Viaggio nell’odio

argentina

Su questo romanzo ci sarà ancora molto da lavorare. La storia comprende pagine di forte impatto emozionale e altre più serene, alternando dramma e commedia.

Il protagonista parte per l’Argentina alla ricerca di una sua vecchia amica desaparecida al tempo della dittatura di Videla. Scoprirà un mondo ancora tormentato dai ricordi del passato e immerso in un odio che forze segrete hanno dominato e regolato.

Alcune parti del testo sono già state stese, ma lo stesso intreccio è ancora in evoluzione.

Se i direttori editoriali di qualche casa editrice benpensante non mi obbligheranno a moderare i toni, qualche pagina del romanzo potrebbe essere sconsigliata alle anime troppo sensibili, ma la forza dell’odio e dell’interesse non ammette rappresentazioni edulcorate.

(versione provvisoria – 09/11/2019)

Viaggio nell’odio (In cerca di Paolina)

No, l’uomo non è un congegno meccanico che produce umori e pensieri, ma è veramente un impasto d’eterno e di temporale, di sublime e d’osceno, in cui la vita, diffusa talvolta equabilmente, si condensa tal’altra in questa parte od in quella per trasformarlo in un eroe od in una bestia! (Ippolito Nievo, Le confessioni di un italiano, cap. IX)

Cap. 1. Mondo aperto

Era molto piccola Paolina e non era neanche bella, se la s’incontrava durante la giornata, stanca e vestita con gli abiti banali indossati per una vita faticosa e deludente. Ma quando si preparava per la sera, diventava un’altra, un tipino piccante e desiderabile, una piccola dea delle discoteche.
Navigava su degli zatteroni altissimi, che le regalavano almeno dieci centimetri in più di statura; da quella piattaforma si elevavano due gambe dritte ed eleganti, la cui perfezione era esaltata dai collant neri; il corpo era magro e flessuoso e il viso era incorniciato dai capelli neri corti, con un taglio da eroina dei fumetti.
Vanni l’aveva conosciuta in un gruppo della nostra città che si occupava di volontariato e faceva indagini sociologiche e assistenza agli anziani.
A dire il vero, non è che lui facesse gran che: aveva partecipato con un gruppo di amici a una serie dì incontri e di interviste con gli abitanti di un quartiere ghetto, ma soprattutto realizzava piccoli spettacoli gratuiti per gli anziani dell’ospizio comunale. Si andava spesso negli ospizi a cantare, a quei tempi: per lo più canzoni stravecchie, da La paloma al Tango delle capinere, giusto quelle che le vecchiette potevano ricordarsi e cantare in coro con i ragazzi. Lui suonava una chitarretta classica con le corde di nylon, per non far male alle dita, poiché non era un vero chitarrista, ma un pianista che aveva dovuto optare per uno strumento più comodo da portarsi dietro, rispetto a un piano o a una tastiera.
Dopo quel momento di aggregazione spontanea, il gruppo finì per convergere in una struttura più ampia, attiva a livello nazionale e forse mondiale, che aveva preso il nome di Mondo Aperto e che in qualche modo faceva riferimento a un’ideologia cattolica o quanto meno cristiana.
Nel gruppo c’erano molte persone interessanti e soprattutto ragazze, cosa che per un giovane ventenne e disperatamente single era motivo di notevole attrazione. Anch’io frequentavo spesso quell’ambiente con la speranza di trovare compagnie femminili e talvolta scoprivo personalità interessanti e ricche di promesse.
L’unica che a Vanni piacesse veramente, oltre Paolina, era Zadira, una strana bellezza sottoproletaria, che emanava un sottile richiamo erotico e abitava in un quartiere popolare, lontano dalla robusta e antica città, sicuro rifugio di una classe di commercianti, professionisti e impiegati a reddito fisso.
Come tutti gli abitanti del quartiere, che era collocato a poca distanza dal mare, aveva la pelle perennemente abbronzata, così da sembrare quasi una persona di colore, ma i capelli erano biondi, di un biondo scuro e polveroso, e gli occhi erano di un azzurro chiaro e squillante, come quello di un sereno cielo invernale. Le gambe, belle e lisce, erano quasi sempre nude, di quell’indefinibile color ocra che sembrava rivestirla interamente.
Vanni desiderava ardentemente accarezzarle quelle gambe da animale selvatico, impolverate per il troppo correre scalza sulla terra dei piazzali, e baciarle quel viso ossuto e quegli occhi vivi e stupiti di vivere una vita così difficile in una terra così bizzarra da non sembrare vera.
Non era alla sua portata, sia perché era animalescamente attraente ed lui era terrorizzato dalle donne che potessero piacere a troppi, sia per la sua estrazione sociale. Che cosa mai avrebbero detto i suoi parenti se lui si fosse legato a un essere dall’aspetto così selvaggio e provocante, che sembrava più che una donna una monella di strada un po’ troppo cresciuta?
Preferì perciò dedicare le sue attenzioni a Paolina, più rassicurante e meno connotata socialmente.
Lei aveva un lavoro stabile, come crocerossina in un centro ospedaliero, ma non ne parlava facilmente. Si capiva che, quando era libera dal servizio, voleva pensare ad altre cose, a divertirsi, magari anche ad aiutare gli altri, ma in modo diverso. Era una piccola donna indipendente e amante della vita.
Vanni non aveva ancora preso la patente e non disponeva nemmeno di un’automobile, lei sì e andava in giro con una minuscola cinquecento molto ben tenuta, di colore chiaro, che ospitava i due giovani durante i loro incontri pomeridiani o serali.
La cinquecento degli anni Sessanta era un piccolo miracolo. Vanni non avrebbe mai capito bene come funzionasse e soprattutto gli sembrava complicatissima la doppia debraiata, perché il cambio non era sincronizzato e per scalare di marcia era necessario agire in più tempi.
Certo, la cinquecento era molto stretta, ma questo non era un problema se non si era troppo alti; anzi, aiutava, perché si stava vicinissimi e il passaggio dalla parola alla carezza avveniva in modo naturale, spontaneo.
Così era spontaneo baciarsi, il ragazzo inesperto ed emozionatissimo, lei più abile e appassionata. Vanni vedeva gli occhi di lei che roteavano verso il cielo, in quella che era un’imitazione dell’estasi.
Subito dopo però quasi si pentiva del suo trasporto e cercava di rientrare nei limiti di un’affettuosa amicizia.
«Tu non sai… Io non sono… non sono… adatta a te».
«Perché non sei, non sei adatta? Io ti trovo adattissima».
«Sono più grande di te.»
«Sì, ma di poco, siamo quasi coetanei».
«E poi… e poi… io sono tremenda».
Perché non eri adatta, Paolina? Perché avevi due anni più di Vanni, che era voglioso ma inesperto e ti accarezzava le gambe, che sentiva un po’ ruvide, se non ti eri appena depilata, e la cosa lo stupiva e lo infastidiva. Avrebbe dovuto capire che tutte le donne avevano qualche pelo superfluo e che, se non si curavano a sufficienza, le loro gambe erano ruvide al tatto.
Non era per questo, ma perché sapevi che gli uomini ti piacevano e che potevi essere infedele, perché non sapevi resistere. Ma neanche Vanni aveva troppi scrupoli, ad essere onesti, né sapeva resistere alle tentazioni, per cui i due amici e quasi partner si somigliavano, forse troppo, forse più di quello che Paolina poteva pensare, al di là di qualunque immaginazione.
Vanni avrebbe conosciuto altre donne, da allora, e molte esprimevano con atteggiamenti e segnali di vario tipo le loro sensazioni, solo che pareva che le rappresentassero, più che provarle: era come se fingessero, e forse era proprio così. Paolina sarebbe sempre stata la più vera.
Non pensava però solamente all’amore, lei, ma condivideva con il giovane una sorta di infatuazione umanitaria per i poveri del mondo, tanto che parlava di lasciare tutto e andare dove c’era veramente bisogno di assistenza medica e infermieristica. Pensava soprattutto all’America del Sud, dove asseriva di avere delle conoscenze: qualcuno che c’era già andato, anni prima, e che ci si era stabilito per lavorare.
«Penso spesso a quel mondo, agli amici che sono andati in Bolivia, in Argentina, in Equador.
«E cosa andresti a fare laggiù?»
«Aiuterei quelli che hanno bisogno, che non possono permettersi le cure, che non hanno nessuno che si occupi di loro».
«Sai già dove andare?»
«Sì, la struttura principale è in Argentina, ma da lì poi si parte per la Bolivia, l’Equador, il Perù».
«Non pensi che lasceresti tutto, qui, gli amici, la famiglia. E non pensi al pericolo di una vita tanto diversa, in un mondo dove non c’è sicurezza?»
«Lo so, ma desidero tanto andare».
Era come dire a una falena che la luce era attraente, ma pericolosa, e che era facile bruciarsi e cadere per sempre.

Erano pure una bella coppia, “Vanni e Paolina”, un binomio che cominciava ad affermarsi nella coscienza del gruppo. Erano strani tempi e le coppie dalle nostre parti tendevano a stabilizzarsi, a diventare famiglie, strutture durature e inossidabili, con tanto di figli e di casa di proprietà. I ragazzi si legavano tra loro sin da giovanissimi e i loro legami non erano quasi mai aleatori, cementati com’erano dalle relazioni, anche di natura economica, tra le rispettive famiglie.
Molti nel gruppo, come Paolina, volevano veramente aiutare gli altri, qualcuno credeva addirittura di salvare il mondo, ma tanti volevano soprattutto aiutare se stessi a uscire da quella condizione particolare, a volte evidente, a volte meno, che ne faceva dei freaks: persone diverse, a volte inconsapevolmente o manifestamente mostruose, che nel rapporto con gli altri cercavano una conferma della propria dimensione umana. A pensarci più tardi, con il supporto dell’esperienza, pareva impossibile a Vanni esser diventato parte di una società che aveva molte caratteristiche di un’organizzazione segreta, tra cui l’obbligo di mantenere l’anonimato, di tenere riunioni strettamente private, di assicurare dei turni in cui tutti si rendevano disponibili, durante le ore del giorno e della notte.
A parte questo non c’erano altri particolari obblighi, né dogmi o rituali da osservare. Solo qualche piacevole assemblea, in cui uno degli affiliati più ricchi, Pippo, allietava gli amici nella sua villa con le sue esibizioni paracabarettistiche, perché l’abitazione, costruita quasi sul bagnasciuga, aveva anche una specie di teatrino, in cui lo stesso Pippo e i suoi mustacchietti da topo rappresentavano spettacoli improponibili in qualunque altro contesto di cui non fosse proprietario.
I ragazzi si riunivano anche in una casa in città, al piano terreno, con le persiane sempre chiuse, per non far capire cosa avvenisse all’interno. Vanni non avrebbe ricordato, anni dopo, se fossero verdi o beige, ma da quelle finestre poteva vedere un bel pezzo di strada, senza essere visto. Forse erano verdi, pensava, ma nel ricordo si sovrapponevano centinaia di persiane di quel colore, osservate in vari momenti della vita e in vari luoghi. Erano ancora di legno, in quei giorni, e il colore si sgretolava, la vernice si scrostava, assecondando le impurità del materiale.
Aveva come la percezione, allora, di essere spiato. La sensazione che una rete di fili invisibili coprisse il cielo, punti impercettibili che comunicavano, con linee immaginarie come quelle che nella fantasia degli antichi avevano inventato le costellazioni.
A volte gli pareva di individuare con la coda dell’occhio figure lontane, negli angoli scuri, che scomparivano nel nulla, se si guardava decisamente dove si erano intraviste o se si camminava verso di loro. Solo molti anni più tardi avrebbe avuto conferma di quelle fantomatiche presenze.

Alcune delle ragazze di quella specie di confraternita sarebbero rimaste stabilmente incise nella memoria di Vanni e gli sarebbero tornate spesso in mente. Anzi, ne ricordava qualcuna con una sorta di nostalgia e sarebbe riuscito ancora a descriverle e a raccontarne la storia, perché erano in qualche modo speciali. Erano vive e reali, pur nella loro stravaganza, e pareva che non avessero alcun rapporto con la realtà segreta che forse da tempo controllava tutti.
Serena era piccola e proporzionata, come le donne che a quel tempo Vanni preferiva; ma la sua cosa più bella erano gli occhi: due occhi sognanti e spaventati, di un celeste chiarissimo, luminoso e quasi perturbante, una finestra aperta verso dimensioni ultraterrene. Infatti lei con quegli occhi stupendi, che sembravano bere e restituire la luce, tutta la luce di un mattino del profondo nord, vedeva cose che non esistevano nella realtà. Le vedeva con gli occhi o forse con la mente: insetti, per lo più, interminabili teorie d’insetti che zampettavano sui pavimenti, salivano in processione sui mobili, formavano percorsi nerastri o marroncini sui muri.
Lo raccontava con tranquillità; ormai si era abituata a quelle presenze sgradevoli, che però non le procuravano nessun altro fastidio, sembravano svolgere il loro compito in maniera educata, senza intervenire fisicamente nella sua vita, senza aggredire il suo corpo, che le osservava come da lontano, da un altro mondo, fisicamente sconnesso da quello che stava osservando.
Così centogambe e blatte, bruchi e lombrichi, formichine e coccinelle camminavano in quella dimensione segreta, cercavano cibo e inventavano percorsi, rendendo esplicita la propria presenza col movimento, che li diversificava dalla ghiaia, dalle mattonelle di cemento o dalle pietruzze colorate della graniglia.
Non era facile entrare in sintonia con Serena. Se parlava, parlava del suo mondo, che era per lo più fantastico. La sua realtà non poteva essere compresa facilmente e lei se ne accorgeva; allora non parlava più e rimaneva a fissare quel suo mondo diverso, dove nessuno di noi poteva entrare veramente. A Vanni sarebbe piaciuto approfondire la conoscenza con quella ragazza particolare e inquietante, scrutare più da vicino quei suoi bellissimi occhi, capire il perché della sua diversità, della diversità del suo universo. Ma questo evidentemente non era scritto nel libro degli eventi. Mancavano le occasioni, i punti di contatto; lei aveva già i suoi amici, il suo ambiente, che doveva essere molto più agiato di quello del suo giovane ammiratore, e si sa che le differenze sociali dividono in maniera inesorabile, separando le persone anche nello stesso ambiente lavorativo o comunitario.

Nelle sere di primavera, capitava a Vanni di fermarsi a parlare per ore con Carmen, nella sua macchina.
Carmen era bruna e dolce; era anche abbastanza carina, anzi forse decisamente bella col suo viso di un ovale quasi perfetto, se lui ricordava bene; ma la sua vita era stata angosciata da un amore infelice, che non riusciva proprio a levarsi dalla testa.
E dire che lei era stata abituata a occuparsi degli altri, sin da piccola, del fratellino, poi della sorellina, nei cui confronti aveva una specie di affetto materno, soprattutto da quando la mamma era andata nel mondo dei sogni.
Quando era piccola, le avevano fatto indossare una piccola tunica bianca con due ali d’angelo e lei si era immedesimata nella parte. In fondo c’era tanta gente da proteggere ed amare, Da allora provava l’impulso di aprire le ali e proteggere con la loro ombra i più piccoli e deboli dal fuoco del male.
Ora che cominciava a non essere più una ragazzina, Carmen aveva bisogno lei di un angelo e Vanni si prestava al gioco, sia perché stare con lei era tutto sommato piacevole, sia perché parlare con qualcuno che sta peggio di te è in qualche misura consolatorio. Lei aveva in fondo allo sguardo il tormento di un animale triste, anche quando rideva.
Il suo unico amore era quasi sempre nei suoi pensieri e nei suoi discorsi. Lui che viveva lontano, che aveva una sua vita, senza di lei, ma che continuava a farle avere sue notizie, come se ci tenesse a tenerla in qualche modo legata, schiava del suo potere, animale di pregio nella sua riserva di caccia.
«Lo sento sempre; è sempre dentro di me».
«Non ha intenzione di tornare?»
«Non lo so o forse lo so. Prima o poi tornerà certamente».
«Perché non pensi a qualcun altro?»
«Perché non ci può essere nessun altro».
Era una petizione di principio. Un’affermazione assoluta, che non poteva essere smentita da niente e da nessuno. Inutile tentare, insistere: non avrebbe cambiato idea.
Però era bello sentirla parlare, e vedere i suoi occhi che nel buio della macchina risplendevano come piccole stelle, illuminando l’ovale ambrato del suo volto, levigato e assorto; ma anche tanto addolorato, come quello della vergine Maria. Perché tutte quelle piccole persone soffrivano, non riuscivano a superare i loro desideri e i loro sentimenti, desideravano un amore unico e certo? Vanni non sapeva se fosse la coscienza della loro infelicità a rattristarlo o piuttosto la sua incapacità di provare un sentimento altrettanto profondo e autentico, lui che era naturalmente poligamo e anche lievemente cinico, incapace di provare l’esaltazione e la follia di un amore profondo ed esclusivo, come quelli che aveva davanti agli occhi.

Naturalmente nel gruppo non c’erano soltanto femmine; anzi i maschi erano piuttosto numerosi, anche se, data la sua giovane età, Vanni era più propenso a prestare attenzione all’elemento femminile, anzi quasi esclusivamente a questo, e a stabilire con le donne un rapporto di amicizia, che naturalmente sperava avrebbe condotto a qualcosa di più interessante. Con qualche maschio però intratteneva relazioni che potevano avvicinarsi all’amicizia, anche se non ci fu mai tra loro un rapporto profondo e sincero, quale quello che dovrebbe svilupparsi tra veri amici. Quello con cui gli accadeva di uscire più spesso si chiamava Berto.
Berto era uno stranissimo personaggio. Era di statura media, quasi calvo, con un viso alla Homer Simpson; piuttosto brutto, quindi. E per giunta per qualche strano motivo era privo degli incisivi; Vanni non aveva mai notato se solo i due centrali o tutti e quattro, ma nella risata di quel giovane uomo mancava qualcosa di essenziale. Gli venne da pensare anni dopo che quel difetto provenisse da una malformazione, anziché da un episodio di carie mal curata, e probabilmente per questo non aveva fatto ricorso a un buon dentista per un intervento che lo avrebbe catapultato, senza dubbio, nel mondo delle persone normali.
Poiché però non tutto nei brutti è necessariamente orribile, anche questo bizzarro individuo presentava dei lati positivi. Aveva infatti un fisico elegante e ben fatto e una voce calda e suadente. Curava il fisico costantemente, facendo ricorso anche a pastiglie di anabolizzante, che a quel tempo erano di gran moda e venivano spesso prescritte dai medici e non solo da personaggi senza scrupoli. Rientravano cioè nella farmacopea disponibile anche da parte dei professionisti seri, che ritenevano quelle prescrizioni normalissime e quasi prive di controindicazioni reali; ma, d’altra parte, avete mai visto un medicinale il cui foglietto illustrativo non riporti almeno una dozzina di spaventose complicazioni e irrituali sciagure e che non sia tranquillamente proposto dai più eccelsi luminari della medicina?
Dal momento che anche Vanni aveva a quell’epoca un aspetto a dir poco astenico, qualcuno prescrisse anche a lui degli anabolizzanti, con scarsi risultati. Metteva su qualche etto, con quella cura, ma appena la interrompeva il peso tornava a scendere e il suo torace tornava a scarseggiare.

Berto col tempo gli diventato abbastanza intimo: uscirono persino con un paio di ragazze del gruppo. Vanni era interessato allora a una certa Marisa, con cui si accompagnava spesso, da amico, ma con un’amicizia che non evitava qualche atteggiamento affettuoso, come il passeggiare con il braccio attorno alle spalle. Lei aveva un fisico scattante e la sua pelle era incredibilmente calda, il suo atteggiamento poi era morbido e sensuale, quasi in contrasto con il suo aspetto magro e nervoso. Lui capiva che era il calore della ragazza ad attrarlo, più che il suo viso. Anzi, d’istinto, trovava la sua espressione e alcuni suoi atteggiamenti piuttosto scostanti; ma questo, anziché renderla meno desiderabile, stimolava in lui una sorta di violento desiderio di possesso, che non provava nei confronti di ragazze più dolci e gradevoli. Provò anche qualche avance con Marisa, ma senza raggiungere risultati consistenti. Lei pareva molto sicura di sé e non si lasciava certo condizionare da un ragazzino, come in quel momento lui doveva sembrarle. Però probabilmente quel minimo rapporto che c’era tra loro doveva procurarle un certo fastidio e imbarazzo, perché trovò il modo per interromperlo nella maniera più semplice.
Fatto sta che, durante una festa, mentre Vanni tentava inefficienti approcci, affascinato da quella strisciolina di pelle bollente che rimaneva scoperta tra la gonna di Marisa e la sua camicetta stretta, che ne evidenziava paurosamente le curve, lei dichiarò con fare spontaneo e innocente che in quel periodo era attratta dagli uomini robusti. Infatti, dopo un po’ si mise a limonare scopertamente con un altro del gruppo, Bud; soprannominato così perché era una specie di piccolo Bud Spencer, con un faccione pieno di barba. Era uno strano tipo, il cui massimo interesse nella vita, oltre le donne naturalmente, era fare scherzi telefonici, qualche volta di dubbio gusto, ma si sa che spesso questi personaggi un po’ selvaggi e animaleschi godono delle simpatie femminili.
Quella sera quindi Marisa manifestò apertamente le proprie preferenze e il fisicaccio di Bud ebbe il sopravvento sui maldestri tentativi del povero Vanni.
Gli sarebbe venuto da sorridere, molti anni più tardi, pensando a quanto si può essere sciocchi da ragazzi e a quanto sereni sarebbero risultati quei giorni in confronto a quello che gli anni futuri avrebbero riservato a tanti di noi. Ma allora anche un piccolo smacco, un desiderio non ricambiato, una parola infelice potevano assumere le dimensioni di un dramma esistenziale. E in fondo Vanni non era stato sicuramente il più infelice o il meno realizzato di tutta quell’eterogenea umanità che allora frequentava. Anzi credo che in quel piccolo mondo si fosse coagulata una sorta di energia negativa, procacciatrice di sofferenza e disgrazie, che per molti si concretizzarono a distanza di tempo.

Nel frattempo il rapporto di Vanni con Paolina si era consolidato, così da apparire qualcosa in più di una semplice amicizia. Il suo fisico da pallida creatura della notte aveva messo in allarme già più di un dottore e capitò che dovesse fare una serie d’iniezioni antianemiche. Si trattava di vitamina B12 e di altri farmaci (folina, estratti epatici), che allora erano di moda almeno quanto gli anabolizzanti e che venivano somministrati a tutti i ragazzi che non presentavano un fisico da muratore e un viso sufficientemente sano, largo e abbronzato a causa di una costante frequentazione di spiagge e barche a vela. Paolina si offrì di praticargliele lei, le intramuscolari. Non era proprio il massimo come infermiera e le sue punture facevano male, forse perché non aveva con il suo amico la stessa serenità che la assisteva nell’eseguire quella semplice operazione su altre persone. Fatto sta che l’ingresso dell’ago si sentiva e Vanni doveva soffrire in silenzio, stoicamente, anche se era una delle persone meno stoiche e meno tolleranti il dolore fisico che mai fossero apparse sulla faccia della terra.
Le cose quindi procedevano piuttosto bene, con momenti gradevoli che sopravanzavano di molto gli aspetti meno gradevoli, finché Paolina non cominciò a parlare della sua famiglia. Desiderava che Vanni conoscesse i suoi. Era una prassi consueta, quando un rapporto diventava abituale; ma sembrava preludere a un impegno che assolutamente lui non si sentiva di assumere.

Erano andati a vedere un film di Sergio Leone, uno dei più noiosi e politicizzati, e devo confessare che nemmeno io ho mai apprezzato quel film particolare, di cui mi aveva parlato proprio Vanni. Quella sera avvenne che il tono deprimente del film, in cui si alternavano momenti validi e particolari di dubbio gusto, si comunicò all’umore del giovane, producendo quello che qualche anno più tardi avrebbe imparato a definire magone. Il cattivo umore si era trasformato in una sorta di noia, mescolata a una profonda tristezza; un insieme, insomma, che si manifestò come silenzioso disinteresse e che apparve come un chiaro sintomo di una crisi nel rapporto. Le ali della noia sono spaventosamente ampie e ricoprono di squallore ogni azione, ogni avvenimento. Lui e Paolina non avevano il coraggio di parlare chiaramente tra loro e temevano seriamente di non avere più nulla da dirsi.
Vanni avrebbe dovuto chiamarla, il giorno dopo o al massimo entro qualche giorno, e invece non le telefonò; non la chiamò più, e lei, a sua volta, non si fece più sentire. Lui ormai era sempre più impegnato a frequentare l’università e a procurarsi nuove amicizie in facoltà, per cui non gli pesò troppo la mancanza di quella piccola creatura per cui avrebbe dovuto provare affetto, se non amore. Così la sua vita entrò in una nuova fase, quella che lo avrebbe trasformato da ragazzo in uomo, anche a prezzo di notevoli e dolorose rinunce.

Non si rendeva conto di agire non solo sul suo destino, ma su quello di un’altra persona che forse aveva iniziato a pensare a lui come a un possibile partner stabile e che cominciava a provare dei sentimenti ai quali lui aveva dato un colpo mortale. Non pensava soprattutto che quel suo egoistico rifiuto avrebbe spinto Paolina nella spirale di un’avventura che l’avrebbe precipitata, innocente e inconsapevole, in un mondo di orrore e di depravazione, in un abisso che qualcuno potrebbe definire come esperienza dell’inferno.
Qualche tempo dopo gli parlò di Paolina un conoscente, di cui molti anni più tardi non avrebbe più ricordato il nome ma solo vagamente l’aspetto. Era un tipo alto, con un viso tondo e grassoccio, che esprimeva una non eccelsa intelligenza.
Ridacchiava nel parlarne e fece scherzosamente cenno alle protuberanze che Vanni doveva sicuramente aver notato sulla sua testa guardandosi allo specchio.
All’inizio non capì l’allusione e glielo disse. Solo allora quel conoscente gli raccontò delle nuove avventure di Paolina e dell’imprevedibile exploit di Bruno che, a forza di starle dietro, era riuscito, si diceva, ad aver successo con la ragazza, mettendo per giunta le corna a lui, suo amico.
«Ma cosa cazzo dici?» sbottò Vanni, «lo sai che con Paolina io non c’entro niente!»
«Eh sì!» fece il tipo dal viso grassoccio e ammiccò.
L’altro gli spiegò che ormai non vedeva Paolina da un pezzo e che pertanto lei era libera di mettersi con chi le pareva.
Bruno a quanto pare aveva corteggiato tenacemente Paolina sin dall’inizio, quando ancora lei e Vanni uscivano insieme, e poi si era introdotto nella sua vita, per un breve periodo. La cosa tutto sommato un po’ al suo ex ragazzo dispiaceva, ma lui capiva che non aveva nessun motivo per accampare diritti. In fondo ero stato lui a troncare ogni rapporto con lei e a lasciarla andare libera per il mondo. “È libera: nessuno può fermarla”, cantava Adamo in quegli anni.
Solo un anno più tardi qualcuno fece circolare una notizia che lasciò Vanni stupito e addolorato. Per un po’ quell’informazione riuscì a scalfire il suo robusto e persistente egoismo procurandogli un disagio che solo il tempo riuscì, poi, a velare. Paolina aveva avuto, si diceva, problemi seri, che ne avevano consigliato il ricovero in una clinica neurologica. Non era esattamente un manicomio, visto che i manicomi non esistevano più, e nessuno sapeva raccontare sintomi e fatti concreti; però il nome, già di per sé terrifico e angosciante, di neuro era sufficiente per spaventare a morte una persona ancora fragile come era Vanni a quei tempi. Una sola volta aveva visto una clinica di quel genere. Vi era andato per farsi visitare da un celebre professore che lui sperava risolvesse i suoi frequenti (allora) attacchi di panico ed era rimasto sconvolto dal disumano silenzio che vi dominava. Non avrebbe mai dimenticato il lunghissimo corridoio deserto, con tante mattonelle bianche e nere e numerose porte alte e strette in legno smaltato di bianco. Si era chiesto se veramente ci fossero dei ricoverati o se quel silenzio volesse significare che al di là di quelle porte chiuse si trovasse soltanto il vuoto.
Poi Vanni aveva superato gli attacchi con qualche pastiglia di antidepressivo e aveva ripreso a macinare esami universitari con regolarità e con buoni risultati. Non frequentava più il gruppo (non ne aveva il tempo) e veniva casualmente a conoscenza di fatti che riguardavano quei suoi amici di un periodo assurdo, che gli sembrava quasi una parentesi temporale di inazione e attesa in una linea di azione che presupponeva invece continuità di impegno e motivazione, senza ripensamenti.
Venne così a sapere che Zadira si era fidanzata con un giovane medico di estrazione altoborghese. Il suo fascino selvaggio aveva fatto colpo, evidentemente. Adesso frequentava ville e feste per ricchi e arricchiti. Probabilmente si dava arie da vendere e aveva acquistato quel sussiego e quel disprezzo per la povertà che solo chi proviene dal nulla riesce a evidenziare in maniera così caricata e opprimente. I suoi figli avrebbero frequentato le scuole private più esclusive e avrebbero scorrazzato per le litoranee in Bmw, tra una villa e l’altra. “Ho fatto benissimo a non incapricciarmi di lei”, pensava Vanni: “ne avrei fatto un’infelice, se quelle erano le sue aspirazioni”.
Paolina non aveva avuto una simile fortuna. Era troppo idealista e non aveva un rapporto sereno col denaro, quel rapporto che consente di godere dei piaceri che il denaro può offrire e di considerarti soddisfatto quando il denaro arriva. Una persona che la pensa così finisce per tormentarsi per tutta la vita, per angosciarsi per le ingiustizie del mondo, per lottare per qualcosa di vero e di pratico o anche solo per un’illusione. Se non diventa matta, si dedica ad alleviare le sofferenze della gente, a combattere per i meno fortunati. Paolina era riuscita a superare le sue difficoltà individuali e a risollevarsi dalla sua depressione, sgusciando fuori dalla notte dello spirito, poi aveva fatto le sue scelte.
Vanni, dal canto suo, si era come allontanato da una realtà in cui lui era dominato dall’egoismo e da un insieme di condizionamenti che avrebbe superato solo con la maturità e l’esperienza. Certo è che quel mondo gli sarebbe parso più tardi un paradiso terrestre, in confronto a quello con cui sarebbe venuto a contatto, in una terra lontana. Quella realtà però era fondamentale per comprendere i motivi che avrebbero spinto un uomo carico di delusioni e di taciti rimorsi a un viaggio che l’avrebbe condotto ai limiti dell’abisso.

Cap. 2 – L’agente

A quanti metri? Forse trecento, in linea d’aria. Una forma quadrata si solleva dal terrazzo di un grande condominio, un terrazzo grigio di cemento. Un terrazzo opaco, a più livelli. La forma è un quadrato bianco, che un uomo porta veloce e deposita in un altro punto invisibile, nascosto dai tetti di case più vicine. Ed ecco che un altro uomo, anche questo veloce e sicuro, solleva un altro quadrato, forse un pannello, ma il suo colore è nero o grigio scuro: la distanza non consente un’esatta valutazione del colore. Per un po’ i due uomini s’incrociano, uno con il pannello, che sembra leggerissimo, l’altro con le braccia libere. Il primo deposita i pannelli, il secondo ritorna a prendere un nuovo pannello che diventa una vela triangolare, prima di girare e rivelare la sua forma probabilmente regolare e quadrata.
Qualcuno li guarda, da questa finestrella che offre la visione di una distesa perduta di tetti, facciate, finestre, terrazzini. Li guarda e pensa che potrebbe colpirli da qui, ma non ce ne sarebbe motivo: un altro dev’essere il suo bersaglio, in quella porzione di strada, in quello spicchio di strada che da qui si vede chiaramente.
Su quella strada si fermerà un’automobile, una limousine nera, che luccicherà al sole di marzo, e ne scenderà un uomo. Forse si fermerà per un momento, forse alzerà un braccio, quello sinistro com’è sua abitudine, per salutare. Ci saranno varie persone attorno a lui per proteggerlo, ma l’uomo che osserva dalla finestra riuscirà a inquadrarlo perfettamente, anche solo per un momento. Non esiterà, è allenato a questo. E non sbaglierà il colpo. Suo padre era un tiratore scelto e anche lui ne ha ereditato le doti. Non sa fare altro nella vita, non saprebbe fare un qualsiasi lavoro, non è curioso e non riesce ad apprendere con facilità. È troppo occupato a tenere in efficienza la sua macchina, di nervi, muscoli e ossa, a tenere allenata la sua capacità di risposta agli stimoli.
Sa che non deve lasciarsi ingannare dalle forme, non deve avere incertezze, deve interpretare esattamente tutto quello che vede, reagire in un decimo di secondo, scegliere – agire – un bottone, un grilletto, un ordine e pam: il muro tra la vita e la morte è attraversato, lo spirito lascia la materia, invisibile forse perché troppo veloce, schizza tra un universo e l’altro, in un altro universo forse un altro lui si apposta e decide di non premere il grilletto, oppure non è sufficientemente veloce e in quell’attimo il bersaglio si china a guardare qualcosa che è caduto, che forse gli è caduto di mano, e il proiettile fracassa un vetro e si perde dentro un’imbottitura, ridicolo fallimento o non corrispondenza di un oggetto al suo scopo, fallimento, fallimento – tutti sono falliti in quel preciso istante: il proiettile che poveretto si accartoccia battendo contro il metallo della lamiera, l’arma di precisione che non ha svolto il suo compito, quello di uccidere, il cecchino che ha appena il tempo di pronunciare una parola o di fare un gesto, più interiore che espresso, di sincero disappunto. Il fallimento si riverserà come una colata di lava sulla sua credibilità, forse sarà ritenuto inadeguato, non più affidabile, lui che era praticamente infallibile, forse sarà sacrificato, perché questa era l’ultima occasione prima che avvenisse l’irreparabile, prima che la vittima designata pronunciasse il discorso che mai avrebbe dovuto pronunciare o firmasse il decreto che mai avrebbe dovuto firmare o incontrasse la persona che mai avrebbe dovuto incontrare. Tutta la realtà verrà modificata da quel fallimento. È una bella responsabilità quella di cambiare la storia!
Ma non sbaglierà, di certo non sbaglierà, come non sbaglia una macchina. La macchina non ammette fallimenti, né scelte. Non sceglierà di non agire, di non svolgere il suo compito, non si lascerà distrarre dal vento che si sta alzando, non sufficiente però a modificare la traiettoria di un proiettile, dalle nubi disegnate come piume d’uccello nel cielo, dai rumori sconosciuti e non identificabili che provengono dai condomini, dalle risate scomposte dei bambini che salgono dai cortili, dalle cime degli alberi che si muovono, dai sacchi dell’immondizia, dall’erba che cresce nelle fessure delle mattonelle, dove sembra impossibile che la vita possa svilupparsi.
Andrà come deve andare, anche questa volta.

