Dormiveglia

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Ho paura del dormiveglia, delle strane cose che possono succedere in quello spazio inquieto che si stende tra il reale e l’immaginario. Il tempo sembra interrompersi, la logica cambia: tutto si spezza e si ricompone in modo imprevedibile. In quello spazio mi pare di aver viaggiato, più volte, e forse continuo a viaggiare, tra la speranza e la paura, mentre tutto si forma e si fonde, o improvvisamente svapora.

Mi capita quindi di svegliarmi con un timore, sempre diverso, ma molto reale. Una volta, non molto tempo fa, temevo di non aver chiuso la porta, la notte prima, e per questo mi sono alzato alle prime luci dell’alba e sono andato a controllare.

Controllai dunque la chiusura dell’ingresso, scoprendo con grande preoccupazione che la porta era rimasta aperta; ma la richiusi immediatamente, terrorizzato. Nel pianerottolo c’era un uomo con una tuta bianca, alto più di due metri. Non stava vicino alla porta, ma si capiva che cercava qualcosa. Visto che il mio portone si era aperto, sia pure per un attimo, il gigante si attaccò al campanello.

All’inizio attese un po’, poi divenne insistente, alla fine fastidioso. Non ottenendo la riapertura dell’uscio, incominciò a parlare.

«Siamo venuti per portar via il corpo» tuonava l’uomo in bianco con voce stentorea, dal timbro perfetto, quasi innaturale.

«Quale corpo? Qui non abbiamo corpi da trasportare».
«Quello di sua moglie» spiegò il tizio da dietro la porta.
«Ma se sta dormendo!»
«Non sta dormendo, vada a controllare».

Tornai in camera e chiamai Rossana, ma lei non rispose. Mi avvicinai e la trovai abbandonata sul letto, troppo abbandonata per essere semplicemente addormentata. Un filo di saliva le scendeva dall’angolo della bocca. Il petto era immobile. Non c’era alcun dubbio: non respirava. Cercai di scuoterla, ma non reagì. Sembrava veramente che la vita l’avesse abbandonata, lasciando un’effigie ancora morbida e dolce, morbida e dolce come lei sapeva essere talvolta, come lei era stata. Non potevo più opporre argomentazioni o tergiversare. L’uomo in bianco aveva ragione e non avevo nessun motivo per non fargli svolgere il suo lavoro, per cui alla fine aprii la porta. Entrò, accompagnato da un altro tizio che non avevo visto prima. Anche lui indossava una tuta candida.

«Non si rallegri troppo, perché domani torniamo a prendere lei» disse il secondo uomo.
«Non è possibile: io sto benissimo».
«Anche sua moglie stava benissimo, ma noi sappiamo sempre tutto. Sappiamo quando il tempo è finito».

Sollevarono Rossana come fosse un fuscello e la misero in una specie di barella.

«Ora la portiamo giù» fece il primo uomo.

Il materasso rimase vuoto, immenso e spoglio, infinitamente spoglio.

Avevo comprato quel materasso unico a due piazze perché pensavo che i miei rapporti con Rossana potessero tornare a essere quelli di una volta. Invece, quando l’amore è finito, anche il semplice immaginare un rapporto diviene impensabile. No, per carità: il coito, la penetrazione sono azioni che senza desiderio risultano improponibili. Perché entrare con una tua appendice in un altro corpo, se il piacere derivante dallo sfregamento può essere generato anche manualmente, senza coinvolgere un’altra persona, che forse prova disgusto nel sentirsi umida, sulla pelle e dentro la pelle, perché obbligarla a vivere momenti sgradevoli e perché obbligare te stesso a utilizzare quel corpo come oggetto di piacere, perché insudiciarlo, deturparlo, contaminarlo con le tue viscide emissioni?

Ora anche le ipotesi di ripresa di un’azione interrotta da tempo erano state spazzate via dal destino. Tutto si era concluso.

Era quella la realtà? Dovevo cercare una via di fuga. Mi ero vestito, sostituendo il pigiama con un pantalone e una camicia. Non usavo quasi mai le t-shirt: mi facevano sudare. Ora ero pronto a scendere, con la mia solita maschera, quella che gli altri erano abituati a vedere.

