L’autore

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1.

« Qual è la nostra valutazione per il romanzo di Z ? »
« Non lo capisco: è un lavoro totalmente diverso da quelli che ci mandano di solito. Parla di un uomo e dei suoi problemi. »
« E a noi cosa ce ne fotte dei suoi problemi? »
« E’ uno che cerca d’indagare sulle motivazioni e sui misteri della sua vita. »
« Insomma, indaga senza essere un investigatore! »
« Esatto! »
« Allora non serve. In ogni romanzo deve esserci un vero investigatore, infelice e sfigato, che per sopportare orrendi traumi infantili si dà all’alcol o magari si droga, anche. Se poi ha commesso un omicidio di cui manco si ricorda, è ancora meglio. E poi la forma, vediamo la forma. Quanta parte del testo utilizza il discorso diretto? »
« Una parte esigua. I personaggi pensano, ragionano in maniera originale e profonda, divagano, ma parlano pochissimo tra loro. »
« Allora il lettore si annoia. Il dialogo deve essere frequente e diffuso. Ma dimmi: quante volte ha usato la parola cazzo nella prima cartella? »
« Nemmeno una. »
« E voi credete che qualche lettrice continuerà a leggere un libro senza trovare almeno tre o quattro cazzi in prima pagina? »
« Beh, forse… »
« No; lo lascerà perdere. Si parla di vomito almeno? »
« No! »
« C’è la parola nudo, usata anche a sproposito, riferita persino a oggetti o animali, buttata lì perché l’occhio libidinoso del lettore la intraveda a distanza e inizi a vagheggiare scene di lussuria? »
« Nemmeno! »
« C’è almeno uno stupro di minorenne, di cui poi ci si vendicherà nella seconda parte del libro? »
« No, non c’è neanche uno stupro. »
« Qualche sevizia, qualche dito amputato di netto, qualche pezzo di carne umana arrostita e divorata con sano appetito? »
« Ahi, no! »
« Qualche studentessa universitaria legata e frustata da un uomo bellissimo e maledetto? »
« Non ce ne sono. »
« Almeno qualche sana bestemmia toscana, di quelle che fanno cascare i santi dal cielo e incazzare la CEI? »
« Non mi sembra. »
« Insomma, cestinate questa merda: è invendibile! »

Il manoscritto finì, come forse meritava, nel cestino, insieme a tanti altri, sminuzzati, distrutti, fagocitati ed espulsi dal sistema, insieme alle idee, alle sofferenze, agli entusiasmi creativi, alle trovate geniali, ma anche alle improponibili cavolate, all’impresentabile liricume, al sentimentalismo e all’ovvietà più sfacciata, ai plagi più o meno evidenti, all’impreparazione tecnica o alle sofisticatezze gravose e illeggibili.

Ma io, Z, l’autore, non accettavo l’idea di essere costantemente cestinato, e questo era l’ultimo editore al quale avevo deciso di far gustare il mio capolavoro, forse perché era l’unico che dichiarasse pubblicamente di ricercare opere diverse e affascinanti, scritte in buona lingua e fuori dagli schemi. La mia talpa nella casa editrice mi aveva reso edotto in maniera ampia e circostanziata della mia sommaria e sfortunata valutazione e perciò iniziai a covare nei più profondi recessi del mio animo il desiderio di una truce vendetta.

2.

