pericolosa della città. Il sentiero era appena tracciato, là dove stava mettendo i piedi, e conduceva a una sorta di stradina in terra scura che terminava nell’apertura che pareva immettere nel ventre di quella grande e grigia balena che aveva inghiottito, poco prima, Lene e e i suoi accompagnatori.
Più in avanti un lungo serpente verde arrotolato andava in direzione del palazzo: quindi all’interno arrivava l’acqua, attraverso un allaccio provvisorio, come di solito avviene nei cantieri.
Non c’era nessuno di guardia alla porta, se così poteva chiamarsi quell’apertura buia.
Un atrio piuttosto ampio dava accesso a scale verso l’alto e verso il basso. Poiché si udiva il suono di voci umane provenire dal basso, Adrián discese con circospezione la scala che portava al livello inferiore. Pareva che un gruppo consistente di persone si stesse riunendo in uno stesso luogo, perché il rumoreggiare, a un certo punto, non si spostò, ma divenne un costante brontolio, in cui si distinguevano gli acuti delle voci femminili, giovani e squillanti.
Adrián aveva raggiunto un pianerottolo che sbucava in uno spazio più ampio, ingombro di attrezzi e di cartoni. Pareva una sorta di deposito, mentre al piano di sotto s’intuivano le presenze delle persone radunate per chissà quale scopo.
Non essendo ancora completata la costruzione e totalmente assenti gl’impianti, rimanevano diverse fessure, da cui filtrava la luce che proveniva dal livello inferiore. Avvicinatosi a queste, Adrián scoprì che si poteva osservare quanto avveniva sotto di lui, senza essere visti.
Stava lì, acquattato come un felino che ha individuato la sua preda, solo che lui non aveva zampe, né artigli ed era lui virtualmente in pericolo. Quella situazione gli ricordava un’avventura dei suoi anni più felici, quando si era dovuto nascondere, in Anatolia, dalle bande di briganti che vagavano per l’altopiano. Non c’era oscurità, però, e anzi le rocce erano di un chiarore abbacinante, mentre restare distesi al sole, col vento secco che pervadeva ogni cosa, era quasi piacevole.
Vide così che il gruppo che si sentiva parlottare si era fermato in quella che, più che una cantina, sembrava un’ampia caverna, illuminata dalla luce di torce e lumi a petrolio.
Ma perché era stato portato in quel sotterraneo un albero? Sì era proprio un albero, con rami alti quasi tre metri.
Un uomo di alta statura, con un grande manto nero che avvolgeva il corpo nudo, si avvicinò all’albero e salì su una piccola scala. Poi infilò il collo in una benda a cappio che pendeva dal ramo più alto. Allora Adrián capì: si trattava di un sacrificio, o meglio della rappresentazione dell’autosacrificio di Odino raccontato dallo Hávamál.

Veit ek, at ek hekk
vindgameiði á
nætr allar níu,
geiri undaðr
ok gefinn Óðni,
sjalfur sjalfum mér,
á þeim meiði
er manngi veit
hvers af rótum renn.

Lo so io, io che fui legato
sull’albero esposto al vento
per nove notti intere,
ferito da una lancia
e offerto a Odino,
io stesso a me stesso,
sull’albero di cui nessuno
potrà mai dire quale
percorso da lui si sviluppi.

Við hleifi mik sældu
né við hornigi,
nýsta ek niðr,
nam ek upp rúnar,
æpandi nam,
fell ek aftr þaðan

Nessuno mi allietò con il pane
e nemmeno coi corni.
ma poi guardai verso il basso
feci salire le rune,
le sollevai gridando,
e subito caddi da lì.

Fimbulljóð níu
nam ek af inum frægja syni
Bölþorns, Bestlu föður,
ok ek drykk of gat
ins dýra mjaðar,
ausin Óðreri.

Nove magici suoni
ottenni dal sapiente figlio
di Bölthorn, padre di Bestla,
e bevvi come un dono
il pregiato idromele
spillato da Odreri

Þá nam ek frævask
ok fróðr vera
ok vaxa ok vel hafask,
orð mér af orði
orðs leitaði,
verk mér af verki
verks leitaði.

E io cominciai a fiorire
e saggio divenni
parola per me da parola
ricavai con la parola
azione per me dall’azione
ricavai con l’azione

