Il pedofilo

(A Vladimir Nabokov)

Chi mai ha detto che i bambini sono innocenti?
Se incontro quell’imbecille, giuro che l’ammazzo, e io in queste cose non scherzo, ma le faccio veramente, se proprio mi ci tirano.
Sì, forse ci sono ancora creature giovani e innocenti; ma certamente non sono tutte così. Le bambine, soprattutto, possiedono arti seduttive, fin dall’infanzia, che non esiterei a definire diaboliche, se non temessi di attribuire al diavolo follie e perversioni che probabilmente non appartengono nemmeno a lui, che da bravo maschio è sinceramente e coerentemente malvagio, mentre le piccole tentatrici di cui parlo, senza essere veramente malvagie, risultano essere, a volte, molto più ambigue e avvolgenti di lui, usando gli strumenti di un’oscena naturale fascinazione, che produce su alcuni di noi effetti devastanti.
Ho incontrato una di queste creature quand’ero ancora ragazzino e iniziavo a provare i primi desideri erotici, per quelle creature dalla pelle liscia e delicata e dai grandi occhi sognanti che chiamano ragazze. Nella mia stanza chiusa, sotto il bianco delle lenzuola, immaginavo impossibili contatti con quell’universo femminile distante e irraggiungibile, se non tramite casuali o provocati sfregamenti, che però sempre casuali dovevano sembrare, per non causare insopportabili angosce alla mia tormentosa timidezza.
Il piccolo demonio si chiamava Lena e venne a scovarmi nel mio rifugio di campagna, durante una delle lunghe permanenze in villa della mia famiglia, tra la primavera e l’estate.
Era venuta a trovarci un’amica di mia madre, una signora piuttosto brutta e goffa, che si chiamava Fanny e aveva, oltre che il nome, anche l’aspetto di un’altra epoca.
La ragazzina non era di eccezionale bellezza, era piuttosto bassa, ma iniziava a manifestare una certa morbidezza lasciva, che si esprimeva nel modo di camminare e di parlare. Cominciò a scorrazzare dappertutto, a rincorrere i gatti e ad esplorare tutto quello che non era immediatamente visibile dai vialetti ghiaiosi.
Quando si stancò di girovagare, non trovando più attrazioni degne di attenzione, decise di dedicarmi una parte del suo tempo, cercando di mettersi in mostra a suo modo.
Guarda i miei piedi: non sono belli?
Li guardai: veramente erano belli, regolari e con le dita ben staccate e non ancora deformate dalle costrizioni delle impossibili calzature femminili. Erano graziosi e dall’apparenza morbida, e lei li sollevò, liberandoli facilmente dai sandali che le stavano larghi. Poi si mise a correre a piedi nudi sul prato ridendo. – Prendimi, gridava, prendimi; le corsi dietro. Lei mi schivò per un po’ poi si lasciò afferrare; cademmo al suolo. – Riposiamo, disse. Dopo un po’ si alzò in piedi e, sempre sorridendo, cominciò a sollevare un piede e ad appoggiarmelo sul petto: lo infilò dove la camicia era sbottonata accarezzandomi la pelle nuda che, allora, era ancora priva di peli. Poi scese e me lo appoggiò sulla pancia. Trovò gli slip e vi s’infilò per un attimo poi riprese la sua esplorazione del mio torace. Sembrava divertirsi molto.
– Ti piace? mi chiese.
Non potevo rispondere, perché la velocità del mio battito aveva raggiunto livelli di guardia e quasi non deglutivo.
Quando tornò sui miei slip ebbe una sorpresa.
– Oh; com’è cresciuto!, disse e continuò a palpeggiare.
– Ma che schifo: sei bagnato! fece improvvisamente, con una smorfietta, e corse via, raggiungendo il gruppo degli adulti, che chiacchierava, molto più avanti, sul vialone principale.
Quella fu la prima e l’ultima volta che la vidi; ma a lei devo se sono diventato quello che sono, se il desiderio acceso in quei brevi momenti è diventato un’istanza inappagata e coercitiva, che ha condizionato tutta la mia vita da giovane e da adulto.
Da quel momento ho cominciato a cercare donne, perché donne e non bambine dovevano essere, se volevo osservare la legge, quella legge che impone alla natura di frenare i propri istinti e di restringere dentro un preciso limite d’età quei desideri irrefrenabili che nascono e si sviluppano molto prima di quanto l’ipocrisia sociale sia disposta ad ammettere.
Iniziò così un lungo periodo di frustrazione e di repressione dei miei istinti più radicati e perversi; mentre dovevo anche studiare e cercare di farmi una posizione, quella che mi avrebbe poi consentito di raggiungere quello che allora sentivo come supremo compito della mia vita, il matrimonio.
Così, tra una depressione e l’altra, sono riuscito persino a prendere moglie, una donna discretamente carina, ma piuttosto fredda, preoccupata più del suo lavoro che delle performance erotiche, e ad averne una figlia, la mia piccola Teresa, seria e pensierosa, schiava dello studio e dei compiti a casa.
Dopo la nascita di Teresa, i miei rapporti con mia moglie sono divenuti quelli di un buon vicinato. Non abbiamo più sentito il bisogno di fare l’amore, anche perché lei era terrorizzata dalla possibilità che una seconda gravidanza le bruciasse la carriera. Perciò la vita ha iniziato a trascinarsi senza momenti di crisi, ma nemmeno di particolare esaltazione.
Ero, per così dire, rassegnato e dormiente, quando un giorno, purtroppo, ho visto un’immagine che mi ha riportato indietro negli anni.
Lo stesso visetto imbronciato, lo stesso sguardo sfrontato ma nello stesso tempo incredibilmente fresco e in apparenza innocente. Avrà avuto undici o al massimo dodici anni, ma la sensualità delle sue movenze, la bocca naturalmente troppo rossa, l’eleganza flessuosa delle gambe ancora molto snelle ma già splendidamente delineate ne facevano una creatura che s’indovinava creata per il piacere, un bocciolo non ancora in piena fioritura, ma già deliziosamente profumato.
Era compagna di scuola di Teresa e la frequentava, credo, nella speranza di ricavarne qualche beneficio negli studi, così come i gatti sono amici del sole per riscaldarsi. Teresa non stravedeva per Fede, così si chiamava la piccola ninfa, ma ne accettava l’amicizia, come una concessione che si deve ai meno dotati di noi, una specie di tributo da pagare in cambio della propria eccellenza.

