Arancia

Quel giorno Aldo si svegliò con delle strane fitte. Erano simili a quelle del mal di denti, ma provenivano da una gamba. Andavano e venivano, senza un apparente motivo, e sembravano destinate ad aggravarsi, senza un immediato intervento.

Aldo si recò dal suo dentista, che lo ricevette dopo gli appuntamenti fissati.

«Ho delle fitte alla gamba destra». disse Aldo. «Vediamo» intervenne il medico, e lo fece sedere su un lettino, che adoperava per i casi di impreviste complicazioni.

Aldo scoprì la coscia, da cui sembrava provenire il dolore.

Il dottore si accostò ed esaminò attentamente la parte: la pelle era pallida, con solo qualche peluzzo da adolescente.

«Dev’essere succo di arancia» disse.

Aldo guardò suo padre, che l’aveva accompagnato, perché il giovane aveva la brutta abitudine di svenire anche per una piccola anestesia o per un prelievo di sangue, ma il padre non parlava.

Il medico diede per scontato l’assenso all’intervento e cominciò a preparare la parte malata.

“Perché non mi fa stendere?”, pensò Aldo; ma il medico continuò il suo lavoro senza pronunciare parola. Sembrava non dare molta importanza alla cosa e questa noncuranza finì per tranquillizzare il giovane, anche perché non vedeva in circolazione aghi né siringhe. La gamba era solo appoggiata sul lettino e tutto avveniva in una condizione di assoluta normalità, senza i riti propri delle sale operatorie. Aldo stava per chiedere se fosse necessaria l’anestesia, ma sentì una sensazione di freddo sulla pelle e capì che la sostanza usata per la disinfezione locale aveva anche una funzione anestetica per contatto. Il medico stese la mano destra, che era magra ed elegante, e calzò uno dei guanti che usava di solito; ripeté poi l’operazione per la mano sinistra. Impugnò con la destra un bisturi sterilizzato che aveva preso dall’armadietto degli strumenti medici e senza indugiare iniziò a incidere la pelle della gamba. Fece tre incisioni e sollevò successivamente il derma, come se fosse il coperchio di una scatola. All’interno, in una sorta di cavità, apparve un piccolo oggetto quadrangolare, simile a una pastiglia di chewing gum e dello stesso colore biancastro. Il dottore lo afferrò con una pinzetta e lo tenne sollevato esaminandolo alla luce delle lampade. «E’ succo di arancia» disse. Poi depositò quella che sembrava una pastiglia su una specie di vassoio e richiuse lo strato di pelle, riadattandolo con precisione e chiudendo l’intera area con un cerotto.

Aldo avrebbe voluto fare tante domande, ma era così sollevato per la veloce conclusione dell’intervento che preferì non complicare una situazione che si era così insperabilmente risolta.

«Se dovesse avere dolori, prenda pure un analgesico» disse il dottore nel salutare il cliente e il suo più anziano accompagnatore.

Aldo arrivò a casa, sempre seguito dal padre, che pareva un’ombra silenziosa. Dopo qualche minuto l’effetto anestetico cominciò a dissolversi e un intenso bruciore cominciò a diffondersi nell’area della recente ferita. Un intervento, anche se effettuato da un dentista, è sempre un intervento e non si può pretendere che sia del tutto indolore o privo di complicanze. Aldo temeva soprattutto di dover effettuare medicazioni per troppo tempo, e sperava di poter riprendere a camminare senza fastidi dopo tre o quattro giorni.

Non tutto gli era chiaro: aveva capito che forse nel suo organismo si era creato per qualche motivo un accumulo di sostanze provenienti dalla consumazione di arance e promise a se stesso di fare attenzione a non abusare di quel tipo di frutta.

Già in un altro tempo aveva avuto problemi per l’eccessivo consumo di determinate sostanze alimentari. Era ancora un ragazzo, tra i quattordici e i quindici anni, quando sempre nelle gambe, ma in particolare nella gamba destra, proprio dietro il ginocchio, si era manifestato un rigonfiamento che aveva molto spaventato i suoi genitori, ma ancor di più il medico di famiglia.

