Isola di plastica

Il viaggio, a dire il vero, non era programmato e non mi sarei mai avventurato nel bel mezzo dell’Atlantico, se Gary non mi avesse incuriosito.
«È un posto incredibile» mi raccontò. «Non c’è nulla di simile in tutto il globo. Un territorio nato dal nulla, in mezzo all’oceano.»
Sapevo che gli oceani erano diventati enormi depositi di spazzatura industriale, ma non avrei mai immaginato che vi si potessero creare, su quegli ammasi di residui di plastica e di rifiuti di ogni genere, vere e proprie isole. Ancora più incredibile era che qualcuno avesse pensato di utilizzare quei conglomerati galleggianti per costruirvi case, in uno spazio libero, dove nessuna nazione potesse accampare diritti, né issare bandiere.
I primi a pensare di fermarsi a vivere su quelle zattere oceaniche furono dei marinai che non trovavano più ingaggi. Facce scavate, arrossate dalla calura dei mari tropicali ed essiccate dalla salsedine. Sguardi abituati a vedere l’infinito, che finalmente speravano di trovare quella pace che il mare non era in grado di offrire, ma che nemmeno la terra ormai riusciva più ad assicurare.
Poi arrivarono gli impiegati in fuga dalle aziende e dalle loro ristrutturazioni, che ogni volta precipitavano i dipendenti nell’inferno della disoccupazione permanente. Infine furono gli artisti a scoprire quel nuovo piccolo mondo nel ricercare modi alternativi di sopravvivenza.
Le prime isole erano semplici ammassi di rifiuti, ma a poco a poco l’ingegno dei primi abitatori rinforzò le strutture spontanee creando basi più solide per consentire un migliore e durevole galleggiamento. Con gli stessi materiali di scarto: plastica, legno, metallo, si alzarono muri e si costruirono padiglioni e veri e propri palazzi, tanto solidi da reggere le perturbazioni dell’Oceano.
Gli isolani vivevano principalmente di pesca, ma anche di caccia e dei prodotti degli orti idroponici che avevano cominciato ad assemblare sulle aree terminali delle costruzioni.
La vita in quelle terre artificiali era piuttosto semplice e decisamente più tranquilla di quella che si trascorreva di solito in una delle nostre società industriali.
Nessuno pagava tasse, perché non esisteva uno stato, nessuno si preoccupava di assicurarsi la proprietà degli spazi, dei giardini pensili, né delle abitazioni. Tutti al contrario si occupavano della produzione che era utile a tutti. Chi era più abile nella pesca scambiava i pesci con le piante dei coltivatori degli orti.
Non esisteva un vero e proprio organismo di carattere militare, che si preoccupasse della difesa. Quando però le isole cominciarono a popolarsi di uomini di varia origine e ceto sociale, quando i proventi del turismo e della pesca cominciarono a divenire consistenti, gli abitanti decisero di creare una specie di polizia interna, che avesse facoltà d’intervenire in caso di controversie e battibecchi e di contrastare i pericoli che provenissero dall’esterno.
Una piazzuola chiara e pulita costituiva il centro dell’abitato e su quella si affacciavano i principali servizi, dall’albergo allo spaccio, in cui si vendevano i mezzi di prima necessità.
Quando raggiungemmo, per la prima volta, l’agglomerato principale delle isole, un uomo grosso, dall’aspetto trasandato, ci intercettò. «Sono l’albergatore» tuonò, con voce robusta, troppo forte e rauca per noi gente di città, che rivelavano le sue origini di marinaio o pescatore.
«Volete visitare l’isola o siete venuti qui per trasferirvi?» chiese.
«Siamo soltanto visitatori» dissi.
«Allora bisogna che vi racconti alcune particolarità di questo posto.
