Il bacio della maschera bianca

Tra terrori infantili e seduzioni veneziane, tra realismo e decadentismo, si sviluppa una storia gotica, che contiene al suo interno altre storie.

L’anteprima è limitata al primo capitolo.

Il romanzo completo è pubblicato in e-book, a cura di LOPcom Editore, col titolo Il bacio della maschera bianca e altre storie inquietanti, ed è disponibile presso i maggiori bookstore o presso il sito di LOPcom.

Le altre storie? Sono molto diverse dalla prima, e veramente inquietanti!

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Il bacio della maschera bianca

I

La casa colonica era costituita da un’unica grande stanza con una porta e una sola finestra, sul lato sinistro di chi entrava.
Nella parete di destra si trovava una specie di credenza, dove si potevano trovare, in ordine, tutte le suppellettili indispensabili per cucinare e i più diversi oggetti, utili o inutili.
Sulla parete di fronte all’ingresso, sopra il grande letto, c’era l’oleografia di un quadro rappresentante la Madonna col Bambino. Appesa al muro di sinistra, in penombra, dopo la ferita aperta della finestra, c’era un’altra oleografia che raffigurava una scena del carnevale a Venezia. Era un quadro di genere, quindi, senza alcuna particolarità, tranne che per una figura femminile, il cui viso era interamente coperto da una maschera bianca, e che era accompagnata da due uomini col tricorno. La donna sembrava rivolgersi a chi entrava nella stanza e scrutarlo con uno sguardo, la cui profondità pareva riflettere il tempo lontano della sua provenienza.
Il quadro aveva in origine una decorosa cornice di legno, che si era però sporcata e danneggiata con l’età e con gli spostamenti da una casa all’altra. Per questo, i suoi nuovi padroni avevano pensato di ripulirla e rinnovarla dipingendola con una pittura celestina, che pur intonandosi col cielo veneziano dava all’insieme una nota di falso, che si aggiungeva al Kitsch connaturale all’oleografia, trasformandolo in una sorta di piccolo monumento al cattivo gusto.

Marco ricordava con angoscia quel quadro e lo collegava alla musica del valzer del Carnevale di Venezia, che aveva ascoltato varie volte in un arrangiamento che introduceva alcune battute in tono minore, che contrastavano con l’apparente allegria del brano, generando un effetto emozionale disturbante. Questa sgradevole sensazione gli pareva preannunciare un parziale stravolgimento dell’ordine reale delle cose. Una volta, gli era accaduto di sognare la donna dalla maschera bianca, che si era animata ed era uscita dal quadro per disperdersi nei campi in una notte senza luna. Ricordava anche, confusamente, che la figura mascherata gli aveva parlato, prima di scomparire nel buio. La sua voce era diversa da qualsiasi voce umana: sembrava lontana e cupa e aveva un timbro innaturale e metallico.
La famiglia di Marco trascorreva di solito la villeggiatura in quella casetta, posta proprio in cima a un piccolo colle, e vi permaneva per un’intera noiosa estate.
La sera, quando il sole cominciava a scendere dal culmine del cielo per andare a cadere in mare, al di là del fiumiciattolo che lambiva il podere, ci si riuniva all’ombra davanti alla casa, sotto il vasto pergolato, da cui pendeva un’uva bianca e vinosa dagli acini dolcissimi. Da lì si vedeva tutta la proprietà, in discesa fino al fiume, nascosto da un folto canneto; si vedevano le siepi di fichi d’india, che separavano i vari tipi di coltivazione, e le barriere laterali di acacia salina, dai fiori gialli e polverosi simili a quelli della mimosa.
Nel declivio che procedeva dalla casa, ai due lati di un piccolo viottolo, c’erano un gruppo di ciliegi e i peschi che suo padre aveva innestato personalmente, compiendo quel piccolo miracolo che consente alle specie vegetali di svilupparsi l’una dall’altra, cosa che è preclusa agli animali, obbligati ad accoppiarsi e a generare piccoli della loro stessa specie.
A volte, la famiglia si recava in campagna anche nel corso dell’anno, durante le feste di Natale o per carnevale. Ci si riscaldava con una stufa a legna e si cucinavano polenta col sugo e frittelle.
Una sera, quella della domenica di carnevale, Marco si trovava solo nella stanza; aveva in mano un mestolo di legno, che sarebbe servito di lì a poco per rimestare la polenta, lo faceva roteare e fendeva l’aria, muovendolo velocemente in alto e in basso, e producendo un particolare rumore, che non gli era mai capitato di sentire. La cosa lo divertiva e perciò provò a variare il percorso del mestolo nell’aria, per diversificare il suono. Improvvisamente, alzò gli occhi verso l’oleografia che dominava la parete e gli sembrò di scorgere una qualche diversità, una sorta di appannamento o di indeterminatezza, che poteva però essere un semplice effetto della penombra in cui giacevano le immagini. Il volto della figura mascherata pareva essere diventato stranamente inespressivo, come se la maschera non ricoprisse più un volto reale ma celasse una figura umana priva di sguardo.
L’entrata della madre e della nonna, che iniziavano a prelevare gli oggetti e gli ingredienti per la preparazione della polenta, distrassero Marco, che smise di riflettere sul vecchio quadro per rivolgere i suoi pensieri al piacere della cena imminente.
Il freddo dello stanzone lasciava lentamente il posto al calore della cucina e alle chiacchiere; la presenza umana vinceva le impressioni negative e ricreava sensazioni di gradevole serenità.

