La croce e i sistemi di segni

Ho accettato la sfida di riprendere dopo molti anni i miei studi di semiotica, facendomi coinvolgere dall’atmosfera culturalmente stimolante della Liguria, così ricca emozionalmente e così diversa dal mio abituale ambiente di lavoro, collocato nel cuore di una Milano iperrazionale e positiva, per dedicarmi allo studio di un soggetto complesso e spiritualmente stimolante come quello rappresentato dalla croce.

Per evitare l’uso ingenuo di termini che possono venire usati, a proposito o a sproposito, per indicare cose anche molto diverse l’una dall’altra, è quasi d’obbligo, in uno studio che adotti una prospettiva semiotica, una serie sia pure elementare di precisazioni terminologiche, che consentano la disambiguazione delle parole più comunemente usate in quest’ambito di ricerca.
Dirò pertanto che per “segno” intenderò quello che “sulla base di una convenzione sociale previamente accettata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro”, secondo la definizione di Umberto Eco, che a sua volta riprende la definizione di Morris “qualcosa è un segno solo perché è interpretato come segno di qualcosa da qualche interprete”. I segni possono essere distinti in vari tipi a seconda della forma in cui si presentano e del mezzo di trasmissione usato per la comunicazione: abbiamo così i segni verbali e i segni pittografici. Un segno verbale può poi utilizzare icone che lo rappresentino in formulazione alfabetica, come un segno pittografico può essere descritto verbalmente da una parola o una frase.
L’icona potrebbe poi essere definita come un segno che esprime per astrazione grafica alcune caratteristiche della percezione umana di un oggetto, l’insieme delle quali, interpretato secondo le regole di un codice semiotico, consenta alla comunità che condivida quel codice il riconoscimento dell’oggetto. L’icona è perciò rappresentativa, cioè non arbitraria, e denotativa, in quanto fa riferimento a un oggetto determinato, reale o immaginario, ma definito. Il riferimento avviene sul piano orizzontale, sintagmatico. Un concetto più complesso è quello di simbolo, in cui il riferimento avviene per associazione, sul piano verticale, paradigmatico, e non punta spesso a un oggetto preciso, ma a concetti, situazioni, insiemi di significati, fatti storici, oggetti culturalmente connotati. Il simbolo comunica per metafora e privilegia la connotazione(1).

I segni si organizzano in sistemi che comprendono un numero determinato di essi, caratterizzandosi perciò come sistemi finiti di segni.
L’icona che definiamo in lingua italiana come “croce” fa parte di più sistemi finiti di segni: la riconosciamo in primo luogo come elemento di un insieme che potremmo definire di segni primari o fondamentali. Questi segni esprimono le forme essenziali che l’uomo individua nella natura e che l’esperienza gli fa riconoscere negli oggetti percepiti; riflettono, in larga misura, le capacità percettive dell’uomo. La croce sarebbe quindi la rappresentazione di un’esperienza primitiva, data dall’accostamento di due oggetti allungati, ad esempio due rami, che per astrazione sono stati poi disegnati come segmenti che si intersecano generando angoli di 90°. Gli altri segni fondamentali che vengono solitamente individuati sono il centro, il cerchio e il quadrato(2).

È naturale che i segni primari, essendo molto ridotti nel numero, si prestino a veicolare più di un significato e vengano utilizzati da più di un sistema di segni. Ad un elemento sul piano dell’espressione si correlano quindi più significati sul piano del contenuto (3). L’uso dei segni è per lo più di carattere arbitrario (Saussure) e viene scelto dalle comunità umane secondo criteri di casualità, entrando a far parte con diversa funzione di più di un codice linguistico; ma uno studio più approfondito delle strutture del pensiero umano ci conduce a conclusioni più complesse e a riconoscere che spesso anche nei segni scelti in maniera arbitraria, accanto ai significati primari, attribuiti in maniera casuale, persistono legami e connotazioni che in qualche modo risultano coessenziali al segno o per lo meno ad alcune sue rappresentazioni e pertanto lo rendono meno astratto, neutro e indipendente dagli oggetti che rappresenta. L’arbitrarietà sarà sicuramente il principio prevalente negli usi linguistici, ma è vero che persino i singoli fonemi possono essere correlati a sensazioni, che a loro volta li caricano di affettività e li mettono in condizione di veicolare valori e disvalori. Le analisi della critica di indirizzo strutturalista e semiologico hanno messo in luce come poeti e artisti, a livello conscio o inconscio, utilizzino parole e porzioni di parola, e di conseguenza anche i fonemi che compongono i vocaboli, per sviluppare la funzione estetica del discorso, utilizzando elementi emozionali, indirizzati a creare una reazione emotiva nel destinatario del messaggio. Questi elementi emozionali, che in uno studio di tanti anni fa ho definito seiemi, si organizzano in gruppi e stabiliscono delle relazioni, la cui analisi può fornire elementi utili alla comprensione del testo e dei suoi messaggi, evidenti o nascosti (4).

