Eroismo di madre

EROISMO DI MADRE

di Carolina Invernizio

Si era leggermente assopita sulla poltrona col lavoro fra le mani, stanca di tante notti vegliate per ultimare gli indumenti necessari al suo unico figlio: il suo solo orgoglio, il suo solo amore dopo la perdita del marito. Ei si trovava da più mesi a combattere al fronte.

Figlia di militare, Elena Campi non aveva ostacolato il desiderio del suo Dario, che aveva scelto con entusiasmo la carriera del nonno, morto prima che egli nascesse, ma del quale portava il nome di battesimo, e la cui figura marziale, ritratta nella divisa di generale d’artiglieria, col petto coperto di medaglie conquistate sui campi di battaglia, aveva colpito la sua immaginazione di fanciullo. Egli venerava quel ritratto come l’immagine di un santo.

Dario aveva compiuto i suoi studi all’Accademia militare di Torino ed aveva ottenuto le spalline di sottotenente d’artiglieria, quando il grido di guerra, che risuonava da un capo all’altro d’Italia, fece vibrare di entusiasmo le sue giovani fibre, tanto che chiese ed ottenne di essere inviato tra i primi al fronte.

Il cuore della madre sembrò spezzarsi a quella decisione, a quella partenza; ma la nobile, eroica donna, nulla lasciò trapelare del suo strazio interno, perché capiva che in quel momento supremo suo figlio aveva bisogno di plauso, di coraggio, e non di rammarico, non di lacrime.
E mentre sul volto le era scesa una pallidezza mortale, nei suoi occhi brillava una luce sovrumana e le sue labbra sorridevano di tenerezza orgogliosa quando dicevano:
– Ebbene, va’, Dario mio, e che Dio benedica il tuo slancio e ti renda a me degno di tuo padre e di tuo nonno, i quali ti benedicono dal Cielo. Io pregherò per te!

Da quel momento Elena Campi divise la sua vita fra il ricordo costante del figlio e la preghiera.
Le lettere di Dario, sempre piene di entusiasmo, di fede, le facevano parere meno grave la separazione, il sacrificio materno, le rendevano la fiducia, la tranquillità.

Un giorno, in una sua lettera, Dario le lasciò comprendere che se la sua salute era sempre florida, temeva l’avvicinarsi dell’inverno per il freddo, che egli paventava molto, specialmente nelle lunghe ore di attesa, immobile nelle trincee.

E la madre si diede a lavorare alacremente per preparare gli indumenti di lana necessari a riparare dal freddo le care carni del figlio suo.
Essa non volle che altri vi ponesse mano, né poteva alla sera decidersi a coricarsi, volendo terminarli al più presto.
Lavorava, lavorava senza posa, ed ogni oggetto aveva avuto il battesimo delle sue lacrime, dei suoi baci, de’ suoi pensieri più teneri. Ed aveva spesso combattuto contro il sonno che qualche volta minacciava di vincerla, come le era avvenuto quella sera che pure era al termine dei suoi lavori.

Si era assopita senza volerlo: il lume a gas che pendeva sopra la tavola spandeva la sua luce raggiante sulle pile di calze, guanti, passamontagne, mutande, maglie, il tutto diviso a gruppi legati con nastri tricolori e sul viso pallido ma tranquillo della madre amorosa.

Ad un tratto, nel dormiveglia, sembrò ad Elena di sentire distintamente la voce di suo figlio chiamarla: “Mamma, mamma!” e come il contatto di due labbra sulla sua fronte.
Si svegliò di soprassalto con un grido: spalancò gli occhi.
Era sola: il fuoco crepitava nella stufa e nessun altro rumore rompeva il silenzio della stanza.
– Ho sognato, – mormorò.
Ma quel sogno le dette un’impressione di sgomento, e, per scacciarlo, si rimise rapida al lavoro.
Però nei giorni seguenti quel vago senso di paura ritornò, non avendo ella nuove di Dario.

I pacchi da spedire erano pronti; agli indumenti di lana, la tenera madre aveva aggiunto oggetti da toelette, sigarette, dolci e molta cioccolata, di cui Dario era ghiottissimo.
Elena era già abbigliata per recarsi con la donna di servizio a fare la spedizione, allorché il campanello squillò.

Un cupo, improvviso presentimento assalì lo spirito già agitato di Elena: un’idea terribile balenò nel suo cervello, cosicché ella stessa si slanciò ad aprire.
Quando si vide dinanzi, grave, commosso, con gli occhi annebbiati, un vecchio colonnello amico di famiglia, la povera madre intuì tosto l’orrenda verità.
Essa disperatamente gridò:
– Il mio Dario è morto!
Il suo cuore di madre non si era ingannato! Suo figlio era caduto da prode là sul Carso, alla conquista di un’ardua vetta, col nome d’Italia e della madre sulle labbra, nella notte e nell’ora stessa in cui la signora Elena aveva sentito chiamarsi e aveva provato l’impressione di un bacio sulla sua fronte.

Per alcuni minuti sembrò che tutto il sangue di quel cuore di madre si vuotasse per le vene aperte, che dei ronzii confusi le ostruissero le orecchie e la vita le sfuggisse.
Ma le pupille dilatate dall’angoscia si soffermarono sui pacchi d’indumenti già pronti, su quegli indumenti che racchiudevano tutta la tenerezza della sua anima, e con accento pieno di strazio balbettò:
– Per lui li avevo preparati, per lui che temeva di aver freddo, lassù! e ora non possono più servirgli. Ebbene colonnello, prendeteli voi, inviateli al comandante del suo reggimento, perché siano distribuiti a quei soldati che non hanno una madre la quale li ricordi e preghi per loro.
Poi scoppiò in un pianto convulso, irrefrenabile!

Analisi del testo

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