Uno strano regalo di Natale

Uno strano regalo di Natale

1.

Perdere tutto in una sola giornata: è possibile? Soprattutto quando la vita non lancia messaggi di rottura, quando tutto sembra scivolare in un sereno avvicendarsi di momenti favorevoli e prevedibili?
La serena prevedibilità è quella che la coscienza non avverte, I giorni passano, uno dopo l’altro; si corre in una pista sempre uguale, si lotta anche, ma solo sul piano del lavoro, mentre sul piano personale e familiare si viaggia senza preoccupazioni e senza aspirazioni o ebbrezze particolari, che rendano qualche giornata memorabile e degna di collocarsi al di sopra del flusso degli atti quotidiani.

Quella di Barry era una vita dedicata al lavoro, attenta a tutti i segnali, evidenti o nascosti, dell’economia, di quella ufficiale come di quella ufficiosa, persa dietro la lettura e l’analisi di statistiche, trend, previsioni, consuntivi. Ma questa vita si era sgonfiata all’improvviso. Il tempo, prima veloce e insufficiente, ma inavvertibile, era tornato a scorrere.
Scomparsa la frenesia dell’agire, del conoscere per agire, del rinunciare allo svago, al diverso, all’interessante per agire, in quel maledetto mondo degli investimenti e degli affari, probabili o improbabili, il tempo era riapparso, riappropriandosi di tutti gli spazi, sostituendosi inesorabilmente al denaro.
Il ricordo del 1929 aveva qualcosa del mito; pareva quasi una fiaba, con tanto di magie, orchi e castelli. Magicamente i ricchi potevano trasformarsi in poveri, i principi in ranocchi, costretti a sguazzare nelle pozzanghere o a rovistare nelle immondizie.
Nessuno pensava che quelle immagini si sarebbero potute riproporre. Barry aveva letto tante strane storie, scritte dai romanzieri negli anni Trenta e Quaranta, in cui si parlava di capitali andati in fumo, di persone ridotte sul lastrico, di vagabondi che giravano per le strade d’America, senza lavoro e senza speranze.
Gli economisti affermano, è vero, che le crisi sono periodiche; ma ai nostri giorni il mondo era ormai un unico grande mercato e in qualche modo le diverse economie si sostenevano a vicenda. Nessuno era interessato a generare una crisi generale, nemmeno per specularci sopra.
Si sapeva, indubbiamente, che molte operazioni speculative non poggiavano sopra una base solida, ma si pensava che il sistema avrebbe resistito ancora a lungo e che ogni eventuale crisi sarebbe stata prevista in tempo, così da consentire agli operatori di intervenire per salvare gli investimenti.

Barry era molto soddisfatto di sé e nemmeno un dubbio intaccava le sue granitiche certezze.
Proveniva da una famiglia della buona borghesia del New England e ne seguiva i principi etici e le idiosincrasie. Brillante negli studi, discretamente dotato negli sport, le sue esperienze giovanili e la sua carriera lavorativa erano state un crescendo di successi e di esperienze programmate, inquadrate negli schemi sociali e familiari che costituivano gli elementi costitutivi della sua vita, almeno fino al giorno del suo matrimonio, che a dire il vero era stato piuttosto imprevedibile.
Barry si era sposato, a venticinque anni, con una ragazza di poco più giovane, originaria di New Haven nel Connecticut, che si chiamava Cora, e non apparteneva all’ambiente wasp in cui il giovane si era sviluppato e nel quale avrebbe dovuto limitarsi ad agire, senza lasciarsi traviare dall’attrazione per il diverso e per l’esotico.
Nel sangue di Cora vi erano probabilmente componenti italiane o spagnole, con un pizzico, ma solo un pizzico, di nero e una buona porzione di irlandese; era attestata anche una presenza slava, probabilmente ceka o polacca, chissà. Qualche cellula di progenie ebraica non poteva essere esclusa, mentre stranamente parevano totalmente assenti parentele con i nativi americani o con il ceppo medio o estremo-orientale.
Come molti esseri umani di origine interrazziale, Cora era oltremodo affascinante.
Non era la corporatura, piuttosto modesta, o la purezza dei lineamenti a incantare le stupide creature di sesso maschile, ma piuttosto il taglio monellesco della bocca e degli zigomi, con una particolare morbidezza e un che di furbesco che in qualche modo si avvertiva. Gli occhi, luminosi e ridenti, sapevano lanciare occhiate assassine e il sorriso, frequente e spontaneo, creava subito una sorta di complicità con la persona che si lasciava coinvolgere in quella folgorante e capricciosa ondata di seduzione.
Non le mancavano i corteggiatori, ma Barry non si era mai accorto di nessuna particolare simpatia che legasse la signora a qualcuno di loro.
Cora era troppo innamorata di se stessa per lasciarsi inviluppare in una rete di cui non fosse lei a tenere le fila e questo aveva in qualche modo salvato il loro matrimonio. D’altronde, aveva tutto quello che poteva desiderare: un lavoro gradevole, presso un’azienda di cui gestiva le pubbliche relazioni, un marito che non risparmiava i divertimenti, che faceva sesso quanto basta e che non dimenticava i compleanni e gli anniversari.

