Responsabilità

Dobbiamo chiederci se c’è veramente qualcuno responsabile o se l’inclinazione personale, l’educazione, gli ormoni, forme esasperate di aggressività o di libido non condizionino a tal punto le nostre scelte da fare in modo che il nostro arbitrio sia solo in parte libero e che, proprio in chi commette reati si debba parlare piuttosto di limizione della responsabilità.

Sempre più spesso i media ci propongono efferati omicidi e allucinanti violenze: Ci si chiede se la persona che ha commesso quei delitti era in grado di intendere e di volere e si risponde che quell’essere che ha ucciso, violentato, aggredito, rubato era certamente nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, giusto per potergli comminare una pena. Altrimenti, qualunque misfatto abbia compiuto, noi non potremmo mai condannarlo, perché irresponsabile. Perciò siamo costretti a considerare sani di mente anche i più folli criminali, perché diversamente il crimine resterebbe impunito.

Interviene quindi l’ipocrisia della nostra cultura a sanzionare con una punizione, dopo un regolare processo, s’intende, atti effettuati da uomini che hanno agito semplicemente seguendo la propria natura.

Alla base di queste decisioni sussiste la convinzione che la natura possa essere corretta, che quegli uomini, in quanto sani di mente, possano e debbano pentirsi (ma dovrebbero forse pentirsi di essere se stessi?)

A noi interessa più che un colpevole sia punito o che noi cittadini siamo protetti contro le azioni delittuose?

A un’atteggiamento moralistico si deve sostituire un atteggiamento utilitaristico.

Quale sarebbe la soluzione realistica, efficare e priva d’ipocrisia? Considerare gli autori di delitti, sani o malati che siano, non come colpevoli da punire, ma come persone pericolose che lo Stato deve tenere separate dai cittadini, che devono essere protetti. Questa è infatti la vera necessità: tenere lontani gli assassini dalle vittime, i pedofili dai nostri bambini, gli stupratori dalle donne che devono muoversi e lavorare liberamente.

In questo modo si eviterebbe la reiterazione del reato alla conclusione della pena, che deve essere naturalmente limitata nel tempo a un periodo necessario ai fini del recupero del criminale, mentre la separazione, che non è pena e quindi non dev’essere commisurata al reato, può durare anche per periodi molto lunghi. L’assassino, la persona naturalmente violenta, il pedofilo, lo stupratore non sono quasi mai recuperabili; non bastano pochi anni di carcere per trasformarli: continueranno a delinquere, proprio perché spinti da istinti naturali non controllabili. Devono essere separati dalla società civile, non per un periodo di punizione, perché non sono veramente responsabili, ma per l’esigenza delle persone sane e oneste di essere difese; devono vivere e lavorare in un mondo a parte, in una dimensione alternativa e controllata, curati nei limiti del possibile, ma senza vessazioni da colonia penale: dobbiamo aprire gli occhi, accettare l’idea che non sono esseri come noi che hanno sbagliato, ma che sono intrinsecamente, sostanzialmente diversi. Non obblighiamoli a vivere in un mondo che ha regole che loro non sono in grado di osservare, non obblighiamoli a infrangerle e non puniamoli per il loro peccato, che è seguire il loro programma, la loro natura!

3 risposte a Responsabilità

  1. deorgreine ha detto:

    Queste cose che scrivi mi fanno pensare molto ai commenti che sono scaturiti ultimamente dall’ultimo post di Melo. Mi fa pensare al fatto che la responsabilità di chi agisce seguendo la propria natura, in effetti, come dici tu non è punibile secondo una concezione di giustizia che è propria della maggior parte della società civile. Non se ci si mette a guardare il problema con un’ottica di voler arrivare ad una reale e concreta soluzione. Il recupero di ciò che non è recuperabile in termini umani, attuato solo per allinearsi a una concezione di una società democratica, non ha senso se il risultato è il perpetrarsi comunque delle azioni feroci che su di essa continueranno a riversarsi. Perchè sarebbe come voler recuperare chi non ha coscienza di ciò che ha fatto, sarebbe come voler recuperare chi non sa vivere diversamente da come vive, pensare diversamente da come pensa, perchè quella è la sua condizione, la sua natura, appunto; in poche parole perchè non è nelle condizioni di vivere secondo il rispetto delle leggi che garantiscono l’incolumità collettiva. Si può capire questo mettendosi nei panni di un pedofilo, di un assassino, di uno stragista; nessuno lo fa, perchè nessuno si sente tale, tutti vogliono tenersene ben lontani, anche ipoteticamente e si preferisce pensare che chiunque,essendo umano non è potenzialmente dannoso per i suoi simili. E’ la fiducia illimitata nell’umanità che è in ognuno di noi. Melo dice che la lotta che l’umanità ha fatto nei secoli ha avuto come obiettivo quello di evitare che il prevaricare sull’altro diventi la regola. Ed è un’idea di fondo che è sacrosanta. Ma mi chiedo se di fronte all’evidenza di fatti di sangue o di pedofilia non si debba porsi in un’ottica diversa rispetto al problema. La cura, va benissimo nel limite dell’attuabile, ma poi è necessario prendere atto della verità e la verità è che chi compie atti di questo tipo non ha regole se non le proprie, quelle dettate dalla sua natura. E se è così che senso può avere un’azione di “recupero” che si sa già in partenza che non porta alla soluzione del problema, ma che lo sposta in altro tempo e luogo, magari provocando nuove vittime che si sarebbero potute evitare? Serve solo a pulirsi le coscienze in nome di un’idea di società democratica e civile che non vuole accettare la bestialità insita nell’animo umano e, in alcuni casi, patologicamente insita in esso. Non è pregiudizio, non è rifiuto di soluzioni mediate ed etiche; è solo saper vedere le cose per quelle che sono e adottare, di volta in volta, le misure adeguate ai singoli casi. Il giudizio equo spetta tutti, anche ai peggiori, perchè garantisce che vengano evitati linciaggi e bestialità non meno peggiori dei crimini commessi, ma forse è necessario anche comprendere che molte attenuanti di facciata, spesso sono pericolose e danno forza a chi già se ne è appropriato infierendo su degli innocenti.

    • guido mura ha detto:

      Ti ringrazio, Deorgreine, perché stai rivitalizzando questi vecchi post, che provengono dall’esperienza splinderiana di Peer Gynt o da piazzadisogno. Il tema che qui affronto è uno di quelli che mi sta più a cuore ed è l’errore di prospettiva che sta alla base del nostro diritto penale. Il concetto di responsabilità, lo stesso concetto di reato dovrebbero essere considerati in modo diverso. Invece prevale l’ipocrisia. Si fa finta che i responsabili siano liberi di scegliere il bene o il male, che la loro mente sia sempre perfettamente in grado di discernere, per poter giungere a una condanna che serve come esempio per la società e come risarcimento morale per le persone danneggiate. Si tratta naturalmente di una forzatura della realtà, gravata da miti come quello del recupero, che può funzionare solo per chi commette reati per bisogno, ma non per chi è delinquente per motivi più profondi, per chi è anormalmente violento e ossessivo. Il discorso comunque è molto complesso e merita di essere ulteriormente approfondito.

  2. deorgreine ha detto:

    Concordo con te, Guido. Merita un’attenzione maggiore e una riflessione più attenta. Hai usato la parola giusta che io mi sono astenuta dal dire perchè mi sembrava un po’ forte, ma è così; in fin dei conti si tratta di un approccio un po’ ipocrita al problema.

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