Arthur Machen

Arthur Machen

Arthur Machen

Arthur Machen (3 marzo 1863 – 15 dicembre 1947)

Ho preso in mano un libro di Arthur Machen per la curiosità di conoscere l’opera di quello che H. P. Lovecraft considerava suo maestro e ho avuto, devo dire, una piacevole sorpresa. Infatti, se le vicende hanno molti punti in comune con le storie maledette di Lovecraft, lo stile e l’elaborazione dei caratteri sono completamente diversi.
Dovevo aver letto qualcosa di Machen molti anni fa, ma non ricordavo niente di lui, né del suo stile. Mi hanno colpito la sua abilità narrativa, la cura nello studio psicologico dei personaggi, la proprietà nei dialoghi, l’eleganza e la raffinatezza che fanno apparire il povero Lovecraft, per quanto geniale, quasi come un rozzo diffusore di un verbo più alto.
Semmai Machen mi è parso più vicino sotto questi aspetti a Henry James, al James degli straordinari racconti brevi, composti con una raffinatezza e una delicatezza quasi femminili, racconti che Machen peraltro conosceva assai bene, forse perché gli erano congeniali. Vi ritroviamo la stessa abilità introspettiva, lo stesso gusto per il mistero, che non sconfina mai nel grossolano. Ma le costruzioni di Machen evidenziano una particolare consonanza anche con altri due scrittori dell’Ottocento, Edgar Allan Poe, punto di riferimento anche di Lovecraft, specie nei racconti fantastici non collegati al mito di Cthulhu, e Arthur Conan Doyle. Machen è accomunato a questi autori dall’amore per la catastrofe, annunciata con una serie di minuti indizi, con un andamento che utilizza a volte ingredienti propri del poliziesco (La piramide di fuoco).
Eccellente è inoltre in Machen la descrizione del paesaggio, che è funzionale alla creazione di un’atmosfera angosciosa e carica di mistero.
Alla base dell’universo narrativo di Machen c’è l’ipotesi, enunciata ad esempio nel Romanzo del sigillo nero e nel Romanzo della polvere bianca, che alle origini dei miti ci sia sempre una verità nascosta e spaventosa, come la reale esistenza del mondo delle fate e degli elfi, il piccolo popolo, una razza primitiva, in cui un basso livello di civiltà si univa a poteri sovrannaturali: “Buona parte del folclore del mondo è soltanto una descrizione esagerata di fatti realmente accaduti”.  Inoltre, i racconti dimostrano che, quando si tenta di sollevare la cortina che protegge il mistero, si rischia di essere travolti e assimilati dal male.
In questa coincidenza di temi e convinzioni Machen appare veramente il precursore di Lovecraft e della sua mitologia visionaria. Ad accomunarli è anche l’educazione ai valori di una religiosità oscura e terrifica, molto diversa dalla gioiosa accettazione del divino e della creazione che si ha ad esempio nella tradizione francescana. In Machen, la cultura religiosa si unisce a una profonda assimilazione dei miti classici: ne deriva l’intuizione dell’esistenza di presenze oscure e primordiali, portatrici del male, che risiedono in un mondo separato da quello della nostra vita quotidiana, ma non tanto da evitare, talvolta, il contatto, con esiti spaventosi per gli uomini che questo contatto lo cercano e lo sperimentano.
Machen non è però monocorde; se l’angoscia e il pessimismo prevalgono nella sua prosa, lo scrittore dimostra anche un’insospettabile capacità d’ironia, come nel racconto The Bowmen, scritto su commissione, elaborato durante la Prima Guerra Mondiale, in cui  l’accenno agli strani piatti del ristorante vegetariano londinese (eccentric dishes of cutlets made of lentils and nuts that pretended to be steak) sembra un’intelligente escamotage per prendere le distanze dall’incredibile storia di guerra, che peraltro ebbe un insperato successo, per motivi contingenti.

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3 risposte a Arthur Machen

  1. carmilla50 ha detto:

    …letto anche Machen:)))
    e poi, guarda…non conoscevo l’aspetto fisico di Machen; ha un’aria molto gentile e dolce…eppure, scriveva anche cose abbastanza particolari..buffo, eh?:)

  2. Giampiero vacca ha detto:

    Lei solo marginalmente rileva aspetti come l’ironia e la satira nell’opera di Machen, il che è per la verità quasi una costante nei commentatpori dell’autore gallese. Occhio, che Arthur era finissimo, sottilimo, coltissimo. Dall’ironia -tanto coperta di velature da fare un tuttuno con i pesaggi ineriori da lui dipinti- prese le mosse la sua produzione in prosa (gli esordi sono segnati anche dal poemetto Eleusinia), e l’ironia e la satira hanno giocato un ruolo essenziale nel suo capolavoro La collina dei sogni. Legga questo, se crede: Arthur Machen tra satira e ironia. uno studio su the hill of dreams.

  3. guido mura ha detto:

    Grazie della segnalazione

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