Nel sistema dei caratteri tipografici, si usa la croce per segnalare la data di morte di una persona. La croce di Sant’Andrea, a forma di X, può essere utilizzata in senso positivo come indicazione o contrassegno generico; in senso negativo come segno di chiusura o eliminazione: con questo significato negativo la X appare nel sistema di icone utilizzato da vari software.

Un altro specifico sistema di segni è quello dei simboli usati nell’ambito delle religioni, nel quale la croce appare con diverse modalità o varianti, che costituiscono un ulteriore sistema, che comprende i vari tipi di croce.
In quest’ultimo, come in tutti i sistemi di segni, nella caratterizzazione dei vari tipi sono pertinenti le differenze, che aggiungono al segno originale particolari caratteristiche.
Si può trattare di mutamenti nella proporzione degli elementi, cui si deve la distinzione tra croce greca e croce latina, o nella loro disposizione, come nella croce di san Pietro e in quella di sant’Andrea.
Spesso si ha invece una stilizzazione, come avviene nella croce patente, in quella a chiave, nelle croci lobata, gigliata o trifogliata, nella croce biforcata a otto punte adottata dall’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme e poi dai Cavalieri di Rodi e di Malta. Ma appaiono anche varianti specifiche, che evidenziano spesso motivazioni simboliche: ad esempio nell’abbazia di Sant’Andrea di Vercelli, sulle pareti delle navate laterali, troviamo un tipo di croce patente rossa, il cui braccio verticale superiore non è tagliato come gli altri tre e sembra superare il suo limite spaziale, come a simboleggiare una continuità ascensionale verso i mondi celesti (5).
Si può notare come la croce latina, nella forma attualmente diffusa e adottata dal cristianesimo occidentale, sia stata introdotta relativamente tardi nella tradizione cristiana e coesista, nell’iconografia, con la croce a tau, che potrebbe essere una più plausibile rappresentazione dello strumento di supplizio usato in epoca romana (6).
La presenza della croce nelle raffigurazioni cristiane sembra attestata a partire dal IV secolo, in cui l’icona appare come rappresentazione di gloria, più che di tormento (7). In realtà, le immagini che la propongono come oggetto di morte sono estremamente rare prima del XIII secolo (8).
La croce viene usata anche in composizione con altri segni. Si producono così la croce a ruota, inscritta in un cerchio, che simboleggia l’eternità, la croce ansata e la croce copta, la croce del Calvario, dove una croce latina poggia su una serie di segmenti orizzontali che si allargano procedendo verso il basso. Un tipo di croce che usa due o tre bracci orizzontali è la croce di Lorena, di cui si hanno numerose varianti. La croce è anche uno degli elementi rappresentativi compresi nel segno che gli occultisti definiscono pentacolo (9).
Un abbinamento che ha avuto notevole fortuna è quello tra la croce e la rosa (10). Quest’ultima, presente unitamente alla croce nello stemma di Lutero, è immagine ricorrente nei letterati che amano esprimersi mediante simboli, dagli autori del Roman de la rose a Dante Alighieri, fino a Rainer Maria Rilke (11), e appare, sempre associata alla croce, nelle varie società segrete che si richiamano, più o meno esplicitamente, ai Rosacroce (12),

Questa pur breve elencazione ha evidenziato l’utilizzo della croce in un altro sistema specifico di segni, quello dell’araldica, in cui è uno dei carichi più utilizzati, al pari del leone, del giglio o dell’aquila. Frequente ne è anche l’uso nelle bandiere nazionali, in cui esprime un significato di appartenenza del popolo alla comunità cristiana, analogo all’uso della mezzaluna o hilal (luna crescente), presente in molte bandiere di paesi musulmani.
Oltre che nelle bandiere nazionali, la croce è stata utilizzata per altri vessilli o loghi, come quello della Croce Rossa, che era in origine ricavato da un rovesciamento dei colori della bandiera svizzera, o come il simbolo politico del vecchio partito dei cattolici italiani, la Democrazia cristiana.