Il primo problema che dovetti risolvere fu come contattare la mia vittima. Si sa che gli editori sono irraggiungibili, quanto e più dei capi di Stato, e che sono circondati da una barriera inespugnabile di editor, segretari, lettori e scagnozzi che emanano nuvoli di comunicati impersonali e di rifiuti standardizzati, dai quali sono avvolti come da banchi di nebbia o da filtri di protezione informatici.
C’è però un momento in cui gli editori si sforzano di mostrare un volto umano e si atteggiano a benefattori della cultura: le presentazioni dei libracci che si ostinano a pubblicare, insomma quelli delle persone a cui non si può dire di no, perché sono amici del segretario di partito, oppure personaggi televisivi o amanti dell’alta carica di chissadove o dell’imprenditore/trice rampante di vattelapesca. In queste irrinunciabili occasioni gli editori si presentano con l’unico vestito buono rimasto, comprato con i resti del premio letterario autogestito o dell’annessa scuola di scrittura creativa, e risultano così stranamente vulnerabili.
Infatti. M’intrufolai nel cortile di un palazzo del centro, dove si teneva appunto la presentazione di uno dei nuovi libri della casa e mi nascosi nella macchina che l’editore aveva parcheggiato. Ovviamente nessuno mi vide, perché tutti badavano ad accogliere gli invitati e i curiosi, e potei facilmente disinserire l’allarme e aprire la portiera con la strumentazione consigliatami da un esperto, un mio vecchio compagno di scuola che, non sapendo dove andare, a causa del prezzo eccessivo delle case, trovava spesso ospitalità a San Vittore.
Attivai la sicura delle portiere dall’interno e mi misi ad attendere con ansia la fine della manifestazione, temendo che la mia vittima, anziché rientrare da solo, decidesse di dare un passaggio a qualcuno, magari a qualche gentile signora, o a qualche giornalista. Invece questa deprecabile circostanza non si verificò, il distinto personaggio entrò in macchina e mise subito in moto, senza pensare che nel vano posteriore potesse nascondersi un intruso. Appena fuori del palazzo, mentre l’auto percorreva un’oscura e deserta stradina, mi manifestai e feci intendere al guidatore che l’avevo in ostaggio. Quando vide la mia pistola puntata alla schiena, capì che non aveva alcuna possibilità di resistenza. Gli ordinai di condurmi fino a casa mia e lasciai che guidasse fin dentro il garage. Qui lo addormentai, mettendogli sul naso e sulla bocca un batuffolone d’ovatta imbevuto di cloroformio, come nei polizieschi del primo Novecento. Come me lo sono procurato? L’ho fabbricato in casa, perdio! Sono anche un ottimo chimico, se non ve l’ho ancora detto! Poi ho fatto sparire componenti e alambicchi, tutto tutto. Non si sa mai che a qualcuno venga la bizzarra idea di fare una perquisizione qui da me… come giustificherei l’armamentario? E’ un hobby, una cosa innocente, una bizzarra forma di passatempo. Meglio il piccolo chimico che le parole incrociate. E scrivere romanzi allora? Sì, ma quello è un trastullo che ho quasi messo da parte: che volete, aver scritto tanti romanzi senza averne pubblicato nemmeno mezzo è una cosa decisamente avvilente. Penso proprio che non ne scriverò più: penserò a vivere, magari.
Ma non vorrei divagare; dove eravamo rimasti? Ecco, siamo nel garage, il mio editore dorme, è in mio potere, lo trascino fuori dall’abitacolo, lo stendo per terra. Fuori adesso piove, Comincia a gocciare, prima piano, poi in maniera più violenta, la pioggia diventa uno scroscio. Accendo la luce e spengo i fari della macchina, La pioggia diviene insistente lugubre è una nenia funebre un insieme di fatti, la giusta cornice naturale per quello che si sta per compiere. Non sono nemmeno io forse, sono forse uno strumento di qualcosa che è già nelle cose, qualcosa che è scritto nelle cose.
Torniamo al racconto e al passato remoto, questo strano tempo che ancora esiste, ma solo nelle narrazioni, quest’avanzo di altri tempi (è buffo, vero? Un passato che troviamo solo nel passato).

Lo guardai, così disteso e addormentato: era proprio un bell’esemplare di uomo. Così raffinato, con i baffetti curati, il corpo atletico. Cominciai a spogliarlo e a legarlo bene, secondo le tecniche che avevo appreso in un corso on-line di bondage giapponese. Era la prima volta che le applicavo a un essere umano (fino a quel momento mi ero esercitato su un manichino) ed ero un po’ emozionato. Poi collegai quel fantoccio, che già iniziava a svegliarsi, a una trave, così da poterlo appendere a testa in giù, quando fosse stato necessario, per l’operazione che avevo progettato.
Nel trovarmelo così tutto roseo e impacchettato e assolutamente indifeso, pensai per un momento di approfittarne, dando sfogo alla mia parte bisessuale, fino a quel momento accuratamente nascosta e sonnolenta. Poi però mi venne in mente che il disgraziato avrebbe potuto abbandonarsi a quelle forme di evacuazione non infrequenti negli uomini sottoposti a una forte emozione, e rinunciai all’esperienza.
Dovevo dare inizio al procedimento finale, mentre il salame cominciava ad agitarsi e a mugolare, malgrado la bocca tappata da una quantità industriale di nastro adesivo.
« Zitto, verme » urlai. « Questa è una situazione che tanto ti piaceva nei romanzacci che i tuoi autori sfornavano. Ora qualcuno la descriverà e verrà pubblicata da uno dei tuoi concorrenti; sei felice? Diventi personaggio e la tua morte vendicherà la letteratura. »
Cominciai a tirarlo su e quando fu completamente verticale cominciai a calarlo lentamente, come il pendolo nel racconto di Poe, solo che ora il pendolo era la stessa vittima e il pozzo era quel pentolone che avevo collocato sotto di lui, pieno di miele, che mi era costato una fortuna. Una provvista intera di miele, dentro il quale la testa del raffinato maiale sarebbe scesa ineluttabilmente, trovando un dolcissimo fluido che avrebbe ostruito le narici, da cui solamente entrava l’aria, essendo la bocca ostruita. Si potrebbe pensare a una morte più dolce?

