Vibrazioni

pollaio

Vibrazioni

Un viaggio è sempre un’avventura, racchiude sempre un nucleo sconosciuto, un’essenza ignota e imprevedibile, anche se appare come una fuga momentanea verso la serenità, verso quel sorriso che le ambasce del lavoro e dei ritmi cittadini non consentono di ottenere.
Il villaggio da raggiungere per una breve vacanza doveva essere tranquillo e segreto e Nino e Amalia decisero di raggiungere quella regione impervia dell’Appennino che quasi non appariva sulle carte. Avevano trovato l’offerta di una casa per una settimana a un prezzo esiguo.
L’immagine, allegra e luminosa, brillava sullo schermo del pc. Così semplice e tranquilla, sembrava assicurare giorni di quiete e benessere, senza sorprese. Una stanza da letto, arredata con mobili severi, in noce, nello stile razionale e senza pretese seguito dagli artigiani novecenteschi. Oleografie di argomento sacro o mondano riempivano le pareti libere. La cucina era moderna, formata da armadi pensili di colore chiaro; una porta la collegava a un cortile interno.
«Se ci pensi, spenderemo quasi più per il viaggio che per la permanenza» disse Nino, mentre Amalia non se la sentiva di ribattere. Avrebbe voluto dire che la località era troppo isolata, come un’oasi in un territorio brullo, ma ricordava che il suo uomo aveva sempre lasciato scegliere lei per le vacanze e si era sempre uniformato ai di lei desideri e forse, almeno questa volta, sarebbe stato giusto accontentarlo.
Partirono dalla città prima dell’alba e arrivarono presto: era ancora mattino. Incontrarono dapprima una serie di muraglioni in rovina, segni di antiche e grandiose costruzioni. La casa la individuarono subito. Il numero civico era stampigliato in nero, in modo evidente. La chiave che avevano ricevuto girò subito nella toppa e il portone si aprì.
Sembrava che il paese si fosse svuotato. Non si vedeva nessuno, in quella strada che doveva essere la principale. Le case erano poche e le finestre dalle persiane verdi rimanevano chiuse. C’erano però segni di vita. Dal giardino che circondava la casa affittata giungeva un vivace chioccolio di galline.
«Guarda: un pollaio» disse Nino.
C’era uno spazio, piuttosto angusto e scuro, chiuso da una rete. Al di sopra, una tettoia riparava le galline dall’acqua piovana.
«Non sarà di eternit?» domandò Amalia.
«Chi lo sa?» fece l’uomo.
Il colore era proprio il grigio caratteristico di quelle coperture che una volta tutti usavano e che parevano miracolose.
«Quand’è che si è scoperto che provocavano il cancro?»
«Forse quando la gente ha incominciato a morire» disse la donna.
«E’ sempre così» constatò Nino. «Gli uomini inventano sempre qualcosa, cambiano la natura e guastano tutto. Sanno solo creare morte, la loro stessa morte».
«Dai, pensiamo a mangiare».
Avevano portato un po’ di provviste. Spostarono formaggi e salumi dal frigo portatile a quello della casa, che era acceso e funzionante. Il pane era quello del giorno prima.
«Basta metterlo in forno per un po’» disse Nino. Il forno sembrava in buone condizioni: l’interno era stato pulito con cura, anche se il vetro oscurato testimoniava un lungo uso. Quando il pane cominciò a indorarsi, lo misero in tavola e prepararono i panini.
«Non c’è nulla di meglio che un po’ di prosciutto o di salame col pane abbrustolito. E se c’è anche il formaggio che fila è ancora più buono». Il formaggio infatti filava che era un piacere guardarlo. Nino si divertì ad allungare Nel frigo c’era anche qualche lattina di birra. Ne presero un paio. Era una birra commerciale, senza pretese, ma in quel momento non avrebbero potuto sperare niente di meglio.
«Manca l’acqua» disse Amalia. Lei beveva molto e le bottigliette che avevano portato in macchina le avevano finite.
«E’ inutile portarne tante» aveva detto Nino «Troveremo l’acqua in casa e poi ci saranno un negozio o un bar in paese».
Invece il rubinetto della cucina rilasciava solo qualche goccia.
«C’è un lavandino nel cortile» osservò Amalia, che ricordava di aver visto una struttura grigiognola, dove giaceva una pompa che forse serviva per innaffiare e pulire lo spazio lastricato e le aiole maltenute.
Uscirono dalla cucina e si trovarono all’aperto. L’aria era calma. In alto incombeva la cupola del cielo, di un azzurro profondo. Nemmeno un insetto volava.
Amalia si avvicinò al lavello, con una caraffa vuota da riempire, ma d’improvviso notò qualcosa di strano.
Sul lungo muro che delimitava il cortile l’intonaco cominciò a scurirsi, come se si inzuppasse d’acqua. Si disegnò una sorta di linea, che probabilmente seguiva le tubature nascoste all’interno della muratura e si concludeva infatti col rubinetto.
La linea color cemento bagnato divenne sempre più evidente e la parete, in quella parte che era diventata più scura, cominciò a gonfiarsi. Pareva che sulla parete si fosse materializzata una grossa catena rivestita di stoffa grigia che arrivava fino al lavandino.
Inoltre qualcosa vibrava. Era come un sordo brontolio, o meglio un ronzare indistinto, che pervadeva l’intero spazio, senza che apparissero insetti, né macchinari che si potessero incolpare quali origini del rumore.
Istintivamente si precipitarono in casa e velocemente rimisero nei borsoni le poche cose che ne avevano estratto. Ma anche qui la vibrazione cresceva e gli oggetti incominciarono a muoversi.
«E’ il terremoto» disse Nino.
Tornarono all’aria aperta.
Il mondo sembrava mutare, le cose perdere consistenza. Anche il terreno si trasformava: nell’orto persino le zolle, le zolle saltavano. Gli ortaggi mutavano colore, il verde delle foglie diventava azzurro, giallo, iridescente. I pochi alberi si accasciavano, rami e tronchi si accartocciavano e pareva che svanissero nel nulla. Pareva di assistere a un film catastrofico americano; solo che i due villeggianti sapevano di essere attori di quella catastrofe.
«Andiamo via… corri!» Corsero verso la macchina, cercando rifugio. Nino mise in moto e partì, mentre pareva che il terreno volesse fuggire dalle ruote. Amalia guardava dietro di sé e vide le case ondeggiare. I pilastri che reggevano un cancello si muovevano come i pistoni di un motore a scoppio. La stessa casa che li aveva ospitati appariva come un’immagine trasparente, uno specchio illusorio che stringendosi e allargandosi andava sfumando nella serenità del cielo. La macchina percorse una lunga discesa e i villeggianti ritrovarono la stradina che si collegava alla statale. Da questa poi ci si doveva immettere nell’autostrada.
Accesero la radio, quando s’inserirono nel grande serpente d’asfalto, ma i notiziari non segnalavano nulla di anormale. Non c’era stato un terremoto in nessuna parte d’Italia e non si avevano informazioni di nessun genere che potessero far presumere un bizzarro comportamento delle cose.
«Eppure qualcosa è successo» fece Amalia. «Non ce lo siamo mica sognato!»
Qualcosa era successo, ma cosa? La realtà si era ricomposta, sfidando e annullando l’azione dell’uomo, il suo accanimento creativo? Si trattava di un disperato tentativo di riconquistare una naturale unità nel vuoto degli oggetti?