Così infatti avvenne. L’uomo stava rappresentando una morte rituale. Mentre si trovava ancora col collo avvolto dalla fascia di stoffa, due uomini vestiti di rosso si avvicinarono e si misero a destra e a sinistra dell’appeso. Quello che stava alla sua sinistra aveva in mano una lancia e con quello lo ferì leggermente al di sotto delle costole; l’altro, velocemente, raccolse con una coppa le gocce di sangue che sgorgavano e quindi appoggiò una garza sulla ferita. Nel frattempo, il sacrificato pronunciò dei suoni, che dovevano riprodurre le vibrazioni delle rune, vibrazioni che avevano il potere di unire il mondo terreno e quello ultraterreno e con le quali si costituivano le parole, che si sviluppavano l’una dall’altra (Parola per me da parola / ricavai con la parola). Grazie alle rune, scoperte e pronunciate, l’uomo-dio trascende le dimensioni, viene liberato dalla morte e riappare agli altri uomini. Il sacrificio è stato compiuto, l’uomo si libera dal cappio e scende dall’albero; disinfetta la ferita superficiale e ritorna nel gruppo. Da una botte di sidro si riempie un bacile di marmo, grande come un’acquasantiera, in cui si versano le poche gocce di sangue cadute dalla ferita di Odino e una polvere candida, che proviene da una piccola ampolla. Tutti gli uomini e le donne del gruppo si avvicinano e bevono, lentamente, una dose di liquido che viene attinta dal bacile, in ugual misura per ciascuno.
La cerimonia sta per raggiungere il culmine. Senza alcun preavviso ecco che i presenti cominciano a denudarsi, senza vergogna, e camminano scalzi sul pavimento della caverna, che non è lastricato, ma fatto di roccia e terra scura. Completamente nudi si accostano a una grande vasca piena d’acqua, per purificarsi, poi si radunano e iniziano a stringersi insieme, fino a formare una cosa sola. Sono tutti molto giovani e anche fisicamente attraenti. Il contatto inizia a fare effetto e i maschi cominciano a eccitarsi. Le ragazze si addossano all’uomo-dio e a eccitarlo, con il corpo e con le mani, fino a che non ceda il suo seme. I maschi si addossano alle femmine e le prendono, con naturalezza, ma senza fretta. E tra le ragazze, mio Dio, c’è Lene, con le sue forme snelle, che prende possesso della carne dell’uomo-dio e a sua volta è posseduta, con vigore, dai giovani, anch’essi ormai semidei, che la penetrano a turno. È lei la più desiderata; il languido pallore del suo viso e la luminosità della sua pelle risplendono anche alla luce artificiale di quel teatro sotterraneo, insieme tempio e alcova, area di culto e luogo di piacere.
È quasi irreale, la scena, e Adrián la osserva stupito, ma nello stesso tempo incredibilmente eccitato, anche lui, coinvolto dalla sfolgorante bellezza di quei corpi e dall’incredibile perversione delle azioni che si sviluppano davanti ai suoi occhi, perché la ritualità si trasforma presto in licenza e gli appetiti si scatenano in un ammucchiarsi di potenza e desiderio che finisce per esplodere in maniera incontenibile. Finché all’improvviso sentì una stretta al collo e un odore fortissimo e dolciastro che gli fece perdere i sensi. Il buio più totale subentrò per ore o minuti, finché si risvegliò su una sedia, con la testa dolorante e una forte sensazione di nausea.
La vista era annebbiata, ma non tanto da non riconoscere il volto di Liebmeyer, che sorvegliava il suo risveglio e che mirava a rassicurarlo, perché lui no… loro no… non avevano intenzioni malevole nei suoi confronti, anzi lo seguivano da tempo e lo rispettavano.
«Non vogliamo farle del male, Herr Szabo, noi apprezziamo le sue ricerche e sappiamo tutto delle sue avventure. Le sue conoscenze sono in fondo simili alle nostre; ma ci sono tante cose che lei ancora non sa.
«Ci sarà una grande guerra e lei combatterà al nostro fianco. Noi vogliamo ripartire dalla nostra tradizione, riprenderci i nostri poteri, che gli altri ci hanno tolto.
«Vogliamo purificare il mondo, Herr Szabo, dall’usura, dall’orrendo culto del denaro, dalla meschinità e dalle debolezze malaticce della religione inventata dagli ebrei, dal tormento del peccato. Noi saremo i liberatori del mondo, elimineremo le razze malate e degenerate, la grande malattia dell’universo.»
“E per farlo avete bisogno di dare sfogo alla vostra animalità, di pervertire i giovani con la droga e con la lussuria?”, pensava Adrián, che a mala pena stava recuperando la capacità di muoversi; solo che quello che i borghesi chiamano lussuria, per quegli esseri “superiori” era forza vitale, era l’energia dell’universo, era la forza naturale e brutale che avrebbe consentito il dominio della terra e il possesso delle chiavi di accesso ad altre dimensioni.
L’orgia era uno strumento che gli uomini utilizzavano per recuperare l’unità originaria e di conseguenza il potere complessivo di un insieme vitale indifferenziato. Religioni primitive e misteriche portavano a credere che la fusione corporale conducesse a imitare le condizioni del caos primordiale, conseguendo per la comunità l’enorme energia propria dell’universo prima della creazione.
Adrián sapeva già tante cose sull’esaltazione degli adepti e sulle illusioni che da millenni l’uomo coltivava. Per raggiungere il potere sulle cose e sugli spiriti gli occultisti non esitavano a compiere cose abominevoli. Sacrificavano persone ridotte in schiavitù, torturandole a morte durante cerimonie segretissime. Violentavano vergini e le assoggettavano a pratiche orgiastiche, costringendole ad azioni disumane e disgustose, obbligando queste donne, spesso bellissime e ancora adolescenti, a provare piaceri di inimmaginabile intensità, con tutti gli strumenti fisici e psicologici che una morbosa creatività poteva costruire ed escogitare. Queste schiave del piacere diventavano mezzi per sviluppare l’energia che proveniva dall’esercizio di una sfrenata sessualità e non avevano più la forza fisica e morale per tornare a una vita regolare, che non avrebbe più in alcun modo soddisfatto la loro passionalità ormai intorbidata e inarrestabile.
Ma quello che più tormentava Adrián erano lo sconvolgente rovesciamento di valori che quelle nuove (o antichissime?) forme di culto promuovevano, e lo straordinario fascino che riuscivano a esercitare nei confronti di persone che si ritenevano moralmente sane. Lui stesso era profondamente turbato, come se vedesse ondeggiare i pilastri della sua coscienza e udisse scricchiolare il soffitto ligneo della camera del suo sapere. Se la sua razionalità doveva rifiutare con sdegno le pratiche oscene a cui aveva assistito, nel suo cervello si era infiltrato il tarlo esaltante del piacere profondo e perverso che deriva dal trasformare l’innocenza in sfrenata libidine. Quel desiderio proibito non poteva essere così facilmente messo a tacere. Lo stato di sovreccitazione nervosa, unito agli effetti residui della sostanza che gli era stata somministrata per fargli perdere i sensi, lo faceva star male. Il battito cardiaco era accelerato e frequenti aritmie gli creavano una strana sensazione di soffocamento. Nulla è più certo: l’immoralità, la lussuria sono veramente il male o piuttosto la realizzazione dei desideri più profondi dell’uomo? Depravazione o potenza, abbrutimento animale o liberazione di forze sconosciute che conducano l’uomo al di là della condizione mortale? Gli era accaduto di stimolare una donna fino quasi al deliquio, ma si trattava di amori adulti e pienamente consenzienti. Ora sperimentava che costringere alla lussuria una ragazzina dal viso innocente e dallo sguardo sognante produceva un’eccitazione molto più intensa e violenta di qualunque esercizio erotico compiuto con persone esperte e consapevoli.
Per cercare tregua alle sue incertezze Adrián, lasciato libero da Liebmeyer e dai suoi amici, pensò di tornare in biblioteca e di proseguire le ricerche iniziate con Magda, prima della sua misteriosa sparizione. Ormai era certo che loro sapevano tutto della sua ricerca e che anzi, a distanza, la seguivano, sperando magari che lui, con i suoi mezzi, raggiungesse un livello di conoscenza superiore, che magari poi avrebbe condiviso con loro.
Questa volta decise di indirizzare l’indagine sui manoscritti, il cui catalogo a registro, compilato nell’Ottocento, era liberamente consultabile.
La scrittura chiara del bibliotecario ottocentesco rendeva facile l’individuazione delle opere, anche se l’ordinamento alfabetico era approssimativo. Infatti se un testo veniva scoperto o acquisito quando le pagine dedicate a una lettera erano già state compilate, non rimaneva che aggiungerlo alla fine o interpolarlo nelle righe già scritte.
Alla lettera W appariva il nome di un certo Wildericus Thurnbergiensis, che lo incuriosì per i titoli delle sue opere. Erano solo due: una Historia Hyperboreorum, cioè la storia del mitico popolo degli Iperborei e una Runengeschichte, cioè storia delle rune, che poi si rivelò un manualetto sulla nascita e significato di questi segni usati dagli antichi popoli del Nord.
Strano appariva anche che l’autore avesse scelto di usare la lingua tedesca, per diffondere le sue conoscenze, come se volesse rivolgersi a un pubblico di soli lettori di ambiente germanico o volesse anticipare la logica riformista.
Il nome dell’autore ricordava lo strano personaggio che Adrián e Magda avevano trovato citato nella precedente visita in biblioteca, ma le date riportate nel manoscritto erano alquanto più tarde. L’Historia riportava l’anno Millesimo quadringentesimo vigesimo sexto, mentre la Runengeschichte risultava scritta nell’anno Millesimo quadringentesimo vigesimo octavo, quando cioè di Wildericus non si aveva più ufficialmente notizia da qualche tempo.
L’origine dell’autore sembrava essere austriaca, da Thurnberg nel Niederösterreich, ma i testi non riportavano tracce di natura biografica. L’unica cosa che se ne poteva arguire è che avesse notevoli conoscenze sulla cultura dei popoli nordici e che avesse letto un buon numero di opere note e sconosciute di autori greci e germanici.
Adrián non pensava che avrebbe finito per dedicare gran parte del suo tempo alla lettura in biblioteca; sapeva che non poteva fermarsi troppo in città e temeva di non riuscire concludere l’impresa prima di aver terminato il suo periodo di presenza alle Terme.
Il testo era pieno di abbreviazioni, alcune tradizionali, altre forse legate a uno stile scolastico o cancelleresco che non conosceva. Probabilmente lo scritto era riservato a una cerchia di adepti, che avevano in comune usi scrittorii particolari. Faticò un po’ perciò per capire la logica del sistema, ma una volta trovata la chiave, la lettura e la conseguente trascrizione andarono più spedite. In fondo la scrittura non si discostava di molto dalla gotica usuale ed era ancora di sapore trecentesco.
Si mise comunque a trascrivere il primo e più consistente dei due manoscritti. Lo incuriosiva tutto quello che riguardava il mito degli Iperborei e voleva conoscere le conclusioni a cui era giunto Wildericus, che ad onta della sua immagine di fanatico studioso dell’occulto sembrava dimostrare acutezza e buon senso, almeno come storico.
Secondo lo scrittore, che pareva seguire in buona misura la narrazione di Erodoto, gli Iperborei avrebbero abitato, già vari millenni (o diverse decine di millenni) prima della nascita di Cristo, i territori dell’estremo Nord, dalla Siberia occidentale alla Scandinavia. Erano popoli nomadi, non legati strutturalmente a un territorio preciso, e alcuni clan si sarebbero spinti a Sud fino al limite dei Carpazi e a Occidente fino alle Alpi, seguendo il corso del Danubio. Come avvenne a molte popolazioni dell’estremo nord, le spaventose condizioni climatiche che dominavano ormai in quelle regioni li spinsero a trovare riparo in aree meno rigide e per questo iniziarono una serie di escursioni esplorative nelle terre meridionali, dove incontrarono altri popoli e città, con i loro miti e i loro rituali, e mescolarono credenze, storia e leggende.
Da quell’incontro derivarono storie di invincibili ed eroici guerrieri, di lotte senza quartiere, di amori tra uomini e dei, di sacrifici cruenti e di passioni violente e irriducibili, di avventure impossibili e di mostri; da quell’incontro nacque la mitopoiesi occidentale, quel coacervo di storie che trasmigrò da un popolo all’altro, mutando lingue e luoghi, per arrivare sino ai nostri giorni, come patrimonio originario e globale delle nostre genti.

XIV

Tornò il giorno successivo a consultare e trascrivere il manoscritto, visto che ormai era in grado di interpretarlo con una certa facilità. Ci voleva un certo tempo prima che il volume venisse consegnato e Adrián si trovò per qualche minuto con la mente sgombra da impegni intellettuali.
Fissava il legno della scrivania, le venature scure e le sottili bande più chiare, modalità formali che si ripetevano quasi all’infinito, ma si componevano e interagivano in maniera sempre differente: osservava il procedimento stocastico della realtà.
Regole certe che ammettevano però variazioni compositive infinite.
Finalmente il manoscritto arrivò e Adrián lo aprì per trovare il punto in cui la lettura precedente era stata interrotta.
La storia degli Iperborei diveniva sempre più storia dei loro miti, o almeno di quello che ne era rimasto e che in parte si ritrovava nelle saghe germaniche e nella mitologia greca.
Si ritrovavano in quei racconti primordiali le versioni più antiche dell’Edda o dei Nibelunghi o storie sconosciute agli studiosi di filologia germanica che ricordavano la discesa in terra di un eroe portatore del fuoco, Firtrag.

In spregio al respiro
del superiore comando
la fiaccola condussi
nascosta nel mio viso,
nella mia bocca ardente,
rosso acceso nel buio,
e in un suono di fuoco
vibrai la freccia alata,
che rinacque più viva
nell’abbraccio dell’erba.

