Alberi

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Alberi

Davanti a lui si palesavano ampie distese verdi, ripartite da rigoli d’acqua in figure geometriche appena identificabili, dove sorgevano a volte alberi e arbusti improvvisi, come a ricordare che non tutto è mai perfettamente regolare e prevedibile e che, al di là delle leggi e delle statistiche, si manifesta, inquieto e incoercibile, il caos, forse anch’esso dominato da leggi, solo meno evidenti e più difficilmente estrapolabili dalla realtà fenomenica.
Era strano per Fabrizio addentrarsi in un’area sconosciuta della Val Padana, in compagnia della sua nuova amica irlandese. Era uno dei suoi tanti giri immotivati, senza obiettivi e senza regole, in una ricerca affannosa di qualcosa d’indefinibile, di qualcosa che aveva sempre aleggiato sulla sua vita senza manifestarsi, senza apparire: un bisogno di certezza, di serenità, che lo trasportava angosciosamente, in un procedere falenico, verso esperienze continue e imprevedibili, che finivano al contrario per allontanarlo, costantemente e irrimediabilmente, dal suo sogno di una limpida e placata accettazione del mondo.
Più in là, dove l’uomo aveva fatto pesare la sua impronta sulla natura, serie di alberi si radunavano a gruppi, formando una sorta di piccolo bosco, disposto in maniera troppo regolare per essere spontaneo.
« Bello! » disse Rowena, con quel suo strano accento, melodioso come un suono antico, « non ho mai visto un verde così. » Lui si chiese se ci fosse dell’ironia in quella sua ammirata asserzione, ma gli parve che la sua considerazione fosse sincera. Anche se lei proveniva da un paese in cui il verde era colore dominante, era probabile che quelle piante così perfettamente organizzate, con quei colori che parevano inventati da un pittore, avessero un aspetto diverso da quello che le era abituale.
Dall’altra parte della strada c’era un rialzo con dell’erba gialla ormai essiccata da giorni e che pareva pettinata da una forza oscura. Proseguendo, guardando dal basso verso l’alto, si comprendeva che il rialzo, con il suo contenuto di terra e vegetazione, accompagnava una strada sopraelevata.
In lontananza, una boscaglia di un verde scurissimo era sfumata vicino al suolo da una sorta di bruma.
Fabrizio rimise in moto l’automobile e si mise a costeggiare un canale, ai cui lati erano appena stati piantati alberi alti e filiformi, sostenuti da una specie d’impalcatura a fili.
« Chissà dove ci porta » osservò Rowena, con una punta di preoccupazione. Era già pomeriggio e quelle strade di pianura parevano interminabili. Forse si sarebbero persi e non sarebbero rientrati a Milano per la notte; ma perché la pianura sembrava infinita? O forse era Fabrizio che camminava troppo piano: forse non metteva nemmeno la quarta. Era come se facesse una passeggiata, senza porsi obiettivi di spazio o di tempo, e a quei tempi non esisteva ancora il navigatore.
I paesi che attraversavano erano sconosciuti, fin a quell’ultimo cartello, Ultimate. Fabrizio non aveva mai sentito quel nome, che rivelava la sua origine padana attraverso quella desinenza in -ate che indicava appartenenza.
« Un posto veramente “ultimate”, “definitivo”, come dite voi » asserì Rowena. Scherzava sul significato inglese del termine, forse per spezzare quel senso di angoscia che stava crescendo in lei e che minacciava di trasformarsi in panico.
Ed ecco che, come si poteva immaginare in quelle terre umide e in quell’aria vaporosa, che a respirarla sembrava di aver bisogno delle branchie, improvvisamente si trovarono avvolti da un denso banco di nebbia. Fu necessario ridurre ancora la velocità, perché a malapena si scorgeva la carreggiata, con le strisce bianche della mezzeria, due al massimo e pure non ben distinguibili.
Alla fine, Fabrizio trovò uno spiazzo in cui la strada si allargava e dove non c’era rischio di precipitare in una roggia invisibile, e fermò l’automobile.
Nel grigiore diffuso, che ormai stava per cedere all’oscurità più totale, apparve una luce. Era mobile e sembrava avanzare, anche se con qualche incertezza, verso la macchina.
Quando la luce fui a pochi metri si vide il viso di un ometto, che teneva in mano una torcia elettrica.
L’uomo si accostò all’automobile, dal lato del guidatore, e sembrò guardare dentro, come se cercasse qualcuno o qualcosa, poi bussò con le nocche delle dita sul finestrino. Diceva qualcosa, ma non si riuscivano a distinguere le parole. Allora Fabrizio abbassò il vetro.