Presi l’ascensore e arrivai al giardino condominiale. Guardai fuori. Era la realtà quella che vedevo? Mi sembrava piuttosto un’immagine osservata in uno specchio, troppo vivida e luminosa per essere vera: una rappresentazione, uno spettacolo che qualcuno aveva costruito per me, per farmi credere che tutto quello che appariva fosse vero. Le cose avevano una perfetta coerenza, obbedivano a una logica, non potevano mutare a piacimento. Tutto sembrava credibile: le nuvole, il cielo, i palazzi, gli alberi, l’erba, le zanzare che attaccavano come pattuglie di aerei da caccia, che atterravano affamate sulla pelle del viso, in pieno giorno. Cercai di muovermi, di allontanarle dal mio corpo, ma qualcuna pareva essersi affezionata e non voleva staccarsi. Fui costretto a schiacciarle: con certi esseri non ci sono soluzioni alternative a quelle più semplici e definitive.

Stavo lì a combattere quando arrivò la custode, che era una donna dal colore olivastro, con due enormi borse sotto gli occhi.

Aveva un nome straniero complicato e impronunciabile, per cui si faceva chiamare Francesca.

«Devo scendere nei sotterranei» le dissi.

«Non so se posso farla andare» obiettò imbarazzata, mentre io mi ero già spostato avanti, in cerca del passaggio.

Si aggiustò la veste incolore, poi mi seguì. Vide che non intendevo rinunciare al mio viaggio e mi avvisò: «Stia attento: è pericoloso. Lì sotto succede di tutto».

Non le risposi. Sapevo che era più pericoloso per me restare immobile in casa, in attesa.

Attraversai la soglia di una porta scura e percorsi un lungo corridoio, calpestando una superficie di cemento, umida e scivolosa.

Alla fine mi trovai in una stanza enorme e chiara con pareti formate da tubi metallici che parevano canne d’organo. C’era infatti la tastiera di un organo in quel luogo e improvvisamente se ne avvertì il suono. Come spuntato dal nulla un uomo vestito di bianco maltrattava quella tastiera, ricavandone suoni fumosi o gnaulanti. Mi parve di riconoscere l’uomo che aveva portato via Rossana, il gigante dalla tuta bianca.

«Non puoi fuggire» disse «ti tengo d’occhio». Chissà perché, non gli volevo credere, non potevo credere, non sapevo credere. Il nostro cervello è predisposto per l’immortalità, che prima o poi in chissà quale forma otterremo. Non possiamo pensare, nemmeno ipotizzare, di scomparire per sempre nel nulla: è contrario alla nostra logica, alla nostra cultura. Ci siamo persino immaginati un aldilà, con premi e punizioni, un dopo gara, un dopolavoro.

Lasciai lì l’organista e imboccai un nuovo corridoio. Questo era lastricato con piastrelle nere e bianche, che luccicavano riflettendo lumi che si scorgevano in lontananza.

Sentivo un rumore di fondo, come di un flusso continuo, come se un liquido si muovesse all’interno dei muri, sotto le pietre, sotto i lastroni di calcestruzzo del soffitto.

Tutto, anche ciò che nella nostra comune esistenza pare immobile, è invece la sintesi di movimenti che non hanno tregua.

Il corridoio terminava in uno spazio che pareva non avesse limiti. In quello spazio fluttuavano immagini, cose, esseri, animali, persone. Mi sembrò di riconoscere qualcosa o qualcuno: oggetti che avevo posseduto o percepito, persone con cui avevo parlato o per cui avevo provato sentimenti. Era come se le deboli immagini che il ricordo conservava avessero trovato nuovo splendore e tornassero vivide come erano state una volta. Ecco il mio gatto bianco e nero che si riavvicinava e seguiva tutti i passi del padrone e amico. Era un gatto quello che doveva essere stato un cane in una vita precedente, perché da cane si comportava, affettuoso e fedele, buffo e pasticcione.

Tante persone di cui non ricordavo nemmeno il nome: un compagno di stanza dei tempi dell’università, amici, amiche, gente che giaceva in qualche segreta latebra del mio cervello; ragazze con cui mi accompagnavo talvolta, di cui avevo frequentato occasionalmente la casa, con cui avevo immaginato di poter stabilire una relazione, figure che riapparivano come per miracolo.

Una di quelle immagini brillava, quasi avvolta da un’aura: si chiamava Giorgina, ai tempi del liceo.

Le parlai con semplicità, come se non fossi stupito di rivederla, in quello spazio così particolare, così estraneo alla nostra comune esperienza.

«Quante persone scompaiono dalla tua vita, ci hai mai pensato?»

Lei sorrideva: «Io invece sono sempre qua, ma nella mia vita non ci sei, non ci puoi essere. Non era destino».

«Sono stato sempre ossessionato dalle assenze, da chi scompariva dall’orizzonte, per non tornare più».

