Nero carbone

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“Con certe ragazze bisogna stare attenti”, disse Lucio.

Nella sua voce appariva la sapienza di una generazione, della mia generazione, che, se non aveva perso la testa e anche qualcosa di più per la politica, aveva dedicato le sue esclusive e disperate attenzioni all’universo femminile, imparando a sue spese quando fosse complicato e, talvolta, inesplicabile.

“A proposito di ragazze così, ti ho mai raccontato di Serena?”, gli domandai.

“Serena? Chi?

Come, chi era: come si poteva non ricordare? Ma la verità è che quello che una persona fissa nel ricordo, per motivi interiori e rigorosamente personali, un altro lo espelle agevolmente dal proprio cervello. Eppure anche Lucio aveva conosciuto Serena, prima di andar via per sempre da Cagliari; ma forse non ne ricordava il nome e non associava ad esso la figura e il volto di una donna. Io, invece, la ricordavo bene, perché vivendo nella stessa strada ci incontravamo spesso e, qualche volta, capitava che venisse a trovarmi, sempre per una ragione ben precisa, sia chiaro.

Anche adesso che ne parlo mi sembra quasi di vedere la sua immagine.

Lei aveva un fisico magro e una faccia allungata, conformata stranamente. A dire il vero, più che una donna sembrava una maschera, una di quelle maschere dal viso lungo inventate dai pittori, con un naso squadrato e privo di rotondità, e questa maschera era coronata da un alone di capelli neri naturalmente ondulati, terribilmente veri e mediterranei, che contrastavano con l’innaturalità del volto. La sua pelle appariva ambrata, quasi simile a quella di un’indonesiana, e si abbronzava con facilità. Una volta raggiunta un’abbronzatura intensa e uniforme, il suo strano profilo finiva per notarsi di meno e chi la osservava prestava maggiore attenzione al fisico agile e alle gambe, senza soffermarsi sui lineamenti del viso.

Lei capiva che per attrarre un uomo poteva contare solo sulla levigatezza della pelle e sulla snellezza delle gambe, sui piedi eleganti dalle lunghe dita e sui piccoli seni ben modellati.

****

Cagliari, via Dante: abituale passeggiata cittadina, alternativa a quella, più tradizionale, che si svolgeva da secoli in via Roma, l’ampia strada che si affaccia sul porto. Anche Serena appariva in quella dolce estate nella strada più importante del corpo novecentesco della città, strada principale di un quartiere residenziale ricco di negozi, bar e grandi magazzini.

Fasciato… il corpo fasciato da un tubino di seta a motivi geometrici / scuro, sì, piuttosto scuro, con qualcosadiazzurroegrigioemattone / E le gambe? Le gambe, bene in vista, e i piedi, nudi nei sandaletti, con le piccole, regolari unghie smaltate di chiaro / unico elemento chiaro di tutto l’insieme / come spiccavano sulle mattonelle a losanga dei marciapiedi della lunga strada! / Ma la pelle – sempre più scura / lei seria lucertola distesa indifesa a bruciare per ore di sole e di sogni / la sua pelle si tinge di lucido nero carbone.

E nulla più si distingue il suo volto scompare nel lucido nero che unico attira lo sguardo, nella sera in cui l’azzurro lentamente incupisce.

****

Si va a ballare, qualche volta, tra amici. Vanno a ballare i belli; ma quelli meno belli non si possono lasciare a casa.

Così succede si beve si parla e la voce è suadente la schiena nuda si offre alle mani esultanti lucida e nera si offre la morbida pelle –

È solo un corpo Serena e il viso scompare nella sala buia a toccarlo è piacevole si eccita Toni stringendolo a sé nel ballare.

Forse il ragazzo ha bevuto un po’ troppo e le sue parole addolcite dall’alcol esprimono desideri e sono sincere, a loro modo… parole succose, che ammaliano.

Un’assurda dolcezza li vince e Toni e Serena si trovano soli sull’erba là fuori lontano dal mondo – lì il desiderio matura ed esplode.

“Così mi sono fatto quella picciocchedda”, raccontava Toni, “ed era perché c’era buio, io avevo bevuto, mi piacevano la sua pelle e l’odore della sua crema”.