« Venite in casa, presto: si fa buio! » diceva l’uomo, che poi soggiunse:
« Ti aspettavo, Brizio, sapevo che saresti passato di qua. »
« Non ti chiami Fabrizio Ponti? » fece Rowena, e i suoi grandi occhi verdi spalancati esprimevano stupore.
« Si, ma… » Era troppo difficile spiegare l’origine di quell’appellativo.
Tutti lo chiamavano Brizio, in famiglia, ma come mai quell’ometto lo interpellava con quel diminutivo?
« È un tuo parente? » chiese Rowena.
« Non lo so. »
Nessuno l’aveva più chiamato Brizio da quand’era bambino. Così lo chiamava la mamma, e gli zii gli attribuivano quel nome più corto, più comodo da pronunciare.
Quell’uomo piccolo e inacidito, dall’aspetto aspro e grigiognolo come una nespola acerba, non era certamente uno degli zii; ma non poteva nemmeno essere suo padre: il padre, lui non l’aveva mai conosciuto. Era morto quando era ancora un neonato, in maniera non chiara, dicevano, forse colpito da un fulmine.
Eppure quell’uomo gli si rivolgeva con un tono familiare, come se lo conoscesse molto bene.
In fondo, ma proprio molto in fondo, assomigliava un po’ alle foto di suo padre da giovane, che giacevano in un cassetto del comò della sua vecchia casa. Ricordava quel mobile, stile novecento, in noce americano, con una copertura di marmo rosa e i cassetti che si aprivano con difficoltà, ed erano protetti da due ante chiuse da chiavi dall’impugnatura tonda e forata, ad anello. Era divertente cercare di aprirlo, malgrado sembrasse opporsi ad ogni tentativo di violazione della privacy, e scoprire al suo interno le cose più impensate, dai vestitini per neonato alle vecchie macchine fotografiche, dai bottoni conservati per sostituire altri bottoni di vestiti che non esistevano più alle fotografie di parenti mai conosciuti, alle medaglie di guerra del nonno.
Fabrizio era stupito e spaventato, ma la sua curiosità, quella che era la sua principale caratteristica e il motore primo dei suoi successi professionali, lo spinse ad aderire all’invito del piccolo uomo.
« Ma non vorrai lasciarmi qui! » Protestò Rowena. Nella sua confusione, Fabrizio si stava allontanando dalla macchina senza nemmeno ricordarsi della sua partner.
« Mio Dio, scusami » fece « certo che puoi venire anche tu. » In fondo si trattava di accettare un invito: si sarebbero seduti e quell’uomo così stranamente familiare avrebbe dato forse qualche spiegazione. In fondo si trattava di attendere al coperto, in un luogo confortevole, che la nebbia si diradasse almeno quel tanto da permettere di riprendere la strada per rientrare a Milano.
L’ometto camminava davanti, i contorni sfumati per la nebbia, e non pareva nemmeno essersi accorto della presenza di Rowena.
Davanti a loro era apparsa come per miracolo una casa, per quelle misteriose materializzazioni che sembrano nascere dalla nebbia, dove chiunque avrebbe giurato, fino a poco prima, che non ci fosse niente.

