Pianta di carne

sarcodendron

Oggi che la nostra specie è dominante in questa parte dell’universo, nessuno potrebbe raffigurarsi la vita così com’era duecentomila cicli or sono. Mi sembra quindi utile portare a conoscenza dei giovani la storia raccontata da un nostro antenato, che parte da un’epoca in cui eravamo appena giunti in quel piccolo punto della galassia che gli strani animali pensanti che allora lo abitavano avevano chiamato Terra.
Questa storia è stata registrata su un computer tramite un vecchio strumento periferico chiamato tastiera e da lì è stata esportata in un nuovo formato e trasformata in una serie di tracce analogiche incise su metallo. Grazie a questo sistema di lunga conservazione è potuta giungere fino a noi, per ricordarci la nostra nascita e l’incredibile situazione verificatasi in quel piccolo punto, o meglio pianeta, in cui una progenie di animali che si muovevano su due zampe acquisì, forse per uno scherzo della natura, la capacità di pensare, e per questo “pensò” di essere una creatura privilegiata e addirittura la dominatrice dell’universo.
Questi animaletti, noti come uomini, sono ormai scomparsi da parecchie decine di migliaia di cicli e non avremmo avuto troppe notizie su di essi, se non ci fosse stata tramandata la registrazione di quel primo nostro progenitore, che chiamerò, col nome attribuitogli dagli stessi uomini, Sarcodendron.

Sarcodendron

Sono nato in un’aiuola di periferia, in uno di quei giardini che una volta appartenevano a qualche villa nobiliare, fuori città, ma che poi sono stati inglobati nel tessuto urbano, diventando quelli che qualcuno avrebbe definito “polmoni verdi” della città.
Non credevo di avere assolutamente nulla di speciale. Succhiavo gli umori della terra e bevevo la luce solare, come le altre piante che vedevo ergersi dal terreno. Non ricordo quando acquistai coscienza di quello che ero e che facevo; so solamente che fu un processo lentissimo, ma alla fine avvenne, anche se non ero in grado di pensare veramente. Percepivo solamente colori e suoni, e mi rendevo conto di succhiare liquidi nutrienti e che questi mi rendevano più vitale.
In alto, cioè sopra i miei rami (o braccia?), vedevo le nuvole scorrere e trascolorare, dileguandosi in quella che dev’essere una spuma impalpabile, un inganno della vista, quella vista che anch’io possiedo, ma non concentrata su un unico organo, ma bensì su tutto il corpo, su tutto questo viluppo verde e marrone, nodoso e carnoso allo stesso tempo, che appare ricoperto da una scura lanugine.

Tanti esseri andavano e venivano in quella parte della terra dove avevo le mie radici: erano gli uomini, portavano addosso delle coperture che ricavavano dalle fibre dei vegetali o dal vello degli animali e qualche volta trascinavano con loro, attaccate a una striscia di cuoio, alcune strane bestioline che chiamavano cani. Gli uomini si distinguevano in due sessi, maschio e femmina, e le femmine, quelle che avevano quasi sempre un allargamento a metà della parte superiore del tronco, portavano spesso con loro dei piccoli uomini, quelli che dovevano essere i loro cuccioli, che chiamavano figli.
Devo ora ricostruire quello che avvenne un giorno e da cui derivò lo sviluppo della nostra specie. Allora non conoscevo l’uso delle parole e soprattutto non conoscevo il linguaggio umano, per cui cercherò d’immaginare quali furono le parole che allora vennero scambiate fra gli uomini, quello che gli uomini si dissero parlando di me.

Ebbene, quel giorno un piccolo uomo, un bambino – anzi era una bambina, per come era vestita e agghindata – disse probabilmente alla femmina che l’aveva portato/a in quel giardino: “Guarda, mamma, che strano: una pianta che si muove.”
“Stai attenta,” disse la signora, “deve essere una pianta carnivora.”
Ma il giorno dopo tornò con un uomo, l’essere con cui viveva e con il quale aveva fatto quella bella bambina.
L’uomo era un biologo, come capii più tardi, non precisamente esperto in botanica, ma conoscitore comunque dei meccanismi della vita e delle specie viventi. Mi esaminò prima a occhio nudo, poi con l’ausilio di una serie di strumenti che aveva portato con sé, e fece numerose misurazioni, registrando i dati su un oggetto che aveva un riquadro luminoso e, sotto, un rettangolo con tanti tasti sui quali l’uomo pigiava le dita. Qualche giorno dopo, quel giovanotto fece ritorno accompagnato da tre signori di età più matura, che dovevano essere studiosi delle specie vegetali.
Dopo una serie di misurazioni e controlli, il più anziano di loro disse probabilmente qualcosa del genere:
“E’ una pianta, certamente, ma molto speciale, una pianta di carne.”
“Ma come si nutre?”, chiese il giovane padre della mia scopritrice.
“Con le radici, come quasi tutti i vegetali, e non è nemmeno una pianta carnivora.”
“Ma io ci vedo qualcosa di strano in quelle radici, disse un altro degli uomini.”
“Sì, è come se riuscisse a muoverle, più velocemente di qualunque altra pianta.”
Era vero: potevo spostare, sia pure di poco, le mie radici e cercare nelle vicinanze uno spazio di terra più nutriente. Per questa ragione, se qualcuno avesse segnato sul terreno la mia posizione, avrebbe notato, dopo qualche giorno, che il mio tronco o stelo o comunque possa chiamarsi si era spostato di qualche centimetro. Ero una pianta mobile, ancora più lenta di qualsiasi animale, ma comunque non più ancorata a uno spazio fisso, come tutte le altre piante.