Mentre, in ufficio, meditava sulle possibilità di sviluppo di un’azienda produttrice di materiali refrattari per l’industria e sul rischio che comportava investire sui suoi titoli, Barry ricevette una lettera che lo lasciò interdetto. Il suo gruppo chiudeva i battenti senza preavviso e invitava i dipendenti a lasciare i locali in cui lavoravano ormai da anni, portando via tutti gli effetti personali.
Non c’era nessuno spazio per la discussione e la trattativa. Tutto era deciso e concluso, anche se condito con qualche frase di rincrescimento. Si torna a casa, ragazzi: la festa è finita!
Doveva prendere le sue proprietà, doveva andare…
Nella valigia che riposava nel suo spazio riservato, pronta per viaggi di lavoro, c’era già quasi tutto quello che poteva essere definito di sua proprietà. Tutto il resto apparteneva all’ufficio.
Aprì la valigia, la inzeppò di carte, delle poche carte che potevano essere utili, di qualche foto, di qualche regalo. Staccò dal pc le due chiavette USB in cui raccoglieva file di testo, database e indirizzi e abbandonò quell’ufficio al ventitreesimo piano, in cui non sarebbe più tornato. Ed ecco che la libertà è arrivata, anche se non richiesta. Un uomo, uno schiavo del lavoro ora è libero di volare. Qualcuno ha rotto la sua gabbietta; ma che può fare un uccello abituato a vivere in cattività?
Si torna a casa, ci si immerge nella serenità familiare.
Ma anche la casa non è più un rifugio sicuro. L’affitto costa troppo caro e non si sa veramente dove andare. Cora non riesce a credere alla verità che Barry le racconta, con una voce che non riesce nemmeno ad essere emozionata. Lei chiede conferma ai giornali, alla televisione, e capisce che la situazione è seria: più grave di quanto suo marito possa immaginare.
Anche la sua azienda potrebbe essere investita dalla crisi; sicuramente anche i suoi capi sono coinvolti negli investimenti, anche il suo posto di lavoro potrebbe essere a rischio. Cora è terrorizzata dalla prospettiva della povertà, di una vita di limitazioni e rinunce, alle quali non è abituata e decide d’impulso di dare un taglio alla sua relaziona coniugale. Le basta una telefonata per ottenere la sicurezza economica e conservare una condizione economica e sociale di prim’ordine; le bastano poche parole per accettare l’offerta di matrimonio del suo più costante e fedele corteggiatore. E’ un avvocato, un penalista e anche un buon penalista, a cui non mancherà mai il lavoro, crisi o non crisi; è anche un piacevole ragazzo, il che non guasta: con lui la vita potrà continuare a essere interessante e, soprattutto, agiata.