A quei tempi, quando un ragazzo si sentiva male, i medici pensavano subito a un tumore. C’erano stati molti casi, tutti con esito letale, di leucemia, malattia di cui non si conosceva la causa. Le famiglie vivevano nel terrore e ogni dolorino, ogni pallore erano interpretati come sintomi di un male pernicioso e senza rimedio. Per un controllo del suo gonfiore fu consigliato ai genitori del ragazzino di rivolgersi all’ospedale civile della città.

L’ospedale era un vecchio edificio scrostato, dipinto di bianco a calce, nella parte storica della città.

Aldo aveva un profondo terrore degli ospedali nuovi, lindi e asettici, delle loro luci al neon, del loro bianco e gelido brillare.

Il vecchiume delle strutture era forse meno rassicurante dal punto di vista igienico, ma più familiare. Entrò nell’ospedale e non sentì nemmeno l’acuto odore del disinfettante che pervade le fabbriche di morte; dalle finestre entravano persino ventate di aria di mare. L’ambiente era simile a quello di un comune ambulatorio degli anni Cinquanta, con le sedie e i carrelli di ferro smaltato e una sputacchiera sul pavimento. Il medico lo ricevette quasi subito e prese una grossa siringa con un ago enorme e con quello punse il rigonfiamento della gamba. Aldo sentì un dolore insopportabile, che non cessò nemmeno quando l’ago fu estratto e sulla puntura fu steso un vistoso cerotto marrone. Il dolore era ancora cocente, mentre il ragazzo cercava di recuperare la deambulazione.

«Cos’era?» chiese il padre. «Sembra un accumulo di glicogeno» rispose il medico, riponendo la siringa ripiena di un liquido gialliccio «comunque bisogna aspettare le analisi».

Le analisi furono disponibili dopo pochi giorni e appurarono che la temuta leucemia non c’era. Il rigonfiamento sarebbe scomparso nel modo più semplice, andando al mare e facendo bagni di sabbia. Ora però, eliminata la pasticca, la storia era mutata, ma sempre preoccupante: il ragazzo appariva debilitato. Bisognava recuperare le forze mangiando qualcosa di sostanzioso.

Il padre entrò in cucina ed estrasse dal frigo una grossa braciola di vitello. La mise a cuocere sulla piastra di ghisa e la rigirò più volte: «Le bistecche devono essere al sangue» disse. La bistecca per lui era cotta, ma grondava ancora sangue. Aldo si sforzò di mangiarla, ma rimasero dei frustuli di carne rossa attaccati all’osso. Stavano lì sul piatto, mentre lui si sedette in poltrona, accanto alla stufa.

Gli animali arrivarono dopo qualche minuto: erano magri e di un colore smorto, lunghi un paio di centimetri; percepirono l’odore della carne e si avventurarono nel piatto. Furono veloci nel divorare i resti e Aldo vide che avevano cambiato dimensioni e colore: ora erano più grossi e rossicci. Sembrarono dialogare tra loro, quasi belli nella perfezione delle loro strutture motorie. Agitavano le antenne seguendo il loro ritmo, come in una danza, poi si mossero verso il ragazzo.

Aldo voleva fuggire o mandar via gli assalitori, ma non poteva muoversi; non riusciva nemmeno a sentire dolore per i morsi e le ferite da cui il sangue iniziava a sgocciolare.

In quel momento entrò la nonna, vide gli animali e li cacciò.

«Via, via!» gridò. Aldo rimaneva ancora quasi disteso, senza parlare, e pensava di non esistere.

«Sono i tuoi compagni» disse la nonna. «Lo sapevo che volevano divorarti, loro che sono rosi dall’invidia». Poi vide l’osso, misero residuo della braciola spolpata, lo prese e lo gettò nella pattumiera.

«Ora ti faccio la medicina dell’occhio» disse.