Lenzuola pulite, sterili, con quell’inconfondibile odore di tela disinfettata, di stoffa passata in autoclave, che si sente in hotel o in ospedale. Lenzuola pulite, ma non candide. Il candore non serve, meglio quella patina color tela ingiallita che dà un colore caldo all’insieme. L’ospite si sente più a suo agio, non teme di sporcare, non è intimidito dall’estremo biancore, può arrischiarsi ad avvoltolarsi nelle lenzuola senza timore d’imbrattarle, può fare l’amore senza paura di lasciare resti. La ragazza spesso è una cameriera, ha svolto tutti i suoi compiti, ha cambiato le lenzuola, rifatto i letti, sostituito i detergenti liquidi (soap+shampoo), la carta igienica, gli asciugamani, appesi al caldo nella rastrelliera bianca che funziona come un termosifone. Ora può divertirsi, regalarsi qualche ora piacevole e spesso conveniente, perché così arrotonda la paga che non è eccezionale, con quei soldi in più può pensare di aprire una bottega, acquistare una casa, almeno in parte, comprare un terreno, pensare alla vecchiaia, quando nessuno più desidererà entrare nel suo corpo per trarne piacere.
Qualche volta è una cliente dell’albergo, una donna che vive sola o che per caso si trova in quella sperduta città per ritirare un oggetto o parlare con un notaio o un avvocato o ha dei parenti o deve presentarsi per un colloquio di lavoro. Ha incontrato quell’uomo piacevole, pulito, vestito bene, fisicamente a posto, almeno così sembra. Quando lui si spoglia, poi, si nota che è curato anche nei particolari, la sua muscolatura è coltivata, la pelle ha la giusta abbronzatura, non emana odori sgradevoli. Lei si priva degli indumenti con lentezza, si lascia scoprire e ammirare. Anche il suo fisico è curato, le sue mani e i piedi soprattutto non rivelano inestetismi, malformazioni o callosità. I preliminari vengono effettuati con delicatezza, senza eccessi: lui vuole mostrare il giusto vigore, non violenza, per non far scattare la molla della paura, deve apparire un maschio normale e affidabile.
Lui si muove, dà il ritmo, quasi si compiace dell’efficienza del suo fisico, di quella capacità di penetrare e arrivare in fondo alla cavità, con movimenti regolari, o con improvvise accelerazioni, osservando con soddisfazione le reazioni della donna, il suo ansimare, il crescere della sua eccitazione, misurare e procedere inesorabile fino a raggiungere il climax per entrambi, una performance che ha qualcosa di sportivo, che coinvolge i muscoli e i nervi, che deve condurre a una soddisfazione completa.
Il sesso è quasi un alibi: come si fa a far serenamente l’amore quando si progetta di uccidere un uomo? La cosa è improbabile, addirittura impensabile, eppure accade.
La mattina dopo l’uomo compie la sua missione e subito dopo lascia l’hotel, con un nuovo compito, con un nuovo obiettivo. Questa è la sua vita.
Si capisce subito quando un delitto è opera dei servizi. Di solito non c’è un movente credibile, o ci sono dubbi sul colpevole, che professa disperatamente la propria innocenza, senza essere quasi mai creduto.
Qualche volta il movente manca proprio: il delitto è stato compiuto solo per distrarre l’opinione pubblica, per convogliare l’interesse verso un fatto di sangue, oppure la vittima era segretamente coinvolta in qualche affare segreto, la vittima di solito insospettabile, immacolata, dalla vita senza ombre, ombre visibili almeno. Spesso la morte viene rappresentata come un suicidio: il morto si è buttato dalla finestra, ha assunto un cocktail micidiale di alcol e droghe, anche se non era un tossico, ha preso qualcosa per sbaglio, aveva un disturbo cardiaco mai diagnosticato.
I killer sono arrivati in due, di nascosto, nessuno li ha visti, neri nell’oscurità, si sono calati da una finestra e sono spariti senza lasciare traccia: professionisti, naturalmente.
Tutto resterà sempre nel mistero. Forse qualcuno verrà indagato, rimarrà “unico indagato”, sarà sempre un marito, una moglie, una madre, un fidanzato che non si rassegna a perdere il suo amore, un serial killer introvabile, che si dimentica persino di violentare la vittima.
Spesso si faranno lunghe indagini, ci sarà un processo, ma non si avrà mai una certezza, nemmeno di fronte a una condanna a morte o all’ergastolo. La verità non si scoprirà quasi mai, perché ogni indizio è stato nascosto, ogni evidenza fatta scomparire. Gli investigatori manipoleranno le prove, cercheranno d’incastrare qualcuno, di ottenere una condanna e spesso ci riusciranno, perché il pubblico esige un colpevole, perché la società deve essere vendicata.

Finalmente il momento è arrivato. L’automobile si ferma. Proprio nel punto più favorevole. Cosa potrebbe andare storto? Nulla, presume il killer; d’altra parte lui è fondamentalmente ottimista. Pensa che se si affronta un’azione con ottimismo ci sono maggiori probabilità di far avvenire le cose come dev’essere. Infatti è pronto, estremamente attento, ma non è nemmeno teso. Per lui un bersaglio è un bersaglio: non si lascia coinvolgere emotivamente, non è trattenuto dal fatto che quel bersaglio sia un uomo anziché un coniglio. Uomini e conigli sono mammiferi, pensano e soffrono, forse i conigli hanno meno consapevolezza, ma sono vivi anche loro.
Le cose procedono. L’uomo scende, saluta, rimane fermo quel tanto che consenta a un proiettile di colpirlo e io premo il grilletto, nel momento giusto. L’arma fa il suo lavoro, il proiettile pure, e la testa dell’uomo è attraversata da un corpo estraneo. Bisogna vedere l’effetto di un calibro 7.62 su un corpo umano: è incredibile. L’eliminazione fisica del bersaglio è garantita. Il proiettile si porta via un bel po’ di cervello e la sopravvivenza della persona colpita è impossibile.
Il corpo è caduto, la confusione è massima. Deve allontanarsi al più presto e scomparire. Mette in un borsone verde il suo M21 e si precipita giù dalle scale. In pochi secondi arriva già all’entrata di servizio; poi però cambia idea e torna sulla strada principale, mischiandosi con la folla, che ancora non sa nulla di quello che è successo un paio d’isolati più avanti. Il suo cellulare è spento e non è più individuabile da nessuno. Entra in metropolitana e trova perfino un posto a sedere. Toglie di tasca un libro e si mette a leggere. Nessuno può sospettare di un uomo vestito sobriamente, che legge in tutta serenità un libro della Yourcenar. È insospettabile come Clark Kent.
L’ultimo luogo dove può andare è la sua casa. Per fortuna c’è un posto in periferia dove non abita nessuno; la padrona vive a Londra e non rientra in Italia nemmeno per vedere i parenti. La casa è vuota da anni e lui la usa come rifugio. C’è una tettoia in giardino e sul terreno una botola ben nascosta, che conduce a una specie di cantina. Non è difficile nasconderci del materiale, dietro le bottiglie di vino che continuano ad invecchiare, con il loro strato di polvere ben evidente. Si libera dell’arma e poi si sente libero di andare dove vuole.
Non desidera correre rischi e preferisce noleggiare un aereo, per raggiungere Bellinzona. Sa che se vogliono possono raggiungerlo anche lì, ma prima devono trovarlo. Ha un contatto sicuro a Bellinzona e lo cerca. Lo ha già aiutato in vari momenti difficili della sua vita. Cercano insieme di capire che aria tira. Come lui immaginava, non doveva fidarsi di Berio, uno arrivato troppo velocemente alla direzione delle unità operative, amico di troppa gente, di destra e di sinistra. Avevano cercato d’intercettarlo e di eliminarlo. Avrebbero risolto il caso e fatto tacere l’unico testimone. Nessuno avrebbe capito da chi era partito l’ordine di terminare il bersaglio. Tutto avrebbe avuto la giusta conclusione.
«Cosa intendi fare?» Gli chiede il contatto, che si chiama Pellini.
«Prima di tutto incassare i soldi.»
«Questo è possibile.»
Pellini fa da intermediario con l’amministrazione e fa scaricare la somma spettante per il lavoro su un conto svizzero. Pochi minuti dopo il denaro viene trasferito molto più lontano, quasi in un altro mondo, su un altro conto, intestato alla sua attuale identità: Tommaso Reni, istruttore di tennis.
«E adesso?»
«So cosa fare».
Per fortuna gli italiani hanno la buona abitudine di odiarsi cordialmente tra loro. In ogni organismo ci sono almeno due acerrimi nemici che cercano di farsi fuori a vicenda. Di solito basta incriminare l’avversario per corruzione o per qualche intemperanza sessuale; ma qualche volta è necessario distruggerlo anche fisicamente come ai tempi del duca Valentino. Allora si usavano la spada o il veleno, ora basta simulare un incidente o un suicidio. E poi dicono che in Italia non c’è più la pena di morte!
Bergogni era un vecchio funzionario, quello con cui aveva tenuto i primi contatti. Era qualcosa di simile a un vecchio amico, forse l’unico che Reni potesse contattare senza essere venduto cinque minuti dopo per quattro soldi e un incarico di prestigio. A Bergogni interessava una cosa sola: liberarsi di Berio, di quel porco che aveva scalato in così poco tempo tutte le vette, a colpi di favori ai capi partito, usando tutte le arti possibili, riciclando denaro sporco e procurando fondi. Spediva rifiuti tossici in Africa e vendeva armi ai clan di quei luoghi. Berio era l’eminenza grigia del potere. Ormai tutti avevano bisogno di lui e lui sapeva che sarebbe caduto in piedi con qualsiasi vento, al riparo da qualunque risultato elettorale.
Aveva un numero segreto di Bergogni; lo chiamò più volte. Gli rispose due giorni dopo.
«Hai bisogno di fare un servizio?» chiese.
«Sì» rispose Reni «dove e quando?»
«Giovedì alle 16, via dei Missaglia.»
«Solita gente?»
«Sì, ma con la testa.»
«Bene!» e chiuse.
Conosceva il posto. Quindi Berio sarebbe stato lì, al centro di ascolto, con un paio di tecnici fedelissimi che armeggiavano sui computer e che stavano sempre in quella casa. Doveva trattarsi di una missione importante, per cui il capo voleva rendersi conto direttamente dell’andamento della procedura.
Rientrò in Italia in auto, con il fratello di Pellini, e all’ora indicata era a Milano, in via dei Missaglia.
Non era difficile entrare dal retro nella villetta anonima acquisita dai servizi. Una volta veniva adoperata per affittare stanze e nessuno badava a chi entrava e usciva. Semplice e graziosa, con le finestre color legno e le tendine arricciate: un posto tranquillo per dormire: impiegati che non avevano trovato ancora una sistemazione fissa, commerciali , insegnanti di stage che duravano pochi giorni, gente sola, senza amici e senza donne, persone che non davano nell’occhio.
Reni è già dentro, rimane nell’ombra. Sente dei passi. Uno degli agenti cammina nel corridoio, forse torna dal bagno, va verso la luce di una stanzetta di cui s’intravvedono i mobili chiari, di faggio, almeno così pare.
Ha la pistola puntata, lo colpisce alla nuca, l’altro cade. Non dev’essersi nemmeno accorto di nulla, non ha avuto il tempo di riflettere. È per terra, cuscini rossi più avanti nella stanza. Berio dev’essere in un’altra stanza, più in là. Si vede la luce filtrare. Deve aprire senza far rumore o attendere? È più prudente attendere. Infatti un altro tizio con i capelli corti e dritti a spazzola apre la porta, non capisce perché il compagno non sia ancora tornato dal bagno. Appena lancia lo sguardo nel buio Reni lo fredda. Berio è seduto al computer, ha percepito qualcosa, si volta di scatto, ha in mano una pistola, ma non fa in tempo a usarla. Lui non pensa, agisce, ed ecco che anche il capo va a raggiungere i suoi uomini, lungo disteso per terra. Non era un genio. Come poteva sentirsi al sicuro? Forse perché chi fa il cacciatore non riesce a sentirsi preda, non capisce che essere carnefici o vittime è solo questione di prospettiva. Certo era più un esperto d’intraffugli di portata planetaria che un uomo d’azione, un grande manipolatore, uno che dà ordini e che attende che altri li eseguano. Ed ecco che ora non ne darà più e questo consentirà a Reni di tornare ad essere un uomo libero e soprattutto vivo.
Non sta lì ad ammirare il lavoro svolto. Meno tempo rimane in quella casa e meno probabilità ha di essere scoperto.
Va via come è venuto, invisibile.
Appena fuori prende il metrò, lì vicino. È pulito, senza schizzi di sangue. Nessuno lo nota: uno dei tanti.
Tornato all’aperto, chiama Bergogni: «La casa è da pulire» gli dice. Sa che lui capisce.
L’amico manderà qualcuno a far sparire i corpi, poi si troverà un responsabile: gli arabi, magari, o il Mossad. Quando non si capisce niente di qualcosa, la colpa è sempre del Mossad. Si sa che hanno pochi scrupoli e che fanno bene il loro lavoro. Non si può nemmeno incolparli con accuse alla luce del sole: in fondo sono alleati. Oppure si tratta dei servizi francesi, alleati anche loro; autonomi, è vero, ma sempre molto vicini a noi. Se hanno ammazzato qualcuno, significa che avevano i loro buoni motivi.
In ogni caso, Reni non c’entra, e Bergogni nemmeno. Hanno solo eliminato un pericolo (per Reni) e un ostacolo (per Bergogni). I due non comunicheranno più: Bergogni farà scomparire i dati di Reni dal database dei servizi italiani. Risulterà che il killer non ha mai lavorato per loro: nessuno lo cercherà più. Comunque lui sa che è meglio cambiare aria, per un po’ o per tutto il resto della vita. Berio aveva troppi amici.

Reni cerca un volo Milano-Bogotà. Ne trova uno portoghese con scalo a Lisbona. Conosce qualcuno in Colombia, cioè ha fatto dei favori a qualcuno, ed è per questo che decide di partire per quella parte del mondo.
Il viaggio è un po’ lungo, considerando lo scalo tecnico, ma non ci sono sorprese. A Lisbona non salgono sull’aereo persone dall’aspetto preoccupante e lui riesce perfino a riposare durante il volo.
All’aeroporto una macchina gli si avvicina e un tizio in borghese con una grossa pistola lo obbliga a salire. Poi il suo compagno che guida gli fa fare il giro della città, o meglio lo dirotta verso la periferia.
«Dove mi portate?»
«Non devi fare domande.»
Sapeva per esperienza che ci sono momenti in cui bisogna stare zitti, anche perché parlare con degli scagnozzi non serve a niente. Dopo tante giravolte la macchina imbocca una strada di campagna e si ferma a un cancello. C’è una specie di posto di blocco con un militare seduto dentro una garitta. Strisce bianche e celeste sbiadito, con righe rugginose. Il soldato dentro guarda con occhi bovini. Divisa color sporco, fisico sovrappeso.
Il cancello si apre, lentissimo; la macchina procede e si blocca davanti a una villa di gusto coloniale, isolata in mezzo a una specie di piazza d’armi, completamente libera da vegetazione.
Il tizio in borghese lo fa scendere, lo accompagna al portone d’ingresso.
«Il signor Vazquez ci aspetta.» Sono le uniche parole di spiegazione.
Reni non sa chi sia l’uomo che lo attende nella villa, ma non se ne preoccupa eccessivamente. Se lui è ancora vivo vuol dire che Vazquez non ha cattive intenzioni.
Entrati nel fabbricato, c’è da percorrere un corridoio lunghissimo. Proprio nella stanza in fondo, seduto dietro una scrivania, c’è un signore corpulento, dotato di due baffi vistosi, che guarda verso Reni e lo invita a sedersi. Ha l’aspetto imponente e ben pasciuto che dovrebbe avere un capo nell’immaginario comune: dev’essere lui Vazquez.
«Bienvenido» fa il tizio grasso coi baffi, «di cosa avete bisogno?»
«Ho bisogno di stare un po’ tranquillo».
«Si può fare. Qui starete al sicuro per un po’, ma poi dovrete decidere come vivere.»
«In che senso?»
«Non ci piacciono le persone che se ne stanno con le mani in mano».
«Nemmeno se hanno tanti soldi?»
«Qui, se avete troppi soldi, a qualcuno potrebbe venire voglia di alleggerirvi un po’».
«Ho capito: anche qui è meglio fare il cacciatore che la preda» e aggiunge: «Magari potrei fare qualcosa per voi».
«Se capita».
Inutile dirgli che un po’ ci contava.
«Io però non vi conosco, Reni; nessuno di noi vi conosce».
«Neppure io vi conosco».
«Allora, tra sconosciuti, troveremo un’intesa».

E così aveva di nuovo trovato lavoro. Non era il massimo, ma gli consentiva di vivere decorosamente, soprattutto di sopravvivere. E poi le donne, in Colombia, sono più divertenti delle italiane e fanno meno storie. Insomma, si apriva una nuova vita e Reni avrebbe continuato a fare quello che sapeva fare meglio, con meno problemi e complicazioni. L’importante era non guardare al passato, ma lui non è uno che soffre di nostalgia.
La morte, è vero, poteva sorprenderlo in ogni momento anche lì, lontano dal suo vecchio mondo; ma in fondo non è meglio morire da uomo, freddato con una pallottola in fronte da un bravo killer, che ucciso lentamente da una malattia nello squallido biancore di un ospedale?

Cap. 3 – Milano

Terminati gli studi universitari, il destino condusse Vanni lontano dalla sua terra d’origine e gli fece perdere ogni contatto con Mondo Aperto. Aveva scelto Milano come suo luogo d’elezione, perché ne aveva un’immagine insieme magica e mitica, creatasi in occasione di qualche sua breve permanenza di qualche anno prima. Il mito della dimensione europea di questa città, la sua vita culturale, a quei tempi ancora vivace e coinvolgente, ricca di iniziative, di teatro, di cabaret, di gallerie d’arte, di senso del futuro, gli aveva fatto sognare un ingresso da protagonista.
Quando tornò a Milano per lavorarvi, in uno dei pochi squallidi uffici statali esistenti, si ritrovò in un ambiente culturalmente povero e sordido, tradizionalista e oscurantista al di là di un progressismo di maniera, in cui i giovani funzionari erano già imbevuti di uno spirito di conservazione che non consentiva lo sviluppo di nuove idee, inserite in una visione fresca e nuova del mondo. L’Europa era certo guardata da vicino, ma con occhi da periferia dell’impero, e quell’impero era ancora l’impero asburgico. Milano però era ancora bella, di una bellezza antica e un po’ sfiorita. Pareva in attesa di qualcuno che l’aiutasse a riemergere dalla polvere, a manifestare anche in superficie quella vita che continuava a fremere nelle profondità del suo corpo.
La principale caratteristica di questa bizzarra città erano i numerosi palazzi avvolti da teloni che li facevano sembrare incartati, come regali di compleanno, e le gru, onnipresenti, che si stagliavano nel cielo come scale di Giacobbe. Quella milanese era una realtà urbana che era il modello di tutte le città immaginabili da parte di chi vere città non ne aveva mai conosciute. Sì, Roma, d’accordo, enorme e grandiosa; ma era più un teatro che una città, una scenografia estesa fino all’inverosimile, in cui girare scene da film o rappresentare melodrammi. Milano invece era una vera piccola metropoli e aveva un aspetto europeo, come Vanni avrebbe compreso qualche anno dopo, visitando la Germania e la Francia. Una ville di terra, che respirava, e spesso boccheggiava, in pianura.
A Milano il mare era una sorta di miraggio, lo spazio lontano cui si aspirava, come al momento di gratificazione liberatoria e purificatrice.

Una scena gli rimase impressa, tra le tante che questa città regala. Una donna vecchissima, su una carrozzina per disabili, parlava con una più giovane, o per meglio dire meno anziana, che pareva essere la figlia.
«Voglio vedere il mare».
«Mamma, siamo a Milano: a Milano non c’è il mare».
«Portami al mare».
Probabilmente la signora non era del tutto paralitica: muoveva le braccia e lievemente anche i piedi e le gambe; ma forse non poteva camminare agevolmente per la sua decrepitezza e pertanto era più comodo trasportarla.
«Ci vogliono più di due ore per andare al mare, mamma! Ti porto domenica! Domenica prendiamo la macchina e andiamo al mare».
«Ma io voglio vedere il mare: portami oggi».
«Oggi non posso, abbi pazienza».
Le due donne transitavano sul suo stesso marciapiede, Vanni se l’era trovate davanti e aveva provato a superarle. Quando la donna più giovane si accorse della sua presenza, si fece da parte per farlo passare. Lui svoltò poco dopo per la sua strada e perse la continuazione del discorso.
Il sogno dell’aria pulita e salubre, di un mare mitico e puro, che poteva essere quello della Liguria o quello più lontano della costa adriatica, era presente con forza, soprattutto tra gli anziani, che non essendo più legati alla città dagli obblighi del lavoro, aspiravano a raggiungere gli spazi mitici della loro giovinezza.
Quella vista e quel dialogo gli avevano fatto provare un profondo disagio.
Una mattina si era svegliato verso le tre o le quattro. Con la sensazione che sua madre fosse morta improvvisamente. Sapeva che era in cura per un tumore alla pelle e che aveva fatto anche analisi per scoprire eventuali altri tumori, risoltesi poi con l’esclusione di segni di pericolo. Nel sogno però la realtà che conosceva si era modificata, fermandosi a uno stadio precedente di conoscenza. Per questo nell’aprire gli occhi, al fioco chiarore che proveniva dalla finestra, era certo che la notizia infausta fosse reale. Il cuore batteva con un ritmo incredibile e il dolore si mescolava al rimpianto per non aver potuto vedere la mamma prima che andasse via per sempre e a una specie di cupo rimorso per averla abbandonata, tantissimi anni prima, per correre alla ricerca di nuove esperienze.

Si dice che esistano forme di amore serene e razionali, ma credo che pochi le sperimentino. L’amore, se è vero, presenta sempre aspetti irrazionali, oscuri e tormentati. Certo, bisogna riuscire a smussarne gli aspetti più ossessivi e inquietanti, per sopravvivere; perché altrimenti l’amore ti può uccidere.
Nella vita di Vanni, ogni forma di amore era stata sacrificata a un sostanziale egoismo. Quando se ne rendeva conto e acquisiva consapevolezza, s’insinuava nel suo cervello il rimorso per quello che aveva, o non aveva, fatto, per le sue scelte, condizionate da una costante e irreprimibile brama di affermazione. Nel momento in cui il suo destino aveva chiarito i suoi limiti e che le illusioni di un glorioso futuro si erano dissolte come le foschie del mattino, si ritrovava ad abbracciare il vuoto di una vita spesa a inseguire un successo inafferrabile.
Ora che di Paolina non sapeva più nulla, ora che la sua vita era diventata un mistero, ecco che quell’amore, sepolto a suo tempo dal gioco delle convenienze, dalla razionalità e dalle convenzioni sociali, oscurato da quel pizzico di sadismo che si nasconde in ogni relazione erotica, tornava ad emergere, mescolato al desiderio di sapere, di arrivare alla fine della storia e di recuperare allo stesso tempo la sua stessa storia, immergendosi nel pozzo delle sue vite alternative.
L’amore rinasceva insieme al ricordo delle dolcezze erotiche, degli appassionati abbandoni, delle sensazioni prodotte dalle carezze più intime e dei turbamenti più segreti. Tutto quello che c’era stato e quello che avrebbe potuto esserci, ma forse era solamente inganno della memoria, ora gravitava come gli elettroni che si agitavano luminosi intorno a un nucleo grigio e pesante.
Perché aveva lasciato perdere Paolina? Non avrebbe saputo nemmeno raccontarlo a un amico. In realtà non l’aveva mai lasciata, ufficialmente, in quanto non c’era niente d’ufficiale nella loro relazione. Semplicemente aveva lasciato spegnere quella storia, per paura che diventasse troppo importante, e il tempo l’aveva soffocata, semplicemente, come se avesse ammassato opprimenti cuscini sul suo respiro.
Dato che ormai, catapultatosi nella sua nuova vita milanese, non aveva più rapporti con quasi tutti i ragazzi del gruppo, lentamente Vanni iniziò a dimenticare quella piccola donna. Le notizie che aveva avuto della sua relazione con Bruno e del suo ricovero non avevano avuto su di lui che un minimo impatto emozionale, fino a quando qualcuno, non ricordava più chi, gli aveva raccontato che la sua amica di un tempo era andata a lavorare nell’America del Sud, e precisamente in Bolivia, ma che da lì si era poi spostata in Argentina, a Buenos Aires, da dove era successivamente scomparsa, tanto che nemmeno i suoi familiari ne avevano più ricevuto notizie.
Vanni aveva preso contatti con i familiari, che la piangevano per morta. La madre aveva cercato informazioni per suo conto, stabilendo rapporti con le madri di Plaza de mayo. Anche Paolina era una desaparecida, di cui non si sapeva più niente sin dall’epoca della dittatura di Videla. Una ragazza sfortunata, diceva sua madre, che non era riuscita a realizzarsi, a crearsi una famiglia, ad avere dei figli. Nessuna delle attese che i suoi genitori avevano riposto in lei aveva avuto soddisfazione. A un certo punto si era ammalata e, forse non era mai guarita completamente, perché quella bizzarra idea di andare a lavorare in un altro continente non poteva albergare in una mente totalmente sana. Probabilmente erano state alcune storie infelici a pesare sul suo spirito, spingendola a compiere azioni scriteriate, povera figlia!

Nel frattempo la vita milanese di Vanni aveva raggiunto ormai un livello di squallore difficilmente raggiungibile, se non con una costante applicazione: le uniche occasioni di uscita, a parte quelle dovute al lavoro, erano le incursioni al market. La zona in cui abitava era costellata di punti vendita delle maggiori catene ed era pertanto praticamente inutile andare in centro. Avvenne così che Vanni finì per autolimitare il suo spazio vitale, rinchiudendosi in una prigione di quartiere.
La gente che gli capitava di vedere per la città, nel percorso quotidiano verso l’ufficio e nei rientri nella sua tana, era sempre meno attraente. Il mondo intorno a lui cominciava a invecchiare. Era una cosa di una tristezza inaudita vedere tante donne non più giovani, ma iperfardate e botulinate, aggirarsi per le vie del centro, bardate secondo i gusti degli stilisti di moda. Non solo le donne, ma anche gli uomini, forse più dignitosi, ma incredibilmente patetici, con gli occhi acquosi e i capelli trapiantati, mimando l’immagine di antichi viveurs, vagavano in giacca e cravatta, col caldo di luglio o col freddo di gennaio. Una realtà che lentamente ma inesorabilmente si disfaceva.

Gli telefonavano sempre meno persone, a parte gli addetti ai vari call center, che cercavano di convincerlo a cambiare gestore energetico o telefonico, proponendo soluzioni vantaggiosissime che avevano l’unico difetto di essere sempre più onerose della formula esistente. Poi dilagavano le finte interviste telefoniche.
Un pomeriggio una voce femminile gli disse che era stato segnalato come possessore di animali domestici e voleva avere non so quali informazioni da lui.
«Ma quali animali!» le rispose l’intervistato, «si figuri se in cinquanta metri quadri posso tenere animali…»
Poi gli venne in mente qualcosa.
«Sì ne ho» confessò «scarafaggi». Voleva dire esemplari di supella longipalpa, nome ufficiale della specie che infestava il tugurio in cui dormiva, e gli si affacciò nelle sfere cerebrali del linguaggio anche il termine bacarozzi, ma si ricordò che si trovava a Milano, e non a Roma, e forse la tizia avrebbe potuto equivocare, magari segnalandolo come abusivo allevatore di bachi da seta, quelli che una volta in Lombardia si chiamavano bigatti, e che non erano gatti a due teste, come inizialmente lui si era immaginato, ma sublimi naturali creatori di bozzoli di seta.
Quella volta gli scarafaggi avevano ottenuto l’effetto desiderato.
Finalmente la scocciatrice gli aveva creduto e aveva mollato la presa. Ma non sempre era così facile liberarsi. I più tenaci erano gli agenti immobiliari, che citofonavano in continuazione, chiedendo se per caso aveva notizia di appartamenti in vendita. S’indovinava il recondito desiderio di vendere il suo, di appartamento, anche se la possibilità non veniva mai dichiarata in modo trasparente. Era sconfortante osservare le inutili fatiche di tante persone ostinatamente dedite alla disperata ricerca di un contratto, di un affare, di una sia pur piccola quantità dell’unico vero motore della vita sociale, il denaro.

Un pomeriggio Vanni aprì la credenza, per cercare qualcosa di commestibile con cui ingannare il suo cervello angosciato, e di colpo si diffuse un tanfo acre e dolciastro prodotto dall’unione della cannella e della cipolla. Probabilmente non esiste odore più perverso e ributtante di quello prodotto dall’unione di due aromi dissimili e ugualmente robusti. Allora comprese che la sua vita era una totale dissonanza, un insieme di azioni e comportamenti che non avevano seguito un percorso organizzato, che non facevano parte di un progetto armonico.
Aveva bisogno di fare chiarezza dentro di sè, allontanandosi dalla ritualità della vita comune, dalle viscose e avvolgenti litanie delle riunioni di lavoro, delle inutili discussioni sulla normativa vigente e su quella probabile, per ritrovare la strada dei sentimenti e, forse, esorcizzare i rimorsi di una vita che non pareva voler realizzare uno scopo plausibile, né addentrarsi nel prato luminoso dei sogni.
Fu allora che iniziò a concepire il folle piano di fare un lungo viaggio, alla ricerca di quel pezzo del suo passato che si era interrotto, alla ricerca di Paolina.
Per fortuna poteva permetterselo. Vivendo da solo aveva messo un po’ di soldi da parte e aveva accumulato vagoni di ferie, che l’amministrazione non poteva negargli. Le avrebbe unite alle ferie dell’anno e avrebbe potuto disporre quindi di un lungo periodo di riposo. Intuiva però che quelle vacanze non sarebbero state propriamente riposanti.

Cap. 4 – Franco Belli.

La prima cosa che devi sapere è che nella vita devi saperti difendere.
Così gli aveva detto suo padre, quando gli aveva messo in mano, per la prima volta, il suo fucile da caccia.
Si chiamava Franco Belli, allora. Poi di nomi ne avrebbe cambiato tanti, più o meno come le nazionalità. Di solito, per il colorito pallido e il colore indeciso dei capelli, oltre che per la parlata chiara e sonora, si faceva passare per slavo o ticinese, quando fosse opportuno presentarsi con un passaporto non italiano.
Franco ricordava sempre quel primo fucile, il colore dorato delle cartucce, l’odore acre della polvere da sparo. Suo padre prendeva qualche animale, ogni tanto. Cacciava sul suo terreno, uno spicchio di collina che si concludeva con un fiumiciattolo che si gonfiava durante la stagione invernale e gorgogliava appena durante l’estate, quasi secco. Una volta aveva portato a casa due uccelli dallo splendido piumaggio variopinto, che lui chiamava uccelli di san Pietro, ma chissà come sarebbero stati definiti da un ornitologo. Doveva trattarsi di uccelli migratori, che attraversavano le campagne durante un lungo viaggio, e lasciavano i loro morti per la strada. Nessuno si chiedeva a quei tempi se fosse legale abbatterli. Si andava a caccia e basta, come l’uomo faceva da millenni, senza porsi troppi problemi.
«Devi caricarlo così».
«Ma ci vuole tempo!»
«Si impara a farlo molto in fretta».
«E poi posso sparare?»
«Devi tenerlo e appoggiare bene il calcio sulla spalla. Per il rinculo».
Quella parola faceva ridere, ma non c’era proprio da ridere se non si teneva conto della spinta all’indietro dell’esplosione e del rilevamento. Con certe armi occorrevano una presa salda e una spalla robusta. Bisognava intendersi di grammature, di polvere, di proiettili, di tantissime cose.
Ci vuole esperienza con le armi. Bisogna saperle usare e farlo solo quando è necessario.
Insomma, non si poteva andare in giro a sparare tanto per divertirsi; mai sparare in alto come facevano gli arabi per festeggiare una vittoria o una ricorrenza.
«Non bisogna usare un’arma in maniera stupida».
«Cosa vuol dire in maniera stupida?»
«Quando non si è costretti a usarle, quando si rischia di colpire qualcuno senza volerlo, quando non si è in grado di controllare bene l’arma».
«Quando si è sbronzi?»
«Certo, quando non si dovrebbe nemmeno guidare una macchina o fare qualcosa di pericoloso».
Lo ascoltava, il ragazzo, ed era affascinato da quella sensazione di pericolo che provava di fronte alle armi. Gli pareva mirabile e miracoloso che una canna di metallo collegata a una sorta di manico di legno potesse dare la morte. Ancora più strano che potesse farlo una minuscola pistola, un elegante oggettino nero che poteva sparare più colpi, uno dopo l’altro, senza che ci si dovesse fermare per ricaricare.
Era bravo, suo padre. Diavolo se era bravo! Colpiva quasi sempre anche oggetti distanti, o gli uccelli che volavano. Franco lo guardava pieno di ammirazione e si chiedeva se sarebbe stato in grado di fare come lui, di mirare con precisione, di valutare con freddezza traiettorie e tempi, di essere un buon tiratore, anzi un eccellente tiratore: quello che lui era diventato, col tempo e con l’esperienza.
«È perché conosco bene il mio fucile» diceva, ma non era solo per quello. Ci sono doti naturali per ogni cosa: c’è chi suona divinamente il violino, chi canta come Pavarotti, chi scrive stupende poesie; lui sparava da dio.
Era bravo suo padre, ma, diceva, per quanto tu possa essere bravo, c’è sempre qualcuno più bravo di te, uno più veloce o più furbo.
Per questo la sua eccezionale abilità non gli servì a molto, quando qualcuno decise di farlo uscire dal gioco.
Franco non aveva mai saputo quali fossero i suoi affari, perché lui lo tenne sempre all’oscuro di tanti pezzi della sua vita. Poteva solo avere dei sospetti, fare delle supposizioni; ma certamente suo padre doveva conoscere persone di ogni tipo, anche soggetti pericolosi. Il figlio sapeva solamente che a volte partiva per vari giorni, in missione, diceva lui. Lo affidava alla sorella, zia Palmira, una chioccia mancata, che figli non ne aveva mai avuti. Il ragazzo non era proprio felice di questa soluzione. La zia era affettuosa in un modo che a lui sembrava opprimente. Inoltre a lui davano fastidio gli odori che la circondavano come un aura: il borotalco, prima di tutto, e il sapone di Marsiglia. Infine lo disturbavano fisicamente il grosso porro peloso che abbelliva una delle sue guance grassocce e i suoi vestiti scuri e fuori moda, dall’aspetto vagamente unto, che pareva non cambiare mai, nemmeno durante la bella stagione.