Il fuoco fu così donato agli uomini, che costruirono un tempio, in cui una fiamma doveva rimanere sempre accesa, senza mai esaurirsi, perché gli uomini non perdessero la luce, dono degli dei.
Ma quando le divinità supreme si resero conto di quell’atto di ingiustificata liberalità, che alleviava per le generazioni umane la sofferenza del freddo e che consentiva di vedere nel buio come i predatori notturni, addormentarono il portatore del fuoco, lo accecarono e lo incatenarono a un enorme albero. Qui le belve lo divoravano nella notte eterna, ma la sua carne rinasceva continuamente, perché il supplizio non avesse mai fine.
Un altro mito che ricordò al curioso lettore vicende ben note dell’epica classica fu quello del cavallo ctonio, in cui ricordi di avvenimenti forse reali si mescolavano ad ancestrali terrori.
Una guerra infinita si era generata tra gli abitanti di terre vicine per il possesso di una bellissima donna, Alena, moglie del re di Mikland, una di quelle terre, sedotta e rapita da un giovane e nobile arciere. Gli amanti si erano rifugiati presso il padre dell’uomo, in una città ricchissima e imprendibile. Gli abitanti del paese di origine della donna seguirono il loro re, sposo tradito e poderoso guerriero, che aveva riunito un’ingente forza militare, stringendo alleanza con numerose città e popoli. Con le forze di questa lega di genti, il monarca strinse d’assedio la città del seduttore. Ma nulla poteva vincere la resistenza di quella terra cinta da ampie e robuste mura. Gli scontri che si svilupparono ai piedi delle mura e sulla lunga spiaggia ebbero un esito incerto; il sangue dei campioni dell’uno e dell’altro esercito macchiava di rosso le sabbie candide e i cantori celebravano gli eroici scontri. Fraterne amicizie e amori disperati nascevano, si rafforzavano e morivano ai piedi delle torri bianche della città assediata. Gli anni passavano e la lotta proseguiva, senza tregua e senza speranza.
Ma un giorno il sacerdote-sciamano del regno di Mikland, l’uomo che poteva parlare con gli dei, salendo in cielo attraverso i rami degli alberi più alti della foresta, fece un sogno; un cavallo donato dal dio dei morti sarebbe nato dalla terra e avrebbe aiutato gli assedianti a vincere la loro guerra..
Lo sciamano fece scavare una galleria per raggiungere il centro del mondo e attese tre giorni e tre notti. All’alba della terza notte un enorme cavallo di terra bruna apparve come per incanto; il suo corpo era immenso e con la testa superava in altezza le mura della città assediata. Senza indugiare, l’animale si lanciò al galoppo fino alla muraglia di pietra chiara che proteggeva l’abitato. Lì si fermò, sollevò la testa al di sopra delle robuste difese che avevano resistito a lunghi anni di guerra e vomitò dalle narici fuoco e lapilli, accompagnandoli con un gas venefico che bruciava ogni cosa e inceneriva ogni residua forma di vita.
La devastazione e la strage improvvisa misero in ginocchio gli assediati: i pochi sopravvissuti alla catastrofe, atterriti e incapaci di organizzare una qualunque difesa, vennero catturati e trasportati come schiavi, in catene, sulle navi dei vincitori. Questi ultimi, dopo che furono sacrificati agli dei i frutti della caccia e della pesca, particolarmente fruttuose, altro evidente segno della superiore benevolenza, salparono al più presto per un felice ritorno a Mikland e alle altre terre e isole della lega.
Tornato in patria, il re di Mikland volle che la propria vendetta venisse ricordata in eterno.
L’arciere e la regina, risparmiati dall’alito del cavallo infernale, subirono una condanna esemplare. L’uomo rimase appeso per tre giorni alla gogna in una gabbia di ferro, nudo e indifeso di fronte alle intemperie; poi, non essendo sufficientemente orribile la punizione, venne sottoposto alla più spaventosa delle esecuzioni, lo squartamento. Le braccia furono legate a un carro trainato da buoi, le gambe a un altro carro; poi i carri furono fatti muovere in direzione opposta, dilaniando orribilmente il corpo, i cui resti rimasero a palpitare e a contorcersi nella polvere e nel sangue. Alena fu ripudiata e abbandonata ai piaceri dei soldati per un’intera settimana. Quando gli uomini furono stanchi di possedere e insozzare la sua carne umiliata e tormentata, il corpo fu sepolto vivo nella terra e lì abbandonato.
Così tra culture che erano ritenute lontanissime venivano scoperti punti di contatto, al di là delle specifiche varianti fantastiche, e si poteva parlare di una comune origine per molti miti classici, comunemente considerati specifici dell’area mediterranea, e nordici, meno noti e meno determinanti per lo sviluppo della cultura europea dominante.
Dopo la storia degli Iperborei rimaneva da visionare la Runengeschichte, un testo che aveva forma di trattato e che doveva essere fondamentale per giungere alla comprensione del sistema di segni e significati che le rune rappresentavano e di cui Adrián aveva una conoscenza generica, insufficiente per affrontare e superare sul campo una schiera di specialisti come quelli che sicuramente operavano dietro la copertura della struttura curativa e mondana delle Terme.
La breve opera si strutturava in tre capitoli, preceduti da una prefazione. Ogni partizione iniziava con un capolettera abbellito da una miniatura. La prefazione o Vorwort era seguita da una Odinsaga; a questa si aggiungeva una Neuspiel, mentre il finale era preceduto dalla parola Ende, stranamente usata senza l’articolo iniziale consueto “die”.

XV – La vasca del tempo

Nel chiuso della stanza Adrián rivide persone e avvenimenti, segreti e sogni che avevano costituito la parte più vera e meno appariscente della sua vita, quella di cui anche i suoi amici e conoscenti avevano un’immagine sfumata, a mala pena avvertibile, collegabile più che a fatti a una costellazione di ipotesi, avvolte da un velario mitico dalla consistenza caliginosa.
Rivide così il volto della semplicità, che nella sua mente era rappresentato da quella che era stata per diversi anni la sua compagna, la piccola Szusza.
Perché se ne era innamorato o quasi? Forse per la sua semplicità. Ma come fanno certe persone ad avere ancora un gusto spiccato per le cose semplici, a non desiderare di mettere le mani nei grandi misteri o di vivere grandi avventure? A lei in realtà bastavano una Gulaschsuppe fatta bene o uno spettacolo divertente; poteva entusiasmarsi per un vestito o per un paio di scarpe. La vita era qualcosa di autentico ed era fatta di valori materiali e affettivi, come vivere nella comodità, mangiando e vestendosi bene, fare sesso e avere un po’ di tenerezza: non c’era bisogno d’altro.
Come faceva a vivere con uno come lui, senza capirlo nella sua complessità e senza porsi nemmeno l’obiettivo di comprenderlo?
A volte i legami sembrano immotivati; ma spesso sono i piccoli particolari ad avvicinarci a una persona e a far sì che quell’accostarsi sia il primo momento di un legame fortissimo, che tende a durare nel tempo.
Forse proprio la sostanziale diversità era fondamentale. Due persone ugualmente ambiziose non potranno mai intendersi, Perché le esigenze dell’uno finiranno necessariamente per costringere l’altro a una rinunzia. Invece per poter essere liberi di volare con il corpo e con la mente è opportuno trovare una persona che condivida con te con allegria le banalità quotidiane, che apprezzi il bene, anche economico, che tu sei in grado di offrire e che non si ponga obiettivi alternativi ai tuoi. Con questo, non è che Szusza fosse una persona dal basso quoziente intellettivo, anzi, a volte si stupiva per la sua perspicacia e per la capacità di risolvere i problemi; solo che la sua era una filosofia di vita. Non voleva essere né atteggiarsi a intellettuale e voleva dedicarsi solamente ai problemi pratici dell’esistenza, ritenendo che in fondo oltre i limiti della realtà quotidiana si aggirasse il demone dell’insoddisfazione e dell’infelicità.
Ma le situazioni perfette sembra che vengano deliberatamente ostacolate dal destino e infatti a un certo momento della loro relazione era avvenuto l’imponderabile e la fiaba si era conclusa nella maniera peggiore, perché nulla è più definitivo della morte. Szusza era andata via per sempre, proprio durante uno dei maledetti viaggi del suo uomo. Lui era lontano, nel centro dell’Asia, in un territorio dove non esisteva nemmeno la possibilità di comunicare, e quando dopo poche settimane di assenza era tornato, il sorriso di Szusza non c’era più ad attenderlo. Poiché non risultavano ufficialmente sposati, le autorità non avevano neppure l’obbligo legale di comunicargli la morte di quella che non era una sua parente. Era stata la famiglia di Szusza a prendersi cura del corpo e a ricondurlo a Pécs, città in cui lei era nata.
Da quel momento Adrián non aveva più voluto stabilire un rapporto duraturo con altre donne. Tornava talvolta a Pécs, a cercarla nel grande cimitero, dove l’accoglievano plotoni di lapidi grigie infitte nel verde del prato e le statue bianche che dominavano le tombe più importanti. La tomba di Szusza era nuda e semplice, come lei, e solo a lui appariva bella e imponente, quasi come se una luce sovrannaturale l’avvolgesse, quasi che il suo sentimento fosse capace di modificare e addirittura stravolgere la realtà.

Adrián si sentiva osservato.
Da quando aveva intrapreso lo studio dei manoscritti di Wildericus Thumbergiensis, sentiva di aver raggiunto un punto delicato nei suoi rapporti con la setta, che sembrava essere, se non la dominatrice, per lo meno pesantemente infiltrata nella struttura delle Terme.
Se ne accorgeva dagli sguardi, ora guardinghi, ora sfuggenti, del personale che lavorava a pieno titolo nella struttura e che lui non sapeva fino a qual punto fosse introdotto alle conoscenze proprie dei vertici organizzativi.
Il desiderio di averlo come alleato, che la Società delle Terme aveva espresso attraverso le profezie esplicite di Liebmeyer, poteva aver subito un’evoluzione in senso negativo. Se le sue conoscenze avessero superato il livello di guardia, se lui fosse riuscito a penetrare il velo della consapevolezza e avesse conseguito un livello di conoscenza pericoloso per la Società, quest’ultima non avrebbe avuto scrupoli nell’eliminarlo, così come probabilmente aveva fatto con altri, in cui la curiosità aveva oltrepassato i limiti del lecito. Il manoscritto di Wildericus di cui si favoleggiava non era molto probabilmente uno di quelli che lui si era proposto di interpretare; ma questi ultimi potevano ugualmente contenere indizi, frasi cifrate, elementi significativi sfuggiti ad altri lettori, magari proprio le informazioni che nessuno avrebbe dovuto ricevere.
Prima di affrontare una nuova visita in biblioteca, Adrián si trovò a cena con Palus.
Fu quest’ultimo a sollecitare un colloquio, che poteva avvenire in maniera discreta nel salone pieno di gente in cui veniva servita la cena. Lì si poteva discutere di qualsiasi cosa senza sollevare sospetti.
Il francese si confidò subito con Adrián, raccontandogli in breve la sua personale vicenda e il suo percorso in cui si alternavano speranza e disperazione: Gli pareva a volte di perdere il lume della ragione.
«Avete trovato qualcosa, monsieur Szabò?» s’informò Palus. Ma Adrián non voleva creare illusioni in quell’angosciato ospite delle Terme.
«Ho trovato del materiale» fece «ma nulla di significativo» e gli raccontò delle sue visite in biblioteca, della sua inutile ricerca di informazioni sul manoscritto perduto.
«Ho provato a leggere due testi di Wildericus» disse «supponendo che siano stati scritti proprio dal Wildericus autore del manoscritto. Sono interessanti, ma non forniscono informazioni sulla sua ricerca sui confini della vita.»
Mentre parlava, continuava a passare in rassegna fatti e notizie di quegli ultimi giorni.
Rivide con la mente i due manoscritti e pressantemente riapparve nella sua memoria la Runengeschichte, con le sue lettere miniate, le quattro iniziali fantasticamente elaborate. Si chiese in quel momento perché in tutto il materiale che aveva esaminato vi fossero quelle miniature e solo quelle. Le lettere si ripresentarono in tutta la loro evidenza: meccanicamente provò a scriverle in maniera virtuale sulla tovaglia ancora immacolata, V O N E. Cercò di ricordare se quella parola avesse un significato in qualcuna delle lingue da lui conosciute, ma non riuscì ad assegnarle alcun valore semantico. Poi, improvvisamente, capì. «Ecco cosa vuol dire» fece rivolto a Palus.
«Non deve essere scritta, dev’essere pronunciata, ma in tedesco.»
«In tedesco la V si pronuncerebbe F» osservò Palus.
«Certo! E quindi la parola che Fridericus voleva indicare era fone, che se poniamo un accento sull’ultima lettera diventa fonè.»
«Significa voce, suono, in greco classico, se ben ricordo.»
«Sì, ma solo se la scriviamo con l’omega e la pronunciamo come una o lunga, se la pronunciamo breve e la scriviamo con l’omicron ha un significato assai diverso.»
«Mio Dio» disse Palus, mentre una sensazione di fredda angoscia attraversava la sua mente,
«significa uccisione, strage.»
«È per questo che deve andarsene, Palus: qui succederà qualcosa di orribile.»
«Ma lei, allora, perché rimane?»
Adrián sorrise.
«Sono riuscito a venir fuori da situazioni peggiori.»