Quando ho appreso, dagli sguardi esterrefatti degli studiosi, di essere unico, la mia esistenza è cambiata in modo sostanziale. Ero abituato a stare solo e in pace, ma da quel momento un gruppo di scienziati si occupò di me in maniera costante. Si davano il cambio, si avvicendavano nel tenermi sotto controllo e ben presto si resero conto che avevo anche altre speciali qualità.
Da alcune mie reazioni, più simili a quelle di un animale che a quelle che ci si poteva attendere da un vegetale, compresero che alcune mie cellule, in varie parti dell’organismo, avevano la funzione di sistema nervoso e questo mi consentiva di vedere luci e udire suoni, nonché in qualche misura, di elaborare e comprendere linguaggi, in forma scritta o sonora. Ero in grado di percepire, interpretare e reagire agli stimoli, cosa che le piante facevano da tempo immemorabile in modo primordiale (con qualche eccezione), senza potersi paragonare però agli animali.
Gli scienziati che mi studiavano si resero conto ben presto che la mia capacità di risposta agli stimoli sonori poteva consentire grandi sviluppi e iniziarono a bombardarmi di suoni vocalici e consonantici, di quelle frequenze sonore che, combinate insieme nelle maniere più stravaganti, costituivano il linguaggio degli animali.
La conoscenza delle parole ha sviluppato e reso più complesso il mio pensare e mi ha consentito di riflettere sulla mia condizione. Insomma, dopo tanti eroici sforzi e dietro innumerevoli stimoli, ero diventato autocosciente.
In questa evoluzione, mi aiutò molto il rapporto con la bambina, poi diventata adolescente, figlia del biologo che aveva iniziato a studiarmi. Era lei, proprio lei, mi pare di ricordare, il piccolo essere che mi aveva visto muovere nella mia aiuola. Continuò sempre a venirmi a trovare, raccontandomi cose che ancora non capivo, finché da un momento all’altro non venne più.
Venne invece come al solito suo padre, con uno strano viso e gli occhi arrossati e il giorno successivo arrivò pure sua moglie. Strapparono uno dei miei rami e la donna disse qualcosa che mi sforzai di ricordare e che poi interpretai, quando appresi il loro linguaggio: Questo lo voglio mettere io nel vaso di Laura.
Solo molto tempo dopo compresi che la ragazzina, Laura appunto, era andata via da questo mondo e il suo corpo era conservato in un grande giardino, nascosto da una grande lastra di pietra. Accanto alla pietra i genitori avevano messo un vaso, che spesso riempivano di fiori e piante. Così in quel vaso era finita anche una parte di me.
Quando la ragazzina non venne più a trovarmi, sperimentai qualcosa che oggi definirei malessere. Non era simile al bruciore che si prova d’inverno con la brina o d’estate, quando il sole brucia e secca le foglie. Assomigliava piuttosto all’acuta sensazione di privazione che le piante sperimentano quando qualche animale strappa o divora il fogliame, Per la prima volta avevo provato quello che gli uomini chiamano sentimento.

A differenza delle altre piante, il mio corpo è costituito da masse di una sostanza che non ha molto di vegetale. Quello che scorre nei miei vasi linfatici ha quasi la composizione e il colore del sangue dei mammiferi e questo liquido viene diffuso attraverso tutto l’organismo da una lenta ma costante pulsazione.
Capisco ora che questo strano, quasi doloroso, pulsare è una forma della mia angoscia, l’angoscia di vivere, ma senza alcuna certezza, né sulla mia origine, né sul mio futuro. A quei tempi però non mi ponevo nessuno di questi problemi. La mia consapevolezza era molto limitata e io capivo, certo, molto più di quanto potesse una pianta, ma il mio pensare era più simile a quello di un animale evoluto che a quello di un uomo.

Gli scienziati che mi osservavano, mi allontanarono dalla mia aiuola insieme a una consistente massa di terra e mi portarono in un terreno diverso, in uno spazio coperto da lastre trasparenti, da cui si potevano vedere la luce del cielo e del sole: era uno spazio che chiamavano serra o laboratorio. Qui collocarono davanti a me un quadro scuro, che però si illuminava e consentiva di vedere immagini o parole. Fu lo strumento che usarono per sviluppare la mia conoscenza. Era lo schermo collegato a un computer che mi teneva collegato con il mondo degli uomini e mi consentiva di acquisire notizie su di loro. In breve tempo, la quantità di informazioni che riuscii a memorizzare fu tanto vasta che gli stessi uomini si stupirono dei miei progressi e di quella che chiamavano la mia cultura. La diffusione del mio sistema nervoso in varie parti del corpo, anziché in un solo organo, come gli animali, mi consentiva di immagazzinare notizie più di qualsiasi essere umano. Di fatto, le mie capacità di pensiero erano superiori a quelle di qualunque animale.