È noto come René Guénon abbia dedicato alla croce uno studio, tradotto in italiano col titolo Il simbolismo della croce (13), la cui lettura evidenzia una straordinaria serie di concordanze tra segni, concetti, simboli, percorsi propri di varie culture e sistemi di pensiero tradizionale di varia area e ambito religioso. Lo stesso percorso spirituale di Guénon, pervenuto all’esoterismo islamico dopo aver studiato svariate forme di pensiero tradizionale, fa pensare ad un nucleo comune di conoscenza che si sia poi articolato in differenti tradizioni. Non voglio sostenere con questo che il pensiero tradizionale offra una chiave privilegiata per la decifrazione dell’universo, anche perché la conoscenza tradizionale o iniziatica è in larga misura autoreferenziale e non condivide la logica dell’esperienza e della dimostrazione; si basa perciò su collegamenti, intuizioni, spesso ampiamente condivisi, ma non può fornire alcuna garanzia che quelle intuizioni corrispondano alla realtà (14).
Inoltre, poiché ogni forma di trasmissione della conoscenza avviene mediante procedure semiotiche, è da tener presente che l’esistenza di un segno correlato a un significato non è garanzia dell’esistenza di quello stesso significato, se è vero che la semiotica “ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come sostituto significante di qualcos’altro”, che “non deve necessariamente esistere” e che “studia tutto ciò che può essere usato per mentire”, qualificandosi così come “teoria della menzogna” (15). È questo che fa la fortuna dei semiologi, esentandoli dalla valutazione di realtà e scenari indimostrabili per via razionale, come quelli proposti dalle religioni rivelate.
Non è nei limiti di questo intervento analizzare lo studio di Guénon, che comporterebbe tra l’altro competenze specifiche nel campo delle tradizioni religiose e filosofiche orientali; vorrei invece limitarmi ad alcune osservazioni preliminari e a una sintetica esposizione delle tesi dello studioso francese.
Nell’affrontare la lettura di un testo di Guénon si possono notare due cose:
La prima è che, paradossalmente per uno studioso che crede nel sapere tradizionale, iniziatico, che deve essere coltivato e tramandato da una ristretta cerchia di eletti, la scrittura di Guénon è piana e comprensibile, rispetto a quella di altri grandi pensatori di orientamento più democratico. È come se Guénon volesse farsi comprendere dal maggior numero possibile di uomini: il che sembrerebbe contrastare con l’ideologia elitaria del filosofo.
Ma chi ha mai detto quanti saranno gli eletti? L’equivoco del nazismo non si basa forse su un elitarismo di massa, in cui gli eletti si identificano in un popolo, costituito da milioni di persone? Gli stessi culti misterici dell’antichità finivano spesso per avere un gran numero di adepti. È da tener presente che però, probabilmente, ci troviamo di fronte in questi casi a diversi livelli di ostensibilità del sapere iniziatico e che negli ambiti citati solo pochissimi adepti potessero accedere al livello più alto di conoscenza (16).
La seconda è una caratteristica propria della comunicazione nell’ambito del sapere tradizionale.
In questo universo comunicativo gli enunciati hanno un valore aggiunto che è dato dall’elevato o elevatissimo livello di autorità della fonte di provenienza, di solito testi sacri, pensatori islamici, taoisti o buddisti.
Vorrei far notare che il livello d’autorità è fondamentale per avvalorare l’enunciato. Ad esempio, un leader politico o religioso dell’antichità, per attribuire un elevato valore a un testo, ad es. una serie di norme, può asserire che gli sono state dettate da un dio, il che può essere un’asserzione vera, in via metaforica, o ritenuta tale dal leader, in una società in cui la capacità visionaria era probabilmente diffusa e in cui i criteri di razionalità e credibilità erano molto diversi da quelli del mondo attuale. In questo caso, l’enunciato, per quanto risulti assurdo e scarsamente credibile, se valutato con i nostri parametri, diviene immediatamente vero per i contemporanei in quanto prodotto da un’autorità superiore e degna di fede. Un esempio di racconto non accettabile razionalmente, ma ritenuto valido, soprattutto nelle società arcaiche o primitive, in quanto di origine sacra, è il mito, che è considerato anzi “la sola rivelazione valida della realtà” (17).
L’arrivo degli alieni, raccontato dal presidente della repubblica durante un’edizione speciale del telegiornale sarà percepito come credibile; mentre lo stesso valore non verrà attribuito dal telespettatore alla stessa informazione, se esposta da un comico nel corso di una trasmissione satirica.
È evidente come siano fondamentali in questo esempio l’autorità e il contesto comunicativo. Se la stessa comunicazione venisse data dal presidente, che interviene in qualità di attore, in un’opera cinematografica, il contesto toglierebbe ogni valore di verità all’enunciato, malgrado la presenza della medesima autorità.
Altri importanti fattori di condizionamento sono il contesto emozionale e il giudizio di rilevanza.
Per capire meglio il meccanismo dell’attribuzione di valore, sarà il caso di prendere in esame altri due enunciati.
Il primo, “il gatto sta annegando nella pentola del minestrone”, è ricavato da una frase presente in un importante libro di Umberto Eco (18). Il secondo, “gli alberi grondano sangue”, è un esempio di enunciato caratteristico di un contesto profetico o di un horror movie.