« Mi scusi » fece l’uomo alla ragazza « signorina… » « Rowena » disse lei. Fabrizio, confuso com’era, si era dimenticato di presentarla a quel tipo che per un’inspiegabile gentilezza li aveva accolti a casa sua.
« Mi scusi, signorina Rowena » disse l’uomo, ma vorrei parlare da solo con mio figlio. Lei rimanga pure qui; può leggere qualcosa. Ci sono libri, riviste. Certo, un po’… datati. »
Rowena si guardò intorno. Una parete della stanza era riempita da una libreria piena di volumi, im buone condizioni. Lesse i nomi degli autori: Bontempelli, Papini, Gentile, Palazzeschi, Guido da Verona, Luigi Motta.
« Chi sono? » domandò Rowena. « Scrittori che si usavano una volta » rispose Fabrizio.
« E quello? » scherzò la ragazza; « ma non l’avevate ammazzato? » Sulla copertina di una rivista illustrata che aveva preso in mano campeggiava la foto di Mussolini.
« È solo una vecchia rivista » fece il padrone di casa; « adesso anche lui sta da queste parti » disse, indicando con il dito l’immagine truce e insieme pavonesca del dittatore.
Rowena lo guardò con stupore. Quell’uomo doveva essere pazzo!
« E ora ci voglia scusare » disse il vecchio, facendo cenno a Fabrizio di seguirlo in un’altra stanza.
Era una stanza dall’aspetto cupo. Il legno dominava, sulle pareti, nel pavimento a parquet, nella scrivania di foggia antica. Il padrone di casa fece accomodare l’ospite su un’ampia poltrona di cuoio purpureo e si sedette a sua volta.
« E’ da tanto tempo che sono in questa casa e non ci sono venuto per mia volontà » disse.
Fabrizio voleva interloquire, chiedere qualcosa, per alleviare il senso di angoscia che lo stava pervadendo, ma non riuscì a emettere un suono. Pareva che le forze lo avessero abbandonato e giaceva esausto in quella poltrona in cui quasi si sprofondava.
« Non sforzarti » gli disse il vecchio « qui non è come da voi. C’è un’altra atmosfera: ci vuole tempo per abituarsi. »
Il suo volto era diventato più duro e severo.
« Ascoltami bene, Brizio. Tu sai che sono stato trovato morto in una strada di campagna, dentro la mia Isotta Fraschini 8A, che guidavo personalmente. Voglio rivelarti una cosa di cui non farai cenno nel mondo da cui provieni. Hanno pensato che sia stato colpito da un fulmine, durante un temporale. Ma il giorno in cui sono andato via non c’era una nuvola nel cielo. Avevo un appuntamento, nei pressi di Ultimate, quel paesino che non è segnato sulle carte geografiche, con il mio amico e collaboratore che tu ben conosci, Umberto Rizzi. »
Il mio patrigno, pensò Fabrizio e cercò di parlare, senza riuscirci.
« Insomma, l’uomo che ha sposato tua madre » disse il vecchio, con lo sguardo cupo.

« Io allora stavo sviluppando una nuova tecnologia, che avrebbe potuto avere sviluppi importanti sia nella produzione di energia che per scopi militari. Ma le mie ricerche furono interrotte dalla mia morte. La mia scoperta aveva un grande valore, e se non me l’avessero portata via la mia vita sarebbe cambiata e anche la tua. Tu saresti stato molto ricco e io » declamò « avrei potuto ancora fare altre fondamentali invenzioni e scoperte e forse sarebbero mutate le sorti della stirpe italica. » Si capiva che era ancora strapieno del linguaggio e dell’esaltazione del Ventennio. Sembrava credere veramente alle cose che raccontava. Fabrizio si ricordava vagamente delle tante fantasie elaborate da scrittori e cultori di fantascienza sulle armi segrete di Mussolini e del Terzo Reich, sull’UFO caduto nel Varesotto, sugli studi di Marconi e sui suoi strani esperimenti. Non sapeva però che il padre avesse avuto una funzione importante nelle segrete manovre dei fascisti sul piano della ricerca. Il mondo sarebbe stato diverso se suo padre fosse vissuto? Veramente la tecnologia avrebbe consentito agli italiani di ricostruire l’impero sognato?
« Avevo realizzato un prototipo, ancora grezzo, ma dagli effetti letali » proseguì l’uomo che asseriva di essere il padre di Fabrizio. « La tecnologia è stata poi sviluppata da altri, per realizzare oggetti molto più maneggevoli e dall’effetto limitato. Oggi, a partire dai miei studi, è stato elaborato un prodotto impiegato come dissuasore, il taser, che produce scariche elettriche paralizzanti. L’arma a cui stavo lavorando, in confronto a questi oggettini ormai di uso comune, era però come un cannone di fronte a una pistola scacciacani. Io solo conoscevo il sistema per potenziare l’energia e per renderla efficace a distanza. Il mio cannone elettrico sarebbe stato in grado di colpire con precisione ed efficacia un obiettivo distante più di cinque chilometri. Qualcosa del genere, ma in misura ridotta, era stato realizzato nell’antichità dagli egizi, ma il segreto era stato carpito dagli ebrei, che lo chiamavano arca dell’alleanza. A quel tempo, essere padroni dei fulmini e poterli creare a ciel sereno significava godere di un potere divino, che soltanto l’alleanza con Dio poteva garantire. Non era però l’unica arma di nuova concezione su cui stavo lavorando. La più potente era un vero e proprio cannone elettromagnetico, di cui solo ora cominciano ad apparire dei prototipi. Si trattava di uno strumento capace di proiettare un oggetto con elevata velocità e a molti chilometri di distanza, senza usare esplosivi tradizionali. »
Quindi anche il mitico railgun era un derivato degli studi di suo padre. Questo pensava Fabrizio.

