Papini – Lo specchio che fugge

Lo specchio che fugge

Lo specchio che fugge

“Gli uomini pensano il futuro, vivono per l’avvenire, consacrano perpetuamente tutti gli oggi a dei domani che devono venire. Ogni uomo non vive che per quello che prevede, aspetta e spera. Tutta la sua vita è fatta in modo che ogni istante ha valore per lui soltanto in quanto egli sa che questo istante prepara un istante successivo, ogni ora un’ora che verrà, ogni giorno un giorno che seguirà. Tutta la sua vita è fatta di sogni, d’ideali, di progetti, di aspettative – tutto il suo presente è fatto di pensieri intorno al suo futuro. Tutto quello che è, ch’è presente, ci sembra oscuro, meschino, insufficiente, inferiore, e noi ci consoliamo soltanto pensando che tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire. Tutti gli uomini, lo sappiano o no, vivono per questa fede. Se ad un tratto si dicesse loro che fra un’ora dovranno tutti quanti morire, tutto ciò che fanno e hanno fatto non avrebbe per loro nessun gusto, nessun sapore, nessun valore. Senza lo specchio del futuro la realtà attuale sembrerebbe turpe, lurida, insignificante. Senza il domani che fa sperare nelle rivincite, nelle vittorie, nelle ascensioni, nelle promozioni e negli aumenti, nelle conquiste e negli oblii, gli uomini non consentirebbero più a vivere”.

Da: G. Papini, Lo specchio che fugge, Parma-Milano, F. M. Ricci, 1979, p. 97.

Si è affermata l’idea che Papini sia stato un autore di pura saggistica, inadatto a scrivere narrativa.

Dice, ad esempio, G. Toffanin (Le parole e le idee, 1(1959), n. 1, p.7): “Perché insomma Papini era un poeta: del romanzo, del racconto, dell’arte narrativa in più d’una occasione disse peste, un po’ perché se lo meritavano, un po’ perché egli non c’era nato”.

Un dato di fatto è che Papini ci ha lasciato alcuni dei più bei racconti fantastici scritti da un italiano; che questo italiano fosse un letterato (o un “poeta”) che si occupava di saggistica e che non era “nato” per il racconto è piuttosto paradossale.

Papini sembra piuttosto un genio sprecato. Sperimentatore futurista, passata l’ubriacatura bellicista di tanti intellettuali di fronte alla realtà della guerra, si inserì in una dimensione cattolica, ma senza perdere quella capacità corrosiva che era nelle sue corde espressive. Aderì al fascismo e si adeguò alle sue posizioni antisemite, anche se aveva assunto in precedenza chiare posizioni antirazziste:

“I razzisti all’ingrosso van cicalando di razze come se l’etnologia fosse una scienza precisa e certa quanto la geometria”.

La coerenza e la continuità di pensiero non furono tra le sue qualità. Papini scrisse tutto e il contrario di tutto. Nella sua vita riuscì ad essere nichilista e cattolico, eversore ed integrato, interventista e pacifista, antirazzista ed antisemita.

Papini ebbe una notevole fortuna, anche internazionale, quando si mise a scrivere testi di ispirazione religiosa, come la Storia di Cristo, che riflettevano la sua scelta di campo nell’ambito del pensiero cattolico. Ma i testi migliori di questo abilissimo scrittore sono forse i suoi raccontini fantastici, riscoperti da J. L. Borges, dopo un lungo oblio, dovuto soprattutto all’adesione papiniana al fascismo e al Manifesto della razza del 1938. Solo recentemente, nel 2006, in occasione del cinquantenario della morte, si è ripreso a pubblicare e studiare Papini, un uomo irrequieto e contraddittorio, molto amato e molto odiato, probabilmente opportunista e talvolta anche eticamente riprovevole, ma indubbiamente geniale.

domenica, 10 maggio 2009

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