Ascensori

spirale

2017

Grimaldelli

Perdonami se racconto l’assurdo,
se le parole non dicono
quel che dovrebbero dire,
se riflettono logiche dei sogni,
grimaldelli sonori,
che spalancano mondi,
dove i ciechi dipingono, dove cantano i sordi,
dove le viti americane
non hanno bisogno d’innesti.

Biellati in un acquario tropicale,
come entità spugnose,
radicavamo alteri e semprevivi,
alternativi a sputi smerigliati
che l’acqua non offendano, spiriti quieti
che stanno fermi non sapendo andare,
perché nessuno insegna percorsi di comete
o di jo-jo, nessuno che insegni a volare
o che c’impari come dicono al Sud.

Nessuno che stravinca il vigore del vetro,
la congrua resa della mela che cade,
norme che stanno come secondini
a controllare perle e scaramazze.
Non potremo saltare il muro delle scorie
e finiremo ramazzati o erasi,
o perfusi di cnidae medusarie,
umiliati e indifesi,
confusi nella polvere.

Come quarzi invetrati negli asfalti
che rilucono al sole, emettiamo segnali
che forse nessuno raccoglie, ma pure brilliamo
anche se non ha senso, se la luce
è un semplice ondulato presentarsi
della materia che non si sa bene
a cosa serva e dove miri e come
diventi un altro esistere violento
e primitivo nel volto sfocato del tempo.

 

Ascensori

Qualcuno ancora crede questo mondo
emanazione di un pensiero – il vuoto
l’hanno riempito palpiti di suoni,
un aereoplano di parole accese
da bruciare sottili nella notte.

Così andiamo vagando a mezza luce
senza sapere senza figurare
una realtà scoscesa e fuggitiva,
sempre a forgiare scale di palazzi
e ascensori violenti e senza fine.

Abbandonati i miti e le catene
pensiamo al labirinto a come uscire
e capire la vita e le sue strade
ricoperte d’asfalto, a rifuggire
dal tanfo d’invisibili confini.

Noi vogliosi di sangue e mai saziati,
noi batteri vibranti su una crosta
infida e malsicura, quasi un velo
di cellofan sui banchi della carne,
quasi uno strato di materia oscura.

 

Come stracci

Come stracci gettati ad asciugare
le lacrime indigeste delle attese,
attraversando un briciolo di storia,
sedotti da un lampione, acuminati
a raccogliere lampi di memoria,
vogliosi di sconfitte, insuperati
residui di carcasse, immotivati
dalle instabili rese.

Gettati qua tra sibili di fumo
e lattine scadute da buttare
nel bidone già pieno giù in cortile.
La bellezza qualcuno la bellezza
ci salverà racconta, ma non vede
che l’armonia scompare e l’eleganza
non si scorge neppure nella danza
delle bindelle tese.

Il fiato del cloruro di vinile
ci offusca e il calmo volo della morte
assedia le pianure, dove i fiumi
trascinano tramonti, come un greve
sipario di velluto smorza il canto
del vapore di plastica, più dolce
del glauco assedio d’anice nei fumi
come un valzer viennese.

 

Capinera

Povera capinera condannata
che balli il tango in un’oscura gabbia
o caponera assieme alle pollastre
ingrassate alla guisa di capponi

Le zolle le sforacchiano i trapponi
evitando le trappole e i moroni
rosecando le pobbie e le callastre
lasciate a riposare sulla sabbia

e la sposa che cova nel suo seno
i bigatti che crescono bellissimi
col vigore e il calore della stuva
otto libbre di seta avremo almeno.

Nel toppione nereggia forte l’uva
che accoglierà la tina coi pestoni
e il vino da rasare nel vasello
questa volta darà una buona annata.

 

In del bosc

In del bosc
mirant à la llumera
come un rottame che non sa volare
incrostato di ruggine

tourbillonando si avvita
formicolare di cieli
riflesso vasovagale
esondazione di fremiti

Si cercano le vene
quasi soffi di vita
l’inferno è fatto d’aghi
non si attende la luce

Gli alberi pali elettrici
fiamme di sodio
precipitare in cielo
da un banale torpore

Qui si sognano boschi di castagni
e il vidore nei ronchi
sul marciapiede cupo di cemento
insozzato dai cani

 

I Could Have Danced All Night

Perché non danzare tutta la notte
come cavalli da uccidere
perché non finire
l’inferno delle parole
l’inferno di pensieri
inferno di paure

quest’orrore che ci obbliga
a divorarci l’un l’altro
uomini sandwich

all night all night
come cavalli da ammazzare
da divorare
carne equina
carne umana

come vitelli da sbranare
come naselli da pescare
da incorniciare
lu piscispada

per tutto il tempo per tutto il freddo tempo
che ci rimane
per tutto
per tutto il tempo lento

mezza vita parliamo d’amore
bevendo coca-cola
l’altra meta frigniamo di salute

trofei trofei
corna di cervo zanne d’elefante
messaggi di passione
un diamante per sempre

imprudenti ansimanti
insufficienti
per gli altri e per noi stessi
a precipizio

aeroplani perduti in avaria
terrificati ansiosi di raggiungere
un immenso obitorio

 

La danza

E danzare e danzare
quasi perdendo coerenza
decorticando la fibra
scarnificando movenze

solo scintille di luce
che stellano la notte
ermetica incombente
includente astronave

notte notte che ingoia
il dolore e il rimpianto
lo spasimo e il supplizio
ora tutto precipita

il pensiero precipita
imbrattato dal tempo
ma residua nell’aria
il ricordo di un gesto

 

Il senso delle cose

Quale sarà mai il senso delle cose
che accompagnano il vivere
e il nostro stesso correre
e respirare?