La madre di Franco se n’era andata da un pezzo. Non poteva resistere con un uomo così. Eppure ne era rimasta affascinata, all’inizio. Nemmeno lei aveva capito bene che tipo di lavoro facesse. Sapeva che aveva una specie di ufficio e che passava tanto tempo al telefono, parlando un sacco di lingue diverse. Dove le aveva imparate? Aveva il fascino del mistero. Forse era proprio quello a renderlo attraente, perché a prima vista non pareva nemmeno che avesse un gran fisico. Era robusto, certo, ma non era alto come un Gregory Peck o un Gary Cooper. La sua forza però era eccezionale. Riusciva a sollevare pesi incredibili e a reggere alla fatica, sopportando più di quanto il suo fisico sembrava idoneo a sostenere. Era insomma una specie di supereroe e non era strano che il figlio lo scegliesse come modello di vita.
Quando il padre uscì di scena, Franco era già un giovanotto. Aveva fatto studi scientifici e si era appassionato alla chimica. Lo entusiasmava osservare le trasformazioni della materia, capire come gli elementi si potevano combinare per creare sempre nuovi composti. Le metamorfosi avevano sempre conservato per lui un sapore magico, un intervento della divinità, anche quando approfondiva la conoscenza dei meccanismi che le generavano. Fu naturale per lui frequentare le prime lezioni in facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali, sforzandosi di seguire il veloce avvicendarsi di simboli e formule segnate col gesso bianco sulle lavagne nere da parte di professori competenti ma troppo sbrigativi, che non si preoccupavano della capacità degli studenti di seguirli nei loro funambolismi dimostratori.
In uno dei corsi, in un’aula poco affollata, piena di allievi desiderosi di sapere, aveva incontrato Elena e quell’incontro aveva segnato la sua vita in maniera indelebile.

Il professor Bergogni era un associato, ancora piuttosto giovane, robusto e vestito di colori indecisi tra il grigio e il tortora, il che gli dava un’aria polverosa e un po’ sciatta. Lo sguardo acuto e ironico con cui osservava la gente e le cose era l’unico sintomo di un’intelligenza non comune. Franco era riuscito a cogliere l’essenza del pensiero che si nascondeva dietro un’apparenza insignificante e si era trovato legato all’insegnante da un sentimento di stima, che intuiva ricambiato. L’apprezzamento per le qualità intellettuali fu anche il primo motivo del rapporto privilegiato che stabilì con Elena, studentessa come lui e giovane speranza del sapere matematico. Lei navigava nei mari tenebrosi della linguistica computazionale e dei linguaggi formali. Franco era affascinato dai mille rivoli delle scienze matematiche, ma anche lui finì per dedicare maggiore attenzione ai rapporti tra matematica e linguistica, e si ritrovò a studiare, insieme a Elena, linguaggi per cyborg e sistemi di cifratura, tabelle di conversione, protocolli, algoritmi. Il fascino della teoria si mescolò però indissolubilmente con quello, penetrante e morbido, dell’attrazione che cominciava a provare per la sua giovane amica. Anche Elena, come Bergogni, pareva operare dietro una scorza che garantiva una bassa evidenza, una protezione che era assicurata da un vestire casuale e informe, frequente tra le cultrici degli studi scientifici. Bastava però superare quel muro di banalità nerd e di indefinibile infagottamento per scoprire imprevedibili morbidezze e morbosi ammiccamenti. Franco scoprì questa segreta realtà nella quotidianità, con le irrefrenabili risate e le flessuose spontaneità avvolte da tuniche, camiciole o corte t-shirt nelle esibizioni casalinghe del mistero di Elena. Strepitosa era inoltre la trasformazione che la ragazza riusciva a compiere in occasione delle poche fughe serali in feste e locali più o meno eleganti. Elena qui si mostrava consapevole della forza della sua carica erotica: sapeva muoversi, esporsi, negarsi nella giusta misura, senza far comprendere se il suo rivelarsi fosse dono spontaneo oppure arte condotta fino alle sue estreme conseguenze.
Fu in una di quelle sere di vita eccezionale che il giovane ricercatore ebbe la rivelazione di un mondo di cui non aveva fino a quel momento nemmeno sospettato l’esistenza. Elena brillava di luce propria, come un razzo che bruciasse il suo propellente per condurre una navicella in orbita extraterrestre. Franco non era però l’unico a essere colpito dal fulgore di quella supernova.
Tre personaggi che sbevazzavano, al bancone del bar, si misero a osservare la ragazza con acceso interesse.
Uno di loro le si avvicinò e si mise mimare una sorta di ballo con lei, che stette al gioco. Lui però le stava un po’ troppo appiccicato e dopo un po’ la trascinò in un angolo del locale, dietro una colonna, o una parete, dove Franco non poteva vedere. Lo studente però non si mosse. In fondo Elena era libera di accettare un’avventura e, se aveva deciso di sperimentare le prestazioni di un giovinastro, erano fatti suoi.
Solo quando vide che gli altri due gaglioffi, dopo essersi scambiati un cenno, si erano spostati verso l’anfratto in cui la ragazza e il suo amorazzo erano scomparsi, Franco si decise a intervenire.
Nella penombra si vedeva che la ragazza era trattenuta per le braccia dai teppistelli, che stavano passando a vie di fatto. Lei si dimenava, ma senza gridare, come sarebbe stato naturale. La scazzottata era inevitabile e Franco fece del suo meglio. Con sua grande sorpresa, appena liberatasi, Elena aveva improvvisato una sorta d’incontro di kickboxing, mettendo al tappeto con poche mosse due degli aspiranti violentatori. Dopo la sua performance aveva preso per un braccio l’amico e, dopo aver recuperato borsetta e cappotto, se l’era portato via dal locale.
«Grazie disse «anche se so difendermi molto bene da sola
«Ho visto, disse Franco, che ancora non credeva ai suoi occhi ed era come ammaliato dal piglio deciso della sua amica. «Da quanto pratichi arti marziali?»
Lei non rispose alla domanda. «Bergogni ti deve parlare» disse invece. «Credo che sia il momento» aggiunse.
Si lasciarono poco dopo e Franco si chiese per tutta la notte quale fosse il significato di quelle parole. Rivedeva il volto di lei, serio, enigmatico e incredibilmente affascinante, come tutti gli enigmi,
L’indomani, il professore chiamò l’allievo nel suo ufficio.
Non era un vero e proprio incarico di lavoro quello che gli offrì, ma piuttosto l’inserimento in un corso parallelo e non ufficiale. Si trattava di studiare nuovi argomenti, analizzare dati, elaborare previsioni, con gli strumenti allora esistenti, in un’epoca in cui si programmava in PL1 e i calcolatori utilizzavano schede perforate e terminali.
All’inizio bisognava soprattutto prepararsi a quello che si prospettava come un lavoro speciale e ben retribuito e la preparazione comprendeva anche varie discipline di carattere agonistico, un allenamento fisico che, secondo i responsabili del corso, sarebbe stato necessario per affrontare i casi che si sarebbero potuti presentare nella realtà futura.
Dopo questo lavoro propedeutico, Franco fu inserito nello staff dei ricercatori regolarmente assunti.
L’attività era finanziata con i fondi di un progetto e ognuno dei partecipanti al gruppo diretto da Bergonzi risultava titolare di una ricerca. Travestimenti, fumo negli occhi, travisamento di tutto il travisabile. Il mestiere era quello: il più importante nella vita di uno stato. Tutti gli stati erano repubbliche o regni fondati sulla mistificazione sistematica, sulla capacità di trasformare la verità, di elaborare la conoscenza ufficiale. Grazie ai funzionari, ai militari, ai finti ricercatori che risolvevano problemi, evitavano guerre o le vincevano, propagavano informazioni fasulle, distruggevano carriere, neutralizzavano avversari, le nazioni sopravvivevano, le industrie prosperavano, la ricchezza si accresceva. Franco fu inserito, come Elena e altri giovani abili e di intelligenza superiore alla media, in una struttura di cui tutti loro costituivano i nuovi e vitali ingranaggi.
Alle esperienze di valutazione, crittografia, progettazione proprie dell’istituto di ricerca che l’ospitava, il giovane allievo perfezionò la sua conoscenza di numerose lingue reali, studiò le culture e le religioni di popoli che conosceva solo di nome, ma si fece notare soprattutto per la sua eccezionale precisione nell’uso delle armi da fuoco, tanto che Bergogni credette opportuno introdurlo nel gruppo destinato a lavorare sul campo. Aveva diverse qualità quel ragazzo, che l’avrebbero reso prezioso in caso di necessità. Era come una particella che, nel procedere casuale e immotivato delle innumerevoli unità che agivano nel reale, si elevasse con maggior impeto e intraprendesse percorsi inusuali, al di là della capacità media delle unità similari: un’eccezione, una portatrice di azioni e di performance diversi e superiori, una scintilla capace di portare il fuoco oltre i limiti consueti dell’orizzonte della prassi.
Franco fu presto abilitato al livello esecutivo e gli si attribuirono dei compiti. Aveva bisogno però anche di un’identità alternativa e insospettabile. Gli venne consegnato perciò un passaporto svizzero e gli si attribuì il nome di Tommaso Reni, di Lugano.

Cap. 5. Al di là dell’oceano

Il viaggio verso l’America fu incredibilmente pesante, o forse sembrò così a Vanni, abituato a brevi percorsi in aereo, di non più di una o due ore. Si era portato dietro un volume di opere di Jorge Luis Borges e con la preziosa compagnia di quella raffinata lettura, che lasciava intuire dimensioni nascoste della vita e della cultura dell’uomo, riuscì a trascorrere il tempo senza pensare che stava trasvolando per la prima volta l’Oceano, navigando su prati di nuvole.

Finalmente era arrivato in una terra lontanissima, alla scoperta dell’America, ma non di quella del Nord, di cui sappiamo o crediamo di sapere tutto, perché la vediamo ogni giorno tra le pagine in movimento dei telefilm o nelle riprese dei telegiornali, bensì dell’America del Sud, spagnola, italiana e un po’ tedesca, dove le contraddizioni si mostrano in tutta la loro sconcertante potenza.
Grandiosità transoceaniche e minuzie quasi impercettibili, costruzioni avveniristiche e quartieri stantii, che sembrano emergere da cassetti ricolmi di naftalina.
Era proprio questa componente anticotta e tradizionale ad affascinare Vanni. Sembrava di vedere, a volte, immagini del nostro tempo andato, persone che credevamo di tenere conservate nei vecchi album di fotografie e che invece ora guardavano i passanti, vive e vegete, dai caffè e dalle botteghe, con la curiosità di chi vede un uomo del futuro che calpesta le vecchie mattonelle del suo marciapiede.

Vanni notò un gruppetto di ragazze che camminavano frettolosamente, con quella sollecitudine garrula che hanno spesso le giovani donne; felici, almeno apparentemente felici e intrise di allegria.
Come si può essere felici per così piccole realtà, riuscire a godere di un piacevole spettacolo o della vista delle rose che si ostinano a svilupparsi in un giardino troppo ombreggiato e tetro, accanto a vecchi busti o statuine di cemento? Tutto sta nel valore che si attribuisce alle cose, nel gioco delle predilezioni, nel godere di una natura semplice e accomodante, o piuttosto soffrire di aspirazioni e desideri troppo estremi e vigorosi per sperare di poterli soddisfare con i piccoli piaceri di una vita modesta e morigerata.

Il bus era poco affollato; si liberò persino un posto a sedere. Un signore dai lunghi baffi brizzolati si mosse per sedersi, poi vide che una donna dalle fattezze asiatiche si era mossa a sua volta e ritirò spontaneamente la sua candidatura.
Nella sedia vicina al palo metallico al quale Vanni si appoggiava si trovava una ragazza di forse diciotto anni, carina, ma con lo sguardo incupito dal troppo trucco. Aveva un aspetto triste e un po’ tenebroso. Più avanti, un ragazzo giovanissimo, con calzoni a mezzo polpaccio e ovviamente scarpe da ginnastica.
A loro modo curati, volutamente gradevoli o almeno interessanti, se un viaggiatore casuale come Vanni li aveva notati, riversavano attorno a loro dei messaggi:
Sono diversa, attraente, un po’ inquietante; soddisferò i tuoi desideri.
Sono aperto, simpatico, solare, voglio conquistare tutto.
Mentre guardava quel mondo. Che si offriva spontaneo, senza particolari esibizioni, lui li vide come particelle del sistema, un sistema che si era regolato per assicurarsi un equilibrio, in cui anche quell’irrefrenabile desiderio di conquista, quei messaggi espliciti o segreti erano funzionali allo sviluppo del tutto, nel mantenimento della coerenza strutturale. Ma non era quella, in fondo, la vita?
Dall’altra parte del vagone sedeva una donna, bruna e piuttosto carina. Aveva una borsetta, o forse era qualche altro accessorio in pelle nera, con una decorazione che lo colpì: sembrava un cuore ribassato incoronato da un diadema a cinque punte, o forse era un polipo stilizzato? La decorazione era in metallo color argento ed era accompagnata da un’altra figura decorativa meno identificabile. Non si capiva se fossero semplici figure decorative o fermagli. Lei percepì che Vanni stava osservando la borsetta e istintivamente la strinse a sé. A lui scappò un sorriso e lei si trovò in imbarazzo, forse per aver pensato nel suo inconscio che poteva essere un ladro. Anche lui si sentiva abbastanza a disagio con se stesso, per essersi lasciato coinvolgere nell’analisi di un oggetto che per lui rivestiva ben poca importanza. Scese dal bus e si avviò verso l’Avenida Cabildo. Con grande stupore si accorse che la giovane donna, con la sua borsetta ben stretta, sembrava seguirlo. Vanni non pensava che a Buenos Aires, per quanto potesse essere una strana città, si fossero invertiti i ruoli; perciò doveva esserci un altro motivo.
Camminava sui lastroni del marciapiede, tra gli alti fanali a braccio e gli alberelli racchiusi in contenitori ristretti, e cercava in qualche maniera di orientarmi.
Entrò in uno dei palazzoni dell’Avenida e rintracciò l’ufficio nel quale sperava di reperire qualche traccia di Paolina. Subito dopo, anche la donna che aveva osservato nel bus entrò nello stesso ufficio e dopo un po’ Vanni se la trovò davanti al banco delle informazioni.

«Sa che l’avevo vista nel bus?»
«Ah sì? Lo prendo sempre per venire al lavoro.»
«Non immaginavo che venisse qui, davvero.»
La donna cominciò a pensare che Vanni fosse una specie di corteggiatore, ma visto che non lo conosceva provò a tagliare la conversazione.
«Sono io che le interesso o ha qualche altra cosa da chiedermi?»
«Beh, lei è certamente interessante» e sorrise «ma sono venuto per un altro motivo.»
La donna cambiò espressione. Si capiva che un po’ era rimasta delusa.
«Allora, di che cosa ha bisogno?»
«Sto cercando notizie di una mia amica.»
«E perché la cerca da noi?»
Vanni voleva dirle che non cercava quelle informazioni presso il suo ufficio, ma presso di lei, Aña Mainero, perché gli amici e i parenti conoscevano il suo nominativo, come quello della persona che aveva aiutato Paolina nei primi mesi di permanenza in Argentina.
«Perché mi hanno detto che questo era il posto dove lei si faceva mandare le comunicazioni dall’Italia.»
«E’ vero» ammise la Mainero «molti italiani si rivolgevano a me una volta.»
«Posso chiederle come mai?»
«Perché io sono italiana e poi, poi… Ho molte conoscenze.»
«Allora mi saprà dire certamente qualcosa.»
Vanni sapeva che la donna che lo guardava dall’altra parte del bancone era una di quelle persone che sembra abbiano la volontà o la capacità di risolvere problemi. Ne aveva conosciuto tante. Si davano un gran da fare, con mezzi spesso al limite del lecito, per trovare soluzioni, indirizzare persone, trovare posti in cui abitare o dove trovare lavori più o meno regolari. Lo facevano per un insieme di motivi: un sincero interesse umanitario si mescolava spesso a banali interessi personali. In fondo che c’è di male se, nell’aiutare qualcuno, ci si guadagna pure qualcosa?
«Va bene, come si chiama questa sua amica?» chiese Aña.
«Paolina, Paola Navra» si corresse lui. Quello era il nome ufficiale della donna di cui si erano perse le tracce, quello senza diminutivo, che appariva sulla sua carta d’identità e quindi certamente anche nel passaporto.
«Lei non è un investigatore, vero?»
A Vanni scappò un sorriso. «No non sono un poliziotto» disse.
«Sì, ne sono certa. Ha più l’aspetto di un impiegato, o di un professore» fece la Mainero, come per convincere se stessa più che per assecondare il suo interlocutore.
«Sì, sono un impiegato, confermò lui. E Paolina è una ragazza, una donna, che ho conosciuto, tanti anni fa. Nessuno ne ha saputo più niente, in Italia.»
«Non è la sola» fece la Mainero. «Una volta qui le persone svanivano nel nulla e non ne rimaneva nemmeno il fantasma.»
«Se ne è parlato, tempo fa, ma pareva qualcosa di fantastico, avvenuto tanto tempo fa».
«Qui invece quella storia è sempre presente, avvolge la vita di ogni giorno di un manto nero o, meglio, di un mantello a lutto, violaceo, come la stola viola del sacerdote in quaresima».
Vanni annuì. Non aveva niente da ribattere.
«Era la sua compagna?» chiese poi la donna.
«Eravamo amici» rispose lui. «Siamo usciti insieme qualche volta».
«Capisco» fece lei. Aveva compreso che tra i due c’era qualcosa di più di una semplice amicizia, ma non aveva motivo per approfondire l’indagine.
La señorita Aña gli segnalò però alcune persone che avevano probabilmente conosciuto Paolina e cercò insieme a lui i loro attuali indirizzi.
Il primo era un ballerino, che si chiamava Pablo. Vanni prese un appuntamento con lui che lo ricevette in una sorta di vecchio teatro, che utilizzava per le prove dei suoi spettacoli.
Quando l’italiano arrivò, stava per iniziare il suo allenamento quotidiano. Era a piedi nudi e portava una camicia scura e un paio di pantaloni alla pescatora. Salutò Vanni e gli disse: «Tra qualche minuto sono da vusted.»

Salì sul palco e si tolse la camicia. Aveva un bel fisico, asciutto e muscoloso al punto giusto, iniziò ad accennare qualche passo di danza moderna, sull’onda di una musica contemporanea di cui Vanni non riuscì a identificare l’autore. Pian piano la danza acquistò ritmo, mentre lame di luce si muovevano fingendo piani spaziali alternativi. Il ballerino si avventurò in fantasiosi virtuosismi che evidenziavano la sua abilità e l’eleganza notevole delle sue forme.
Allora l’italiano comprese: Pablo era gay e stava cercando di fare colpo su di lui. Non sapeva se esserne lusingato o atterrito. Si immaginò stretto tra quelle braccia e penetrato da quella specie di salame che rigonfiava le sue brache bianche. L’immagine perversa continuò a girovagare per il suo cervello, finché non riuscì a ricacciarla indietro sostituendole quella di Paolina: Paolina nella sua versione notturna e piccante, col suo sorriso ammiccante e pieno di promesse.
Era di lei che voleva parlare e Pablo, che scese dal palcoscenico per concedergli un dialogo dopo la sua improvvisata esibizione, si rese subito conto che la sua sceneggiata era stata inutile.
Vanni riuscì alla fine a sapere che lui aveva conosciuto Paolina, quando lei era appena giunta in America; frequentava un gruppo di giovani italiani o di origine italiana ed si era integrata abbastanza in fretta. Non si faceva fatica a credergli. Paolina, quando voleva, era amabile ed espansiva e non aveva problemi nel farsi accettare da chiunque, a meno che non stesse attraversando una delle sue periodiche crisi di sfiducia, che la spingevano a chiudersi, entrando in contrasto con la sua naturale propensione per i contatti umani.

La seconda persona indicata da Aña era una donna, che si chiamava Francisca. Aveva esercitato il mestiere di attrice e forse di mantenuta, per mettere a frutto i vantaggi di una professione che metteva in evidenza la sua bellezza. Una bellezza che ora appariva sfiorita, ma che anche negli anni del suo successo appariva troppo regolare e scontata, quasi priva di personalità. Viso tondo e paffuto, colorito chiaro e capelli biondi con tonalità rossicce, da buona bambolotta di non troppo lontane origini napoletane.

Quando le disse, per telefono, che era un amico milanese di Paolina, lo ricevette quasi subito nella sua casa,

Alle pareti banali quadretti floreali e immagini di lei, molto più giovane, in abiti di scena, tratti dalla rappresentazione teatrale di drammoni popolari, del genere di quelli che imperversavano in Italia negli anni Cinquanta: storie strappalacrime, con personaggi maschili che parevano la versione ispanica di Errol Flynn o Amedeo Nazzari. Facce tirate a lucido, dall’espressione dolorante o bloccata in un sorriso stereotipato. Non mancavano ritratti fotografici di famosi interpreti di musica locale, tangos y milongas, sorridenti e ammiccanti, ma immersi in un’atmosfera oscura e nascostamente lasciva, come doveva essere quella in cui realmente si trovavano a vivere e operare.
Alcuni ritratti recavano la firma autografa dell’artista, in penna blu.

Sui divani, che parevano costruiti nel primo Novecento, rivestiti in una sorta di broccato dorato, spiccavano rigonfi cuscini neri e verdi, con ricami colorati, fatti a mano.
Francisca era una di quelle donne che vivono il teatro, trasformando la loro stessa vita in azione teatrale. Si mise a divagare raccontando le sue esperienze con i mille abbellimenti che una fervida fantasia e un temperamento naturalmente esuberante erano in grado di aggiungere. Ma alla fine capì che Vanni non era alla ricerca di avventure, per evadere dall’informe grigiore dell’abitudine, e che non era interessato alla conquista di bellezze sfiorite, ma che l’unica spinta all’azione, in quel momento, era l’ossessione della verità. Il visitatore voleva ottenere da lei o da chiunque altro ogni possibile notizia che gli consentisse di ritrovare Paolina, se era ancora viva, o per lo meno di andare a piangere sulla sua tomba.
Francisca ammise di aver conosciuto Paolina, anche se non poteva immaginare dove si trovasse in quel momento, anche se non conosceva fino in fondo il suo lavoro e i suoi spostamenti. Lei stessa l’aveva messa in contatto con le strutture professionali o volontarie che potevano aver bisogno di un’infermiera e la mia amica aveva incominciato a lavorare, svolgendo spesso anche le mansioni più umili, pur di seguire il desiderio di compiere quella che forse considerava la sua missione. Paolina stessa poi era riuscita a reperire le persone che asseriva di conoscere e la cui attività l’aveva entusiasmata al punto di decidere il suo radicale mutamento di vita. A dire il vero, il grande movimento che aveva sperato di trovare era ben poca cosa e aveva pochi mezzi a disposizione. Aveva trovato invece qualche struttura in disfacimento e poche persone che si occupavano di sostenere alcune popolazioni indie dei territori di frontiera. Una maggiore attività resisteva in Bolivia, ma chi aveva desiderio di spostarsi per risiedere in quel paese doveva avere denaro a sufficienza per mantenersi e per prestare aiuto ai poveri. Paolina purtroppo aveva consumato già la maggior parte dei suoi risparmi e non aveva altri mezzi di sostentamento che le sue braccia, per cui non aveva reali possibiltà di spostarsi dall’Argentina.
Presto però il suo desiderio di svolgere un’azione più incisiva nel campo sociale l’aveva indirizzata verso frequentazioni più connotate politicamente e quella forse era stata la causa della sua disgrazia.

Il giorno dopo Vanni era alla ricerca del gruppo La Redenciòn, che gravitava intorno a una parrocchia di periferia. La strada principale di quel quartiere era piuttosto squallida, se messa a confronto con le storiche avenidas del centro; ma non mancava di un certo colore locale. Sentì un forte odore di cannella provenire da una rivendita di dolci tradizionali: doveva provenire dalle numerose porzioni di dulce de batata, che venivano servite ai tavolini, ma potevano essere portate via, da chi amava consumarle comodamente a casa.
La chiesa aveva un aspetto dimesso e un’architettura moderna piuttosto anonima, simile a quella di tante altre chiese novecentesche sparse per il mondo. All’interno, il legno delle panche, che una volta doveva essere stato chiaro e lucido, era diventato opaco e oscurato dalla polvere. Il parroco si chiamava Pedro e reggeva quella parrocchia da un buon numero di anni, ma non era stato ancora nominato quando il paese aveva affrontato uno dei momenti più tristi della sua storia. Conosceva però chi aveva frequentato la chiesa prima del suo arrivo e le persone che potevano aiutare Vanni nella sua ricerca. Diede perciò al visitatore italiano il numero di telefono di Rodulfo Nadal, un giornalista che, secondo lui, aveva molte informazioni su quel che era avvenuto nel periodo in cui Paolina si era volatilizzata. Vanni cercò subito di chiamarlo, anzi lasciò che fosse il prete a presentarlo, ma non lo trovò. La moglie, o compagna che fosse, rispose che non era a Baires in quei giorni. Gli diede però un appuntamento per il giovedì successivo. Vanni aveva quindi qualche giorno di tempo per raccogliere le ideee e magari girare un po’ per la città, da vero turista. Si lasciò attrarre dal fascino dei miti, dagli spazi tante volte immaginati, che gli si presentarono liberati dal carico delle parole che li rivestivano nelle narrazioni, veri e aperti come tutte le città che aveva scoperto prima di Buenos Aires.
La vista di Francisca gli aveva fatto ricordare, per associazione, Carlos Gardel, le case d’appuntamento che un tempo dovevano essere favolose in quella metropoli, se la loro immagine ha resistito al tempo, giungendo fino ai giorni nostri.
Doveva andare in Avenida Corrientes, cercare qualcosa che forse non avrebbe trovato, che forse non esisteva più. Infatti non c’era più traccia della vecchia Argentina…
Era come visitare Milano e cercare in via Fiori Chiari e via Fiori Oscuri il mondo di una volta, dell’amore mercenario e clandestino, evocato dai simboli pagani delle statue di una nudità classica, che evocava i bei tempi in cui l’amore non era ancora classificato come peccato.
Si fermò davanti al 348, il numero ricordato da Gardel nel famoso tango A media luz, che era stato scritto in verità da Carlos César Lenzi, e cominciò a sbirciare, per capire cosa potesse esserci al di là della porta rossa che colpiva l’occhio come una fetta d’anguria. Fu così che gli si avvicinò un uomo vestito di scuro.
«Turista?» gli chiese.
Sì, turista italiano, rispose.
«Todos vienen aqui» disse l’uomo, «en la calle que nunca duerme; ma qui al 348 non c’è niente da vedere, non c’è mai stato niente. Non c’era un teatro né un casino: è tutta un’invenzione.
Magari lo si potrebbe fare, al secondo piano, un appartamento per gli incontri amorosi, come hanno fatto a Londra a Baker Street, dove hanno inventato il Museo di Sherlock Holmes. Potrebbero metterci una victrola que llora y un gato de porcelana, perché non miagoli all’amore, e magari far pagare profumatamente l’affitto dell’appartamentino. Per ora c’è un bel portoncino rosso e un’insegna liberty, dentro non puoi incontrare amiche a pagamento, ma ci puoi lasciare la macchina, se ti serve. I teatri però sono dappertutto, al Corrientes, e così i café e le librerie. Qui c’è veramente di tutto, dal Luna Park, dove combatté Carlos Monzon, alle pizzerie e ai bar dove un tempo si potevano incontrare Borges o Garcia Lorca, Gardel, o i vostri Vittorio Gassman e Umberto Eco. Tutto il mondo è passato di qui. Gente che scriveva o cantava o recitava, pugili e venditori, artisti e cabarettisti. Sport e spettacolo, o semplicemente sogno, di qualcosa che si desiderava e che poi nemmeno poteva esistere».
Parlava con entusiasmo, come un vero e profondo conoscitore di quel mondo che andava evocando.
«E voi» aggiunse a quella tirata, siete anche voi in cerca d’ispirazione?»
«A dire il vero sono in cerca di una persona».
«Eh… questo è più difficile. Sapete, questo luogo ha le sue oscurità, ben nascoste dai grattacieli e dalle architetture del Novecento; ma qui tante persone sono scomparse, così, disintegrate, passate come quelle nuvole» e alzò la mano verso il cielo. «Buona fortuna, comunque».

Gli succedeva spesso di vedere da dietro una donna, vedere la sua testa, il suo taglio di capelli e riconoscere una persona conosciuta o addirittura amata.
Poi quando la donna si voltava, esplodeva un sentimento di delusione, violento e doloroso per quella rivelata estraneità che in me faceva scoppiare una disperata sensazione di solitudine.
Così a Buenos Aires in quei giorni gli accadde diverse volte di vedere donne che avevano l’aspetto o l’andatura di persone che gli erano amiche o di cui era stato innamorato. In realtà non era difficile trovare persone dall’aspetto familiare, anche perché erano in maggioranza di origine italiana o spagnola ed avevano quindi una fisionomia e una corporatura abbastanza simili a quelle della gente della nostra terra.

Subte, línea E, estación Avenida La Plata. Il nome e lo schema del percorso sono stese su una lunga striscia viola. Il pavimento è di un rosso mattone lucido, le panchine, di foggia moderna, sono di un rosso vivace. Qualcosa luccica per terra e si muove: è un lieve involucro di cellophane che veleggia col vento. Vanni lo guarda e pensa che è veramente bello. Domani quel piccolo e lucido contenitore sarà stato spazzato via da una macchina guidata da un addetto alle pulizie, che non rispetterà il suo essere nel mondo, il suo effimero ma piacevole apparire, la sua presenza così insignificante per i più ma in astratto così incoerentemente bella.
Pensava che spesso la bellezza si crea in modo imprevedibile anche da cose minute e irrilevanti, in modo spontaneo e disordinato. L’ordine e la pulizia spesso non generano bellezza. È la libertà che produce bellezza e piacere e soddisfazione. Invece noi tutti siamo disposti a riconoscere la bellezza solo se ci appare collocata in un contesto determinato, solo se fa parte di un progetto di generazione di bellezza, se proviene da un artista o se è conservata in un museo, se sfila in un concorso o recita in un film. Ma quante volte l’elaborato casuale o la ragazza che scorgiamo per un attimo sull’autobus sono infinitamente più belli di quello che ci appare in un qualunque museo o in una gara tra miss?

A Buenos Aires Vanni recuperò la sua natura fondamentalmente carnivora, che a Milano stava perdendo, per l’esempio di amici e amiche vegetariani con cui a volte si fermava a pranzare presso centri di alimentazione vegana e simili. In Argentina la carne era comunque il piatto fondamentale e lui non poteva che adeguarsi alla cultura culinaria locale. Gli venne in mente che, in questo modo, rischiava di accrescere la sua aggressività, come avviene per i rottweiler e i dobermann nutriti con resti animali, e di dare una spinta inquietante ai valori del colesterolo, soprattutto di quello brutto e cattivo. Tuttavia pensava che avrebbe recuperato un modo di vivere più sano al rientro in Italia.
L’hotel in cui soggiornava era confortevole, benché non dispendioso, e nella strada, a pochi metri dal portone dell’alloggio si trovava una churrascaria dove si servivano piatti di carne deliziosi. Ne approfittò in quei giorni per arrotarsi i denti, vergognandosi un po’ per quel ritorno (in parte desiderato) a una realtà ferina, dai colori e sapori forti, da cacciatore e guerriero.
Fu un’esperienza strana e deplaçante fuorviante? risvegliarsi in un ambiente sconosciuto, con una sensazione di languida dispersione, come se fosse estraneo allo spazio e, nello stesso tempo, qualcosa di lui ne facesse parte. La sua funzione percettiva si era, per un momento, diffusa all’esterno e valutava corpi e oggetti, lo stesso respiro e lo stesso battito cardiaco di quell’uomo che giaceva, ancorato a un dormiveglia che non sapeva tramutarsi in consapevolezza di esistere. Poi, lentamente, accadeva di ricadere nella realtà, ricordare gli avvenimenti, ricollocarli nel tempo, cancellare l’esperienza fuggevole del sogno per trovare un più solido ancoraggio nella terra. Lenzuola, letto, pareti, armadio, specchio che rifletteva e forse falsava la sua immagine, di un uomo arruffato e ispido, che doveva riprendere la sua strada, per raggiungere l’obiettivo che si era posto, per seguire il percorso o forse l’illusione della verità.
Cominciò anche a frequentare i bar della zona, lasciandosi guidare dal suo intuito nell’immergersi in un mondo di cui aveva scarsa esperienza. Doveva inserirsi nel gioco perverso della setta dei solitari, di quelli che sono accomunati dall’alcol e dall’incapacità di vivere relazioni stabili e sicure. Sapeva che conoscere quel mondo lo avrebbe portato vicino al suo obiettivo.
C’era un bar dall’apparenza discreta, appena dopo l’intersezione con una piccola strada interna. Gli sembrò un buon posto per fare conoscenze e ottenere informazioni. Si sentiva vicino agli investigatori privati dei libracci che leggeva da ragazzo, gente che trascorreva ore in compagnia di Whiskey, sigarette e donnine dal temperamento allegro. Si era sempre chiesto come facessero a fare quella vita mantenendosi in forze, tanto da fare a pugni, correre veloci per inseguire qualcuno o, più spesso, per fuggire inseguito da gangster o poliziotti corrotti.
Dentro il locale c’era poca gente, dall’aspetto tranquillo. Coppie in vena di effusioni, persone vestite decorosamente, ma come se non volessero dare nell’occhio.
Davanti al bancone, su un trespolo, stava appollaiata una giovane donna, Il viso era nascosto da una folta capigliatura scura, che assumeva strani riflessi luminosi, rispecchiando le luci che ferivano l’aria, scendendo dal soffitto.
Vanni notò prima di tutto le gambe, lisce e dalle linee dolci, di un colore che univa le tonalità del bronzo con quelle del rame. Poi i suoi occhi furono attratti dai piccoli piedi perfetti, dalle dita sottili e ben distinte, che si immaginavano mobili e prensili, come spesso si ritrovano nelle ragazze orientali e indie. Il resto del corpo, che poteva apprezzare man mano che si offriva al suo sguardo, quando la donna si volse verso di lui, era ben formato, con due seni evidenziati da un abito stretto, che li ricopriva solo in parte. Il viso era levigato e caldo, con una bocca ben disegnata. Gli occhi lievemente allungati tradivano la mescolanza del suo sangue. L’uomo capiva che lei stava aspettando che lui l’abbordasse. Non sapeva se fosse una delle entreineuses ufficiali del locale o se si trattasse di una delle numerose donne in cerca di affamata e danarosa compagnia che si trovano nei bar nelle ore più tristi della notte. Non aveva ancora bevuto, quella sera, e perciò poteva arrischiarsi a cedere a un’avventura innaffiata da sostanziose quantità di alcol, che si augurava di reggere bene.
Lui si avvicinò e le sedette a fianco, su un altro trespolo. Le loro gambe, per la posizione molto ravvicinata degli sgabelli alti, si sfioravano.
«Cosa posso offrire?»
«Per me un whiskey va bene».
Lui ne fu lieto, perché di solito reggeva meglio i superalcolici sani come il whiskey rispetto agli intrugli tropicali o alle bevande dolciastre e appiccicose per cui tanti impazzivano.
«Con ghiaccio?»
«Con ghiaccio».
Certo, il ghiaccio serviva, a limitare gli effetti dell’alcol e a rinfrescare il corpo e lo spirito.
L’uomo cominciò a saggiare il terreno e ad accarezzarle le gambe. Lei lasciò fare, con noncuranza. Doveva essere una professionista. Non si scompose nemmeno quando lui tentò un affondo, all’interno delle cosce. Le strinse appena, ma non tanto da impedirgli di avanzare.
«Si può andare di sopra?» le chiese.
«Sì».
Non domandò quanto costasse. Non avrebbe fatto buona impressione, e poi sperava di poter far fronte a tutte le spese di quel tipo che si fossero rese necessarie durante il suo viaggio.
Fece un cenno al buttafuori che girava nella piccola sala e lui fece un cenno d’intesa. Vanni sapeva che così funzionava in un sacco di posti e quello non faceva eccezione. Poi aiutò la ragazza a scendere dallo sgabello e si avviò con lei verso la scala che conduceva al piano superiore.
Quando furono sulla soglia, le pose una mano sulla spalla e la girò verso di sè.
Aveva voglia di assaggiare quelle labbra violentemente rosse e la baciò. Lei non si sottrasse, ma l’uomo percepì un lieve fremito sul suo viso. Sapeva che spesso le puttane non accettano approcci di quel tipo. Lei invece lasciò che la sua bocca cercasse di creare quello spazio d’intimità, che preludeva a un rapporto più personale, non semplicemente orientato a un frettoloso scambio di tipo mercenario.
Foorse Vanni le piaceva.
«Come ti chiami?»
«Pampita».