“Le ho detto che mi faceva impazzire, ed era vero, in quel momento; insomma, l’ho voluta e l’ho presa. L’indomani ricordavo vagamente la nottata; ma la sera l’ho rivista e lei sorrideva in maniera strana, e complice, e così ho ricordato tutto e mi ha preso una specie di terrore”.

Gli occhi di Toni rilucevano nel viso bruno, ora che la storia veniva alla luce, e apparivano grandi e spaventati. Come sarebbe stato per lui trovarsi impegnato con una ragazza il cui aspetto non rispettava i canoni di bellezza correnti? Cos’avrebbe significato rimanere legato a lei, forse sposarla, avere tutti i giorni accanto quel viso antico, da bronzetto nuragico, residuo di un popolo che probabilmente venerava donne come lei e le riproduceva nelle sue statue e nelle sue maschere?

Quello che lo preoccupava in maggior misura era perdere la stima degli amici: come avrebbe potuto giustificare una sbandata per una donna dalle così strane e inquietanti fattezze? Doveva liberarsi, in qualche modo, ma come?

****

Quella mattina ero andato al mare da solo.

Provavo il piacere e l’angoscia della libertà. Potevo fare quello che volevo: sdraiarmi al sole, entrare in acqua, nuotare o fare il morto, inebriarmi della vista delle procaci giovani bellezze che tempestavano la spiaggia oppure apprezzare quanto rimaneva di bello e armonioso nelle bagnanti più mature. Bandierine rosse sventolavano e singhiozzanti aquiloni veleggiavano: “taglienti gusci di conchiglie” sotto i miei piedi.

Potevo fare tutto quello che era ragionevole e lecito fare; non potevo certo denudarmi totalmente e dare scandalo, né allungare le mani sui corpi stesi al sole delle bellezze locali e d’importazione, anche se provavo un irrefrenabile desiderio di farlo. Ma tutto il resto rientrava tra le opzioni possibili.

Così decisi di stare in acqua per un po’, arrivando fin dove non si toccava. Il mare era fresco e piacevole, con i riflessi abbaglianti del sole che imperlavano la superficie, che una brezza di terra, residuo del maestrale del giorno prima, non riusciva a increspare.

Onde leggere in controtendenza si dirigevano verso il largo, dove il colore verde uva dell’acqua si trasformava in cupo azzurro.

Guardavo e in lontananza, verso l’orizzonte, appena offuscata nelle forme dai vapori e dalla distanza, appariva una nave, collocata un po’ di traverso, come se si stesse allontanando o avvicinando alla costa. La sagoma chiara, in basso, diventava quasi grigia nella parte superiore, una sagoma che s’indovinava enorme, come quella di una gigantesca nave da crociera. E veniva fuori fumo, o almeno così sembrava, da una mastodontica ciminiera.

Spontaneamente e banalmente, per associazione, emersero dal mio ricordo i versi di un libretto d’opera: “Un bel dì vedremo, levarsi un fil di fumo” / La musica della Butterfly sembrava dilagare nell’aria, insieme alle gibigianne che il sole formava sulle onde.

A pochi passi più in là, o almeno quella era l’impressione, di immaginata e fallace vicinanza, incombeva la grande mole della Sella del Diavolo, con quel bizzarro avvallamento che aveva stimolato la fantasia popolare, a cui era venuto in mente che quel varco fosse stato prodotto dalla caduta del Maligno.

Improvvisamente anche quel po’ di vento che restava tacque. In acqua non c’era nessuno intorno e mi sentii incredibilmente libero e spaventosamente solo.

Sulla superficie quasi immobile, immerso nel liquido vitale, con solo la testa fuori al sole, rimasi a inspirare minime quantità d’aria, come imbrigliato in una serenità angosciosa… Così pensai che, se lì il diavolo era precipitato, l’inferno non doveva essere poi tanto lontano.