Ogni giorno si germina e fiorisce
con l’aspra luce che trafigge i vetri
si versa l’acqua o il latte
si riscalda e si schiude

il sapore d’infuso delle foglie
preziose e ambrate o il canto delle polveri
scure e tostate
nate dal sole e all’ombra regalate

resteranno gli oggetti ad osservare
operai senza fabbriche
e fabbriche robotiche
e spiriti dormienti

nell’albeggiare amaro di risvegli
senza scopo né affanni
a vivere di sogni
ci condanna la sorte

 

Mutare stagione

Stendere braccia, protendere pugni,
piangere fra i sudari, liquefare il dolore,
vomitare improperi, spennellare menzogne
a cosa serve se presto non muta stagione,
se un vento vago poi riporta indietro
le stesse immutabili cose.

Se non si ferma il volto sferzante dell’odio,
se l’invidia non perde il velluto di un trono cariato,
se il sogno del bello e del vero non trova ristoro.
Per consolare i poveri e gli afflitti
rimangono le vicende vere o false dei vip,
i cuori sotto i post, i nuovi videoclip.

Eppure al mondo ancora qualcuno ingenuo esulta,
la dove le bandiere bevono sangue ancora
e forgiano veleni per intridere il brolo,
per crescervi zizzanie e mine e fucili d’assalto,
e generali in capo e pallidi eroi da tragedia,
innamorati trepidi di deboli regine.

Non avete capito, non avete pagato
già troppo per ripetervi nei ruoli teatrali, nei manti
già indossati da un altro, da larve intristite nei sogni.
Non si vive mai tanto da innovare
le perfide abitudini e capire il programma
che una mente invisibile ha già scritto.

 

Ombre su ombre

Perché ostinarsi a vivere
se sappiamo di non avere scopo
se il mondo girerà più leggero e coerente
orfano del dolore

continueranno i robot gli ologrammi
la loro finzione di vita
di ombre proiettate sulle ombre
di forme immaginate

le barche trascinate sull’asciutto
non riprendono il mare
non c’è catrame in ferie è il calafato
lo scafo fessurato

non chiederci di muoverci
non chiederci di andare, di scommettere
sul numero vincente a nulla serve
se il vincitore muore

se perduto nell’acqua è il suo respiro
e la voce permane nel ricordo
di una donna o di un cane
molto meglio dissolversi nel sole

 

Ottave

Nebbie e nebbie come il fumo urticante delle ciminiere,
ciechi di bocche vili a divorare il veleno invisibile
dell’illusione cerea, della calante rorida volente volante,
l’ignoranza inquietante esplorata dai droni del tempo
impossibile a cogliersi, rimescolarsi, indugiare
dove e come nel vero impalbabile e osceno,
se solo potessimo coglierlo; per questo nasconde,
rivestito di tulle, l’orribile lucida scorza.

Per addolcire l’insostenibile agrezza del nucleo vischioso
seminiamo coriandoli accesi e zucchero a velo.
Per non vedere e sentire coprire il fremente richiamo
con dolci distese di sabbia, con glauche irrorate pianure,
dove papaveri rossi distraggono il passo segreto,
che orme non lascia, che acqua non beve, che suoni non cede.
Una mano di calce sulle pietre, di cipria sul seme
di quel che non si dice, che nessuno ricorda.

Nella più avara delle locuzioni
coltivare incertezze come ossequiosi tappeti
nella terra brumosa dei ricordi,
avventurarsi – amori compostabili – amorazzi di fumo
scalcinati e vaganti, lucori coperti di stracci,
colori che si spengono di sera quando un faro li acceca,
dispersi nella stanza come vestiti abbandonati,
luoghi sacrificati a un più sicuro porto.

Sempre in fuga come jet fumiganti,
astiosi come spazzole, roventi come piastre,
incapaci di quiete, bramosi di nuova esistenza,
osserviamo la vita che sfugge, le specie che bruciano:
un volto invisibile uccide la sfera visibile.
Ci sentiamo colpevoli, vomitiamo le tarme
della nostra incredibile ariosa incoscienza.
Che rimane del mondo dopo il mondo?

 

Plastic tape

Fumose emanazioni di virtualità irrisolte,
plastic tape – divini impedimenti
adagiarsi, sperare in una quiete
senza risvegli, se questo è il reale, fuggire
nessuno può per cadere nei sogni.

Perché attraversare la tela
per uscire dal film?
Se ne valesse la pena,
qualcuno già percorrerebbe strade
indagherebbe oscure vie di fuga.

Con gli occhi chiusi è meglio il rifiuto, la notte
del bianco squallore del vero.
Una finestra illusoria che accende le forme
le rinchiude in un carcere di luce.

Non cercare motivi,
le ragioni del vivere.
Chi comanda punisce e non giustifica
il suo folle potere.

 

Stormi

Strani animali solcano le onde
vivi colori, allegri fino al seme
che genera speranze, fino al lento
crearsi dalla cenere la storia.
Volano a stormo verso nuovi nidi
o formicai nutriti di conquiste,
di martirio segreto come stukas
salpati nei deliri dalle piste.
Non è così importante per la specie
se qualcuno avvizzisce: s’intuisce
che il soldato s’immola per la vita
più felice del branco e non tradisce
le spinte irrefrenabili del flusso
che le turbine inducono immutabili
e indigeste a chi guarda dalla riva
un mondo che si muove e non si arresta.

Annunci