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Fuori l’aria sembrava più chiara. Fabrizio ne approfittò per uscire e dare un’occhiata intorno.
Aggirò la casa e si mosse sul prato che si stendeva sul retro. Sentì subito un osceno odore di erba tagliata, quel tanfo di ferita che i prati emettono quando la falciatrice ha appena fatto il suo lavoro. Ma stavolta l’odore aveva un che di strano, di più dolciastro, e aumentava man mano che ci si avvicinava agli alberi. Quando fu abbastanza vicino da poterne toccare i tronchi, vide che anche gli alberi avevano subito una potatura. I rami, quelli più bassi, che riusciva a scorgere, apparivano tagliati di netto e dal taglio colava un liquido giallo rossiccio, che emanava un tanfo morbido e nauseabondo, simile a quello dell’acqua dei vasi in cui siano stati lasciati marcire i fiori. Nel camminare urtò contro una radice e si accorse di un’altra anomalia, che poi accomunava tutti quei tronchi: le radici sembravano completamente deformate, come se un tormento animale le avesse distorte, come se avessero voluto strapparsi dalla terra per alleviare un dolore insopportabile. Infatti le punte talvolta si erano staccate dal terreno e guardavano verso il cielo scuro e minaccioso.
Il giovane fu colto da brividi e rientrò in casa. Qui il vecchio lo aspettava e lo guardò con aria preoccupata.
« Gli alberi » disse Fabrizio « quegli alberi… »
« Non ci badare » rispose il vecchio, « qui è tutto diverso, anche gli alberi soffrono. »
« Perché? »
Era la domanda più semplice, ma rispondere non era così semplice.
« Non lo so. So soltanto che ora sono qui e che questa è la realtà in cui devo restare. »
« Qui? » fece ancora Fabrizio, « Ma qui dove ci troviamo? »
« Mi stai chiedendo se siamo sempre sulla Terra? Probabilmente sì. Solo che questa è una realtà che si muove diversamente, con una velocità diversa. Per spiegartelo dovrei mettermi davanti a una lavagna e farti una lezione di fisica. Ma non ci capiresti niente, tu che hai preferito occuparti di letteratura, piuttosto che di scienze. »
« Non mi piaceva la matematica » si giustificò il giovane.
« È con le matematiche che si capisce la realtà, con la letteratura la si può solamente immaginare. »
“Il suo ragionamento è esatto”, pensò Fabrizio, “ma non si può diventare matematici, se il proprio cervello è predisposto per un’altra funzione.”
« Comunque non è importante che tu capisca il perché delle cose. È sufficiente sapere come stanno le cose, sapere come sono andate nella realtà, nella tua realtà. »
Il vecchio fece qualche passo nella stanza, andò verso la finestra, guardò fuori, poi si voltò e disse.
« Voglio che il Rizzi paghi per quello che ha fatto. Magari potresti parlargli, fargli capire che sai, fargli presagire che il passato potrebbe tornare, come in un incubo. »
« Vuoi che faccia qualcosa per te? »
« Te lo dirò. »
« Quando? »
« Tra qualche giorno, lasciami pensare. »
« E come farai? »
« Ti farò una telefonata. »
« Una telefonata? »
« Sì, so come fare. » Accennò una specie di sorriso.
« Tra poco la nebbia si dissolverà e potrai tornare a Milano. Prosegui per una decina di chilometri, poi svolta a sinistra. Tutto tornerà normale. »

Nel frattempo erano tornati nella stanza in cui, sola, l’amica di Fabrizio attendeva.
« Ci sono un sacco di cose interessanti qui » fece Rowena « anche se c’è tanta polvere. »
Aveva passato l’indice smaltato di rosso su un mobile e l’aveva mostrato al suo amico. Il dito era sporco, mentre sul mobile appariva, per la sottrazione del velo di polvere, una R maiuscola, la R di Rowena.