****

Nel pomeriggio volevo andare all’UPIM. Mi ero accorto che avevo una sola canottiera senza buchi; sì, una di quelle da muratore degli anni Cinquanta, alla Raf Vallone, che proteggono il dorso dall’umidità e non fanno sudare sotto le ascelle, come le t-shirt. Appena sotto casa, incontrai tre persone, che parlavano vicino a un portone. Erano un uomo maturo, una donna piuttosto robusta e una ragazzina, forse la figlia, che non avrà avuto più di sedici anni. Parlavano, ad alta voce, e sembrava che decidessero dove andare. La donna, vestita di nero, era alta e aveva un viso tondo, dal mento sfuggente. la ragazzina, invece, era incantevole: aveva un corpo snello e ben fatto e l’abito cortissimo, segnato da una cintura che pareva avere carattere esornativo, anziché funzionale, metteva in evidenza le gambe più perfette che si potessero immaginare, ornate dai sandaletti annodati alla caviglia sottile.

Pensai a quanto dovevano essere orgogliosi i genitori di quella piccola miss, che agghindavano da signorina.

Per contrasto, il mio cervello richiamò l’immagine di Serena, che certamente non aveva mai conosciuto gli sguardi ammirati e la consapevole felicità di chi è convinto di aver fatto bene il suo lavoro, se può essere considerato un lavoro mettere al mondo una figlia.

Poi, ricordo di essere andato al grande magazzino e di non aver trovato nulla, perché le uniche misure presenti erano la settima XXL, extralarge, buona per i governatori della California, e qualche sesta residua. Come sempre, la grande distribuzione pensava di servire un popolo di giganti, che esisteva solo nelle favole, o nelle palestre dove si allenano i modelli di Armani.

Nelle strade dilagavano gli sguardi innocenti e torbidi delle ragazze che crescevano in serenità, snelle o grassocce, ma sempre aggraziate, ostentando quelle gambe lisce e toniche e mirabilmente abbronzate, che a me parevano fantastici strumenti di lussuria. Andavano quasi inconsapevoli del loro giovane potere, della loro innocente tossicità, verso un futuro privo di fronzoli ed eccellenze: l’automobile, come primo oggetto da conseguire, non appena compiuti i diciotto anni, naturalmente, poi l’università, forse, in cerca di un incerto lavoro. Molte avrebbero insegnato e, soprattutto, avrebbero trovato un marito, con cui fare dei figli da portare al Poetto, già da piccolissimi.

Dopo il giro nelle vie commerciali, ero probabilmente rientrato a casa, dove mi ero steso sul letto o in poltrona.

E quindi stavo lì a meditare sull’inferno, l’inferno dei desideri irrisolti, che diventavano ossessione: denaro, potere, sesso, che torbidamente motivavano le nostre azioni e le trasformavano in comportamenti compulsivi o in tormenti interiori insostenibili.

Avvertivo la strana calma che precede i grandi sconvolgimenti, la quiete ingannevole e diabolica che ti fa pensare che tutto sia assolutamente tranquillo e sotto controllo.

A sottrarmi alle angosce personali era intervenuto Toni. Io che provavo allora una momentanea, ma sofferta, solitudine, dovevo sorbirmi le confessioni erotiche di un amico che aveva commesso un errore. Eravamo scesi in giardino, a due passi dall’entrata, ed eravamo seduti l’uno di fronte all’altro.

Toni stava con le spalle al cancello, da cui lo separava una cortina di fogliame, quel fogliame che una leggera brezza muoveva, ma senza far rumore. Era lì e stava sbottando tutto, tutte le considerazioni sull’errore di una sera, sull’inquietante bruttezza di Serena, su quello strano legame che si era creato e che lui voleva, doveva assolutamente spezzare.

Parlava, con la sua voce chiara e squillante, e aveva già detto tanto, troppo, quando mi accorsi che qualcosa si muoveva, di fronte a me, e non erano foglie, né uccelli.

Spostai lo sguardo, che era naturalmente rivolto verso Toni, e scorsi un viso, bronzeo ma livido, e una sagoma che aveva superato il cancello e adesso si trovava a pochi passi da noi, seminascosta dalle fronde. Era Serena, che era venuta a trovarmi e che si era fermata, quasi impietrita, ascoltando il discorso di Toni. Mi guardò fisso, mordendosi le labbra, poi fuggì via, silenziosamente come era apparsa. Il mio amico non si era accorto di lei e io, vigliaccamente, non ebbi il coraggio di dirgli che certamente aveva sentito tutto, che ora sapeva.