Abbiamo proposto il caso di una comunicazione ufficiale di un fatto lungamente atteso con terrore o speranza, avvenuta nel corso di un’edizione straordinaria del telegiornale. Si deve far presente che, in un contesto già di per sé autorevole come il telegiornale, l’edizione straordinaria esprime una carica seiemica fortissima, creando attese emotive. L’eccezionalità della trasmissione, che interrompe la normale programmazione solo in occasione di avvenimenti gravissimi, arricchisce di valore e credibilità i contenuti del comunicato, a patto però che il messaggio sia ritenuto di sufficiente importanza.
Diversa sarebbe la reazione dello spettatore, se i contenuti si riferissero all’uno o all’altro dei due enunciati presi ad esempio.
La comunicazione della disavventura del gatto di Umberto Eco sarebbe con ogni probabilità considerata da tutti come uno scherzo, mentre lo strano fenomeno verificatosi nell’ambiente naturale verrebbe considerato da molti vero ed estremamente preoccupante. Questo avverrebbe perché la rilevanza del messaggio è funzione dell’impatto emozionale.
Il messaggio relativo al gatto, per quanto possa rappresentare un avvenimento tragico, utilizza, accanto alla parola “annegando”, evocante una tragedia, altre parole (pentola e minestrone) che evocano situazioni familiari e quotidiane, solitamente bandite dai messaggi ad alto impatto emotivo. L’accostamento tra parole appartenenti a un insieme di significati tragico e altre provenienti da un insieme di tipo quotidiano genera una sensazione di incoerenza linguistica e ne consegue un effetto che si potrebbe definire grottesco.
Al contrario, nel messaggio “gli alberi grondano sangue” l’impatto emozionale è garantito da due fattori:
1. La rilevanza del messaggio. Infatti, l’avvenimento è straordinario e di rilevanza generale, poiché riguarda gli alberi in genere e non un singolo albero. Inoltre, lo scarto riguardo all’ordine naturale delle cose è estremamente preoccupante. Il messaggio sul gatto, per quanto si possa essere amanti di questi straordinari animali, non è sconvolgente perché non è generalizzato, ma riguarda un solo esemplare, e perché non inficia l’ordine del nostro universo.
2. L’uso di unità emozionali (seiemi). Le parole sangue e albero, che rimandano a una costellazione di significati legata alla nostra sopravvivenza come specie e hanno quindi una carica seiemica profonda, sono inoltre collegate in modo da costituire una metafora della morte, in cui albero = uomo e sangue = vita. Per cui l’albero che gronda sangue rappresenta la perdita di forza vitale dell’uomo.
Lo stesso verbo “grondare” è da un punto di vista emozionale più forte e specifico di termini generici come “perdere”, in quanto legato a immagini di fatica e sofferenza, ed è coerente con un discorso di tono drammatico e non comico o colloquiale.
L’enunciato che accomuna albero e sangue è l’esplicitazione metaforica di uno dei nostri timori ricorrenti, la morte per emorragia, che è rappresentato molto bene nelle storie di vampiri, costituendone uno degli elementi di maggior efficacia.
Per tornare ai concetti espressi da Guénon, si può affermare, in modo molto sintetico che, secondo lo studioso francese, la croce è simbolo di quello che lui stesso definisce “uomo universale”, una sorta di eidos che riunisce “la serie indefinita degli stati dell’essere totale”, che sono simboleggiati dal segmento verticale della croce, mentre il segmento orizzontale è l’espansione, che “corrisponde all’indefinità di modalità possibili in un determinato stato d’essere considerato integralmente” (19). Oltre a questo “significato metafisico e principale”, il simbolo ha “diversi altri sensi più o meno secondari e contingenti” (20). Tra questi vi è quello di unione dei complementari: la linea verticale della croce rappresenta il principio attivo, quella verticale il principio passivo (21). Questi principi sono designati come maschile e femminile, per analogia con l’ordine umano, mentre “in relazione a tutto l’insieme della manifestazione universale” (22) sono i principi denominati dalla dottrina indù come Purusha e Prakriti. Si può notare come il pensiero di Guénon sul significato della croce riprenda e rielabori, perfezionandoli, concetti propri degli studi tradizionali, presenti in altri autori che rientrano in quel contesto culturale.