« Ora però ce ne andiamo » disse Fabrizio.
Uscirono dalla casa e riguadagnarono la macchina. Il vecchio li seguì, con la sua torcia. Si salutarono.
« Addio signorina Rowena » disse il vecchio.
« Arrivederci » pronunciò Rowena.
« Sì, ma tra tanto, tanto tempo » precisò la voce proveniente dal volto nell’alone del faretto elettrico.
La nebbia cominciava ad aprirsi, come aveva detto suo padre, e il giovane si mosse, seguendo le sue indicazioni.
« Che strano posto! » Osservò Rowena, quando furono per la strada e ricominciarono a vedere i bordi e i segni bianchi di mezzeria.
Mentre transitava per la strada già percorsa serenamente altre volte, in direzione di Milano, Fabrizio pensava a come fosse facile e improvviso l’irrompere della dimensione tragica nelle nostre vite. A lui era capitato di precipitare in un sogno, altri avevano sperimentato questo attacco imprevisto e immediato in una forma più razionale In ogni caso, comunque, questo manifestarsi del male è sempre gratuito e apparentemente casuale. Lui sapeva che, invece, ogni avvenimento è prevedibile e spesso evitabile. Se solo si provasse a giocare a scacchi col destino, si apprenderebbe a supporre le mosse dell’avversario, a valutare possibilità e probabilità.
Se suo padre, ad esempio, avesse lasciato meno spazio alla noia nella vita di sua moglie, molte cose forse sarebbero cambiate.
Ricordava sua madre come una persona debole e disincantata, delusa da un matrimonio che, se aveva garantito una buona situazione economica, aveva spento troppo in fretta il piacere di stare insieme. Affogata nel grigiore di una vita senza passione, costretta a vagare tra le trame dei romanzi rosa e le poche occasioni mondane, la mamma si era lasciata travolgere da un torrente ingrossato dalle piogge di un autunno tedioso. Il Rizzi, sempre vicino e disponibile, troppo presente, comunque molto più presente di un marito immerso in un sogno di interpretazione e trasformazione della realtà, era diventato il suo rifugio segreto, la corda tesa per venir fuori da una vita di sabbie mobili.
Non doveva succedere; no, non doveva succedere, e purtroppo la storia, che pareva tragicamente conclusa, aveva ancora una coda avvelenata, un’assurda prosecuzione in un mondo che non era più il nostro.
Paradossalmente, dopo la disgrazia, cioè quella che era stata raccontata e interpretata come una disgrazia, sua madre aveva riscoperto le gioie della vita familiare e aveva cercato di avvicinarsi al figlio, che aveva faticato non poco per accettare il nuovo corso degli avvenimenti. Anche la nuova figura paterna che gli si era presentata cercava di acquistare il favore del ragazzino, ancora sconvolto per la morte improvvisa del padre. Quella parte della sua vita si era dissolta all’improvviso e lui, Brizio, si era trovato di colpo libero e probabilmente più sereno, una volta al di fuori delle tensioni che appesantivano l’atmosfera familiare. Perché allora non avrebbe dovuto dimenticare completamente la figura e il ricordo di suo padre? Perché non avrebbe dovuto considerare l’esperienza condivisa con Rowena a Ultimate poco più di un sogno? Eppure nella sua mente si era introdotto un tarlo. La serenità apportata dal trascorrere del tempo si era interrotta e ora nuove e meno gradevoli idee l’avevano sostituita. Ormai vedeva l’immagine di suo padre, come lo immaginava, bruciato dal fulmine, aveva talvolta l’impressione di sentire l’odore di carne bruciata che certamente doveva emanare da quel cadavere. Poi che cosa aveva causato la morte? Asfissia, arresto cardiaco? Come si muore per una scarica violenta, insostenibile da un corpo umano?
Cercò informazioni sul web, cercò quelle notizie che non aveva mai voluto reperire, come per tenere lontana dalla sua vita quella disgrazia antica, quel tormento sepolto sotto il grigiore e le foglie di tanti autunni. Lasciò affiorare l’orrore dalle profondità della storia, permise al rosso di sprizzare dal lento grigio deposito dei ricordi.
Rivisse le esperienze di un tempo, degli anni inconsapevoli, in cui sguardi e rossori, ansimi e sussurri, per quanto nascosti e repressi, avrebbero potuto rivelare una vicenda di passione e di morte. Lui ora ricordava in modo vago come avesse incominciato a provare disagio nello scoprire languori e appena accennate intimità. Talvolta, la vista del pallore dermico che rivestiva un corpo, quello materno, che l’età aveva reso rubensiano e quasi indecente, accostato alla robusta nudità del patrigno, gli provocava una sensazione simile al disgusto. Per fortuna, progressivamente, quelle manifestazioni si erano diradate e il giovane Fabrizio era riuscito a superare l’imbarazzo iniziale e a considerare la famiglia, in questa sua forma rinnovata, come sostegno per gli studi e la vita, dimenticando il livello di torbida sensualità in cui per un certo tempo pareva essersi avvolta.