Non aveva voglia di una scopata tradizionale. Lei poi gli pareva speciale; sarebbe stato un peccato banalizzare quell’incontro con un semplice va e vieni attraverso la sua guaina più comune.
«Sai fare un footjob» le chiese.
«Una paja con los pies? Claro que sì».
L’idea dei suoi piccoli piedi che armeggiavano sul suo corpo per ottenere il massimo piacere procurava a Vanni un’eccitazione fortissima. Quando si spogliò e lei si sdraiò davanti a lui, la sua erezione era già evidente. Quando poi lei incominciò ad accarezzargli il petto con le sue piante, ridendo e sollevando il piede destro fino alle labbra del nuovo cliente, lui sentì che sarebbe stato già in grado di penetrarla. Ma non era questo che desiderava.
Ed ecco che Pampita si sforza di soddisfare le richieste. I suoi piedi si muovono con impegno, assicurandosi di sfregare il glande, che l’eccitazione ha già opportunamente lubrificato. Non c’è bisogno di oli, né di altri umori per procedere. Lei lo sa e prosegue fino a che la pelle non è troppo asciutta. Solo allora le basta prendere in bocca il mio membro e umettarlo con la saliva. Ne approfitta per stringerlo con forza tra le labbra e succhiarlo, poi per un poco lo massaggia con la lingua vivace.
Il cervello si predispone al piacere.
Lei interrompe il rapporto orale e ricomincia a usare i piedi, sempre più morbidi e nello stesso tempo inesorabili. Ormai il maschio è in suo potere. I suoi piccoli piedi, così abbronzati, così levigati, piccola piovra dai tentacoli così uguali e armoniosi, in un principio di arco di armonia frattale. Lei stringe le piante sempre più forte imprigionando e accarezzando, mentre il prigioniero inizia a cadere verso la progressiva follia dell’orgasmo. Tutto può avvenire, tutto può essere compiuto e subito per quel desiderio di fine. Si può uccidere, si può, si può… scivolare, morbidamente, le dita, ritmico dissolversi di forze che si preparano gocce vischioso facilitare lo scivolamento c’è chi urla c’è chi mugola nei confusi ed estremi istanti del climax mugolare to moane stessa idea in diverse lingue Vanninonurlaladonnanonmoaneggia il tempo il tempo scompare gli orgoni di Reich gli occhi socchiusi per assaporare quel procedere verso un’interruzione del reale verso un irreprimibile guizzo di fontane di fuochi a mare di un istante che cancella angosce laborioso insistere sulla pelle più innervata e sensibile, pressione decisa di mobili dita frattali, qualcosa inizia a pulsare dentro, un potere interiore che deve – che non può non – andare verso un’incontenibile esplosione finale. Pampita stringe forte le piante, come un fodero di carne, ma accrescendo, per la costrizione, la violenza la carica il piacere.
In quel momento l’uomo sente di godere della sua forza. Suda e non riesce a fermarsi. Le contrazioni si susseguono, accentuate dai piedi di Pampita, che non smettono di muoversi, fino a che il seme non è completamente esondato.
Ora tutto è concluso. Pampita pulisce la sua pelle serica dai getti di biancore amidaceo. Tra un po’ entrerà nel bagno, per eliminare ogni traccia di quel bianco di quel segno della vita-morte che il corpo del maschio lancia verso il mondo, verso l’altro da sè. «Sei bravissima» le dice Vanni.
«Grazie» si sente lusingata, come tutte le persone che abbiano compiuto un buon lavoro e che amino che la loro prestazione sia apprezzata. Non tutti sono prodighi di lodi, anche con chi le merita.
A dire la verità, a Vanni pare un sogno, una fantasia erotica; invece è accaduto veramente, o almeno così gli pare. Ha realmente ottenuto una raffinata prestazione erotica da una delle più eccitanti creature che abbia avuto occasione di conoscere. Promise a se stesso di non sottrarsi in futuro a quel genere di soddisfazioni.
Costi quel che costi, si disse. Gli orgoni di Reich, erano veramente così importanti? Certo Reich doveva essere un uomo di forte sensibilità. I suoi orgasmi dovevano essere assolutamente eccezionali, così da essere interpretati come paradigma delle forze che sostenevano la realtà. In fondo anche il big bang doveva essere stato un orgasmo galattico. Aveva sempre considerato il pensiero di Reich con una qualche ironia, ma se poi, alla fine avesse avuto ragione?
Pagò la prestazione, ma prima di lasciare la stanza, proprio per quel rapporto di affiatamento che si era realizzato, chiese a Pampita se avesse notizie dei ragazzi scomparsi negli anni bui della dittatura. «Io sto cercando una persona, una mia amica, una mia cara amica, le disse.
«Non ci piace parlare di queste cose, fa Pampita, comunque ora sono finite. Ma c’è qualcuno ancora in vita che non torna?
«Qualcuno che non può tornare?
«Non tutti vogliono tornare, dopo, dice Pampita. «Quelle esperienze ti cambiano. Non sei più la stessa persona. Lei stessa ha un’amica che non è più voluta tornare dai suoi. Ormai vive da sola, fa l’amore a pagamento,
«Come te?
«No. Lei è guasta dentro. Dice. «Non può fare a meno di certe cose. Mi capisce?
«Perversioni?
«Cose tipo frustate, ferite. Ci sono uomini che non vengono se non ti picchiano, se non vedono che il tuo sangue scorre. Riescono a prenderti solo se sei legata, se c’è un altro uomo, o magari una donna, che ti penetrano. Lei, anche lei ne ha bisogno. E così soddisfa quelle persone. Sono molto ricche, dice, e pagano bene. Poi c’è la coca, lei non può farne a meno, e quelli gliela pagano.
Pensai con orrore a quello che forse era accaduto a tante ragazze, che forse era accaduto anche a Paolina. Se era ancora viva, com’era diventata? A lei il sesso piaceva, indiscutibilmente, ma era possibile che ne fosse divenuta schiava?

Nadal era decisamente la persona giusta, uno che sapeva tante cose, e che le raccontava pure, ora che era possibile farlo, senza rischiare la tortura e la morte. Il quadro che presentò a Vanni degli anni scuri, tra i più scuri della storia delle Americhe, era quello di un lungo incubo, che si era come esteso dominando la realtà, ammorbando la vita quotidiana. Non pareva possibile che quei fatti fossero accaduti davvero, che qualcuno potesse averli progettati, organizzati, inventando un mondo segreto che avrebbe soffocato il mondo reale e razionale, qualcosa che non poteva esistere, avvenimenti che non potevano succedere.
Le sue informazioni riferivano di spedizioni punitive che si erano risolte nella cattura di oppositori, poi in parte scomparsi. Molti di questi erano stati trasportati in un paese, non molto distante da Cordoba, dove esisteva ancora una caserma che i testimoni avevano descritto come una casa degli orrori.
Quei ragazzi non immaginavano che la storia ne avrebbe fatto dei martiri.
Volevano combattere, ma non ne ebbero il tempo. Volevano la libertà e trovarono la schiavitù. Volevano la giustizia e trovarono la morte.
Grazie al supporto di Nadal, Vanni capì come muoversi e decise di affrontare un percorso che poteva essere irto di pericoli, in un mondo che non conosceva. Abbandonò così le rassicuranti strade e i palazzi di Buenos Aires per avventurarsi nelle remote regioni interne dell’Argentina.

San Luis de la Ferrera, un paesino rinserrato sulle colline che già fanno presagire le più elevate alture delle Ande, un posto isolato e dove la natura è stata addomesticata dai vinicoltori e da altri proprietari agricoli, che ne hanno fatto uno dei numerosi centri di produzione di uva e di altri generi frutticoli che vengono caricati sui camion diretti a Cordoba e da lì a Buenos Aires e alle altre città della costa.
La posizione collinare è idonea per la coltivazione di uve da vino. Malbec, soprattutto, ma anche cabernet sauvignon, merlot. È ancora diffusa la bonarda, portata dagli italiani, come pure il barbera. La regione produce discreti vini rossi, adatti ad accompagnare i piatti tipici di carne.
È un paese di quelli che non si possono definire antichi, ma vecchi, piuttosto, per l’abbandono delle strade e delle case, per i rivoli d’acqua piovana che serpeggiano per i sentieri, per i fiori stentati o avvizziti che resistono alla noncuranza degli abitanti e si ostinano a pendere dalle fioriere di cemento scrostato.
La produzione era un po’ scemata, a dire il vero, per la crisi dei consumi che attanagliava l’Argentina e che aveva lasciato tanta gente senza un lavoro, e il paese aveva perso parte dei suoi abitatori occasionali, mentre i vecchi residenti si arrangiavano come potevano. Gli affari non andavano a gonfie vele, ma per lo meno lì c’era da mangiare. Gli animali continuavano ad essere allevati e macellati, le verdure continuavano a crescere negli orti e i mercati non scarseggiavano mai di prodotti.
Vanni trovò alloggio presso la casa del calzolaio del paese, Carlos Alfonsin, un essere magro e olivastro, sposato con una vedova che gli aveva offerto la casa, simbolo di tempi più rigogliosi e felici, prima ancora della propria giunonica bellezza.
Carlos era uomo di estrema ignoranza: probabilmente non aveva mai letto un libro in vita sua. Inoltre non era un genio neanche nel proprio mestiere, ma non aveva concorrenza su quella piazza e godeva dei vantaggi del monopolio. La donna aveva solo quella casa, unico residuo delle fortune familiari, e aveva bisogno di qualcuno che ricoprisse il ruolo di marito, per consentirle di tenere in piedi un’attività occasionale di affittacamere: anche un mediocre ciabattino andava bene. L’importante era che gli uomini che si trovavano per qualche strano motivo a passare dalle parti di San Luis avessero davanti agli occhi l’immagine di un uomo, magari anche di un ometto, segaligno e baffuto, e che non pensassero di potersi prendere qualche libertà con la padrona. Lei ci teneva alla sua propria reputazione, mica come certe donnacce che… lasciamo perdere! E poi lei dava una mano anche in bottega, quando il suo uomo era troppo indaffarato per qualche lavoro urgente e magari c’era qualche cliente da ricevere.
La stanza affittata era sobria, ma non ci si stava male. Le tinte delle pareti erano calde e riposanti, i mobili di legno scuro, un po’ antiquati, i pavimenti a scacchiera. Tutto era come Vanni aveva immaginato che dovesse essere. Premonizione? Forse solamente la capacità di pensare un mondo, che faceva di tutto per non sconfessare le più banali previsioni.
Miracolosamente, negli scaffali di un armadio a muro c’erano persino libri e dischi, ma sembravano venuti da un’altra epoca. Naturalmente i libri erano in castigliano. Erano stati ricoperti con carta di giornale e bisognava aprirli per vedere il titolo. Quando scorse il frontespizio del primo, Vanni non voleva credere ai suoi occhi. Si trattava di un romanzo di Carolina Invernizio, El beso de una muerta: novela historico social, traduccion de L. M. Bocalandro. 319 pagine pubblicate a Buenos Aires nel 1900 da Angel Bietti e stampate a Milano da Enrique Reggiani. Anche se i nomi erano stati ispanizzati, si capiva che il prodotto era italiano. La fortuna della fantasiosa Carolina era stata tale da spingere gli editori a stampare una versione spagnola da riversare sul mercato sudamericano. Per un’onesta gallina (come l’avrebbe poi definita Gramsci) era stato un traguardo impensabile. Anche nelle aree più sperdute del nuovo continente c’erano signore che palpitavano per le storie di passioni e delitti, per i segreti accuratamente nascosti, per le eroine di lontane città italiane. Il bacio di una morta non era solo. Seguivano ordinatamente, nello scaffale, La venganza de una loca (continuacion de El beso de una muerta), El ultimo beso: novela historica social, El secreto de un bandido: novela historica social. Vanni pensava a come tutti i popoli avessero un uguale bisogno di sogni e sapeva che in fondo ogni popolo sognava in maniera simile agli altri.

Uscì dalla casa e si diresse verso il centro del villaggio, che sembrava addormentato. Strade alberate, strade di pianura, dall’asfalto corroso dalle intemperie. Filari interminabili di alberi che non sapeva riconoscere. Staccionate dipinte di marrone scuro. D’improvviso si sentì qualcuno parlare e in risposta un urlo che pareva solo in parte umano. A Vanni venne naturale voltarsi e così vide, sulla strada vuota, un uomo che teneva per mano un ragazzo. L’uomo, di mezza età e di media statura, ma dalla figura robusta, si rivolgeva a quello che sembrava essere il figlio, che lanciò un altro strano urlo, carico di dolore animale. Ora l’uomo si vedeva bene. Il vestito era marrone e sapeva di vecchio. Il viso era largo e segnato, abbronzato come quello di tutte le persone abituate a trascorrere gran parte della vita all’aria aperta. Portava folti baffi, come gli uomini di un tempo passato. Diede una rapida occhiata, incuriosito dal viso sconosciuto che l’osservava, poi si voltò e proseguì per la sua strada.

Vide un posto di ristoro, una costruzione bassa, con un cartello che prometteva “pebetes, pizzas e bebidas frescas”. Una specie di totem recava la scritta verticale Información Turística. Salì quattro gradini sbreccati di pietra e m’infilai nella porta di legno a due ante, dai piccoli riquadri di vetro. Ordinò qualcosa, cercando di conquistare le simpatie della proprietaria, una quarantenne di aspetto europeo, di origine italiana o spagnola, dai capelli tinti di biondo.
Disse che era arrivato fino a San Luis per cercare un’amica, di cui non aveva più notizie.
La donna disse che si trovava lì solo da due anni, da quando aveva acquistato quella piccola locanda, dove si fermavano di solito le persone che arrivavano in paese per lavorare. Ci rimanevano qualche mese, poi andavano via e altri li sostituivano.
«Dovete parlare col señor Lavezzi, mi disse e precisò che el señor Lavezzi sapeva tutto quello che succedeva e poteva fornire tutte le informazioni, se lo riteneva opportuno. Se qualcosa era accaduto da quelle parti, non era possibile che el señor Lavezzi non lo sapesse. Lui e San Juan de la Ferrera erano una cosa sola.
Domingo Lavezzi, o Domenico, come lo chiamavano tuttora gli italiani, era effettivamente una sorta di padre fondatore di quel paesino: l’aveva tirato su dal nulla, lavorando duramente e creando lavoro per tante persone, nelle campagne e negli stabilimenti che utilizzavano i prodotti del suolo. Signore e padrone, ora non più sindaco, perché preferiva governare tramite un prestanome. Tutti in fondo dipendevano da lui o gli dovevano qualcosa.
Doveva proprio andare a parlare col signor Lavezzi
Ottenne un appuntamento per le cinque del pomeriggio del giorno dopo, al termine della siesta, che veniva osservata anche in quel paese dal clima temperato, cioè non troppo caldo, ma abbastanza simile a quello di certi nostri paesi del sud.
Appena lo vide fece una scoperta: era lui l’uomo che aveva visto per la strada con il ragazzo disabile.

La casa, se così vogliamo chiamarla, ma potremmo tranquillamente definirla villa, era un’ampia costruzione novecentesca, che riprendeva ancora alcune modalità del gusto coloniale, naturalmente rivedute e aggiornate in senso funzionale e decorativo. Le verande avevano una struttura ampia e ariosa di sapore novecentesco; anche se, nelle parti più scenografiche, le arcate a sesto ribassato si rifacevano ed esempi di stile costruttivo ispanoamericano. Tra una trave e l’altra abbondava la bovedilla in ceramica. La spaziosità delle aule veniva spezzata da soppalchi in pinotea e spesso, tra le diverse zone e all’interno delle aree di soggiorno, si ergevano grate metalliche che richiamavano quelle, più imponenti, delle cattedrali spagnole.
Lavezzi si dimostrò allegro ed ospitale, ma fu piuttosto evasivo sulle vicende avvenute tanti anni prima, in un momento storico che molti, in Argentina, preferivano dimenticare.
Tirò fuori un fiasco di vino, del suo vino, e volle che lo assaggiassi. Non era paragonabile ai migliori vini italiani o francesi, ma era gradevole e mi resi conto che Lavezzi non si limitava a produrre il vino, ma lo amava come un figlio, forse più di quel ragazzo che il destino gli aveva posto sul cammino, come punizione per i suoi peccati. Il proprietario si mise a tessere le lodi del suo prodotto e a enumerarne le qualità, sfoggiando un vocabolario da sommelier. Accompagnò le parole con la degustazione, che presto divenne una vera e propria bevuta, per cui un solo fiasco non fu sufficiente. Cercai di bere il meno possibile, perché volevo tenere la mente lucida, mentre speravo che l’alcol facesse effetto sul mio interlocutore; ma questi era piuttosto coriaceo e soprattutto abituato all’uso del vino, per cui l’unico effetto che ne risultò fu solo un temporaneo accrescimento della sua loquacità.
«Voi cercate notizie della vostra ragazza, mi pare?
«Non è esattamente la mia ragazza: è un’amica di cui non ho più notizie da diversi anni
«Non si viene qui, dall’altra parte del mondo, per avere notizie di una lontana conoscente e nemmeno per una carissima amica
«Sì, è vero, è stata una ragazza con cui uscivo, una volta
«Ha visto? era la sua morosa, come si diceva dalle mie parti.
«Sì, una specie di morosa, ammise Vanni.
Lavezzi si era perso nei suoi ricordi di gioventù, nel vocabolario ancora usato dai suoi, anche in terra argentina. Si mise a raccontare la storia delle sue morose e delle sue fortune economiche.
La sua prima ragazza era una semplice operaia, che lavorava nel piccolo stabilimento di trasformazione di Cordoba, in cui il padre aveva iniziato a lavorare come tecnico; ma la storia non aveva avuto seguito: non era quello il destino che Tonio Lavezzi aveva sperato per suo figlio. La sua speranza era che il giovane facesse un matrimonio più fortunato.
Domingo aveva studiato da ragioniere e le sue competenze risultarono utili al padrone di Tonio, così da far sì che lo ricevesse in casa, per elaborare progetti o rivedere i conti. In quella casa, Domingo fece conoscenza con la figlia maggiore del padrone e tra i due, molto naturalmente, era nata una simpatia che procurava a Tonio una straordinaria soddisfazione. Si arrivò al fidanzamento e infine al matrimonio, in modo sereno, anche se non esisteva tra i due giovani una passione smisurata. Dopo qualche anno di unione infruttuosa, la giovane sposa rimase incinta e tutto faceva credere che a un sereno rapporto avrebbe fatto seguito una ancor più serena vita familiare.
Sfortunatamente, quel primo e unico figlio era nato con quel difetto congenito; non c’era stato modo di effettuare controlli, perché la gravidanza sembrava regolare, e, d’altra parte, né Lavezzi né la moglie avrebbero avuto il coraggio di ricorrere a un aborto illegale.
Dopo la nascita del piccolo Lorenzo, i rapporti tra Domingo e la moglie si erano guastati. Lei non accettava più di fare del sesso per il terrore di rimanere nuovamente incinta e partorire un altro mostriciattolo. L’amore era ormai per lei una specie di incubo. Non era mai stata fortemente attratta dalla fisicità del rapporto amoroso e interpretò la sconvolgente esperienza della sua maternità come un segno divino. Piacere colpa e disgusto si erano unificati nella sua mente in un concerto unico e il suo matrimonio fu alla fine la vittima incolpevole di tutte quelle elucubrazioni. I Lavezzi, di conseguenza, si separarono e Domingo non fece fatica a trovare una sostituta della sua gelida metà.
La nuova compagna di Domingo si chiamava Almudena ed era una vera argentina, di sangue spagnolo, ma con qualche antenato indio che traspariva dalle fattezze del volto e dalla levigatezza della pelle.
La sua parte india rifiutava inconsciamente il senso del peccato e le faceva vivere la sessualità in modo gioioso e naturale. Questo è almeno ciò che Vanni avrebbe ricostruito della sua personalità, dopo averla conosciuta a fondo; ma bisogna dire che quella personalità (e la sua spontanea sensualità) traspariva da tutto il suo essere, dal suo modo di guardare e sorridere, dal suo stringere la mano, che non era un puro gesto di cortesia, ma un contatto carnale che sembrava preludere a una più profonda e intima conoscenza.
Probabilmente la presenza di Almudena, che Domingo gli presentò, com’era naturale, fu uno dei motivi che spinsero Vanni a fermarsi a San Luis, almeno fino a quando non avesse avuto qualche notizia più sicura di Paolina.

Lasciò trascorrere un paio di giorni, per non apparire troppo insistente ed importuno, e tornò dai Lavezzi, ma trovò ad accoglierlo solo la compagna del padrone di casa, che l’uomo lasciava spesso sola, per correre dietro alle sue avventure commerciali e forse non solo commerciali.
Almudena aveva il sorriso caldo e invitante delle donne latine e una pelle naturalmente ambrata, che lei esibiva come un gioiello.
Quel pomeriggio indossava un abitino scollato, dai colori caldi. I sandali aperti mostravano due piedi morbidi e proporzionati, che aumentavano la sensazione di sensualità. Quando entrammo più in confidenza, si liberò delle calzature e mi confessò che camminava spesso scalza, sulla linda ceramica del pavimento, e quest’abitudine le regalava un’andatura spontanea e un po’ selvaggia, contribuendo ad accrescere la sua forza di attrazione.
Le sfiorò il braccio per caso e provò una sensazione di intenso piacere, come difficilmente provava nel contatto fuggevole con una giovane donna. Non si sottrasse perciò ai contatti fisici, illudendosi forse che anche lei li gradisse. Ma in lei c’era una tale spontaneità che ogni gesto che i poveri maschi repressi e morbosi potevano interpretare come segnale di una speciale disponibilità era invece semplice manifestazione di gioiosa e innocente esuberanza. Dopo un po’, quei segni di amichevole intimità gli avevano creato una strana eccitazione e fu con grande rammarico che mi separai da lei, essendosi fatto ormai tardi. Sapevo che l’avrei rivista, cioè che avrei provato un irriducibile desiderio di rivederla, e che avrei anche provato a stabilire un rapporto di amicizia, che potesse preludere a qualcosa di più intimo. In quel momento, la figura di Paolina si era annebbiata completamente nel mio cervello e non capivo nemmeno come mai avessi potuto attraversare un oceano per trovare risposta al mistero della sua scomparsa o meglio a quello dei miei sentimenti verso di lei.
Avevano parlato pochissimo di Paolina e molto più di Vanni. Almudena pareva ansiosa di avere notizie dell’Europa e di Milano, la cui immagine era come avviene spesso deformata dalla lontananza e dai racconti mitici di chi per qualche ragione ci aveva vissuto in altri tempi o l’aveva visitata più di recente. L’italiano le raccontò quello che faceva nella vita di tutti i giorni, le parlò delle strade che frequentava, dei colleghi, dei pochi amici con cui si vedeva qualche volta, delle donne che aveva conosciuto.
Quando Vanni si allontanò da casa Lavezzi, cominciò a pentirsi del suo comportamento e si ripromise di cercare seriamente le informazioni per cui si era spinto fino a san Luis. Avrebbe dovuto far parlare Almudena, invece di farsi coinvolgere dal suo fascino e usarla come confessore o psicoanalista.

Colazione argentina

Un ronzio familiare svegliò Vanni all’alba: non era una zanzara, ma un suono che aveva sentito da qualche parte, nella sua vita europea, che in quel paesino di un altro emisfero sembrava così lontana.
Era come quando ci si trova immersi in quella sorta di limbo che si trova tra la coscienza e la percezione dell’altro, una condizione in cui tutto è ovattato, rivestito di pensieri che sfuggono alla logica, e poi qualcosa appare, di sfacciatamente naturale ed effimero, e il mondo si rivela, irrompe, come l’avvenire, nella nostra percezione magica della realtà.
Quel rumore pareva simile a quello di una macchina agricola, che dovevo aver memorizzato nella mia infanzia, lontano e insistente, rumore di ingranaggi e di lavoro, come lo straordinario e straziante lamento di una macchina schiava.
Così, nel dormiveglia, si accorse di altri suoni ai quali non avrebbe prestato attenzione in stato di piena coscienza. Rimase per un po’ ad ascoltare, immerso nel rumore elettrico, nel fremito costante degli animali meccanici. Decibel, decibel quasi impercettibili, ma non eliminabili. Se qualcuno ce ne privasse, ci sentiremmo forse dispersi in una natura orribilmente estranea, in cui non si fosse manifestata la presenza colonizzatrice della cultura umana.
Capiva che avrebbe potuto sopportare la mancanza di una donna, l’assenza di un amico, lo spegnersi del calore familiare, ma non la privazione dell’immagine rassicurante del frigorifero, del computer, delle semplici lampadine. Si sarebbe trovato a disagio in un mondo primitivo, senza il tenue rombo lontano delle automobili, attutito dai doppi vetri delle finestre, senza lo sfrigolare inquietante dello scaldabagno o l’alitare gelato del condizionatore. Le creazioni dell’uomo erano gli attori principali del suo mondo artificiale, rassicuranti e familiari, ma nello stesso tempo invasivi e quasi oppressivi. Onnipresenti quanto inavvertibili, tanto ci si era abituati a vederli senza osservarli, a servirsene senza comprenderne la complessa logica.

Gli venne spontaneo osservare quello che si poteva vedere dalla finestra della sua stanzetta. A certe ore il paese sembrava disabitato. Non si vedevano uomini in giro, ma alberi, cespugli, strade, nuvole e case. Proprio queste, nello spazio sterminato della campagna argentina, erano collocate spesso a una distanza notevole l’una dall’altra. Così almeno apparivano a lui, abituato allo sfruttamento spaziale delle città e dei villaggi europei. Erano costituite da un unico piano e avevano ampie vetrate.
La casa più vicina si poteva vedere negli spazi lasciati dalle chiome degli alberi.
Una figura sul tetto lontano pareva una statua. Il colore era polveroso, quasi lo stesso colore della copertura, un tetto grigio polvere.
Poi la statua si mosse. Lui vide così che si trattava di un uomo. Avanzò con cautela, poi superò qualcosa che pareva un muretto bianchiccio e scomparve. Ash to ash.
Doveva aspettare, attendere con pazienza informazioni.
Cercò negli scaffali. Oltre ai libri, c’erano vecchi dischi in spagnolo. Anche qui trovò qualcosa che gli ricordava l’Europa, ma che faceva riemergere un altro tempo, quello dei suoi anni Sessanta. Era un disco di Salvatore Adamo, nella sua versione castigliana: Ella anda. In italiano si intitolava semplicemente Lei, una di quelle canzoni struggenti in cui i ragazzi dell’epoca ritrovavano le loro esperienze e i loro dispiaceri amorosi. Vanni sentì che gli occhi s’inumidivano, come tanti anni prima. Ripensò alla sua storia con Paolina. Il racconto di Adamo aveva subito un rovesciamento di ruoli. Come aveva potuto Vanni, nel suo egoismo, non comprendere il dispiacere, l’angoscia dolorosa che Paolina aveva dovuto provare, per l’improvviso allontanamento del ragazzo al quale aveva creduto, o forse solo sognato, di poter legare la sua vita? Forse era stata lei ad accarezzare furtivamente l’ombra di Vanni, quell’uomo che tutte avrebbero potuto amare, tutte tranne lei, abbandonata e dimenticata, lei, piccola e inadeguata per quell’amico che fuggiva verso un futuro che non la contemplava, che si era lasciato trascinare da un’illusione di successo, di una vita troppo importante per potergli permettere di legarsi a un’infermierina, a una robina da niente, come lei.
Vanni si sdraiò sul letto, con gli occhi ormai carichi di pianto. “È colpa mia, tutta colpa mia”, pensava. Doveva risolvere il mistero degli anni bui di Paolina, era un suo preciso dovere. Non avrebbe avuto pace, se il dubbio avesse continuato ad avvolgere quella storia, che avrebbe potuto essere anche la sua, se l’affetto, l’amore incipiente avesse prevalso sulle sue scelte razionali.
Prese un fazzoletto di carta e si asciugò gli occhi. Sono peggio di un coccodrillo, pensò, dovevo piangere prima, molti anni fa.
Le parole della canzone continuavano a riemergere, sommessamente, ma inesorabilmente. E dire che in quegli anni lui non apprezzava troppo la voce di Adamo troppo alta e femminile. Avrebbe dovuto chiamarsi Eva, diceva allora. Eppure la canzone era molto bella e funzionale. Produceva una risposta emozionale e questa era probabilmente la chiave del suo successo. Ha deciso di non amarmi più, cantava lo chansonnier italo-belga, uno dei tanti siciliani sparsi per il mondo, uno dei tanti siciliani di genio, destinati ad avere successo in terre lontane. Così anche lui, Vanni, aveva deciso di non amare più Paolina, e così era rimasto libero: nessuno poteva fermarlo. Chi può fermare l’egoismo di chi vuole percorrere la sua strada da solo, senza pesi né ostacoli?

A pranzo, Asado con achuras cotto lentissimamente alla brace e insaporito con abbondante chimichurri. Non era capitato male, Vanni. Il gusto caratteristico delle interiora, le achuras, che conosceva sia da ragazzo, anche se chiamate con altro nome, si fondeva con quello della carne, umida e morbida, e gli aromi dell’aglio e del laurel. Non era un cibo per stomaci raffinati, ma era uno dei cibi più gustosi che avesse assaggiato in trattoria, in linea con quello delle cucine regionali italiane.

Andò a lavarsi le mani. Il rubinetto era piuttosto vecchio e malfunzionante e l’acqua incominciò a schizzare in modo imprevedibile. Stranamente sentì il freddo delle gocce sulla pelle, là dove era coperta dalle maniche. Era una sensazione che aveva già provato altre volte, come se le singole particelle avessero la proprietà di attraversare i tessuti, anche pesanti, senza bagnarli, dividendosi nel percorso e riunendosi solo a contatto con la pelle. Non sapeva spiegarsi come potesse avvenire, ma sospettava che avesse un rapporto col fenomeno dell’entanglement quantistico, di cui ben poco capiva a livello teorico. Quella sensazione però sembrava proprio l’applicazione (nella nostra realtà) di principi che parevano agire solo nell’ambito dell’infinitamente piccolo.

Il pomeriggio, Almudena era ancora sola e lo accolse con familiarità. Era come se ormai si fosse abituata alla mia presenza e mi considerasse quasi un vecchio amico. Questa volta, la donna appariva meno accorta e non cercò di sviare la mia ricerca. Aveva sentito qualcosa sulla storia di alcune ragazze che erano state portate alla caserma di ***, poco lontano da San Luis, all’epoca della dittatura, e che poi erano scomparse nel nulla.
Non poteva trattenermi troppo in casa perché aveva già un impegno con altri amici. Mi promise che mi avrebbe fatto conoscere un uomo che sapeva molte cose sugli avvenimenti di quel recenteperò passato e che stava anzi cercando di ricostruire, con alcuni amici, le vicende più oscure e tragiche: quell’uomo si chiamava Alfonso Barriales.