XVI

La permanenza nella struttura termale era divenuta sempre più angosciante. Gli ospiti, i Gäste dei vari gruppi sembravano sempre più avulsi dalla realtà, a mano a mano che il loro percorso di purificazione attraverso le varie vasche dava i suoi frutti. Uomini e donne dallo sguardo vacuo, con una sorta di espressione serena, ma distante, stampata sul viso, si aggiravano per le sale, parlavano sempre meno, come se il loro pensiero fosse già impegnato in una conversazione interiore. Il loro volto pareva scacciare le rughe per cristallizzarsi in un sorriso immotivato e perciò perturbante.
Adrián trovava molto più interessante e piacevole uscire dalle Terme per immergersi nella vita della città. Qui le persone erano forse meno felici, ma più umane. Il dolore, la tristezza, la malinconia spesso trasparivano dal loro atteggiamento. Le rughe del volto si infittivano e la sofferenza del vivere si esprimeva in ogni manifestazione del cammino quotidiano. Ma spesso, accanto a quell’impostazione dolente e consapevole, apparivano una luminosità, un brillio degli occhi, un’esaltazione quasi gioiosa nella voce che mostravano i segni di una speranza, forse ingiustificata, ma sincera e insopprimibile, che difficilmente si sarebbe potuta cogliere nel mondo dorato ma profondamente demotivato che passava il suo tempo frequentando salotti e casinò.
Una sera Adrián si spinse piuttosto lontano dalle Terme, in un punto piuttosto isolato, vicino al greto del fiume. Il tempo era secco e freddo ed era piacevole muoversi, per evitare che le membra si intirizzissero. C’erano tanti alberi ad alto fusto lì attorno e le scarpe facevano un curioso sfrigolio, nel calpestare la ghiaia di cui erano disseminati i sentieri.
Mentre camminava, si accorse che quattro persone dalla corporatura robusta, vestite con un cappotto scuro, lo seguivano a una certa distanza.
Sembrava un gruppo di picchiatori, che si muoveva in formazione, preparandosi per una manovra avvolgente, in cui due, leggermente più avanzati, fungevano da ali, mentre gli altri due, più compatti e massicci, camminavano al centro.
Adrián affrettò il passo, ottenendo così di sgranare un po’ il gruppo, fino a che non raggiunse uno spiazzo piuttosto ampio, nel quale di colpo si fermò, trovandosi a poca distanza dal primo inseguitore, che fu costretto a iniziare l’attacco.
Lo spiazzo era come un palcoscenico: c’era una grande pedana di legno che si apriva da un lato sulla riva del fiume, mentre dall’altro una serie di scalini portavano a una strada che sembrava perdersi in un giardino.
L’uomo, il più alto e magro dei quattro, sollevò la gamba compiendo un veloce movimento circolare; era come se improvvisamente si fosse messo a danzare, ma Adrián si accorse della lama che usciva fuori dalla scarpa e che lampeggiava alla luce dei fanali, la evitò con un balzo e bloccò sul nascere un secondo tentativo del pugnalatore danzante con un colpo d’incontro. La gamba dell’avversario, centrata da un calcio in cui Adrián aveva caricato tutta la sua energia, cedette e si piegò. L’uomo fece una smorfia di dolore mentre il suo piede, ormai inutilizzabile, veniva ancorato a una tavola della pedana dalla lama che ne emergeva. Ora si trovava indifeso e immobilizzato e ricevette in pieno volto il colpo che lo abbatté definitivamente. Gli altri, che avevano assistito con apprensione a quel primo scontro, compresero che per aver ragione della loro vittima avrebbero dovuto attaccarla contemporaneamente e pertanto si scagliarono su di lei insieme, da più direzioni. Adrián naturalmente non rimase ad aspettarli; scese dalla pedana e fuggì per la strada che conduceva al giardino, sperando, quanto meno, di separare gli aggressori per affrontarli uno alla volta. Così avvenne: non tutti erano infatti ugualmente veloci e il fuggitivo poté mettere in atto la sua strategia. Voltandosi all’improvviso riuscì a colpire il primo degli inseguitori e a metterlo fuori combattimento, prima che gli altri due intervenissero. Li esaminò con attenzione, mentre avanzavano con qualche esitazione. Ora conoscevano le qualità dell’avversario e ne avevano timore. Sembravano molto forti, ma la loro struttura non denotava una grande agilità e il loro volto pareva abbastanza ottuso. Avevano dei corti pugnali da militare; niente armi da fuoco, probabilmente perché non volevano attirare l’attenzione della polizia; le loro azioni dovevano rimanere silenziose e segrete e probabilmente fino a quel momento erano sempre riusciti nel loro intento. Tentarono qualche a fondo, ma Adrián riuscì a evitarli senza troppe difficoltà, e quando si decisero ad attaccare con decisione, la sua maggiore abilità nel combattimento ebbe la meglio. Il primo dei due venne privato dell’arma e colpito al volto, mentre l’altro arrivò sul bersaglio con eccessivo ritardo. A questo punto Adrián pensò bene di utilizzare il coltello che portava sempre con sé, allacciato alla caviglia. Calibrò bene il peso dell’arma nell’effettuare il lancio e ferì l’ultimo assalitore nel mezzo dello stomaco. Quello si accorse del colpo solo dopo averlo subito e lo si vide dal suo sguardo stupito. Ora sembrava proprio uno stupido bestione ferito da un cacciatore, mise le mani sulla parte offesa e iniziò a bestemmiare. Adrián ebbe quasi voglia di sorridere, lanciò un Aufwiedersehen allo scagnozzo e si dileguò rapidamente. Immaginava che dell’accaduto non sarebbe rimasta traccia, perché qualcuno sarebbe intervenuto rapidamente per normalizzare la situazione. Si sentiva euforico, come durante le sue più impegnative avventure. L’azione era un complemento necessario delle sue ricerche e ora, come in altre occasioni, arguiva dal nervosismo dei suoi avversari che si stava muovendo nella direzione giusta. Certamente la sua situazione non era invidiabile: stava combattendo da solo contro un’organizzazione, dalla struttura nascosta e sfuggente. Non aveva informazioni sufficienti per individuarne i punti di forza e di debolezza e poteva solo immaginare che le Terme fossero il luogo in cui la struttura elaborava le proprie indagini, che in qualche modo costituivano la prosecuzione dell’opus di derivazione alchemica, estesa alla materia e alle facoltà umane
La notte passò tranquilla quasi fino all’alba; ma ad Adrián sembrò nel dormiveglia che qualcuno lo chiamasse.
Si vide bambino nel corridoio della sua casa, solo e spaventato. Tante porte di legno, chiuse e pesanti, tante maniglie enormi, fatte per essere afferrate da mani grandi, che lui faceva fatica a muovere. Solo la speranza in un futuro di sviluppo fisico e di robustezza poteva lenire lo scoramento di una creatura troppo piccola per le fatiche della vita. Ed ecco che, come per magia, si sentiva già grande; le maniglie erano all’altezza giusta per le sue mani, che con una leggera pressione erano ormai perfettamente in grado di muoverle fino a far arretrare la stanghetta dei pochi centimetri necessari per l’apertura della porta. Così l’angoscia finiva e si stemperava nel sonno.
Questo però non doveva durare a lungo: il sole era già spuntato da un pezzo e una musica gradevole si diffondeva per svegliare gli ospiti destinati ad affrontare il trattamento in una nuova vasca.
Per raggiungere il padiglione di quella che chiamavano la vasca del tempo bisognava attraversare il giardino e passare per il centro, quella specie di perno attorno al quale gravitavano destini e speranze, dispersi in un gran numero di padiglioni e costruzioni. Adrián non era ancora riuscito a contarli; appena gli pareva di averli visti tutti, qualcos’altro appariva improvvisamente. Era come se le strutture crescessero spontaneamente come piante, ognuna con le proprie caratteristiche, ognuna isolata e diversa.
Raggiunto il lato opposto del complesso termale, Adrián si trovò in un’area ombreggiata, dove i raggi solari erano impediti dalle muraglie e dalle vetrate dei padiglioni. Ai piedi delle pareti c’erano aiuole buie, grandi ellissi in cui cresceva un’erba color verde scuro che pareva un’enorme barba, stesa a coprire un volto segreto. Chissà se quell’erba celava ulteriori accessi agli oscuri sotterranei della città antica, che mettevano in comunicazione il nostro mondo con quello dei nostri misteriosii progenitori, o semplicemente collegavano le Terme tramite un percorso sotterraneo con l’esterno della città, dove esistevano complessi edilizi in costruzione, come quello in cui si era svolta la cerimonia dei seguaci di Odino?
Pensieri e ricordi, immagini e avvenimenti si presentavano, ognuno con un segno preciso, o che almeno gli era sembrato tale, fino a quel momento. Ma ora, l’esperienza della giornata precedente l’aveva sconvolto a tal punto che la voce della sua coscienza si era, per così dire, oscurata e diveniva indefinibile. Quante cose aveva sempre interpretato in maniera chiara, mentre ora erano travolte da un oceano di dubbi! Che valore avevano l’onestà, la violenza, il rispetto della legge, il piacere, il dolore, l’amore, la rinuncia, la carità, la pace, la sopraffazione? Bene e male sembravano fiumi che terminavano nello stesso lago, mischiando le loro acque; i loro colori si mescolavano, divenivano un colore unico, composto e iridescente. Che doveva fare? Il mondo si stava rovesciando nella sua mente; doveva assecondare quelle nuove esperienze o combatterle, comprenderle e riassumerle in una concezione più ampia e priva di contraddizioni, unificarle in una prospettiva che trascendesse le limitate capacità della logica umana? Certo; doveva superare quelle aporie, sforzarsi di interpretarle e capirle per creare una diversa e più ampia dimensione morale, ma per farlo doveva diventare in qualche misura trascendente, superare i concetti di utile e di piacevole, diventare sempre più simile a Dio.