Non rimanete troppo all’aperto, soprattutto quando c’è bonaccia. Si forma una specie di bruma, che può essere pericolosa per l’uomo.»
«In che senso?» chiese il mio amico.
«Nel senso peggiore del termine. L’esposizione ai vapori provoca un’ebbrezza difficilmente sostenibile e successivamente uno stato comatoso, da cui ci si risveglia a fatica.»
«E da cosa dipende?»
«Dalle esalazioni della plastica, a contatto con l’acqua marina e con la sollecitazione del calore solare.»
«C’è un modo per difendersi?»
«Certamente. Basta chiudersi bene negli alloggi, che prendono aria dall’alto.
Il gas, che si diffonde nell’aria, si mantiene fino a tre metri dal suolo, più in alto le brezze oceaniche lo spazzano via e lo mandano ad avvelenare gli spazi qui attorno, le rotte immutabili delle petroliere.
Ogni tanto, si narra, qualche marinaio impazzisce e non se ne conosce la causa. Io penso che tutto nasca dall’ammorbante potere di questi depositi, dal respiro venefico delle isole.»
«E con tutto questo ancora qualcuno viene ad abitare qui?»
«Non tutti hanno paura della follia e poi l’isola, tutte le isole di questo mare, hanno un fascino segreto, che forse anche voi avrete la possibilità di sperimentare.»
«Quale fascino?»
L’albergatore sorrise. «Il fascino dell’universo» rispose. «Ho fatto disegnare una mappa, che sta nel salone del secondo piano. Dateci un’occhiata» disse, e ci accompagnò in una costruzione dalle pareti luminose e abbellite da incrostazioni che producevano, alla luce del sole, riflessi che parevano di madreperla. Ci invitò poi a salire nelle nostre stanze, in uno dei piani superiori.
La mia camera era piccola ma comoda. Ero terribilmente sudato e sentivo il bisogno di una doccia.
Dopo essermi rinfrescato, mi stesi sul letto a riposare per qualche minuto.
Ora mi sentivo di nuovo in forma e finalmente potevo scendere nel salone per vedere la mappa di cui il nostro oste aveva parlato.
Gary era con me e osservò anche lui la proiezione cartografica, che occupava un’intera parete.
Rappresentava l’isola sulla quale eravamo approdati, l’isola maggiore, e tutte le isolette che si erano formate a qualche distanza da questa.
Una particolarità accomunava tutte quelle creazioni spontanee, che imitavano l’organizzazione naturale: avevano tutte la forma di una galassia, di un ammasso di materia che si era addensata seguendo linee di aggregazione che parevano spirali irregolari. Spinte e movimenti casuali avevano plasmato in modo differente tutte quelle strutture, ma nell’insieme un osservatore attento non poteva non rendersi conto che una legge comune le governava, quella di una logica matematica che le costringeva ad avvitarsi verso il centro, come se fossero attratte da un irresistibile forza che le obbligasse a precipitare verso un punto di attrazione. Era strano come anche le costruzioni artificiali, se abbandonate al potere della natura, finissero per imitarla.
Quel giorno mangiammo pesci e alghe. L’indomani, il ristorante offriva anche qualche piatto di carne di volatili, cucinata in modo appetibile, che apprezzammo, complimentandoci con l’albergatore.
Quest’ultimo, che si chiamava Petrus Wallerstein, ci fece conoscere un suo amico, che dirigeva quella sorta di polizia locale che assicurava l’ordine nelle isole. Era una specie di sceriffo, Don Coughlin, un londinese in fuga dalla civiltà, che aveva trovato in quelle particolari strutture un mondo più vicino ai suoi ideali di vita, e in cui poteva esercitare un potere che nella metropoli sarebbe rimasto per sempre un sogno impossibile.
Tutto sembrava tranquillo e stavamo progettando escursioni nelle isole minori, quando fummo svegliati in piena notte da un segnale d’allarme.