« Ciao Brizio. »
La voce al telefono sembrava distorta, quasi chioccia, era strano come le voci mutassero al telefono, come assumessero sfumature che non apparivano ad ascoltarle dal vero: si caricavano di tratti salmastri, di toni locali, dialettali forse.
« Hai parlato col Rizzi? »
« No, ancora no. »
Ci aveva pensato, ma proprio non sapeva come affrontare il discorso.
« Devi portarlo qua, devi portarmelo: è qua che deve venire. Avevamo un appuntamento, ma lui non si è presentato! »
« E se non vuole venire. »
« Verrà, verrà. Devi mandargli un messaggio, non per telefono, per lettera; ma non usare le poste. Mettiglielo direttamente nella sua casella. »
« E cosa gli scrivo? »
« Prendi carta e penna. »
« Ho il computer acceso. »
« Ah, è vero che voi avete i vostri computer per scrivere. »
Così Fabrizio incominciò a digitare le parole che la voce gli dettava e a salvare il file, preparandolo per la stampa. Dopo averla scritta non riusciva a ricordare più quasi niente del contenuto, tranne una frase che lo aveva colpito in modo particolare: “Ti offro un’opportunità per rimediare, anche se mi hai tradito, forse per amore, forse per interesse o semplicemente per paura.”

Quella sera Fabrizio stava ascoltando musica e senza accorgersene si addormentò sul divano, quando fu svegliato dalle urla femminili che giungevano dalla stanza accanto. Si precipitò per vedere cosa stesse succedendo e vide due uomini che avevano aggredito Rowena e pareva volessero violentarla. Istintivamente si scagliò contro i due, ma fu atterrato prima di arrivare a toccarli. Erano certamente due persone allenate a combattere e non ci volle molto per capire che facevano parte di un qualche servizio militare. Lasciarono Rowena, già resa innocua, con le mani legate dietro la schiena e fissate al tavolone della stanza, per interessarsi di Fabrizio. Si capiva che era lui il loro obiettivo principale. Uno dei due gli venne addosso, incollandolo a terra con tutto il suo notevole peso, e gli puntò una pistola alla testa.
« Adesso stia calmo e ci ascolti » disse l’altro. « Non ci interessa per niente il suo patrigno, signor Ponti. Il suo destino personale non ci riguarda. Ormai ha svolto il suo compito e potrebbe anche scomparire. »
« Quale compito? » chiese Fabrizio con la poca voce che l’emozione e quel principio di lotta gli avevano lasciato.
« Certe cose è meglio non saperle, signor Ponti, e lei che è un uomo intelligente…
Vorrei raccomandarle di non occuparsi di sogni, di strane armi, di propulsione magnetica, di cose di cui tanti favoleggiano, senza averne le prove. Le chiedo di non parlare di queste cose con i suoi amici, di non scrivere resoconti. Non vorrà essere preso per pazzo?
Tante volte è meglio non indagare, non capire. Sa che le cose vanno come devono andare, come qualcuno ha deciso che vadano. »
« Ma chi? »
L’uomo gli lanciò un’occhiata quasi divertita.
« Lei sa benissimo che i fatti non avvengono quasi mai per caso, che i fatti della storia sono sempre guidati, indirizzati, perché tutto si svolga nel modo migliore e con i giusti tempi. »
Era qualcosa che Fabrizio aveva sempre immaginato; ma ora c’era qualcuno che lo stava affermando e questo qualcuno aveva una pistola, il che lo rendeva assolutamente convincente.
« Ma gli esperimenti di mio padre… » cominciò.
« Suo padre aveva fatto delle osservazioni ed era giunto a delle conclusioni, ma il suo lavoro era troppo prematuro. Lo è anche adesso. Lo sa che non è possibile comunicare con un’altra dimensione? Non dovrà esserlo ancora per molto tempo. Sappiamo che lei ha sognato suo padre e che immagina delle strane cose. Ecco, deve solamente non pensarci. Vedrà che la sua salute mentale se ne avvantaggerà e che noi non saremo più costretti a interessarci di lei. Ha capito? »
Fabrizio accennò di sì.
« Bene. Allora agisca di conseguenza e non stia a rinvangare il passato. Suo padre si è trovato nel mezzo della storia e, come tanti altri, ne è stato schiacciato. Le cose dovevano andare come sono andate. Il suo patrigno non ha fatto niente che non fosse necessario fare: è stato anche lui uno strumento. Nient’altro. »
Il tizio robusto spostò il suo peso e Fabrizio finalmente poté respirare meglio.
« Lasci perdere questa faccenda, altrimenti noi torneremo e saremo meno delicati » disse l’altro tizio.
« Va bene » fece Fabrizio, mettendosi seduto. Si sentiva ancora tutto pesto per l’atterramento e l’immobilizzazione, ma stava riprendendo l’uso delle articolazioni.
I due uomini scomparvero in un attimo e Fabrizio ebbe il suo bel da fare nel liberare Rowena, che batteva i denti, ancora terrorizzata.
« Chi erano quelli? » chiese, quando fu in grado di parlare.
« Servizi segreti, immagino » rispose Fabrizio.
« Ma perché? » fece Rowena. Non capiva perché uscire con un ingegnere italiano potesse essere così pericoloso. Non credeva possibile che si potesse precipitare, così, di punto in bianco, nei gorghi di una spy story.
« Non dire mai nulla di quello che sta succedendo » disse Fabrizio. « Cercherò di risolvere la questione da solo. »
« Non dirò nulla » assicurò Rowena.