Cora raccoglie le sue cose, almeno in parte, va via con l’indispensabile; manderà qualcuno a ritirare vestiti, biancheria, cianfrusaglie, fotografie, video, libri, tutto quello che si stratifica con gli anni, i ricordi suoi, ma solo i suoi. Non porterà con sé niente che le ricordi il periodo trascorso con il marito. La sua vera vita, quella di quando era ragazza, a New Haven, e poi la vita del college, una vita da cheerleader, ammirata e detestata, in misura variabile, da amiche o avversarie non è mai arrivata a New York: si trova ancora nella vecchia casa di famiglia, gelosamente conservata da sua madre.
– Meglio che vada; se rimanessi finirei per odiarti.
È dura e spaventosamente sincera, impietosamente sincera. Ha sempre interpretato il matrimonio come un mezzo per garantirsi un appoggio in caso di impreviste difficoltà economiche. Non ha mai considerato il caso di dover essere lei a sostenere il peso di un’altra persona. La sola idea la terrorizza e la disgusta.

Barry si trova solo, di fronte all’indifferenza della città, degli amici che cercano di spegnere il suo ricordo. Chi cade in disgrazia precipita velocemente nella scala sociale e non sta bene frequentarlo. Lo si fa un po’ per scaramanzia, un po’ perché, diciamo la verità, non era poi così in gamba; chi merita veramente sa come risollevarsi; si rimbocca le maniche e cerca di combattere per un nuovo round.

Quando si perde il lavoro, per qualche mese si riesce a resistere e i risparmi bastano per mantenersi, pagare per i servizi e muoversi per la città e i dintorni per cercare una nuova occupazione. Il problema è che Barry non sa far niente di pratico. Non ha un mestiere, né l’abitudine a svolgere lavori di fatica. Neri e mulatti sono molto più abili e resistenti; gli ispanici sono furbi e organizzati: s’infilano dappertutto. In pratica, risulta molto difficile trovare un lavoro di manovalanza, in qualsiasi ambito, senza essere in qualche misura coloured.
Senza lavoro non si guadagnano dollari e senza dollari non si può affittare una casa. Non ci si può nemmeno accontentare di una squallida stanza in uno dei boroughs più economici. Ogni tetto si paga e senza soldi si può solo dormire per la strada e a forza di pagare senza guadagnare il conto si esaurisce.

La primavera a New York è ancora fredda, ma dentro casa diventa sopportabile. Barry si dice che questo momento di inattività non può durare. Decide di vendere l’auto per poter godere del riparo di un tetto sopra la testa, poi continua a cercare lavoro; ma sembra proprio che la crisi si sia infilata dappertutto come un liquido colloso e nauseante, sembra proprio che nessuno abbia bisogno di lui.
Poi arriva l’estate. Ma dopo, per colpa dell’assurdità delle orbite dei pianeti, ritornano implacabilmente l’autunno e l’inverno. Ai primi freddi, Barry si riscalda bevendo. Non è mai stato un grande bevitore, ma regge l’alcol abbastanza bene. Questo all’inizio lo aiuta, ma poi quella sorta di euforia, quella soave obnubilazione che impedisce al suo cervello di sciogliersi nella depressione più oscura e profonda pretende una sorta di terapia di mantenimento. Il tasso alcolico deve rimanere stabile, per evitare che la coscienza ritorni lucida e con lei il volto severo della depressione. L’assunzione di alcolici non si può interrompere per troppo tempo e i quattro soldi che ancora gli restano, racimolati con il poco lavoro occasionale, devono servire anche per bere.

Barry ha imparato a conoscere tante cose della città: immagini che non aveva mai notato, sensazioni, impressioni. Ora sa dove passa il vento, dove ci si può riparare, dove l’atmosfera è più gradevole, dove si passa inosservati, dove si corre il rischio di interessare troppo i poliziotti, dove non si può camminare senza suscitare un eccessivo interesse in quelli che non si può più chiamare negri, ma afroamericani o al massimo neri, ma che è comunque meglio non chiamare, se non si è proprio costretti.
Non aveva mai notato i colori: le ringhiere nere della metropolitana, i fiori dei negozi, le insegne dei negozi etnici, in tutti i colori e in tutte le lingue e gli alfabeti del mondo, le case in mattoni o dipinte di rosa antico o di bianco, con le piante rampicanti che le ornavano e con le scale di sicurezza che scendevano da un poggiolo all’altro.