Prese un bicchiere, lo riempì a metà di acqua, poi aggiunse un pizzico di sale e un cucchiaino d’olio, recitò alcune formule in dialetto e mischiò tutto. Quando il liquido smise di muoversi con moto a spirale, si videro numerose chiazze d’olio, perfettamente tonde e disposte in modo regolare.

«Ti hanno preso per occhio» disse la nonna «ma ora tutto finirà». Fece ancora una serie di scongiuri e segni di croce e toccò il nipote sulle palpebre e sulla testa. «Ora va’ a dormire e non pensarci fino a domani». Aldo ubbidì e, debole com’era, si trascinò fino al letto e si mise a dormire di un sonno senza sogni.

II

L’albero era enorme e all’imbrunire sembrava accogliere in sé anche parte dell’ombra che saliva, diventando un’unica immensità scura. La donna camminava lentamente, avanti e indietro, come se fosse legata all’albero da catene invisibili e in qualche misura ne dipendesse. Nessuno si fermava ad ammirare le sue forme e magari a patteggiare una prestazione in quelle sere di primavera inoltrata, in cui la gente sciamava già verso il mare, dall’altra parte della città, al di là del porto e dell’area militare. Quella sera, sentendosi stanca, si era accovacciata, lasciando in evidenza le gambe, che costituivano la sua maggiore attrattiva.

Aldo le passò davanti, come gli avveniva spesso, prima di rientrare a casa, senza provare particolari sentimenti. Ma, per una volta, la morbidezza della posa e il richiamo languido del riposo che emanava da quel corpo abbandonato superarono ogni sua resistenza e lo spinsero a fermarsi. Pagato il suo obolo, Aldo si lasciò spingere dalla giovane donna verso l’albero, in cui si apriva una cavità profonda. Nel buio totale ebbe la sensazione di scendere, raggiungendo alla fine una piccola stanza sotterranea, modestamente arredata, come le case italiane delle classi medio basse negli anni Cinquanta.

All’orecchio giungevano suoni d’acqua che gorgogliava, da qualche parte, mentre la forma che aveva desiderato per un istante di possedere ora lo circondava con tutto il potere e la morbida accoglienza della sua carne. Ogni parte di quel corpo ormai quasi invisibile, nella penombra che consentiva di scorgere a malapena i contorni degli oggetti, si muoveva come una superficie continua levigata e pulsante, davanti e attorno al giovane che si sentiva sprofondare in un vortice vischioso e inesauribile. Ma non ci poteva essere timore nella sua mente, perché il movimento era sereno, dolcissimo l’affondare nell’umida e tenera profondità che sembrava aspirare il suo corpo in un’infinita carezza. E d’improvviso tutto sembrava lentamente schiarirsi e davanti agli occhi di Aldo apparve il volto della donna, che era diventato di una luminosità perlacea, identico al volto della Madonna che in paese portavano in processione, a primavera; e attorno a quel volto era tutto un dispiegare di stendardi e strisce di stoffa lunghissime, bianche e dorate, che volteggiavano per l’aria e si disperdevano nel cielo, che si apriva, libero e pieno di luce.

III

Per terra, davanti alla Biblioteca comunale, che stava dall’altra parte della strada, spostata verso la destra di chi guardava dalla casa, sembrava che piovessero libri. Infatti libri, fascicoli, giornali d’ogni specie cadevano dal cielo e si sfracellavano sul granito. Spesso piombavano al suolo e schizzavano via, proprio come getti d’acqua. La pioggia era fitta e continua e non accennava a smettere. Poi i libri e i fascicoli non caddero più isolatamente, ma si vedevano precipitare dall’alto interi scatoloni, marroni, bianchi e gialli, che si sfasciavano riversando dappertutto il loro contenuto.

Aldo si preoccupò e decise di proteggere la sua casa dall’inconsueto diluvio. Perciò chiuse le ante della finestra e rimase a guardare la pioggia da lontano.