“Non è possibile comunicare con un’altra dimensione”, aveva detto l’agente dei servizi. Fabrizio invece sapeva che era possibile, forse armonizzando i piani temporali, la velocità di scorrimento del tempo. Suo padre era riuscito evidentemente a escogitare un metodo che consentiva a varie realtà di interagire, era riuscito a far sì che i vivi del nostro mondo incontrassero i morti. Probabilmente era partito da una constatazione, quella dell’imperfezione del reale, che anche suo figlio aveva sperimentato più volte, senza però preoccuparsene troppo.
Succede che, nell’apparente logica del nostro procedere, si manifesti per un attimo qualche discordanza, qualche illogicità, che non è avvertita se non raramente, e anche quelle rare volte la nostra mente razionale la rifiuta. È come il punto, l’unico punto difforme di uno schermo a cristalli liquidi. Immerso, inserito nell’insieme, questo punto disobbediente non risulta nemmeno visibile, eppure sta lì, a segnalare l’imperfezione strutturale, l’impossibilità di definire i punti nella loro totalità.
Le irregolarità del sistema appaiono per un tempo brevissimo, qualche volta irrompono nel campo visivo come minuscole luci o forme luminose, in rapido movimento. L’occhio umano, abituato a tempi di osservazione più lunghi, non ha nemmeno il tempo di mettere a fuoco l’immagine che già questa è scomparsa. Rimane solo l’impressione di aver visto qualcosa, che non sapremmo definire né descrivere. A posteriori cerchiamo di giustificare quella subitanea visione come un inganno della percezione, senza comprendere che non siamo in grado di vedere compiutamente gli oggetti di un mondo che si muove a una velocità diversa dal nostro.
Certamente era sconvolgente pensare che la realtà è sempre più complessa di quanto ci appaia la semplificazione di essa che si presenta ai nostri sensi. Allo stesso modo è perturbante comprendere che le realtà possibili, gli altri mondi di cui si è sempre favoleggiato, non risiedano in uno spazio lontano, non siano disperse nell’azzurro infinito del cielo o nelle profondità infernali del nucleo terrestre, ma veleggino nel nostro stesso spazio. L’altro mondo vive e agisce accanto a noi, probabilmente anche dentro di noi. Occorre solo trovare la chiave, scoprire le tecniche che consentano il contatto.
Qualcuno conosceva questa chiave, era depositario di tecnologie superiori, ma non le metteva a disposizione dell’umanità. L’uomo doveva ancora svilupparsi e progredire al riparo da quella conoscenza, chissà per quanto tempo ancora!
Addirittura Fabrizio immaginava che, oltre alla realtà in cui viveva e a quell’altra, in cui albergavano le persone scomparse, come suo padre, si potesse presumere un’ulteriore modalità di esistenza, in cui le particelle potessero interagire, al di là dello spazio e del tempo. Era un esserci al di fuori di ogni regola, preesistente alle leggi della fisica. Forse Platone aveva pensato a qualcosa di simile, nel supporre la presenza di un mondo delle idee.