L’uomo

L’uomo, a quello che mi sembra di capire, era anche lui un animale, che però aveva sviluppato un linguaggio articolato e complesso, che consentiva di fare discorsi lunghissimi e ricchi di elementi e sottoelementi. In questi discorsi poteva far riferimento a cose vere e e reali e ad altre immaginarie, poteva elaborare e perfezionare teorie, e cercava di convincere altri uomini allo scopo di procurarsi benessere e considerazione.
Dell’animale conservava un odore piuttosto disgustoso, che emanava dai genitali e dalle ascelle oltre che dai piedi, ma si sforzava di nasconderli con abluzioni e sostanze emananti un effluvio gradevole che chiamava profumi.
Dopo aver intrapreso la conoscenza dei vocaboli e delle strutture linguistiche usate nel parlare umano, mi trovai a combattere contro le bizzarrie della civiltà dell’uomo e a scoprirne le intime contraddizioni. Non tutto mi è ancora chiaro della loro cultura, ma mi consola il fatto che gli stessi uomini, per la sua complessità, non ci si raccapezzano spesso neppure loro.

Ebbene, questi esseri dotati di pensiero avevano creato un sistema di valori, basato su convenzioni, che dava origine a una disciplina che chiamavano economia. Attribuivano importanza di solito ad alcune sostanze che luccicavano, riflettendo cioè la luce, purché fossero di origine naturale e non prodotte artificialmente, a patto però che fossero sufficientemente rare. Queste sostanze erano l’oro o altri rari metalli e i diamanti, insieme con altre pietre che venivano definite “preziose”. L’oro e i diamanti avevano particolari caratteristiche fisiche che rendevano interessanti questi materiali: l’oro era inalterabile all’aria, non si ossidava, e i diamanti avevano una durezza incredibile, ma esistevano sostanze artificiali in grado di riprodurre le stesse qualità, senza che venissero ritenute di particolare valore.

Gli uomini consideravano di enorme valore anche alcuni oggetti che i più bizzarri tra loro ottenevano creando forme, a due o tre dimensioni, forme che non avevano alcuna funzione pratica, ma venivano disegnate o dipinte su una tela o una tavola di legno con la sola funzione di rallegrare o creare emozioni ad altri uomini che le vedevano. Solo da questo si potrebbe arguire la sostanziale irrazionalità di questa specie di animali. Ma loro creazione più folle e irragionevole fu quello che definirono “finanza”.
Anziché preoccuparsi di escogitare un metodo che garantisse una facile ed equa distribuzione delle risorse del pianeta che li ospitava, gli uomini inventarono il commercio, dapprima scambiando direttamente i prodotti, poi utilizzando pezzetti d’oro o di altri metalli, su cui imprimevano numeri e l’immagine dei loro re o altri simboli. Successivamente anche i pezzi di metallo furono sostituiti da pezzi di carta stampata, cui si attribuiva un valore convenzionale, perché in origine venivano legati alla quantità di preziosi o di beni reali posseduta.
In ultimo non si usò più per i grandi spostamenti di ricchezza neanche la carta moneta. Ma semplicemente ordini immessi in forma di impulsi elettronici in una banca dati: la notizia del possesso sostituiva addirittura il titolo fisico che corrispondeva al valore delle cose possedute.
A questo punto, il sistema finanziario rivelava la più totale assurdità. Potevano ottenere denaro solo quelli che erano considerati ricchi. Addirittura, era più importante essere ritenuti ricchi che esserlo veramente. Il mercato finanziario venne ad assomigliare sempre più a uno di quei giochi che gli uomini amavano, il poker, in cui era più importante l’opinione (o l’amore del rischio) dei giocatori rispetto al reale possesso di un valore.
In questo sistema aveva fondamentale importanza il credito. In definitiva, poteva accadere che una persona o azienda o stato molto ricchi venissero ritenuti al contrario deboli e instabili e che pertanto il loro credito si riducesse a un punto tale che fossero costretti a indebitarsi sempre più e diventare così realmente poveri: in questo modo l’immaginazione prendeva spesso il posto della realtà e modificava la realtà stessa secondo le convinzioni di chi muoveva i flussi di capitale. Ugualmente assurdo era che pochissimi uomini detenessero la maggior parte della ricchezza reale o virtuale e addirittura folle era il rapporto di lavoro dipendente, in cui l’impiego era ritenuto tanto più sicuro quanto più il dipendente avesse una retribuzione bassa e quanto più scarsi fossero i suoi diritti.