Gli studi che hanno come ambito di ricerca e di riferimento l’esegesi letteraria o l’interpretazione dei miti, in un’ottica archetipologica, paiono prendere in esame l’oggetto croce, anziché la sua astrazione geometrica, attribuendogli ulteriori significati. In particolare la croce ricaverebbe la sua simbologia dal legno, che sembra morto ma rinasce e rivive (23). L’albero è, come sottolinea Gaston Bachelard, un’immagine di durezza che prelude a un risveglio. Inoltre l’albero è un elemento fondamentalmente positivo, “dà tranquillità al paesaggio” (24), rappresenta la solidità , ma nello stesso tempo evoca un lento dinamismo: trascina il sognatore “nel movimento lento e sicuro della propria vita” (25).
Secondo Eliade, l’albero è l’albero cosmico, utilizzato dagli sciamani per salire in cielo, recuperando quel rapporto diretto con gli dei che era proprio di un tempo lontano, in cui il collegamento tra terra e cielo non si era ancora interrotto (26).
La croce rimane, come il legno, un simbolo dal dinamismo lento; mentre un’altra icona che con la croce parrebbe imparentata, lo swastika, è in realtà un segno fortemente dinamico. Infatti, è un’immagine che suggerisce il movimento, utilizzata come rappresentazione della rotazione, e come tutti i simboli di movimento può avere una connotazione perturbante. Il movimento brusco e veloce è correlato nell’antropologia dell’immaginario al pericolo, alla paura, alla morte (27).
Lo swastika è interpretato come simbolo solare in tutte le sue accezioni positive o negative. Il simbolo è antichissimo e lo ritroviamo in diverse aree del mondo. Tra i numerosi esempi di utilizzo, anche in tempi a noi più vicini, venne utilizzato dagli indiani Kuna di Panama, nella cui bandiera appare uno swastika nero in campo giallo, quando fondarono tra fine Ottocento e primi del Novecento la repubblica di Tule. Lo si ritrova anche nella cultura induista e in quella buddista, in altre zone delle Americhe, in Lituania e in altri paesi europei. Il significato è positivo presso queste culture, che lo considerano un segno augurale e di protezione dalle forze del male. L’appropriazione da parte del movimento nazista di questo segno, nella sua versione destrogira, lo trasformò in un simbolo sinistro per la cultura di massa del XX secolo. In realtà lo swastika assume l’ambivalenza dell’immagine del sole, portatore di vita, ma anche distruttore, legato sul piano sintagmatico con l’immagine del cavallo, simbolo di movimento che scatena paure primigenie e pertanto associato spesso alla morte o all’inferno, come in Metzengerstein di Poe o nella Leggenda di Teodorico di Carducci.
Interessante è infine la teoria di Émile Burnouf, riportata da Durand (28), dell’origine dello swastika, e della croce in generale, dalla tecnica propria degli Indù di produrre il fuoco attraverso un acciarino, la cui parte inferiore è a forma di croce.

Bisogna osservare, comunque, che è per lo meno incauto assimilare segni che abbiano caratteristiche grafiche simili e che ad esempio, l’assimilazione o addirittura la derivazione della croce dal geroglifico Ankh o la stretta correlazione con lo swastika, per quanto probabili e affascinanti, se inseriti in un complesso sistema di riferimenti e parallelismi culturali, possono essere giustificabili solamente se si ha una concezione fondamentalmente unitaria dell’uomo e se si ritiene rilevante solo la similarità dei fenomeni e delle interpretazioni, dimenticando invece differenze e discordanze.
Purtroppo, quando si va in cerca di conferme di un’intuizione, per quanto brillante questa possa essere, si è naturalmente portati a rilevare tutti gli elementi che avvalorano l’ipotesi, trascurando, perché ritenuti poco evidenti o di scarsa rilevanza o pertinenza, tutti quegli aspetti del fenomeno che contraddicono la nostra convinzione.