XVII

Dalla finestra della camera il cielo appariva spalmato di nuvole. Era proprio come se un pittore avesse usato la spatola, stendendo i colori sulla tela: qua un bianco, là un grigio o un azzurrino, per rappresentare l’illusoria profondità dello spazio che avvolge le nostre vite. Questo era quello che M.me Cobran vedeva al di là degli alberi, al di là della città. Pensava a come sarebbe stato bello disperdersi in quel cielo, dissolversi tra le nuvole. L’esperienza delle Terme le provocava un diffuso desiderio di allontanarsi dalla sua realtà e di trascendere la sua individualità: forse erano i primi sintomi della purificazione promessa. Più la realtà sfumava, più le sue personali angosce divenivano meno presenti, le sue insoddisfazioni meno rilevanti e significative.
Mentre ammirava quello spettacolo, qualcuno bussò alla porta della suite. Lei andò ad aprire: c’era una ragazza giovanissima e piuttosto piccola, con i capelli biondi tirati e raccolti a crocchio sulla nuca. «C’è un biglietto per lei» disse la ragazza, che rimase in attesa della mancia, mentre Madame Cobran la guardava interdetta, come se fosse stata improvvisamente risvegliata da un sogno. Capì dopo qualche secondo d’incertezza che doveva accettare il biglietto ed elargire la mancia. La ragazza sorrise, fece un inchino e si ritirò.
Esaminando il biglietto, vide che l’esterno riportava semplicemente il suo nome, Odette Cobran, scritto con una calligrafia elegante, ma energica, sicuramente maschile.
All’interno poche parole, vergate frettolosamente: “Lei è in grave pericolo, le consiglio di abbandonare le Terme al più presto”; poi il messaggio proseguiva: “L’attendo nella hall, desidero parlarle; venga, la scongiuro”. La firma era semplicemente una F, tracciata con le geometrie degli antichi caratteri gotici, ma con qualche svolazzo aggiunto che richiamava lo stile della bastarda cancelleresca. Sembrava proprio che in quella sola lettera curiosamente si riassumessero le tradizioni scrittorie di molti secoli.

Uscì e richiuse la porta, poi svoltò nel primo corridoio. Ma appena superato l’angolo si accorse che alcuni uomini salivano le scale dal lato opposto a quello verso il quale lei si dirigeva. Le parve che salissero in fretta, parlottando fra loro. Le sembrò che si fermassero davanti alla sua suite. Per la prima volta nella sua vita, Madame Cobran provò una violenta paura, discese velocemente le scale e si precipitò nell’atrio delle Terme, per cercare il misterioso redattore del messaggio che forse le aveva salvato la vita. C’era tanta gente, seduta o in piedi, e lo sguardo della donna si spostava dall’una all’altra persona, cercando d’individuare l’uomo (perché doveva trattarsi certamente di un uomo) che l’attendeva. Percorso tutto l’atrio, scorse infine un uomo con una folta barba, che sedeva su un divano, quasi vicino all’ingresso. Come la vide, l’uomo aprì un cartoncino che teneva in mano e, come per caso, mostrò una lettera scritta al suo interno in grande: era una copia della strana F con cui era stato firmato il biglietto che Madame Cobran aveva appena ricevuto..
La donna si avvicinò e l’uomo si alzò in piedi, ma solo per invitarla a sedersi. Poi si presentò: «Mi chiamo Fréderic» le disse, «Fréderic Flamel, e vorrei farle un’offerta che lei dovrebbe accettare… Per il suo bene.»
«Di che si tratta?»
«Le offro una strada alternativa per realizzare i suoi desideri; ma lei abbandoni subito questo luogo lugubre e pericoloso.»
Odette Cobran pensò agli uomini che aveva intravisto poco prima, alle voci che qualcuno aveva diffuso su misteriose sparizioni di ospiti delle Terme, sull’incertezza che gravava sulle terapie praticate in quel luogo, e decise di dare fiducia a quell’anziano signore, che aveva un’aria così seria e perbene, e per di più sembrava provenire dalla sua stessa patria. «Accetto» disse.

XVIII

Il guardiano della vasca del tempo era una persona gentile e disponibile, di bell’aspetto. Rammentava agli ospiti che la vasca poteva avere effetti destabilizzanti, per la sua azione sulla percezione temporale; invitava a non preoccuparsi per le eventuali sensazioni di déjà-vu, né per qualche altra strana e non prevedibile manifestazione. Non dovevano spaventarsi e soprattutto dovevano evitare di toccare le strutture di comando della vasca, perché le conseguenze avrebbero potuto essere gravissime, sulle cose e sulle persone. Le caratteristiche dello stato di meditazione che si realizzava durante il trattamento non consentivano improvvise scosse e risvegli subitanei, per non mettere a rischio la salute mentale degli ospiti, che si trovavano evidentemente in una condizione simile a quella dei sonnambuli, totalmente immersi in una realtà onirica, da cui era consigliabile allontanarsi in maniera graduale.
Adrián entrò e immediatamente non percepì nulla di insolito. L’acqua dava una sensazione piacevole di adeguato calore e gradevole era anche il colore azzurrino e perlaceo dell’insieme, probabilmente dovuto al riflesso del cielo sugli smalti. Adrián immaginava che quell’acqua fosse in realtà un fluido universale, permeato da bioni in movimento, carichi di un’energia invisibile, e si lasciò trasportare da fantasie reichiane, abbandonandosi al flusso gradevole di immagini che si presentava alla sua coscienza senza sforzo. Tutto scorreva in totale serenità nella luce avvolgente che penetrava dalle grandi finestre, una lunga perseverante esperienza di tiepido benessere si espandeva dovunque, sottraendo spazio al ricordo di avvenimenti squallidi o tristi.
Poi, a un certo momento, apparve qualcosa di stonato.
Un giovane indiano sedeva vicino a una finestra col suo volto tondo e scuro che occhieggiava su una maglietta nera, quasi in sfumatura col suo colorito. Era completamente vestito e teneva incollato all’orecchio un oggetto sconosciuto da cui incredibilmente provenivano dei suoni, come quelli che si sprigionano da una radio. Il volume doveva essere molto alto, perché dall’apparecchio usciva una musica orientale, fortissima e indemoniata. Improvvisamente il ragazzo sembrò scomparire, ma accanto al suo posto si sedette un giovanotto gigantesco, che portava una maglietta grigia su dei jeans neri. L’uomo era molto alto e ben fatto e subito sembrò assopirsi, addolcendo il suo viso zigomato.
Si udirono rumori striscianti, poi nuovamente la musica indiana. Il ragazzo scuro era riapparso e lo guardava fissamente in modo inquietante, come se volesse comunicare qualcosa, o scusarsi per il volume troppo alto della sua strana radio senza fili; ma il messaggio, se pure era stato veramente elaborato, rimase inespresso. Poi Adrián venne attratto da un’immagine più vicina e meritevole di attenzione, per l’impressionante vivezza della rappresentazione.
Una donna stava a pochi metri da lui: viso lungo e sguardo verde impaurito. Si spostò, fece qualche passo, poi si fermò e si guardò attorno come terrorizzata. Di colpo le sue membra cominciarono ad agitarsi freneticamente, all’inizio in maniera ritmica, poi in modo sempre più scomposto. I movimenti divennero bruschi e innaturali, come se le articolazioni non obbedissero più a una logica umana e si muovessero ognuna in un ambito temporale diverso. Qualcosa sembrò ghermirla, immobilizzarla. Un forte suono gutturale elaborò qualcosa, legato a significati ignoti, e le membra della donna scomparvero.
Perplesso e sconcertato, ma non veramente terrorizzato, l’ospite si mosse o pensò di muoversi; comunque desiderò fortemente dare una scossa alla sua situazione e si sentì come trascinato fuori da uno spazio incerto e indefinibile. La sua mente tornò a una qualche forma di razionalità e di interazione con una realtà probabile. Si ritrovò, senza alcuna fatica, nel labirinto di sale e corridoi che costituivano l’Hotel delle Terme; sentì ancora il vocio dei crocchi di persone che si riunivano per parlare e per non pensare.
Quanto tempo è passato da quando è iniziato il percorso nelle Terme? Adrián non saprebbe più dirlo. Il tempo sta rivelando le insidie della sua condizione instabile, del suo procedere incostante, e la solida razionalità degli uomini coinvolti, per loro spontanea istanza e accettazione, in un processo sconosciuto e affascinante sembra perdere ogni punto di riferimento.
I significanti perdono coerenza perché si sfalda il codice che li riunisce in un unico sistema. Le parole così finiscono per trovarsi isolate, vengono pronunciate o scritte, ma si risolvono in una serie di suoni, vibrazioni che a loro volta si discostano le une dalle altre, diventano pure – purificate – puro semplice suono, solo di fronte alla materia, come è avvenuto, come è già avvenuto forse prima del tempo – e dello spazio.
Con un pesante sforzo di ricontestualizzazione Adrián recupera almeno parzialmente il sentimento del reale e dello scorrere del tempo, capisce che quasi certamente, quindi, è trascorsa una giornata, e si è concluso il trattamento nella penultima vasca. Molte cose avvengono, poi, in maniera semiautomatica, sovrapponendo un’interfaccia realistica a una condizione che pareva caratterizzata da un’estrema confusione. L’ospite incontra persone e scambia parole e segni, secondo le convenzioni reali, con persone che sembrano sperimentare un disorientamento simile al suo. Gli sembra però apprezzabilmente reale il pasto, raffinato e internazionale, che gli accade di consumare prima di addormentarsi, di un sonno profondo e quasi senza sogni.