Alfonso era un uomo ormai di mezza età e il suo volto era scavato da solchi profondi, che esprimevano le difficoltà che la sua vita doveva aver attraversato. I suoi occhi nocciola erano però vivaci come quelli di un giovanotto e, quando riusciva a sorridere, rilucevano come i led di un monitor. Il suo mondo lo s’intuiva definito, determinato dall’esperienza: rappresentava quelle certezze che Vanni non era mai riuscito a raggiungere.
Portò il suo ospite in collina, in una sorta di anfiteatro naturale di roccia, e lo fece sedere su una delle lunghe pietre che la natura aveva predisposto. Da lì si poteva ammirare un panorama imponente, sovrastato da un cielo spaventosamente grande.
«Lo vede questo cielo, señor Quero? È il cielo dell’Argentina. Ha un colore che lei non troverà in Italia, né in Francia e in nessun’altra parte del mondo. Ogni terra ha il suo cielo… e le sue nuvole. Ha mai visto nuvole come quelle, di quel colore?
E così, come il cielo, ogni terra ha la sua storia, le sue oscurità, i suoi tormenti, i suoi orrori.
«Anche l’Europa ha avuto i suoi di orrori
«Sì, ma si è trattato di orrori diversi, molto particolari
quello di chi voleva purificare la razza e si scagliava contro chi temeva inquinasse e svigorisse le virtù del popolo o in Russia, dove era necessario scovare e rendere impotenti i controrivoluzionari e i traditori del popolo.
Qui c’era solo una lotta per il potere economico. Qui per difendere un sistema economico abbiamo ucciso i nostri figli, nostri, mi capisce?
Rimanemmo per un po’ in silenzio, a meditare, guardando el cerro in lontananza e le rocce di pietrame scuro, le nuvole come teli bianchi ritagliati e sfrangiati in maniera irregolare, oltre i quali filtrava un azzurro imperante, ma stranamente freddo.
«I soldi, il denaro – Alfonso parlava come se si rivolgesse a se stesso – i soldi chiamano la violenza
«Dove ci sono i soldi c’è sempre guerra.
«Allora la guerra c’è sempre e dovunque, perché non esiste un posto al mondo dove non ci siano i soldi.
«Non è così dappertutto, e si potrebbe pensare a un mondo diverso, senza denaro. In realtà il denaro non servirebbe, se tutti si limitassero a desiderare solo quello che è giusto, che è necessario. Il mondo è in grado di produrre tutto quello che è sufficiente per tutti. Basterebbe non consentire che qualcuno si appropri degli strumenti indispensabili per produrre. Quelli dovrebbero appartenere a tutti.
«In questo modo però il mondo si fermerebbe. Sappiamo tutti che ci si impegna non per avere il minimo, ma per ottenere sempre qualcosa di più, il massimo piacere, il massimo potere. È l’individuo che supera se stesso nel tentativo di emergere, di essere considerato migliore degli altri e questo nella società attuale è evidenziato dal denaro. Chi fa più soldi è più stimato degli altri.
«Vi possono essere forme di gratificazione più forti del denaro. Dovrebbero sostituirsi ai soldi».
«Ma allora le persone si scannerebbero per ottenere quelle gratificazioni. È proprio la mentalità umana che non è egualitaria.
«Sarebbe sempre meglio. È sempre meglio che un uomo emerga per le capacità che gli altri gli riconoscono, piuttosto che per i soldi che riesce a guadagnare».
«Sinceramente non lo so, non so cosa sarebbe meglio, o peggio».
Vanni pensava ai tanti leader, ai dittatori di ogni tempo e di ogni paese, ai padri della patria, a tutti coloro che ottenevano la stima e addirittura la venerazione dei cittadini-sudditi con la menzogna e che mantenevano il potere con il terrore. Quello che sospettava comunque era che nessun sistema politico, nessuna teoria economica avrebbero realizzato un mondo migliore senza tener conto delle caratteristiche di fondo dell’animale uomo, delle sue pulsioni profonde, delle sue contraddizioni e del suo fondamentale egoismo.

Cap.

La notizia di un viaggiatore italiano, capitato in quella terra lontana per cercare notizie di un’amica scomparsa si era diffusa, forse aveva addirittura preceduto l’arrivo del particolare turista. Messo sull’avviso dalle sue fonti d’informazione, Lavezzi voleva incontrare Vanni, voleva parlare con lui, farlo ragionare, spiegargli perché tante cose erano accadute. Bisognava che tutti comprendessero la necessità di un intervento che mirava a salvare un paese, o addirittura il mondo. Tutto sembra così semplice, lineare: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi; bianchi e neri, rossi e neri, religiosi e atei, comunisti e fascisti, criminali e giustizialisti. Nella realtà le cose non procedono in maniera così lineare; i colori possono essere sfumati, le azioni possono essere più o meno incisive, più o meno violente. Quello che appare bene in una prospettiva, può rivelarsi male se considerato in un’ottica temporale più lunga.
Questo era quello che Lavezzi avrebbe voluto dire, ma era difficile esprimerlo, renderlo chiaro ed evidente, al di là di ogni dubbio e contestazione.
L’incontro avvenne, al bar, davanti a due long drink. Da un lato il visitatore italiano, dall’altra parte del tavolino l’imprenditore che aveva costruito il paesino, fondato la sua economia. Al centro un vecchio tavolino tondo, color verde acceso. Dovunque colori forti, irreali. Pareva di essere in un videogame. E in alto un cielo così azzurro, così azzurro!
«Lei non lo sa, non può capire. Allora tutto appariva in una luce diversa: c’erano rischi incontrollabili. Non sa cosa succedeva allora. Si sparava, si uccideva in pieno giorno. C’erano attentati, furti, violenze. La nostra patria stava precipitando nel caos.
Dovevamo scegliere: il bene di tutto il paese o la realizzazione pratica delle idee disastrose di quel gruppetto di esaltati imbevuti di ideologia. Ogni accumulazione di capitale ottenuta col duro lavoro e con l’abilità dei produttori e dei commercianti sarebbe stata criminalizzata, ogni nostro sforzo per portare fuori la nostra terra da una vita di mero sostentamento sarebbe stato vanificato e la miseria sarebbe stata il nostro futuro. La miseria per tutti, anche per i figli di quegli esaltati, e l’oppressione di uno stato che impone a tutti il suo modo di pensare e di vivere, che obbliga tutti ad accontentarsi del minimo, quando si avrebbe la possibilità di ottenere il massimo.
In fondo cosa poteva significare un danno per quei piccoli pazzi in confronto alla sicurezza e al bene economico di tutti?»
Il suo punto di vista era chiaro, ma Vanni non se la sentiva di condividerlo.
Disse a Lavezzi che, secondo lui, avrebbe dovuto essere il governo a garantire il benessere dei singoli, di tutti gli individui, applicando norme improntate a criteri di giustizia e onestà, ma senza andare oltre, disprezzando le stesse leggi che si riteneva di dover applicare e proteggere.
«Il mondo è quello che è, signore. Se ci si ostinasse a idolatrare onestà e giustizia, non si farebbe più un affare, non ci sarebbero più guadagni. La società piomberebbe nella miseria più assoluta. Tutti quelli che vivono di economia, che gestiscono banche, grandi aziende, partiti, sindacati, lo sanno, ma queste cose non si possono rivelare alla popolazione. Perderebbe i suoi punti di riferimento e si dedicherebbe in massa al furto, alla violenza. Aumenterebbero a dismisura omicidi e stupri. Tutti si sentirebbero incoraggiati a fare quello che vogliono.
«Ma voi dite che per amore di un sogno di ordine e di benessere generale si può giustificare ogni attività di repressione? E’ vero quello che si racconta, dei ragazzi legati mani e piedi, portati su un aereo e buttati nel Rio de la Plata oppure in alto mare, dei desaparecidos, di cui ancora non si conosce la sorte?»
«Ah, quelli. Ma sa: erano quelli più pericolosi, per le loro idee. Solo i più pericolosi. Erano così imbottiti di sedativo, quando li buttavano giù, che morivano senza soffrire. Potesse succedere lo stesso ad ognuno di noi! In fondo è stata una bella morte, in cambio del disastro che avrebbero potuto procurare al nostro paese alleandosi, che so io, con tutti i guerriglieri e narcotrafficanti di questo nostro povero mondo latino».
«Anche con i cubani, vuol dire?»
«Quelli? Non proprio. I cubani sono stati i più intelligenti: con loro si riusciva ancora a ragionare. In fondo erano i primi a non desiderare che la follia giovanile degenerasse in anarchia. Lo sa che è stata proprio Cuba a difendere il nostro governo militare dalle minaccie dei cosiddetti paesi democratici. I più pericolosi erano i radicali, i peronisti montoneros, i sindacalisti, gli studenti che leggevano troppi libri di filosofia, che faceva perdere il contatto con la realtà. Come vede il mondo è più complesso di come ce lo rappresentiamo. Perciò lei stia fuori da questa storia: non è la sua storia.
Quando sono entrato in politica, mio malgrado, per difendere i miei interessi, la mia famiglia, ho capito due cose: una, che non si può avere pietà, di nessuno. Sa, quei teneri bambini che dovrebbero impietosire un uomo, tra qualche anno saranno soldati e imbracceranno un mitra, per sterminare la tua famiglia, i tuoi amici.
La seconda cosa è che Dio non esiste, almeno un Dio come quello cristiano. Su quello dell’antico testamento, quello che ti aiuta a sterminare i tuoi nemici, si può ancora discutere.
Poi ho capito che gli uomini cercano insistentemente, accanitamente, il loro vantaggio.
C’è qualche persona morbosamente onesta, disinteressata, altruista; ma questi esseri perfetti sono pochissimi e ben presto sono abbandonati dai loro stessi amici. Spesso sono fanatici e finiscono per creare gravi danni alla società e ai loro stessi seguaci. Prima o poi sono ammazzati o messi da parte e al loro posto si affermano personaggi che hanno una visione più realistica dell’uomo e dei suoi bisogni e desideri. La vita politica è fatta di accordi, di compromessi: devi far capire agli avversari che avrebbero dei vantaggi ad accettare un accordo, mentre insistere in un’opposizione improduttiva potrebbe procurare danni e la stessa distruzione fisica».

Vanni capiva che Lavezzi, al di là della politica, aveva dentro un profondo odio, anche per quei bambini, quelli che erano nati normali, non come il suo disgraziato figlio che emetteva versi bestiali per le strade del suo paesino.
«Lei vive in un paese tranquillo, non si occupa di politica, non si invischi nelle lotte di un altro paese».
«Un paese che non mi risulta che sia in guerra» fece Vanni.
«Così sembra. In realtà la guerra è sempre presente nella realtà. Può manifestarsi in qualunque modo, in qualunque momento. C’è sempre il pericolo che qualcosa riaffiori, che un ricordo ottenebri qualche cervello esaltato…»

«Lavezzi es un maldito cerdo ». Queste furono le prime parole di Alfonso, quando rivide Vanni, pochi giorni dopo.
Si incontrarono a Cordoba, di prima mattina davanti a un cafe con leche y dos medialunas.
Alfonso spiegò che Lavezzi aveva approfittato, come altri ricchi proprietari e imprenditori, degli scarti della repressione, di quella ricchezza di carne umana che veniva messa a disposizione di chi contava a livello locale, purché lui garantisse il suo appoggio alle forme anche estreme di repressione delle ideologie rivoluzionarie.
All’inizio sembrava aver vinto lui. Poi lentamente, in una società normalizzata, pacificata, alcuni principi di base avevano cominciato a riapparire. Quando le cose scorrono, si pensa che i diritti umani, il diritto al benessere, la fiducia, l’onestà possano anche riapparire come valori. Magari sono disattesi dai più potenti, dai più ricchi, ma il popolo comincia a riappropriarsene e a pretendere che vengano rispettati.
Mentre seguiva il discorso di Alfonso, Vanni pensava a come la nostra vita sia sottomessa alle nostre pulsioni.
Forse non c’era colpa nel provare impulsi violenti, nel desiderare lo stupro o l’omicidio, come non c’era merito nell’aborrire ogni forma di violenza. Capiva come persone abituate a convivere con l’esperienza del sangue, avvezze al racconto dell’odio e della vendetta, non facessero fatica a dimenticare quel desiderio di un pacato benessere che dovrebbe albergare in ogni uomo.
Che merito ha un cane per essere docile e amante del gioco e delle coccole; che colpe ha se la sua natura lo rende aggressivo e feroce? L’uomo, perché dotato di un pensiero più elaborato, non ha gli stessi condizionamenti, la stessa impulsività, le stesse inclinazioni di un cane?
La bontà è un dono, di Dio, della natura, di chissà chi o chissà cosa; la santità è un dono, la malvagità invece è una cupa maledizione che grava su generazioni di infelici, condannati all’inferno per una colpa originale, che vive e si sviluppa dentro il loro cervello, senza che possano estirparla, ma solo moderarla e tenerla sotto controllo, come un motore riottoso o una reazione nucleare.
Perché la grazia, perché la condanna, perché il miracolo? Perché poi il successo, l’amore, perché il caso?

L’Italia era un paese tranquillo. Così aveva detto Lavezzi; ma lo era da poco. Vanni ricordava la vita politica degli anni Settanta, in cui si usciva di casa per studiare e si poteva finire all’ospedale, o all’obitorio. C’era di tutto: comunisti, fascisti, anarchici, infiltrati. C’era tanto amore per la violenza, in quelle persone, al di là di ogni convinzione politica, al di là di ogni contrapposizione. Si percepiva il sapore della lotta, il calore dell’odio. Il piacere di menar le mani, di pestare duro i nemici, l’odore aspro della polvere da sparo. Lo stesso odore dei colpi sparati da bambini con le pistole giocattolo, delle cartucce esplose dai padri cacciatori. Il piacere di correre incontro al pericolo. In tanti avrebbero poi ricordato quei tempi con una sorta di rimpianto. Com’era bella l’avventura! Si poteva giocare con la morte. Bastava entrare in una facoltà per sostenere un esame, che l’esame diventava una prova di coraggio. Pugni, sprangate, inseguimenti, polizia, lacrimogeni, manganelli. C’era stato una volta anche un capo della polizia che aveva questo nome: nomen omen. Quale nome migliore per un poliziotto? Cos’altro avrebbe potuto fare con un nome così? Magari lo scrittore. Gli scrittori, i letterati sono spesso persone violente, amanti delle scazzottate, come ai bei tempi della Voce e dei Futuristi.
Nessuno poi garantiva che quell’atmosfera violenta non potesse tornare. Poiché non apparivano all’orizzonte nuove illusioni e verità indiscutibili, si faceva riferimento, per comodità, per pigrizia, a vecchie ideologie. Nel nome di quelle si continuava ascendere per le strade o a riunirsi in qualche vecchio palazzo occupato. Niente di più bello di qualche vecchia bandiera, di qualche slogan d’altri tempi. Si ammirava l’estetica delle antiche bandiere, dei simboli novecenteschi o, per i seguaci di religioni e sette, di tradizionali icone e sacri libri.
Sarebbero mai cambiati gli uomini? Avrebbero mai abbandonato il loro comportamento lupesco, i branchi contrapposti e pericolosi, in cui l’unione fa la forza, ma soprattutto la sopraffazione e la crudeltà? Quanto avrebbe resistito anche in Italia una società ammaliata dalle dolcezze da mondo nuovo, quando nuove difficoltà economiche avrebbero sottratto speranze e generato una nuova disperazione?

Il rapporto di Vanni con Almudena, a causa di un nuovo viaggio di Lavezzi, era destinato ad approfondirsi. Lei riceveva l’italiano senza complessi, come se la sua vita fosse libera. Ma in realtà sapeva che Lavezzi sarebbe stato informato delle visite. La familiarità che si era creata tra l’uomo e la compagna di Lavezzi faceva sì che lei non si preoccupasse eccessivamente di coprirsi troppo, anche perché il caldo era opprimente in quei giorni. Almudena girava per la casa scalza e in canotta, con un paio di pantaloncini leggeri. Le sue gambe nude venivano spesso a contatto col braccio di Vanni e il solo contatto della pelle ambrata di lei gli provocava un principio di eccitazione.
Non si parlava più di Paolina, ma della stessa Almudena e dei suoi desideri, della sua voglia di evadere da quel buco di paese, per andare alla ricerca di una nuova vita. Almudena sapeva cantare e suonava decentemente la chitarra. Mi fece sentire una serie di melodie struggenti, che me la resero sempre più cara. L’abbracciai, estasiato per la sua esibizione e mi trovai a cercare il suo volto con le mie labbra, con lei che dapprima cercò di staccarsi, poi all’improvviso, come se aversse preso una difficile decisione, si aggrappò a me stringendosi al mio corpo, che non desiderava altro. Mi liberai della leggera maglietta che avevo indossato in quella calda giornata e iniziai ad accarezzarla sotto la canotta sottile, scoprendo con le mani l’eleganza e la saldezza dei suoi seni, rendendo turgidi i suoi capezzoli, prima con le dita, poi con la bocca. Lei si abbandonò completamente e si lasciò spogliare. Non portava mutandine e i pantaloncini l’abbandonarono senza fatica. Così per la prima volta offrì il suo corpo completamente nudo ai miei sguardi stupiti per la sua bellezza. Aveva una sottile corona di peluria scura attorno alla sua vulva e volle che io assaggiassi il sapore della sua intimità.
Non mi sarei mai stancato di accarezzare la pelle delle sue gambe, di sentirne il calore e di apprezzarne lo splendido colore, di sfiorare quella peluria lievissima che il sole rendeva dorata. Non volevo semplicemente entrare in lei, nella sua più profonda liquidità, ma volevo fare l’amore con tutto il suo corpo, con le sue ginocchia prive di spigoli, con le aree nascoste delle sue braccia, con le sue ascelle stillanti, con il suo collo armonioso, con i suoi capezzoli irrigiditi dal desiderio, con le piante dei suoi piedi soavemente levigate, appena ispessite dall’uso di camminare senza scarpe, con gli angoli della sua bocca mobili e inclini al sorriso, col suo ventre carico di tremori, con le sue natiche alte e rilevate, come un’offerta alla vista .
Le allargò le braccia e la tenne così, crocifissa per gioco, impossibilitata a muoversi, spinto dal nascente desiderio di amarla fino alla morte, fino a esaurire tutta mia forza vitale, in un delirio erotico senza fine.
Come se comprendesse la speciale disposizione dell’eccitazione maschile, lei s’impadronì del suo organo, che si ergeva in tutta la violenza del suo ardore, e cominciò a sfregarlo contro la parte posteriore della coscia, poi ripiegò la gamba. Ora lo strumento di piacere era stretto tra quelle deliziose aree del corpo femminile, la coscia e il polpaccio, scivolava sulla pelle e veniva stretto ritmicamente dai muscoli di Almudena. Non rimase a Vanni che agevolare quella pratica amorosa, mentre il liquido preparatorio faceva sì che le onde di piacere si sviluppassero in modo sempre più prepotente. Lei strinse sempre più, muovendo la gamba come uno strumento di godimento, mentre il membro, invisibile, inserito in quella cavità innaturale, provava sempre maggior delizia ad ogni movimento. Quando, alla fine il moto divenne convulso, la delizia dello sfregamento nello spazio umido e scivoloso non fu più sostenibile e le contrazioni ormai inevitabili costrinsero il pene, paurosamente arrossato e rigonfio, a rilasciare il fluido bianco della passione imprigionata e trattenuta.
Vanni rimase quasi privo di forze, assente e privo di sensazioni, per lungo tempo.
La sua amante invece si mosse e preparò una bevanda con la frutta che teneva in casa. Era fresca e dissetante, con l’aroma imperioso dei prodotti tropicali. In breve tempo l’uomo recuperò le forze e con esse la voglia di godere. Fu la bocca di Almudena, furono le sue labbra riarse e gonfie di sangue scuro a restituirgli il potere. Senza fretta, con pacata e laboriosa lena, la sua lingua stimolava il sesso indifeso dell’uomo, immerso nella cavità della bocca, ne acuiva la sensibilità e favoriva il rigonfiamento dell’intero organo, che infine riemerse in tutto il suo umido turgore. Questa volta Almudena fece capire che desiderava accogliere l’uomo nel suo ventre, sfregando il pube contro il suo. Vanni l’accontentò e iniziò a percuotere l’interno del suo corpo con sempre maggior velocità ed entusiasmo, stimolando la donna con la mano, fino a che non la sentì gemere e partecipare con un fremito incontrollabile. Ma nemmeno quello lo fece smettere e continuò fino a che il gemito non divenne urlo e lui stesso scaricò il suo liquido con un’energia che non credeva più di possedere.
Almudena, infocato potere, appassionata fino al deliquio, dolce e dorato regalo del destino, pelle di terra rossa e linfa di fiume nero, mescolanza di fuochi e di ricordi, perché resiste il tuo amante alla tentazione di fuggire subito con te, di prendere il primo aereo per l’Europa, perché non tenta di sottrarti alla maledetta violenza di quel continente ostile e rovinoso?
Doveva andare via, subito, via, verso la serenità e la sicurezza, Vanni, invece di incunearsi in uno spazio che non era in grado di controllare, nel veleno invisibile di un’atmosfera che pareva immacolata e invece era incurabilmente corrotta.

Che cosa aveva portato Paolina a simpatizzare per gli oppositori del regime militare argentino?
Naturalmente le sue idee.
A quei tempi, quasi tutti i giovani e giovanissimi potevano definirsi, genericamente, di sinistra. Avevano della politica e dell’economia una visione semplificata, manichea. A sinistra stavano i poveri e a destra i ricchi, la sinistra era il bene e la destra era il male. A destra vivevano ancora idee stantie, ideali di patria, famiglia, autorità, che erano contestati. Davano fastidio i borghesi benpensanti, che non amavano i mutamenti, anche nella moda e nell’apparire, che la nuova gioventù aveva elevato a bandiere di un nuovo modo di pensare.
Uno dei valori in cui credevano, anche perché era veramente rara avis in terris, era la libertà sessuale. Se la liberazione stava a sinistra, mentre la repressione e la sessuofobia a destra, come si poteva non essere di sinistra?
Avrebbero imparato molto più tardi che il mondo, e la politica, non conoscono categorie così definite ed esenti da aporie. Avrebbero appreso che molti cavalcavano le idee di sinistra per creare per se stessi posizioni di potere e salire nella scala sociale, o semplicemente, se erano già ricchi, per conservare i propri privilegi.
Avrebbero capito, inoltre, che le categorie di bene e male sono troppo complesse per poter essere fatte proprie da una parte politica. Avrebbero preso coscienza a proprie spese del fatto che la verità non solo è complessa come le varie trinità o trimurti del mito, ma è anche di fatto irraggiungibile e che pertanto era assurdo immolarsi per una divinità forgiata con l’inganno.
Nessuno dei ragazzi aveva una cultura politica che consentisse di valutare criticamente le parole e gli atteggiamenti degli intellettuali di allora, di quelli che cavalcavano la protesta e dei pochi che la sottoponevano a critica, evidenziandone la contraddittorietà e il velleitarismo delle istanze e dei proclami. Ingenuità, idealismo, assimilazione acritica di slogan e teorie aprirono la strada a un’epoca in cui non salì al potere l’immaginazione, ma in cui l’immaturità e il pressapochismo critico e ideologico la fecero da padroni.
Ma allora erano tutti giovani e ingenui.

Paolina, giunta in Sudamerica in un’epoca in cui la situazione socioeconomica era, più che in altre parti del mondo, corrispondente all’immagine del mondo che i ragazzi si erano costruiti, trovandosi in una terra in cui la destra era ancora molto legata a una visione reazionaria e illiberale della politica, da latifondista o da mercante di schiavi, mentre le opposizioni riunivano tutti coloro che aspiravano a una vita sociale improntata a principi liberali e democratici, oltre che socialisti, venne sicuramente attratta da coloro che lottavano per la libertà contro i regimi oppressivi e polizieschi che dominavano un po’ dovunque. Non poteva che parteggiare per i giovani sudamericani oppressi, non poteva evitare di essere coinvolta in un mondo in cui la lotta si ammantava di odio, in cui spesso meschini interessi personali diventavano motivo di lotte individuali che si mascheravano dietro una copertura politica.

Vanni non avrebbe saputo quasi nulla della vita di Paolina dopo il suo arrivo in Argentina, se lei non avesse tenuto un diario, in cui registrava le sue impressioni, i suoi incontri e le sue esperienze. Alfonso glielo consegnò; disse che quel diario aveva fatto uno strano percorso, finendo in mano di una ragazza che poi l’aveva fatto avere a un suo amico, del giro di Alfonso, che l’aveva conservato considerandolo una vera curiosità. Era scritto in italiano, infatti, e pertanto non era nemmeno completamente comprensibile. L’aveva tenuto nascosto, temendo che potesse contenere informazioni riservate o compromettenti sul movimento di opposizione alla dittatura; ma poi aveva dovuto constatare, leggendolo, che non c’erano in esso se non le aspirazioni e le passioni di una giovane piccola donna, pochi e conosciuti nominativi e soprattutto sentimenti, un profluvio di sentimenti che erano esposti semplicemente, candidamente, in modo spontaneo, senza la mediazione studiata dell’artificio letterario.
Glielo lascio, il diario, disse Alfonso, perché lei era suo amico e credo le volesse bene, se è venuto fin qui a cercarla.
Parlava di Paolina come di una persona morta. Quindi era questa la convinzione dei suoi compagni di lotte e di sventure.
Ho quasi paura di leggerlo, disse Vanni.
Deve farlo. Le spiegherà tante cose e forse finirà per trovare la chiave di tutto.
E se il tutto fosse così spaventoso da preferire non conoscerlo?
Se avessimo paura della verità non dovremmo nemmeno venire al mondo.
Vanni sapeva che Alfonso aveva ragione e si decise ad aprire quel diario e a leggerlo, sdraiato sul letto della sua stanza.
Il diario aveva una coperta di stoffa a colori vivaci, come quelli di una ragazzina. Il vecchio amico rivide Paolina in quell’oggetto. Lei che pareva sempre molto più giovane di quanto fosse in realtà, lei così spontanea, talvolta incoerente e un po’ folle. Non poteva immaginare però quale fosse il livello di sincerità, di perturbante sincerità, del suo contenuto.
Le prime pagine di diario raccontavano l’entusiasmo di una giovane donna che aveva finalmente trovato l’occasione per conoscere spazi e persone nuove.

Piano piano però s’introduceva nella mente di Paolina la consapevolezza dell’esistenza di una realtà che prima aveva conosciuto solo a distanza. Le sue nuove esperienze la mettevano a diretto contatto con il dolore vero, con le atroci creazioni che la vita e la natura avevano elaborato, come un beffardo regalo alla nostra specie. Quegli orrori della condizione umana che non aveva ancora avuto occasione d’incontrare nella sua vita precedente ora le si manifestavano senza schermi né reticenze.

Il reparto C dell’Ospedale degli incurabili era uno dei posti in cui probabilmente non avrebbe mai messo piede, se fosse rimasta in Italia.
Paolina era abituata a occuparsi di persone malate, certo, ma affette da malattie comuni o afflitte dal peso della vecchiaia. Non aveva mai osservato le aberrazioni che la natura si divertiva a costruire, nel suo inesauribile operare. La conoscenza di quelle forme che sembravano inventate da un demiurgo diabolico era un’esperienza che generava una profonda angoscia.

La frequentazione di ambienti che si collocavano ai margini della società la metteva in contatto anche con persone che si trovavano in stati di profondo disagio. Spesso queste persone non desideravano affatto che qualcuno si occupasse di loro. Gli bastava crogiolarsi nel degrado, tormentati da vizi che erano arrivati chissà come, e ai quali si erano affezionati.
Qualche volta si rischiavano reazioni violente. L’ubriaco che non voleva essere liberato dalla sua ebbrezza, il drogato che non voleva essere risvegliato dai suoi sogni e reso orfano delle sue allucinazioni.
Aveva senso poi riafferrare un essere precipitato in un fossato e restituirlo all’angoscia della normalità? Aveva senso gettare la luce di una torcia sugli occhi di chi ormai da tanto tempo si era assuefatto all’oscurità. Forse per questo le luci erano fioche nell’ospedale. Forse per questo si preferiva che le cose rimanessero nella penombra, se non in un’oscurità totale.
“L’ombra è una delle caratteristiche principali di questo posto. È come se si avesse paura di vedere chiaramente, di guardare in faccia quello che la natura può creare di più orribile. Quanti scarti dalla norma, quante divagazioni senza regole né limiti di quelle forze che dovrebbero produrre solo benessere e soddisfazione, amore per la vita!
Considerazioni sempre più desolate apparivano sul diario di Paolina.
“Mi chiedo come sia possibile che la natura sopporti tante deformità, che Dio lo consenta. Mi viene, sempre più spesso, il dubbio che esista davvero. Mi sento sola, così sola, dopo. A chi posso rivolgermi, a chi posso chiedere aiuto? Padre Soler mi sembra così occupato, sempre. È come se volesse distrarre la sua mente dalle nostre miserie per rifugiarsi in un mondo che lui solo conosce.
Il suo viso è triste. Appare come sfiorato da un velo di tenebra, che lo nasconde in parte…
Ho scoperto. Ho immaginato, immagino, fantastico forse. Lui non riesce a occuparsi di me, non mi può mettere in contatto con Dio, perché forse anche lui lo ha perso, quel contatto. Mi sembra che cerchi di alleviare le sofferenze macchinalmente, per abitudine. Lo fa come lo faccio io: è il suo lavoro. Io faccio una medicazione, perché è il mio compito, e lui fa lo stesso. Intuisco però che c’è qualcosa sotto, qualcosa di oscuro. Ho visto intenerirsi il suo sguardo, ma in un modo, in un modo che mi ha fatto sospettare. Possibile che quando accarezza i bambini? Non so cosa sia rimasto di sano, di pulito, in questa nostra vita. Il bene e il male si mescolano. Le sensazioni del nostro corpo, della nostra anima. Il bene… cos’è il bene? Mi sento sola. Mi sento terribilmente sola.
Ci sono i ragazzi, è vero. Gli studenti che vogliono impegnarsi in un tentativo di migliorare la vita. Sono ragazzi che credono che il mondo possa essere più giusto. Ce n’è uno, tra loro, che sembra illuminarsi ogni volta che parla. È alto, bruno e ha i capelli ricci. Si chiama Paco Rubini. Vedo che quando parla gli altri tacciono e lo ascoltano”.

Giunta in Sudamerica, così come Annalena Tonelli, negli stessi anni di un crudele Novecento, era giunta in Africa, Paolina si era trovata coinvolta in esperienze che l’avevano lasciata scossa e ne avevano accresciuto l’insicurezza. Le certezze che non erano state smussate né rimosse nello spirito di Annalena erano sempre più apertamente demolite nella più debole e incerta personalità della mia amica.
Vi fu un incontro che, più di ogni altro, contribuì a scuotere Paolina, rendendola consapevole dei lati oscuri della sua natura.
Così scriveva nel suo diario.

“Ho conosciuto un uomo, Carlos Henger.
Non so nemmeno se sia un uomo o un’allucinazione vivente.
Ha una luce negli occhi che sembra provenire da un altro mondo.
Abisso, profondità abissale. Ci sono uomini che attraggono e impauriscono, ma non riesci a smettere di guardarli. Sembrano fatti di una materia diversa da quella che costituisce i nostri corpi. Sono forti, la loro anima è più forte.
Faceva fotografie. Le ho viste. Erano immagini dalla luce violenta, che faceva risaltare i corpi e gli oggetti come se fossero più reali del vero.
Lui non parla solamente, impone le sue parole. Non so nemmeno dire se sia bello. Il suo volto ha una durezza e un’eleganza metallica. Pare scolpito, il suo taglio deciso non ha nulla di morbido.
Non voglio fotografare il tuo corpo, mi ha detto, io voglio raccontare la tua anima.
Tirerò fuori dalle tue immagini tutta la perversione che vi si nasconde, tutto quello che non immaginavi nemmeno che vi potesse essere.
Non lo immaginavo, forse, ma sospettavo che ci fosse qualcosa di oscuro, qualcosa che non avrei mai guardato in faccia alla luce del sole. Infatti lui, Henger, mi spalancò un mondo che esisteva solo in una dimensione lunare, che si avverava alla luce dei riflettori, riflessa da superfici argentate, diffuse da ombrelli di luce. La scena è importante, l’attrezzatura è fondamentale per costruire i sogni o quelli che chiamiamo incubi.
Questa mattina mi ha ripreso in piedi, prima, con lo sguardo inquieto, e spaventato. Poi mi ha strappato di dosso i miei vestiti leggeri.
Ha ripreso il mio corpo lasciando dei drappi ruvidi a ricoprire alcune parti, drappi di yuta o di canapa, mi è sembrato, poi mi ha lasciato completamente nuda, a tentare di ricoprirmi con le mani, con le braccia, a chiudere il mio corpo in abbracci che divenivano ai suoi occhi esplosioni di sensualità inespressa.
Regolava le luci, che erano esasperate, radenti.
Non voglio niente di falso, gridava, niente immagini patinate, da Playboy. Le mie immagini sono, devono essere, iperrealistiche. Forme tormentate, più potenti di quelle che gli occhi vedono nella realtà. È questo che eccita, questo che fa impazzire…

Inseguire il desiderio. Creare il desiderio.
Mi faceva entrare di notte nella sua casa. Era una villetta isolata, fuori città. Muraglie e capannoni industriali ci separavano dal mondo civile, Lì qualunque cosa sarebbe potuta succedere.
Ero attratta dal pericolo. Carlos aveva su di me un potere assoluto. Avrebbe potuto farmi e farmi fare tutto quello che avesse voluto. Tutte le sue più perverse fantasie avrebbero potuto trasformarsi in realtà, ma lui non faceva altro che riprendermi. Centinaia, migliaia forse, di foto che poi ho visto solo in parte realizzate.
Nient’altro che foto.
Era la stagione calda e ho trascorso le ferie in quella villa, di notte. Di giorno tentavo di dormire, cercavo di nascondere il mio corpo agli insetti”.

“È successo… è successo
Non ero sola questa notte.
Carlos ha fatto entrare nella stanza due uomini.
C’era penombra.
Li ho visti appena, a media luz.
Ero lì, nuda, piccola e magra.
Mi hanno sollevato come un fuscello e mi sono trovata in alto, sospesa tra i due corpi nudi, neri e giganteschi. Sentivo il loro forte odore, mescolato a uno strano profumo di bagnoschiuma.
Mi hanno rimesso giù, e hanno incominciato a leccare i miei seni e il mio ventre. Mi hanno sollevato di nuovo, poi sono entrati nel mio corpo.
Henger stava lì di fonte, guardava, e riprendeva.
Non so quanti minuti sono passati, quante ore.
Ho solo il ricordo del nero che mi prende da dietro, mentre l’altro aiuta Carlos a sfogarsi sulle mie labbra, dentro la mia bocca. E lui riprende, riprende, dall’alto, implacabile.
Ha finito due volte questa notte, la seconda volta ha voluto che fossero i miei piccoli piedi a dargli il piacere finale, mentre i neri si dedicavano alla mia bocca, al mio volto. Lui li pagava, ho visto che lui li pagava. Non provavano piacere. Non avevo neppure la miserabile soddisfazione di suscitare in loro un po’ di passione. Anche per loro, come per tutti gli artisti del porno, quello era un lavoro. Il desiderio era indotto, per un compenso miserabile. Strano come tutto questo produca denaro, come qualcuno possa aver bisogno di quei filmati, di quelle immagini, che per me sono invece pezzi di vita, ammesso che questa sia vita e non uno strano sogno. E Carlos crea il desiderio, anche il mio, che non resisto, che non ho voglia di oppormi, ma vorrei che il sogno non avesse mai fine, che si trasformasse in un piacere eterno”.

