Mediateca

C’è un momento, all’inizio del giorno, in cui ancora la luce non ha preso il sopravvento sulla notte.
Il sonno è stato tormentato, intermittente, e pare quasi che sia giunto il momento del risveglio. Invece ancora l’alba è lontana e il nostro pensiero inizia a viaggiare, in un mondo che conosciamo molto bene, di cui ricordiamo molte occorrenze e circostanze, ma che poi, durante la veglia si cancella, come se non esistesse, sostituito da un altro sogno che chiamiamo realtà.
Quel mondo che svapora al sole è fantasia, miracolo, non ha limiti nemmeno nella logica, obbedisce a leggi sconosciute e forse mutevoli.

Non si è mai soli in quel mondo.
Anche ora ci sono con me altre persone, tre o quattro. C’è anche il mio cane: è proprio un viaggio straordinario, in una realtà meravigliosa. La conosco bene per averci lavorato per anni: è un luogo a cui qualcuno ha dato il nome di mediateca.

Arrivarci è facile; meno facile capirne la struttura, coglierne l’essenza. Non basta conoscere la funzione delle macchine, studiarne le proprietà, per avere nozione del loro reale potere. Anzi solo uno sguardo distante, incurante dei limiti e delle regole che un operatore deve obbligatoriamente osservare, può forse avere accesso al nucleo fiammeggiante del sapere.

Per questo ora io m’impongo di pensare da esterno, da visitatore, e di lasciarmi coinvolgere dall’anima delle cose. Questa è una visita, ma non come le altre. Io guido un gruppo, ma nello stesso tempo ne faccio parte: la mia funzione è nuova, mai sperimentata. Provo una straordinaria sensazione di potenza. Qualcosa sta cambiando in me.
Tutti si registrano all’ingresso. Il luogo non ammette estranei.
Decidiamo di non entrare nel salone circolare che domina il piano terreno. Ne abbiamo una visione fugace dall’esterno. L’impressione è quella di una parete bianco-azzurrognola. Penso a quanto siano in contrasto quei toni freddi con le superfici gialle e salmone che tappezzano la mia vita, da quando mi alzo a quando il buio inghiotte le cose. Vedo il giallo caldo dei muri assolati delle case, il panorama costante che appare di fronte alle mie finestre. Vedo ancora nel ricordo il giallume sporco di un cortile, quello di una casa che avevo visitato quando ero in cerca di un appartamento. Visto e bocciato, senza scusanti. Non si può abitare in uno spazio che uccide l’anima.

Pensiamo di salire al livello superiore. Il cane sarà lasciato giù. Lo ritroveremo dall’altro lato, al ritorno. Si sale passando per un numero impressionante di scale, corridoi, salette, per raggiungere un’area in cui la luce è artificiale e fredda. Abbiamo lasciato lo spazio comune, in cui ci si può sedere davanti a un monitor per vedere spettacoli o ascoltare suoni, e ci dirigiamo verso un territorio che pare vuoto. Si tratta di una sala enorme, lunghissima: il suo pavimento è lucido, levigato. I muri sembrano di vetro, di una tonalità chiara che contiene una sfumatura di turchese. Siamo quasi alla fine. Al di là appaiono già le scale che conducono al livello inferiore, scale che si possono scendere a piedi, in una discesa facile, quasi piacevole.

Qualcuno mi chiama. Dice che ci sono persone che vorrebbero visitare i locali. Rispondo che possono entrare. Scenderò io al piano in cui le macchine dominano gli spazi, dove si espongono i miracoli della tecnologia. Là sotto dovrei anche ritrovare il mio cane.
Improvvisamente un minuscola macchia scura si muove da sinistra a destra, sul pavimento.
Bisogna ucciderlo, dico. L’animaletto sembra proprio uno scarafaggio, ma forse è un insetto meccanico, che corre velocissimo e scompare.
Non ho nemmeno iniziato a dare la caccia allo scarafaggio, quando a sinistra appare di corsa un cavaliere col suo cavallo. Sono entrambi neri, piccoli come i pezzi del gioco degli scacchi. Un cavallo in miniatura, nero e lucido, col suo cavaliere in groppa. Vanno al galoppo, attraversando l’enorme sala vuota.

Guarda, guarda, dico. Tutti si meravigliano. Nessuno poteva immaginare che in quel luogo albergassero così straordinari misteri. E non avete visto i pesci! aggiungo. Ed ecco che appare sul muro cinereo, quasi rilucente, un essere che ha la forma di un pesce, ma una consistenza minima. Sembra un pesce fatto di ostia, trasparente, e la cosa più strana è che porta con sé la sua acqua, il suo ambiente. Striscia sul muro verticale trascinando attorno al suo corpo quasi privo di spessore una certa quantità di liquido, quella che gli permette di sopravvivere. Come il pesce anche l’acqua sembra arrampicarsi, muoversi con minutissime onde. Noto che le mie amiche, perché le mie compagne sono tutte donne, lo osservano con stupore, esprimono meraviglia. Non avrebbero mai pensato che in quel luogo, che ritenevano un semplice spazio dedicato alla tecnologia, potessero svilupparsi i germi dell’immaginario, dell’impossibile. Invece era proprio così. Lì il pensiero si esprimeva liberamente, creava immagini, corpi, azioni.