XIX – La vasca dell’unificazione.

Una forte luce lo svegliò. Una tazza di Pu-Erh al limone era pronta, come per caso. La bevve e un flusso di nuova energia gli sembrò che si diffondesse al suo interno, nel corpo e nella mente.
Si preparò e si vestì come se dovesse uscire per la città, ma non aveva veramente idea di cosa fare.
Cercò di uscire dalla stanza ed entrò nel corridoio, ma non lo riconobbe. Si trovava invece in uno spazio immenso, che aveva pareti tondeggianti, rivestite di quella sostanza evanescente e madreperlacea che aveva notato sin dal primo momento come caratteristica di quello stabilimento termale. Era forse capitato nell’ultima vasca, condotto quasi per caso da qualche forza superiore o dal suo stesso pensiero. Cercò di scuotersi, per accertarsi di essere veramente sveglio.
Camminò, o meglio si spostò, senza nessuna apparente fatica, e gli parve di trovarsi in un enorme spazio vuoto, senza limiti, abitato solamente da una sorta di nebulosità e da un mormorio sordo, simile al soffiare del vento in un luogo chiuso: una lenta e appena percettibile vibrazione Le prime forme che si presentarono furono due colonne, fabbricate con un materiale indefinibile.
All’inizio non gli sembrò che le colonne avessero qualche particolarità, ma poi, nell’avvicinarsi notò qualcosa che gli provocò una sensazione di sgomento o disagio. Infatti, se una delle due forme aveva il capitello in alto, dove era naturale che si trovasse, coerentemente con le tradizioni dell’architettura classica, l’altra sembrava rovesciata, come se volesse rappresentare l’inverso dell’altra immagine.
Nel fissare con più attenzione le due strutture, gli parve che su di esse fosse incisa una lettera, una J sulla colonna di sinistra, una B su quella di destra. Adrián passò in mezzo alle due forme, ma la cosa più strana era che non appariva nessuna guida o guardiano e la stessa vasca sembrava a prima vista priva di ogni tipo di essere animato. Solo affinando i sensi, con uno straordinario sforzo delle proprie facoltà percettive, iniziò a sentire altre presenze e, finalmente, le vide. Erano gli ospiti che avevano ottenuto di provare il livello superiore, quello che avrebbe dovuto dare la gioia della conoscenza, l’armonia col tutto, il ritrovamento del bene, della giustizia e della saggezza. Camminavano, o meglio si spostavano, come ologrammi. Sembravano fatti di luce, ma erano ancora esseri umani, con la loro riconoscibile individualità.
Ed ecco la signora Krüger, col suo abitino da cocktail, un po’ démodé, librarsi come a passo di danza. Ecco il fabbricante di bottoni di Essen, elegante e leggero, malgrado la pancetta ormai evidente. Più avanti il professor Kleist, che sembrava guardare, nell’aria, immagini che lui solo vedeva. Ecco ancora… Lene: era lei, la donna nei cui occhi ci si poteva specchiare come in un lago senza vento. Camminava come se fosse incerta, indecisa, senza lasciarsi trascinare dalla forza che sembrava spingere le altre persone, che apparivano a caso nell’aria densa e quasi opaca, ad andare verso il centro della vasca. Al centro Adrián vide una figura, una donna che ricordava di aver notato nel gruppo di Mme Cobran, danzare con le braccia levate al suono di un valzer lento, dolcissimo, in tono maggiore, che improvvisamente s’incupiva per alcune battute in cui il Leitmotiv veniva ripetuto in tonalità minore, con un effetto quasi sinistro. Pian piano la musica si trasformò in una vibrazione più uniforme, come un grande respiro che lentamente si fece parola e si udì quel respiro pronunciare dei suoni che sembrarono comporre la parola “pur”. Poi la vibrazione sembrò mutare frequenza e spezzarsi in una serie di suoni differenti, che continuarono a modificarsi fino a raggiungere un punto di equilibrio, in un unico rumore angoscioso che pareva ricordare la strana sonorità primordiale che Adrián aveva percepito nel sotterraneo dipinto con raffigurazioni alchemiche. Tornarono lo strano malessere e l’agitazione tormentosa che quella volta aveva provato. L’intensità mutò fino a che il suono divenne quasi non più percepibile da un orecchio umano. Nel suo insieme, l’ambiente, il pavimento e la nebulosità che pervadeva la grande vasca iniziarono ad assumere un colore rossastro, che diventava sempre più saturo e vivace. Il corpo della donna divenne luminoso, come se un faro lo illuminasse dall’interno, poi le particelle di luce sembrarono prendere consistenza autonoma e staccarsi lentamente l’una dall’altra. La mano sollevata nella danza e il braccio quasi teso iniziarono pian piano a dissolversi per dare vita a uno sciame di puntini rilucenti e colorati. Così da altri corpi iniziò a sollevarsi lo sciame di particelle, formando tanti rivoli che iniziarono a convergere verso un unico punto, dove prendeva forma un ammasso nebuloso e translucido.
Il barlume di razionalità che Adrián conservava gli impose di resistere a quel vento d’incoscienza che pareva trascinare gli ospiti, ormai fuori controllo. Si rese conto che tutti loro stavano per abbandonare la propria individualità per trasformarsi in qualcosa di profondamente diverso; ma questo poteva significare solo una cosa: morire, abbandonare il corpo crisalide e, insieme, il proprio io. Forse qualcuno aveva recuperato le informazioni del vecchio Fridericus dal suo manoscritto segreto e le aveva elaborate con gli strumenti tecnologici dei tempi nuovi. Le vibrazioni sonore raggiungevano così lo scopo di dominare la materia e la vita, scomponendole e ricomponendole a piacimento.
Agì forse in Szabo la forza di autoconservazione, forse il sentimento che si accorse di provare per Lene, che era probabilmente amore per la bellezza e non ancora amore per quella singola donna, per il suo sorriso, la sua tristezza, i suoi occhi. Riuscì a trovare le forze per ritrovarla, per raggiungerla e trascinarla verso i margini di quella diabolica fascinazione.
Scivolarono insieme contro la parete della vasca, quando ormai la visione delle cose era quasi completamente offuscata, perché gli occhi non potevano percepire una materia che progressivamente si trasformava in qualcos’altro. La parete sembrò come assorbire il colpo e non trattenere i corpi che dovevano premere su di lei. Adrián si sentì improvvisamente precipitare e avvertì il distacco della figura di Lene.
Seguirono un periodo di assenza, in cui mancarono coscienza e sensazioni, e un lento risveglio.
La prima cosa che Adrián percepì fu un filo verde che si agitava. a pochi centimetri dai suoi occhi, poi, più avanti, e sempre più definiti, numerosi steli, di aspetto e consistenza differente, e un piccolo fiore bianco, simile a quello della camomilla. Capì di essere disteso in un prato e cominciò a sentire l’odore della terra umida e dell’erba che la ricopriva. Fece fatica a sollevare il busto e dopo qualche tempo poté osservare il luogo in cui per qualche motivo si era venuto a trovare. Era un breve spiazzo erboso che costeggiava una strada lastricata con una sostanza che pareva vetro o ceramica: certamente non era asfalto, né cemento, né pietra. Al di là del prato si stendevano filari di alberi e muri di edifici che parevano abbandonati.
Adrián provò ad alzarsi in piedi e si accorse con piacere di reggersi bene sulle gambe. Certamente era vivo e stava bene. Era sfuggito a una trasformazione che forse rappresentava quello che in tanti cercavano: andarsene da questa vita in modo meno traumatico di quanto non avvenisse naturalmente. Ma lui non era pronto: si sentiva ancora troppo legato al mondo e ai sentimenti terreni e individuali e aveva avuto paura. Pensò a Lene, ma non la vide lì vicino. Si avviò verso la strada e ne percorse un tratto: sembrava deserta. Dopo una curva a gomito vide che il percorso imboccava una discesa e che a destra del cammino si scorgevano in lontananza numerosi edifici avveniristici e di piacevole aspetto. Una città, pensò ancora confuso, poi capì: ecco finalmente il Quartiere, quello che non era riuscito a trovare nella sua precedente escursione. Ed ecco che sul ciglio della via, sul lato destro, apparve una figura femminile che camminava lentamente: Adrián si affrettò, accelerando il suo passo.
La figura, man mano che lui si avvicinava, assumeva contorni noti: sembrava proprio Lene. Era scalza e questo spiegava perché camminasse così lentamente e si muovesse sull’erba, evitando il contatto con la via.
«Lene» gridò Adrián «Lene!»
La ragazza si fermò un attimo, come stupita, poi si voltò d’improvviso, lo riconobbe e sorrise.
Lui si avvicinò, mentre lei si era fermata e lo attendeva.
«Mi sento diversa» disse, quando l’uomo la raggiunse.
Certo, qualcosa di strano e di nuovo era successo, forse la trasfigurazione, nel suo aspetto positivo e non distruttivo, si era realizzata. Anche Adrián si sentiva come rinnovato e rinvigorito. Era come se fosse stato esposto a una forma di radiazione potente e benefica; pensò che probabilmente quella stessa radiazione era responsabile di effetti vivificanti o mortali, a seconda del livello di esposizione. Cercando di razionalizzare gli avvenimenti in cui si era trovato coinvolto, Adrián capiva che la Società delle Terme aveva scoperto una nuova forma di energia, vitale come quella del sole, ma altrettanto malefica se affrontata senza schermi e per un periodo troppo prolungato.
La sua fuga era stata quindi provvidenziale e l’esperimento della vasca finale era stato superato brillantemente, sia pure per caso. La vasca era uno strumento di enorme potenza che la Società aveva a sua disposizione per prolungare la vita e i poteri fisici degli adepti, come per eliminare gli avversari o le persone comunque insignificanti attraverso la dissoluzione della loro struttura individuale.
Certamente, quella doveva essere la spiegazione della strana esperienza e dell’inconsueto vigore che ora percepiva nell’uso delle membra, un vigore che sembrava ricordargli i suoi anni giovanili.
Non poteva vedersi, ma si accorse che Lene sembrava più agile e, se possibile, ancora più bella. Le sue guance apparivano più rosee e l’incarnato delle braccia e delle gambe ancora più perfetto e adorabile.
Si rese conto che la ragazza camminava a piedi nudi sulle pietre squadrate e che ciò le causava dolore; bisognava trovarle subito delle scarpe; ma nel Quartiere non sembravano esistere botteghe, almeno fin quando non raggiunsero il centro dell’agglomerato. Qui, in un’area ampia, destinata alle attività commerciali e artigianali, finalmente s’imbatterono nel negozio di un fabbricante di scarpe.
Entrarono senza esitare e rimasero ad attendere che qualcuno si facesse vivo.
Lene si accomodò nella poltrona offerta ai clienti e appoggiò sullo sgabello di fronte i suoi piedi indolenziti.
Subito dopo, non essendovi al momento altri clienti, un uomo si avvicinò e vide che la ragazza aveva bisogno urgente di una calzatura comoda.
Considerò Lene per un attimo e scelse di essere galante.
«Sie haben sehr schöne Füsse» disse con un forte accento slavo. Aveva captato alcune parole bisbigliate dalla ragazza in tedesco e per questo usò quella lingua, che manifestamente non era la sua. Propose diversi modelli, ma alla fine Lene scelse un modello di scarpa aperta, non molto alta, col plantare morbido come un guanto.
L’attraversamento del resto del Quartiere fu decisamente più comodo. Non c’era fretta e d’altra parte non si sapeva veramente che fare e dove andare. Un rientro alle Terme poteva essere pericoloso e non c’era stato il tempo di elaborare un piano alternativo, anche se la fuga non avrebbe avuto efficacia. Lene sarebbe stata trovata in qualunque città europea avesse deciso di nascondersi; Adrián era troppo noto per poter pensare di scomparire nel nulla, anche rifugiandosi in qualche angolo sperduto dell’Asia o dell’Africa. Bisognava trovare immediatamente un’idea o prepararsi ad affrontare il peggio.
Camminando, avevano abbandonato il quartiere e si stavano avvicinando alla città vecchia, percorrendo le strade squallide di un dormitorio operaio di periferia, finché quasi d’improvviso si trovarono di fronte alla Nemecka brana, la porta tedesca, davanti alla quale i passi di Adrián si erano fermati nella sua esplorazione della zona storica.
Penetrarono sotto l’arcata e si trovarono a passare accanto alla porticina in cui era probabilmente scomparso lo strano personaggio, la cui figura Adrián collegava con quella porta.
L’apertura, che gli era sembrata così poco invitante e rivolta verso un mondo di oscurità, adesso emetteva un debole bagliore. La scala, di cui aveva scorto i primi gradini, appariva stretta e contorta, ma illuminata fiocamente da una luce lontana, proveniente da un seminterrato che pareva abitato. Sul battente della porta spalancata stava appiccicato un cartello bianco di carta con una strana scritta, ripetuta in inglese e tedesco. Il cartello sembrava indirizzato proprio a lui “To Mr. Szabo”, diceva, “Se avete bisogno di aiuto, entrate”.
Adrián e Lene discesero le scale, perché in verità avevano uno straordinario bisogno di aiuto, da qualunque parte arrivasse. Alla fine della rampa un lungo corridoio conduceva a una porta semiaperta, da cui provenivano il chiarore che si notava sin dalla strada e una musica indefinibile e spettrale.