I turisti sciamarono per i corridoi e si precipitarono nella grande hall dell’albergo.
Si era sparsa la voce che le isole fossero state attaccate dai pirati.
Dall’esterno, al di là delle vetrate, si udivano scoppi e colpi di armi da fuoco. Scie di fuoco apparivano e scomparivano, come se qualcuno avesse improvvisato uno spettacolo pirotecnico.
Nella confusione generale, apparve Coughlin, con il suo vice Rani e i pochi poliziotti che collaboravano con loro.
Aveva raccolto dal deposito le armi disponibili e le portava tutte insieme, come una specie di terminator. «Qualcuno sa sparare?» chiese «Se ci sono volontari, li arruolo immediatamente.»

«Noi non siamo combattenti» fece un turista che pareva russo o di qualche altro paese slavo. «Non fa niente» rispose Don «le chiedo soltanto se è in grado di sparare.»
«No, non ho mai preso un arma in mano» disse il turista.
«Va bene, allora rimanga qui con i vecchi a farsi massacrare. Gli altri vengano con me.»
Sia io che il mio amico avevamo qualche esperienza di tiro, anche se preferivamo prendercela con piattelli o lattine che con gli esseri umani, per cui accettammo di essere ingaggiati.
Don ci portò in un posto che non avevamo mai visto. Era una specie di struttura di metallo, provvista di motore, che poteva restare attaccata all’isola, ma anche distaccarsene al bisogno.
Eravamo appena fuggiti dall’albergo, quando i pirati fecero irruzione, senza trovare resistenza.
Una volta penetrati nella hall, radunarono tutti i turisti al centro della sala, tenendoli fermi con la minaccia delle armi.
I testimoni di quella imprevedibile aggressione raccontarono di essersi trovati dinanzi a una specie di orda selvaggia, formata da uomini di varie razze, vestiti come se fossero usciti da un set cinematografico.
Quello che sembrava il capo era un gran pezzo d’uomo, una specie di Sandokan caraibico, di sangue misto. Era a torso nudo e le poche donne presenti lo guardarono con ammirazione.
Il marcantonio dal torso bronzeo, che si chiamava Diego Gutierrez, intimò ai malcapitati di consegnare tutti gli oggetti di valore e si avvicinò alle signore, specie a quelle ancora piacenti, per assicurarsi che non nascondessero qualcosa di prezioso. Dopo quella specie di perquisizione, alcune donne furono scelte come bottino e accompagnate dai pirati più vogliosi nelle salette del personale dell’hotel.
Per alcune ore i visitatori rimasti nella hall sentirono grida e imprecazioni uscire dalle stanze, ma giurano che non tutti gli strepiti erano lamenti o urla di orrore.

Mentre i figli della Filibusta terrorizzavano gli ospiti dell’albergo e arrostivano le loro compagne e le altre disperate casalinghe sulle fiamme del peccato, Coughlin ci istruiva nell’uso delle armi.
«Abbiamo qualche kalashnikov» disse «semplice ed efficace, e dei buoni fucili di precisione.»
«Attenti ai kalashnikov» aggiunse. «Teneteli forte, se non siete abituati al rinculo.
Il nostro capo mi affidò un AK-47, mentre Gary, che era un ottimo tiratore, prese un MTS-116.
Poi Coughlin ci fornì alcune informazioni essenziali.
«La nostra imbarcazione, una volta separata dall’isola, è come una specie di motocannoniera, ci disse. È equipaggiata con un paio di unità lanciamissili, in grado di danneggiare seriamente qualsiasi unità navale tradizionale. Prima di tutto cercheremo di capire di quali forze dispone il nemico, poi decideremo cosa fare.»
Sembrava la cosa più ovvia e, dopo essersi consultati, lo sceriffo e Rami decisero di studiare la situazione dall’esterno.
La nostra navicella si distaccò agilmente dall’isola e si diresse verso il largo. Stava già incominciando ad albeggiare e si vide chiaramente che i pirati disponevano di due scafi.
Il nostro consiglio di guerra, costituito dai due capi e da un paio di poliziotti anziani, stabilì di affondare una delle due imbarcazioni pirata, quella più vicina a noi. Lasciando l’altra in condizione di navigare, per poter accogliere eventualmente i filibustieri in fuga.
Si decise inoltre di attaccare senza preavviso, anche se le navi pirata avevano uomini a bordo.
«Non me ne frega niente di quelle merde» sentii dire a Coughlin «devono essere eliminati fisicamente.»
Credo che sia andato personalmente ad armare le unità lanciamissili e a far partire i primi missili. Non era mai accaduto che dovessero usarle, ma avevano fatto delle simulazioni. Ora però bisognava agire davvero e in fretta.
Il primo missile partì e colpi il bastimento nemico di striscio, ma il secondo lo prese in pieno.
Seguì una spaventosa esplosione, dopo di che la nave cominciò a imbarcare acqua e a inclinarsi. Si videro, a distanza, uomini che si buttavano a mare, senza che avessero molte speranze di salvezza, in quelle acque infestate dagli squali.