Fabrizio decise di organizzarsi. Non avrebbe cercato di indagare oltre. Gli era stato vietato e non aveva nessun interesse a entrare in conflitto con i servizi. Non gli era però impedito di dare corso alla volontà di suo padre. Se lui aveva programmato la sua vendetta, il figlio l’avrebbe aiutato, compiendo quelle azioni che il padre, nella sua realtà, non aveva la possibilità di compiere.
Stampò la lettera che il padre gli aveva dettato e la infilò dentro una busta. Ne aveva ancora qualcuna, di una confezione acquistata tanti anni prima, quando ancora era frequente comunicare con la scrittura e spedire gli scritti tramite posta. Ora le missive erano sostituite nella quasi totalità dalla posta elettronica.

Doveva imbucare quella lettera, ma dove? Sicuramente qualcuno lo stava pedinando. Infilò la busta nella tasca interna della giacca e uscì di casa. L’aria era fresca e Fabrizio si pentì di non aver messo un giubbotto al posto della giacca.
Mentre camminava, pensava. Non era certamente il caso di mettere la lettera nella casella del patrigno. Se qualcuno lo teneva sotto controllo, di sicuro sarebbe andato a frugare nella casella e avrebbe sequestrato la sua busta. Era meglio ricorrere alle poste, ma per farlo, senza far sapere dove la lettera fosse stara imbucata, doveva riuscire a sottrarsi al pedinamento

Quando la portiera si aprì, rimase fino all’ultimo nel vagone e saltò giù solo quando l’avvisatore acustico della chiusura delle portiere entrò in funzione. Se qualcuno lo seguiva, aveva sottovalutato il suo obiettivo. Infatti, le portine si chiusero e nessuno scese dal treno. Velocemente, Fabrizio si mescolò al flusso della gente che usciva e si precipitò di corsa sulla banchina opposta, dove un treno stava per arrivare. Riuscì a infilarsi tra la folla dei passeggeri e fece all’inverso tutto il percorso per ritornare vicino a casa. Scese una fermata più avanti e si diresse verso l’ufficio postale. Percorse un lungo viale deserto, in cui le foglie cadute avevano già steso un manto giallo bruno, un tappeto di forme essiccate, che scricchiolava sotto i passi della gente.
Una camionetta dell’esercito stazionava davanti al ristorante kosher. Poco più avanti si scorgevano già le cassette rosse della posta.
L’esercito vegliava sulla sicurezza del quartiere. Quell’area era stata individuata come obiettivo sensibile del terrorismo.
“È mai possibile”, si chiese Fabrizio, “che in un mondo avanzato, in un paese pacifico, debba essere necessaria una protezione militare di una minoranza? Perché non si chiudeva quella questione una volta per tutte? La storia aveva fatto capire chiaramente che le controversie tra due comunità non si possono eliminare sterminando uno dei due contendenti. Bisognava obbligarli a vivere in pace, a rispettarsi, se non ad amarsi, a vicenda. Nemmeno un’alleanza privilegiata con Dio, nemmeno il possesso di armi più potenti dei fulmini poteva risolvere il problema alla radice. I popoli continuano a esistere, continuano a rigenerarsi, fino a che sussista la consapevolezza di avere una cultura, una tradizione, una missione, un’illusione. Non basta distruggere un tempio, né vietare una lingua o una religione per cancellarli. I popoli sono una realtà e bisogna rispettarne le volontà e le aspirazioni.”
Ancora pochi passi, tra le foglie, e finalmente la busta fu estratta dalla giacca di Fabrizio e finì nella buca. “Ecco, ho fatto il mio dovere”, pensò Fabrizio.

Pochi giorni dopo, un trafiletto di cronaca locale riferiva di un ingegnere milanese colpito da un fulmine in uno spiazzo poco distante dalla strada provinciale per Ultimate. La notizia fu riferita anche dal tg regionale. Nessuno ricordò che quell’ingegnere, che si chiamava Umberto Rizzi, era stato l’assistente di un illustre studioso, morto, guarda caso, nello stesso identico modo. Oppure, se qualcuno se ne ricordò, pensò che doveva trattarsi di una delle tante strane coincidenze che capitano nella vita di tutti i giorni e alle quali (lo abbiamo imparato da tempo) cerchiamo di non prestare eccessiva attenzione, per non precipitare nell’abisso dell’inquietudine.