Fu Paco a liberare Paolina dal potere di Carlos Henger. Lei l’aveva scritto nelle sue pagine segrete. Il ragazzo aveva affrontato Carlos a viso aperto. L’uomo non aveva certamente timore di un giovanotto prestante ma ingenuo. Ebbe paura invece delle forze che lui rappresentava. Se gli studenti radicali e socialisti e, peggio, i montoneros gli avessero dichiarato guerra, Henger avrebbe dovuto emigrare, abbandonando le attività che gli consentivano di vivere una vita piacevole e di dominare tante piccole creature. Tutto quello che aveva costruito sarebbe sfumato in un attimo.
Forse il giovane era attratto da quella piccola infermiera bruna arrivata dall’Italia con tante illusioni e con tanta confusione nella mente. Lei gli si avvinse in un abbraccio che non dava tregua. Le pareva che lui fosse veramente l’angelo a cui sognava di appartenere e così avvenne.
“Chissà perché devo sempre incontrare amici più giovani di me!”, scriveva nel suo diario. Forse anche Vanni, il suo vecchio amore interrotto, rimaneva nel suo ricordo come una speranza non realizzata.

Cap. International Secret Agency

«Lei non lavora secondo le regole».
«Io non conosco queste regole».
«Questo per noi non è per nulla rassicurante».
«Sono i risultati a parlare per noi».
«Non so se ho il permesso di affidarle questo incarico».
«Lo chieda. Vedrà che non faranno difficoltà».
«Lei non è quello che si dice una persona molto raccomandabile».
«È proprio per questo che sono utile. Se fossi un funzionario in giacca e cravatta di qualche ufficio ministeriale di qualunque paese del mondo, dovrei osservare le leggi di quel paese e la legislazione internazionale; invece sono libero di seguire la mia legge e la mia morale».
«E quali sarebbero la sua legge e la sua morale?»
«Efficienza, efficienza, efficienza e… segretezza».
«Be, detto così, mi sembrano degli ottimi principi».
«Inoltre non c’è solo quello. Vorrei farle un esempio, se può valere e se ha un attimo di tempo per ascoltare la storia che le vorrei raccontare».
«Racconti pure».
«C’era una volta… Non pensi che sia una fiaba. Una storia come questa, insomma simile a questa, è avvenuta veramente.
Una volta Alfred Curreri, il boss di *** diede una grande festa nella sua villa di Santa Monica. La costruzione principale era collocata al centro di un enorme quadrato. A ognuno degli angoli, uniti alla casa da lunghi viali di terra rossa, c’erano fabbricati minori usati come avamposti, quasi torri di guardia che proteggevano il signore di quel regno da pericoli o molestie provenienti dall’esterno. L’area esterna della proprietà era fittamente alberata, un vero e proprio parco, mentre la villa aveva attorno uno spazio libero, per motivi di sicurezza.
Tra le persone chiamate espressamente per la serata c’era Jack Petrucci, un giovanotto che svolgeva vari lavori per Curreri, compreso quello di silenziare persone troppo ciarliere. È incredibile che ci siano tante persone che non la smettono mai di parlare, almeno fin quando sono vive.
“Jack is a good fellow”, disse Alfred, presentando Petrucci ai parenti. Molti però lo conoscevano già e soprattutto alcune delle signore, che però fecero finta di vederlo per la prima volta. Già, perché Jack era proprio uno che alle donne piaceva. Non aveva un aspetto raffinato. Aveva il naso grosso e le labbra tumide, ma lo sguardo era profondo e ammiccante e la voce calda e sensuale. Il fisico alto e robusto lo rendeva adatto alle attività fisiche estreme e apprezzato per le imprese amorose. Aveva ricevuto un incarico speciale proprio per quell’occasione, che avrebbe soddisfatto come sempre.
Le istruzioni erano precise. Doveva percorrere lo spazio che separava la casa dalla costruzione situata sul perimetro esterno del parco, una struttura in legno che aveva la funzione di area di relax, con sauna. Una volta entrato nella dependance, doveva aprire la busta che gli era stata consegnata, leggere il nome della persona da eliminare e procedere.
Jack eseguì l’incarico con diligenza: attraversò l’intera proprietà, raggiunse lo chalet, vi entrò, estrasse la pistola dalla fondina, aprì la lettera. La guardò per un attimo, poi inserì la canna in bocca e fece fuoco».
«Beh, questo è ammirevole».
«Ecco, queste sono le mie regole. La missione deve essere compiuta, costi quel che costi».
«Noi non le affideremmo mai un compito di quel tipo, signor Reni. Se quello che si racconta di lei è vero, sarebbe un peccato. D’altra parte credo che lei sia troppo intelligente per commettere un’imprudenza, come Jack. Non è una cosa simpatica andare a letto con la moglie del tuo principale, non è così?»
«So che molti lo fanno, ma certo non è un atteggiamento encomiabile».
«A nessun uomo che conta piace essere chiamato cuckold: è una questione d’immagine».
«Eppure ci sono quelli che pagano per essere cornificati».
«Non è il nostro caso, Reni. Noi le affideremo un incarico più tradizionale, e meno impegnativo».
«Di che cosa si tratta, se me lo può anticipare?»
«Di togliere le castagne dal fuoco a un nostro committente. Si tratta di un’agenzia importante, ma è un lavoro che non possono svolgere direttamente; non possono eliminare uno dei loro».
«E’ un collega quindi».
«Sì, ma è un pericolo per la nazione per cui lavora. Collabora con il nemico. Le bastano tre giorni per organizzarsi? Noi le sapremo indicare come e dove trovarlo».
«Tre giorni sono pochi, se il servizio deve essere svolto in una città, in mezzo alla gente».
«Non si preoccupi. Le faremo trovare l’uomo nel posto giusto e senza testimoni».
«Allora va bene.»
«Dovrebbe partire subito, Reni. Porti con sé l’occorrente per una gita in campagna, come se andasse a caccia. Il mezzo glielo forniamo noi».
«Mi serve un’ora di tempo».
«D’accordo. Si faccia trovare qui tra un’ora».

Lavorare per un’agenzia indipendente presenta i suoi vantaggi. Non ci sono gerarchie, valori etici , giuramenti e altre stupidaggini. Si lavorava, per così dire, in subappalto. Si svolgevano incarichi precisi, a termine, senza obblighi di fedeltà a uno stato o a un’organizzazione, a parte quella per cui si operava in quel preciso momento. I servizi dei paesi più rilevanti nel quadro internazionale non potevano rischiare di essere compromessi in operazioni illegali. Spesso interrogatori non convenzionali, pestaggi e omicidi erano svolti da persone o agenzie indipendenti. Nessuno avrebbe potuto accusare i servizi di uno stato democratico di tortura e omicidio, perché quelle attività vietatissime, ma irrinunciabili, sarebbero state compiute da personaggi ignoti, non identificabili, né qualificabili. Viva la democrazia, quindi, e le coperture offerte agli ordinamenti e alle strutture del potere occidentale da agenzie invisibili, sette e società segrete prive di colore politico, oscuri terroristi, mercenari senza gloria, delinquenti più o meno organizzati, Beati Paoli e Beati Pietri. Evviva l’internazionale del terrore e dell’orrore, uomini che ci si augura di non dover incontrare mai sulla propria strada e che, se proprio capita d’incontrarli, è meglio (molto meglio) girarsi dall’altra parte, facendo finta di non vederli.

Cap.

Julio aveva i migliori motivi per invidiare Paco. Di bassa estrazione sociale (era figlio di un pescivendolo), mentre l’amico proveniva da una famiglia agiata della borghesia intellettuale, era anche fisicamente svantaggiato. Mingherlino e di bassa statura, dall’aspetto cupo e dal carattere taciturno, faceva un singolare contrasto con Paco, che manifestava un carattere solare e travolgente, che si incastonava in un fisico atletico e naturalmente attraente.
Julio ammirava Paco, ne era come affascinato. Avrebbe voluto imitarlo, godere di riflesso almeno di una piccola parte del suo successo. Forse sperava di ottenere le attenzioni di Paolina, bassottina come lui: una piccola donna che non poteva certo sperare di interessare uomini attraenti e carismatici, un cagnolino che guardava con adorazione gli uomini, i veri uomini, e che non chiedeva altro che di lasciarsi abbagliare dalla loro luce o incenerire dalla loro fiammante e urente grandezza e superiorità.
Invece questa cosa incredibile si realizzò. Paco fu attratto per qualche misterioso motivo da quella piccola donna venuta dall’Italia, nemmeno giovanissima, lui che avrebbe potuto legarsi con qualsiasi attrice o modella, che avrebbe accettato volentieri una relazione con un ragazzo affascinante e di buona famiglia, uno che presentava tutte le caratteristiche di un futuro uomo di successo, nella politica o nelle libere professioni.
Tutto questo può capitare. Non è il nostro cervello a scegliere. I nostri sensi congiurano per renderci irrazionali e presentano il conto di un servizio non richiesto, che spesso ci costringe ad agire al di là dei nostri interessi, anzi in netta avversione con essi.
Il legame immediato che si stabilì tra Paco e Paolina aveva qualcosa di magico e oscuro. Nasceva dal desiderio di lei di essere affascinata da una personalità dominante e da quei piccoli particolari che lui forse individuava in quella sua minuta ammiratrice, che pareva quasi una bambina, malgrado la sua età non più adolescenziale da un bel pezzo.
Julio subì il sorgere della nuova coppia come un tradimento della natura. Attratto senza più speranze e tormentato dal segreto e verminoso erotismo della piccola infermiera italiana, maturò un doloroso e livoroso rancore, invisibile come le radiazioni delle scorie di una centrale a fissione.
Uno zio di Julio faceva parte della struttura militare. Era solo un sottufficiale, ma in certi corpi le figure intermedie hanno spesso un potere reale molto più consistente di quello che dovrebbe essere in teoria.
Il ragazzo riprese i contatti con quel suo pericoloso parente e ne divenne informatore. Ne conseguì che l’odio che provava nei confronti di Paco lo condussero a esagerarne la rilevanza politica e a immaginare un ruolo quasi dirigenziale nelle confuse formazioni studentesche di cui entrambi facevano parte. Non poteva immaginare quali sarebbero state le conseguenze della sua attività di delatore e quale tragico destino avrebbe riservato ai suoi amici.

Paolina vaneggiava nel suo diario sulle prospettive di quell’amore che le era piovuto dal cielo come una pioggia di primavera. Nella sua mente zampillavano fontane di miele e aromi di zagare. Il suo volto s’illuminava, irraggiato dalla sua immaginazione,
Frasi da romanzo rosa, ricordi delle carte trasparenti dei baci Perugina. Si sentiva ancora molto giovane e si comportava quasi da adolescente, come se l’immagine che lo specchio le restituiva fosse perfettamente adeguata alle sue disposizioni spirituali. Non rifletteva sul potere tenebroso e perfido della storia che incombeva sulla sua condizione immaginaria e che sottraeva certezze al suo futuro.
Qui però il diario di Paolina s’interrompeva; le informazioni su quello che avvenne in seguito Vanni le ricostruì in base alla testimonianza di Alfonso, da cui apprese le notizie più terribili.

I soldati rapirono Paco e Paolina alle 17,17 di un giorno feriale, quando ormai il calore delle manifestazioni si era dissolto e sembrava che la vita scorresse tranquilla. Il governo militare nascondeva queste attività di repressione delle opposizioni, di vario colore politico; le affidava perciò a militari, che le svolgevano di nascosto. Nessuno si accorse della Ford Falcon che si era fermata sotto casa, cupa, quasi invisibile nell’incipiente imbrunire. Un grosso animale acquattato nell’ombra, un oscuro animale spietato, pronto ad azzannare, a colpire in segreto la sua preda indifesa.
La bestia ingoiò i ragazzi, sorpresi nel sonno e resi inoffensivi. Un grosso pescecane col suo percorso di rapina, che era destinato a ripetersi in quei giorni oscuri.

I giovani catturati furono portati alla Caserma *** Ma lì i maschi furono separati dalle femmine,
Le ragazze furono caricate su un camion militare, bendate e legate, e iniziarono un lungo percorso che le condusse nelle campagne, in direzione della Cordigliera.
Le scaricarono in un’altra caserma, gestita da un ufficiale dei servizi segreti, un certo Ramon Pidal, che aveva perfezionato le tecniche di interrogatorio fino a quel momento usate, introducendo sistemi scientifici che servivano a dominare i prigionieri, rendendoli totalmente succubi dei loro carcerieri.
Aveva seguito un corso, tenuto da esperti francesi, ed era diventato a sua volta un esperto.
In ogni lavoro, per svolgerlo bene, bisogna arrivare a un livello di eccellenza. Ramon lo aveva raggiunto ed era pronto a rappresentare la sua parte in un incubo imprevedibile e impensabile, fino a quel momento.

Se non sei abituato alla violenza, la prima reazione è di stupore. Non riesci a credere che qualcuno possa deliberatamente farti provare dolore, tormentare il tuo corpo con scariche elettriche, massacrarti di botte solo per terrorizzarti, per piegarti, per convincerti che ogni resistenza è assolutamente inutile. Se non sei abituato al dolore, l’idea di essere costretto a provarlo ti terrorizza. Impazzisci quasi dal terrore, sai che non hai scampo, che quella prova sarà sempre troppo lunga, che supererà le tue capacità di sopportazione.
Poi la constatazione ancora più orrenda è quella del piacere, dello spaventoso e irrefrenabile piacere che i tuoi aguzzini provano nel vedere il tuo dolore e il terrore nel tuo viso, il tuo corpo che suda e trema, il tuo stomaco che si ribella e vomita succhi gastrici sul pavimento. E allora preghi e accetti tutto quello che ti propongono, faresti qualsiasi cosa per compiacere chi ha il potere assoluto su di te. Accetti di compiere le azioni più schifose e abbiette pur di far cessare quell’orrore, pur di interrompere quell’inimmaginabile sofferenza…

Paco rimase nella caserma di Buenos Aires, dove subì le attenzioni dei carcerieri, che cercarono di fiaccarne lo spirito, annientando la sua volontà e la sua coscienza. Il trattamento funzionò solo in parte. Il giovane giunse a odiare il suo stesso esistere e a pregare che gli dessero la morte. Non arrivò però a confessare alcun crimine, né ad accusare i compagni delle azioni ignominiose che i suoi nuovi e crudeli padroni gli suggerivano.
Il mondo che gli si offriva pieno di novità e sollecitazioni ora era scomparso, sostituito da un incubo dove al dolore che un dio malvagio aveva inventato per lui, si aggiungeva lo squallore delle celle e dei dormitori di un carcere militare. Resistette alle pratiche di tortura e umiliazione per pochi mesi, poi gli stessi torturatori si resero conto che insistere con lui sarebbe stato inutile. I suoi ricordi cominciavano a dissolversi in un continuum temporale dove i giorni e gli anni si erano come diluiti in un’assenza di consapevolezza. Non ritennero però opportuno liberarlo. Era un personaggio molto stimato nell’area studentesca e dotato di quel particolare carisma che costituiva la caratteristica più pericolosa che il regime potesse immaginare. Di lui non doveva rimanere traccia. Qualcuno decise di inserirlo in un elenco di persone destinate a scomparire nel nulla.

Nella cella in cui Paolina era tenuta prigioniera erano state sistemate cinque ragazze.

La punizione delle ragazze era diventata un rito. Arrivava sempre alla stessa ora. La vittima veniva spogliata completamente e legata strettamente, mani e piedi, ad un cavalletto, così da non potersi muovere. I militari incaricati della tortura osservavano con uno spaventoso compiacimento quelle forme dolci e indifese, che erano in loro completo potere. Usavano un frustino o un rametto flessibile e con quello colpivano la ragazza sulla schiena, sulle natiche o, con particolare insistenza, sulle piante dei piedi, che si torcevano per il dolore crudele e insopportabile. Il tormento poteva durare anche per ore, con lunghe pause durante le quali gli uomini, sovreccitati, scatenavano i loro istinti su quella pelle martoriata prendendo possesso dei corpi e acquistando talvolta il dominio delle anime.
Qualche volta, per rendere ancora più efficace la tortura e accrescere il piacere dei torturatori, le ragazze erano prelevate a coppie dalle loro celle e venivano condotte nella stanza degli interrogatori. Qui erano legate insieme a un palo di metallo, affrontate, le braccia dell’una intorno alla schiena dell’altra e torturate a turno con la corrente elettrica applicata alle parti più sensibili del corpo. In questo modo una, prima della prova, poteva vedere il tormento nel viso della compagna e sentire le sue urla uscirle dalla bocca con veemenza, insieme al fiato, che spesso il terrore venava di marcio.

Vanni si era sufficientemente informato su quello che era successo in Argentina negli anni Settanta e ne aveva ricavato una differente impressione. Pareva che in periferia alcune forze istintuali e alcune considerazioni di natura squisitamente commerciale avessero preso il sopravvento sulle iniziali motivazioni politiche, sull’asettica imposizione dei principi del terrore a un intero paese.
Pensava che la maggior parte dei militari che si erano resi responsabili di atrocità nei confronti dei giovani e meno giovani oppositori si sentissero come sacerdoti. Nella sua immaginazione li paragonava agli inquisitori domenicani. Solo che qui non c’erano anime da salvare, ma coscienze da distruggere, pericoli veri o presunti da eliminare.
Come i mistici inquisitori della tragica storia europea, quei torturatori non provavano alcun sentimento. Non la pietà, non il ribrezzo per la vista del dolore altrui.
Il loro odio era un odio fondamentalista nei confronti di tutto ciò che potesse opporsi al dominio del capitale. Non aveva nulla di umano. I prigionieri provavano l’allucinante sensazione di essere torturati da un robot e questo era uno degli aspetti più terrificanti dell’operazione. La disumanizzazione degli aguzzini disumanizzava anche le stesse vittime, trasformate nella loro essenza, ridotte al livello di cose. Erano oggetti viventi e sensibili, di cui si voleva distruggere la personalità, la capacità di elaborare idee e di fare progetti. Rimaneva ben poco di umano in chi riusciva a sopravvivere. Gli esseri sottoposti a quei trattamenti avevano un solo obiettivo: riuscire a sopportare l’insostenibile e sperare che il tormento durasse poco e non producesse danni durevoli.
La forma di tortura che i militari prediligevano era tecnologica e asettica, la picana. L’intervento umano era limitato ad assicurare la vittima al letto metallico, così che non potesse muoversi e sfuggire al dolore, né alleviarlo col movimento. Si gettava anche acqua sui corpi nudi, per favorire la trasmissione della corrente elettrica; ma la tortura vera e propria, la scarica elettrica, era prodotta da un generatore, da una macchina quindi. Gli uomini non facevano che accostare il terminale del dispositivo alla pelle bagnata e consentire che rilasciasse l’elettricità sul corpo. Naturalmente erano scelte le parti più sensibili al dolore, come i genitali, i capezzoli. Si doveva ottenere il massimo di efficacia col minimo sforzo. Non più aguzzini muniti di staffile o di gatti a nove code, non più tenaglie e punte arroventate. Bastava un moderno generatore di elettricità. Era l’attività perfetta per un militare dei nostri tempi, non più abituato a combattere all’arma bianca, a sopraffare il nemico in un corpo a corpo, ma abile nel premere un grilletto o un pulsante, nello scatenare l’inferno stando seduto davanti a un’efficiente e avanzata consolle, distante migliaia di chilometri dal teatro di guerra. Quando le aule oscurate, i magazzini squallidi erano imbevuti di terrore a sufficienza, molti dei torturati erano trascinati via per l’ultimo viaggio, quello verso l’annullamento fisico.

Non avveniva solo questo nella caserma in cui ebbe l’avventura di capitare Paolina. Qui da un lato l’affermazione del potere sadico, dall’altro la coscienza del valore di quella mercanzia privilegiata, costituita dalla giovane carne imprigionata negli squallidi dormitori militari paradossalmente assicurarono la salvezza a tante ragazzine. Quelle figlie di famiglia, non abituate alla quotidiana depravazione delle ragazze di vita, assumevano un fascino tutto particolare, che molti erano disposti a pagare a caro prezzo. Per questo motivo non furono uccise, come avvenne alla maggior parte dei desaparecidos di quella stagione di brutale affermazione del potere militare. Non si distrugge qualcosa che può valere denaro, tanto denaro.

Considerato che non potevano curarla in un ospedale, perché ufficialmente Aña non esisteva e non doveva trovarsi in quella sperduta caserma ai confini del mondo civile, decisero di lasciarla morire. Ma Aña non morì di cancrena; infatti i suoi aguzzini, per abbreviare i tempi dell’agonia, che avrebbe infastidito soprattutto loro, costringendoli a separare la ragazza dalle altre recluse e a occupare un lettino dell’infermeria, le troncarono le gambe di netto, appena sotto le ginocchia, e così la fecero morire dissanguata in un tempo molto più breve. Il sangue si sparse per la stanza e rimase sul pavimento anche quando il cadavere fu portato via. Le altre ragazze furono costrette a camminare con i loro piedi nudi e martoriati in quella enorme pozza di liquido brunastro, che presto cominciò a puzzare e ad attirare le mosche. Solo allora qualcuno decise di dare una pulita alla stanza. Le ragazze vennero momentaneamente traslocate in una delle camere in cui si svolgevano gli interrogatori e al loro ritorno ritrovarono una cella premurosamente ripulita, che odorava di sapone e di varechina.

La paura del dolore aveva lentamente cancellato parti della memoria di Paolina.
Disumanizzata dal trattamento atroce, era diventata una cosa, un oggetto che ognuno poteva usare, privata della sua individualità e della coscienza. Nella spersonalizzazione e nella perdita dei sentimenti che aveva provato verso le persone e verso il mondo, le rimanevano le pulsioni vitali fondamentali: il desiderio di mangiare, di defecare, di svolgere attività sessuale. Diminuì anche la sua sensibilità al dolore, tanto che gli aguzzini cominciarono a non provare più alcun godimento nel martoriare quell’essere abulico e incosciente, che ormai nemmeno più si lamentava, per cui finirono per lasciarla in pace, riservando le loro attenzioni alle ragazze nuove che erano arrivate in caserma, anch’esse catturate perché amiche o complici di pericolosi rivoluzionari.
Dopo qualche mese, alcune ragazze, le più fortunate, vennero portate lontano dalla caserma e rinchiuse in un’altra specie di prigione albergo, situata in aperta campagna, in un’antica struttura gesuitica restaurata e riadattata. Erano quasi libere, ma poche tentavano la fuga. La regione attorno appariva brulla e montagnosa e pareva disabitata per chilometri. Ad allontanarsi c’era il rischio reale di morire di fame e di sete o di rimanere vittima di qualche vagabondo assetato di sangue e di sesso. In quella specie di convento invece i letti erano puliti e il mantenimento era assicurato; poi si capì anche chi vi provvedeva.
Infatti, cominciarono ad arrivare, alle ore più impensate del giorno o della notte, alcuni personaggi, vestiti in maniera decorosa da campagnoli ricchi, ma qualcuno anche agghindato come i migliori damerini di Cordoba o di Buenos Aires, per ottenere il compenso del loro appoggio alla dittatura e del loro sostegno economico a quella specie di bordello segreto.
Esaminavano, non visti, le ragazze disponibili e facevano la loro scelta.
La ragazza selezionata (ma spesso quei depravati non si accontentavano di un’unica preda) era spogliata, ripulita e portata in una delle stanze destinate agli accoppiamenti. Per lo più veniva stesa sul materasso, bendata, e legata agli stipiti in legno del lettone a due piazze. Se il cliente lo preferiva, la vittima era tenuta in piedi, con le braccia legate agli anelli che pendevano dalle travi del soffitto.
Paolina fu una delle ragazze inviate al convento e lì si trovò a sperimentare i vantaggi e gli oneri di quel nuovo trattamento. Il suo stato mentale, però, risultava seriamente compromesso: parlava poco e male, per lo più in italiano. Infatti la sua più recente e terrificante esperienza l’aveva condotta al rifiuto di tutto quello che aveva appreso in Argentina e quindi anche dell’uso della lingua spagnola.
Pare che anche Lavezzi finanziasse il convento bordello e che approfittasse di quel servizio insperato, che riusciva a soddisfare molte delle sue voglie segrete e inconfessabili. Molto probabilmente ebbe a sua disposizione anche Paolina, che per le sue forme minute era apprezzata da chi voleva esercitare nei confronti della donna fantasie di dominio e da chi preferiva schiave dal fisico quasi infantile, come per soddisfare o forse esorcizzare nascoste predilezioni pedofile.
Così il sesso divenne abitudine e la permanenza in quella sorta di prigione confinante coi monti e col cielo si associò a un’illusione di normalità. Anche quella era vita, in fondo. Si mangiava, si dormiva, si lavorava (se quello poteva essere definito lavoro) e ogni tanto si rideva, ci si divertiva. Pareva che nessun altra modalità di esistenza potesse raggiungere quel mondo separato.

Cap.

Il bello del mio lavoro, pensava Reni, è che entri nelle vicende dalla parte giusta. Sei uno dei pochissimi a conoscere la realtà. Con la morte non potevano esserci ipocrisie. L’opinione pubblica, più o meno indirizzata dai giornali o dai politici, era condannata ad avere una visione parziale della storia. I servizi molto spesso, ma non sempre, accedevano ai percorsi, conoscevano i veri mandanti, le vere motivazioni.
Nella vita economica e politica del mondo esistono aree di realtà inconfessabile. Avere accesso a queste aree era pericoloso, ma divertente. Solo le persone come Reni potevano comprendere la forza dell’illegalità e la non eliminabilità del mondo dell’illegale. Le attività illegali finanziavano la vita politica, quella di molte primarie aziende. L’illegalità finanziava l’arte, la letteratura, lo spettacolo. Le operazioni gestite da organizzazioni segrete, superiori agli stati, non avrebbero potuto essere effettuate senza la presenza di forze illegali, di eserciti di addetti al crimine, di bande mercenarie che agivano nell’ombra e le cui azioni erano difficilmente interpretabili. Solo dall’interno si poteva capire la matrice di un attentato, di un assassinio politico, della scomparsa nel nulla di tante persone. Si poteva comprendere perché fosse necessario talvolta sacrificare un uomo, un gruppo, per tenere nascoste verità che non potevano essere rivelate alla gente comune.
L’importante comunque è, sempre, agire e restare in silenzio. Incredibile è la forza del silenzio. A volte è necessario anche dimenticare, le cose che non è utile siano ricordate.

Il nuovo incarico di Reni necessitava di un mare di pazienza, di osservazioni meticolose, di azzeramento emozionale. La macchina doveva essere organizzata; nulla poteva essere abbandonato all’improvvisazione, anche se poi la capacità degli attori di recitare a soggetto poteva sempre risultare utile, in caso d’imprevisto. Prima di tutto bisognava registrare tutto quello che risultasse vantaggioso e tutto quello che potesse apparire contrario. Apprendere, segnalare, valutare, determinare, attendere.

Cap.

Era una splendida mattina. Il Rio de la Plata scorreva in silenzio: un’inesauribile ampia distesa di argento liquido.
I pescatori che avanzavano lentamente, con la loro barca color dell’acqua, quasi incastonata nel cauto scorrere del fiume, sentirono il rombare verboso dell’aereo, che volteggiava quasi sopra di loro. Fu così che alzarono gli occhi e videro qualcosa che precipitava, come un fagotto scuro e oblungo.
il fagotto precipita nell’acqua, sollevando un ventaglio di spuma. Un grave, una massa cupa che taglia il liquido come un remo, che però non sprofonda, ma anzi stranamente torna in superficie. Così succede che i pescatori possono avvicinarsi con la barca e cercar di capire cosa sia stato gettato da quell’aereo che ormai vibra in lontananza, immerso nel terribile azzurro dell’aria.
Non ci vuole molto per apprendere che si tratta di un uomo, quasi un ragazzo, legato come un pacco postale e incosciente come un paziente che sta per essere operato. Solo che l’operazione è stata interrotta e il paziente è portato a riva, dove, in secco, giace una coloratissima barca da risistemare, e depositato in una baracca che i pescatori adoperano per conservare le loro attrezzature.
Gli uomini si affannano, liberando il giovane e deponendolo su un giaciglio di fortuna, dove da tempo immemorabile si adagia un vecchio materasso di crine vegetale. Il corpo non reagisce, ma debolmente respira. Non rimane da fare altro che lasciarlo riposare e sperare che si riprenda.

Antonio Pasquali si guardava intorno. Dall’apertura della capanna entrava il respiro del fiume, umido e caldo. Il pomeriggio assolato incombeva, assediato dal ronzare delle mosche. La corporatura tozza, come quella di un indio, e la schiena abbronzata, facevano assomigliare il pescatore a un nativo, anche se le fattezze del volto rivelavano le sue origini europee.
Un tanfo diffuso di pesce si addensava nella stanzetta, ricavata in quel rifugio di legno e lamiera, emanando dal deposito caotico di canne e reti, riscaldato dai raggi solari. Il giovane salvato dalle acque era disteso incosciente in una specie di covile, separato dalla stanza da una parete di fortuna.

Povero ragazzo, borbottò Antonio, come se volesse comunicarlo alla donna che lo osservava, seduta un paio di metri più in là. Lei era curiosa, desiderosa di sapere, ma non fece domande. Sapeva che il silenzio era la maniera migliore per ottenere risposte e confessioni. Gli uomini parlavano quando ne avevano voglia, non perché qualcuno li spingeva a farlo.
Lo hanno rovinato per sempre.
La donna abbassò lo sguardo. Aveva capito. Non era il primo caso di cui aveva sentito parlare. La tortura lasciava tracce indelebili sugli uomini e sulle donne. La vita dei sopravvissuti non sarebbe più stata la stessa.
Gli rimane un solo scopo nella vita, continuò Antonio.
E cosa gli resta da fare? domandò stavolta la donna.
Gli rimane una sola cosa: la vendetta.
Lo sguardo di lei si fece cupo. Ricordava tante cose, tanti avvenimenti, anche lei. Anche lei avrebbe dovuto vendicarsi, delle violenze, delle cinghiate, del disprezzo che lei, povera e gracile, aveva dovuto subire, fin da ragazza, dai maschi che continuavano a comandare, a imporre la loro legge, a var valere la loro superiorità fisica. Dominatori, violenti, sporchi, come sanno essere i ragazzi che vivono ai margini del benessere, esclusi e carichi di rabbia.
Guardava Antonio e ne ammirava quasi l’espressione soddisfatta. Era come se l’idea, l’immagine della vendetta, rappresentasse per lui un piacere. Il suo viso era teso, gli occhi fissi sullo scorrere del fiume. Pareva che osservasse con la mente il film di una straordinaria resa dei conti. Immaginava, sognava a occhi aperti.
Antònio!
Que quieres, Francisca?
Cosa poteva volere, lei, la povera Francisca Gomez, moglie dello scagnozzo di un proprietario terriero e poi amante di un pescatore, da un uomo che vedeva invecchiare e intristire, sovrastato, dominato dai ricordi?
Cosa devo preparare?
Voleva dire, devo preparare qualcosa per te, per noi o anche per il giovane che riposava in silenzio al di là del muro di paglia e lamiera?
Forse si sveglierà e mangerà qualcosa.
Altrimenti avrebbero mangiato quello che rimaneva l’indomani, lui e Francisca, tenendo il cibo in fresco nell’acqua fredda del fiume.
Così avvenne, infatti. Il giovane dormì per tutta la notte e iniziò a riprendere coscienza al sorgere del sole. Così, nella finta allegria di una nuova luce cominciarono ad apparire ombre e luci, sogni e rumori, allucinazioni uditive forse, oppure veri suoni: l’acqua che batte sulle rive, i remi che la solcano, i motori delle barche più moderne e robuste, le parole lanciate nell’aria ancora fresca del mattino.

Non ricordava il suo nome, o non volle dirlo. Tanto, a che sarebbe servito? Gli diedero un nome di fantasia, el Chimango, uccello frequente sul Rio de la Plata, in ricordo del suo recente volo e della sua discesa nel fiume.
Giorno dopo giorno, el Chimango recuperava le forze e trascorreva sempre più tempo con Antonio, pensando e discutendo, ognuno con la mente alle sue esperienze e alle prospettive di ripresa di un’attività politica e sociale che, al momento, sembrava veramente preclusa per sempre.

Sono un concentrato di vendetta, pensava Francisca, il ragazzo che non poteva più amare e l’uomo che ormai non sapeva più cosa fosse l’amore, uniti da una forza sorda, il desiderio di vendicare i torti subiti da loro e dai loro amici, dai loro conoscenti. Il mondo che conoscevano si era trasformato in un teatro rivestito da cupe cortine viola, in cui la scena era un prato macchiato di sangue rugginoso, dove corpi e spiriti erano stritolati da forze oscure, più potenti di un singolo volere umano.

Quando fu in grado di riprendere una vita normale, El Chimango incominciò a spostarsi con sempre maggior frequenza nelle aree circostanti. Nessuno sapeva dove andasse, né che cosa facesse.
Quando qualcuno chiedeva notizie ad Antònio, lui sosteneva che el Chimango fosse andato a caccia, il che era abbastanza probabile, visto che quella era l’attività principale della specie di falcone da cui aveva preso il soprannome.
Un giorno tornò con un cavallo, un bel cavallo baio, nervoso e intelligente. Non disse dove l’aveva trovato o come se l’era procurato. L’Argentina è piena di cavalli, rispose a chi gli poneva qualche domanda. Era bene per lui avere un mezzo di trasporto che gli consentisse di spostarsi velocemente, senza usare treni o automobili e senza lasciare tracce. Doveva essere certo di non imbattersi in qualche controllo poliziesco o militare. Gli amici della dittatura non gli avrebbero più consentito di rimanere in vita, se l’avessero nuovamente catturato.
Antònio rimase consolato, pensando che il giovanotto salvato dai pescatori aveva superato almeno in parte i traumi della tortura ed era in grado di cavalcare. A vederlo caracollare con disinvoltura con il suo nuovo amico quadrupede, pareva di rivedere le immagini di un vecchio telefilm, in cui un giovane difensore degli oppressi combatteva i cattivi lasciando sul loro corpo un segno simile alla zeta.

Cap.
Che schifo la vita, pensava l’uomo che avanzava lentamente a cavallo nella sera. Uomini e animali soffrono, si ammalano, muoiono nel dolore. Quando poi sono ancora giovani e potrebbero godere delle poche soddisfazioni che la loro esperienza consente, provocano tormenti agli altri o sono tormentati da qualcuno, per motivi futili, per banali convincimenti. Bisognerebbe lottare contro queste assurdità, contro le prevaricazioni, le violenze immeritate

Cap.