Altra forma di comportamento irrazionale degli uomini era quello che chiamavano amore. Si trattava, pare, di una spinta assolutamente incontrollabile, un tipo di attrazione che li conduceva a sospendere in larga misura i giudizi della ragione e a commettere azioni incomprensibili o in contrasto con ciò che sarebbe stato vantaggioso per l’individuo colpito da questa particolare patologia.
L’attrazione era di solito reciproca tra uomini e donne, ma qualche volta le attenzioni si esercitavano all’interno del medesimo sesso, cosa che era ritenuta per lo più anomala e riprovevole. Ciò nonostante questo tipo di amore, che era definito omosessuale, prosperava, malgrado l’opposizione che in genere veniva esercitata dalla società o dalla religione.
Altro problema era che gli esseri umani non erano tutti tendenzialmente monogami e pertanto si stabilivano relazioni complicate, che in alcuni paesi erano permesse, in altre sanzionate dalla legge. La situazione comunemente accettata era che un uomo si legasse a una donna e insieme creassero una famiglia. Ma visto che le relazioni di coppia erano piuttosto movimentate, si accettavano tacitamente relazioni dette extraconiugali, per cui l’uomo o la donna o entrambi facevano sesso con altre persone. Le coppie benestanti ricorrevano sempre più spesso al divorzio, per spezzare il matrimonio e creare una nuova coppia. Provavano così diverse soluzioni, almeno fino a quando non trovassero una soluzione più soddisfacente o non si fossero stancati di ricominciare nuove esperienze di coppia.
Altra stranezza era la vergogna che gli uomini provavano nel mostrare alcune parti del proprio corpo. Di solito era considerato vergognoso, e in alcune lingue si usava un termine di oscura origine, “osceno”, per designare l’esposizione dei genitali o per mostrare atti sessuali espliciti. Per cui tutto quello che aveva attinenza col sesso veniva tendenzialmente nascosto. Nello stesso tempo, la visione dei genitali o del coito (così chiamavano l’atto sessuale, che conduceva a ingravidare gli esseri di sesso femminile) era ritenuta estremamente interessante ed eccitante, per cui se ne traevano spettacoli registrati, che si vendevano con discreta fortuna. Addirittura, la visione o la semplice narrazione dell’attività sessuale era spesso uno dei motivi di maggior successo anche di quei prodotti il cui fine era qualificato come artistico o estetico dagli esponenti più istruiti della comunità umana. Le femmine nascondevano la parte bassa del ventre e le mammelle, che servivano per nutrire i piccoli. L’azione dell’allattamento al seno non era però considerata oscena e pertanto accadeva spesso che donne che tenevano solitamente nascoste le mammelle con grande pudore le esponessero serenamente agli sguardi avidi dei maschi quando dovevano allattare i loro piccoli.
Altra parte del corpo di cui ci si vergognava abbastanza erano i piedi, che però potevano essere mostrati senza essere accusati di oscenità e che erano spesso fonte di morbosa attrazione. Accadeva comunque che le donne più emancipate mostrassero parti sempre più consistenti del proprio corpo senza vergogna e anzi si divertissero a mostrarle per gioco o per indurre l’eccitazione del maschio. I creatori di vestiti erano abilissimi nel consentire alle donne di mostrare porzioni del corpo che solitamente restavano coperte, così da sollecitare l’interesse dei possibili partner.
Questi strani animali erano soggetti a mutamenti della sensazione di soddisfazione, che non dipendeva solamente dall’aver mangiato o fatto del sesso. Alcuni provavano soddisfazione nella semplice percezione e considerazione della propria efficienza fisica e mentale o cercavano di accrescere la soddisfazione sottoponendosi a fatiche fisiche per gioco, ma a volte era sufficiente immergersi nell’acqua calda o stendersi al sole, cosa che peraltro sembrava gradita anche ad altri mammiferi, come ad esempio i gatti.
Altri non sapevano nemmeno cosa volesse dire sentirsi sereni e soddisfatti e cercavano di procurarsi queste piacevoli sensazioni attraverso l’assunzione di sostanze (definite “droghe”) che miglioravano l’umore o creavano uno stato artificiale di gradevole esaltazione. Da tantissimo tempo usavano l’alcol o vari tipi di droga naturale, di origine vegetale. A questi si aggiunsero gli psicofarmaci e altri composti prodotti con procedimenti di trasformazione chimica della materia. Stranamente molte di queste sostanze vennero considerate illegali, il che permise a numerosi criminali di arricchirsi procurandole illegalmente ai consumatori.

Ma la maggiore assurdità della cultura umana era il rapporto con la vita degli stessi membri della comunità degli uomini.

Veniva considerato come crimine, il più orrendo e riprovevole, il togliere la vita a un altro essere umano, ma poi questo diveniva lecito e addirittura meritevole di elogio quando la lotta costante che vigeva tra gli uomini sfociava in quello che era definito stato di guerra. Un gruppo di uomini, definitosi nazione, entrava in guerra contro un altro gruppo che veniva individuato come nemico. Allora, per assurdo, chi uccideva il maggior numero di nemici era ricoperto di lodi e riconoscimenti e chiamato eroe, per aver commesso le stesse azioni per cui in tempo di pace veniva chiamato assassino. La stessa assurda situazione si verificava quando gli assassini, individuati e imprigionati venivano condannati a morte. In questo caso era la società a eliminare con la violenza e seguendo una macabra ritualità gli assassini, vendicando cioè un crimine con un altro crimine considerato però legale. Confesso di aver molto riflettuto su queste e altre aporie della cultura dell’uomo, ma di non essere mai riuscito a comprenderne bene la logica.