Così scorrono venti e nuvole, le foglie crescono, ingialliscono e cadono, cambiano i colori del cielo e la forza del sole. Solo le notti sembrano sempre uguali, ma cambiano impercettibilmente; le temperature diventano sempre più fredde. D’estate si può anche andare in giro di notte e dormire di giorno, su una panchina o in un vecchio vagone. Ma in autunno il clima non è favorevole e le notti diventano troppo fredde. Barry ha di nuovo qualche soldo, guadagnato con la consegna di pacchi e depliant pubblicitari, qualche soldo che basta solo per pochi giorni, per rimanere al caldo di notte. Purtroppo i soldi finiscono proprio prima di Natale e bisogna trovare il modo di resistere al freddo, all’aperto.

2.

New York diventa ancora meno credibile del solito nel periodo natalizio. Le luci sembrano sostituire il calore: la città emana un calore virtuale, fatto di stelle che sembrano cristalli di ghiaccio, di alberi di luce e di angeli che suonano la tromba. Tutto diventa spettacolo, un apparato di suoni, luci e immagini che deve attrarre e stupire; il senso del meraviglioso si unisce al gusto per la magnificenza e per l’esagerazione. Gli amanti della misura e del buon gusto inorridiscano pure, ma ormai in tutto il mondo il Natale si accompagna a questa straordinaria orgia di commercializzazione della fiaba; non si vuole realizzare il Bello, ma ottenere il Piacevole e il Divertente, stimolare l’allegria, che non nasce dalla qualità, ma dall’assurda compiacenza dello spettacolo.

Il 22 dicembre, la temperatura massima registrata era di 33° F, con una previsione di minima a 20, che in scala Celsius corrispondono rispettivamente, più o meno, a 0 e -6 gradi.
Per fortuna la giornata era soleggiata e alcuni spazi erano meno freddi di altri. La neve, caduta abbondante nei giorni precedenti, aveva risparmiato solo i posti coperti; indugiava nei giardini e nelle aiuole, ma era stata velocemente spazzata dalle strade più trafficate e dai marciapiedi più calpestati.
Barry scelse un cantuccio riparato dal vento e libero dal ghiaccio, con una piattaforma in pietra che era riscaldata dal sole. Doveva fermarsi e dormire un poco, senza correre il rischio di morire congelato. Il calar della sera lo trovò che dormiva, avvoltolato e imbacuccato, mentre il cielo smaccatamente luminoso gareggiava con le gigantesche luminarie della festa.
D’improvviso si svegliò e c’era uno strano personaggio davanti a lui. Era un tipino di media statura, con la barba incolta e lo sguardo bieco del mendicante di mestiere e del piccolo delinquente. Si rivolgeva a Barry; ce l’aveva proprio con lui.
– Quello è il mio posto, amico.

Il romanzo breve completo è contenuto nell’e-book Uno strano regalo di Natale, acquistabile presso StreetLib e nei migliori store italiani.

Natale

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5 risposte a Uno strano regalo di Natale

  1. lillopercaso ha detto:

    é bella, un resoconto metropolitan0 -quanti ce ne saranno anche qui da noi?- che diventa fiaba per il lieto fine; chissà perché avevo pensato all’entrata in gioco di un cane, quando Barry aveva cominciato la caduta; ma senza immaginare l’epilogo. Però, qual’era la storia della donna? mi sfuggono un mucchio di cose, in questi giorni!

  2. lillopercaso ha detto:

    La foto, però, birbante! é’ Milano!!

  3. Guido Mura ha detto:

    Ciao Lillo. Volevo fare un salto a New York per fare un po’ di foto, ma poi ho preferito arrangiarmi con quello che avevo a disposizione! La storia prevede una prosecuzione, ma poi mi sono messo a scrivere altro. Se rinasce Frank Capra, magari mettiamo su una bella sceneggiatura. Ma giuro che prima o poi anche questa storia la finisco (è da un bel po’ che è in sosta, con le luci che lampeggiano)

  4. guido mura ha detto:

    E finalmente è diventata anche un bell’ebook natalizio.

  5. guido mura ha detto:

    E adesso è anche acquistabile in versione cartacea, per chi non sopporta la lettura digitale.
    Link per tutti i formati: https://stores.streetlib.com/it/guido-mura/uno-strano-regalo-di-natale

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