Nino mi raccontò questa storia incredibile in una serata cupa e nebbiosa.
Gli chiesi se avesse conservato le indicazioni che gli avevano consentito di raggiungere la casa proposta per le vacanze. Disse di sì. Aveva in un cassetto l’itinerario, il tortuoso percorso, ma non aveva voluto fare nessuna indagine. La località era indicata come Castrovetulo; non se ne trovavano però cenni né sulle carte geografiche o topografiche dell’IGM né su google. La campagne, le colline erano rappresentate come spazi dominati dalla natura o al massimo lievemente modificati dal lavoro agricolo e dal sereno passaggio delle greggi.
Amalia era rimasta talmente atterrita da quell’esperienza di viaggio che non ne aveva più voluto parlare. Poi era accaduto qualcosa di traumatico, per altri motivi, e i due si erano lasciati. Nino stava tentando di rifarsi una vita, senza porsi più tante domande. La vacanza sfumata era rimasta nella sua mente come un ricordo angoscioso, acuito dal ricordo della donna che era stata per anni la sua compagna. Per questo aveva finito per parlarne, e aveva scelto me, proprio perché conosceva la mia passione per i viaggi stravaganti.
Per qualche tempo ho pensato di rifare il percorso di Nino, ma non ho mai trovato nessuno che volesse accompagnarmi e, sinceramente, avevo paura di sfidare la sorte da solo. Quella vicenda faceva parte di un’altra esperienza, di un’altra realtà che poteva essere illusoria, nata da un sogno o modificata dalla storia della vita successiva di Nino, rielaborata e alterata nei presupposti o nelle conseguenze. Alla fine ho rinunciato al viaggio, ho rinunciato a una verifica che sarebbe stata comunque negativa, tanto il racconto del mio amico pareva impossibile. In fondo, i luoghi troppo vicini a noi non ci attraggono con sufficiente forza, anche se a volte potrebbero nascondere i misteri più profondi. Purtroppo sono privi del fascino dell’esotico. Se avessi proposto un viaggio in Nuova Guinea o nel Mato Grosso, forse avrei trovato diversi amici disposti ad affrontare l’avventura. Per molti le Ande sono molto più affascinanti degli Appennini.