****

Quella notte mi addormentai tardi: ero agitato. Rimasi per qualche tempo sospeso in una sorta di dormiveglia. Ogni tipo di maschera che conoscevo venne a visitarmi in sogno, dalla maschera bianca della Sartiglia alla bautta veneziana, dai mamuthones di Mamoiada alle maschere tribali africane.

Sognai anche Serena, che sollevava il suo viso-maschera e mostrava un volto dolce e regolare, stupendo.

“Questa sono veramente io”, diceva; ma poi quella faccia da madonnina s’incupiva e si deformava, trasformandosi in quella di una divinità feroce e sanguinaria, che con le unghie dure come artigli mi lacerava il petto e ne estraeva il cuore, che ancora batteva. “Siete tutti uguali”, proferiva con la bocca imbrattata del sangue schizzato dalle mie arterie, e poi iniziava a emettere dalle labbra arrossate un suono che si faceva sempre più modulato e insistente e che finì per assomigliare a quello, ripetitivo e ossessionante, della sirena di un’ambulanza.

Alla fine quel suono riuscì a svegliarmi.

C’era veramente un’ambulanza, che si era fermata poco più in là, di fronte, proprio dove abitava Serena. Si vedevano tante luci, che ferivano la notte senza luna; persone vociavano, qualche nottambulo si era avvicinato per curiosare.

Mi infilai addosso qualcosa e scesi in giardino, ma quando mi avvicinai, l’ambulanza stava già partendo. Presto tutti si dileguarono e il silenzio tornò a dominare.

Qualcosa era successo, ma fino all’indomani non se ne poteva avere notizia. Non rimaneva che rientrare in casa e rimettersi a letto, in attesa dell’alba. Su, nel cielo scuro, le stelle tremolavano, mentre da una siepe, a rompere una quiete perfetta, un grillo aveva cominciato a cantare.

Il giorno dopo fui svegliato dal camion delle immondizie, che strideva come un animale ferito. Qualche ora più tardi incontrai Dora, la sorella maggiore di Serena. Dora era una ragazza matura e un po’ sussiegosa, una di quelle che sanno sempre cosa fare e come comportarsi e che sfornano un consiglio ogni due parole; ma si capiva che gli avvenimenti della notte avevano scosso le sue certezze.

Lei era rientrata piuttosto tardi e, non trovando la sorella in camera, si era messa a cercarla.

La porta del bagno era semiaperta e il locale era illuminato. Quando Dora chiamò per nome la sorella, sentì solo un mugolio indecifrabile provenire dal bagno. Allora aprì la porta, preoccupata, e le apparve uno spettacolo terrificante.

Serena giaceva con le gambe distese e il tronco appoggiato alla vasca e dai polsi uscivano due lenti rivoli di sangue, che ormai si stavano diffondendo, distribuendosi sulle fredde piastrelle bianche e nere del pavimento.

Per terra, accanto al corpo, c’era ancora la lametta con cui la ragazza aveva tentato di porre fine alla sua giovane vita.

“Io sono sbagliata”, farfugliava Serena: scoperti i suoi denti bianchi sul viso scuro, di uno scuro pallore.

Non era stata abile e i tagli non avevano consentito al sangue di affluire copioso; ma certo, se non fosse stata trovata in tempo…

“Dora… Dora… Dora… lasciami morire…”.

Ma Dora la fredda, Dora la giudiziosa aveva avuto la forza necessaria per risolvere la tragedia.

L’ambulanza era arrivata subito, veloce la corsa in ospedale, dove ancora Serena era ricoverata, in rianimazione, e vero, e con prognosi riservata; ma Dora era ottimista.

“E se ci riprova?”

Questo non sarebbe accaduto. Serena era troppo intelligente per sbagliare una seconda volta, lasciandosi trascinare nell’irrazionalità dal potere illogico dei sentimenti. Non si cade due volte nella stessa buca, ma si trae ammaestramento dall’esperienza.

Sì, intelligente, aggraziata, e aveva anche una bella voce, molto femminile e gradevole. Certo, se non avesse avuto in dono quel volto, e quel naso, Dio mio!