Sono tornato al piano inferiore, dove mi attende un gruppo di persone.
Espongo quello che il progetto della mediateca voleva costituire; parlo di come, dall’idea di un semplice repository, di un luogo che raccogliesse e conservasse documenti tecnologici, si era passati a inventare una struttura provvista di macchine che fossero in grado di crearli quei documenti. Di più: una specie di fabbrica in cui i pensieri potessero trasformarsi in oggetti, senza alcuna fatica.
Ecco: pensieri liberi (per quanto possano essere liberi i pensieri e non condizionati da strane e sconosciute sintassi) che creano oggetti diversi, cose non esistenti in natura, mostruosità biologiche o macchinari inorganici, di volta in volta. Quelle cose si manifestavano improvvisamente, senza preavviso, e potevano essere oggettini gradevoli o aggregati orribili, creature sorprendenti e spaventose. Comunque niente paura. Tutto quello che le macchine producevano poteva essere visto e toccato, ma non recava danno al nostro corpo fisico. Era il nostro cervello piuttosto a esserne colpito: bisognava tenerne conto.
Il gruppo di visitatori si addentrò nelle sale, ma oltre alle macchine color ghiaccio (qualcuno lo avrebbe definito panna), non vide niente di strano. Qualche macchina proiettava immagini, altre facevano partire filmati. Nulla faceva prevedere che potessero apparire strane strutture, che si verificassero meravigliosi mutamenti.
Passano giorni interi senza che succeda niente, dissi, quasi scusandomi con le persone che mi seguivano.
C’è qualcosa che determina la creazione? chiese un uomo, uno con pochi capelli in testa, dal viso ampio, in cui dardeggiavano gli occhi scuri e profondi.
Sì, risposi. È la forza del pensiero, l’originalità. Lui non se ne rende conto, ma le macchine la percepiscono ed entrano in azione.
Allora c’è il rischio che rimangano inattive a lungo, fece l’uomo. Oggi di originalità se ne vede ben poca.
Gli diedi ragione. Osservai che la prova di quanto asseriva era il gusto per la riproposizione, nell’arte, nel cinema, nella letteratura. Ogni opera di successo riproponeva vecchie idee, personaggi arcinoti, icone del mondo intellettuale. Si elaboravano prequel, sequel, si producevano remake. La cultura era costituita dalla creazione di copie.
Abbiamo macchine che fanno anche questo, dissi. Disponiamo di algoritmi che inventano nuove storie di Sherlock Holmes, gialli di Agatha Christie, puntate del doctor Who, poesie di Alda Merini, tele di Picasso, musiche di Mozart.
Oh no, disse qualcuno. Di ‘ste robe ne abbiamo già fin troppe!
E quella cos’è: una macchina? Chiese una donna alla mia destra, guardando con curiosità una struttura che pareva appoggiata alla parete, ma aveva una porta, simile a quella di una stanza. Osservai la persona che aveva parlato. Era una bionda di circa trent’anni, magra, dall’aspetto svelto e dallo sguardo vivace. Era vestita da turista estiva, con un paio di short che mettevano in vista uno splendido paio di gambe abbronzate. Ai piedi portava solo le infradito, come se stesse arrivando dal mare. Peccato non averla incontrata una così nei miei anni ruggenti. Ora era troppo tardi.
Forse fu per questo che presi quella decisione.
Quella macchina è l’ultima arrivata, spiegai al mio pubblico. È un’invenzione incredibile. Chi la sperimenta ottiene tutte le risposte che ha sempre cercato: trova la verità.
Mi guardavano stupiti. Il mio pubblico mi prestava attenzione e finalmente capiva che stavo raccontando qualcosa di nuovo e definitivo. Mi osservavano quasi con timore.
Avevo con me le chiavi di tutte le porte, anche di quella.
Chiamai il mio cane. Arrivò subito e mi lanciò uno sguardo intelligente, più di quelli umani.
Andiamo, dissi, e aprii la porta.

E così sono entrato e sono qui, dentro la macchina, dove tutto si ferma, dove non esiste un prima e un dopo, e non sento il desiderio di tornare. La mia è una coscienza stabile, che si esprime in un attimo. Non desidero nulla, perché nulla può più accadere, e non tornerò più indietro.

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