Un uomo stava seduto di spalle e suonava un antico strumento, simile a un clavicembalo; ma quando si accorse della visita smise all’improvviso di suonare. Si voltò e Adrián vide il suo volto, illuminato dalla luce che pendeva, quasi immateriale, dal soffitto. I suoi lineamenti erano marcati e soprattutto lo sguardo era indimenticabile: fisso e cupo come quello di un uomo che ha troppo vissuto e che conosce troppe cose del mondo. Immediatamente si ripresentò alla mente di Adrián il ricordo dello strano vecchio che aveva già visto accanto alla stessa porta, qualche giorno prima.

«Vi aspettavo» disse l’uomo, «prendete una sedia e accomodatevi.»
Alcune sedie si trovavano disposte in disordine accanto a un grande e vecchio tavolo di legno scuro, così come era scuro il resto dello scarso mobilio di quella sorta di tana, che odorava di vecchio e di muffa.
«Il mio nome è Fréderic o, se preferite, Friedrich, almeno il mio nome attuale. Ho avuto tante vite, tante immagini nella mia storia, ma ho conservato sempre la mia coscienza personale. Ho combattuto la morte e ho imparato a superarla, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Tutti i giorni centinaia di uomini scompaiono nel mondo: La maggior parte di questi muore di morte violenta. Gli assassini squartano, dissolvono e disperdono i poveri resti o li seppelliscono in luoghi inaccessibili.
Alcuni scompaiono negli abissi del mare o nei meandri dei labirinti che si nascondono nel cuore della Terra.
Pochissimi sconfiggono la morte.
Ci sono però due vie da percorrere, radicalmente diverse, la via collettiva, quella della reductio ad unum, e quella individuale. Solo quest’ultima è la strada che porta a una vita lunghissima, che si potrebbe definire eterna, secondo la percezione umana. Il processo d’invecchiamento delle cellule si arresta, per un tempo enormemente ampio, così che si può rimanere se stessi più a lungo. L’altra è in realtà un annullamento dell’individuo in un corpo sociale, in cui nulla più rimane della coscienza e dell’identità del singolo. Le persone non muoiono completamente, è vero, perché qualcosa di esse rimane e continua a palpitare, ma non saranno mai più veramente umane. Quelli che erano individui diventano parte di un essere collettivo che ha un solo pensiero e che agisce come una sola persona. Per questo l’aberrazione cui questa via conduce viene chiamata Sozialism. Il prevalere della collettività sull’individuo sarà il Leitmotiv di questo secolo. La collettività poi si definirà nazionale o di classe a seconda dei valori dominanti nei gruppi che sosterranno questa tendenza e finirà paradossalmente per incarnarsi in un solo uomo, insieme guida e padre della rivoluzione. Quest’uomo dominerà questa comunità di api, prive di una vera e propria volontà personale, con pugno di ferro, schiacciando col terrore ogni forma di contestazione e ogni germe di rinascita di un pensiero alternativo a quello dell’uomo gruppo.
Comunque, questi nemici dell’individualità, qualunque sia il nome che attribuiscono alla loro illusione, sono solo dei dilettanti, degli avventurieri che utilizzano le loro conoscenze e il loro denaro per raggiungere un potere senza limiti. Non possono vincere; non glielo permetteremo.» La voce di Friedrich si era fatta più decisa e quasi giovanile, nella sua baldanza. «Anzi il popolo che darà credito a una setta di fanatici nazionalisti subirà un castigo durissimo, che dovrà sostenere per un’intera generazione. Gli altri, quelli che sognano una rigenerazione dell’uomo e del mondo nel segno della libertà e della giustizia, e che in nome di questo ideale tortureranno e uccideranno i loro stessi compagni, si sveglieranno più tardi dal loro sonnambulismo e dalle loro sofferenze, ma riconosceranno alla fine l’errore.»
A chi si riferiva Friedrich? Si sarebbero avverate le sue previsioni? Certamente i suoi occhi spalancati sul futuro e la sua visione della Storia gli consentivano di prevedere e immaginare. Ma quanta verità c’era nelle sue parole?
Lene era troppo stupita per intervenire; troppe strane notizie si accavallavano, troppe profezie che non sapeva legare ad avvenimenti concreti, ma che sembravano riferirsi, in qualche misura, ai riti e agli slogan parenetici del gruppo che l’aveva voluta includere nel suo ambito. Cominciava appena a rendersi conto della strana situazione in cui si era trovata coinvolta e avrebbe voluto provare pentimento per la sua debolezza, per quell’incapacità di reagire che aveva consentito ad altri di entrare in possesso del suo giudizio e dei suoi timori, per inserirla in un ingranaggio che non ammetteva incertezze e tentennamenti. In fondo, nella comunità si era sentita finalmente forte, di una forza impersonale che nasceva dall’unione di tante volontà, probabilmente soggiogate dalle personalità più forti e violente. Essere parte di una forza così grande dava sicurezza a chi non aveva ancora trovato una strada da percorrere. Ora tutto veniva messo in discussione e lei stessa si scopriva nuovamente indebolita e indecisa. Doveva dar retta a quell’uomo che parlava coi toni di un profeta proveniente da un lontano passato o ritornare alle Terme per rientrare nel gruppo? E poi, che funzione aveva l’altro uomo, quello che in qualche modo si era accostato alla sua vita, prima in modo cauto, poi con insospettabile impeto? Voleva aiutarla o dominarla? Certamente lei lo trovava attraente, ma non sapeva molto di lui e ora sentiva che sarebbe stato legato alla sua vita e alle sue esperienze in un immediato futuro.
Fu Adrián a domandare se c’era un modo per uscire dalla situazione in cui lui e la sua amica si erano venuti a trovare, da quell’avventura senza sbocco.
«C’è sempre una via d’uscita. Dovrete però adattarvi a vivere per qualche anno lontano da questa vostra realtà europea. In Europa loro stanno diventando sempre più forti e nessun loro nemico, nessuno che loro considerino un pericolo potrà sentirsi al sicuro nel vostro continente. Ma io posso trovare un luogo dove noi vigiliamo e dove potrete muovervi liberamente.
Per fortuna sono in grado di assegnarvi una nuova identità. Naturalmente deve essere un’identità credibile. Penso di farvi rinascere in Svizzera, dato che tutt’e due parlate tedesco e là dove andrete non dovranno considerarvi nemici. A proposito: cominciate a ripassare il vostro inglese, vi servirà. Ma forse voi non avrete bisogno di un ripasso, signor Szabo; so per certo che sapete usare bene molte lingue di questo pianeta e che ve la cavate abbastanza bene anche con le lingue più esotiche e bizzarre, cosa che invece io non sono mai riuscito a fare.»
Allora Adrián si ricordò improvvisamente della promessa fatta a Palus, che non sarebbe riuscito a mantenere, se si fosse improvvisamente allontanato dalla sua realtà e dalla sua identità. Lo comunicò a Friedrich, che rispose:
«Non preoccupatevi per la figlia di Palus: ho già preso contatti col padre e a questo punto forse avrà già iniziato la mia cura; sono sempre un medico, ricordate?» E, per la prima volta, quell’essere dall’aspetto ieratico accennò una smorfia che pareva il ricordo di un sorriso.