Un pomeriggio sentii suonare alla porta. Era Fede: cercava un libro che avrebbe dovuto essere nella stanza di Teresa, che si era dimenticata un paio di sere prima. Lo trovammo, poi lei scese in tinello. – Che caldo, disse, e si sollevava la maglietta per farsi vento, lasciando scoperta la pelle al di sopra dei minuscoli pantaloncini. Le offrii un gelato, era il minimo che potessi fare. Lei si accomodò sulla poltroncina e cominciò a succhiarlo. Le sue gambe erano distese, accavallate l’una sull’altra, e la gamba che poggiava sull’altra cominciò a muoversi su e giù agitando l’infradito che nel movimento rischiava quasi di cadere. Era strepitosa, vista così da vicino, e i miei ormoni cominciarono ad entrare in combustione facendo salire la potenza del desiderio.
Qualcosa doveva accadere, per giustificare quell’insperata presenza, quell’occasione di piacere che sembrava concretizzarsi, ma che poteva dissolversi in un attimo.
E infatti qualcosa accadde.
Lei si mosse di scatto e il suo piede sbatté violentemente contro la gamba del tavolo. Lanciò un grido presto soffocato e l’ultimo pezzo di gelato cadde sul pavimento. Mi avvicinai premurosamente e ne approfittai per prendere tra le mani quel piccolo piede stupendo e massaggiarlo.
– C’è un solo modo per far passare il dolore, feci, con la voce divenuta quasi rauca per l’emozione che iniziava a dominarmi.
– Quale?
Mi guardava con i suoi occhioni verdi spalancati
– Questo, gracchiai.
Mi ero chinato e avevo preso l’alluce in bocca massaggiandolo con la lingua.
Lei sembrava più divertita che sorpresa, poi cominciò a spaventarsi.
Ora basta, disse.
Era proprio una donna!
Ma ormai ero io che non potevo più trattenermi. Le mie mani andavano liberamente sulla superficie di quelle gambe incredibilmente lisce, la mia bocca saggiava la consistenza dei suoi polpacci e risaliva… risaliva… Non c’era più forza umana che fosse in grado di resistermi e lei cercò di esercitarla, quella forza. Dovevo sembrarle impazzito, cominciò a mugolare e a pregarmi di smettere. Ora aveva veramente paura.
Ma di cosa hai paura, mia deliziosa Federica, temi che voglia possederti con la forza? Io no… non voglio nemmeno penetrare dentro di te… in realtà non mi è mai interessato farlo… con nessuna donna… ma ti voglio in mio potere, tutta la tua pelle distesa sotto la mia, mentre io la tocco, la bacio, tutta la tua pelle, anche quella delle tue poche parti rimaste nascoste… ti prego lasciamelo fare… ora non puoi piangere… no… non minacciare. Sai che non puoi resistere, perché io sono fortissimo e tu non hai speranza di aiuto. Devi lasciarmi fare, mentre ti rovescio supina sul pavimento e mi muovo su di te, rilasciando sulle tue forme acerbe il potere del mio corpo, esasperato da tanti anni di forzata astinenza. E quando finisco tu non capisci, era amore, era solo amore per il tuo musetto imbronciato, per quegli occhi verdi che risplendono come smeraldi, per quel tuo muoverti così pieno di promesse.
Non devi riempirmi di odio e disprezzo, dire che sono un vecchio schifoso, che dirai tutto a tuo padre, che fa l’avvocato, e a tua madre che lavora, pensa un po’, al tribunale dei minori, e che mi rovinerai ed ora ci credo anch’io che sarò rovinato che vedrò precipitare nel buio la mia vita per un’avventura senza senso per una delle tante possibili avventure fatta però con la persona sbagliata.
È per questo, piccola Fede, che ora devo fare una cosa, la sola cosa che posso fare, che tu mi obblighi a fare, mia piccola bellissima creatura, prima che arrivi qualcuno, prima che tu possa scappare e raccontare tutto, prima che il mondo mi precipiti addosso: TI DEVO UCCIDERE!

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