Lei continuava a sorridere, lieve come un sogno.

«E ora mi dicono che dovrei essere io a scomparire, a uscire dalla vita degli altri».

«Prima o poi capita a tutti, lo sai. Non è così terribile. Il tempo si dissolve, sciogliendosi come un orologio di Mirò».

Il suo volto era sereno e io mi sentivo sprofondare in un abisso di dolcezza.

Mi succedeva anche con Rossana qualche volta. Avrei voluto dirglielo, ma non sapevo come. Non riuscivo a trovare le parole adatte. Come si fa a descrivere una sensazione, un moto dell’animo che non si comprende nemmeno completamente, in ogni sua sfumatura? Nel parlarne si corre il rischio di ridurre e travisare, di manifestare qualcosa di completamente alieno da quello che si vorrebbe esprimere. Spesso le parole non corrispondono al pensiero reale, per un nostro difetto, per una nostra incapacità o inadeguatezza.

«È vero che sto per morire?» chiesi.

«Morire? Che parola forte, definitiva, spaventosa! C’è un momento in cui la materia si deve dissolvere. Le cellule invecchiano e devono essere sostituite, solo che a poco a poco la capacità di ricostituire nuove cellule viene meno. Le informazioni cominciano a uscire dal corpo, scivolano fuori dai limiti della struttura che le ospita e che le aiuta a svilupparsi. Quando il corpo non è più in grado di sostenerle, si riassemblano nello spazio con gli altri arcimilioni di miliardi di particelle che veicolano informazione e ricostituiscono l’unità da cui hanno tratto origine. Si crea una coscienza unica, che si autocontempla nella sua consapevolezza. Cessa l’agitazione delle particelle, cessa l’insoddisfazione, la ricerca affannosa di una realizzazione: si è raggiunto finalmente l’equilibrio. Comunque, per adesso, non ti preoccupare. Ti hanno concesso ancora del tempo. Puoi tornare nel tuo mondo».

Poi un periodo di vuoto, anzi di assenza di luce.

Immagini scorrono, si ripetono, con poche variazioni. Foto caricate sul web. Uomini e donne che vanno nudi in bicicletta. Corpi dipinti che paiono ricoperti di stoffe inesistenti. Ragazzine che fanno smorfie davanti alla macchina digitale o che simulano rapporti lesbici. Ragazze scalze che camminano sui binari del treno. Donne che mostrano l’indice disteso: fuck you. Segni con le dita di ragazzi e ragazze, bambini o giovani adulti, simboli che non tutti conoscono, che forse fanno riferimento a significati segreti coltivati in ambienti chiusi. Modelle con la bocca ricoperta da una farfalla. Gruppi di giovani immortalati nel salto, immersi nell’aria, liberi nello spazio. Cani, cani in tutte le pose, gatti, animali assonnati che brucano.

«Oh, finalmente ti sei svegliato» dice una donna, mia moglie. La intravedo a malapena, in controluce, ma è proprio lei ed è viva.

Sono a letto, in un letto candido, in un ospedale silente, collegato da sonde e tubi a macchine elettroniche che non posso vedere, collocate in alto, dietro di me.

Un uomo con un camice bianco, un medico gigantesco, lancia un mezzo sorriso e dice: «Per questa volta ce l’abbiamo fatta».

Tante altre persone arrivano, alla spicciolata, si congratulano per la buona riuscita del mio viaggio.

«Come si sta dall’altra parte?» chiede uno, forse un conoscente, che nemmeno ricordo chi sia.

E così, dopo qualche giorno, torno a casa, dove tutto sembra essere come prima, ma non proprio tutto.

Il gigante vestito di bianco lo ritrovo alla visita di controllo, in ospedale.

«La trovo bene» fa lui «le è piaciuto il suo viaggio?»
«È stato interessante» rispondo.
«E tutto è tornato come prima?» mi chiede.
«Quasi tutto. Non capisco però perché i fiori, che prima si aprivano solamente in pieno sole, per accartocciarsi al tramonto, ora li trovo già spalancati all’alba, quando mi sveglio, e talvolta rimangono aperti anche quando il sole è tramontato da un pezzo. È come se le regole non valessero per sempre».
«Non si preoccupi» dice lui «succede sempre così, e avviene in maniera sempre diversa per ciascuno. La vita è piena di mutamenti, discrepanze, qualche volta inavvertibili. Non tutti se ne rendono conto. Lei invece è sulla buona strada. Comincia a capire che la realtà è solo rappresentazione».