Per concludere, non si può fare a meno di ricordare che la croce, o per lo meno un’icona che presenta le sue stesse caratteristiche grafiche, fa parte anche di un sistema semplice di segni, quello che riunisce i simboli matematici, in particolare il sottosistema degli operatori matematici, in cui viene utilizzata per indicare una funzione fondamentale, quella della somma; mentre un’altra funzione di accrescimento, il prodotto, viene indicata da una croce obliqua. Nel sistema matematico, costituito da quelli che vengono definiti simboli matematici, la funzione della croce e della sua variante obliqua è quindi quella di segnalare una relazione tra due o più entità matematiche.
Nel sistemi che fanno riferimento a serie numeriche, la croce è stata adottata, in forma tradizionale o in forma di X, come simbolo del numero dieci: la troviamo infatti nel sistema di simboli numerici cinesi come in quello romano.
Al di là dei motivi per cui in contesti culturali diversi si sia adottata la croce per rappresentare un’identica entità numerica, si può osservare che il suo uso nel linguaggio matematico evidenzia l’avvaloramento del segno in senso positivo.
La sua presenza si diffonde nei testi a stampa del mondo occidentale intorno al XVI secolo, ma il segno sembrerebbe essere stato utilizzato nel XV secolo come sviluppo della notazione tachigrafica che indicava la congiunzione et (29), si tratterebbe quindi di un semplice sviluppo grafico, privo di contenuti correlati sul piano del significato. Se però consideriamo quanto già accennato in precedenza nel trattare dell’arbitrarietà o meno dei segni primari, la croce, come segno indicante la somma, potrebbe essere stata scelta in quanto rappresentazione simbolica dell’aggiunta di elementi, perché costituita essa stessa da due elementi incrociati: potrebbe non essere cioè un segno totalmente arbitrario.

Più in generale, si può ritenere, considerando i codici fondamentali di interpretazione dei sistemi di segni, che la croce venga percepita come un segno di crescita, con un significato ascensionale primario, e abbia relazioni con una serie di concetti che tutti hanno acquisito un preponderante significato positivo: su – ascesa – cielo – aggiungere – raggiungere – vetta – altezza – luce.
La croce latina, in particolare, è quella che appare più immediatamente collegata a immagini ascensionali, all’albero, che a sua volta diviene simbolo dell’uomo. Si hanno quindi una croce-uomo e un albero-uomo che divengono un insieme di segni croce – albero – uomo in cui la croce esprime la speranza dell’uomo di un ritorno a una situazione primordiale, edenica, dopo il superamento del suo stato corporale, proprio del mondo fisico.
Quando la croce latina viene rovesciata, la costellazione semantica per così dire inverte segno, diviene negativa: giù – discesa – inferno – diminuire – sprofondare – abisso – profondità – tenebra.
Per riprendere le parole di Guénon, “in virtù della legge di analogia, il punto più basso è come un riflesso oscuro o un’immagine invertita del punto più alto” (30).

È ovvio che queste osservazioni e interpretazioni possono avere senso e validità per l’insieme delle comunità umane, ma la percezione individuale di segni, simboli, icone può anche essere molto discordante rispetto alla percezione prevista dai canoni dell’immaginario collettivo, per effetto della complessità dei codici in base ai quali gli individui effettuano il riconoscimento e la valutazione dei simboli.
Bisogna infatti considerare che qualunque codice è sempre solo parzialmente condiviso. Tra il codice generale della comunità e il codice individuale c’è sempre un rapporto simile a quello di due insiemi che si intersechino. Maggiore sarà la differenziazione tra il codice individuale e il codice della comunità di cui un individuo fa parte, quanto maggiore sarà l’esposizione dello stesso individuo alla conoscenza di più di un codice. Se inoltre teniamo conto dell’affettività dell’individuo, che tende ad arricchire di connotazioni qualunque oggetto o segno, al di là dei generali sistemi denotativi, ci troveremo di fronte a sistemi individuali potenzialmente infiniti o meglio indefiniti e peraltro in costante mutamento, a causa del costante processo di apprendimento e trasformazione cui è sottoposta la mente umana.

