Drammi della comunicazione

Una delle esperienze più angosciose e umilianti della mia vita ebbe origine da un tragico errore di comunicazione.
Ancora oggi ricordo quei momenti con la più grande delle vergogne, come una macchia nella mia storia umana e culturale che non si cancellerà mai dalla mia conturbata coscienza.
Trattasi, è vero, di ben piccola cosa in fondo, di un peccato di ben poco momento, e ho senza dubbio compiuto in seguito azioni ben più ignominiose, di cui peraltro non mi vergogno nemmeno un po’ o che forse neppure ricordo; ma quell’avvenimento, forse perché compiuto in tenera età, si è inciso profondamente nella memoria, tra le azioni più schifose e ributtanti, così che temo dovrò trascinarlo quale incubo fino nella tomba e forse anche oltre, tra i supplizi spirituali ai quali sarà assoggettata la mia anima nelle profondità dell’inferno.
È giunto, ahimè, il momento di confessare questa mia colpa, per troppo tempo tenuta nascosta all’umanità, nella speranza che la sincerità della mia confessione muova a pietà quanti avranno occasione di conoscere e giudicare tanta miseria, che è chiaro sintomo della debolezza e della fallibilità dell’essere umano.
Ero io piccolissimo, di pochi anni, ma allegro e vivace, come un bimbo innocente deve essere, o almeno lo dovrebbe nell’immaginario comune.
A quei tempi, la mia famiglia conduceva ancora una vita sociale normale e accadeva pertanto di ricevere visite di amici e colleghi, che trascorrevano in casa varie noiose serate, chiacchierando, gustando dolciumi, spesso fatti in casa, o sorseggiando minuscoli bicchierini di rosolio.
Una sera venne in casa una vecchia amica di mia nonna, una maestra elementare, che aveva l’aspetto della classica maestra di una volta: un viso tondeggiante, un evidente paio di occhiali e una faccia da uccello notturno, che ora descriverei come quella di un gufo o di una civetta.
La vecchia signora o signorina avvicinò la sua faccia a me, che stavo in una culla o lettino o chissà quale altro luogo deputato al riposo dei bambini in età prescolare.
In risposta a quella manifestazione d’interesse per la mia piccola persona, alzai il dito indicando la faccia della vecchia maestra e pronunciai, con difficoltà, perché da troppo poco tempo parlavo, una sola parola.
« Cu… » dissi « cu… cùlo » e nel dirlo ridevo, perché quella strana faccia era proprio buffa e divertente.
Improvvisamente, il gelo piombò nella stanza. La vecchia signora rimase perplessa. I miei familiari tacquero, colpiti dallo sgomento; l’infame parola era stata proferita da un infante, che sicuramente doveva averla sentita in casa. L’onorabilità del casato era irrimediabilmente compromessa e coperta da un immenso oceano di vergogna. Osservai gli sguardi avviliti senza capire, in quanto non mi pareva di aver comunicato nulla di assolutamente irrispettoso e disdicevole.
Chissà perché, la mia mente giovane e inesperta associava allora a quell’immagine gufesca o barbagiannifera una denominazione sbagliata, quella di cucùlo, che poi appresi essere un bizzarro uccellino di tutt’altro aspetto, dalle astute e particolari abitudini. Ma in quei giorni per me il gufo si chiamava cucùlo, con l’accento chiaramente e correttamente posto sulla seconda u, non sulla prima, mentre con l’accento sulla prima u, cùculo, si pronunciava dalle mie parti, proprio per evitare di confondere la parola con quell’altra irripetibile parolaccia.
Venni severamente redarguito, imparando a mie spese la fondamentale importanza di una precisa e non ambigua comunicazione, io, colpevole di aver provocato un’ondata di abominio che travolse l’intera mia famiglia per diversi anni e che probabilmente ne compromise per sempre la rispettabilità e la considerazione sociale.
Solo molti anni dopo riuscii a ricostruire gli avvenimenti, quando conobbi con più esattezza i nomi degli animali e mi resi conto del tragico equivoco, che cercai faticosamente di spiegare ai miei.
Ma ormai era troppo tardi: le conseguenze del mio errore erano state inequivocabilmente gravi e spropositate rispetto al mio incolpevole agire.
Di tutto questo chiedo perdono!

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2 risposte a Drammi della comunicazione

  1. lillopercaso ha detto:

    La fondamentale importanza di una precisa e non ambigua comunicazione! In mancanza di ciò, come purtroppo più spesso accade, l’adeguamento alla comunicazione mediocre ma di massa: se avessi messo quell’accento dove lo mettono tutti…

  2. deorgreine ha detto:

    Secondo me, se la faccia era come la descrivi e come l’hai disegnata, mica ti saresti sbagliato di tanto, se anche avessi deciso di dire quell’altra parola che con l’avifauna non ha molto a che vedere. Quindi, per amor di verità, io direi che non c’è nulla di cui scusarsi, da parte tua. E non penso che finirai all’inferno per questo, ecco. :P.Per me sei assolutamente assolto.

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