La perturbazione

C’erano già stati vari allarmi meteo quell’autunno e ogni volta c’erano state interruzioni dei servizi pubblici, chiusure anticipate di scuole, precipitazioni diffuse e consistenti. Qualche strada era diventata torrente, qualche cantina si era allagata, ma poi tutto era rientrato nella norma.
Stavolta, però, le autorità avevano raccomandato alla popolazione di non uscire di casa, di chiudere persino le finestre e di tenere le serrande abbassate.
Quello che si attendeva era un vero e proprio uragano. Si temeva che gli oggetti sollevati dalla forza del vento potessero rompere i vetri e devastare le abitazioni. «Non uscite, non mettete il naso fuori di casa nemmeno per curiosare» diceva un intrattenitore pomeridiano in tv.
Certo, non ci sarebbe stato un bello spettacolo, solo un vortice scuro che avanzava portando con sé correnti d’aria violente e micidiali, quello che si era visto tante volte in televisione e che veniva filmato dai cacciatori di tornados.
Aldo non aveva mai visto un uragano tropicale e non capiva perché dovesse arrivarne uno proprio nella sua città.

La luce elettrica per fortuna funzionava, ma quello che Aldo non si sarebbe mai aspettato di sentire fu lo stranissimo rumore di quella tempesta. Non si udiva il fischiare del vento, ma un muggito ansimante e una sorta di sciabordio d’acqua, qualcosa che diventava sempre più insistente e che pareva avvolgere il grattacielo da ogni parte.
Alla fine vinse la curiosità e Aldo sollevò la serranda del tinello. Quello che vide era completamente assurdo. Laggiù, dalle periferie, qualcosa stava arrivando dal cielo e stava per raggiungere le case di fronte: era una specie di marea con frange di schiuma sporca, simile a un’ondata di alghe e rifiuti, mescolati a un liquido grigiastro, come quello che si forma quando si lava un pavimento sporco. Fiocchi di nubi di detersivo, come se qualcuno avesse deciso di lavare il mondo.
«Vieni, vieni a vedere… È stranissimo!»
Iniziarono a suonare le sirene d’allarme. Tutti i cittadini avevano partecipato a un’esercitazione, nemmeno un mese prima. Un funzionario dei servizi di protezione aveva raccomandato ai cittadini, qualora avessero udito le sirene, di abbandonare immediatamente gli appartamenti e di raggiungere velocemente i rifugi predisposti in ogni palazzo in caso di catastrofe naturale.
«Guarda, guarda, mio Dio, ma quelli sono uomini!»
Pareva che sulle spire del vento uomini vestiti di scuro, con grosse valigie in mano, stessero per precipitare sulle case.