La distinzione tra langue e parole è di tale semplicità e immediatezza che può essere assunta quale esempio e trasferita in contesti differenti da quello della linguistica; costituisce quindi un modello che consente di capire meglio i meccanismi di comunicazione. Gli studi che fanno riferimento alla linguistica strutturale hanno necessariamente privilegiato la langue, ritenendo necessaria un’analisi delle strutture del linguaggio in una condizione astratta dall’universo delle particolarità fenomeniche e in un preciso momento.
Ma come possiamo studiare un simbolo come quello della croce per quello che significa in un sistema di segni chiuso, determinato a livello di langue? Un segno dalle molteplici valenze simboliche, ricco di connotazioni che vanno ben al di là della semplice indicazione di un oggetto, è probabilmente meglio valutabile a livello di parole.
Il sistema emozionale di ciascun pensante è più utilmente accessibile a livello di parole: partecipa del substrato e del posseduto emozionale proprio della cultura umana di provenienza, ma possiede una sua aura che deriva dalle esperienze individuali, che comprendono una componente di casualità che le rende indeterminabili da qualunque indagine archetipologica e strutturale.
Per questo, la croce, in un sistema che si collochi nell’ambito della parole, è quello che la singola persona percepisce, nasce dal suo rapporto con gli altri, con la storia, la religione; nasce dalle sue letture, dalle immagini fornite dal cinema, dalla televisione, da internet (dove è stato creato persino un sito sado-maso dedicato alla crocefissione).
L’accentuazione, propria della linguistica strutturale, dello studio della langue rende necessaria un’apertura del linguaggio all’essere, come ha evidenziato Paul Ricoeur (31).
Il segno non può rimanere segregato in un sistema chiuso, ma deve essere studiato anche nella complessità e nelle difficoltà delle sue manifestazioni reali, tenendo conto di quell’aura di varianze che lo accompagna, dovuta alle percezioni individuali, sul piano della parole, che ha però notevole rilevanza nell’atto comunicativo, intervenendo sia sul contenuto che sulla decodifica del messaggio. Bisogna tener presente che il linguaggio non è un oggetto, ma è soprattutto una mediazione: “Parlare rappresenta l’atto con cui il linguaggio si supera come segno verso un mondo, verso un altro e verso un se” (32).
Quest’atto è però estremamente complesso e sottoposto al limite drammatico della comunicazione, per cui chi invia un messaggio trasmette un insieme di segni, di cui verrà compreso solo il nucleo comune a emittente e destinatario, mentre si perderanno tutti i contenuti e i collegamenti soggettivi, condannati a dissolversi in uno spazio caotico e privo di riferimenti condivisi (33).
Forse solo una semiotica orientata allo studio dei contenuti emozionali e alla conoscenza del soggetto potrà aiutarci a superare la scarnificazione e il depauperamento del messaggio e a far sì che il destinatario percepisca qualcosa in più del significato comune ed elementare.

Relazione tenuta al convegno “La croce nella filosofia e nell’arte contemporanea”, Rapallo, 12 settembre 2005.

1. Secondo Peirce il “Simbolo è un segno che si riferisce all’Oggetto che esso denota in virtù di una legge, di solito un’associazione di idee generali, che opera in modo che il Simbolo sia interpretato come riferentesi a quell’Oggetto”. Cfr. Ch. S. Peirce, Opere, a cura di Massimo A. Bonfantini, Milano, Bompiani, 2003, p. 153. La tripartizione in indice, icona, simbolo, effettuata da Peirce, è piuttosto complessa e perviene a un concetto di icona in cui la similarità tra icona e oggetto può essere non soltanto visiva, ma anche strutturale, allontanandosi dal concetto presente nel codice del linguaggio comune.

2. Dictionnaire des symboles, Paris, Seghers, 1973, vol. Che à G, p. 141.

3. Per la distinzione tra piano dell’espressione e piano del contenuto cfr. U. Eco, Trattato di semiotica generale, 2. ed., Milano, Bompiani, 1975, p. 73.

4. Teoria e pratica nell’analisi testuale: “Eroismo di madre” di C. Invernizio, in Dalla novella rusticale al racconto neorealista, Roma, Bulzoni, 1979.

5. Questa variante sembra esplicitare la parentela tra l’icona della croce e la scala, come ponte tra terra e cielo: “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.” (Genesi 28, 12). La stessa funzione è spesso, nel mito, affidata all’albero. Cfr. M. Eliade, Miti sogni e misteri, Milano, Rusconi, 1976, pp. 76-78.

6. Si vedano, a titolo di esempio, le rappresentazioni della crocefissione di Albrecht Dürer Christus am Kreuz e Die Beweinung Christi, in Die sieben Schmerzen Mariä, Dresden, Gemäldegalerie. Chiarissima la forma a tau delle tre croci nella Crocefissione di Jan Van Eyck del Metropolitan Museum di New York. Anche la croce che appare nel ciclo giottesco della Cappella degli Scrovegni a Padova ha il braccio verticale superiore appena accennato. Si veda anche Die Kreuzigungtragung, di Hieronymus Bosch, tavola conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

7. Cfr. Iconografia e arte cristiana, diretto da Liana Castelfranchi, Maria Antonietta Crippa; a cura di Roberto Cassanelli, Elio Guerriero, v. 1: A-H, Cinisello Balsamo, San Paolo, [2004], pp. 548-549.