Allora uno scatolone venne a cadere sulla ringhiera del breve terrazzino e rimase lì in bilico. Aldo riaprì la finestra e lo tirò dentro: era ancora ben imballato, con lo scotch e il cellophane che lo difendevano, ma si era ammaccato nella caduta, così che i bordi restavano semiaperti. Non si scorgeva però se vi fossero all’interno libri o giornali. Il ragazzo non acquistava volentieri libri perché lo spazio in casa era limitato, ma lo incuriosivano molto. Amava conoscere le novità editoriali e le copertine colorate con immagini studiate per colpire o compiacere il pubblico.

Andò a cercare un cutter e, dopo aver aperto quasi tutti i cassetti di casa, riuscì a trovarlo e lo usò per incidere il nastro di scotch. La scatola si aprì come per miracolo con estrema facilità e rivelò il suo contenuto.

Disposti in ordine, ma ormai piuttosto ingialliti, vi erano una serie di giornali dei primi anni del Novecento.

Prese uno dei giornali e lesse uno dei titoli: “Già in 20 milioni hanno lasciato l’America”.

Volle controllare la data del periodico: era del 20 aprile 1905. Erano i tempi del grande esodo che aveva interessato gli Stati Uniti, come molti altri paesi delle Americhe a seguito della pesante crisi che aveva colpito il continente agli inizi del Novecento.

L’articolo in prima pagina era la cronaca disincantata della fine del sogno americano. Gli ex emigranti, che avevano attraversato l’Atlantico in cerca di una migliore fortuna, ora tornavano nelle nazioni d’origine, che rispetto alle terre d’oltreoceano offrivano migliori prospettive di vita e soprattutto una sicurezza che l’America non era in grado di garantire.

La ripresa delle ostilità da parte dei nativi di ogni paese, unita alla guerriglia opposta dagli schiavi di origine africana e alle malattie che ormai dilagavano, incontrollate, nell’intero continente, non consentiva di proseguire serenamente nello sfruttamento del territorio. Le città, spopolate dalla guerra civile che ormai si era generalizzata, dalle malattie e dalla miseria, offrivano opportunità di arricchimento solo a quelli che erano in grado di gestire una banda armata e che di fatto dominavano il territorio, come capi mafia o signorotti feudali.

Nel giornale altri articoli erano dedicati alla crisi americana, ma affrontavano anche altri aspetti della vita delle Americhe e soprattutto degli Stati Uniti. Vi dominava una sorta di superiore distacco rispetto a un paese che gli europei continuavano a considerare bizzarro nei costumi e nel complesso ancora selvaggio.

L’America era un continente di bovari, che si chiamassero cow boys o gauchos la sostanza non mutava, di famigerati delinquenti e di sporchi negri. Era una fortuna che fosse tanto distante dalla civile Europa.

Aldo vedeva i caratteri semicorrosi che abitavano ancora le pagine invecchiate. Le parole sembravano galleggiare in una palude giallastra e spostarsi per poi ricomporsi nella mente restituendo una frase con un significato comprensibile.

Due… linciati… Richmond… italiani… a…

La storia del linciaggio di due connazionali era raccontata in un trafiletto, senza molta rilevanza. Era una storia come tante altre, di due poveri disgraziati, accusati di non si sa quale colpa e uccisi senza processo.

Gli italiani erano considerati gente di colore, per la loro pelle spesso scura, che presentava in alcune parti del corpo, ad esempio sulle mani, una pigmentazione marrone, caratteristica dei popoli del Nordafrica e dell’Asia. Questi coloured si distinguevano per le loro iniziative criminose ed erano pertanto odiati dai bianchi di razza anglosassone o germanica.

Ora però, con la crisi, erano con sempre maggior frequenza proprio questi delinquenti ad approfittare della situazione e a impadronirsi del controllo dei luoghi abitati, mentre i pochi onesti preferivano tornare in patria, dove spesso erano richiamati dai parenti o dalle loro eredità, quelle che venivano chiamate le eredità degli zii d’Italia.

Aldo si assopì leggendo, mentre la pioggia di carta perdeva intensità, e sognò Sioux e Cheyennes, bisonti e campi di cotone, fino a quando non trovò nient’altro d’interessante da sognare.

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2 marzo 2006 – rivisto il 29/12/2020

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