Alfonso fece conoscere all’ospite italiano un gruppo di amici. Erano quasi tutti maschi e maggiorenni, uomini che avevano lottato per abbattere le barriere sociali, contro la pesante discriminazione cui erano stati sottoposti i loro padri e che anche loro avevano conosciuto, in varie forme.
Es un compañero, disse Alfonso parlando di Vanni, che per la prima volta nella sua vita si sentì parte di una struttura, di un’idea, e ne era stranamente felice, quasi orgoglioso. Anche se riteneva di non meritare completamente quella definizione ottendo così la familiarità di quelle persone. Di fatto però ora era dalla loro parte, perché in quel momento si doveva fare una scelta e per sapere, per ottenere la conoscenza della storia, bisognava necessariamente recitare in un ruolo. Ma sapeva che difficilmente sarebbe stato sicuro e convincente. In Europa lo scontro sociale si era appianato. Chi non era ricco inseguiva sogni di ricchezza e voleva riservarsi la possibilità di raggiungere, con la politica, gli affari, gli imbrogli, lo stato sociale che vedeva all’orizzonte come un miraggio. Si era perso il sapore della lotta di gruppo. Tanti individui combattevano soli, ognuno con le proprie armi. Pochi ricordavano le divisioni politiche che si erano accese durante l’ultima guerra. In Italia anche gli anni di piombo avevano lasciato poche tracce; in gran parte del paese la lotta armata non aveva sviluppato fenomeni appariscenti e qualcuno non se n’era nemmeno accorto. Addirittura, dalla lotta di classe si era passati a una sorta di corporativismo di fatto, in cui lavoratori e imprenditori scoprivano di avere obiettivi comuni, espressi in maniera sotterranea da lobbisti di categoria. Lì invece c’erano ancora ferite aperte: lo si vedeva dalla durezza dei visi, dalla determinazione degli sguardi, dal ruvido parlare, in cui mancava ogni barlume di serenità.

Lì si vedeva l’odio. Odio di chi è stato umiliato, dopo aver subito gli svantaggi di una nascita sbagliata. Odio di chi ha subito violenze e torture, di chi ha visto morire le persone che amava o in cui credeva e desidera vendetta, solamente vendetta, perché solo la vendetta può placare torti di tale smisurata grandezza. Non si potevano accettare compromessi, anche se il compromesso dilagava nella politica ufficiale.
Diverso fu il comportamento dei politici di professione e quello della gente della strada, soprattutto nelle aree periferiche. Così ci fu un gruppo, la maggioranza, che scelse la trattativa, l’impegno politico, un’opposizione pacifica, come quella che si era realizzata in Europa, e altri che si riservarono di svolgere azioni isolate di giustizia, che la dirigenza politica avrebbe in qualche caso coperto.
Si sapeva che alcuni personaggi erano indifendibili e che probabilmente neppure le autorità del nuovo paese democratico avevano intenzione di proteggerli con tutto l’impegno necessario. In fondo, si sapeva che molti odi, che molti contrasti avevano molto più carattere personale che politico e che non si potevano prevedere e bloccare in anticipo le vendette individuali.

D’altra parte, quelli che non accettavano di favorire il processo di pacificazione del paese insistendo con manifestazioni di violenza peccavano, diceva Alfonso, di poca intelligenza politica. Significava volersi autoemarginare in una realtà in cui la gente chiedeva soprattutto tranquillità e sicurezza.
Una volta sarebbero stati considerati eroi del popolo, ora finivano per essere giudicati degli imbecilli, soprattutto dalle nuove generazioni, quelle che scommettevano su una lotta condotta con strumenti solamente politici e magari aspiravano a fare carriera, proprio in politica, nelle formazioni più popolari e diffuse.
Eppure un eroe c’era, almeno in quei territori di campagna, uno che non si faceva mai vedere a volto scoperto. Lo chiamavano El Limpiador. Vanni lo immaginava nelle vesti di Zorro, bello ed elegante, con un ampio mantello e una maschera che ne nascondeva il viso.
Le donne lo adoravano, ma lui pareva insensibile al loro fascino, investito com’era di una missione sublime, quella di vendicare i soprusi subiti da un’intera classe, da un’intera generazione.
La prima volta che Vanni lo sentì nominare chiese ad Alfonso se il nome fosse quello di un’impresa di pulizie. Lui si mise a ridere. «È uno che pulisce, infatti» disse. «Adesso che Videla riposa e invecchia in carcere col suo crocefisso, che non ho ancora capito a cosa serva, se non lo spinge nemmeno a pentirsi dei suoi delitti, El Limpiador cerca di ripulire il paese dai pesci piccoli».
«E li annienta a colpi di ramazza?»
«Non credo. So che sa usare molto bene il fucile, ma anche la corda».
«Fa il lavoro del boia, allora!»
«Più o meno. Io non credo a questo tipo di soluzioni, ma bisogna comprendere lo stato d’animo di questa gente. Durante la dittatura, in quegli anni d’inferno, molti padroni aiutarono i militari nella repressione e non furono migliori di loro. Di solito preferivano le frustate alla picana, ma la sostanza non era diversa».
«Non si sa chi sia veramente?»
«No, proprio come Zorro».
«Lascia il segno anche lui?»
«No, anzi non rimane nessuna traccia del suo passaggio. Ogni tanto qualcuno scompare, e allora si dice che sia opera del Limpiador, ma non si sa cosa ci sia di vero».
«Allora si comporta proprio come i responsabili del regime militare. Anche allora la gente scompariva».
«Sì, credo che sia una giusta reazione, anche se ormai dovrebbero tutti cominciare a riflettere e a pensare al futuro. Tanto i morti non torneranno più in vita».
Era un’espressione carica di amarezza quella che appariva nel suo volto. Le pieghe che rendevano drammatica la sua espressione erano forse segni del dolore che aveva colpito tante famiglie in Argentina negli anni cupi della “riorganizzazione nazionale”. Tutti avevano un parente, un amico o un conoscente che in qualche misura aveva sofferto fisicamente o psicologicamente l’azione repressiva di quel governo, di quei salvatori della patria che avevano estromesso dal potere Isabelita Peron, personaggio criticabile e profondamente incapace, ma che sarebbe stato opportuno rovesciare con la forza della ragione, anziché con un golpe militare.

Era una vera e propria riunione operativa quella a cui Alfonso Barriales fece partecipare il suo nuovo amico italiano. Bisognava decidere se accettare il compromesso e scendere a patti col capitale, che ora aveva la faccia degli investitori stranieri, forse meno beceri dei latifondisti locali, ma altrettanto decisi a far valere i loro interessi, oppure riprendere le armi e conquistare quel potere che i nemici non avevano mai veramente abbandonato nelle mani scure dei bracciaqnti e degli operai.
Le opinioni erano diverse, ma tutti sapevano che non si potevano mettere dei cerottini su una ferita profonda e infetta.
Non ci può essere nessun accordo se prima non ci sarà una resa dei conti, disse Ramon Quevedo, che sedeva proprio di fronte a Vanni, che lo guardò con attenzione. Era un bell’uomo di circa quarant’anni, bruno, dal viso affilato e dallo sguardo profondo. Vanni pensava che quel viso sarebbe stato bene stampato sulle magliette, come quello del Che.
Molti altri erano del parere di Quevedo.
«Bisogna venirne fuori» disse poi Alfonso, «uscire dalla logica della vendetta. È un atteggiamento che non porta da nessuna parte. Bisogna invece impegnarsi nella lotta politica, sottrarre la scena ai peronisti, che avevano avuto i loro morti ed erano stati soffocati dai fumi violenti della dittatura come le forze che si richiamavano al socialismo».
«Ti hanno comprato! Sei diventato come gli altri, come quelli di città» gli risposero. Poi votarono per alzata di mano e prevalse la linea di Quevedo.
Vanni preferì non esprimersi. In fondo non conosceva la storia pregressa di quella gente, anche se poteva immaginarla. Era portato a schierarsi con Alfonso, ma sapeva che la voce della ragione è quasi sempre messa in minoranza e che a nulla vale cercare di far ragionare teste che non hanno nessuna intenzione di cambiare parere.
Qualcuno raccontò che alcuni dai vecchi padroni del vapore avevano intenzione di usare bande di vigilantes per bloccare sul nascere ogni possibile vendetta, agendo d’anticipo.
Si decise, a maggioranza, di restare armati, per le irrinunciabili esigenze di una difesa personale, che appariva necessario garantire.
Qualche giorno dopo, a far precipitare la situazione fu l’omicidio di un possidente, per una questione di donne, si diceva.
Alfonso organizzò una nuova riunione del suo gruppo segreto, e volle che Vanni lo accompagnasse. Forse desiderava che una voce esterna potesse essere testimone degli avvenimenti e che fosse in grado un giorno di raccontarli, in modo che non potessero essere distorti da qualche voce ufficiale.
Anche in questa riunione il gruppo capeggiato da Quevedo riuscì a imporsi. Non c’erano solo maschi in quel consesso. Si voleva che tutti partecipassero alle decisioni e le donne, piccole e brune, dalle fattezze chiaramente indie, erano tra le maggiori sostenitrici di un’azione preventiva contro i vigilantes. Non dimenticavano le violenze subite e il potere assoluto che i padroni avevano avuto sulle loro madri. Anche il sangue femminile ribolliva, sotto la pelle bruciata dal sole della campagna.
Vanni aveva l’impressione che, in quella terra così lontana dall’Italia, si sviluppassero delitti e vendette simili a quelle che avevano spesso insanguinato il nostro Sud. Lì, fuori dall’influenza mitigatrice delle città, covavano sordi rancori, in un mondo contadino che tanto assomigliava a quello di un nostro recente passato. Se poi ci si rifletteva bene, pareva che anche la gente, quel miscuglio di razze mediterranee e indie, non fosse poi molto diversa da quella che una volta abitava i nostri campi. Le facce cotte dal sole e i visi duri e decisi non sembravano forse quelli di tanti nostri vecchi contadini e pastori di Sicilia, Calabria o Sardegna? In fondo l’uomo è forgiato a immagine e somiglianza della vita che conduce, appesantito dal cibo di cui si nutre, reso bronzeo dalle radiazioni del sole e dalla brutalità delle intemperie, pallido dalle nevi che imbiancano le città del Nord.

Le cose stavano complicandosi in quel territorio lontano dagli sguardi del mondo.
Chi avesse volato a bassa quota come un drone, in una notte tiepida e profumata, avrebbe indovinato le sagome di due uomini che camminavamo sotto la luna, su di un sentiero difeso da una lunga e folta siepe. Tutto pareva raccontare serenità, anche le stelle che nelle città non si vedevano quasi più, offuscate dall’oppressiva luminosità della nostra realtà tecnologica.
Improvvisamente, si sentirono dei rumori e alcune voci soffocate, paurosamente vicine.
Qualcuno correva dietro la siepe. Alfonso fece un chiaro segnale, invitando Vanni al silenzio. Sarebbero stati in pericolo di vita, se li avessero scoperti. I due uomini si stesero al suolo, dove l’ombra non consentiva alla luce lunare di penetrare tra i cespugli.
In lontananza si udirono cavalli nitrire. Poi un forte rumore di zoccoli. Qualcuno accorreva. Poi i rumori superarono i due amici celati dal fogliame e si dispersero nella notte.
Qualcuno raccontò più tardi che c’era stata a San Luis l’incursione di un kommando di vigilantes, che speravano di catturare El Limpiador, insieme ai capi di un movimento rivoluzionario che stava riorganizzando le sue bande armate.

Probabilmente arrivò una provvidenziale soffiata e l’operazione si concluse senza un nulla di fatto. Il vendicatore del popolo oppresso restò invisibile e così pure i compagni di Quevedo. Le donne rimasero chiuse in casa e le uniche persone catturate e poi rilasciate dai paramilitari si rivelarono innocui contadini, che se la cavarono con un forte spavento.
Le fazioni però avevano ripreso a pattugliare il territorio, cercando di far credere di averne il controllo esclusivo. Tutti ricominciavano a guardarsi le spalle.

Ormai Almudena appariva compromessa. Non poteva più tornare con Lavezzi. I compagni di Alfonso le trovarono una sistemazione a Cordova, dove una semplice casetta di periferia, poco appariscente, può risultare un nascondiglio quasi perfetto.
Appena gli fu detto dove abitava, Vanni andò a trovarla, per trascorrere qualche giorno insieme.
Lei era sempre più coinvolta dalla loro relazione. Quando facevano l’amore, si aggrappava al partner, come se volesse diventare un’unica realtà con il suo corpo, che certo non la rifiutava, ma quasi la temeva. Il suo compagno era come stupito di quella dedizione, di quel voler aderire, pelle contro pelle, o meglio cellula contro cellula, e distaccarsi quasi a fatica, con rincrescimento o dolore, col timore che più non si ripresentasse quell’occasione. Troppi uomini erano scomparsi dalla vita di Almudena, a troppi aveva dato se stessa, le sue speranze, le sue paure, e ora viveva nel terrore che ogni storia comportasse separazione, forzato distacco, assenza di un’aderenza disperatamente desiderata e poi desolatamente conclusa impossibile come mai avvenuta morta defunta sotterrata precipitata in abissi di sconforto e malinconia sfiducia immensa inesauribile improponibile ogni altra sensazione o speranza per niente per niente
Un giorno, dopo pranzo, andarono in giro a vedere un nuovo quartiere, di quelli che sorgevano all’improvviso, tra i ruderi delle case più vecchie, in mezzo alle macchie e ai cespugli. Così si fermarono stanchi per qualche minuto, baciandosi come ragazzini davanti a una costruzione in rovina con una concavità che la rendeva simile a un’abside, imbiancata ma resa scura dall’ombra.
Era un pomeriggio grigio, foriero di tempesta, in cui il sole battagliava per guizzare inatteso dalle nuvole, da cui lanciava raggi come dardi, di una violenza insospettabile.
Guarda, guarda, che bello lì, lontano lontano, gridò quasi Almudena, indicando col braccio un punto preciso, in cui, col muoversi della nebbia, o meglio di quella strana nebulosità che appariva in lontananza, nel vuoto lasciato tra due muraglie diroccate, si rivelavano immagini sempre diverse. Dapprima apparve una costruzione, poi qualcosa che sembrava una cupola, infine altri particolari che comparivano e si disperdevano, in quel minuto mostrarsi in cui le cose pareva si divertissero a manifestarsi in modo evanescente, quasi a voler suggerire la vacuità e l’indeterminatezza della realtà che comprendeva persone e cose.
Ben presto le avvisaglie di maltempo divennero raffiche di vento e scrosci di pioggia, che obbligarono i due innamorati a trovare un rifugio provvidenziale in una casa in costruzione, dove s’intrufolarono attendendo la fine della furia atmosferica.
Tornarono poi nella casetta periferica, stanchissimi, quasi sconvolti dalle visioni incerte di quel pomeriggio. C’era una strana sensazione nell’aria, come se un fuoco appena spento continuasse a riversare un fumo denso e acre. Qualcosa di strano, di strano e sgradevole. Poi entrambi cedettero al sonno.

Vanni fu svegliato nel cuore della notte. Ripensandoci, a distanza di tempo, tutto quel che accadde gli apparve come una rappresentazione molto ben organizzata, che doveva produrre sgomento, una sorta di azione terroristica, mirante a convincere e condizionare.
Entrarono in casa senza fare alcun rumore e se li trovò di fronte all’improvviso: loro e le loro maledette luci abbaglianti.
Non capì quanti fossero, né cosa fossero. Avevano delle uniformi paramilitari, una specie di tuta mimetica, senza simboli, mostrine o stellette, che potessero essere fatte risalire a qualche corpo militare esistente. Vanni fu portato subito nell’altra stanza e fu costretto a vestirsi in fretta, ma alcuni rimasero nella stanza da letto.
Lui ebbe paura per Almudena e ne aveva ben ragione. Mentre gli legavano le mani, la sentì gridare.
Lasciatela» urlò; ma subito dopo qualcuno gli chiuse la bocca con una striscia di nastro adesivo, avvolta più volte anche attorno al collo, tanto che temeva volessero strozzarlo.
Certamente gli uomini del commando non dovevano essersi fatta sfuggire l’occasione che si era presentata. Almudena era nuda sotto le lenzuola e la sua vista doveva essere sembrata un invito a cui non era possibile sottrarsi.
Gli uomini si dettero il cambio nel sorvegliare il prigioniero e a gruppi si avvicendarono nella camera.
Almudena continuò a gridare per un po’, poi, suo malgrado, dovette arrendersi al desiderio dei suoi violentatori e alla sua stessa natura.
Quando finirono spinsero Vanni fuori dal salottino. La porta della camera era aperta e lui vide Almudena legata alla testiera del letto. Era abbandonata e in parte ricoperta dal lenzuolo, pareva esausta, ma attraverso il telo bianco si percepiva il movimento della respirazione: dunque era viva e questa era già una buona notizia.
Gli uomini in uniforme trascinarono l’italiano fuori di casa. Era buio fitto e solo alla luce delle torce lui vide un suv che aspettava. Lo caricarono dentro e lo bendarono.
La paura gli toglieva quasi il respiro. Non aveva idea di cosa desiderassero da lui quelle persone. Cominciò a temere di essere portato in qualche caserma o in una fazenda isolata per subire un interrogatorio e lo terrorizzavano soprattutto le probabili torture connesse. Non era abituato a subire alcuna forma di violenza e sapeva che non avrebbe potuto reggere per molto tempo a qualunque tipo di tortura.
Il mezzo fece un numero impressionante di giri. Vanni non poteva vedere nulla, ma capiva che si svoltava a destra o a sinistra per la forza che spingeva il mio corpo nell’una o nell’altra direzione.
Capì che si erano immessi alla fine su una lunga strada in cui la macchina acquistò velocità e dopo un tempo che sembrò interminabile svoltarono a destra. La macchina andava meno velocemente e alla fine si arrestò. Il prigioniero fu spinto fuori dall’auto. Sentiva l’aria fredda del primo mattino e un forte odore di erba tagliata di recente. Dovevano essere in aperta campagna. Poi uno dei sequestratori sciolse la benda. L’uomo si trovò davanti a una scaletta appoggiata alla fiancata di un aereo. Gli dissero di salire, poi gli rimisero la benda.
Appena Vanni fu seduto, il velivolo cominciò a ronzare. Percorse un primo tratto di pista, poi si girò e iniziò la corsa per il decollo. Salì un po’ troppo velocemente e il prigioniero provò un certo disagio. Era abituato ai decolli meno spericolati dei piloti di linea. Ma oltre al malessere provava una gran paura. Temeva che quei delinquenti lo buttassero giù dall’aereo, legato com’era, e che sarebbe diventato uno dei tanti desaparecidos politici. Invece si disinteressarono di lui. Evidentemente l’ordine era un altro. Così Vanni riacquistò un po’ di fiducia: pareva che non dovessero ucciderlo, almeno non durante il volo.
L’angoscia però riprese ad aumentare, per colpa della lunga durata del viaggio. Vi fu un atterraggio, che però doveva essere solamente uno scalo, una breve pausa, dovuta alla necessità del mezzo di rifornirsi di carburante. Vanni non aveva idea di quale fosse la destinazione e temeva che all’arrivo avrebbe trovato ad attenderlo un plotone di guardie che lo avrebbe condotto in un luogo di detenzione lontano dalla civiltà, in qualche paese sperduto del mondo andino, in un crudele labirinto dove avrebbe finito col perdere la ragione e la vita.
Invece l’aereo ripartì e continuò a procedere per un tempo che sembrava non dovesse mai terminare. La giornata doveva essere calma, perché non vi furono scossoni dovuti a colpi di vento. Pochi vuoti d’aria, pochi gli attimi di agitazione che sembrava di percepire nel tono dei militari (perché tali parevano essere) che avevano sequestrato l’italiano. La strana pace del volo, in cui gli aerei imitano la natura, il quieto planare degli uccelli, non il battito ritmico dei vagoni del treno che percorre i binari, non il moto incerto e sussultorio delle onde solcate da un battello, solo una corsa nell’aria, dove il gas si oppone con un minimo attrito al pesante mezzo che lo attraversa. Qualcosa che sembra impossibile, una delle tante cose impossibili che l’uomo aveva realizzato, dopo tanti vani tentativi.
Dove stava andando l’aereo: Brasile, Bolivia, Equador, Perù o ancora più a nord verso la Colombia? Stranamente il suo senso di orientamento tendeva a escludere che la rotta fosse a sud, in Cile o Patagonia.

Finalmente l’aereo iniziò a ondeggiare, il che fece presumere a Vanni che si preparasse a scendere su una pista. Non passò molto tempo, perché si sentisse nuovamente il terreno irregolare di una pista imperfetta.
«Siamo arrivati» disse qualcuno.
Il portello si aprì e arrivò una ventata d’aria diversa, sottile. “Siamo in altura”, pensò Vanni. La testa gli girava un po’.
C’era un odore particolare, di erbe sconosciute, che aumentò mentre scendeva la scaletta del velivolo. Era sempre bendato e una persona lo spingeva tenendolo perché non cadesse. Fece pochi metri, poi sentì il suono del motore di un veicolo pesante, forse un camion o un blindato. Partì quasi subito e percorse una strada che, a giudicare dai sobbalzi, doveva essere un viottolo di campagna. Dopo qualche minuto la strada divenne più agevole e il mezzo si mosse più velocemente.
Ci volle una buona mezz’ora perché si fermasse. Qualcuno scese e si udì un rumore di ferraglia. Sembrava quello di un cancello che strideva.
Un altro piccolo tragitto e questa volta la fermata definitiva.
La benda fu sollevata e Vanni fu fatto scendere. Anche le sue mani non erano più legate dietro la schiena.
Davanti a lui si ergeva una villa che pareva quasi un ampio albergo. Bianca e rosata, con un porticato esteso, retto da numerose colonne colorate, e un patio all’interno, elegante e pulito come una scenografia da film.
Gli accompagnatori in divisa lo portarono su per una breve scala in una stanza al piano superiore, dove li attendeva un uomo alto e robusto, dalle spalle larghe e dal viso che pareva uscito da un fumetto d’azione.
«Se ne torni in Italia, signor Quero» esordì l’eroe dei fumetti.
«Lei è italiano?» chiese Vanni.
L’uomo non si scompose e non urlò che era lui a fare le domande. Voleva che quell’incontro non sollecitato da Quero apparisse come un tranquillo colloquio tra persone civili.

«Ho un passaporto polacco» rispose, «ma non ha molta importanza nel nostro mondo. Conosco bene l’Italia e ho abitato nel suo paese per diversi anni. Lì c’era tanto da fare e abbiamo fatto un buon lavoro, anche se il paese ogni tanto crea qualche problema» proseguì.
«Lei pensa che sia il denaro il motore della storia. Pensa che siano le ideologie, i capitali? Niente di tutto questo. Il vero motore è l’odio.
Se la gente ha un nemico, non capisce nient’altro, va contro la logica, contro la verità, contro il suo stesso interesse, pur di combattere e sconfiggere il nemico, quel nemico che odia.
Questo è il nostro compito: creare nemici, dividere i gruppi: nazioni contro nazioni, ideologie contro ideologie, religioni contro religioni. In Italia è facilissimo, perché gli italiani hanno il complesso di Mussolini. Appena trovano un capo, fanno di tutto per abbatterlo. E’ così dai tempi di Giulio Cesare».

«E’ il vostro compito? dice, ma voi chi siete, cosa siete?»
«Noi non abbiamo nome» rispose. «O meglio, ognuno di noi ha un nome provvisorio o un numero con cui viene indicato. Il mio nome attuale è Andrew Wielopolski, ma nemmeno io ricordo bene quale sia stato il mio vero nome, e se lo ricordassi non dovrei rivelarlo. Molti di noi sono stati allevati in un campo, non hanno mai conosciuto i loro genitori, forse non ne hanno mai avuti. Obbedisco al mio capo, che a sua volta obbedisce al suo, che io non devo conoscere.
«Si è mai chiesto chi diriga tutta l’organizzazione?»
«Sì, tante volte, ma non ha senso chiederselo. Le cose vanno in questo modo e sono gestite così per il bene dell’uomo e del mondo. Questo è quello che ci hanno detto e so che chi mi ha insegnato a vivere e a combattere ha ragione. Provi un po’ a pensarci. Cosa farebbe la gente comune senza un governo che pensasse al suo futuro? Nella costituzione del suo paese hanno scritto che “la sovranità appartiene al popolo”: è una evidente stupidaggine; ma le parole successive “che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” dimostrano che già chi ha scritto la costituzione pensava che la sovranità popolare fosse solo un principio, da applicare cum grano salis, e che in realtà il potere dovesse essere esercitato da persone selezionate, da intellettuali e leader che il popolo sarebbe stato invitato a eleggere, immaginando che fossero i più qualificati per occuparsi del bene pubblico. Insomma, la democrazia apparente era già alle origini un’oligarchia, e non poteva che essere così.
Come potrebbe il popolo decidere su problemi complessi, che necessitano di profonde conoscenze economiche e scientifiche, su cui spesso anche gli esperti manifestano dei dubbi?
Fanno parte del popolo persone che hanno come unico interesse andare a cena con gli amici, altri che pensano solo a trovare nuovi partner sessuali. Ci sono quelli che sono soddisfatti solo dal gioco d’azzardo. Chi trova conforto nella droga, chi nella religione, chi nel fare carriera o nell’accumulare denaro e beni materiali. Come pensa che deciderebbe questa gente, questi piccoli egoisti dal cervello limitato, se fosse veramente libera di soddisfare i propri interessi? Solo pochi hanno la cultura e la competenza necessarie per sollevarsi al di sopra di questi piccoli obiettivi contingenti e per indirizzare l’insieme del popolo verso un generale progresso.
Per questo dobbiamo essere noi a garantire la governabilità del mondo, a gestire la rabbia, l’insoddisfazione, a indirizzarle verso gli obiettivi che di volta in volta indicheremo».
A Vanni venne in mente un’obiezione sostanziale e la propose.
«Come può il vostro gruppo, qualunque sia il suo nome o la sua origine, essere certo della direzione da imporre ai popoli, del flusso corretto in cui inserire l’azione dei governi?»
«Veda il nostro lavoro come progetto, che come tutti i progetti costituisce sempre una scommessa, perché nel mondo e nella sua storia sussiste sempre qualcosa di aleatorio, una componente casuale, la possibilità di uno scarto, di una variazione. Occorre un modello che ne tenga conto, che sia in grado di fagocitare la mutazione, l’errore, la follia.
Credo che sia sempre più difficile oggi tener conto di tutti gli elementi, anche a causa della straordinaria e crescente velocità con cui le cose accadono, o della contemporaneità virtuale delle azioni, dei messaggi, delle reazioni.
I nostri modelli riescono a resistere a qualsiasi variazione imprevista, mediante l’elaborazione di soluzioni alternative, sono idonei a fornire risposte in tempi infinitamente brevi. Possono interagire con il movimento continuo e iperveloce delle idee e degli avvenimenti.
Lei potrà combattere e anche vincere, ma non potrà mai avvicinarsi di un solo centimetro alla verità».
«Io ci credo nella verità, in una verità che può essere velata, rielaborata, reinterpretata, ma che alla fine emergerà, in un modo o nell’altro».
«Se nessuno la conosce, come potrà esistere la verità? Rimarrà un principio astratto, ma alla fine la verità è quella che viene scritta sui libri o sui giornali. Lei mi dirà che in questo modo ce ne saranno tante di verità, ma che dal confronto tra queste si potrà scegliere. Ma è proprio questo che vorrei farle capire. Si tratterà di una verità scelta, di quella che più si avvicina alle sue convinzioni, ma non avrà mai la garanzia che sia l’unica possibile».
Purtroppo la sua logica era stringente. Nemmeno lui conosceva tutti gli aspetti della realtà, e non ne faceva mistero.
«È un percorso, quello verso la verità, che non è riservato a tutti. Capita qualche volta di venire a contatto di qualcosa che non dovrebbe esistere, l’irrazionale, quello che la scienza non può sperimentare. È il contatto con la verità. Noi conosciamo solo questa nostra limitata realtà materiale, con le sue regole, la sua logica, le sue dimensioni. Misuriamo con la matematica, vorremmo misurare anche quello che non è misurabile».
«Potrebbe essere il sogno a farci percepire un’altra realtà?» chiesi.
«Il sogno è solo un riflesso: serve a farci supporre realtà e logiche diverse dalle nostre. La percezione di una realtà alternativa avviene in uno stato di veglia o semmai di confine tra sonno e veglia. È quello che chiamiamo magico, miracoloso; è quello che giudichiamo inspiegabile e che rifiutiamo razionalmente, fino a convincerci che il fenomeno non si è presentato davvero, che è dovuto a un inganno delle nostre capacità percettive o alle manipolazioni di un prestigiatore».
«Io non voglio raggiungere la verità» disse Vanni. «Non voglio capire chi ha ragione e chi ha torto. Io stesso ho sempre avuto milioni di dubbi e non credo che sia possibile trovare soluzione a fenomeni che non possono nemmeno essere verificati. Voglio soltanto sapere dove si trova Paolina, dov’è andata a finire la mia amica, voglio sapere se è ancora viva».
Voleva aggiungere che avrebbe voluto aiutarla, lui che l’aveva abbandonata a se stessa, ai suoi desideri e ai suoi fantasmi, che non aveva avuto il coraggio di offrirle il suo braccio, lasciandola in balia della corrente. Voleva parlare di rimorso, di rabbia verso se stesso, verso la sua vita fredda e sterile, ma non disse niente. Pensò che Wielopolski probabilmente sapeva già tutto, che era in grado di leggere i suoi pensieri e le emozioni sul volto. In quel momento pensò di trovarsi di fronte a un emissario di Dio.
L’uomo abbozzò una specie di sorriso e riprese a parlare.
«Io sono sicuro che lei riuscirà a trovarla, signor Quero, se è solo questo che desidera; però deve giurare che poi tornerà in Italia, senza intromettersi in quelle che sono diciamo questioni interne di questa gente. Lei non ha mai fatto politica, lo sappiamo. Sappiamo tante cose della sua vita, anche dei suoi rapporti con Mondo Aperto. Loro, gli argentini, i cileni, i colombiani, i venezuelani invece hanno da combattere le loro guerre politiche e personali, devono compiere le loro vendette. Li lasci perdere».
Era una rivelazione. Mi era palesata la rete, o meglio la ragnatela che avevo immaginato attorno alle mie esperienze di comunità. Le ombre che mi pareva di scorgere, mentre arrivavo nella sede di Mondo Aperto, quando passeggiavo con i miei amici del gruppo, forse anche quando mi appartavo con le mie amiche per ascoltare le loro difficili confidenze, non erano fantasmi prodotti dalla mia immaginazione nevrotica e ossessionata, dalla mia vibrante fantasia. Noi tutti, forse tutti gli uomini e tutte le donne, in tutta la città, forse in tutte le città del mondo, eravamo tenuti sotto un controllo discreto, ma costante. Le nostre azioni erano previste, forse in gran parte indirizzate, incoraggiate, osteggiate.
L’uomo sorrise in modo più marcato questa volta. «Aveva sospettato qualcosa del genere, non è vero?»
«Sì, ma pensavo di essermelo immaginato; speravo che non fosse vero» disse Vanni.
«Noi siamo dappertutto» rispose il polacco.
E siete anche dietro a tutto, magari».
«Non a tutto, signor Quero, solo dietro i fatti che contano».
«E quali sono i fatti che contano?»
«Quelli che spostano ingenti somme di denaro, quelli per cui è indispensabile, dissimulare, inventare storie, creare diversivi, imprigionare, uccidere. Non creda ai complotti, però: non c’è nessun complotto. Semplicemente, ci sono interessi molto grandi, enormi, che spingono ad alleanze inconfessabili, ad accettare compromessi inevitabili. Ogni tanto qualcuno cade, travolto da un gioco troppo complesso. Si tratta di piccoli personaggi, che guadagnano molto, ma sanno anche di correre dei rischi. Qualche volta devono scomparire. Potrebbe succedere anche a me, un giorno o l’altro. Lo so, ma so anche che prima o poi dovrei morire lo stesso».

Dopo queste parole, Wielopolski si accomiatò e fece accomodare Vanni in un altro locale.
«Verranno a prenderla: tra breve la riporteranno a Cordova» disse, prima di lasciare l’italiano. «Purtroppo dovrà essere nuovamente bendato: non deve sapere dove si è svolto il nostro colloquio».
«È una sicurezza per lei» aggiunse. «Minore è la conoscenza, minori sono le responsabilità e si tengono lontani i pericoli».
L’ospite rimase per un po’ da solo in quello che pareva un salotto d’altri tempi, con pesanti tendaggi cremisi e violacei che pendevano da guide d’ottone. “Quanta tristezza e quanta tradizione in questo ambiente dai colori spenti”, pensava. Forse in qualche parte del mondo il tempo si era fermato, o qualcuno si ingegnava nel tentativo di fermarlo.
Poi entrò di botto nella stanza un giovane alto, di bell’aspetto, vestito di un abito grigio di buona fattura. Pareva che si fosse appena sbarbato e che, dopo un sonno ristoratore e una bella doccia, si fosse precipitato in quel luogo segreto per compiere la sua missione.
«È un amico di Wielopolski»?» chiese Vanni.
«Amico?» Lo guardò un po’ stupito e un po’ divertito.
«No, io sono un valutatore».
«E che cosa valuta, se mi è lecito chiederlo?»
«Tutto quello che può essere valutato, a tutti i livelli. A dire il vero, quello che mi piacerebbe valutare sono i servizi di un bordello. Sa, ce ne sono tanti anche qui».
«Wielopolski la chiama per valutare le sue attività?»
Il giovanotto finse di non cogliere la nota ironica che si rivelava nella voce del suo interlocutore.
«Loro gestiscono tutto» disse, «alberghi, bar, ristoranti, sale da gioco, anche bordelli. Dovunque ci siano attività che vivono delle debolezze dell’uomo, che sfruttano i suoi desideri, il suo amore per la salute e il benessere».
«Anche qui» disse Vanni «non solo in Argentina». «Dappertutto». Sorrise, poi aggiunse «E’ così sicuro che non ci troviamo in Argentina? Io purtroppo non posso dirle dove siamo, altrimenti che senso avrebbe farla venire con una benda sugli occhi? Anch’io all’inizio arrivai così; anzi avevo un cappuccio sulla testa. Poi però decisero di potersi fidare di me. Avevano avuto buone referenze. Mio padre insegnava economia all’università di Bogotà; era persona di fiducia.
Ora dirigo una società che offre servizi ai privati, servizi di valutazione, capisce? Facciamo test sulla qualità, sull’user satisfaction e altre simpatiche cose, molto convenienti economicamente. Prepariamo proiezioni, previsioni, e tante altre cose terminanti in oni, per tutti quelli che pagano. Ormai è questo il tipo più conveniente di produzione, offrire servizi a chi si ostina ancora a produrre. Le aziende hanno bisogno di conoscere le prospettive, la convenienza di progettare o meno un prodotto, sapere di quali finanziamenti, legali o illegali potrebbero disporre, e debbono conoscere i rischi e i vantaggi di ogni soluzione. E noi interveniamo soddisfacendo questa loro esigenza. Noi siamo il vero braccio armato del potere. Possiamo abbattere stati e imperi economici, possiamo creare fortune colossali dal nulla. Ci basta fornire un parere. Non c’è bisogno di carri armati. Basta una pagina scritta in maniera rigorosa, con tutti i termini giusti e con i necessari grafici, per cambiare la storia».
Sembrava veramente entusiasta del suo lavoro, della sua rilevanza, del potere che ne derivava.
«L’accompagnerò a Cordoba, dove ci lasceremo» continuò. «Io poi proseguirò per Santiago, dove ho un altro lavoro che mi attende, e anche una ragazza, che non è mai male».