8. Ibid., p. 551.

9. Cfr. Papus, Traité élémentaire de science occulte, Paris, Société d’éditions littéraires et artistiques, 1903, pp. 172-173 e 175-176 : « La croix exprime l’opposition des forces deux à deux pour donner naissance à la Quinte essence. C’est l’image de l’action de l’Actif sur le Passif, de l’Esprit sur la Matière ».

10. La rosa rappresenterebbe la sostanziale unicità e molteplicità dello spirito.

11. La rosa è per Rilke “die volle zahllose Blume, der unerschöpfliche Gegenstand”, in Die Sonette an Orpheus, Zweiter Teil, VI.

12. Sui Rosacroce si può tener presente il classico libro di Sedir, Storia e dottrina dei Rosa-croce, Milano, Fratelli Bocca, 1949, talvolta confuso e sincretistico, ma comunque ricco di informazioni e suggerimenti.

13. R. Guénon, Le symbolisme de la Croix, Paris, Les Editions Vega, 1931.

14. Per aderire ai principi degli studi tradizionali bisogna credere che l’esistenza comporti una concatenazione di corrispondenze e analogie e che quindi ogni cosa corrisponda a un’altra, sia pure su differente scala. Pertanto dovrebbe essere possibile ideare ed elaborare modelli comunque validi. Questa concezione tradizionale, indubbiamente affascinante, sembrerebbe smentita dalle attuali conoscenze scientifiche, che evidenziano la diversità di principi, logiche e modelli tra le differenti realtà fenomeniche: basti pensare alle differenze tra la fisica classica e la fisica quantistica. Bisogna tener presente, però, che il principio di analogia, sul quale si basano gli studi di scienze occulte, non comporta similarità tra gli elementi analoghi e che l’analogia stessa potrebbe essere semplicemente identità di funzione strutturale, totalmente avulsa dalle caratteristiche o dal comportamento fisico degli oggetti.

15. U. Eco, Trattato di semiotica generale, 2. ed., Milano, Bompiani, 1975, p. 17.

16. Non molto si conosce dei culti segreti dell’antichità. Le testimonianze esistenti sono per lo più indirette, tratte da fonti storiche e letterarie di età classica.

17. M. Eliade, op. cit., Milano, Rusconi, 1976, p. 16.

18. U. Eco, op. cit., p. 96. La frase esatta è “il tuo gatto sta annegando nella pentola del minestrone”.

19. R. Guénon, op. cit., p. 34.

20. Ibid., p. 38.

21. L’uso della croce come rappresentazione dei principi fondamentali attivo e passivo è ampiamente diffuso nelle scienze tradizionali. Si veda ad esempio Papus, Op. cit., p. 108, in cui il segno appare collegato al quaternario: « Le quaternaire[4] sera représenté par des forces opposées deux à deux, c’est-à-dire par des Lignes opposées dans leur direction deux à deux… Quand on veut exprimer une production produite par le 4, on fait croiser les lignes actives et passives de manière à determiner un point central de convergence; c’est la figure de la croix, image de l’absolu ».

22. R. Guénon, op. cit., p. 57.

23. G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Bari, Dedalo libri, 1972, p. 331

24. G. Bachelard, La terra e le forze. Le immagini della volontà, Como, Red edizioni, 1989, p. 83.

25. Ibid.

26. M. Eliade, op. cit., p. 78.

27. G. Durand, op. cit., p. 66-72.

28. Ibid., p. 332-333.

29. Sull’origine e lo sviluppo delle notazioni matematiche e sulle prime testimonianze scritte si possono consultare le opere Cajori, Florian, A History of Mathematical Notations. 2 voll., Lasalle, Illinois, The Open Court Publishing Co., 1928-1929, in particolare il vol. 1, p. 128-131, e Smith, David Eugene, History of Mathematics, v. 2, Boston: Ginn and Co., 1925.

30. R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano, Adelphi, 1982,. p.13.

31. P. Ricoeur, Filosofia e linguaggio, a cura di D. Jervolino, Milano, Guerini e associati, 2004, p. 2.

32. Ibid., p. 8.

33. Vale la pena di notare che questa impossibilità per l’individuo di una comunicazione totale e totalmente condivisa è però corollario della sua unicità e garanzia della sua libertà nell’azione ermeneutica, al di là dei condizionamenti sociali e ideologici.

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