Era così strano doversi nascondere, forse in America o in Australia, dopo aver affrontato pericoli e aver lottato contro avversari di ogni tipo, in giro per il mondo, ma sempre con il suo nome e con la sua faccia. Adrián capiva che ora il rischio era veramente notevole e che era necessario affidarsi ad alleati potenti, per sconfiggere un potere nuovo che sembrava accrescersi ogni giorno di più e che aspirava al dominio dei popoli e delle coscienze.
Friedrich continuò il suo discorso.
«Dal crogiolo della Repubblica tedesca sta per nascere un mostro di ferro e di fuoco» disse
«che si solleverà per divorare il mondo. Ma la sua fame lo spingerà a muoversi troppo presto, cogliendo impreparati anche i suoi stessi piccoli e stupidi alleati europei.»
Il suo linguaggio era antico, ricco di immagini e stilemi che sembravano provenire dalla notte dei tempi. Si capiva che il suo mondo era ancora quello dei testi sacri e dei poemi epici, con la sua retorica e la sua atemporalità. Si intuiva che cercava di applicare il suo quadro di riferimento al mondo del XX secolo, con effetti che sarebbero stati percepiti dall’ipercritico Adrián come stravolgimenti caricaturali, se l’esperienza di quegli ultimi giorni non gli avessero proposto un quadro di riferimento reale che andava al di là del probabile e del credibile. Ora, in qualunque modo ci fosse pervenuto e per qualsiasi motivo, si sentiva al centro esatto della storia, o forse questo avveniva a ogni uomo, in qualsiasi momento, perché ogni attimo della vita di ciascuno è equivalente ed equidistante dal momento primo e dal momento ultimo dell’infinito movimento e dell’infinita esistenza.

Adrián pensava che veramente la sua vita era a una svolta. Col nuovo nome forse una nuova esistenza stava per nascere, e insieme a quella una nuova personalità veniva alla luce. La cosa che però più lo affascinava era che lui e Lene risultavano indissolubilmente legati nella nuova realtà. Considerò la cosa con apprensione, anche se tutto in lui lo spingeva ad affrontare quella particolare esperienza e, d’altra parte, capiva che non c’erano alternative alla proposta di Friedrich.
Sentiva ormai di fremere di desiderio per quella fanciulla dagli occhi chiari dall’indefinibile colore (Erano verdi e luminosi, così almeno li aveva percepiti, la prima volta in cui lei gli era apparsa, e a volte assumevano svariate sfumature di grigio). Ma sapeva che la sua passione era ormai totalmente priva di quel furore innocente che devasta i sogni giovanili. L’immagine percepita come in un incubo dell’unione carnale dei giovani seguaci della Società delle Terme era registrata dolorosamente nei suoi ricordi più profondi e capiva che il suo rapporto con Lene non avrebbe potuto essere mai realmente sereno e rassicurante. Il suo immaginario era stato gravemente ferito dalla sensualità morbosa di quelle esperienze e non poteva nascondere a se stesso che quello che lo attendeva era un rapporto torbido e tormentato, in cui passione e impeto avrebbero sostituito la serena soddisfazione di una semplice relazione amorosa.

XX

Palus sedeva sulla sua poltrona preferita e osservava l’ombra delle cose.
Il tempo avrebbe dato risposte. Così gli aveva detto quello strano medico, che aveva più l’aspetto di un antico studioso che di uno scienziato del Novecento. La sua Henriette giaceva nella stanza accanto, sul letto più morbido e comodo che lui le avesse potuto far avere. Doveva aspettare, quindi. Quella macchina che applicata sulle tempie di Henriette emetteva un suono silenzioso, che gli uomini non potevano udire, avrebbe lentamente prodotto i suoi effetti rigeneranti.
Qualche lieve segno di miglioramento c’era già stato, o almeno così a lui sembrava. Forse il recupero che sognava stava per realizzarsi: bastava soltanto aspettare. Così la smorfia che offuscava le labbra della ragazza si era rasserenata, lo sguardo sembrava più vivace. Forse, tra qualche giorno, quella smorfia sarebbe diventata un sorriso e lei avrebbe ripreso a comunicare, con i gesti, con le parole.
Nella stanza in cui Palus aspettava era entrato un raggio di sole; era entrato con decisione, formando un cono preciso, e in quel cono si vedevano volare particelle di pulviscolo. Era il mondo, visibile e invisibile, che ricominciava ad avvicinarsi, lento e inesorabile, e insieme a lui il tempo, come conseguenza della materia, di cui quel mondo era fatto. Forse quello era solo uno dei mondi
possibili, creato dalla volontà di un dio che se ne serviva per dar vita a se stesso. Forse altri universi ipotizzabili attendevano solo il risveglio del loro dio per svilupparsi con il loro potenziale di amore e di sofferenza.
Palus pensava al piccolo mondo delle Terme, ai suoi strani pensionanti, a tutte quelle bizzarre persone che ora gli parevano dolcissime. Le aveva immaginate, in uno degli istanti che precedono il risveglio, come chiari uccelli che volavano in un cielo cupo. Qualcuno era stato portato via, dal vecchio Friedrich, ed era stato sottratto agli esperimenti finali di quel gruppo di scienziati dominatori che pensavano forse di ottenere il potere attraverso il sacrificio di tanti, di tante individualità che si immolavano a un ideale di suprema astrazione, di impersonale coerenza, così almeno credeva Friedrich, che lo aveva incontrato per esporgli i pericoli di una permanenza nella struttura termale e per rappresentargli l’inutilità della sua isolata ricerca di una cura per la sua piccola Henriette, offrendogli una strada alternativa, anche se non assolutamente certa.
Qualcuno degli ospiti forse stazionava ancora in quell’atmosfera sonnolenta e vischiosa che avviluppava le menti, e forse qualcuno avrebbe veramente raggiunto quella purezza e quelle proprietà fisiche e spirituali che gli avrebbero consentito l’ingresso in una nuova società di esseri che avevano superato i limiti dell’uomo. Ma forse quel piano, che la Società delle Terme aveva ideato per moltiplicare i suoi adepti, era solamente una grande e funesta illusione per la maggior parte degli ospiti. Quanti di loro sarebbero scomparsi per sempre come individui per divenire parte di una macchina, di una spaventosa e incommensurabile macchina che avrebbe assommato il potere di tutti per una lotta senza limiti e senza tregua, in cui ogni remora umanitaria e ogni aspirazione personale sarebbero stati sacrificati per l’avvento di una società che non avrebbe potuto nemmeno poi definirsi umana?

Palus ricordava le discussioni appassionate con gli amici, perché alla fine di amici si trattava, negli spazi pubblici delle Terme, le illusioni, le ambizioni, la ricerca affannosa di una soluzione nuova o antichissima per i più antichi problemi dell’uomo. La speranza delusa di conseguire quelle conoscenze che si dicevano proprie di pochi uomini, che gelosamente le custodivano. Ricordava il bluff dell’innocuo Peabody, a cui lui aveva stupidamente dato credito, poi, finalmente, l’incontro con Friedrich e il riemergere della speranza.
Così, lentamente, i pensieri si dipanavano e il sonno appesantiva gli occhi di quell’uomo forte ed energico, che non si era voluto arrendere di fronte al pessimismo dei medici e alle titubanze dei santoni, che si era ribellato a una condanna già scritta e aveva cercato di rovesciare il verdetto.
Ora non rimaneva che aspettare, perché neanche i miracoli arrivano all’improvviso.