Parlava con tono allegro e disteso, come se si trovasse a un convegno o a un ricevimento in un salotto della buona società di qualunque parte del mondo occidentale. Il dramma in cui Vanni si era imprudentemente inserito si stava trasformando in commedia. Lui invece non aveva più voglia di intrattenere il suo nuovo e simpatico accompagnatore. Ormai vedeva le cose in un’altra dimensione. Tutti i principi in cui in qualche modo aveva creduto si mostravano illusori: si era reso conto di precipitare senza freni di nessun tipo in un vortice che qualcuno chiama depressione e che invece è solo un sentimento d’inadeguatezza. Anche quando si è raggiunto o si sta per raggiungere un obiettivo, ci si rende conto dell’irrilevanza di quel momento, della futilità di ogni azione, di ogni impegno nell’assenza di una vera e duratura soddisfazione. E’ naturale che, raggiunta la consapevolezza della miseria dell’agire umano, alcuni grandi spiriti reagiscano col rifiuto, con un assoluto e totale rifiuto. Per fortuna o per avventura non era questo il suo caso. Probabilmente lo aiutò in quel frangente la sua normalità, il non essere uno di quei grandi spiriti. Comunque ormai in lui dominava la sensazione d’impotenza, di vergogna per non essere riuscito ad evitare la più dura delle esperienze all’amica Almudena, di ribrezzo per un mondo che si muoveva secondo modalità segrete e logiche superiori, che prescindevano da qualunque criterio morale e da principi dichiarati e condivisi dalla massima parte dell’umanità.
Cosa avrebbe dovuto fare? Ritrovare Almudena e scusarsi con lei per non essere stato in grado di proteggerla, ma anzi per aver indirizzato su di lei le attenzioni di un potere che non ammetteva limiti e contrasti?

Arrivarono due personaggi dal fisico tarchiato e dall’aspetto rozzo, vestiti con un’uniforme di tipo militare, identica a quella dei suoi sequestratori. Uscirono dalla villa insieme a Vanni e al valutatore. Salirono su un pickup nero, diverso dal mezzo utilizzato all’andata. Uno dei due rimise la benda all’italiano e l’automezzo si mise in cammino. Non ci fu la fermata al cancello, che doveva essere stato aperto in precedenza, e si arrivò all’aeroporto, dove un piccolo aereo ronzava. L’italiano fu fatto salire e sistemato su un sedile. Gli uomini parlottavano in spagnolo e ridevano. Nessuno si occupava di Vanni.

Ci fu anche questa volta uno scalo e, dopo il necessario rifornimento, l’aereo decollò nuovamente.
Dopo un tempo in apparenza infinito, il motore cominciò a cambiar rumore e Vanni ebbe l’impressione che il velivolo cominciasse a scendere. Uno dei paramilitari venne a levargli la benda; ormai non doveva più essere utile. Poco prima dell’atterraggio, lo liberarono anche dalle corde. Una volta sulla pista, gli dissero: «Siamo a Cordoba». Wielopolski era stato di parola. Era un aeroporto per velivoli privati e non c’erano mezzi di trasporto da prendere per andare in città. Fortunatamente, il capo dei paramilitari indirizzò l’ex prigioniero e il giovane valutatore a un tizio che stava ai margini del campo con un’alfa romeo d’epoca e disse che questo tipo li avrebbe accompagnati in città.
L’ultima cosa che Vanni vide in aeroporto fu il cielo. Il sole stava per tramontare e, stranamente, per la prima volta, l’italiano desiderò rivedere il cielo di Milano, lo spaventoso rosa salmone dei suoi tramonti offuscati.
L’uomo dell’alfa romeo era un giovane aviatore, che frequentava quella pista, dove aveva a disposizione uno spazio in un hangar, per il suo biplano. Era anche lui un argentino di origine italiana e, quando seppe che Vanni era di Milano, cominciò a parlargli dell’ Aermacchi di Varese e dei suoi modelli, poi di automobili, dell’Alfa Romeo, e ne sapeva molto più di lui.
Il valutatore, che aveva partecipato molto poco alla conversazione, si fece lasciare in una strada di periferia. L’aviatore argentino proseguì verso il centro e da lì l’italiano cercò di tornare a casa. Sperava di trovare Almudena, ma l’abitazione era vuota.
Provò a chiamare Barriales, ma non rispose nessuno. Era completamente isolato.
Qualche volta è bene dedicare qualche tempo a riflettere e lui aveva molte cose a cui pensare.
Si trovava solo in un paese straniero, lontanissimo dalla mia casa. Per fortuna non soffriva più da tantissimi anni di attacchi d’ansia, ma aveva paura che il protrarsi di quello stato d’incertezza potesse scardinare le sue difese interiori e rimettere in discussione il suo senso di sicurezza.
Non aveva ritrovato Paolina: di lei sembravano essersi perse le tracce. In compenso aveva incontrato una donna incantevole, di cui desiderava coscientemente il corpo, ma che ancora conosceva troppo poco per capire cosa provasse veramente per lei. Qualcosa d’indefinibile lo attraeva verso Almudena, ma forse era solo il suo desiderio di trovare un affetto stabile a spingerlo a considerare la sua relazione con lei qualcosa di più di un casuale avventuroso incontro erotico.
Certo, ora che non c’era, che era scomparsa come tutte le altre donne della sua vita, gli mancava, o almeno così gli pareva.

È strano per noi europei, di quell’Europa occidentale e continentale che ha subito le violenze e le atrocità di due guerre mondiali, vedere quanto ancora sia rilevante la presenza militare nel nuovo mondo, sia nell’America del Nord, nella contraddittoria e complicata America che si è soliti definire gli States, ma soprattutto nell’America del Sud, in cui la casta militare continua ad esercitare una funzione fondamentale, di sostegno e sostituzione della politica. Nel suo inquieto vagare per le strade dell’Argentina, Vanni vedeva camionette militari dappertutto, mentre da noi sembrava che i militari si nascondessero o si mimetizzassero, magari scomparendo tra gli alberi dei parchi con le loro tute a chiazze verdi e marrone. Vedeva o credeva di vedere, perché spesso quelli che gli apparivano a prima vista come mezzi militari si rivelavano spesso innocui fuoristrada guidati da civili.

Si rendeva conto però che quella presenza la percepiva come qualcosa di naturale. Forse per colpa o per merito del cinema la nostra memoria ormai associava spontaneamente ogni terra dell’America latina a immagini di guerra. Militari e paramilitari, squadroni della morte, bande di narcotrafficanti armate fino ai denti. Divise, pistole, fucili d’assalto, sadici comandanti dai baffetti crudeli emergono da storie che raccontano l’incommensurabile malvagità dell’uomo. L’America tutta era percepita da un europeo come una terra di lunga e lontana ferocia. Sacrifici umani nelle civiltà precolombiane, scotennamenti indiani, capi locali arrostiti a fuoco lento dai conquistadores, linciaggi di ex schiavi, sedia elettrica, torture, narcos, serial killer.
In fondo, poi, cosa c’è di strano nell’accettare la violenza come comportamento comune e dominante e il mondo dei soldati come parte essenziale della condizione umana?
Per risolvere le controversie si tratta, si tratta, ma poi, alla fine, l’opzione militare resta sempre quella definitiva, spesso obbligata. Come separare due contendenti irragionevoli se non con l’uso della forza? Vanni sentiva riemergere il lontano pensiero dei suoi antenati militari, dei soldati che portavano con orgoglio sul petto le loro medaglie, ricompensa per le loro battaglie, per le loro ferite, per un sacrificio che non era stato quasi mai remunerato con un buon lavoro e nemmeno con la considerazione sociale. Anzi erano sentiti, dal pensiero progressista e pacifista, come una sorta di gravame, il peso di un passato che era ricordato con fastidio. Gli eroi di una volta erano persone di un altro mondo, imbottito di valori antiquati e addirittura pericolosi. Meglio metterci una pietra sopra, una pietra tombale, considerando l’età di quei residuati bellici. E se questo era il trattamento riservato a quei vecchi vincitori, a quei soldati contadini che avevano sconfitto un impero, figuriamoci quale poteva essere stato il destino nella coscienza comune dei reduci di altre guerre, quelle combattute e perse contro la democrazia, contro il socialismo, contro il progresso liberale o comunista, in difesa di concezioni e strutture politiche che poi sarebbero state identificate con il male assoluto.
A mezzanotte arriva il cambio, accompagnato dal capoposto. Perché gli veniva in mente quell’odiosa strofa di canzone militare? Perché questo passato della sua specie continuava a condizionarlo, ad ossessionarlo? E soprattutto, dov’erano finite le medaglie? Da qualche parte, in casa dovevano esserci le medaglie di suo nonno, quelle di suo padre, le medaglie che ricordavano le loro esperienze di guerra, le ferite, le campagne. A un certo punto non le aveva più trovate: Chissà se qualcuno le aveva rubate, pensando di rivenderle, sperando di ricavarci dei soldi. Alla fin fine a quello si arrivava sempre. Ogni dolore, ogni tormento doveva essere monetizzato. Medaglie da rivendere, certo, ma soprattutto scarne pensioni, emolumenti che in qualche modo cercavano di risarcire dolori e delusioni, fatiche e tormenti di una vita.

Guardava la strada da una stanzetta in cui aveva trovato rifugio per la notte, a un prezzo modico. Improvvisamente si mise a piovere, una pioggia sorda, continua, copiosa, come se qualcuno versasse secchi d’acqua sulle Americhe, per trasformarle in un mondo acquatico. Le insegne sbiadivano attraverso la coltre d’acqua, e i palazzi stessi divenivano indistinti e pareva quasi che potessero sciogliersi, risolvendosi in grumi collosi di plastica e rifiuti industriali. I camion invece e le automobili, ripuliti, emergevano in tutta la loro colorata bellezza, divenendo le star di quella giornata buia e deprimente.
Un uomo alto, nel giardino vicino, con un parapioggia enorme, passò tenendo in mano un oggetto che sembrava una valigetta per attrezzi. Lo guardò allontanarsi mentre si avviava verso un’operazione che non sapeva indovinare.
Dopo qualche scroscio, la pioggia diminuì d’intensità, poi cessò del tutto.
L’italiano uscì per respirare l’aria umida e ripulita, osservando l’erba clandestina che cresceva tra l’asfalto e le pietre dei marciapiedi o tra il marciapiede e i muri. Ammirava quella vita che si ostinava a impadronirsi di ogni spazio possibile, lottando contro le difficoltà ambientali, cercando di sopravvivere in spregio a tutti i tentativi fatti dall’uomo per annientarla, imponendo le sue geometriche realizzazioni. Si stupiva del fatto che questo succedesse anche lì, come a Milano o a Roma o in qualunque sperduto paesino di ogni parte del mondo.

Andrew Wielopolski, alias alias aveva deciso. Avrebbe accontentato Quero. Lui non era

Era decisamente meglio che l’amico di Paolina tornasse in Italia per sua decisione, dopo aver conosciuto quel che si poteva conoscere della verità. Quero era un uomo di cultura. Le sue simpatie per la sinistra erano quelle di quasi tutti gli uomini della sua generazione, ma non era un fanatico, di quelli pronti a imbracciare un mitra per cambiare il mondo. Sapeva benissimo che solo il sistema che loro difendevano con il loro occhio segreto sarebbe stato in grado di assicurare a tutti i Quero dell’occidente un decoroso stipendio e forse una sicura pensione. Al di là di quello che ci sarebbe stato? La giustizia sociale, cioè l’uguaglianza nella miseria. Quanti Quero sarebbero stati disposti a rinunciare a una parte del loro benessere per dare sostentamento e istruzione agli uomini delle favelas, dei ghetti, delle squallide periferie dominate dalla malavita? Quanti avrebbero veramente lottato per migliorare le condizioni di vita dei contadini dei paesi che venivano eufemisticamente definiti “in via di sviluppo”? Il nostro benessere non era in larga misura assicurato dai loro bassi salari? Perciò andava benissimo simpatizzare per certe manifestazioni di lotta e di protesta, una simpatia estetica, formale, più che altro. Andava benissimo mettere sul muro immagini di Che Guevara e fare l’elemosina ai rom, se capitava, per sedare la propria coscienza e assicurare la sopravvivenza a quei gruppi di furbi parassiti. Ma quanto a voler cambiare davvero le cose… No, nessuno dei piccoli e grandi borghesi dell’occidente, nessun operaio specializzato, nessun impiegato a stipendio fisso l’avrebbe mai fatto. Gli italiani poi, quelli che pensavano prima di tutto alla propria famiglia, poi al resto del mondo.
Wielopolski prese il telefonino e compose un numero, quello della cellula «Potete dire al signor Quero, il mio amico italiano, disse
, dove si trova la sua vecchia fiamma, Paolina A Così chiudiamo questa storia finalmente.

Grazie alle scelte di Wielopolski, una voce priva di accenti e inflessioni, una specie di voce computerizzata, gli disse che se avesse voluto vedere Paolina, sarebbe dovuto andare a Buenos Aires e cercare il signor Wilkinson in rua

. «Chi ve l’ha detto chiesi, chi le ha detto che sto cercando Paolina? ma la voce aveva concluso il suo messaggio e aveva interrotto la comunicazione

Potete entrare, disse la voce, Vanni appoggiò la mano destra sul pomello d’ottone che
Gli venne naturale avvicinare la mano al naso per sentire l’odore metallico rilasciato dal pomello. Lo faceva spesso, anche nella sua casa di Milano, quando veniva a contatto con oggetti e maniglie di ottone o di qualche altra strana lega di metallo. Era quasi una rassicurazione. L’oggetto che stava toccando era veramente quello che appariva, non era un’imitazione in plastica o in qualche materiale sconosciuto. Sentirne l’odore lo rassicurava sulla realtà delle cose.

Venne ad aprire un uomo alto e magro, un po’ curvo: viso scavato, occhio glauco, capelli sottili e forse una volta biondi. Era accuratamente sbarbato; indossava un paio di pantaloni grigi e una camicia bianca dal candore immacolato
Wilkinson lo fece accomodare in una piccola stanza piena di libri.

Lei conosce l’aroma del metallo, non è vero?
Vanni lo guardò con stupore, Subito dopo pensò che forse il suo interlocutore lo aveva osservato tramite il videocitofono o tramite qualche telecamera di protezione dell’ingresso della casa. Lui certamente non era stato a controllare se ci fossero o meno dispositivi di sorveglianza.
L’uomo continuò a parlare.
Ci sono tante conoscenze che ancora non possediamo, sulla materia, per esempio. Cosa sono le particelle che emanano dai metalli e che percepiamo con i nostri organi olfattivi?
Vanni confessò di non saperlo, come non sapeva tante altre cose.
Queste particelle, o forse potremmo chiamarle vibrazioni, trasportano informazioni, che viaggiano e colpiscono qualcosa o qualcuno. Ci aveva mai pensato?
Avviene lo stesso anche quando odoriamo un cibo, o un fiore.
Il procedimento è lo stesso, però cibi e fiori hanno una struttura cedevole. E’ più credibile che una minima parte di quel corpo se ne distacchi e vada a colpire il suo naso; più difficile pensare che lo stesso avvenga anche in un metallo, che qualcosa, come una specie di alone, lo avvolga e che una scia di odori sia emessa da quella massa dura e compatta. Eppure succede.
E quindi?
Questo è quello che avviene nella natura, per quanto sembri assurdo. Le potrei dire però che, per analogia, anche pensieri, ricordi, sentimenti, si comportano incredibilmente allo stesso modo. Lei per esempio crede di aver deciso di sua spontanea volontà di venire qui da noi per avere notizie della sua amica. Invece c’è stata tutta una serie di avvenimenti, di motivazioni, di pensieri che hanno condizionato la sua scelta, tanti richiami che sono stati percepiti dalla sua mente, magari in ritardo, al di là del tempo come noi lo percepiamo.

Mi hanno detto che lei sa dove si trova Paolina.
Wilkinson stavolta non divagò, ma rispose con precisione
La sua amica è ricoverata nella clinica de Nuestra Senora de la Soledad.
E’ ammalata?
Non le so dire altro, ma potrà andare a visitarla e le faranno sapere.

Aveva percepito un pensiero, un richiamo inviato involontariamente da Paolina e solo ora aveva capito la necessità del suo viaggio.

La clinica
Quando entrai nell’atrio della clinica e mi rivolsi al bancone delle informazioni, ebbi la sensazione che mi stessero aspettando
Dissi che ero un amico italiano di Paolina A., che risultava degente in quella clinica

Mi indirizzarono a una persona
«Sono il dottor Benavente

ma voi italiani sapete già tutto, si lasciò sfuggire. Quali italiani? Io non sapevo niente e nemmeno la famiglia.
«Il vostro ministero lo sa, disse «ma ormai non c’è più niente da fare.
«Perché?
«Per le condizioni della signorina.
«Sta così male?
«Non fisicamente. Purtroppo però il suo stato mentale è ancora troppo instabile e non avrebbe senso rispedirla in Italia.
«Può ricevere visite comunque?
«Sì, ma non le assicuro che si renda effettivamente conto di quello che le succede.
Gli fornì le indicazioni necessarie, che ascoltò con una profonda emozione. Dovevo salire al terzo piano, settore C, e cercare la stanza 14. Era a pochi passi dalla soluzione di quel mistero che lo aveva trascinato così lontano dalla sua solita vita. Il suo cuore batteva più forte, come se lui si recasse al suo primo appuntamento con la morosa, come la chiamava Lavezzi.
Percorse l’intero corridoio, senza incontrare anima viva, e finalmente vide una stanza, isolata, col numero 14. Il
Mi venne il sospetto che in quella stanza avvenisse qualcosa di poco chiaro. Si sentivano gemiti e qualcuno che ansimava. Possibile che qualcuno approfittasse di Paolina, delle sue condizioni, per soddisfare le proprie voglie, o che Paolina stessa richiedesse quelle attenzioni di cui ormai difficilmente avrebbe potuto godere in un ambiente meno particolare?

Provai a entrare, ma la maniglia resisteva e ci misi qualche secondo di troppo. Quando la porta si aprì, vidi un uomo, grosso e dal viso arrossato, che pareva un infermiere, a due passi dal letto sul quale giaceva una figura femminile. Ebbi l’impressione che l’uomo avesse interrotto un atto fisicamente impegnativo, perché sembrava affaticato, con le vene del capo ingrossate e la fronte sudata. La donna manifestava anche lei i segni di un’azione fisica. Guance dai pomelli rosati, sguardo sognante.
L’uomo si allontanò in fretta, lasciandomi solo con la donna, che secondo le indicazioni avrebbe dovuto essere Paolina. Provavo un fastidio profondo e capii che non era l’attività illecita dell’infermiere a disturbarmi, ma qualcosa di più banale e avvolgente.
Che cosa mi dava fastidio in quell’ambiente? Era il bianco. Quel bianco continuo e oppressivo che si stendeva sulle pareti e sui lettini, che dilagava nelle tende, sui vetri opacizzati, sugli arredi in metallo smaltato. Un bianco dirompente e opprimente, che permeava lo spazio di una luminosità innaturale, che sembrava cercare il bianco nel nostro corpo, penetrando negli occhi, diffondendosi nelle ossa
Vanni pensava di avere nel DNA lontani ricordi africani o asiatici, perché il bianco era sempre stato per lui il colore della morte, delle lenzuola su cui posano i morti, delle bende che li fasciano, delle ultime pallide immagini che vedono i loro occhi, del lutto delle tuniche e delle vesti dei parenti che accompagnano i morti verso l’ultimo approdo, degli scheletri e delle pagine bianche, non scritte, della nostra realtà.
In quell’inferno bianco aveva ritrovato Paolina, perché era proprio lei, naturalmente invecchiata, con qualche ruga e qualche segno di cedimento nella pelle del viso. Il suo viso era quello di una persona malata, anche se in quel preciso momento il rossore provocato dall’approccio sessuale ne ammorbidiva e illeggiadriva i tratti. Le braccia, le mani però avevano l’aspetto terreo di chi è sottoposto a un trattamento farmacologico e conduce una vita separata dal mondo che sta fuori, quello della quotidianità e del lavoro, in cui le persone sane lottano e si arrabattano, nella lotta per sopravvivere.

Mentre guardava Paolina, o almeno quello che era diventata, pallida immagine della sua giovane e lontana esistenza, in una terra di mare e di sogni, pensava che con quel corpo lui aveva fatto l’amore, o almeno così gli pareva di ricordare, anche se i ricordi si mescolavano in maniera casuale e beffarda e non consentivano di riprodurre certezze.
Si rammentò di quella mattina (o era un pomeriggio?), in cui lui e Paolina erano sdraiati (doveva essere primavera o inizi di autunno) al riparo di un casotto, sulla spiaggia allora bianchissima della nostra città, e parlavano e si scambiavano carezze. Lo slip di lui era piuttosto lento e non riuscì a tenere a freno il suo entusiasmo. Improvvisamente si rese conto che il suo muscolo più sensibile era uscito, come per prendere una boccata d’aria. Era imbarazzato, perché era la prima volta che si appartava all’aperto con Paolina, ma non poteva nascondere il problema. Lei se ne accorse, diede un’occhiata furtiva, ma si accostò, stringendosi a lui. Non gli rimase che tenersi stretto a lei, mentre il membro indiscreto si appoggiava alla pelle del ventre sodo e levigato di lei. Lui iniziò a muoversi, mentre i primi umori che si sviluppavano facilitavano lo scorrere sulla pelle: avveniva tutto in modo così naturale, così spontaneo, come deve avvenire tra un ragazzo e una ragazza. Rimasero così per un tempo che pareva infinito, tra il vento e i gabbiani che stridevano, finché la sensibilità e il piacere presero il sopravvento e fiotti incontrollabili d’amore non iniziarono a uscire, bagnando i corpi che si stringevano come se volessero compenetrarsi.
Questo era quello che ricordava (ma era veramente accaduto con Paolina, o non con Lara o Francesca?). Certo ora, a vedere quel corpo sfiorito, da cui il flusso di coscienza sembrava essersi allontanato, gli pareva veramente impossibile. Ma in verità non era quello il corpo che aveva stretto; era quello di un’altra Paolina, quella sana e vitale che per tanti docili anni era rimasto su questa terra, evolvendo poi, al contatto con la Storia, in quella povera e indesiderabile cosa. Indesiderabile almeno per lui e non per altri, a giudicare dallo strano comportamento dell’infermiere e dal suo sguardo furtivo, di animale colto in fallo (nel senso proprio del termine).
Rimaneva una sensazione di impotenza e di rimpianto, per non essere riuscito, anzi per non aver nemmeno tentato di approfondire la conoscenza dello spirito di Paolina, quando era uno dei suoi riferimenti, dei suoi appigli sicuri. Chiamiamo pure questa sensazione rimorso, per averla in qualche modo tradita, per non aver voluto rischiare qualcosa nel gioco che era iniziato senza concludersi. Era rimasto alla superficie, non aveva voluto scavare. Forse non aveva gli strumenti adatti, allora. Erano anni difficili, incerti, anche per lui. Gli mancavano le conoscenze, l’efficacia del metallo, la forza per incidere il terreno. Avrebbe potuto trovare tesori impensabili, ma si era accontentato di un po’ di polvere; non aveva saputo né voluto guardare oltre.

Ora sapeva tutto. Aveva fatto conoscenza con la storia, quella storia che aveva sempre odiato, a scuola, perché era la narrazione di una serie di massacri e atrocità, di inganni e follie.
Uscì sul balcone dell’albergo di Plaza de *** ; il cielo s’incupiva rapidamente e presto si fece buio. Le luci di un aereo in lenta discesa sfarfallavano nell’aria come lustrini: un altro viaggio stava per concludersi, in quella parte del mondo.

E poi si ritrovò a Milano, dopo un viaggio che gli aveva rivelato vicende oscure e turbolenze maligne, segreti inconfessabili e dolori non facilmente mitigabili. La sua fortezza Bastiani lo riavvolse nell’usuale e totalizzante atmosfera, con quel soporifero accentrarsi dei sentimenti in un unico luogo, protetto da muri di gomma. Era il suo universo, che assicurava serenità e piccole soddisfazioni, bollori (molto moderati) e parziali rimescolamenti, uno spazio-tempo che non ammetteva l’esistenza di altri spazi, di altre realtà, qualcosa di immutabile, o lentissimamente mutabile, che creava l’illusione di un’eternità finalmente raggiunta.

Vanni sa che non tornerà più in Argentina. Il suo cuore ballonzola – si gonfia e si restringe con un suo ritmo irregolare – non so / dovrei farmi vedere da qualcuno, pensa: Forse sto iniziando a giocare la mia partita con l’incubo peggiore delle nostre vite – la morte. E poi, perché dovrei tornare in quel remoto paese, dall’altra parte della Terra, in cui le passioni continuano a germinare, in un terreno di coltura ancora non esausto, come da noi, in Europa? Certo, in fondo si sentiva riposato, ma percepiva nel suo mondo un sentimento di stanchezza, di rassegnazione, di scetticismo che confinava con il cinismo. Era come se la nostra gente si fosse ormai abituata all’assenza di movimento, di passione, di quelle forze vitalistiche che portavano entusiasmi e lotte e che avevano dominato per gran parte del Novecento. Anche lui si lasciava trascinare dall’onda serena del pessimismo e dell’edonismo fine a se stesso, privo di prospettive. L’Italia, almeno così come l’aveva conosciuta e vissuta, stava scomparendo.

Sul balconcino della sua stanza aveva collocato vasi e terrine, dove fioriva la portulaca e verdeggiava il sedum.
Su uno dei ferri della ringhiera, a destra del vaso irto di foglie aghiformi di portulaca, si era insediato un insetto con quattro grandi ali trasparenti. Pareva una grossa libellula, ma Vanni pensava che si trovasse troppo in alto e che in quella zona non c’erano grandi fontane, né acquitrini. Si era come incollata al ferro e non si muoveva. Tornò più volte a controllare. Aprì la finestra e cercò di fotografare l’insetto

Mentre tentava di ricostruire la sua solita vita, solo e operoso per abitudine, ricevette una telefonata, sul suo telefono fisso. Avevano trovato il suo numero in elenco, evidentemente, perché non l’aveva dato a nessuno, in Argentina; ma no – Almudena doveva averlo. Voleva avere la possibilità di rivederloo, di ritrovarlo se caso mai… Ma poi sapeva che questo non sarebbe mai avvenuto. Ogni relazione è cosa naturale in un determinato momento e in uno specifico luogo. Ora quel momento era trascorso e le sensazioni che vi avevano trovato appiglio erano irripetibili. In fondo ora era giusto che ognuno rimanesse nella sua parte del mondo.

Una voce dal marcato accento iberico chiese a Vanni un incontro, per raccontargli la fine di una storia. Lui si trovava a Milano per risolvere i problemi di alcuni cittadini argentini che volevano rientrare in Italia. Bisognava trovare notizie, attestazioni, fare ricerche negli archivi di Stato della Lombardia, ai quali arrivavano continuamente richieste scritte dall’Argentina, che raramente davano esito positivo; ma naturalmente le sue ricerche non occupavano tutta la sua giornata e un attimo di tempo lo voleva proprio dedicare al suo amico.
Si incontrarono all’aperto, di mattina, vicino a un ponte del Naviglio Grande. Era lo stesso ponte che Vanni ricordava immortalato in una fotografia / chissà chi l’aveva scattata, quando ancora si usavano le macchine fotografiche analogiche / C’era proprio lui, su quel ponte, con un cappottone invernale, ma c’era anche la nebbia – perché allora c’era ancora la nebbia, a Milano – e sempre lassù si leggeva un cartello, evidente, chiarissimo, malgrado la vaporosa fuliggine che tentava di avvolgere e sfumare ogni cosa, su cui erano impresse (e quasi strepitavano) le parole STRADA SENZA USCITA.
Tanti anni erano trascorsi da quel momento e ora, in un altro tempo l’uomo che aveva chiamato Vanni era lì a un lato del ponte. Lui lo riconobbe immediatamente: era Alfonso Robles, l’amico di Almudena. Sul suo capo incombeva il chiarore del cielo milanese, uno strano cielo, mezzo tedesco e mezzo mediterraneo, con sprazzi di cielo smaglianti e fiocchi di nuvole da Mare del Nord. Cosa ci faceva Alfonso nella città europea, lontano dal suo mondo di lotte e di ricordi?
«Sono venuto a Milano in rappresentanza di una ditta di Cordoba, disse. Adesso lavoro per loro. Stiamo cercando di lanciare i prodotti argentini qui da voi.
«Milano è sempre in cerca di novità, disse Vanni. «Non dovrebbe essere difficile trovare una clientela.
«Certo, ma non vogliamo rimanere ancorati a quei pochi ristoranti che propongono la carne argentina e pochi prodotti tipici. Cerchiamo di entrare nella grande distribuzione, nelle catene di market per esempio.
«Ho visto che qualcosa di argentino comincia ad arrivare; ma certamente non sei venuto da me per parlarmi solo di questo
«No. Rimase per qualche secondo in silenzio, come se stesse pensando alla maniera migliore per introdurre il discorso. Il suo viso era teso, il suo sguardo indeciso.

«Sono venuto anche per parlarti di Almudena, disse, a voce più bassa, come se temesse di essere spiato da qualcuno.
«Almudena è sola e non trova lavoro. La stiamo aiutando, ma più di tanto non possiamo fare.
«Non è che ha guai con la giustizia? Chiesi.
«Ancora no, ma prima o poi sospetteranno di lei.
«Per che cosa? Domandò Vanni stupito.
«Per la scomparsa di Lavezzi, fu la risposta.
«Rimase allibito. Lavezzi desaparecido, come le vittime della dittatura?
«C’è forse dietro la ramazza del Limpiador? Azzardò.
«Hai indovinato, rispose Alfonso.
«Hai scoperto chi è?
«Di più. L’ho visto e gli ho parlato. Il mondo ha fatto mezzo giro in avanti, da quando sei partito. Stranamente tante cose si sono sistemate. Molti pezzi sono andati al loro posto.
«Anche il nuovo mondo si muove allora.
«Sì, e spero che finalmente si muova nel modo giusto.
«Allora, mi puoi dire che cosa è successo?
«È un discorso un po’ lungo.
«Sediamoci.
«Dove?
«Anche sui gradini, tanto adesso non passa nessuno.
Si accomodarono all’inizio del ponte. Nessuno per la strada. In alto però un elicottero volteggiava. Vanni lo osservò con un pizzico di preoccupazione. Non è che per caso li stessero controllando? Pensò a quanto sarebbe stato facile dall’alto eliminarli con un fucile di precisione.
«Cosa guardi? fece Alfonso. Non ce l’hanno con noi: non siamo pericolosi. Sorrise quasi.
«Scusami, dissi. Sono io che ormai vedo complotti dovunque.
«Qui sei in Italia, nel tuo paese. Qui non dovrebbe succedere nulla.
«Qui invece è sempre successo di tutto, dissi. Solo che nessuno te lo viene a raccontare.
Ora invece un racconto s’imponeva e Alfonso incominciò a parlare.

Cap.

Dopo la partenza di Vanni, la vita di San Juan de la Ferrera sembrava continuare senza scosse.
Alfonso si sforzava di tenere calmi gli uomini del suo gruppo, mentre Lavezzi si sentiva sempre più solo, dopo la fuga di Almudena. Aveva preso in casa una contadina india che non poteva certo sostituire, nella sua mente e nel suo letto, la bella amante perduta. Più che del padrone, la ragazza si occupava del figlio infelice, di quella spaventosa disgrazia che aveva colpito la sua famiglia. Con la scusa di assaggiare il vino che la sua azienda produceva, il padrone accostava sempre più spesso il bicchiere alle labbra e, se voleva stordirsi col sesso, si precipitava al bordello di s. , dove per qualche tempoo era stata segregata Paolina.

Chiriguanos
Credi che Almudena accetterebbe di trasferirsi a Milano?, chiese Vanni ad Alfonso
Perché non lo domandi a lei?

Questa volta Vanni, che aveva già un’altra volta interrotto un rapporto, per paura o per pigrizia, questa volta si decise a fare il numero di Almudena

[El limpiador parla con Alfonso gli svela il suo nome. È Paco, sopravvissuto all’annegamento. Raccolto da una barca di pescatori che si trovava a pochi metri dal luogo in cui era caduto, era rimasto nascostopervario tempo Si era messo alla ricerca di Paolina, ma senza esito. Solo a seguito della rivelazione di Wan a me, aveva scoperto il luogo in cui Paolina era rinchiusa e le sue tristi condizioni. Era sua intenzione vendicarsi di lavezzi

Dopo un lungo pedinamento, capisce che unico momento in cui può trovarlo da solo è quando corre al bordello.
L’uomo è in piedi davanti a lui, col volto coperto da una sciarpa.
Lo affrontatoTi ricordi Paolina
Quale Paulina? Paolina con la o, l’infermiera italiana che hai rinchiuso qui, nel tuo casino
Lavezzi divenne terreo. Si ricordava benissimo di quella piccola donna.
Sono venuto per fare un po’ di conti.
Ma se le ho salvato la vita, a lei e a tutte quelle altre puttanelle.
Le puttanelle ti ringraziano!
E tu chi sei?
Sono il suo ragazzo, Paco, el Limpiador.
Lavezzi si vide perduto, cercò scampo nella fuga. Bastavano pochi metri e l’auto gli avrebbe consentito di salvarsi. Cercò di correre ma il primo colpo partì e lo colpì a una gamba.
Tentò ancora di muoversi, malgrado il dolore, ma un secondo colpo lo fermò.
Ora era caduto nella polvere, a poco più di un metro dall’auto, e il suo avversario si avvicinava.
La salvezza era vicina, ma Lavezzi sapeva che non sarebbe riuscito a sfuggire alla resa dei conti. E poi, aveva ancora un senso continuare a vivere?
Paco stava dinanzi a lui e scoprì il suo volto. Era sfregiato, per il trattamento subito dai militari, ma ancora attraente. Guardò fisso Lavezzi e puntò per la terza volta il fucile mirando stavolta alla testa di quella figura, che ancora cercava di sottrarsi al suo destino.
Ora facciamo pulizia, disse. Un altro colpo partì.