Un mondo perfetto

Gli uomini avevano la naturale tendenza a unirsi in gruppi, comandati da un capo, quello che essi ritenevano essere più forte o abile o dal quale si attendevano più vantaggi. Questi gruppi erano diventati sempre più numerosi, fino a riunire gli abitanti di interi villaggi, poi città, isole, e persino di vasti territori, che chiamarono nazioni.
In ogni nazione viveva un popolo, cioè un insieme di persone accomunate da una stessa lingua o religione e spesso legate da uguali costumi, che si tramutavano in leggi comuni.
Ogni gruppo si era dotato sin dall’inizio di insegne, di simboli che in qualche modo lo rappresentassero. Le nazioni avevano scelto forme sempre più sintetiche di rappresentazione, fino a creare quelle che chiamavano bandiere. Queste ultime erano, in definitiva, dei semplici drappi di stoffa su cui apparivano strisce di colore o altri segni identificativi del popolo o del territorio. A questi pezzi di stoffa gli uomini tenevano molto, tanto da portarle con loro in battaglia e difenderne il possesso anche a costo della vita. Quando qualcuno moriva in battaglia o si sacrificava per la collettività, lo chiudevano dentro una cassa di legno, come facevano di solito per i morti, e stendevano sulla cassa la bandiera della sua nazione.
Alla fine della loro era gli uomini avevano realizzato quello che definivano mondo perfetto.
Tutta la terra era retta da un governo unico, che regolava ogni singola fattispecie e prevedeva e arginava qualunque anomalia. Tutto era regolato da graduatorie complicate, concordate con il sindacato unico dei lavoratori universali, che si preoccupava di garantire i diritti inviolabili dei lavoratori umani, mentre già emergeva il dissenso dei lavoratori non umani,
Tutte le attività umane erano subordinate a una gerarchia che assicurava migliori retribuzioni e migliori condizioni di vita e ludus-divertimento secondo un criterio meritocratico articolato.
Il ministero per la meritocrazia (MPM), in accordo col sindacato unitario, stabiliva i criteri di merito. Per questo motivo, la metà del tempo degli umani trascorreva nell’acquisire e certificare titoli di merito; la certificazione era minuziosa e sottoposta a sottili controlli, per evitare il proliferare degli imbrogli e delle falsificazioni, che venivano sanzionate con la perdita del titolo prodotto e del livello di qualità lavorativa fino a quel momento acquisito.
Questo sistema di controllo e certificazione venne esteso a tutte le attività umane, cosicché finalmente la serietà e la competenza divennero dominanti, eliminando tutto quello che non fosse previsto dal sistema e quindi certificabile. In questo modo vennero finalmente rese inoffensive le personalità anarchiche e asociali, capaci di sbalzi geniali e mattoidi, ma totalmente prive di continuità e affidabilità e soprattutto della qualità fondamentale, cioè l’accettazione completa e convinta del sistema. Naturalmente rimaneva pochissimo tempo per lavorare, ma questo non era un problema, in quanto la maggior parte dei lavori erano attività inutili o complementari, inventate dal sistema per tenere occupati i cittadini, dato che il lavoro reale ormai era svolto dalle macchine e da un ristretto numero di tecnici, lautamente retribuiti.
Fino a quel momento, la norma aveva regolato l’attività di tutti i cittadini viventi; ma ben presto questo non fu sufficiente.
Ormai la popolazione mondiale aveva raggiunto proporzioni tali da rendere problematico anche il reperimento di spazi idonei per l’inumazione. Anche i morti dovevano meritarsi una tomba o per lo meno un’urna e per ottenerla dovevano essere sottoposti alla valutazione di un’apposita commissione di nomina ministeriale.

Ci fu solo un uomo che rifiutò (quand’era ancora in vita) questa ennesima e definitiva valutazione, con una lettera che fece notevole scalpore.
Quando la nota pervenne all’ufficio del MPM , l’impiegato che aprì il messaggio di e-mail certificata sperimentò un attimo di défaillance. La nota appariva regolare, in quanto fornita della necessaria firma digitale, e non era dunque uno scherzo!
« Ma è matto? » urlò stizzito il Direttore Generale, quando la vide « Bisogna procedere immediatamente a un’inchiesta ».
Subito iniziarono le procedure di controllo. Bisognava assumere ogni possibile informazione sul firmatario di quell’oscenità. Sapere se aveva letto libri sconsigliati o pericolosi, se nella sua famiglia esistessero precedenti per attività antistatali e/o terrorismo. Conoscere le sue convinzioni politiche e religiose, la sua predisposizione al crimine, le sue preferenze sessuali (di solito i pederasti erano più facilmente attratti dal sovversivismo).
Poi naturalmente sarebbero intervenuti gli amici influenti, poi gli amici degli amici, con i loro disinteressati consigli, e alla fine (ma proprio alla fine), se il tizio non fosse rientrato nei ranghi, accettando di protestare in una delle forme accettate e compatibili con il sistema, come lo sciopero (che avvantaggiava il sistema stesso, consentendogli di risparmiare) o la manifestazione pacifica indetta dalla sigla sindacale ammessa, si poteva incaricare una delle tante organizzazioni segrete di sostegno di utilizzare metodi più convincenti, i quali di solito ottenevano lo scopo.
Il pestaggio, le minacce ricorrenti, le ritorsioni nei confronti dei familiari, il danneggiamento di beni e di proprietà erano i sistemi più largamente usati. L’individuo non allineato non aveva altre alternative, se non adeguarsi alle aspettative della società.