Era una notte di novilunio e l’ombra era quasi totale, come un manto d’inchiostro, una cappa che rende invisibili. Era un buio magico, dove chiunque, uomo o spirito, avrebbe potuto aggirarsi senza essere visto. Tante storie si muovevano nella testa di Marco: quella del vento nero, che seccava tutto quello che incontrava e bruciava i germogli delle piante, o quella dell’uomo senza volto, che toglieva l’identità alle persone in cui s’imbatteva, che non si ricordavano più di loro stesse e non venivano più riconosciute nemmeno dai parenti.
Poi le storie incominciarono a sbriciolarsi e a perdere la loro coerenza, si unirono a pezzi di vita vissuta o da vivere. Cose immaginate e paesaggi sconosciuti cominciarono ad apparire e a popolare il vecchio letto dove Marco era stato portato già addormentato.

L’indomani, alle prime luci del giorno, il figlio più giovane del mezzadro della tenuta di Valdoria, non molto lontano dal terreno dei genitori di Marco, vide qualcosa che non avrebbe mai dimenticato. Valdoria aveva come suo confine una stradina in terra battuta, che aveva come principale compito quello di condurre a uno dei pochi pozzi della zona. Faceva molto freddo e l’erba pareva spruzzata di neve, ma era invece parzialmente coperta di brina. Il giovanotto s’infilò nella stradina proprio per recarsi al pozzo a prendere un po’ d’acqua, ma vide che qualcuno l’aveva preceduto: infatti un uomo vestito di scuro si trovava sul margine del pozzo e aveva le braccia rivolte in avanti, come se stesse tirando su il secchio con una corda. Quando il giovane si avvicinò, si rese conto però che l’uomo era stranamente immobile e che la posizione del corpo era innaturale. Le braccia erano rigide e le mani avevano le dita allargate e scheletriche, illividite dal freddo. Al di là del corpo e della sua strana postura, fu il volto quello che impressionò di più il giovane contadino: pallido e contratto, incredibilmente scavato, con gli occhi fissi e sbarrati, pareva guardare ancora qualcosa di terribile e di stupefacente. Il morto non era sicuramente un abitante della zona e non sembrava nemmeno un vagabondo, a giudicare dai vestiti, semplici ma puliti. Il giovane di Valdoria per un po’ rimase interdetto, senza sapere che fare; poi andò via di corsa a cercare aiuto.
Quando Marco si svegliò, quella mattina, sentì il nitrito di un cavallo e, poiché era raro che i cavalli passassero da quelle parti, si precipitò fuori della stanza. Suo padre era già all’esterno, ai margini dello spiazzo rialzato che stava davanti alla casa. Si appoggiava alla colonna quadrata di legno liscio e chiaro che sosteneva il pergolato e guardava in direzione del viottolo, dove due carabinieri a cavallo andavano avanti e indietro, come per studiare la zona.
« Cos’è successo? » chiese Marco.
« È morta una persona » disse suo padre.

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