Dopo l’attacco, Coughlin chiamò l’isola e volle parlare col capo dei pirati.
«Se entro un’ora non sarete tornati sulla vostra barcaccia e non sarete andati via dalla nostra isola, verremo a prendervi» disse il nostro poliziotto-ammiraglio.
«Noi abbiamo quaranta ostaggi» fece il pirata «e li uccideremo uno ad uno, se non vi consegnerete.»
«Potete uccidere chi vi pare» disse Coughlin. «Noi non siamo responsabili di quei quattro borghesi che vengono nell’isola come se andassero allo zoo. Comunque, se farete del male a quei poveracci, ne pagherete le conseguenze. Potrete scegliere se essere appesi al sole senza acqua né cibo fino alla morte o essere buttati a mare in mezzo agli squali. E se deciderete di rimanere nell’isola lanceremo i nostri missili e la faremo saltare, con voi dentro.»
«Non potete farlo» urlò Gutierrez. «Non potete uccidere anche i turisti!»
«Possiamo fare quello che vogliamo. Non obbediamo a nessuna legge, proprio come voi.»
Così disse, poi riattaccò, senza lasciare al filibustiere il tempo di controbattere.

Raccontano i turisti che Gutierrez cominciò a bestemmiare e a sudare. Quell’animale capace di terrorizzare innocui vecchietti e di violentare signore indifese capiva che questa volta si trovava disarmato, di fronte a una forza di cui non conosceva l’entità, e per la prima volta sperimentava il vero terrore.
Riunì i compagni e decise che la fuga era l’unica possibilità di salvezza. Così quell’orda di manigoldi risalì sulle scialuppe con cui avevano raggiunto l’isola di plastica e tornò sulla nave.
Anche noi ci riunimmo, mentre tenevamo sotto osservazione la ritirata piratesca.
Avevamo vinto, ma non avevamo sconfitto tutte le nostre paure.

«E se pensassero di tornare, con altri mezzi e con altre armi?» chiese qualcuno.
«Non torneranno» fece cupo Coughlin.
Lo vedemmo dirigersi verso l’unità lanciamissili. Pochi secondi dopo, altri due missili partirono, in direzione della nave pirata. Questa volta entrambi i colpi andarono a segno e anche la seconda nave andò a raggiungere la prima.
Osservammo bene tutta la scena, ora che il mare ricominciava a luccicare, riflettendo le prime vampe dell’alba.
Lo sceriffo tornò pochi minuti più tardi. Aveva l’aria serena.
«Naturalmente, nessuno di voi ha mai sentito parlare di pirati, se non al cinema» disse.
Quando tornammo sull’isola, gli ostaggi, insperatamente salvi e illesi, a parte le donne brutalizzate, ci chiesero notizie dei loro sequestratori.
«Sono scappati» disse Coughlin «ma ora cercate di non pensarci più e dimenticate questa brutta avventura.»
Comunque ormai nessuno aveva più voglia di proseguire le vacanze e tutti pensavano a tornare a casa.
«La cosa buona» disse Gary «è che non abbiamo avuto nemmeno bisogno di tirare un colpo.»

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