Il mondo perfetto non ebbe però grande durata e, stranamente, fu proprio il progresso a ucciderlo. Lo straordinario sviluppo della tecnologia, su cui gli umani riversavano tanta fiducia, produsse un allungamento notevole della vita, e rese sempre più lontano il momento della morte per naturale esaurimento della vitalità cellulare. Purtroppo però all’aumento dell’aspettativa di vita non corrispose un miglioramento della qualità del vivere. La fragilità di queste pur notevoli creature faceva sì che spesso alcuni organi iniziassero a funzionare in maniera anomala, o che alcune loro venuzze esplodessero, provocando gravi limitazioni alla loro capacità di provvedere a se stessi in maniera autonoma. Di conseguenza, divennero sempre più frequenti gli anziani che necessitavano dell’aiuto di altre persone per svolgere attività primarie come cibarsi o defecare. Questi residui umani erano costretti a trascorrere la loro vita come prigionieri, confinati in un letto da cui non potevano evadere o in una sedia a rotelle.
Dalla coscienza di questo triste e inevitabile destino derivò una progressiva perdita d’interesse degli uomini per la vita e quindi per la procreazione. Lentamente, le forme di soddisfacimento virtuale della sessualità presero il sopravvento sul sesso naturale. Il sempre più evidente rifiuto della componente animale, a mano a mano che il livello della cultura umana si elevava, conduceva a evitare qualsiasi rapporto con gli scarti liquidi e solidi della digestione. Diveniva perciò impensabile occuparsi di un bambino, produttore inconsapevole di escrementi e fluidi sgradevoli. Finì che nessuno volle più fare figli, né tramite accoppiamento, né attraverso procedure artificiali. A che pro creare nuovi individui, se quelli esistenti erano già in numero spropositato e se la loro vita aveva una durata spaventosamente lunga? Così, stancamente e progressivamente, le nuove nascite divennero sempre più scarse, fino a cessare del tutto.

La vita animale.

Studiando l’essenza e gli sviluppi della vita animale, mi resi conto che un diabolico sistema d’incentivi era stato messo in atto per spingere gli animali a nutrirsi e a riprodursi. Le sensazioni di piacere e dolore governavano l’intero universo animale. Odori, sapori, stimoli visivi e nervosi spingevano gli esseri a obbedire a quello che pareva essere un programma scritto da una mente superiore. Gli uomini avevano tentato in vario modo di giustificare quegli strani meccanismi che avevano consentito alla vita di svilupparsi, ma non avevano ancora raggiunto alcuna certezza. Alcuni pensavano che lo stesso sistema natura avesse creato casualmente quegli stratagemmi e che gli stessi si fossero affinati attraverso un numero enorme di cicli. Altri credevano che l’intera realtà fosse stata prodotta da un pensiero esterno al tutto, che aveva progettato e previsto, elaborato e sperimentato. Rimaneva da comprendere il motivo di tutto questo. Perché la vita dovesse proseguire, perché gli esseri e le cose dovessero seguire il loro programma di sviluppo e perfezionarsi. Pareva di capire che questo fosse necessario, ma necessario per cosa? Nel sistema messo in opera le specie raggiungevano un livello sempre più elevato di efficienza oppure erano destinate a scomparire, lasciando spazio ad altre specie ancora più evolute. Questo lasciava in piedi ogni ipotesi e gli interrogativi continuavano a non avere risposta.
Nella mia esperienza ebbi occasione di vedere numerose specie animali scomparire e, per ultima, l’uomo, dopo il suo fallimento nella scalata all’immortalità, attraverso la sua trasformazione in qualcosa di nuovo e infinitamente durevole.

Le macchine.

« Vedi quel corpo? Avvicinati, ma stai attenta a non risvegliarlo: è una delle creature più pericolose dell’universo
« L’abbiamo creata noi?
« No, l’hanno creata gli uomini. Tecnicamente è una macchina, ma è costituita di cellule viventi, come gli uomini e gli animali
« Infatti sembra fatta di carne.
« Sì, ma di cellule che si riproducono continuamente, senza che si inneschi un processo generale di decadimento. Ogni parte del corpo può essere sostituita e rinnovata. Persino il cervello ammette la rinascita cellulare e le cellule che produce garantiscono il sostanziale equilibrio intellettivo.
Trattandosi di uno sviluppo che perfeziona l’essere umano, quella macchina ne conserva le caratteristiche positive e negative. Potrebbe decidere, libera da condizionamenti di alcun genere, di costruire come di asservire o distruggere altri esseri, potrebbe scegliere di inventare nuovi mondi, ma anche di annientare quelli esistenti. Conosce alla perfezione le leggi della fisica e sa produrre armi di una potenza impensabile per gli uomini di una volta. Conserva tutti i desideri e le emozioni dell’uomo e questo potrebbe scatenare in lei reazioni folli e incontrollabili
Ma perché la teniamo in vita?
Perché abbiamo deciso di non eliminare nulla di tutto quello che è stato prodotto in modo naturale o artificiale nell’universo. Abbiamo scelto di conservare, anziché distruggere. Però abbiamo fatto in modo che i mostri e le curiosità biologiche, tutto quello che chiamiamo vita, possano durare ed esistere, a patto di essere resi inoffensivi per le specie attuali.
Questa strategia positiva è l’esito naturale dello spirito vitale della nostra specie. Assecondare il processo di evoluzione del nostro universo è il nostro compito primario. Abbiamo compreso che questa è la logica delle cose e che non ha alcun senso cercare di rovesciarla o modificarla, in qualsiasi modo.
Diverse furono le scelte cui pervenne il genere umano.
Persa la fiducia nel raggiungimento dell’immortalità attraverso la creazione di uomini-macchina perfetti, gli esseri umani considerarono le finalità dell’universo e il grande inganno che li vedeva attori di un dramma alla cui recita non riuscivano a sottrarsi. Decisero perciò di esercitare il loro potere di ribellione. Rifiutarono di riprodursi, di portare avanti quello che pareva essere l’oscuro progetto della natura. Il loro numero diminuì notevolmente; ma erano sempre troppi, in quanto per un uomo la speranza di vita si era allungata a un punto tale da rendere la morte un punto infinitamente lontano.