****

“Gente, è arrivato l’ arrotino”, blaterava l’automobile. Non era come una volta, che l’arrotatore di coltelli passava con la sua ottocentesca attrezzatura su un mezzo a pedali, cioè una specie di bicicletta dal colore ferroso, con strane stringhe marrone scuro, rievocanti alla mente dei ragazzini gli strumenti di tortura, che si palesavano ai loro occhi atterriti eppure ambiguamente attratti attraverso le pagine di vecchie enciclopedie. Quell’esibizione di ferraglia dall’oscuro significato che, come avveniva nei banchi di un antico mercato, era accompagnata da una voce cantilenante, era sostituita da un suono gracchiante e amplificato, simile in tutto a quello degli altoparlanti dei venditori che ancora giravano in automobile per i centri abitati, proponendo i più improbabili prodotti.

Così, tra i suoni della vita quotidiana e gli afrori emananti dalle strade che la pioggia non aveva bagnato da giorni e giorni, il tempo indolente passava e l’estate diventava sempre più languida.

Inconsapevole di quel pacato scorrere, Toni sembrava proprio disperato. Era andato subito a trovare Serena in ospedale; ma lei aveva fatto finta di dormire, almeno così si diceva: si era girata dall’altra parte e aveva cercato di nascondere, voltandosi, le braccia ferite.

Lui, ferito anche lui, ma dentro, ora straparlava. Si sentiva colpevole, voleva sposarla, lo scemo… e poi? Tormentarsi tutta la vita e desiderare le madonnine raffaellesche, le amabili fornarine, le audaci e incantevoli bagnanti di Renoir, dalle forme deliziose e dai deliziosi visini: visi d’angeli corrotti chimericamente belli impomellati di rosea libidine pesche ammalianti da suggere fino a raggiungere il nettare-sangue – ed ecco ancora riemergere nella nostra coscienza la rossa immagine del rosso nettare il sangue sparso di Serena colore rovente sul gelido pavimento bicolore il caldo sangue di Serena che ha posto fine a un’illusione: quella di rendere inessenziale la bellezza.

Anche dopo il suo rientro dall’ospedale, la ragazza era stata irremovibile.

“Con te ho chiuso”, disse a Toni, e aveva chiuso davvero.

Si era corazzata e aveva deciso di affrontare la vita con la consapevolezza di essere quello che era: una donna brutta, con tante qualità e tanta intelligenza e perspicacia, ma indecentemente brutta. Pertanto evitava come la peste qualsiasi tentativo di ricerca di una relazione sentimentale, senza per questo rinunciare totalmente ai piaceri della vita.

Aveva una cura maniacale del proprio corpo e trascorreva ore infinite sotto il sole, spalmandosi addosso litri di creme e oli solari. Così la sua pelle diventava tutta uniformemente nera e, in quel nero, i lineamenti del viso finivano per scomparire.

Con questi accorgimenti riusciva anche a fare conquiste; magari individuava gli uomini momentaneamente a corto di donne e si offriva per avventure senza seguito. Soprattutto se i ragazzi erano un po’ alticci, non guardavano tanto per il sottile. L’avventura non durava mai più del necessario e questo era il rapporto che lei cercava, sempre senza coinvolgimenti sentimentali. Pochi però osavano vantarsi dell’avventura.

Lei era anche diventata brava nel fare l’amore, avvinghiava il suo occasionale partner con il suo corpo lucido, color carbone, e si muoveva sapientemente, finché il corpo maschile non rilasciava il suo umore fino all’ultima goccia.

E Toni? Che n’è stato di Toni?

Il mio giovane amico non è mai riuscito a dimenticare completamente quella storia e, soprattutto, non ha mai perso il vizio di bere. Anzi, solo quand’è un po’ brillo riesce a vedere gli aspetti positivi della vita. “The only time he’s satisfied / Is when he’s on a drunk”, come dice la canzone1.

Non essendo un brutto ragazzo, donne ogni tanto ne trova e cerca di consolarsi con qualche ragazzetta disponibile; ma non si è mai sposato, né ha mai cercato una compagna fissa. È come se avesse imboccato un percorso circolare, che non è riuscito in alcun modo a chiudere. Quei pochi metri che sarebbero bastati per chiudere il cerchio si erano dissolti per l’irremovibile decisione di Serena.

1 The house of a rising sun (NdA).

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