E’ inimmaginabile quanto ci metta la gente a morire. Dovetti tenerlo per parecchi minuti, tenergli la testa ben dentro l’intruglio, per evitare che con qualche scatto inconsulto riuscisse a rovesciare tutto e liberarsi del miele per raggiungere l’aria libera. Non volevo essere costretto ad ammazzarlo in qualche altro modo, più cruento e meno originale.
Alla fine si decise a strabuzzare gli occhi e a rimanere immobile, come dovrebbero fare tutti i morti che si rispettino. Finito – lo spettacolo è finito, senza musica – non ho pensato a una colonna sonora, peccato!

E poi, pensare a tutto – non dimenticare niente – eliminare le tracce – le tracce?
Fuori il cielo è uniformemente scuro e scende una pioggia costante, assoluta, permeante, la pioggia che dissolve ogni traccia, ogni granello di polvere fuori posto, che finisce in quel gran calderone che sono le fogne, insieme alle feci alle materie che non si possono riciclare alla cocaina residua.
Le tracce, poi, echissenefrega. Siamo in Italia e in questo paese, se non ti scoprono con un coltello intriso di sangue in mano e non confessi senza poi ritrattare nessuno, se hai un buon avvocato , nessuno ti può condannare. Qui l’omicidio è consentito dalla legge. Naturalmente devi organizzarlo bene, presentarti nella maniera giusta in televisione, oppure no, neanche quello. Basta che non sbagli comportamento in tribunale. Qui da noi la magistratura è l’unico potere supremo, troppo interessato alle beghe interne, alla lotta politica ed economica, per prestare attenzione a un singolo banalissimo fatto di sangue. Non ci sono prove, belli! Il mio processo è indiziario. Nessuno mi ha visto e, se mi ha visto e lo dice, è inattendibile. Io avevo un movente? Sì, come gli altri cinquecento che sono stati scartati – ridicolizzati da quel bel tipo del mio editore, e poi chi lo dice che il delitto non sia invece passionale? Quante amanti aveva quel bellimbusto, quale nobildonna lo accoglieva nel suo letto a baldacchino a insaputa del marito naturalmente? Oppure, quale fresco e ambiguo Alcibiade si era perdutamente innamorato di lui, perfido ingannatore e seduttore di giovani bellezze di ambo i sessi?
Il corpo: sarebbe bello cuocerlo e mangiarlo, magari imbandirlo agli dei cannibali, invitati a cena con delitto già compiuto, agli ex giovani cannibali della letteratura, quelli che gli editori ancora accarezzano e sostengono, che prestano al cinema, che elevano agli altari imbrattati di sangue e di sterco.
Cuocerlo? Sì, è il modo migliore per farlo sparire. Ci vorrà un po’ per consumarlo tutto, ma buona parte della carne sminuzzata e bruciata potrebbe essere fatta sparire nelle fogne, dove non sarebbe più possibile andare a cercarla. I pezzi più teneri credo che li mangerei con gusto, trasformandoli dopo la digestione in qualcosa di più intrinsecamente simile al personaggio originale. Anche questo residuo finirebbe nelle fogne e sarebbe ancor meno facilmente individuabile.
Avanti dunque! Che si dia inizio al banchetto, anche se io sarò l’unico dio invitato, l’unico divoratore dell’ingiustizia, l’unico appianatore del male. Buon appetito, dunque!

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