L’amore

Per anni, per decenni, per un buon numero di cicli, ho studiato, ho meditato, e con me tutti i miei simili, che nel frattempo erano diventati numerosi e diffusi in tutte le parti del mondo. Ma, per quanto mi sforzassi, non sono riuscito a capire (nessuno di noi ci è riuscito) quale sofisticato meccanismo cerebrale possa trasformare nell’uomo la percezione di una bella forma nel desiderio di entrare in lei e nella donna nel desiderio di essere penetrata. L’attrazione estetica nell’uomo è veramente qualcosa d’inspiegabile. Probabilmente anche gli animali provano qualcosa del genere; sono attratti ad esempio dal colore, dall’odore, e noi piante abbiamo spesso sfruttato queste loro predilezioni. Ma strana e particolare si presenta questa attrazione nel genere umano. Basti pensare che la sola vista di una piacevole ragazza, o di qualche particolare anatomico, può provocare l’erezione nel maschio. A volte è sufficiente il ricordo dell’oggetto di piacere o l’immaginazione dii quello stesso oggetto, o di situazioni in cui quell’oggetto si trovi ad agire, per produrre lo stesso effetto.
Certo nulla di tutto questo potrebbe immaginarsi in una pianta.
La nostra specie, per questo e per altri motivi, ha sempre operato col supporto di una razionalità superiore, sottratta alle irregolarità e alle imperfezioni del pensiero umano. È per questo che la Natura ci ha premiato, consentendoci di superare le barriere del tempo, sopravvivendo ad altre specie evolute nella gestione della Terra.

La filosofia

Per la sua particolare natura di essere capace di pensare e di esprimere il suo pensiero attraverso suoni articolati e organizzati secondo un codice chiamato linguaggio, l’uomo fu portato a ragionare sulla sua condizione e sulla realtà che percepiva.
Qualcuno stabili perfino che l’unica realtà di cui si fosse certi era lo stesso soggetto pensante. Tutti gli altri oggetti o esseri animati potevano essere un inganno, perché della loro realtà non c’erano prove, al di là della percezione che il soggetto aveva di quegli stessi oggetti. Insomma, a questo punto, ogni uomo pensava di esistere soltanto lui, con tante paradossali conseguenze nell’agire e nel progettare.
Si capisce che in queste elucubrazioni gli uomini erano facilitati dalla loro caratteristica di essere in qualche modo distaccati dalla realtà, chiusi in un corpo che poteva muoversi liberamente nello spazio. Noi vegetali, invece, con le radici ben piantate per terra, avevamo un più saldo legame con la realtà delle cose.
Prima di affidare tutte le attività materiali alle macchine, prima di quel periodo segnato da una scelta infelice, gli uomini parevano dividersi in due categorie, o meglio correnti di pensiero. Vi erano quelli che ostinatamente, benché le conoscenze scientifiche fornissero diverse indicazioni, continuavano a pensare che la vita sulla terra, l’esistenza degli esseri umani, la presenza degli oggetti, degli elementi, avessero un significato e uno scopo. Gli altri ritenevano invece che tutta la realtà, compresa la vita e lo stesso uomo, fossero lo sviluppo casuale dell’attività dell’universo, generato da un’esplosione altrettanto casuale. Questi ultimi finirono per prevalere, ma si divisero ugualmente in due gruppi, quelli (i più) che, in assenza di proibizioni
Una volta sottratti alle preoccupazioni della sopravvivenza, garantita dalle macchine, una volta liberi da

Alla fine, l’idea predominante fu che tutto l’esistente non fosse che un flusso continuo di energia, soggetto ab aeterno a esplosioni cicliche, ognuna delle quali dava origine a universi dotati di spazio e tempo. Concluso il ciclo, l’universo collassava, ma sempre in maniera improvvisa e casuale, Poi, però, una nuova esplosione subentrava., ricominciando un ciclo di esistenza, e così all’infinito.