«Dobbiamo andarcene» disse Aldo. Si vestirono in fretta e scesero al pianterreno. I loro bambini non erano con loro, ma avrebbero dovuto essere al piano quinto del loro stesso palazzo, in uno spazio in cui si faceva animazione teatrale per la scuola primaria. Li avrebbero ritrovati nel rifugio, insieme a tutti i residenti e agli eventuali visitatori.
Nel rifugio condominiale erano confluiti gli abitatori di tutti i piani. C’erano molti vicini, con anziani e figli al seguito, ma dei bambini di Aldo e Viviana nessuna traccia. Aldo non riuscì a calmare sua moglie. Lui era più tranquillo. Pensava che i figli fossero in casa di qualche amico, magari nel palazzo gemello, che comunicava con quello che comprendeva il loro appartamento: li avrebbero ritrovati tra qualche ora, finita l’emergenza.
Viviana non riusciva a darsi pace.
«Signora Balducci, ha visto i miei figli?» chiese quasi piangendo alla sua vicina. La signora Balducci la guardò stupita, come si guardano i pazzi.
Molte persone vagavano per le stanze del rifugio, con lo sguardo preoccupato. Altri apparivano assenti, come se venissero da un altro mondo. Qualcuno si acquattava in un angolo, come per nascondersi allo sguardo dei presenti.
Viviana andò più volte nelle stanze del rifugio, percorse in lungo e in largo i corridoi, ma senza fortuna. «I miei bambini, dove sono i miei bambini?» si mise a gridare.
Nel frattempo la tempesta pareva placata. Un segnale acustico comunicò la cessazione del pericolo.
Aldo e Viviana imboccarono il corridoio che conduceva al secondo grattacielo e si precipitarono nell’altro rifugio. Neanche lì però ebbero notizie dei figli.
Risalirono nel loro appartamento, sperando di vederli magari accanto alla porta chiusa, in attesa del ritorno dei genitori. Niente!
«Vai al comune, alla polizia» supplicò la moglie.
«Non sarà pericoloso rivolgersi al potere, di questi tempi?» obiettò il marito.
«No, vai, per carità. Non posso vivere con quest’angoscia».
«Vado a chiedere all’ufficio del comune» disse infine Aldo alla donna che lo vedeva a stento, con gli occhi gonfi di lacrime.
All’ufficio accoglienza del comune l’uomo si avvicinò al gabbiotto che serviva per indirizzare i visitatori.
L’usciere lo guardò con attenzione, poi gli domandò di cosa avesse bisogno.
«Non trovo più i miei figli, dopo la tempesta» fu la risposta.
«Allora deve fare una denuncia di scomparsa. Le do il modulo da compilare».
Aldo si sedette davanti a un tavolino e compilò il foglio: generalità, nascita, residenza, codice fiscale, che ricopiò dalla carta sanitaria, che teneva sempre nel portafoglio. Motivo della segnalazione, nome e dati della/e persona/e scomparsa/e, annotazioni.
L’impiegato lesse la denuncia, poi controllò sul computer. Rimase perplesso. «Gavioli, con una sola v?» chiese. «Sì» rispose Aldo.
«Aspetti: vado a controllare».
Dopo un quarto d’ora non era ancora tornato.
Aldo uscì dalla stanza e guardò nel corridoio. Lo vide da lontano che arrivava, e gli andò incontro.
«Allora, cosa c’è che non va?»
«Cosa c’è che non va? Me lo chiede pure signor Gavioli?»
Aldo gli rivolse uno sguardo smarrito, chissà cos’era successo, che cosa risultava nei loro maledetti computer. Non bisognava rivolgersi alle autorità, l’aveva detto a Viviana. Lei era sempre troppo sicura di quello che faceva, dei suoi ricordi, sempre troppo consapevole e razionale. E ora?
«C’è che voi, voi due» precisò l’impiegato, alludendo all’uomo e a sua moglie, il cui nome era segnalato nella denuncia «non avete figli, signor Gavioli! Almeno è quello che a noi risulta» aggiunse.
Quindi era quella adesso la realtà. Qualcosa era cambiato, qualcosa d’importante nella sua vita, forse nella vita di tutti, con quella perturbazione. Chissà cosa sarebbe potuto ancora succedere. Come si sarebbe sviluppata quella teoria di sogni che era stata la sua vita e che ora mutava nuovamente aspetto e direzione! Quanti pezzi di esistenza si erano persi, di quanti fatti aveva cancellato la memoria. Ora ricordava, o credeva di ricordare, una vita che forse non era nemmeno la sua. Sarebbe tornato a casa, dove avrebbe rivisto Viviana, sua moglie, che anche lei ricordava una vita passata, che forse apparteneva a un altro universo.
L’impiegato lo guardava con una sorta di commiserazione. «Succedono strane cose» disse «con queste tempeste. Qualcuno dice che rovesciano il mondo».
Aldo non disse niente, ma salutò l’impiegato e si diresse verso il corridoio, poi uscì dal palazzo. Il cielo era chiaro e costellato di macchie azzurre, tra le sagome dei grattacieli. L’uomo attraversò un largo marciapiede ed entrò in una stradina cinta da siepi di piante di color verde intenso. Nelle aiole qualche fiore si riapriva, dopo la tempesta. Pareva che non fosse successo niente. La casa di Aldo era vicina. Tra un po’ lui sarebbe entrato nel portone del palazzo e avrebbe preso l’ascensore, sarebbe tornato da sua moglie. “Che cosa dirò a Viviana?” pensava.

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