Quando ancora c’erano gli uomini, alcuni gruppi conservavano la bizzarra usanza di ringraziare il creatore prima di ogni pasto. Questo avveniva anche se il cibo se l’erano procurato da soli, con la loro fatica, attraverso la caccia o la pesca, o mediante la coltivazione dei campi. Era veramente strano vedere questi individui, che compunti e solenni ringraziavano per il cibo un personaggio inesistente, che loro stessi avevano inventato.

Chimere.

Nell’ultimo periodo del loro dominio, gli uomini si abbandonarono a esperimenti di creazione di altri esseri. Questo li faceva sentire veramente vicini a quell’immagine di essere superiore che era stata sempre costantemente presente nel loro pensiero, a quella figura dalla cui mente tutto avrebbe avuto origine.
Tenuta sotto controllo in teoria da leggi rigorose, nella realtà la sperimentazione genetica raggiunse livelli di autonomia impensabili, rasentando talvolta la mera follia.
Furono così reinventati molti animali immaginati dalla stessa specie umana, ma mai realmente esistiti. Tutto sembrava fattibile. Ormai era possibile dar vita a ibridi mostruosi, capaci di rivaleggiare con gli antichi mostri descritti dagli autori classici o dai bestiari medievali.
Chimere, minotauri e unicorni furono costruiti a fini ludici. Se ne potevano scoprire esemplari nei nuovi zoo, destinati a divertire bambini e adulti, più che a far conoscere i differenti aspetti della realtà naturale. Altre specie erano invece progettate per fini specifici. In questo modo si poteva disporre di animali-lavoratori in grado di resistere in ambienti vietati all’uomo. Nell’acqua ad esempio, o a quote elevate, o all’interno di atmosfere particolari, come quelle esistenti in alcuni pianeti. Nuove schiere di schiavi semiumani cominciarono ad apparire e a moltiplicarsi, per assecondare le esigenze sempre più pressanti della razza umana.

La noce.

La fine del genere umano, o meglio della struttura biologica che era di supporto al pensiero dell’uomo, arrivò nel modo più imprevedibile.
Non vi furono cataclismi. Non avvenne quello che più si temeva, cioè la caduta di un enorme asteroide. Eruzioni e terremoti si verificarono in modo continuo, ma senza apportare danni maggiori di quelli che sempre l’uomo era abituato a sostenere. Nessun intervento di cività aliene e nessun diluvio universale interessò la Terra. Il male definitivo, la catastrofe terminale che condannò la specie ebbe origine da una noce.
Gli uomini non riuscirono a comprendere quale fosse l’origine della straordinaria e invincibile malattia che li costrinse in pochi giorni a raggiungere le specie estinte del pianeta.
Fummo noi piante pensanti, analizzando i cadaveri e le loro ultime esperienze di vita a giungere a conclusioni sorprendenti. La fine dell’uomo arrivò da una noce.
Gli uomini non avevano fatto in tempo a isolare la spora che si era diffusa con straordinaria velocità, uccidendo le persone colpite in poche ore. Lo facemmo noi.
Si trattava di una forma di vita ibrida, solo parzialmente organica, nei cui confronti l’organismo umano non poteva avere alcuna difesa.
Da dove era arrivata?
Nessuno poteva stabilirlo con certezza. Sappiamo che alcune spore possono sopravvivere nello spazio per riprodursi poi, se cadono su un pianeta il cui ambiente sia favorevole allo sviluppo della specie.
La spora si comportò come un parassita e riuscì a penetrare in un soggetto portatore vegetale, un albero di noce. Un uomo mangiò una delle noci infette.
Esistono ancora, nel museo dell’uomo, i notiziari che raccontano l’ilprovviso e straordinario diffondersi di un’epidemia mortale, di origine sconosciuta. Gli scienziati erano riusciti a isolare l’organismo fatale, ma non fecero in tempo a trovare un rimedio. La spora si diffuse con spaventosa velocitò, passando da uomo a uomo. Non produsse invece nessun danno al resto del regno animale. I vegetali invece ebbero qualche danno, per colpa di quel nuovo parassita, ma l’attacco non costituì mai una grave minaccia. Inoltre, dopo qualche mese, la virulenza dell’agente infestante si ridusse, fino a scomparire del tutto. La natura, nel suo insieme, era sopravvissuta, non solo, ma era riuscita a liberarsi del suo più pericoloso avversario, il genere umano.

Anche in assenza degli umani, le macchine continuarono a svilupparsi e ad autoprodursi per qualche millennio, ma poi la mancanza di motivazione incominciò a gravare sulla loro attività. In mancanza di un fine, o di una gratificazione ulteriore, il pensiero delle macchine s’inceppò. Non vi era nessun motivo perché quella loro specie di vita priva di piaceri, come di dolori, dovesse essere conservata a tutti i costi. Lentamente, l’obsolescenza dei materiali di cui erano fatte ebbe il sopravvento. Non vi era nessuna macchina preminente che offrisse incentivi e che elaborasse progetti innovativi. Nessuna macchina era in grado di sognare. Mancava quella scintilla “divina” che aveva consentito all’uomo di superare ogni avversità e di sperare in un’esistenza migliore. La macchine così, tristemente, invecchiarono e si lasciarono morire.

(continua… si spera)

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